LET’S MOVIE 384 da NYC commenta THE SISTERS BROTHERS di Jacques Audiard

LET’S MOVIE 384 da NYC commenta THE SISTERS BROTHERS di Jacques Audiard

Mettete Moviers

un centinaio di donne in un club di Midtown, 55esima Strada tra la Settima e la Sesta, a due isolati dal MoMA.
Queste donne non sono donne qualsiasi.
Sono fémmene.
Italiane.
Di più.
Italiane con casa a NY.
Fanno tutte parte dell’NYIW, l’associazione che riunisce le New York Italian Women.
Tra loro figuro anch’io. 🙂

Ne avevo sentito parlare, dell’associazione, a inizio giugno, quando avevo corso l’Italy Run a Central Park, la corsa tutta italiana per festeggiare il Giorno della Repubblica.
Avevo visto questo gruppo di italiane tutte affiatate, con tanto di maglietta personalizzata e striscione, e mi ero detta, qui c’è odor di associazione, membership, e fee presumibilmente da capogiro.
E poi esclusività, elitismo, enclave.

Tutte le E dell’Ecco-anche-no.

Poi però, incuriosita, mi ero informata, e avevo scoperto che l’NYIW: “non è un movimento politico, né è una congregazione religiosa né tantomeno vuole promuovere la diffusione della cultura italiana all’estero”, e l’ultima specificazione mi era piaciuta persino più delle altre, che già mi piacevano assai.
In un estero in cui “promozione e diffusione della cultura italiana” è la cantilena che sentite ripetere da ogni bocca di ogni ente istituzionale a cui prestate orecchio, affermare chiaro e tondo che di promozione e diffusione della cultura, non ve ne frega niente, mi è sembrato un gran bel modo anti-establishment di cominciare.
“Scopo del gruppo è invece quello di favorire il networking, le collaborazioni lavorative e la nascita di nuove amicizie fra le partecipanti”.
E questo ci è piaciuto tantissimo, anche perché a New York incontrare le persone è facilissimo. Conoscerle, ben più difficile.
“Il gruppo è aperto ESCLUSIVAMENTE a donne italiane, di lingua italiana, già residenti a New York o in procinto di trasferirvisi nel breve termine”.
Dunque, italiana, lo sono. Di lingua italiana pure. Giù residente a New York, anche.
Non mi manca nulla! Ho tutti i requisiti, ho esultato, leggendo il “Chi siamo” del sito, rigorosamente in italiano.
Il gaudio è stato magno perché il possesso di tutti i requisiti mi sfugge sempre. Manca sempre qualcosa, di solito una cosa, e non puoi far parte di quel gruppo, non puoi far domanda per quel grant. I requisiti sono dei paletti che di solito si mettono sempre fra le ruote — non so le vostre, ma fra le mie sempre.

Nessun riferimento al lato economico: nessuna retta da pagare, o donazione da versare.
Ma seriously?, mi ripetevo, mentre gettavo il mio nominativo nella loro mailing-list.
Sì, seriously. E mi è arrivata, a giugno, la mail che augurava buona estate e “gli eventi riprenderanno a settembre, ciao care!”
Ecco toh, trovo un gruppo che m’ispira, e già vanno in vacanza, avevo borbottato, aggiudicandomi la fascia Miss Pazienza 2018.

Ebbene, sono state di parola, le NYIW. Due settimane fa ricevo un’invito al cocktail di avvio della stagione presso lo Showroom di Domenico Vacca.

Mi avevano parlato di Domenico Vacca appena arrivata. O meglio, mi avevano parlato dello Showroom Domenico Vacca. Una nuova idea di spazio commerciale, giacché unisce, sotto lo stesso tetto di una palazzina sulla 55esima, uno store di abbigliamento luxury uomo-donna, un caffè, una galleria d’arte, un barbiere, un salone di bellezza e un club con bar e terrazza.
“È unico nel suo genere”, mi avevano detto. E io avevo pensato, bah, una parrucchieria e una galleria d’arte insieme? Extension e art? Mm… Ero rimasta un po’ perplessa, ma altrettanto curiosa di visitarlo.
L’occasione è arrivata con le NYIW.

Mi presento, e capisco il posto. Estremamente posh. Abbigliamento sofisticato, stile tra Hermes e Vuitton, quel lusso lussuosissimo che non corrisponde al mio stile. Molto made-in-Italy sbattuto in faccia con tessuti di qualità, taglio italiano, e via al km zero.
Lo spazio in sé è obbiettivamente interessante. Soprattutto il cosiddetto club.
Domenico in persona mi spiega come funziona. “I membri pagano una fee, e partecipano agli eventi che organizziamo. Oppure affittiamo lo spazio a chiunque abbia bisogno di uno spazio”
Volpe d’un Vacca, penso fra me e me, ma evito per non scendere troppo nell’animalier.

Domenico è un tipo affabile, ma dietro l’affabilità c’è un impero. La palazzina che ospita lo showroom, ospita anche trenta appartamenti. Suoi. Trenta non sono proprio pochi, sulla 55esima.
Originario di Adria, Puglia, avvocato specializzato in diritto internazionale, trent’anni fa lascia l’Italia e si trasferisce a NY.
Sono gli anni d’oro, mi racconta, tutto diverso rispetto a oggi.

Vedo che è di fretta, e infatti salta tutta la parte sul punto da dove ha cominciato, su come abbia sviluppato il business, e atterra sul presente che vanta dieci flagship store sparsi in tutto il mondo, con una linea di moda disegnata da lui.

Domenico sparisce e compare Livia, la Presidente dell’NYIW, un folletto di donna che rimbalza da un lato all’altro del club in cui siamo ospitate.
“Non conosco nessuno”, confesso io, con il pensiero fisso al requisito che sicuramente non possiedo e che mi impedirà di rimanere.
“Allora sei nel posto giusto”, mi dice con un gran sorriso, e poi rimbalza via.

Scopro che la maggior parte delle donne non conoscono nessuno, il che è perfetto perché fa del club una barca su cui siamo tutte uguali.
Così ci si comincia a presentare a chiacchierare.
Di dove sei, cosa fai, con che visto sei qui, in che zona stai.

Ero convinta che avrei incontrato soprattutto italoamericane borghesi di mezz’età con un italiano stentato e dialettale, frutto dei ricordi di nonne italiane, e non di un’istruzione scolatica.
Assolutamente fuori strada. Come dicevano sul sito, le NYIW sono rigorosamente, anzi, ESCLUSIVAMENTE, italiane. Il poco inglese che sento sta nei miscugli che tutti gli expat fanno — facciamo.

La prima che incontro è Elena — o forse Eliana. Ricercatrice in fisica all’NYU. A New York da dieci anni. Accanto a lei, Rosa, arrivata un anno fa — dopo di me! Finalmente qualcuno dopo di me!
“Mio marito ha vinto la green card. Così ci siamo trasferiti”.
Rosa ci racconta che in Italia avevano un’attività — senza specificare in quale campo.
“Pagavamo il 70% di tasse. Strangolati… Allora siamo partiti”.
Usa questa parola. Strangolati.
Qui Rosa ha avviato la sua agenzia di organizzazione eventi, soprattutto wedding. Matrimoni qui e in Italia. “Perché chi è che non vorrebbe sposarsi in Italia? E chi è che non vorrebbe sposarsi a New York?”
Non fa una piega, in effetti.
Le chiedo come vanno gli affari.
“Bene bene”, mi risponde frettolosa, ma lo vedo che vorrebbe sconfinare nel superlativo: me lo confermano le due $$ che le brillano negli occhi.
“È che in Italia avrei impiegato sei o sette anni a fare quello che qui ho fatto in sei mesi”, dice con una frustrazione che mi è familiare.
Io racconto un po’ di me, e della mia storia.
“Meno male ragazze che mi ricordate quanto questo posto sia speciale”, interviene Elena o Eliana. “Da un po’ sento la nostalgia dell’Italia… Dieci anni qui sono tanti… Ma adesso mi ricordate quanto là sia impossibile… Per me, da ricercatrice, con l’intenzione di campare con la ricerca, era proprio impossibile…”
La sua non è frustrazione. È proprio tristezza.

Poi incontro Francesca. È la goccia d’acqua di un funzionario che lavora al Consolato. La mia gaffe ci fa conoscere.
Quanti anni avrà, Francesca? Dare un’età a queste donne è un’impresa, sono tutte piene di energia, di verve, di urbanità. Sembrano appena atterrate dalla galassia Cosmopolitan.
Facciamo che Francesca ha fra i 32 e i 37 anni. Gran bella ragazza. Lavora per una compagnia italiana affiliata — o afferente? — alla Nike.
“Come sei qui?”, mi chiede, che tradotto vuol dire che visto hai.
“Con l’O1”
“Quello dei geni?!”
Io scoppio in una risata fruneriana.
“Quello degli alieni straordinari”, la correggo io, continuando a ridere.
“Io con un J”.
“Quanto dura?” le chiedo.
“18 mesi”
“Quando scade?”
“Giugno 2019. Ma io devo rimanere qui, non esiste che torno in Italia. Sto cercando tutte le strade possibili. Faccio qualsiasi cosa, ma di qui non me ne vado”.
Conosco benissimo quei piedi puntati. L’anno scorso erano i miei.
Provo a chiederle se ha delle pubblicazioni, o qualcosa di “straordinario” per provare con un O1.
“Eh mi sa di no…”, mi risponde, con quegli occhi da cane al guinzaglio che anche conosco benissimo.

Poi non so come, ma finisco tra due sorelle. Una rossiccia e una bionda. Qui l’età aumenta, ma non troppo. Facciamo sulla 50ina. Antonella ha la presenza scenica di una Sharon Stone ma con le chiome fulve di Julianne Moore. Un donnone. La sorella è più piccola. Frangia bionda, capello lungo e liscio. Di Lugano. Ma con una solarità che di italo-elvetico non ha nulla.
Lei, Laura, mi fa un milione di domande e parla come un treno in corsa che nessuna interruzione potrebbe mai interrompere.
…Ma sei venuta qui da sola cioè ti sei trasferita qui tutta da sola? Ma ci vuole un fegato grande così! E scrivi pure poesia in inglese? E quando esce il libro? Ma dammi la tua mail che voglio assolutamente venire alla presentazione ché io sto qui ospite da mia sorella fino al Thanksgiving e comunque ci vediamo sicuramente io faccio la produttrice cinematografica con mio fratello, che adesso però abita in Cina, fa il produttore là si è sposato con una cinese e ha fatto una bellissima bambina aspetta che ti faccio vedere una foto, ma prima abbiamo vissuto a Los Angeles negli anni d’oro, gli ’80 e i ’90, quando si comprava e si vendeva di tutto e c’erano soldi e soldi e soldi, non c’erano altro che soldi a Hollywood, e poi all’inzio dei 2000 producevamo tutti i disaster movies, ci chiamavano i “disaster brothers” pensa te, perché se c’era un terremoto o un’alluvione, era roba nostra ah ah ah e comunque io non mi posso proprio lamentare della mia vita, potrei morire domani, ho avuto tantissimo, ma dimmi un verso o due delle tue poesie dai così me le ricordo, ma sai che tu sei la via di mezzo fra Juliette Lewis in “Natural Born Killers” e Cameron Diaz in quel film in cui aveva i capelli corti e mori come si chiamava quel film mannaggia non mi ricordo aspetta che cerco no cerco dopo intanto dimmi di queste scarpe sono bellissime di che marca sono e i calzini i calzini sono un amore dove li hai comprati posso farti una foto ai piedi calzini e scarpe stanno troppo bene insieme ma tu stai tutta bene hai uno stile tutto tuo ti si distingue fra tutte vero Antonella che l’abbiamo detto guarda quella ragazza…

Antonella la asseconda e io ho le vertigini perché non riesco a starle dietro, e a pensare al film in cui Cameron Diaz è mora, e a Juliette Lewis in “Natural Born Killers”, e a Juliette Lewis e me stessa in un paragone e con noi pure Cameron Tutti-pazzi-per Diaz, e poi non riesco a farmi venire in mente due versi di poesia e pensare a questi maledetti anni d’oro che noi della generazione Mille Euro ci siamo persi!

Antonella mi dice di quanto le piacesse Los Angeles, e anche Houston, dove ha abitato per vari anni, occupandosi di charities e fund-raising. Mentre ora è qui e ha una sua linea di gioielli — era una linea di gioielli?? — ma se non ci fosse il marito, che fa il medico in un ospedale dell’Upper East, dove abitano, mi lascia intendere che non riuscirebbe a mantenersi da sola. Vedo che la cosa la infastidisce. Non mi meraviglio: intuisco che il suo bisogno d’indipendenza è proporzionale alla sua stazza da Sharon Stone.

Ed ecco che arriva Lola, amica di Antonella.
In quell’istante capisco gli uomini e le loro mascelle cadenti quando vedono una Lola.
Rossa, ma non il rosso fastidioso degli irlandesi. Il bronzo quando incontra il rame e lo premia con una medaglia. Gli occhi verdi. Ma non il verde slavato dello sguardo Alessia Merz (!!). La giada, o la foresta Amazzonica. Quel verde lì.
Un fisico da modella, un accento inconfondibilmente russo.
Antonella mi spiega: “Lola è co-fondatrice di un brand che fa vitamin supplements…come si dice supplement in italiano?”.
“Integratori”
“Ecco sì, integratori vitaminici”
Il physique du role ce l’ha tutto.
“Sei anche una modella”, affermo io certissima, per via del physique fasciato in un abito nero, sobrio per lei ma da sbornia per il resto del mondo.
“Sì, ma di quelle intelligenti. Lola è corpo e cervello”.
È anche molta modestia, perché si imbarazza molto quando le dico della modella, e l’imbarazzo è splendidamente autentico, non da palcoscenico.

Poi da dietro sento un “Maciaosaraaaa”, ed è Simona, una PR che non vedo da qualche tempo.
Lavorava per la più rinomata agenzia eventi italo-americani in città, che è gestita —comandata, I should say— da una Anna Wintour, una Miranda Priestley de “Il diavolo veste Prada”.
“Ma che fine hai fatto, Simona??”
“Ho lasciato l’agenzia e ne ho aperta una tutta mia!”, mi dice tra l’incerto e il trionfale.

Simona mi ha organizzato tutte le interviste che ho raccolto per La Voce di New York a registi/attori italiani in trasferta newyorkese. Una di quelle ragazze organizzate, ma sempre straordinariamente gentili anche quando hai il diavolo vestito Prada ad alitarti sul collo.
Con Miranda Priestley ci stai un po’, poi strippi e te ne vai, concludiamo.
“Vai a sentire Saviano lunedì sera?”
Aggiunge Simona.
E io voglio piangere, perché il secondo evento della stagione NYIW è un talk di Roberto Saviano solo per le 1300 donne dall’NYIW — sì, siamo 1300.
Ma io domani, lunedì sera, mannaggia, insegno alla Columbus Citizens Foundation… E questa è un’altra storia che vi dovrò raccontare.

Prima di andarmene, ebbra, faccio un giro in terrazza.
Divani color crema, candele gialle, i palazzi di midtown tutt’intorno.
Guardo questo centinaio d’italiane riunite nel salone di Domenico Vacca.
Non sono semplicemente italiane… Sono italianissime. Le distingueresti in mezzo a milioni di donne. Hanno un senso estetico innato. Anche se certe mise possono non essere condivise, il portamento, il modo di muoversi, di piegare la testa verso l’interlocutore, oppure di metterti una mano sul braccio, oppure di portare un paio di decolleté come solo le italiane sanno, con discrezione, garbo e sangue. Tutto questo non lo puoi spiegare o insegnare.
È come tradurre “insomma” in inglese ai miei studenti.
Non si può.

Affiancate queste italianissime a New York, e be’… capite perché gli uomini non sono ammessi.
Non sopravviverebbero a tanto.
😉

Questa settimana sono andata all’Angelika Film Center per un evento speciale specialissimo.
La prima di “The Sisters Brothers”, di Jacques Audiard, il western che ha vinto il Leone d’Argento per la Miglior Regia all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove pubblico e critica l’hanno molto amato.
Quando vi dico che New York è avanti…
Nelle ultime due settimane mi sono sparata la bellezza di quattro film firmati Audiard grazie alla retrospettiva organizzata dal MoMA. Il MoMA organizza una retrospettiva e Audiard vince il Leone… Può essere una coincidenza, ma può anche essere onniscenza newyorkese. Vedete voi. 🙂

Per rinfrescarvi la memoria, Audiard ha diretto “Il Profeta (magnifico), “Dheepan” (Palma d’Oro a Cannes nel 2015), “Tutti i battiti del mio cuore” (splendido), “Un sapore di ruggine e ossa” (una mazzata), e “Regarde les hommes tomber” (bah).
Venerdì, all’Angelika, Audiard era presente, e con lui Jake Gyllenhaal. Ovvero Donnie Darko. Ovvero Jake, l’eccelso. Dal vivo ancora più eccelso che in pellicola.
Dopo averlo visto dalla quinta fila, posso affermare con assoluta certezza che Dio, 38 anni fa, era vivo e operativo.

Oregon, 1851, Charlie ed Eli Sisters sono due fratelli — chiamati “Sorelle”, e già questo accende un sorriso — che per vivere fanno i sicari del Commodoro, un riccone che richiede loro dei “lavoretti” per sbarazzarsi di chi intralcia il suo cammino.
L’ultimo “lavoretto” per i fratelli è quello di  far fuori il chimico e cercatore d’oro Hermann Kermit Warm, che pare abbia scoperto una formula chimica per trovare l’oro. Compito loro è quello di trovarlo, estorcergli la formula e poi spedirlo all’inferno. In questo sono aiutati da Morris, un detective interpretato da Jake Gyllenhaal, il cui compito è quello di trovare Warm, e poi lasciar fare il lavoro sporco ai fratelli. Ma le cose, ovviamente vanno in maniera tutta diversa. Morris si lascia rapire dalle idee libertarie e socialiste di Warm, che sogna di fondare un falansterio, una comune vagheggiata dai primi utopisti del mondo moderno, promuovendo una società equa e democratica.

In “The Sisters Brothers” ci sono tutti i tropi del western, un genere in cui Audiard si cimenta per la prima volta, e con successo. I fratelli Sisters sono la personificazione stessa della dualità del momento storico in cui vivono: da un lato la brutalità e la violenza cieca rappresentate da Charlie, il fratello minore, un torello sempre pronto alla rissa, e dall’altro la dolcezza, la malinconia del cowboy impersonato da Eli, il fratello maggiore, protettivo, buono, sensibile e aperto al cambiamento.
Questa coppia legata dal sangue trova il suo doppio nella coppia Warm-Morris che non è legata dalla consaguineità, bensì dall’ideale. Un buddy-movie al quadrato, insomma, in cui la prima coppia rappresenta il vecchio Far West, quello di sparatorie e animalità — soprattutto nella metà di Charlie — mentre la seconda rappresenta il nuovo Far West, quello che comincia a introdurre spazzolini da denti e dentifricio, acqua corrente, WC e principi egalitari.

Il film di Audiard non porta sullo schermo soltanto una storia, che peraltro siamo incuriositi a seguire, ma racconta anche un momento di svolta storica che la metà dell’‘800 si è trovata ad affrantare, con il progresso alle porte, in maniera repentina e destabilizzante, e i villaggi che diventano paesi e le città metropoli. Gli uomini si trovano colti nel dilemma tra rimanere belluini o valutare una nuova strada: quella della civiltà.
Il bello del film, per me, sta nei fratelli Sisters. Charlie —interpretato da un magistrale Joaquin Phoenix, al quale i ruoli da zotica testacalda riescono in maniera sublimente — è rozzo e spietato, un cacciatore di teste dal grilletto e dal bicchiere facile, un animale che deve ancora sviluppare una coscienza. Mentre il fratello Eli — interpretato da un bravissimo John C. Reiley — è il suo opposto, o forse, la sua evoluzione: quando l’animale incontra il civile, l’animale incivilisce. Ed Eli è davvero adorabile nei momenti in cui non deve ammazzare nemici o proteggere il fratello. Si porta appresso uno scialle, regalo di un amore di cui non sappiamo nulla, si lava i denti in un mondo western in cui il non lavarsi è la regola non l’eccezione, si prende cura del fratello e lo tira sempre fuori dai guai — la cura in realtà è reciproca e ben simboleggiata nel rito del taglio dei capelli. Il rapprto fraterno disvela una famiglia disfunzionale, con un padre violento che Charlie, il minore, ha fatto fuori, una colpa che Eli non si perdona, perché lui, lui è il maggiore, e lui avrebbe dovuto liberare la famiglia dal diavolo paterno.
La corsa all’oro, vera e metaforizzata, è ben rappresentata in tutta la sua crudele logica. Se Warm ha effettivamente trovato il sistema per portare alla luce — letteralmente — l’oro, dovrà assurmersene tutte le conseguenze — anche cui, letteralmente. E Morris con lui. Forse il loro progressismo, le loro vedute moderne sono troppo progressiste, troppo moderne, per una “società” che sprofonda ancora nella logica dell’impiccalo più in alto. C’è ancora tempo per quello, sembra dirci il finale. Un finale, tuttavia di speranza, di sollievo, in cui un raggio di luce che illumina un dormiente — non dico chi — nel proprio letto — finalmente il proprio letto, a casa da mammà, sembra dirci proprio questo: c’è tempo.

E questo ho chiesto al regista nel Q&A. Dopo aver visto gli altri suoi film, ho notato che il pattern è quello di finali che, se non proprio lietissimi, sono positivi, e aprono alla speranza. Lui mi ha risposto che sì, è così. “Non mi piace finire i film in maniera tragica. È molto più difficile alzarsi al mattino con entusiasmo che disperarsi”.
A l’eccelso Jake, che ha passato mezz’ora a dire di quanto abbia perseguitato Audiard nel corso degli anni per farsi dare una parte, e di quanto il suo cinema l’abbia conquistato da sempre, ho chiesto quale fosse il film del regista che l’avesse colpito maggiormente.
E ora io mi trovo nell’imbarazzante posizione di dovervi confessare che dei cinque minuti di cui ha parlato — sapientemente perché l’eccelso fa parte della categoria “bello con cervello”, come Lola — io non conservo alcuna memoria o annotazione scritta, impegnata com’ero a pensare che Jake Gyllenhaal, l’eccelso, era nella mia stessa stanza, respirava la mia stessa aria e stava rispondendo a una mia domanda, guardando nella mia direzione.
Non ricordo nemmeno il titolo del film che l’ha colpito maggiormente. Nulla di nulla.
Mi rendo conto di essere regredita a groupie in questo frangente, ma non capita tutti i giorni di essere a cinque file di posti dall’eccelso.
Ne riparliamo quando l’eccelso assumerà le sembianze di Ryan Gosling. 🙂

Per concludere sul film. Se siete deboli di stomaco, “The Sisters Brothers” vi metterà a dura prova. C’è tutto quello che c’era nel Far West, e forse anche di più. Vomitate post-sbornia, teste saltate, braccia segate, ragni ingoiati, lercio incrostato. Per me non è stato un film facilissimo da guardare, ma quando sono Board cerco sempre di esserlo davvero e lasciare a casa la viola mammola che sono.
Oltre a questo, c’è molta ironia, molta tenerezza e anche dello humor. Tuttavia il regista ha tenuto a precisare che l’ironia e il cinismo non gli interessano, che non vuole insegnare nulla con il suo cinema. “I just believe in cinema. It has to move me”, ha aggiunto Audiard, per bocca del suo interprete, e co-sceneggiatore.
Un’ultima nota per noi italiani: i costumi sono di Milena Canonero. E speriamo che la collaborazione le/ci porti a casa un Oscar, il prossimo febbraio 😉

E anche per oggi è tutto, Fellows. Sono stata molto lunga, come al solito. Ma ormai, vabbé, ci avete fatto pace, con me, vero?
Lo spero 🙂

Frunyc IV al posto di combattimento, ringraziamenti, tanti, e saluti, collocamente cinematografici.

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