Posts made in ottobre, 2018

LET’S MOVIE 387 da NYC commenta “AT ETERNITY’S GATE” di Julian Schnabel

LET’S MOVIE 387 da NYC commenta “AT ETERNITY’S GATE” di Julian Schnabel

Maledetta me Moviers

che ho aspettato fino all’ultimo weekend.
Il weekend peggiore, e non solo perché l’ultimo — non si aspetta mai l’ultimo, in nulla, finisci sempre per rimetterci — ma perché la pioggia. Lo scorso finesettimana la pioggia ha spinto tutta la popolazione residente nello Stato di New York, tutti i turisti in visita, tutti i businessman di passaggio, tutti quanti tutti, al MET, sfruttando l’ultima occasione di vedere “Heavenly Bodies: Fashion and Catholic Imagination”.
Vi parlai della mostra a maggio, raccontandovi del MET Gala, con tutte le celebrities vestite in base al tema della mostra, che quest’anno, era, appunto, il rapporto fra moda e cattolicesimo.

Mi sono fatta sfuggire i mesi così, come la prima delle principianti che affronta NY senza sapere che a NY non puoi dire “massì oggi che faccio? Vado al MET”. No! Il last-minute è banditissimo qui. Tutto si dimentica. E questo non lo dico solo io. Lavoisier ha riscritto le sue leggi per adattarle a questa città: tutto si crea, tutto si distrugge e tutto si dimentica. Quindi qui funziona che qualsiasi azione, anche la più piccola, anche la più insignificante, come andare in un museo, finisce in agenda, anche se poi finisce che ci vai da solo, e non corri il rischio di dar buca a qualcuno.

Cosa è successo ai miei mesi prima di ottobre? Cosa è successo a giugno? A luglio? A settembre? L’unico a passarla liscia è agosto, grazie alla Spagna e alle sue residenze che mi hanno portato via alla città. Ma gli altri? Ho cercato di fare mente locale. Un po’ come esercizio dal volere psicologico, e un po’ per incastrarmi — ecco, davanti a questa prova, l’imputata appare evidentemente colpevole.
A maggio ero impegnata a tornare a respirare. L’inverno si è protratto così a lungo, quest’anno.
Giugno? Giugno è stato il mese dei concerti all’aperto a Central Park, dei film sotto le stelle lungo l’Hudson River.
Luglio? Luglio è stato il mese dei weekend in bicicletta a Brighton Beach e del caldo assassino — il mio killer preferito.
Poi settembre? Settembre il mese del lutto nazionale. L’estate trucidata da un manipolo di farabutti travestiti da monsoni.
Un lutto lungo un mese?
Sì, un lutto lungo un mese. Lo ricordo alla perfezione.
E poi ottobre subito qui.

Questa difesa fa acqua da tutte le parti.
Per questo, camminando a velocità sostenuta alla volta del MET, sabato scorso, sotto una pioggia autunnale, mi sono maledetta tutto il tempo. E così ho continuato a fare quando sono arrivata e ho trovato una fila senza capo né coda alle biglietterie.
Non potevo sprecare 45 dei 60 minuti che avevo a disposizione per visitare la mostra stando in una fila — per giunta senza capo né coda.
Allora confido nella mia residenza newyorkese. Se risiedi a New York, e puoi provarlo — con la NY ID, per esempio — puoi entrare beneficiando del pay-as-you-wish. 🙂
Ma al banco informazioni mi dicono che purtroppo anche i residenti devono fare la fila.
Allora, come si dice da queste parti, I tried my luck.

Mi presento al banco dei MET Members, ben conscia del fatto che la mia membership è scaduta a febbraio 2018. Non ho alcun titolo per rivolgermi a quel desk.
La signorina di là dal bancone a cui offro il tesserino da Member, mi dice che è scaduto, e che devo fare regolare biglietto alle biglietterie.
“Oh, even if I am a Newyorker?”
“I am afraid so”.
Al ché io faccio un po’ la drama, ma senza piazzate. Come farebbe un newyorkese. E dico, oh no, non ce la farò mai a fare la coda e a visitare la mostra…Ho un impegno fra un’ora…
Aggiungo anche un’espressione dispiaciuta, ma contenuta. Non da Europa dal Sud. Da Danimarca.
La signorina abbocca.
“Ok, I’ll do it for you, Captain”.
Mi chiama “Captain”.
Trattengo l’ilarità solo perché sono nel mezzo del mio film e non posso mandare tutto in malora per una risata.
Mi chiama “Captain” perché il titolo che compare sul mio tesserino da Membro MET scaduto c’è il titolo “Captain”.
“Posso scegliere ‘captain’?” Avevo chiesto, da canaglia, all’addatto delle Membership quando avevo compilato il modulo, scartando “Dr”, “Miss” e “Mrs”.
“Sure”, mi aveva risposto lui, con un sorriso da canaglia complice.
Da allora, che lo crediate o no, per il MET, io sono Captain Fruner. 🙂

Baciata dalla fortuna come mai prima, entro nell’ala di arte medievale e bizantina che ospita la mostra. E giù fioccano le maledizioni.
Capisco l’unicità di ciò che sto per vedere. “Heavenly Bodies” è un evento che non si ripeterà e che rimarrà scolpito nella memoria delle mostre non solo del MET, ma a livello mondiale — è stata la terza mostra più visitata della storia del MET.
Sono davanti a una fila di manichini sospesi a due metri d’altezza, vestiti con abiti di lamé d’oro by Gianni Versace. Lì accanto, calici e piatti e monili d’oro arrivati direttamente dal Vaticano. La conversazione che intessono oscilla fra sacro e profano e sarà sostenuta in tutte le sale che visiterò. Quindi ho presente il valore di ciò a cui assisto. E questo valore — che la memoria traduce in ricordo, la valuta più preziosa di tutte le valute — è intaccato dagli stormi di visitatori che, uccelli neri, invadono le sale. E i miei esuli pensieri sono tutti rivolti a maledire me stessa.
A fatica cerco di isolarmi in una mia dimensione personale che permetta ai capolavori della moda di tutti i tempi di raggiungermi, e parlarmi. A fatica, ce la faccio.
Ci sono modelli di tutte le epoche, stilisti da tutto il mondo. Ma la presenza italiana è ovviamente massiccia. E non solo con i soliti noti che mi aspetto di trovare. Dolce e Gabbana, Valentino e Riccardo Tisci. Ma anche quei nomi italiani che hanno scritto la storia della moda ben prima di loro. Come le Sorelle Fontana, presenti nella mostra con un modello chiamato “Il Pretino”: un abito semplice semplice, inequivocabilmente rassomigliante a quello portato dai preti, che impazzò alla fine degli anni ’50 perché fu indossato e amato da una certa Ava Gardner. Ed Elsa Schiapparelli, la prima vera competitor di Coco Chanel, presente in mostra con una mantellina corta del 1938 in tutto e per tutto somigliante alla zimarra che indossano i chierici.

E poi manichini trasformati in monache. Qualcosa di simile alle monache. Se guardati bene da vicino, si capisce che non sono abiti da novizia, né da badessa. Le linee ricordano conventi e monasteri, ma le reinterpretazioni, insieme a tessuti preziosissimi e linee precise al millimetro, fanno di queste creature — molto più di creazioni — dei veri e propri luoghi di seduzione dove aleggia, da qualche parte, il desiderio. E quando l’immaginario cattolico incontra seduzione e desiderio, capite che l’estasi è inevitabile.

Una mostra così era ad altissimo rischio scivolone.
I curatori avrebbero potuto facilmente cadere nel pruriginoso o nella facile iconografia del proibito e del peccaminoso. Nulla di tutto ciò. La sfera sessuale non è minimamente tirata in ballo. La sensualità che trasuda dai lunghi pudicissimi abiti è data dall’eleganza e dalla solennità stessa dell’abito, tanto che il corpo che lo indossa, è un mezzo per evocare una dimensione superiore, celeste. Proprio come era per i paramenti ecclesiastici nel passato.
Se date un’occhiata al Frunyc IV, potrete capire di cosa parlo.

Dior, Yves St Laurent, Thomas Brown, Raf Simons, Givenchy, Christian Lacroix, Jean Paul Gautier, Alexander Mc Queen (Dio l’abbia in gloria per l’eternità, Amen) si sono tutti ispirati, in determinati momenti della loro carriera, all’immaginario cattolico: ogni artista, dopotutto, persegue il sacro. Farlo attraverso un linguaggio estetico che ha funzionato per secoli, sembra la più naturale delle scelte.

Dopo essere uscita in uno stato mistico che mi ha reso sorella di Caterina da Siena e Benedetto da Norcia, so che non è finita qui.
Sì perché il MET non ha adibito solo le gallerie medievali e bizantine sulla Quinta Strada alla mostra, ma anche The Cloisters, una sede distaccata che sta nella parte alta di Manhattan, intorno alla 190esima Strada.
Ma cos’è The Cloisters? E perché al plurale?
Sentite che storia da Regina Coeli (!)

Nel 1927, New York si mette in testa l’idea di realizzare un sito di bellezza medievale.
E come si fa?
Si ringrazia un certo Rockefeller Jr per le cospicue donazioni, si parte per l’Europa, si saccheggiano — potete anche dire raccolgono se volete — parti di chiese e monasteri, colonne, fontane, frontoni, pietre, vetrate, altari, porte, portoni, persino campane, da Francia, Spagna e Italia, e si portano via nave nella parte alta di Manhattan. Gli si costruisce attorno una struttura molto cistercense di gusto e di forma, et voilà, Manhattan ha il suo sito di bellezza medievale.
Il plurale di “Cloisters” è proprio per via dei cinque chiostri medievali spagnoli e francesi la cui struttura, dopo essere stata trasportata a NY, è stata incorporata nella costruzione del museo.
Questa, a casa mia, si chiamerebbe appropriazione indebita, ma ora casa mia è New York, e forse a New York questa si chiama scambio culturale. Una specie di Erasmus a senso unico che ha degli oggetti d’arte per soggetti.
Certo, tante nazioni sono tristemente unite dalla pratica del saccheggio di opere d’arte. Ma nel ’27? Un’epoca così recente? E soprattutto, con un piano così lucido, da Lupin III? Sotto la luce del sole?
Ancora stento a credere che un taglia-e-cuci, anzi, uno scomponi-ricomponi come The Cloisters sia stato permesso.
Ma magari c’è una causa aperta di cui ignoro l’esistenza.

Mi ritaglio tre ore di tempo e vado a The Cloisters lunedì, ultimo giorno possibile — l’8 ottobre. È vano sperare che il lunedì possa facilitare una visita meno affollata. L’8 ottobre è stato il Columbus Day.
Ciononostante, arrivo a un orario ragionevole, e la vera mandria arriva quando io me ne vado — qualche Santo, forse Versace, nel paradiso della moda deve aver guardato giù.

Se l’effetto degli abiti nella galleria medievale e bizantina al MET sulla Quinta Strada mi aveva fatto provare provare emozioni di mistico delirio, provate immaginare cosa ho provato incontrando modelli di Alexander McQueen, Dior, Balenciaga d’ispirazione cattolica in una cornice come quella di un convento…
Ho girovagato per tre ore in uno stato di grazia mariana, conscia che se la morte fosse giunta lì, l’avrei accolta con il sorriso sulle labbra e le braccia aperte: la bellezza fa bella anche la morte — forse anche le turiste con le Birkenstock e i calzini bianchi.
Cheddirvi? Una cappella è stata riservata a un abito da sposa di Dior — “Hymnée”. L’abito davanti a un crocifisso, una luce sistemata in maniera furba, in modo da gettare un’ombra tattica tutt’intorno. La musica di Schubert in sottofondo.
Cheddirvi? Una sezione del piano interrato ospitava “Il Giardino dell’Eden”: una decina di pezzi Alexander McQueen (Dio l’abbia sempre in gloria per l’eternità, Amen) con motivi memori di Hyeronimus Bosch e de Chirico.
Cheddirvi? Un abito in oro e tulle di seta by Valentino, evoca i campi di grano dipinti da Van Gogh. E un abito in seta vermiglia e chiffon nero sboccia come una rosa rossa dall’anima dark dentro un confessionale di legno risalente al Medioevo.
Cheddirvi? Un chiostro interno dal cui soffitto pendono lunghi mantelli neri by Valentino, e l’effetto è quello di quando incontrate l’arte di Magritte, che tante volte ha riempito il cielo dei suoi quadri di omini sospesi in abito scuro.
Cheddirvi? Questa è, by far, la mostra migliore a cui sia mai stata.

Un unico rammarico — a parte averla vista con troppa mandria turistica attorno. Il rammarico si rivolge, ancora una volta, all’Italia. L’Italia che non solo ha gli stilisti, ma che avrebbe i luoghi 100% original in cui ospitare una mostra come questa, e che non dovrebbe saccheggiare nessuna Francia, nessuna Spagna. L’Italia ha gli originali!
Eppura l’Italia non se ne esce con un’idea come “Heavenly Bodies”. Non le passa nemmeno per la testa di rileggere l’estetica clericale attraverso la lente della moda — in cui peraltro eccelle da secoli! — e di sfruttare una delle infinite location a sua disposizione per ospitarla. Ma nulla. Dobbiamo aspettare che l’America si porti qui l’Europa per fare quello che noi potremmo — dovremmo — fare. Dobbiamo ringraziare il MET e i suoi curatori sempre più avanti di tutti, quando gli italiani potrebbero già essere talmente avanti da mettere le crisi d’identità al futuro.
Questi pensieri, tuttavia, non hanno minato la mia estasi. Nella mia immaginazione, ho indossato ogni singolo abito visto — persino la corona di spine disegnata da Alexander McQueen e chiamata “Dante”.

Questa settimana è proseguito il NY Film Festival, che mi ha messo sul piatto proiezione e conferenza stampa
Di “At Eternity’s Gate”, il film di Julian Schnabel su Vincent Van Gogh che è valso la Coppa Volpi a Willem Dafoe all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Ci ho scritto un articolone che è uscito su La Voce di New York, e che più o meno dice così…

Cosa succede quando un artista decide di fare un film su un artista? Alcuni pensano sia un cortocircuito che sprigiona troppa energia, e optano per lo scetticismo. Altri, come noi, che amiamo le centrali elettriche in forma di talento, e mettiamo in preventivo il rischio sovraccarichi, sono andati alla proiezione di At Eternity’s Gate con curiosità e fiducia: quando un artista decide di fare un film su un altro artista, semplicemente lo segui. Se poi non ti porta da nessuna parte, avrai semplicemente perso un paio d’ore.
Julian Schnabel, in questo caso, non solo ti porta da qualche parte. Ma per due ore ti fa essere Van Gogh. Perché At Eternity’s Gate non è il biopic lineare che ci si potrebbe aspettare da qualsiasi regista invaghito dalla vita del pittore — chi, obbiettivamente, non ne subisce il fascino? Ma, come abbiamo avuto modo di confessare al regista dopo la proiezione, At Eternity’s Gate è il film che avrebbe girato Van Gogh su se stesso se Van Gogh fosse stato regista. E questo non lo rende un’opera per tutti, ma per coloro che sono disposti a lasciare la propria corazza di sanità e di intraprendere un viaggio di due ore sulle vette dell’estasi creativa e giù nei meandri dell’incubo, dell’alienazione.
l film è stato presentato all’interno della Main Slate, la categoria dei film principali del NYFF, e ha portato, sul palco del Walter Reade Theater, sia il cast con Willem Dafoe, Oscar Isaac, Ruper Friend, sia il trio che ne ha firmato la sceneggiatura — Julian Schanbel, Jean-Claude Carrière e Louise Kugelberg — che si sono prestati a commentare, pur brevemente — troppo brevemente! — il making-of del film.

“Non volevo fare un film su Van Gogh”, confessa Schnabel, “Io e Jean-Claude eravamo al Musée d’Orsay, e Jean-Claude ebbe un’epifania…”, aneddoto che Carrière prosegue a raccontare, “Grazie a Julian, abbiamo goduto di una visita privata al museo. Eravamo soli. E ci siamo trovati davanti a un autoritratto molto triste di Vincent. Un autoritratto in cui aveva usato tre tipi diversi di blu per marcare il contorno dei suoi occhi, e un rosso vermiglio. Era come sentire il battito del suo cuore. Non ho mai provato una sensazione simile in vita mia. Era come se Van Gogh ci stesse seguendo”. La parola torna a Schnabel, “Allora abbiamo buttato giù il copione. Ma non ho pensato in termini di struttura. Ho pensato a delle vignette, come se lo spettatore uscisse dal cinema così come uscirebbe da un museo — portandosi con sé delle vignette delle cose che ha visto”.
E in effetti la cronologia della vita dell’artista è rispettata a grandi linee, ma quello che interessa a Schnabel è più che altro restituire l’esperienza di Vincent uomo e artista, il suo percorso che rasenta la follia e che poi ci finisce dentro, per poi riuscirne, e per poi rifinirci dentro di nuovo, in un in-and-out che lo condannerà a uno stato di turbe momentanee, consacrandolo, ciononostante, all’eternità della storia dell’arte.

Quindi abbiamo il periodo trascorso Arles, dove Vincent vive una stagione di furore artistico, ma dove al contempo subisce le angherie dei paesani piccoli e diffidenti, che vedono in lui il matto da punire e allontanare — “mi sento un esule, un pellegrino… Del resto anche Gesù era totalmente sconosciuto e perseguitato quando era in questo mondo”, deduce Van Gogh, lettore delle Sacre Scritture. Abbiamo l’anno trascorso presso l’istituto psichiatrico di Saint-Rémy de Provence, dove Vincent dipinge qualcosa come centocinquanta dipinti tra il 1889 e il 1890. E gli ultimi due mesi a Auvers-sur-Oise, dove ne dipinse ottanta, in una furia creativa che supera persino gli anni arlesiani. Tutto questo è inframezzato dagli eventi salienti che hanno puntellato la biografia — e la sua sanità — del pittore. L’amicizia complicata con Paul Gauguin, l’episodio del taglio dell’orecchio, il rapporto tenerissimo con il fratello Theo — colui che più di tutti tentò di proteggere e incoraggiare il talento di Vincent. Tutti questi elementi, legati alla sfera biografica ed emotiva, occupano lo schermo in maniera frammentata. Così abbiamo un frammento — struggente, mirabile — del legame fortissimo con Theo in un momento d’infinita dolcezza: Vincent assopito nel letto dell’ospedale psichiatrico, Theo sdraiato accanto a lui, la cinepresa vicinissima ai loro volti, come per restituirci il calore che solo un rapporto fraterno autentico può sprigionare. E abbiamo frammenti di vita quotidiana. Le peregrinazioni per i campi inondati di sole, nel più classico dell’immaginario vangoghiano — l’estasi fanciullesca del pittore. Oppure le finestre intrise di pioggia, gli scarponi malandati che diventeranno soggetto di un suo quadro, le radici degli alberi, i matti che camminano in circolo dentro un manicomio — lui insieme a loro.

La soggettiva è il linguaggio che Schnabel sceglie di adottare. La cinepresa sta addosso ai personaggi, assume prospettive scomode, l’occhio si fa sfocato, la pellicola sgranata. La sensazione è quella di trovarsi in un mondo deformato, disturbato da qualcosa che incombe e che non sappiamo spiegare. Quel qualcosa è la follia, che bracca Vincent, e che, in base agli intenti “transfert” del regista, insegue noi.
“Ci sono moltissime parti di questo film che sono in silenzio, e moltissime parti narrate in prima persona. È come se non stessimo guardando un film su Van Gogh, ma come se fossimo Van Gogh”, commenta Schnabel in conferenza stampa. E ricorre anche a una tagliente, doverosa battuta ironica, quando una giornalista gli chiede se la scelta di sfocare certe immagini, specie all’inizio, sia stata voluta. “Voluta? Nah, sarà stata un svista…”, butta lì, sornione. Ebbene, non solo è voluta, ma ricercata con cura maniacale, attraverso immagini fuori fuoco, camera a spalla, inquadrature sottosopra.
“Mi era capitato di comprare per sbaglio un paio di occhiali bifocali. Li ho messi per gioco davanti alla lente della cinepresa. E quello era l’effetto che ricercavo per rendere la follia, e catturare la paura che deve aver provato Vincent. Penso che fosse spaventato a morte dall’idea di diventare pazzo”.
Ineccepibile l’interpretazione di Willem Dafoe, le cui rughe e il cui viso scavato di sessantenne cantano benissimo l’anima vecchia del giovane trentasettenne Vincent. Racconta l’attore, “Avevamo una sceneggiatura robusta a cui affidarci. Andavamo sul set la mattina presto, giravamo in fretta, e poi avevamo il pomeriggio per camminare nella natura e farci ispirare. È stato tutto molto naturale, e il pensiero che avevo era quello di godere a pieno dell’esperienza che stavo vivendo”.

In conferenza stampa anche Oscar Isaac, che sullo schermo, nel ruolo poco incisivo di Paul Gauguin, ci ha fatto rimpiangere il sanguigno, credibilissimo Anthony Quinn: la sua interpretazione in Brama di vivere (Lust for Life) di Vincente Minnelli, gli valse l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 1956, e gli bastarono una manciata di minuti di recitazione per guadagnarselo — Dafoe, di contro, tiene testa a Kirk Douglas, che di Vincent diede un’interpretazione parimenti convincente.

È evidente che i tre sceneggiatori hanno saccheggiato a piene mani lo splendido epistolario fra Theo e Vincent. Le citazioni sulla pittura, sulla vita, Dio, la bellezza, la malattia, l’emarginazione, l’esistenza sono sparse per tutto il film, e molto spesso vengono ripetute due volte, quasi per dar modo allo spettatore di capirle a fondo, e di non lasciarle scivolare via insieme allo scorrere della pellicola. “Volevo far dire a Van Gogh cose sulla pittura che volevo sentirgli dire”, ammette Schnabel. Il rischio, in alcuni punti, è quello di scendere nella deriva del citazionismo e mettere a repentaglio l’equilibrio volutamente squilibrato che At Eternity’s Gate persegue. E di scivolare nell’accademico. Ciò non succede. Schnabel si salva: il tipo di spettatore che sceglie di vedere questo film sul pittore sa di trovare pane per i suoi denti, tanto che potrebbe uscire con le mani piene di perle, avesse la pazienza di raccoglierle su un taccuino, cosa che ho fatto per voi, e che condivido di seguito.

“Quando mi trovo davanti a un paesaggio, vedo l’eternità. Magari sono il solo a vederla, ma la vedo.”
“A volte la mente mi sfugge… Sente di perderla. A volte vedo fiori, angeli, esseri umani, a volte mi parlano. Quando sono in quello stato, non mi rendo conto di ciò che potrei fare. Potrei anche uccidere. O gettarmi da un burrone”.
“Mi sento perduto quando non sono nella natura. Quando la guardo, vedo i legami che ci uniscono tutti”.
“Ho bisogno di uscir fuori e scordar me stesso. Ho trascorso tutta la vita da solo in una stanza. E ho bisogno di dipingere veloce. Ho bisogno di trovarmi in uno stato febbrile. Più dipingo in fretta, più sono felice.”
“C’è qualcosa in me, non so cosa sia. Vedo cose che nessuno vede, e voglio condividerle con gli altri, per mostrare loro com’è veramente la vita”.
“Dipingo la luce del sole”
“Sono un pittore. Non riesco a far nient’altro. Dio mi ha dato questo dono. Forse Dio ha scelto il periodo sbagliato, io sono per le persone che non sono ancora nate”.
“Dipingo per smettere di pensare. Penso al rapporto con l’eternità. Stazionano molte distrazioni e fallimenti, al limitare di un dipinto riuscito”.

E anche per oggi, eccoci in fondo –siete arrivati fino in fondo??
🙂

Consiglio vivamente quattro passi nel Frunyc IV per capire “Heavenly Bodies”.
Vi ringrazio sempre tanto e vi porgo dei saluti, stasera, maledettamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 386 da NYC commenta “ROMA” di Alfonso Cuaron

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Mental Moviers,

ci sono dei momenti, in qualsiasi lingua, in cui le parole, perdono il primato della parola più trendy e lasciano il posto a nuove parole. Io immagino ci sia un ospizio per le parole passate di moda, ma certo non posso dirlo con sicurezza. Questo capita a tutte le lingue. La pischella e il paninaro, per esempio, due perle degli anni ’80 che, guardate da vicino nel 2018, hanno perso tutto lo smalto. Lo stesso dicasi per “ganzo”, che ha fatto di me una teenager mono-aggettivale per tutto il biennio1995-96.
Capita anche all’inglese. Pensavate voi che “insane”, oppure “crazy”, fossero sempiterni? No, non lo sono.
Oggi sono minacciati da “mental”.

“This week was absolutely mental for me”. Così mi dice Vivek.
Vivek è indiano di nascita — non nativo indiano, indiano dell’India. Trasferito in Canada all’età di tre anni. Poi spostato a Phoenix, Arizona, e da un annetto qui a New York. Fa il Business Intelligence Director alla Columbia Univerity, se vi interessa. E mi ha rivelato dei segreti mica da ridere su quanto gli americani — specie gli ebrei americani — facciano donazioni da milioni e milioni e milioni di dollari all’ateneo… E senza nemmeno dover insistere troppo. Lo fanno di natura.
Ma torniamo alle parole…
“Mental” sta per “fuori di testa”. E ci sta.

Barba da talebano e animo hip-hop, Santek, a un’opening di una mostra presso la Municipal Art Society, nel Greenwich Village, mi butta lì un “You are dope, maaaan” quando gli spiego un po’ la mia storia — e su “instagrammable” per il momento soprassiedo…
Ora vi prego di sostituire “cool” con “dope”, oppure di affiancarglielo se siete troppo affezionati.
“Dope” sta per “da droga”, “da paura”. Non siate troppo sentimentali quando toglierete il primato di “cool” dal vostro lessico di quotidiano stupore.
Io sono ben felice che gli americani ricorrano a un altro modo per dire che qualcosa è fico, perché, parliamoci chiaro, lo abusano in maniera impropria, anche in contesti in cui un italiano farebbe uno sforzo per trovare aggettivi più consoni.
Ho dovuto far scrivere ai miei studenti del Mercy College un paper: “Vai in un posto italiano, frequenta un evento italiano e descrivi cosa ti ha colpito dell’esperienza” — questa, sostanzialmente, la traccia, per un paper assolutamente inutile, giacché da scriversi in inglese.
Thomas, molto meritoriamente, è andato a visitare Magazzino Italian Art, il bel contenitore che contiene tanta Arte Povera del secondo ‘900 italiano a Cold Spring.
A parte rimanere molto stupita della briga che si è preso di andare Upstate NY, in tre paginette ho contato cinque “cool”, per descrivere opere d’arte, di un’importanza assai capitale, e non solo per l’Italia — One thing I forgot to add was that a lot of artwork used shadows which was really cool… I spent a good while at the art museum giving thought to each piece of work and overall it was definitely really cool how they pushed subtleties in work
Definitely really cool.

Ma quando noi scrivevamo un tema d’italiano alle superiori, o un essay all’università, ma dicevamo “Penso che sia molto fico che” o “a mio parere è fico che l’artista voglia…”. Non mi risulta, ma magari ero solo io che mi arrampicavo sulla scala della sinonimia, chissà.

Non solo Santek mi ha nominato “dope”. Ed è questo che mi ha acceso una spia. Quando senti una parola una volta, fai la faccia basita. Quando la senti la seconda volta, fai la faccia dell’uomo ricco che s’intasta un assegno.
Parola nuova, tesoro nuovo.
Dovevo dirvi di una micro mostra che sono andata a vedere a SoHo. Ecco.
Il venerdì olimpico in cui ho ricevuto le copied di Bitter Bites from Sugar Hills — e ora, udite udite, lo potete pre-ordinare su Amazon e ammirare su Small Press Distribution 🙂 — mi sono diretta al Morrison Hotel and Art Gallery, 116 Prince Street.
Il Morrison funziona un po’ come lo spazio Domenico Vacca — ricordate? Un accostamento di attività diverse, tutte sotto lo stesso tetto. Ma devo ancora capire se il Morrison sia un hotel di fatto oltre che di nome, e se sì, dove si nasconda. Credo nel suo caso si realizzi il fenomeno del name-displacement, come quando chiamano un risporante “La sacrestia”, o “Il convento”, e tu non è che devi domandarti dove si saranno mai cacciati preti e suore.

Quando arrivo, salgo una scala strettissima e mi ritrovo in una stanza assai grande, ma non certo il MoMA. Un ufficio, con tre tavoli, pareti bianchissime, legno per terra, le finestre ricamate all’esterno dalle scale antincendio. A SoHo, tante scale antincendio sono bianche, e questo fa di SoHo, SoHo. Nel resto di New York, le scale antincendio sono nere. E questo fa di New York, New York.

Mi accoglie Matthew, un gayissimo gentilissimo che, appena dico, “I am Italian”, sbotta in un “OMG, Italy is sooo dope”.
E lì, si accende la spia di cui sopra: “dope” entrato nel quotidiano lessicale della città.

Da quando sono qui, è sempre un po’ un problema dire da dove vengo.
Vengo dall’Italia ma abito a New York. Quanto tempo dovrà passare prima di poter dire “Sono di New York”? Ma poi, voglio proprio dirlo, “Sono di New York”? Me lo chiedo perché ogni volta mi sento sempre in dovere di rivelare che sono italiana. Lo infilo ogni volta. Mi chiedo il perché.
Tutto il mondo capisce dal mio aspetto che non sono americana. Alcuni sentono che c’è un accento nel mio inglese. Ma non un accento italiano. Per questo rimangono stupefatti quando dico, “I am Italian”.
E poracci, questi americani. Non è che se sei italiano si aspettano che parli l’inglese del Padrino o dei Good Fellas, ma cerchiamo di capirli. Il 98% degli expat parla un inglese con un fortissimo accento italiano.
Non c’è da meravigliarsi se gli autoctoni strabuzzano gli occhi quando sentono un’italiana con una pronuncia inglese accettabile.
Dire che si è italiani è sempre un piacere, a New York. Ma penso un po’ dappertutto, all’estero. Si aprono dei gran sorrisi, si rimestano ricordi “Oh Italy! I have been there to…” e via con la brochure dell’Ufficio del Turismo. Oppure si sgranano occhi sognanti, ma vaghi — “Oh Italy…”, e chissà quali immagini riempiono quei puntini di sospensione quando sospirano “Oh Italy…”.

Per omaggiare il bel paese, Matthew mi dice, “I am Matteo”. Come il mio amico Hemingway, anche lui pronto a rinnegare Matthew e passare alla sua controparte italiana.
È originario di Montreal. E lo lusingo, decantando la città. In realtà ci sono stata tre giorni qualcosa come dodici anni fa or so, sotto una pioggia torrenziale, in cui ho maledetto il Canada ogni singolo minuto. Quindi ho dei ricordi nebulosi della città. Ma ricordo, tuttavia, la gran concentrazione museale, e un senso d’Europa, da qualche parte. Lo stesso che pulsa a Boston.
Matteo mi spiega della micro mostra che hanno allestito. S’intitola semplicemente “Hip Hop” e raccoglie una trentina di scatti fatti ad artisti hiphop e rap negli ultimi trent’anni. Fra loro Biggie, Tupac, Eminem, Run-DMC, NWA, Public Enemy, Dr. Dre, Lil’ Kim, Beastie Boys, 50 Cent, Kendrick Lamar, OutKast, Snoop Dogg, Jay-Z, Nicki Minaj, Kanye West, ASAP Rocky, Wiz Khalifa.
Le foto sono quasi tutte in bianco e nero, tranne tre o quattro. Fra queste, ne spicca una che porta l’arancio della tuta e l’oro della zecca che Jay-Z si porta addosso, in uno scatto in cui aveva 18 anni — e sicuramente 18 kg — in meno.
Lo scatto è un cimelio.
Al fotografo, il noto Thimothy White — quel Thimothy White che immortalò i Guns’ N Roses nella loro prima copertina di Rolling Stones — capita di ospitare l’amico Jay-O nel suo loft di Los Angeles. Siamo nel 1988. Noi si guardava “La casa nella prateria” e Sarah Ferguson dava alla luce la sua primogenita — non fate domande, non so perché lo ricordo. Jaz-O deve farsi scattare delle foto da Timothy. E si porta appresso questo bro, questo ragazzone che in realtà è un ragazzetto di 18 anni. Dice a Thimothy “Oh, hey, this is my friend”, un bro da New York, che sto seguendo, lo produco, gli ho trovato un nome. Jay-Z.
Thimothy scatta delle foto a Jaz-O e Jay-Z, e a Jay-Z da solo. Poi le mette via in una cartella. E se ne scorda per trent’anni. Poi come sempre succede quando fai repulisti, ecco che la cartella spunta fuori dal nulla. Ecco le foto. Ecco la foto di Jay-Z a 18 anni.

Se lo guardate, lo vedete che è lui. Quell’aria da “ne vedo di tutti i colori ma non mi compatite ve la canto e ve la suono come mi pare”. Quelle labbra che sono cuscini, sopra cui saranno rimbalzati dei gran pugni, quando Jay-Z viveva e spacciava al Marcy Project di Bushwick — che sta a New York come le Vele stanno a Napoli. Oggi i cuscini accolgono la bocca di Byoncé, e per un periodo anche quella di qualcun’altra — un tradimento che quel dritto del nostro rapper ha trasformato in un successo colossale con l’album e il tour 4:44. E poi l’arancio della tuta, che a stento s’intravede sotto tutto quell’oro — vero — che lo ricopre. Una corazza dorata contro un mondo di fakeness.

Io sono incantata. Certo dal ritrovato Jay-Z. Certo dallo scatto a Eminem, our beloved baby Bunny boy, nel 2002, quando era nella sua fase inkazzosissima. Capello ossigenato, due ditoni medi davanti a sé e dietro il suo ghigno da bad boy che convince solo i suoi detrattori: i suoi estimatori lo estimano perché vedono ancora più dietro di tutto.
Perché con tutte le mega mostre a disposizione, questa micro mostra?
Per l’intuizione. Un’intuizione che è stata replicata anche alla Municipal Art Society, dove ho conosciuto Santek, il cantante hiphop molto “dope”.
L’opening, lì, era per “Close to the Edge: The Birth of Hip hop architecture”, un’altra micro mostra che osserva come l’hiphop abbia influenzato l’architettura urbana dagli anni ’80 in poi.

Questi sono dei segnali. Prima o poi arriverà anche il MoMA con la sua mega mostra sull’hiphop. E allora avremmo finalmente la consacrazione nell’olimpo dell’arte.
Sarà molto dope.
E anche un po’ mental.
🙂

Questa settimana è stata graziata anche dalla visione per la stampa di “Roma”, all’interno del NY Film Festival. E dalla conferenza stampa post-proiezione con lui, il regista, Alfonso Cuaron. Oltre a essere un genio assoluto del cinema contemporaneo, Cuaron ha anche quel fascino stropicciato dell’uomo d’intelletto che si nasconde dentro l’uomo del sentimentale. Non so come la pensate voi, ma per me la combinazione è fatale.

È andata così. Contatto il mio contatto al Lincoln Center per sentire se ci sono posti per i due film italiani in programma, e in aggiunta, “Roma” e “At Eternity’s Gate” di Julian Schnabel — il film su Van Gogh che muoio dalla voglia di vedere.
Il contatto mi dice, spiecente Sara, i due film italiani sono sold-out, ma se vuoi ho un posto per l’anteprima stampa di Cuaron e Schnabel.
Secondo voi potrei mai non aver voluto?
Ed eccomi venerdì mattina ad andare al Walter Reade Theater. Sala gremita di giornalisti. Mi piazzo in seconda fila.
Cuaron ha da gustarsi da vicino.

“Roma” è un capolavoro. C’è poco da dire. Di film belli ne ha fatti, ma questo è il suo capolavoro, e a Venezia c’hanno visto giusto, assegnandogli il Leone d’Oro. Lo capisci già dalla scena iniziale: un pavimento bagnato di acqua saponata, il rumore di una ramazza che ramazza. Cinque minuti passano così, e in quei cinque minuti Cuaron scrive la sua regola di poetica numero uno per questo film: rendere omaggio al passare naturale del tempo.
Ce l’ha detto lui in conferenza stampa.

Roma è il quartiere di Città del Messico in cui Cuaron ha vissuto infanzia e giovinezza. Roma lo celebra partendo dall’interno di una casa, di una famiglia borghese che ha moltissimo della sua famiglia, a cominciare dall’amatissima domestica Libo, Cloe nella finzione del film, il centro attorno al quale il film gravita.
Tutto sembra perfetto nella grande casa sullo schermo. Sofia, la madre, biochimica di formazione ma casalinga di lusso per badare alla famiglia, il padre, stimato medico, quattro bei figli, la nonna, e la domestica devota. Ma questo apparente quadretto di perfezione Mulino Bianco s’incrina dopo poche scene, quando scopriamo il poco di buono di cui Cloe s’invaghisce, e che farà di lei una sedotta e abbandonata con tanto di gravidanza non voluta. Quando scopriamo, anche, l’infedeltà del marito di Sofia, e la sua decisione di lasciare la famiglia — altro aneddoto autobiografico del regista.
Accanto alla storia personale vissuta dai protagonisti, con la delusione di Cloe, il sogno infranto di Sofia, la Storia sfila nel film attraverso episodi collettivamente drammatici, come il Massacro del Corpus Christi del 10 giugno 1971, quando un numero imprecisato di studenti manifestanti furono uccisi da un gruppo paramilitare.
Tuttavia è l’interno, il luogo che Cuaron vuole esplorare con la sua macchina da presa: l’intimo domestico — la casa — e l’intimo suo, l’archivio della sua memoria.
“È un film sui miei ricordi. Personale. E sugli strumenti emotivi a cui ho attinto”, ci dice nella conferenza stampa dopo la proiezione del film. “Ho cullato il progetto per molti anni, ma non ero pronto a lasciare andare le cose. Dovevo affrontare del materiale della mia vita personale che mi risultava difficile affrontare”.
Lo spettatore capisce immediatamente che ciò che sta guardando non è la semplice narrazione di un racconto, come tanti racconti. Da subito, si percepiscono la vita e il suo svolgersi, con i tempi e i ritmi veri, naturali, dello scorrere del tempo, come dicevo prima.
“Volevo onorare il senso del tempo, e volevo onorare lo spazio. Lo spazio e il tempo ci lasciano, alla fine, ma segnano la nostra vita. Per me la memoria funziona esattamente così.”
La quotidianità della famiglia è osservata con una meticolosità e una cura che non hanno nulla di morboso, e nemmeno di semplicemente naturalistico. Un piatto con del cibo, i panni lavati e stesi al sole, un’automobile che fa manovra in un garage per non toccarne le pareti, persino le cacche del cane di famiglia nel cortile. Tutto è annotato, con grazia ma senza giudizio, dalla macchina da presa, dietro cui c’è l’occhio di Cuaron che ri-guarda un passato ancora chiaramente presente e vivissimo dentro di lui. E allo sguardo che abbraccia il grande urbano di Città del Messico così come il piccolo domestico della casa —uno sguardo che ha molto, moltissimo del poeta, in grado di cogliere il macro tanto quanto il micro — si affianca la dimensione del suono, impiegata con attenzione ed estro dal regista.
“Se per Proust era il sapore che azionava il grilletto della memoria, per me è l’odore. E l’ho ricreato, cinematograficamente, attraverso il suono, cercando di catturare i rumori di una città, e la musica di una società in un determinato momento storico”.

Oltre a spazio e tempo, Roma celebra anche le donne. Non eroine, non sgualdrine, ma anime che sopravvivono, con grazia, alle asperità contro cui le loro vite si trovano a sbattere, chi, come Cloe, scoprendo nel ragazzo appena incontrato l’uomo decisamente sbagliato, e chi, come Sofie, scoprendo lo stesso nel proprio marito.
Un film dal patrimonio genetico femminile, ma non femminista, che si limita a porgere una realtà narrativa allo spettatore, lasciando a lui il compito di decifrarla come meglio crede — ovvero ciò che ogni regista dovrebbe fare. “Non volevo dare alcun tipo di risposta”, commenta Cuaron, e quando gli faccio notare — sì io, pazza — che gli uomini, in questo mirabile affresco emotivo del Messico degli anni ’70 — che potrebbe essere benissimo l’Italia degli anni ’70 — gli uomini risultano piccoli, ridicoli e violenti, come il ragazzo di Cloe, codardi e deboli, come il marito di Sofia, Cuaron risponde, “Non c’è mai stato un progetto intellettuale dietro questo film. È un lavoro puramente emotivo. E sì, è vero, è proprio un affresco, un murale su cui è dipinta la storia di una famiglia. E sì, potrebbe essere l’Italia. E potrebbe essere l’India di Bombay, come qualcuno mi ha fatto notare”. Io naturalmente stavo per morire, ma come diceva Gabriel Garçia Marquez, ho vissuto per raccontarlo. 🙂

Eppure, nonostante lo scavo nella memoria al lavoro in Roma, Cuaron non indulge nella nostalgia, anzi, la rifugge, ricorrendo a un linguaggio visivo che potrebbe superficialmente far pensare il contrario. “Ho usato il bianco e nero, ma non è un bianco e nero nostalgico, è digitale. È un punto di vista dal presente sul passato, non del passato su se stesso”.
Questa scelta stilistica aumenta notevolmente il peso estetico del film, il cui nitore ricorda quello della fotografia di Sebastiao Salgado. La sensazione è quella di trovarsi in una galleria d’arte mobile e, per una volta, guardare le opere d’arte scorrere davanti ai propri occhi — noi fermi, loro in movimento. Le opere d’arte sono gli oggetti della quotidianità. Un telefono, un piatto, un canale di scolo con un omino giocattolo abbandonato a se stesso.
Roma è drammatico, penosamente, dolorosamente drammatico: durante un momento molto cruento del film, il parto di Cloe, la sala del Walter Reade del Lincoln Center ha risuonato distintamente di singhiozzi — dietro di me un giornalista alto due metri per 100 kg, il suo pianto inconsolabile. Ma non è una tragedia.
“La vita è un posto di solitudine. Ma la vita ti sorprende. Ci sono elementi che sfuggono al nostro controllo. Nelle relazioni, puoi esercitare il controllo, ma solo fino a un certo punto. Devi imparare a trattare con la casualità”.
Per tutti quelli che hanno l’occhio un po’ clinico, non sarà difficile notare quanto l’acqua, tra tutti gli elementi presenti, sia quello che s’infiltra, letteralmente, in tutto il film — per lavare un pavimento, spegnere un incendio, portarsi via due bambini.
Alla conferenza stampa erano presenti anche le due protagoniste, Yalitza Aparicio — nei panni di Cloe — bravissima attrice non professionista alla sua prima esperienza attoriale, e Marina de Tavira — Sofia. Entrambe hanno raccontato l’approccio assai spiazzante di Cuaron alla recitazione, “Abbiamo lavorato senza copione: Alfonso arrivava al mattino e ci dava la descrizione delle scene del giorno. Solo quelle. Abbiamo lavorato giorno per giorno. È stato difficilissimo per me, all’inizio. Ma poi ho capito: la vita ti sorprende, e per restituirla in maniera naturale, dovevamo farci sorprendere. Quello è stato il processo che abbiamo adottato”, ha raccontato Marina de Tavira.
Struggente e nello stesso tempo pieno di vita e di speranza, con una geometria narrativa ineccepibile che apre il film sulla terra bagnata dall’acqua e lo chiude sul cielo, Roma è proiettato a Los Angeles, dove gli auguriamo tutti gli Oscar che l’edizione 2019 potrà portargli, orgogliosi che Venezia l’abbia consacrato per prima 😉

E anche per stasera abbiamo pipponato alla grande… Sarete ancora lì, vivi, oppure sarete caduti sul campo?
Io, dei Moviers, dico sempre, ma chi li ammazza quelli?, quindi ho la risposta.
Frunyc IV aggiornato e saluti, schizzatamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 385 da NYC commenta “LA FAVORITA” di Yorgos Lanthimos

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Forse Fellows

dovrei limitarmi al caso che sta tenendo gli americani con il fiato sospeso sin da quando è scoppiato, qualche settimana fa. Mi riferisco a Brett Kavanaugh, candidato alla Corte Suprema proposto da Trump contro Christine Blasey Ford, la dottoressa che lo ha accusato di aggressione quando lei aveva 15 anni, lui 17. Un’udienza, quella di giovedì pomeriggio, seguita da milioni di americani.

Io, che il giovedì finisco a mezzogiorno all’FIT, e spalanco braccia e porte al weekend, ho approfittato del sole e delle temperature paraestive per farmi una corsa via dalle strade trafficate, e ascoltarmi l’udienza in santa pace.
Ho sentito parte della deposizione di lei, Christine, la voce un filo, rotto molto spesso dall’emozione. E poi ho sentito lui, Kavanaugh. Prima la sua rabbia, poi la sua voce, rotta, nel suo caso, dal pianto.

Il caso è spinosissimo. Entrambi sono molto credibili, ma uno dei due sta platealmente mentendo. La Commissione di Giustizia del Senato ha deciso di avviare un’indagine dell’FBI.
Sono passati trent’anni, cosa troveranno i cops, mi chiedo.

Ora, a prescindere da tutto.
Kavanaugh ha ammesso di aver fatto uso di alcolici al liceo e all’università, di aver fatto, detto e scritto — nei suoi diari — cose sciocche, di cui si vergogna.
Chi non le ha fatte, dette e scritte, in gioventù, mi viene da assentire, in un moto di perversa comprensione. Ma il fatto è che la Corte Suprema è il più alto organo giuridico degli Stati Uniti. Uno dei nove giudici è la nostra Ruth Bader Ginsburg — ricordate la Notorious RBG? — la personificazione dell’irreprensibilità, dell’integrità morale e comportamentale. Una vita di dedizione, sacrificio. Non ce la vedo, Ruth, a tappezzare il diario di ritagli di Cioè (!) e a giocare al gioco della bottiglia.
Quei nove dovrebbero essere degli Ubermensch — RBG una donna bionica lo è di certo — i più irreprensibili, i più integerrimi del paese. Devono decidere e legiferare sulle macro questioni legali, etiche, esistenziali del paese. Al di sopra di loro c’è solo Dio. E per abitare un piano sotto Dio non puoi assolutamente essere coinvolto in questioni d’immoralità. Ti giochi il loft. Kavanaugh se l’è giocato. Ha fatto una figura povera, davvero povera.
Non vuoi sentire un coinquilino di Dio piagnucolare “I did many stupid things when I was a teenager, as any teenager does”, non vuoi sentirgli dire “I cringe with shame” — rabbrividisco dalla vergogna — anche se si tratta di gare di meteorismo… E non vuoi sentirgli dire “Mi piace la birra, come a chiunque”.

La sua posizione si è aggravata ulteriormente dopo che una sua ex compagna ai tempi di Yale, lo ha accusato, qualche giorno fa, di aggressione. Pure lei.

È giusto condannare trent’anni dopo una presunta aggressione?
I reati non cadono in prescrizione?
Sì e no, mi viene da rispondere nell’ordine. Il nome di un giudice, a maggior ragione se supremo, non dovrebbe nemmeno entrare nella stessa frase con parole tipo molestie e aggressione. Voi direte, eh ma siamo tutti umani. Eh ma ricordate, i Forensici Nove stanno un gradino sotto il living-room di Dio — questo pensano gli americani — quindi no, non sono umani nel senso letterale del termine. Sono la coscienza bianca del paese, la rettitudine incarnata. Quindi imbattersi in comportamenti sconvenienti non è accettabile.

Ho capito che questo caso non solo sta infiammando la quotidianità di tutti — giornali, giornaletti della metro, tv, internet — ma anche l’immaginario. È come un film, ma vero, e in fieri.
Il rispettabilissimo repubblicanissimo Brett Kavanaugh, dopo anni di rispettabilissimo repubblicanissimo servizio, anche a fianco del presidente Bush, è finito nel girone dei Weinstein.
Meriterà di stare lì? Chi dice la verità? Chi mente? Se mente lui, è da Coppa Volpi come miglior attore: un’interpretazione di quel livello è da premio internazionale della critica. Se mente lei, è da Palma d’Oro: un’interpretazione di quel livello è anche da premio internazionale della critica.
Attaccateci l’indagine che in queste ore l’FBI sta portando avanti. E non si scordino i risvolti politici con cui è fasciato questo caso: se Kavanaugh viene confermato giudice, la parte repubblicana schiaccia la parte democratica con sei giudici su nove. Questo potrebbe portare a un pericoloso scenario di squilibrio per i prossimi trent’anni: la carica di giudice supremo è a vita. Kavanaugh ha 53 anni. RBG né ha 84. Trent’anni sono da mettere in conto.
I repubblicani urlano al complotto: il caso è stato allestito ad arte dai democratici per screditare il candidato repubblicano e protrarre la ricerca di un nuovo candidato.
I democratici s’indignano, cavalcano l’onda e stanno a vedere.

Tutto questo — nessuno me lo toglie dalla testa — puzza di cinema. Tuttavia, i newyorkesi sono davvero in apprensione. Il mioi pupil settantenne, Stephen, mi ha detto che è indietro con tutto perché il caso lo prende così tanto da costringerlo a leggere qualsiasi articolo pubblicato. E credetemi, gli articoli, specie quelli del New York Times sono così lunghi, oh-my-God-so-long, che per leggerli dovete disdire tutto quanto avete in agenda, o dovete costruirvi l’agenda intorno alla lettura. Questo succede per la maggior parte dei newyorkesi, per i quali la lettura del loro giornale è un momento inviolabile e sacro.
Bob, il mio housemate, vi dedica due ore, al mattino. Certo, lui non ha un piffero di altro da fare, ma mi ha detto che lo faceva anche quando lavorava — e qui, vagli a credere… Tuttavia, perché non credergli? I newyorkesi tendono a non gonfiare numeri e fatti. Preferiscono l’omissione, credo.
Lo capisco anche dal numero di copie del NYT davanti alle porte degli appartamenti accanto al mio — e davanti al mio. A NY il paper-boy non può lanciare i giornali dalla bicicletta. Gli tocca prendere un sacco di ascensori. Perlustra la verticalità, mentre l’orizzontalità è lasciata al Wisconsin.

Mi chiedo se in Italia Blasey Ford contro Kavanaugh stia avendo l’impatto che sta avendo qui. Se la Botteri stia facendo il suo lavoro.

Ecco, forse avrei dovuto limitarmi a parlarvi di questo, e saltare subito a parlarvi della mia serata cinematografica di venerdì.
Ma prima c’è un “prima” per cui devo necessariamente passare.

Venerdì, mentre mi apprestavo a uscire, diretta al Morrison Hotel and Art Gallery a SoHo per una mostra di cui un dì vi parlerò, la mia marcia e la sua tabella hanno subito un piacevolissimo slittamento di orario. Apro la porta per uscire, e vedo avanzare, nel lunghissimo corridoio “Shining” del piano — mai corridoio fu più splendidamente orrorrosamente cinematografico — vedo avanzare Bob, la sporta della sua spesa a sinistra, e una voluminosa scatola di cartone sotto al braccio destro.
“Mail for you”, annuncia.

Io appoggio la borsa e sento correre quel guizzo che corre lungo la schiena e accende tutto il corpo quando qualcosa di piacevole succede.
So cosa contiene quel pacco.

Arriva direttamente dallo stampatore. Il mio editore mi ha fatto stampare dieci copie del mio libro di poesie, “Bitter Bites from Sugar Hills”, la cui uscita ufficiale cade l’11 dicembre.
Mi appoggio alla consolle dell’ingresso, e Bob è persino più agitato di me. Il suo passato da agente letterario emerge e gli fa elencare tutta una serie di specifiche contrattuali a me assolutamente sconosciute. Fingo di ascoltare — e l’Oscar all’interpretazione stavolta spetta a me — ma la mia testa è tutta altrove.
Sotto volute di carta da imballo — più voluminosa del contenuto stesso — eccolo lì, il mio pargolo, il mio baby boy. Sembra gracilino e fragile, uno scricciolo, ma no, non lo è! Lo prendo in mano.
È forte, e solido, in tutta la sua esilità. Mi ricorda qualcuno…

You could have arranged more complimentary copies, do you know you could put it in a contract, or at least have them with a 80% discount, they can do it, but it should be decided before printing
Bob continua a parlare, in sottofondo. Io sento tutta me stessa nei miei occhi sgranati. Ho perso tutto il mio corpo, oppure tutto il mio corpo è finito dentro i miei occhi sgranati.
Esco di casa, diretta a SoHo. Sbaglio metro per due volte. Sud, nord, City Hall. Non capisco più niente. Ho solo un gran sorriso in faccia e la testa completamente vuota.

Come ho detto alla persone in questi due giorni passati, avvertendole del lieto evento, non è tanto la sensazione di bovina felicità che provo e a cui, francamente, non sono interessata. È l’indicibile sollievo, reggendo quel centinaio di pagine fra le mani. Sollievo perché noi, tutti siamo esseri delicati e indifesi. Di tutto può capitare, e impedirti di fare quello che devi fare. Un banale incidente, una malattia, una depressione — la peggiore di tutte le malattie: l’anima è immune alla chemio — oppure, ancora più banale, il lavoro, le piccole incombenze quotidiane. Ci sono talmente tanti ostacoli che possono frapporsi tra voi e il vostro parto da renderlo un evento mitico alla mercé degli eventi.
Quindi sì, adesso, posso anche morire. Non ne ho l’intenzione, e tranquilli, non lo farò 🙂 Ma l’idea che succeda mi trova in uno stato di tranquilla accettazione: un po’ di quello che avevo da dire l’ho detto, ed è lì fuori, al sicuro. Non è più in pericolo, dentro di me, soggetto a tutte le sciagure che possono capitare.
Per questo il sollievo.

Ci si deve affidare a tanta resilienza e fede per “bring the baby home”, come mi piace dire. E sì, la metafora è quella della gestazione perché è come dar luce a un pargolo.
Ogni essere umano trova il suo modo di creare, nella vita. Il più naturale è sfornare un bimbo. Siamo programmati dalla natura a farlo: ed è per questo che fare figli è una pratica così diffusa. Poi ci sono gli esseri umani che non sono programmati per farlo. Non ho ancora capito bene se loro — noi — apparteniamo a un settore diverso del grande stabilimento dell’umanità, oppure se il nostro sia un difetto di fabbricazione. Questa è una mia curiosità, incide poco sui fatti: il fatto è che non farai figli.
Lo sai sin da quando hai cinque anni, guardi tutte le bambine far da mamme al loro Cicciobello mentre tu rassicuri la tua Barbie: tranquilla, a te non succederà.
Se appartieni a quel settore dello stabilimento, devi trovare un altro modo di creare, di mettere al mondo, di restituire al mondo. L’atto del generare porta con sé una salvifica dose di senso e scopo. I genitori lo sanno bene: vivono per i figli.
Se il figlio non c’è, hai infinite altre possibilità per usare il tuo talento poietico. Tutto sta a trovare la tua.

Al generare è legata anche l’idea dell’immortalità. So che suona molto Clan dei MacLeod e Highlander. Ma questo in fondo cerchiamo, con i nostri discendenti — continuare noi stessi attraverso di loro.
Aver scritto una virgola che rimarrà nel libro del tempo per sempre, cascasse il mondo dal suo asse e rotolasse vie, aggiunge appagamento al sollievo.
Anche il 2018956515 lo fa.
Il 2018956515 è il Library of Congress Control Number di “Bitter Bites from Sugar Hills”.
Il librino ora riposa accanto a libroni dei giganti della letteratura, tutti a riposare nella Library of Congress. Twain, Roth, MacCarthy, Plath.
Sotto le loro stazze gulliveriane, un lillipuziano italiano 🙂
Due parole sulla copertina, a cui tengo tanto quanto alle poesie raccolte.
Io e la mia amica artista Patricia Brett, un ex architetto dell’Upper East Side che tre anni fa ha smesso l’architettura e ascoltato cosa le sussurrava la sua voce — “arte, arte, arte” — ci siamo incontrate per cinque mesi per tirare fuori quello che vedete sulla copertina. Lei a farmi domande, io a fare il punto su me stessa. L’essenza della newyorkesità e della mia newyorkesità. Le scale antincendio, la cisterna dell’acqua, in basso, forse, una metropolitana — per me è un metropolitana. Quella è la mia finestra su New York.
Il titolo dell’opera è “The Poet’s Window”.
E poi lei, Patricia, straordinaria, ha inserito due Sarefruner nel palazzo. Ed io sono incontrovertibilmente due. Sempre presa fra gli opposti, sedotta da ossimori e contrasti, con un piede di qua e uno di là dell’oceano. Due patrie e nessuna.
Anzi, i poeti sono tre.
Se guardate in cima alla alla torre con sopra la cisterna dell’acqua, vedete una figurina piccola piccola che guarda lontano. Per me quello era il Piccolo Principe — il piccoletto mi accompagna ovunque 🙂 — ma per Patricia, che ho incontrato ieri, sono io.
E io ho osservato meglio.
La figurina guarda a est.
Guarda verso l’Italia.
Allora forse sono davvero io.

Per capire Bitter Bites from Sugar Hills bisogna leggerlo. 🙂
A breve uscirà il link per pre-ordinarlo via Amazon e Barnes&Nobles. Link che ovviamente vi manderò.
È una raccolta che canta New York City — come potete leggere qui. Ma anche tutte le altre mie ossessioni, che poi sono le ossessioni dell’arte. Il dolore, la speranza, lo stupore, dio, l’amore. E poi ovviamente il momento storico che stiamo vivendo — subendo.
Dato che il libro esce a dicembre, spero vi — mi! — facciate questo piccolo regalo. E che sosteniate la poesia spuntata fra due oceani.
12 miseri dollari… 😉

Questa settimana mi è andata di super lusso. Si è aperta, sempre venerdì sera — venerdì giornata da olimpo delle giornate — la 56esima edizione del NY Film Festival. Film di apertura, “La Favorita” di Yorgos Lathimos, quel Lathimos che ci ha fatto tanto sognare attraverso l’incubo “Il sacrificio del cervo sacro”, e che, con “La favorita”, ha vinto il Premio della Giuria a Venezia.
Il biglietto per partecipare alla prima all’Alice Tully Hall del Lincoln Center — forse la sala cinematografica più maestosa di New York — costava un testone. 100 dollari.
Però se ti metti in fila un’ora prima e sei fra la manciata di pochi fortunati che si prendono la manciata di posti rimasti, il biglietto te lo danno a 35 dollari. E se avete un amico che omaggia l’arrivo del vostro piccolo lillipuziano a casa in una scatola di cartone regalandovi l’ingresso, l’ingresso diventa un regalo 🙂

Perché tutti vogliono partecipare alla prima?
Be’, perché oltre allo speech della Chairwoman del Lincoln Center Ann Tenenbaum e del Preseidente Daniel Stern, ecco che sul palco sale lui, Yorgos Lathimos. E loro, le incredibili protagoniste del film, Emma Stone e Rachel Weisz, e parte del cast.
Ho avuto la fortuna — venerdì giornata da olimpo delle giornate! — fortuna più che sfacciata di finire in galleria, con una vista portentosa sul palco e lo schermo giù a sud, ma soprattutto sul palchetto via a est, altezza galleria. A fine film, dal palchetto a est, si sono affacciati Yorgos, Emma e tutto il cast. Capirete che per un Board drogato di cinema, tutto questo è stato un’overdose d’amore. 🙂

“La favorita” è molto più di una commedia nera e dissacrante. È un sogno travestito da incubo in cui le donne sono colombe ferite trasformate in avvoltoi. La carica antitetica di quanto appena detto vi fanno capire che il film ha fatto centro nel mio cuore. Anche se, devo ammettere, ho impiegato qualche ora a digerirlo e a oggi ho ancora dei dubbi su chi vinca, nel mio cuore, fra lui e “Il sacrificio del cervo sacro”. Credo, tuttavia, quest’ultimo, che mi aveva letteralmente spazzato via 🙂

“La favorita” è la storia di un triangolo al femminile. Anna è la regina, Sarah la sua favorita — consigliera, dama di compagnia, amante, tuttofare insomma — e Abigail, l’ultima arrivata a palazzo. Abigail è l’arrampicatrice sociale nobiliare. Prima diventa “maid” di Sarah, ma il suo scopo è far fuori Sarah e puntare alla regina, e diventare lei stessa, la sua consigliera, dama di compagnia, amante, tuttofare insomma.

La fabula, in soldoni, è tutta qui. Ma l’intreccio fa la differenza, un intreccio a trois farcito da discorsi politici, dibattiti di corte, pettegolezzi, attacchi isterici della sovrana, rivalità fra Sarah e Abigail.
Più che un film sui fatti, questo è un film sugli atteggiamenti, e sulle grandi umane emozioni. Lo definisco letterario per questo. Balzacchiano, mi verrebbe da dire, e non a caso, le ambientazioni e i costumi, nonché i personaggi storici, richiamano prorio la Francia settecentesca.
Le umane emozioni protagoniste sono la sete di potere, l’ambizione, l’invidia, ma anche i loro dolcissimi opposti. Il desiderio d’amore, di protezione, la solitudine. Struggente il ritratto di questa regina sola, diabetica, che sfoga nei capricci e nel cibo compulsivo una fame d’amore che nessuna saint-honoré riuscirà mai a colmare.
Eppure, come sempre in Lathimos, non c’è condiscendenza verso di lei, così come verso la tremendissima tostissima duchessa di Molbourgh, Sarah. La sua sete di potere le si ritorcerà contro, e questo succederà alla stessa Abigail, che certo scalerà le scale di palazzo, ma farà la stessa misera fine delle altre sue due compagne di sventura.
Lathimos è spietato, ma con ironia, e con quell’umorismo nerissimo che da sempre contraddistingue il suo cinema — ricorderete “The Lobster”. E se da un lato tratteggia un trio di donne magnificamente megere, certo non risparmia gli uomini, dei pupazzi vacui e stolidi, bambocci buoni solo a portare a spasso imponenti parrucche e null’altro. Di uomini così, il trio di valchirie sopra descritto non ha bisogno. E infatti se la giocano da sole, perdendo, tutte e tre, alla fine.
“La favorita” è anche un grande lavoro estetico. E questa volta, il noto distopico lathimosiano esce fuori proprio nel lato visivo. L’uso abbondantissimo del grandangolare restituisce immagini distorte, riprese dagli angoli, oppure riflesse su superfici convesse. L’effetto è straniante, fastidioso alla lunga — ma questo è l’intento del film, sconvolgere la percezione, anche attraverso lo stomaco.

Se volete la mia opinione, per quanto Olivia Coleman sia suprema nei panni della regina, la Coppa Volpi l’avrei data a Emma Stone. Buffissima, convincentissima, parte innocente e finisce corrotta, e tu spettatore la osservi in tutto il suo cadere, e ne rintracci i cambiamenti. Ancora più suprema della Weisz e della Coleman.

C’è qualcosa di kubrickiano in questo film, che mi ha ricordato “Barry Lindon”. Certo l’ambientazione, e le luci delle tantissime candele — anche se lui, Sir Stanley, aveva usato solo le candele per illuminare il suo film, mentro Lathimos fa un ampio e voluto uso di illuminazione artificiale. Ma anche l’ironia amarissima, il grottesco che sfocia nel lugubre… Sarah è solita sparare agli uccelli, e lo insegne a Abigail. C’è una scena in cui il sangue schizza sul viso di Sarah, e lei non fa una piega.
Non so perché, ma io ho visto Sir Stanley, sia nella caccia che nello schizzo di sangue.

Avrei apprezzato i sottotitoli. Lathimos ha scelto un British English strettissimo, e ho faticato a star dietro a tutto. Ma in un film così, con delle attrici di tale livello, un’occhiata o un cenno del viso valgono più delle classiche mille parole.
Consigliatissimo per chi ama il cinema di qualità.

E anche per stasera è tutto.
Nel Frunyc IV trovate immagini di “Bitter Bites” e di tutto un po’, as usual 🙂

Vi ringrazio molto dell’attenzione e vi mando dei saluti, probabilmente cinematografici.

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