LET’S MOVIE 385 da NYC commenta “LA FAVORITA” di Yorgos Lanthimos

LET’S MOVIE 385 da NYC commenta “LA FAVORITA” di Yorgos Lanthimos

Forse Fellows

dovrei limitarmi al caso che sta tenendo gli americani con il fiato sospeso sin da quando è scoppiato, qualche settimana fa. Mi riferisco a Brett Kavanaugh, candidato alla Corte Suprema proposto da Trump contro Christine Blasey Ford, la dottoressa che lo ha accusato di aggressione quando lei aveva 15 anni, lui 17. Un’udienza, quella di giovedì pomeriggio, seguita da milioni di americani.

Io, che il giovedì finisco a mezzogiorno all’FIT, e spalanco braccia e porte al weekend, ho approfittato del sole e delle temperature paraestive per farmi una corsa via dalle strade trafficate, e ascoltarmi l’udienza in santa pace.
Ho sentito parte della deposizione di lei, Christine, la voce un filo, rotto molto spesso dall’emozione. E poi ho sentito lui, Kavanaugh. Prima la sua rabbia, poi la sua voce, rotta, nel suo caso, dal pianto.

Il caso è spinosissimo. Entrambi sono molto credibili, ma uno dei due sta platealmente mentendo. La Commissione di Giustizia del Senato ha deciso di avviare un’indagine dell’FBI.
Sono passati trent’anni, cosa troveranno i cops, mi chiedo.

Ora, a prescindere da tutto.
Kavanaugh ha ammesso di aver fatto uso di alcolici al liceo e all’università, di aver fatto, detto e scritto — nei suoi diari — cose sciocche, di cui si vergogna.
Chi non le ha fatte, dette e scritte, in gioventù, mi viene da assentire, in un moto di perversa comprensione. Ma il fatto è che la Corte Suprema è il più alto organo giuridico degli Stati Uniti. Uno dei nove giudici è la nostra Ruth Bader Ginsburg — ricordate la Notorious RBG? — la personificazione dell’irreprensibilità, dell’integrità morale e comportamentale. Una vita di dedizione, sacrificio. Non ce la vedo, Ruth, a tappezzare il diario di ritagli di Cioè (!) e a giocare al gioco della bottiglia.
Quei nove dovrebbero essere degli Ubermensch — RBG una donna bionica lo è di certo — i più irreprensibili, i più integerrimi del paese. Devono decidere e legiferare sulle macro questioni legali, etiche, esistenziali del paese. Al di sopra di loro c’è solo Dio. E per abitare un piano sotto Dio non puoi assolutamente essere coinvolto in questioni d’immoralità. Ti giochi il loft. Kavanaugh se l’è giocato. Ha fatto una figura povera, davvero povera.
Non vuoi sentire un coinquilino di Dio piagnucolare “I did many stupid things when I was a teenager, as any teenager does”, non vuoi sentirgli dire “I cringe with shame” — rabbrividisco dalla vergogna — anche se si tratta di gare di meteorismo… E non vuoi sentirgli dire “Mi piace la birra, come a chiunque”.

La sua posizione si è aggravata ulteriormente dopo che una sua ex compagna ai tempi di Yale, lo ha accusato, qualche giorno fa, di aggressione. Pure lei.

È giusto condannare trent’anni dopo una presunta aggressione?
I reati non cadono in prescrizione?
Sì e no, mi viene da rispondere nell’ordine. Il nome di un giudice, a maggior ragione se supremo, non dovrebbe nemmeno entrare nella stessa frase con parole tipo molestie e aggressione. Voi direte, eh ma siamo tutti umani. Eh ma ricordate, i Forensici Nove stanno un gradino sotto il living-room di Dio — questo pensano gli americani — quindi no, non sono umani nel senso letterale del termine. Sono la coscienza bianca del paese, la rettitudine incarnata. Quindi imbattersi in comportamenti sconvenienti non è accettabile.

Ho capito che questo caso non solo sta infiammando la quotidianità di tutti — giornali, giornaletti della metro, tv, internet — ma anche l’immaginario. È come un film, ma vero, e in fieri.
Il rispettabilissimo repubblicanissimo Brett Kavanaugh, dopo anni di rispettabilissimo repubblicanissimo servizio, anche a fianco del presidente Bush, è finito nel girone dei Weinstein.
Meriterà di stare lì? Chi dice la verità? Chi mente? Se mente lui, è da Coppa Volpi come miglior attore: un’interpretazione di quel livello è da premio internazionale della critica. Se mente lei, è da Palma d’Oro: un’interpretazione di quel livello è anche da premio internazionale della critica.
Attaccateci l’indagine che in queste ore l’FBI sta portando avanti. E non si scordino i risvolti politici con cui è fasciato questo caso: se Kavanaugh viene confermato giudice, la parte repubblicana schiaccia la parte democratica con sei giudici su nove. Questo potrebbe portare a un pericoloso scenario di squilibrio per i prossimi trent’anni: la carica di giudice supremo è a vita. Kavanaugh ha 53 anni. RBG né ha 84. Trent’anni sono da mettere in conto.
I repubblicani urlano al complotto: il caso è stato allestito ad arte dai democratici per screditare il candidato repubblicano e protrarre la ricerca di un nuovo candidato.
I democratici s’indignano, cavalcano l’onda e stanno a vedere.

Tutto questo — nessuno me lo toglie dalla testa — puzza di cinema. Tuttavia, i newyorkesi sono davvero in apprensione. Il mioi pupil settantenne, Stephen, mi ha detto che è indietro con tutto perché il caso lo prende così tanto da costringerlo a leggere qualsiasi articolo pubblicato. E credetemi, gli articoli, specie quelli del New York Times sono così lunghi, oh-my-God-so-long, che per leggerli dovete disdire tutto quanto avete in agenda, o dovete costruirvi l’agenda intorno alla lettura. Questo succede per la maggior parte dei newyorkesi, per i quali la lettura del loro giornale è un momento inviolabile e sacro.
Bob, il mio housemate, vi dedica due ore, al mattino. Certo, lui non ha un piffero di altro da fare, ma mi ha detto che lo faceva anche quando lavorava — e qui, vagli a credere… Tuttavia, perché non credergli? I newyorkesi tendono a non gonfiare numeri e fatti. Preferiscono l’omissione, credo.
Lo capisco anche dal numero di copie del NYT davanti alle porte degli appartamenti accanto al mio — e davanti al mio. A NY il paper-boy non può lanciare i giornali dalla bicicletta. Gli tocca prendere un sacco di ascensori. Perlustra la verticalità, mentre l’orizzontalità è lasciata al Wisconsin.

Mi chiedo se in Italia Blasey Ford contro Kavanaugh stia avendo l’impatto che sta avendo qui. Se la Botteri stia facendo il suo lavoro.

Ecco, forse avrei dovuto limitarmi a parlarvi di questo, e saltare subito a parlarvi della mia serata cinematografica di venerdì.
Ma prima c’è un “prima” per cui devo necessariamente passare.

Venerdì, mentre mi apprestavo a uscire, diretta al Morrison Hotel and Art Gallery a SoHo per una mostra di cui un dì vi parlerò, la mia marcia e la sua tabella hanno subito un piacevolissimo slittamento di orario. Apro la porta per uscire, e vedo avanzare, nel lunghissimo corridoio “Shining” del piano — mai corridoio fu più splendidamente orrorrosamente cinematografico — vedo avanzare Bob, la sporta della sua spesa a sinistra, e una voluminosa scatola di cartone sotto al braccio destro.
“Mail for you”, annuncia.

Io appoggio la borsa e sento correre quel guizzo che corre lungo la schiena e accende tutto il corpo quando qualcosa di piacevole succede.
So cosa contiene quel pacco.

Arriva direttamente dallo stampatore. Il mio editore mi ha fatto stampare dieci copie del mio libro di poesie, “Bitter Bites from Sugar Hills”, la cui uscita ufficiale cade l’11 dicembre.
Mi appoggio alla consolle dell’ingresso, e Bob è persino più agitato di me. Il suo passato da agente letterario emerge e gli fa elencare tutta una serie di specifiche contrattuali a me assolutamente sconosciute. Fingo di ascoltare — e l’Oscar all’interpretazione stavolta spetta a me — ma la mia testa è tutta altrove.
Sotto volute di carta da imballo — più voluminosa del contenuto stesso — eccolo lì, il mio pargolo, il mio baby boy. Sembra gracilino e fragile, uno scricciolo, ma no, non lo è! Lo prendo in mano.
È forte, e solido, in tutta la sua esilità. Mi ricorda qualcuno…

You could have arranged more complimentary copies, do you know you could put it in a contract, or at least have them with a 80% discount, they can do it, but it should be decided before printing
Bob continua a parlare, in sottofondo. Io sento tutta me stessa nei miei occhi sgranati. Ho perso tutto il mio corpo, oppure tutto il mio corpo è finito dentro i miei occhi sgranati.
Esco di casa, diretta a SoHo. Sbaglio metro per due volte. Sud, nord, City Hall. Non capisco più niente. Ho solo un gran sorriso in faccia e la testa completamente vuota.

Come ho detto alla persone in questi due giorni passati, avvertendole del lieto evento, non è tanto la sensazione di bovina felicità che provo e a cui, francamente, non sono interessata. È l’indicibile sollievo, reggendo quel centinaio di pagine fra le mani. Sollievo perché noi, tutti siamo esseri delicati e indifesi. Di tutto può capitare, e impedirti di fare quello che devi fare. Un banale incidente, una malattia, una depressione — la peggiore di tutte le malattie: l’anima è immune alla chemio — oppure, ancora più banale, il lavoro, le piccole incombenze quotidiane. Ci sono talmente tanti ostacoli che possono frapporsi tra voi e il vostro parto da renderlo un evento mitico alla mercé degli eventi.
Quindi sì, adesso, posso anche morire. Non ne ho l’intenzione, e tranquilli, non lo farò 🙂 Ma l’idea che succeda mi trova in uno stato di tranquilla accettazione: un po’ di quello che avevo da dire l’ho detto, ed è lì fuori, al sicuro. Non è più in pericolo, dentro di me, soggetto a tutte le sciagure che possono capitare.
Per questo il sollievo.

Ci si deve affidare a tanta resilienza e fede per “bring the baby home”, come mi piace dire. E sì, la metafora è quella della gestazione perché è come dar luce a un pargolo.
Ogni essere umano trova il suo modo di creare, nella vita. Il più naturale è sfornare un bimbo. Siamo programmati dalla natura a farlo: ed è per questo che fare figli è una pratica così diffusa. Poi ci sono gli esseri umani che non sono programmati per farlo. Non ho ancora capito bene se loro — noi — apparteniamo a un settore diverso del grande stabilimento dell’umanità, oppure se il nostro sia un difetto di fabbricazione. Questa è una mia curiosità, incide poco sui fatti: il fatto è che non farai figli.
Lo sai sin da quando hai cinque anni, guardi tutte le bambine far da mamme al loro Cicciobello mentre tu rassicuri la tua Barbie: tranquilla, a te non succederà.
Se appartieni a quel settore dello stabilimento, devi trovare un altro modo di creare, di mettere al mondo, di restituire al mondo. L’atto del generare porta con sé una salvifica dose di senso e scopo. I genitori lo sanno bene: vivono per i figli.
Se il figlio non c’è, hai infinite altre possibilità per usare il tuo talento poietico. Tutto sta a trovare la tua.

Al generare è legata anche l’idea dell’immortalità. So che suona molto Clan dei MacLeod e Highlander. Ma questo in fondo cerchiamo, con i nostri discendenti — continuare noi stessi attraverso di loro.
Aver scritto una virgola che rimarrà nel libro del tempo per sempre, cascasse il mondo dal suo asse e rotolasse vie, aggiunge appagamento al sollievo.
Anche il 2018956515 lo fa.
Il 2018956515 è il Library of Congress Control Number di “Bitter Bites from Sugar Hills”.
Il librino ora riposa accanto a libroni dei giganti della letteratura, tutti a riposare nella Library of Congress. Twain, Roth, MacCarthy, Plath.
Sotto le loro stazze gulliveriane, un lillipuziano italiano 🙂
Due parole sulla copertina, a cui tengo tanto quanto alle poesie raccolte.
Io e la mia amica artista Patricia Brett, un ex architetto dell’Upper East Side che tre anni fa ha smesso l’architettura e ascoltato cosa le sussurrava la sua voce — “arte, arte, arte” — ci siamo incontrate per cinque mesi per tirare fuori quello che vedete sulla copertina. Lei a farmi domande, io a fare il punto su me stessa. L’essenza della newyorkesità e della mia newyorkesità. Le scale antincendio, la cisterna dell’acqua, in basso, forse, una metropolitana — per me è un metropolitana. Quella è la mia finestra su New York.
Il titolo dell’opera è “The Poet’s Window”.
E poi lei, Patricia, straordinaria, ha inserito due Sarefruner nel palazzo. Ed io sono incontrovertibilmente due. Sempre presa fra gli opposti, sedotta da ossimori e contrasti, con un piede di qua e uno di là dell’oceano. Due patrie e nessuna.
Anzi, i poeti sono tre.
Se guardate in cima alla alla torre con sopra la cisterna dell’acqua, vedete una figurina piccola piccola che guarda lontano. Per me quello era il Piccolo Principe — il piccoletto mi accompagna ovunque 🙂 — ma per Patricia, che ho incontrato ieri, sono io.
E io ho osservato meglio.
La figurina guarda a est.
Guarda verso l’Italia.
Allora forse sono davvero io.

Per capire Bitter Bites from Sugar Hills bisogna leggerlo. 🙂
A breve uscirà il link per pre-ordinarlo via Amazon e Barnes&Nobles. Link che ovviamente vi manderò.
È una raccolta che canta New York City — come potete leggere qui. Ma anche tutte le altre mie ossessioni, che poi sono le ossessioni dell’arte. Il dolore, la speranza, lo stupore, dio, l’amore. E poi ovviamente il momento storico che stiamo vivendo — subendo.
Dato che il libro esce a dicembre, spero vi — mi! — facciate questo piccolo regalo. E che sosteniate la poesia spuntata fra due oceani.
12 miseri dollari… 😉

Questa settimana mi è andata di super lusso. Si è aperta, sempre venerdì sera — venerdì giornata da olimpo delle giornate — la 56esima edizione del NY Film Festival. Film di apertura, “La Favorita” di Yorgos Lathimos, quel Lathimos che ci ha fatto tanto sognare attraverso l’incubo “Il sacrificio del cervo sacro”, e che, con “La favorita”, ha vinto il Premio della Giuria a Venezia.
Il biglietto per partecipare alla prima all’Alice Tully Hall del Lincoln Center — forse la sala cinematografica più maestosa di New York — costava un testone. 100 dollari.
Però se ti metti in fila un’ora prima e sei fra la manciata di pochi fortunati che si prendono la manciata di posti rimasti, il biglietto te lo danno a 35 dollari. E se avete un amico che omaggia l’arrivo del vostro piccolo lillipuziano a casa in una scatola di cartone regalandovi l’ingresso, l’ingresso diventa un regalo 🙂

Perché tutti vogliono partecipare alla prima?
Be’, perché oltre allo speech della Chairwoman del Lincoln Center Ann Tenenbaum e del Preseidente Daniel Stern, ecco che sul palco sale lui, Yorgos Lathimos. E loro, le incredibili protagoniste del film, Emma Stone e Rachel Weisz, e parte del cast.
Ho avuto la fortuna — venerdì giornata da olimpo delle giornate! — fortuna più che sfacciata di finire in galleria, con una vista portentosa sul palco e lo schermo giù a sud, ma soprattutto sul palchetto via a est, altezza galleria. A fine film, dal palchetto a est, si sono affacciati Yorgos, Emma e tutto il cast. Capirete che per un Board drogato di cinema, tutto questo è stato un’overdose d’amore. 🙂

“La favorita” è molto più di una commedia nera e dissacrante. È un sogno travestito da incubo in cui le donne sono colombe ferite trasformate in avvoltoi. La carica antitetica di quanto appena detto vi fanno capire che il film ha fatto centro nel mio cuore. Anche se, devo ammettere, ho impiegato qualche ora a digerirlo e a oggi ho ancora dei dubbi su chi vinca, nel mio cuore, fra lui e “Il sacrificio del cervo sacro”. Credo, tuttavia, quest’ultimo, che mi aveva letteralmente spazzato via 🙂

“La favorita” è la storia di un triangolo al femminile. Anna è la regina, Sarah la sua favorita — consigliera, dama di compagnia, amante, tuttofare insomma — e Abigail, l’ultima arrivata a palazzo. Abigail è l’arrampicatrice sociale nobiliare. Prima diventa “maid” di Sarah, ma il suo scopo è far fuori Sarah e puntare alla regina, e diventare lei stessa, la sua consigliera, dama di compagnia, amante, tuttofare insomma.

La fabula, in soldoni, è tutta qui. Ma l’intreccio fa la differenza, un intreccio a trois farcito da discorsi politici, dibattiti di corte, pettegolezzi, attacchi isterici della sovrana, rivalità fra Sarah e Abigail.
Più che un film sui fatti, questo è un film sugli atteggiamenti, e sulle grandi umane emozioni. Lo definisco letterario per questo. Balzacchiano, mi verrebbe da dire, e non a caso, le ambientazioni e i costumi, nonché i personaggi storici, richiamano prorio la Francia settecentesca.
Le umane emozioni protagoniste sono la sete di potere, l’ambizione, l’invidia, ma anche i loro dolcissimi opposti. Il desiderio d’amore, di protezione, la solitudine. Struggente il ritratto di questa regina sola, diabetica, che sfoga nei capricci e nel cibo compulsivo una fame d’amore che nessuna saint-honoré riuscirà mai a colmare.
Eppure, come sempre in Lathimos, non c’è condiscendenza verso di lei, così come verso la tremendissima tostissima duchessa di Molbourgh, Sarah. La sua sete di potere le si ritorcerà contro, e questo succederà alla stessa Abigail, che certo scalerà le scale di palazzo, ma farà la stessa misera fine delle altre sue due compagne di sventura.
Lathimos è spietato, ma con ironia, e con quell’umorismo nerissimo che da sempre contraddistingue il suo cinema — ricorderete “The Lobster”. E se da un lato tratteggia un trio di donne magnificamente megere, certo non risparmia gli uomini, dei pupazzi vacui e stolidi, bambocci buoni solo a portare a spasso imponenti parrucche e null’altro. Di uomini così, il trio di valchirie sopra descritto non ha bisogno. E infatti se la giocano da sole, perdendo, tutte e tre, alla fine.
“La favorita” è anche un grande lavoro estetico. E questa volta, il noto distopico lathimosiano esce fuori proprio nel lato visivo. L’uso abbondantissimo del grandangolare restituisce immagini distorte, riprese dagli angoli, oppure riflesse su superfici convesse. L’effetto è straniante, fastidioso alla lunga — ma questo è l’intento del film, sconvolgere la percezione, anche attraverso lo stomaco.

Se volete la mia opinione, per quanto Olivia Coleman sia suprema nei panni della regina, la Coppa Volpi l’avrei data a Emma Stone. Buffissima, convincentissima, parte innocente e finisce corrotta, e tu spettatore la osservi in tutto il suo cadere, e ne rintracci i cambiamenti. Ancora più suprema della Weisz e della Coleman.

C’è qualcosa di kubrickiano in questo film, che mi ha ricordato “Barry Lindon”. Certo l’ambientazione, e le luci delle tantissime candele — anche se lui, Sir Stanley, aveva usato solo le candele per illuminare il suo film, mentro Lathimos fa un ampio e voluto uso di illuminazione artificiale. Ma anche l’ironia amarissima, il grottesco che sfocia nel lugubre… Sarah è solita sparare agli uccelli, e lo insegne a Abigail. C’è una scena in cui il sangue schizza sul viso di Sarah, e lei non fa una piega.
Non so perché, ma io ho visto Sir Stanley, sia nella caccia che nello schizzo di sangue.

Avrei apprezzato i sottotitoli. Lathimos ha scelto un British English strettissimo, e ho faticato a star dietro a tutto. Ma in un film così, con delle attrici di tale livello, un’occhiata o un cenno del viso valgono più delle classiche mille parole.
Consigliatissimo per chi ama il cinema di qualità.

E anche per stasera è tutto.
Nel Frunyc IV trovate immagini di “Bitter Bites” e di tutto un po’, as usual 🙂

Vi ringrazio molto dell’attenzione e vi mando dei saluti, probabilmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply