LET’S MOVIE 387 da NYC commenta “AT ETERNITY’S GATE” di Julian Schnabel

LET’S MOVIE 387 da NYC commenta “AT ETERNITY’S GATE” di Julian Schnabel

Maledetta me Moviers

che ho aspettato fino all’ultimo weekend.
Il weekend peggiore, e non solo perché l’ultimo — non si aspetta mai l’ultimo, in nulla, finisci sempre per rimetterci — ma perché la pioggia. Lo scorso finesettimana la pioggia ha spinto tutta la popolazione residente nello Stato di New York, tutti i turisti in visita, tutti i businessman di passaggio, tutti quanti tutti, al MET, sfruttando l’ultima occasione di vedere “Heavenly Bodies: Fashion and Catholic Imagination”.
Vi parlai della mostra a maggio, raccontandovi del MET Gala, con tutte le celebrities vestite in base al tema della mostra, che quest’anno, era, appunto, il rapporto fra moda e cattolicesimo.

Mi sono fatta sfuggire i mesi così, come la prima delle principianti che affronta NY senza sapere che a NY non puoi dire “massì oggi che faccio? Vado al MET”. No! Il last-minute è banditissimo qui. Tutto si dimentica. E questo non lo dico solo io. Lavoisier ha riscritto le sue leggi per adattarle a questa città: tutto si crea, tutto si distrugge e tutto si dimentica. Quindi qui funziona che qualsiasi azione, anche la più piccola, anche la più insignificante, come andare in un museo, finisce in agenda, anche se poi finisce che ci vai da solo, e non corri il rischio di dar buca a qualcuno.

Cosa è successo ai miei mesi prima di ottobre? Cosa è successo a giugno? A luglio? A settembre? L’unico a passarla liscia è agosto, grazie alla Spagna e alle sue residenze che mi hanno portato via alla città. Ma gli altri? Ho cercato di fare mente locale. Un po’ come esercizio dal volere psicologico, e un po’ per incastrarmi — ecco, davanti a questa prova, l’imputata appare evidentemente colpevole.
A maggio ero impegnata a tornare a respirare. L’inverno si è protratto così a lungo, quest’anno.
Giugno? Giugno è stato il mese dei concerti all’aperto a Central Park, dei film sotto le stelle lungo l’Hudson River.
Luglio? Luglio è stato il mese dei weekend in bicicletta a Brighton Beach e del caldo assassino — il mio killer preferito.
Poi settembre? Settembre il mese del lutto nazionale. L’estate trucidata da un manipolo di farabutti travestiti da monsoni.
Un lutto lungo un mese?
Sì, un lutto lungo un mese. Lo ricordo alla perfezione.
E poi ottobre subito qui.

Questa difesa fa acqua da tutte le parti.
Per questo, camminando a velocità sostenuta alla volta del MET, sabato scorso, sotto una pioggia autunnale, mi sono maledetta tutto il tempo. E così ho continuato a fare quando sono arrivata e ho trovato una fila senza capo né coda alle biglietterie.
Non potevo sprecare 45 dei 60 minuti che avevo a disposizione per visitare la mostra stando in una fila — per giunta senza capo né coda.
Allora confido nella mia residenza newyorkese. Se risiedi a New York, e puoi provarlo — con la NY ID, per esempio — puoi entrare beneficiando del pay-as-you-wish. 🙂
Ma al banco informazioni mi dicono che purtroppo anche i residenti devono fare la fila.
Allora, come si dice da queste parti, I tried my luck.

Mi presento al banco dei MET Members, ben conscia del fatto che la mia membership è scaduta a febbraio 2018. Non ho alcun titolo per rivolgermi a quel desk.
La signorina di là dal bancone a cui offro il tesserino da Member, mi dice che è scaduto, e che devo fare regolare biglietto alle biglietterie.
“Oh, even if I am a Newyorker?”
“I am afraid so”.
Al ché io faccio un po’ la drama, ma senza piazzate. Come farebbe un newyorkese. E dico, oh no, non ce la farò mai a fare la coda e a visitare la mostra…Ho un impegno fra un’ora…
Aggiungo anche un’espressione dispiaciuta, ma contenuta. Non da Europa dal Sud. Da Danimarca.
La signorina abbocca.
“Ok, I’ll do it for you, Captain”.
Mi chiama “Captain”.
Trattengo l’ilarità solo perché sono nel mezzo del mio film e non posso mandare tutto in malora per una risata.
Mi chiama “Captain” perché il titolo che compare sul mio tesserino da Membro MET scaduto c’è il titolo “Captain”.
“Posso scegliere ‘captain’?” Avevo chiesto, da canaglia, all’addatto delle Membership quando avevo compilato il modulo, scartando “Dr”, “Miss” e “Mrs”.
“Sure”, mi aveva risposto lui, con un sorriso da canaglia complice.
Da allora, che lo crediate o no, per il MET, io sono Captain Fruner. 🙂

Baciata dalla fortuna come mai prima, entro nell’ala di arte medievale e bizantina che ospita la mostra. E giù fioccano le maledizioni.
Capisco l’unicità di ciò che sto per vedere. “Heavenly Bodies” è un evento che non si ripeterà e che rimarrà scolpito nella memoria delle mostre non solo del MET, ma a livello mondiale — è stata la terza mostra più visitata della storia del MET.
Sono davanti a una fila di manichini sospesi a due metri d’altezza, vestiti con abiti di lamé d’oro by Gianni Versace. Lì accanto, calici e piatti e monili d’oro arrivati direttamente dal Vaticano. La conversazione che intessono oscilla fra sacro e profano e sarà sostenuta in tutte le sale che visiterò. Quindi ho presente il valore di ciò a cui assisto. E questo valore — che la memoria traduce in ricordo, la valuta più preziosa di tutte le valute — è intaccato dagli stormi di visitatori che, uccelli neri, invadono le sale. E i miei esuli pensieri sono tutti rivolti a maledire me stessa.
A fatica cerco di isolarmi in una mia dimensione personale che permetta ai capolavori della moda di tutti i tempi di raggiungermi, e parlarmi. A fatica, ce la faccio.
Ci sono modelli di tutte le epoche, stilisti da tutto il mondo. Ma la presenza italiana è ovviamente massiccia. E non solo con i soliti noti che mi aspetto di trovare. Dolce e Gabbana, Valentino e Riccardo Tisci. Ma anche quei nomi italiani che hanno scritto la storia della moda ben prima di loro. Come le Sorelle Fontana, presenti nella mostra con un modello chiamato “Il Pretino”: un abito semplice semplice, inequivocabilmente rassomigliante a quello portato dai preti, che impazzò alla fine degli anni ’50 perché fu indossato e amato da una certa Ava Gardner. Ed Elsa Schiapparelli, la prima vera competitor di Coco Chanel, presente in mostra con una mantellina corta del 1938 in tutto e per tutto somigliante alla zimarra che indossano i chierici.

E poi manichini trasformati in monache. Qualcosa di simile alle monache. Se guardati bene da vicino, si capisce che non sono abiti da novizia, né da badessa. Le linee ricordano conventi e monasteri, ma le reinterpretazioni, insieme a tessuti preziosissimi e linee precise al millimetro, fanno di queste creature — molto più di creazioni — dei veri e propri luoghi di seduzione dove aleggia, da qualche parte, il desiderio. E quando l’immaginario cattolico incontra seduzione e desiderio, capite che l’estasi è inevitabile.

Una mostra così era ad altissimo rischio scivolone.
I curatori avrebbero potuto facilmente cadere nel pruriginoso o nella facile iconografia del proibito e del peccaminoso. Nulla di tutto ciò. La sfera sessuale non è minimamente tirata in ballo. La sensualità che trasuda dai lunghi pudicissimi abiti è data dall’eleganza e dalla solennità stessa dell’abito, tanto che il corpo che lo indossa, è un mezzo per evocare una dimensione superiore, celeste. Proprio come era per i paramenti ecclesiastici nel passato.
Se date un’occhiata al Frunyc IV, potrete capire di cosa parlo.

Dior, Yves St Laurent, Thomas Brown, Raf Simons, Givenchy, Christian Lacroix, Jean Paul Gautier, Alexander Mc Queen (Dio l’abbia in gloria per l’eternità, Amen) si sono tutti ispirati, in determinati momenti della loro carriera, all’immaginario cattolico: ogni artista, dopotutto, persegue il sacro. Farlo attraverso un linguaggio estetico che ha funzionato per secoli, sembra la più naturale delle scelte.

Dopo essere uscita in uno stato mistico che mi ha reso sorella di Caterina da Siena e Benedetto da Norcia, so che non è finita qui.
Sì perché il MET non ha adibito solo le gallerie medievali e bizantine sulla Quinta Strada alla mostra, ma anche The Cloisters, una sede distaccata che sta nella parte alta di Manhattan, intorno alla 190esima Strada.
Ma cos’è The Cloisters? E perché al plurale?
Sentite che storia da Regina Coeli (!)

Nel 1927, New York si mette in testa l’idea di realizzare un sito di bellezza medievale.
E come si fa?
Si ringrazia un certo Rockefeller Jr per le cospicue donazioni, si parte per l’Europa, si saccheggiano — potete anche dire raccolgono se volete — parti di chiese e monasteri, colonne, fontane, frontoni, pietre, vetrate, altari, porte, portoni, persino campane, da Francia, Spagna e Italia, e si portano via nave nella parte alta di Manhattan. Gli si costruisce attorno una struttura molto cistercense di gusto e di forma, et voilà, Manhattan ha il suo sito di bellezza medievale.
Il plurale di “Cloisters” è proprio per via dei cinque chiostri medievali spagnoli e francesi la cui struttura, dopo essere stata trasportata a NY, è stata incorporata nella costruzione del museo.
Questa, a casa mia, si chiamerebbe appropriazione indebita, ma ora casa mia è New York, e forse a New York questa si chiama scambio culturale. Una specie di Erasmus a senso unico che ha degli oggetti d’arte per soggetti.
Certo, tante nazioni sono tristemente unite dalla pratica del saccheggio di opere d’arte. Ma nel ’27? Un’epoca così recente? E soprattutto, con un piano così lucido, da Lupin III? Sotto la luce del sole?
Ancora stento a credere che un taglia-e-cuci, anzi, uno scomponi-ricomponi come The Cloisters sia stato permesso.
Ma magari c’è una causa aperta di cui ignoro l’esistenza.

Mi ritaglio tre ore di tempo e vado a The Cloisters lunedì, ultimo giorno possibile — l’8 ottobre. È vano sperare che il lunedì possa facilitare una visita meno affollata. L’8 ottobre è stato il Columbus Day.
Ciononostante, arrivo a un orario ragionevole, e la vera mandria arriva quando io me ne vado — qualche Santo, forse Versace, nel paradiso della moda deve aver guardato giù.

Se l’effetto degli abiti nella galleria medievale e bizantina al MET sulla Quinta Strada mi aveva fatto provare provare emozioni di mistico delirio, provate immaginare cosa ho provato incontrando modelli di Alexander McQueen, Dior, Balenciaga d’ispirazione cattolica in una cornice come quella di un convento…
Ho girovagato per tre ore in uno stato di grazia mariana, conscia che se la morte fosse giunta lì, l’avrei accolta con il sorriso sulle labbra e le braccia aperte: la bellezza fa bella anche la morte — forse anche le turiste con le Birkenstock e i calzini bianchi.
Cheddirvi? Una cappella è stata riservata a un abito da sposa di Dior — “Hymnée”. L’abito davanti a un crocifisso, una luce sistemata in maniera furba, in modo da gettare un’ombra tattica tutt’intorno. La musica di Schubert in sottofondo.
Cheddirvi? Una sezione del piano interrato ospitava “Il Giardino dell’Eden”: una decina di pezzi Alexander McQueen (Dio l’abbia sempre in gloria per l’eternità, Amen) con motivi memori di Hyeronimus Bosch e de Chirico.
Cheddirvi? Un abito in oro e tulle di seta by Valentino, evoca i campi di grano dipinti da Van Gogh. E un abito in seta vermiglia e chiffon nero sboccia come una rosa rossa dall’anima dark dentro un confessionale di legno risalente al Medioevo.
Cheddirvi? Un chiostro interno dal cui soffitto pendono lunghi mantelli neri by Valentino, e l’effetto è quello di quando incontrate l’arte di Magritte, che tante volte ha riempito il cielo dei suoi quadri di omini sospesi in abito scuro.
Cheddirvi? Questa è, by far, la mostra migliore a cui sia mai stata.

Un unico rammarico — a parte averla vista con troppa mandria turistica attorno. Il rammarico si rivolge, ancora una volta, all’Italia. L’Italia che non solo ha gli stilisti, ma che avrebbe i luoghi 100% original in cui ospitare una mostra come questa, e che non dovrebbe saccheggiare nessuna Francia, nessuna Spagna. L’Italia ha gli originali!
Eppura l’Italia non se ne esce con un’idea come “Heavenly Bodies”. Non le passa nemmeno per la testa di rileggere l’estetica clericale attraverso la lente della moda — in cui peraltro eccelle da secoli! — e di sfruttare una delle infinite location a sua disposizione per ospitarla. Ma nulla. Dobbiamo aspettare che l’America si porti qui l’Europa per fare quello che noi potremmo — dovremmo — fare. Dobbiamo ringraziare il MET e i suoi curatori sempre più avanti di tutti, quando gli italiani potrebbero già essere talmente avanti da mettere le crisi d’identità al futuro.
Questi pensieri, tuttavia, non hanno minato la mia estasi. Nella mia immaginazione, ho indossato ogni singolo abito visto — persino la corona di spine disegnata da Alexander McQueen e chiamata “Dante”.

Questa settimana è proseguito il NY Film Festival, che mi ha messo sul piatto proiezione e conferenza stampa
Di “At Eternity’s Gate”, il film di Julian Schnabel su Vincent Van Gogh che è valso la Coppa Volpi a Willem Dafoe all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Ci ho scritto un articolone che è uscito su La Voce di New York, e che più o meno dice così…

Cosa succede quando un artista decide di fare un film su un artista? Alcuni pensano sia un cortocircuito che sprigiona troppa energia, e optano per lo scetticismo. Altri, come noi, che amiamo le centrali elettriche in forma di talento, e mettiamo in preventivo il rischio sovraccarichi, sono andati alla proiezione di At Eternity’s Gate con curiosità e fiducia: quando un artista decide di fare un film su un altro artista, semplicemente lo segui. Se poi non ti porta da nessuna parte, avrai semplicemente perso un paio d’ore.
Julian Schnabel, in questo caso, non solo ti porta da qualche parte. Ma per due ore ti fa essere Van Gogh. Perché At Eternity’s Gate non è il biopic lineare che ci si potrebbe aspettare da qualsiasi regista invaghito dalla vita del pittore — chi, obbiettivamente, non ne subisce il fascino? Ma, come abbiamo avuto modo di confessare al regista dopo la proiezione, At Eternity’s Gate è il film che avrebbe girato Van Gogh su se stesso se Van Gogh fosse stato regista. E questo non lo rende un’opera per tutti, ma per coloro che sono disposti a lasciare la propria corazza di sanità e di intraprendere un viaggio di due ore sulle vette dell’estasi creativa e giù nei meandri dell’incubo, dell’alienazione.
l film è stato presentato all’interno della Main Slate, la categoria dei film principali del NYFF, e ha portato, sul palco del Walter Reade Theater, sia il cast con Willem Dafoe, Oscar Isaac, Ruper Friend, sia il trio che ne ha firmato la sceneggiatura — Julian Schanbel, Jean-Claude Carrière e Louise Kugelberg — che si sono prestati a commentare, pur brevemente — troppo brevemente! — il making-of del film.

“Non volevo fare un film su Van Gogh”, confessa Schnabel, “Io e Jean-Claude eravamo al Musée d’Orsay, e Jean-Claude ebbe un’epifania…”, aneddoto che Carrière prosegue a raccontare, “Grazie a Julian, abbiamo goduto di una visita privata al museo. Eravamo soli. E ci siamo trovati davanti a un autoritratto molto triste di Vincent. Un autoritratto in cui aveva usato tre tipi diversi di blu per marcare il contorno dei suoi occhi, e un rosso vermiglio. Era come sentire il battito del suo cuore. Non ho mai provato una sensazione simile in vita mia. Era come se Van Gogh ci stesse seguendo”. La parola torna a Schnabel, “Allora abbiamo buttato giù il copione. Ma non ho pensato in termini di struttura. Ho pensato a delle vignette, come se lo spettatore uscisse dal cinema così come uscirebbe da un museo — portandosi con sé delle vignette delle cose che ha visto”.
E in effetti la cronologia della vita dell’artista è rispettata a grandi linee, ma quello che interessa a Schnabel è più che altro restituire l’esperienza di Vincent uomo e artista, il suo percorso che rasenta la follia e che poi ci finisce dentro, per poi riuscirne, e per poi rifinirci dentro di nuovo, in un in-and-out che lo condannerà a uno stato di turbe momentanee, consacrandolo, ciononostante, all’eternità della storia dell’arte.

Quindi abbiamo il periodo trascorso Arles, dove Vincent vive una stagione di furore artistico, ma dove al contempo subisce le angherie dei paesani piccoli e diffidenti, che vedono in lui il matto da punire e allontanare — “mi sento un esule, un pellegrino… Del resto anche Gesù era totalmente sconosciuto e perseguitato quando era in questo mondo”, deduce Van Gogh, lettore delle Sacre Scritture. Abbiamo l’anno trascorso presso l’istituto psichiatrico di Saint-Rémy de Provence, dove Vincent dipinge qualcosa come centocinquanta dipinti tra il 1889 e il 1890. E gli ultimi due mesi a Auvers-sur-Oise, dove ne dipinse ottanta, in una furia creativa che supera persino gli anni arlesiani. Tutto questo è inframezzato dagli eventi salienti che hanno puntellato la biografia — e la sua sanità — del pittore. L’amicizia complicata con Paul Gauguin, l’episodio del taglio dell’orecchio, il rapporto tenerissimo con il fratello Theo — colui che più di tutti tentò di proteggere e incoraggiare il talento di Vincent. Tutti questi elementi, legati alla sfera biografica ed emotiva, occupano lo schermo in maniera frammentata. Così abbiamo un frammento — struggente, mirabile — del legame fortissimo con Theo in un momento d’infinita dolcezza: Vincent assopito nel letto dell’ospedale psichiatrico, Theo sdraiato accanto a lui, la cinepresa vicinissima ai loro volti, come per restituirci il calore che solo un rapporto fraterno autentico può sprigionare. E abbiamo frammenti di vita quotidiana. Le peregrinazioni per i campi inondati di sole, nel più classico dell’immaginario vangoghiano — l’estasi fanciullesca del pittore. Oppure le finestre intrise di pioggia, gli scarponi malandati che diventeranno soggetto di un suo quadro, le radici degli alberi, i matti che camminano in circolo dentro un manicomio — lui insieme a loro.

La soggettiva è il linguaggio che Schnabel sceglie di adottare. La cinepresa sta addosso ai personaggi, assume prospettive scomode, l’occhio si fa sfocato, la pellicola sgranata. La sensazione è quella di trovarsi in un mondo deformato, disturbato da qualcosa che incombe e che non sappiamo spiegare. Quel qualcosa è la follia, che bracca Vincent, e che, in base agli intenti “transfert” del regista, insegue noi.
“Ci sono moltissime parti di questo film che sono in silenzio, e moltissime parti narrate in prima persona. È come se non stessimo guardando un film su Van Gogh, ma come se fossimo Van Gogh”, commenta Schnabel in conferenza stampa. E ricorre anche a una tagliente, doverosa battuta ironica, quando una giornalista gli chiede se la scelta di sfocare certe immagini, specie all’inizio, sia stata voluta. “Voluta? Nah, sarà stata un svista…”, butta lì, sornione. Ebbene, non solo è voluta, ma ricercata con cura maniacale, attraverso immagini fuori fuoco, camera a spalla, inquadrature sottosopra.
“Mi era capitato di comprare per sbaglio un paio di occhiali bifocali. Li ho messi per gioco davanti alla lente della cinepresa. E quello era l’effetto che ricercavo per rendere la follia, e catturare la paura che deve aver provato Vincent. Penso che fosse spaventato a morte dall’idea di diventare pazzo”.
Ineccepibile l’interpretazione di Willem Dafoe, le cui rughe e il cui viso scavato di sessantenne cantano benissimo l’anima vecchia del giovane trentasettenne Vincent. Racconta l’attore, “Avevamo una sceneggiatura robusta a cui affidarci. Andavamo sul set la mattina presto, giravamo in fretta, e poi avevamo il pomeriggio per camminare nella natura e farci ispirare. È stato tutto molto naturale, e il pensiero che avevo era quello di godere a pieno dell’esperienza che stavo vivendo”.

In conferenza stampa anche Oscar Isaac, che sullo schermo, nel ruolo poco incisivo di Paul Gauguin, ci ha fatto rimpiangere il sanguigno, credibilissimo Anthony Quinn: la sua interpretazione in Brama di vivere (Lust for Life) di Vincente Minnelli, gli valse l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 1956, e gli bastarono una manciata di minuti di recitazione per guadagnarselo — Dafoe, di contro, tiene testa a Kirk Douglas, che di Vincent diede un’interpretazione parimenti convincente.

È evidente che i tre sceneggiatori hanno saccheggiato a piene mani lo splendido epistolario fra Theo e Vincent. Le citazioni sulla pittura, sulla vita, Dio, la bellezza, la malattia, l’emarginazione, l’esistenza sono sparse per tutto il film, e molto spesso vengono ripetute due volte, quasi per dar modo allo spettatore di capirle a fondo, e di non lasciarle scivolare via insieme allo scorrere della pellicola. “Volevo far dire a Van Gogh cose sulla pittura che volevo sentirgli dire”, ammette Schnabel. Il rischio, in alcuni punti, è quello di scendere nella deriva del citazionismo e mettere a repentaglio l’equilibrio volutamente squilibrato che At Eternity’s Gate persegue. E di scivolare nell’accademico. Ciò non succede. Schnabel si salva: il tipo di spettatore che sceglie di vedere questo film sul pittore sa di trovare pane per i suoi denti, tanto che potrebbe uscire con le mani piene di perle, avesse la pazienza di raccoglierle su un taccuino, cosa che ho fatto per voi, e che condivido di seguito.

“Quando mi trovo davanti a un paesaggio, vedo l’eternità. Magari sono il solo a vederla, ma la vedo.”
“A volte la mente mi sfugge… Sente di perderla. A volte vedo fiori, angeli, esseri umani, a volte mi parlano. Quando sono in quello stato, non mi rendo conto di ciò che potrei fare. Potrei anche uccidere. O gettarmi da un burrone”.
“Mi sento perduto quando non sono nella natura. Quando la guardo, vedo i legami che ci uniscono tutti”.
“Ho bisogno di uscir fuori e scordar me stesso. Ho trascorso tutta la vita da solo in una stanza. E ho bisogno di dipingere veloce. Ho bisogno di trovarmi in uno stato febbrile. Più dipingo in fretta, più sono felice.”
“C’è qualcosa in me, non so cosa sia. Vedo cose che nessuno vede, e voglio condividerle con gli altri, per mostrare loro com’è veramente la vita”.
“Dipingo la luce del sole”
“Sono un pittore. Non riesco a far nient’altro. Dio mi ha dato questo dono. Forse Dio ha scelto il periodo sbagliato, io sono per le persone che non sono ancora nate”.
“Dipingo per smettere di pensare. Penso al rapporto con l’eternità. Stazionano molte distrazioni e fallimenti, al limitare di un dipinto riuscito”.

E anche per oggi, eccoci in fondo –siete arrivati fino in fondo??
🙂

Consiglio vivamente quattro passi nel Frunyc IV per capire “Heavenly Bodies”.
Vi ringrazio sempre tanto e vi porgo dei saluti, stasera, maledettamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply