LET’S MOVIE 386 da NYC commenta “ROMA” di Alfonso Cuaron

LET’S MOVIE 386 da NYC commenta “ROMA” di Alfonso Cuaron

Mental Moviers,

ci sono dei momenti, in qualsiasi lingua, in cui le parole, perdono il primato della parola più trendy e lasciano il posto a nuove parole. Io immagino ci sia un ospizio per le parole passate di moda, ma certo non posso dirlo con sicurezza. Questo capita a tutte le lingue. La pischella e il paninaro, per esempio, due perle degli anni ’80 che, guardate da vicino nel 2018, hanno perso tutto lo smalto. Lo stesso dicasi per “ganzo”, che ha fatto di me una teenager mono-aggettivale per tutto il biennio1995-96.
Capita anche all’inglese. Pensavate voi che “insane”, oppure “crazy”, fossero sempiterni? No, non lo sono.
Oggi sono minacciati da “mental”.

“This week was absolutely mental for me”. Così mi dice Vivek.
Vivek è indiano di nascita — non nativo indiano, indiano dell’India. Trasferito in Canada all’età di tre anni. Poi spostato a Phoenix, Arizona, e da un annetto qui a New York. Fa il Business Intelligence Director alla Columbia Univerity, se vi interessa. E mi ha rivelato dei segreti mica da ridere su quanto gli americani — specie gli ebrei americani — facciano donazioni da milioni e milioni e milioni di dollari all’ateneo… E senza nemmeno dover insistere troppo. Lo fanno di natura.
Ma torniamo alle parole…
“Mental” sta per “fuori di testa”. E ci sta.

Barba da talebano e animo hip-hop, Santek, a un’opening di una mostra presso la Municipal Art Society, nel Greenwich Village, mi butta lì un “You are dope, maaaan” quando gli spiego un po’ la mia storia — e su “instagrammable” per il momento soprassiedo…
Ora vi prego di sostituire “cool” con “dope”, oppure di affiancarglielo se siete troppo affezionati.
“Dope” sta per “da droga”, “da paura”. Non siate troppo sentimentali quando toglierete il primato di “cool” dal vostro lessico di quotidiano stupore.
Io sono ben felice che gli americani ricorrano a un altro modo per dire che qualcosa è fico, perché, parliamoci chiaro, lo abusano in maniera impropria, anche in contesti in cui un italiano farebbe uno sforzo per trovare aggettivi più consoni.
Ho dovuto far scrivere ai miei studenti del Mercy College un paper: “Vai in un posto italiano, frequenta un evento italiano e descrivi cosa ti ha colpito dell’esperienza” — questa, sostanzialmente, la traccia, per un paper assolutamente inutile, giacché da scriversi in inglese.
Thomas, molto meritoriamente, è andato a visitare Magazzino Italian Art, il bel contenitore che contiene tanta Arte Povera del secondo ‘900 italiano a Cold Spring.
A parte rimanere molto stupita della briga che si è preso di andare Upstate NY, in tre paginette ho contato cinque “cool”, per descrivere opere d’arte, di un’importanza assai capitale, e non solo per l’Italia — One thing I forgot to add was that a lot of artwork used shadows which was really cool… I spent a good while at the art museum giving thought to each piece of work and overall it was definitely really cool how they pushed subtleties in work
Definitely really cool.

Ma quando noi scrivevamo un tema d’italiano alle superiori, o un essay all’università, ma dicevamo “Penso che sia molto fico che” o “a mio parere è fico che l’artista voglia…”. Non mi risulta, ma magari ero solo io che mi arrampicavo sulla scala della sinonimia, chissà.

Non solo Santek mi ha nominato “dope”. Ed è questo che mi ha acceso una spia. Quando senti una parola una volta, fai la faccia basita. Quando la senti la seconda volta, fai la faccia dell’uomo ricco che s’intasta un assegno.
Parola nuova, tesoro nuovo.
Dovevo dirvi di una micro mostra che sono andata a vedere a SoHo. Ecco.
Il venerdì olimpico in cui ho ricevuto le copied di Bitter Bites from Sugar Hills — e ora, udite udite, lo potete pre-ordinare su Amazon e ammirare su Small Press Distribution 🙂 — mi sono diretta al Morrison Hotel and Art Gallery, 116 Prince Street.
Il Morrison funziona un po’ come lo spazio Domenico Vacca — ricordate? Un accostamento di attività diverse, tutte sotto lo stesso tetto. Ma devo ancora capire se il Morrison sia un hotel di fatto oltre che di nome, e se sì, dove si nasconda. Credo nel suo caso si realizzi il fenomeno del name-displacement, come quando chiamano un risporante “La sacrestia”, o “Il convento”, e tu non è che devi domandarti dove si saranno mai cacciati preti e suore.

Quando arrivo, salgo una scala strettissima e mi ritrovo in una stanza assai grande, ma non certo il MoMA. Un ufficio, con tre tavoli, pareti bianchissime, legno per terra, le finestre ricamate all’esterno dalle scale antincendio. A SoHo, tante scale antincendio sono bianche, e questo fa di SoHo, SoHo. Nel resto di New York, le scale antincendio sono nere. E questo fa di New York, New York.

Mi accoglie Matthew, un gayissimo gentilissimo che, appena dico, “I am Italian”, sbotta in un “OMG, Italy is sooo dope”.
E lì, si accende la spia di cui sopra: “dope” entrato nel quotidiano lessicale della città.

Da quando sono qui, è sempre un po’ un problema dire da dove vengo.
Vengo dall’Italia ma abito a New York. Quanto tempo dovrà passare prima di poter dire “Sono di New York”? Ma poi, voglio proprio dirlo, “Sono di New York”? Me lo chiedo perché ogni volta mi sento sempre in dovere di rivelare che sono italiana. Lo infilo ogni volta. Mi chiedo il perché.
Tutto il mondo capisce dal mio aspetto che non sono americana. Alcuni sentono che c’è un accento nel mio inglese. Ma non un accento italiano. Per questo rimangono stupefatti quando dico, “I am Italian”.
E poracci, questi americani. Non è che se sei italiano si aspettano che parli l’inglese del Padrino o dei Good Fellas, ma cerchiamo di capirli. Il 98% degli expat parla un inglese con un fortissimo accento italiano.
Non c’è da meravigliarsi se gli autoctoni strabuzzano gli occhi quando sentono un’italiana con una pronuncia inglese accettabile.
Dire che si è italiani è sempre un piacere, a New York. Ma penso un po’ dappertutto, all’estero. Si aprono dei gran sorrisi, si rimestano ricordi “Oh Italy! I have been there to…” e via con la brochure dell’Ufficio del Turismo. Oppure si sgranano occhi sognanti, ma vaghi — “Oh Italy…”, e chissà quali immagini riempiono quei puntini di sospensione quando sospirano “Oh Italy…”.

Per omaggiare il bel paese, Matthew mi dice, “I am Matteo”. Come il mio amico Hemingway, anche lui pronto a rinnegare Matthew e passare alla sua controparte italiana.
È originario di Montreal. E lo lusingo, decantando la città. In realtà ci sono stata tre giorni qualcosa come dodici anni fa or so, sotto una pioggia torrenziale, in cui ho maledetto il Canada ogni singolo minuto. Quindi ho dei ricordi nebulosi della città. Ma ricordo, tuttavia, la gran concentrazione museale, e un senso d’Europa, da qualche parte. Lo stesso che pulsa a Boston.
Matteo mi spiega della micro mostra che hanno allestito. S’intitola semplicemente “Hip Hop” e raccoglie una trentina di scatti fatti ad artisti hiphop e rap negli ultimi trent’anni. Fra loro Biggie, Tupac, Eminem, Run-DMC, NWA, Public Enemy, Dr. Dre, Lil’ Kim, Beastie Boys, 50 Cent, Kendrick Lamar, OutKast, Snoop Dogg, Jay-Z, Nicki Minaj, Kanye West, ASAP Rocky, Wiz Khalifa.
Le foto sono quasi tutte in bianco e nero, tranne tre o quattro. Fra queste, ne spicca una che porta l’arancio della tuta e l’oro della zecca che Jay-Z si porta addosso, in uno scatto in cui aveva 18 anni — e sicuramente 18 kg — in meno.
Lo scatto è un cimelio.
Al fotografo, il noto Thimothy White — quel Thimothy White che immortalò i Guns’ N Roses nella loro prima copertina di Rolling Stones — capita di ospitare l’amico Jay-O nel suo loft di Los Angeles. Siamo nel 1988. Noi si guardava “La casa nella prateria” e Sarah Ferguson dava alla luce la sua primogenita — non fate domande, non so perché lo ricordo. Jaz-O deve farsi scattare delle foto da Timothy. E si porta appresso questo bro, questo ragazzone che in realtà è un ragazzetto di 18 anni. Dice a Thimothy “Oh, hey, this is my friend”, un bro da New York, che sto seguendo, lo produco, gli ho trovato un nome. Jay-Z.
Thimothy scatta delle foto a Jaz-O e Jay-Z, e a Jay-Z da solo. Poi le mette via in una cartella. E se ne scorda per trent’anni. Poi come sempre succede quando fai repulisti, ecco che la cartella spunta fuori dal nulla. Ecco le foto. Ecco la foto di Jay-Z a 18 anni.

Se lo guardate, lo vedete che è lui. Quell’aria da “ne vedo di tutti i colori ma non mi compatite ve la canto e ve la suono come mi pare”. Quelle labbra che sono cuscini, sopra cui saranno rimbalzati dei gran pugni, quando Jay-Z viveva e spacciava al Marcy Project di Bushwick — che sta a New York come le Vele stanno a Napoli. Oggi i cuscini accolgono la bocca di Byoncé, e per un periodo anche quella di qualcun’altra — un tradimento che quel dritto del nostro rapper ha trasformato in un successo colossale con l’album e il tour 4:44. E poi l’arancio della tuta, che a stento s’intravede sotto tutto quell’oro — vero — che lo ricopre. Una corazza dorata contro un mondo di fakeness.

Io sono incantata. Certo dal ritrovato Jay-Z. Certo dallo scatto a Eminem, our beloved baby Bunny boy, nel 2002, quando era nella sua fase inkazzosissima. Capello ossigenato, due ditoni medi davanti a sé e dietro il suo ghigno da bad boy che convince solo i suoi detrattori: i suoi estimatori lo estimano perché vedono ancora più dietro di tutto.
Perché con tutte le mega mostre a disposizione, questa micro mostra?
Per l’intuizione. Un’intuizione che è stata replicata anche alla Municipal Art Society, dove ho conosciuto Santek, il cantante hiphop molto “dope”.
L’opening, lì, era per “Close to the Edge: The Birth of Hip hop architecture”, un’altra micro mostra che osserva come l’hiphop abbia influenzato l’architettura urbana dagli anni ’80 in poi.

Questi sono dei segnali. Prima o poi arriverà anche il MoMA con la sua mega mostra sull’hiphop. E allora avremmo finalmente la consacrazione nell’olimpo dell’arte.
Sarà molto dope.
E anche un po’ mental.
🙂

Questa settimana è stata graziata anche dalla visione per la stampa di “Roma”, all’interno del NY Film Festival. E dalla conferenza stampa post-proiezione con lui, il regista, Alfonso Cuaron. Oltre a essere un genio assoluto del cinema contemporaneo, Cuaron ha anche quel fascino stropicciato dell’uomo d’intelletto che si nasconde dentro l’uomo del sentimentale. Non so come la pensate voi, ma per me la combinazione è fatale.

È andata così. Contatto il mio contatto al Lincoln Center per sentire se ci sono posti per i due film italiani in programma, e in aggiunta, “Roma” e “At Eternity’s Gate” di Julian Schnabel — il film su Van Gogh che muoio dalla voglia di vedere.
Il contatto mi dice, spiecente Sara, i due film italiani sono sold-out, ma se vuoi ho un posto per l’anteprima stampa di Cuaron e Schnabel.
Secondo voi potrei mai non aver voluto?
Ed eccomi venerdì mattina ad andare al Walter Reade Theater. Sala gremita di giornalisti. Mi piazzo in seconda fila.
Cuaron ha da gustarsi da vicino.

“Roma” è un capolavoro. C’è poco da dire. Di film belli ne ha fatti, ma questo è il suo capolavoro, e a Venezia c’hanno visto giusto, assegnandogli il Leone d’Oro. Lo capisci già dalla scena iniziale: un pavimento bagnato di acqua saponata, il rumore di una ramazza che ramazza. Cinque minuti passano così, e in quei cinque minuti Cuaron scrive la sua regola di poetica numero uno per questo film: rendere omaggio al passare naturale del tempo.
Ce l’ha detto lui in conferenza stampa.

Roma è il quartiere di Città del Messico in cui Cuaron ha vissuto infanzia e giovinezza. Roma lo celebra partendo dall’interno di una casa, di una famiglia borghese che ha moltissimo della sua famiglia, a cominciare dall’amatissima domestica Libo, Cloe nella finzione del film, il centro attorno al quale il film gravita.
Tutto sembra perfetto nella grande casa sullo schermo. Sofia, la madre, biochimica di formazione ma casalinga di lusso per badare alla famiglia, il padre, stimato medico, quattro bei figli, la nonna, e la domestica devota. Ma questo apparente quadretto di perfezione Mulino Bianco s’incrina dopo poche scene, quando scopriamo il poco di buono di cui Cloe s’invaghisce, e che farà di lei una sedotta e abbandonata con tanto di gravidanza non voluta. Quando scopriamo, anche, l’infedeltà del marito di Sofia, e la sua decisione di lasciare la famiglia — altro aneddoto autobiografico del regista.
Accanto alla storia personale vissuta dai protagonisti, con la delusione di Cloe, il sogno infranto di Sofia, la Storia sfila nel film attraverso episodi collettivamente drammatici, come il Massacro del Corpus Christi del 10 giugno 1971, quando un numero imprecisato di studenti manifestanti furono uccisi da un gruppo paramilitare.
Tuttavia è l’interno, il luogo che Cuaron vuole esplorare con la sua macchina da presa: l’intimo domestico — la casa — e l’intimo suo, l’archivio della sua memoria.
“È un film sui miei ricordi. Personale. E sugli strumenti emotivi a cui ho attinto”, ci dice nella conferenza stampa dopo la proiezione del film. “Ho cullato il progetto per molti anni, ma non ero pronto a lasciare andare le cose. Dovevo affrontare del materiale della mia vita personale che mi risultava difficile affrontare”.
Lo spettatore capisce immediatamente che ciò che sta guardando non è la semplice narrazione di un racconto, come tanti racconti. Da subito, si percepiscono la vita e il suo svolgersi, con i tempi e i ritmi veri, naturali, dello scorrere del tempo, come dicevo prima.
“Volevo onorare il senso del tempo, e volevo onorare lo spazio. Lo spazio e il tempo ci lasciano, alla fine, ma segnano la nostra vita. Per me la memoria funziona esattamente così.”
La quotidianità della famiglia è osservata con una meticolosità e una cura che non hanno nulla di morboso, e nemmeno di semplicemente naturalistico. Un piatto con del cibo, i panni lavati e stesi al sole, un’automobile che fa manovra in un garage per non toccarne le pareti, persino le cacche del cane di famiglia nel cortile. Tutto è annotato, con grazia ma senza giudizio, dalla macchina da presa, dietro cui c’è l’occhio di Cuaron che ri-guarda un passato ancora chiaramente presente e vivissimo dentro di lui. E allo sguardo che abbraccia il grande urbano di Città del Messico così come il piccolo domestico della casa —uno sguardo che ha molto, moltissimo del poeta, in grado di cogliere il macro tanto quanto il micro — si affianca la dimensione del suono, impiegata con attenzione ed estro dal regista.
“Se per Proust era il sapore che azionava il grilletto della memoria, per me è l’odore. E l’ho ricreato, cinematograficamente, attraverso il suono, cercando di catturare i rumori di una città, e la musica di una società in un determinato momento storico”.

Oltre a spazio e tempo, Roma celebra anche le donne. Non eroine, non sgualdrine, ma anime che sopravvivono, con grazia, alle asperità contro cui le loro vite si trovano a sbattere, chi, come Cloe, scoprendo nel ragazzo appena incontrato l’uomo decisamente sbagliato, e chi, come Sofie, scoprendo lo stesso nel proprio marito.
Un film dal patrimonio genetico femminile, ma non femminista, che si limita a porgere una realtà narrativa allo spettatore, lasciando a lui il compito di decifrarla come meglio crede — ovvero ciò che ogni regista dovrebbe fare. “Non volevo dare alcun tipo di risposta”, commenta Cuaron, e quando gli faccio notare — sì io, pazza — che gli uomini, in questo mirabile affresco emotivo del Messico degli anni ’70 — che potrebbe essere benissimo l’Italia degli anni ’70 — gli uomini risultano piccoli, ridicoli e violenti, come il ragazzo di Cloe, codardi e deboli, come il marito di Sofia, Cuaron risponde, “Non c’è mai stato un progetto intellettuale dietro questo film. È un lavoro puramente emotivo. E sì, è vero, è proprio un affresco, un murale su cui è dipinta la storia di una famiglia. E sì, potrebbe essere l’Italia. E potrebbe essere l’India di Bombay, come qualcuno mi ha fatto notare”. Io naturalmente stavo per morire, ma come diceva Gabriel Garçia Marquez, ho vissuto per raccontarlo. 🙂

Eppure, nonostante lo scavo nella memoria al lavoro in Roma, Cuaron non indulge nella nostalgia, anzi, la rifugge, ricorrendo a un linguaggio visivo che potrebbe superficialmente far pensare il contrario. “Ho usato il bianco e nero, ma non è un bianco e nero nostalgico, è digitale. È un punto di vista dal presente sul passato, non del passato su se stesso”.
Questa scelta stilistica aumenta notevolmente il peso estetico del film, il cui nitore ricorda quello della fotografia di Sebastiao Salgado. La sensazione è quella di trovarsi in una galleria d’arte mobile e, per una volta, guardare le opere d’arte scorrere davanti ai propri occhi — noi fermi, loro in movimento. Le opere d’arte sono gli oggetti della quotidianità. Un telefono, un piatto, un canale di scolo con un omino giocattolo abbandonato a se stesso.
Roma è drammatico, penosamente, dolorosamente drammatico: durante un momento molto cruento del film, il parto di Cloe, la sala del Walter Reade del Lincoln Center ha risuonato distintamente di singhiozzi — dietro di me un giornalista alto due metri per 100 kg, il suo pianto inconsolabile. Ma non è una tragedia.
“La vita è un posto di solitudine. Ma la vita ti sorprende. Ci sono elementi che sfuggono al nostro controllo. Nelle relazioni, puoi esercitare il controllo, ma solo fino a un certo punto. Devi imparare a trattare con la casualità”.
Per tutti quelli che hanno l’occhio un po’ clinico, non sarà difficile notare quanto l’acqua, tra tutti gli elementi presenti, sia quello che s’infiltra, letteralmente, in tutto il film — per lavare un pavimento, spegnere un incendio, portarsi via due bambini.
Alla conferenza stampa erano presenti anche le due protagoniste, Yalitza Aparicio — nei panni di Cloe — bravissima attrice non professionista alla sua prima esperienza attoriale, e Marina de Tavira — Sofia. Entrambe hanno raccontato l’approccio assai spiazzante di Cuaron alla recitazione, “Abbiamo lavorato senza copione: Alfonso arrivava al mattino e ci dava la descrizione delle scene del giorno. Solo quelle. Abbiamo lavorato giorno per giorno. È stato difficilissimo per me, all’inizio. Ma poi ho capito: la vita ti sorprende, e per restituirla in maniera naturale, dovevamo farci sorprendere. Quello è stato il processo che abbiamo adottato”, ha raccontato Marina de Tavira.
Struggente e nello stesso tempo pieno di vita e di speranza, con una geometria narrativa ineccepibile che apre il film sulla terra bagnata dall’acqua e lo chiude sul cielo, Roma è proiettato a Los Angeles, dove gli auguriamo tutti gli Oscar che l’edizione 2019 potrà portargli, orgogliosi che Venezia l’abbia consacrato per prima 😉

E anche per stasera abbiamo pipponato alla grande… Sarete ancora lì, vivi, oppure sarete caduti sul campo?
Io, dei Moviers, dico sempre, ma chi li ammazza quelli?, quindi ho la risposta.
Frunyc IV aggiornato e saluti, schizzatamente cinematografici.

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