LET’S MOVIE 388 da NYC commenta “A STAR IS BORN” di Bradley Cooper

LET’S MOVIE 388 da NYC commenta “A STAR IS BORN” di Bradley Cooper

Milioni, Moviers,

siamo milioni in questa città. Otto e mezzo — Fellini ride. Ma ogni tanto lo dimentico, e tratto NY come fosse un grande paesone. Forse perché il mio quartiere ben si presta a questa percezione. Più raccolto, direi quasi intimo, rispetto all’idea che di una metropli si ha. O forse perché gli esseri umani, tutti, anche il Board, cercano di disegnare una propria mappa personale del posto in cui vivono, sia esso grande città o piccolo paese.
Questa mappa include dei luoghi che frequentate di solito, a cui siete affezionati, oppure che vi riescono facili di strada, oppure che vi servono, oppure che vi fanno stare bene oppure che semplicemente vi fanno ricordare altri luoghi, con altre storie e altri ricordi. E allora la mappa s’ingrandisce, abbracciando passato e presente. Più la città è grande, più occasioni ci sono che questa mappa individuale si faccia fitta fitta di posti vostri. Il paese piccolo si esaurisce in un pugno di strade, e questo è oggettivamente un limite.
Ma chi sono io per condannare i borghi? C’è chi non s’è mai mosso ed è diventato immortale — di Emily Dickinson abbiamo già parlato, e della sua clausura ad Amherst, Massachussets.

C’è P, una mia amica italiana qui, che abita come me nell’Upper West Side — 84esima and Broadway. Vive a sei isolati dall’ufficio. Va al lavoro a piedi. Fa la spesa nei supermercati che sono sparsi lungo il tragitto casa-lavoro, compreso un mercato della frutta e della verdura che il venerdì pomeriggio offre ortaggi bio&organic direttamente dai campi del New Jersey: il New Jersey, ai miei occhi, è un po’ come una Striscia di Gaza contesa fra criminalità italo-americana — o solo il ricordo di — e squallidi diner, commuters esasperati dal traffico che angustia il loro commuting, e rigogliosi campi di fagioli e zucche, asparagi e bietole.
Mascalzoni, pendolari e contadini, questo è il New Jersey, ai miei occhi.
Quando c’è bisogno di uno spettacolo, P. va al Lincoln Center, a una ventina di isolati da casa. Se poi un giorno le va di esplorare la città, sale in metro, e in un ragionevole — a volte, irragionevole — lasso di tempo, eccola che arriva a Greenwood (Brooklyn), oppure Williamsburg, oppure anywhere. Ma il suo è un modus vivendi sostanzialmente rionale. La città vissuta a piedi. Il negozio di fiducia, il bar di fiducia, il ristorante di fiducia. Qui come a Trento, come a Firenze, come a Bari.
Insomma, a definirci, a dire chi siamo, sono anche le nostre abitudini. Le abitudini offrono stabilità, sicurezza, una rassicurante quantità di noto per combattere lo spaventevole mare d’ignoto su cui la barchetta della nostra vita galleggia. Per questo è così difficile cambiarle. La paura, poi, trova nella pigrizia e nel comodo alleati preziosi per preservare lo status quo.

Questa è una legge di natura tanto quanto la tendenza a socializzare. È un meccanismo che ci portiamo montato dentro dalla nascita, di default. Alcuni, a un certo punto, cercano di manometterlo, e riscrivere da zero le loro mappe individuali. Ci vuole forza, coraggio, e un bravo hacker 🙂
Io non credo di possedere nessuno dei tre. Certo non ho un bravo hacker, forse qualcosina delle prime due, che nel mio dizionario, tuttavia, finisce sotto la voce “sana inconscienza” — mollare tutto e trasferirsi di là dall’oceano ne è senz’altro prova provata. Proprio perché non sono un avventuriero, un pirata dei sette mari, o le stereotipo dell’artista che vive senza fissa dimora, proprio per questo, anch’io possiedo la mia mappa individuale. La disegno in ogni posto che vado. Anche per quindici giorni, anche per una settimana. È incredibile, quanto l’essere umano tenda al sentirsi al sicuro. E una cosa che ho notato: in tutte le esplorazioni che faccio, c’è sempre un tratto conosciuto. Parto dal tratto conosciuto, e poi ci attacco un tratto sconosciuto. Ma il tratto conosciuto non manca mai. Linus e la sua coperta sono parte del nostro imprinting comportamentale — non ce ne libereremo mai.

La mia mappa individuale naturalmente copre i luoghi in cui lavoro. Chelsea con l’FIT, adesso Dobbs Ferry dove c’è il Mercy College, la Columbus Citizen Foundation, 69esima tra Madison e la Quinta Strada, dove insegno il lunedì sera — e prima o poi devo spiegarvi di questo posto… Copre anche i luoghi in cui corro, che ormai conoscete: Harlem e il Bronx, oltre all’amato Central Park.

Quando mi avvio al nord, non percorro la Broadway, ma Amsterdam Avenue, e non so bene perché, ma così l’abitudine è cominciata, e così me la tengo. Tra la 141esima e la 142esima so cosa mi aspetta, e lo aspetto ogni volta. C’è un palazzo che deve avere la sala lavanderia a piano terra, non nel basement come succede di solito. Oppure ce l’ha nel basement e ci sono delle bocchette di ventilazione che portano l’aria in superficie, in strada. Non so di preciso. Ho sbirciato, ma non vedo nulla di nulla. Sento col naso e basta.
Tra la 141esima e la 142esima sulla Amsterdam, vieni accolto da un profumo di bucato d’altri tempi. Non è un odore chimico, Dash e Dixan. È più ammorbidente, o sapone di Marsiglia. E accanto all’odore, c’è del caldo — presumibilmente l’aria scaricata dalle asciugatrici? Ogni volta che io arrivo in quel posto, so benissimo che il mio cervello penserà a Gervaise.
Gervaise è la protagonista di “L’ammazzatoio” di Emile Zola, uno dei volumi del ciclo “Les Rougons-Maquart” — parliamo dell’ultimo ventennio dell’‘800. Gervaise Macquart fa la lavandaia. E io non sono un’amante del naturalismo, ma Zola è pazzesco nel modo in cui descrive l’ambiente di una lavanderia di fine ‘800. È così pazzesco che si è incistato nella mia mente, al punto che ogni volta che la mia corsa mi porta lassù, fra la 141esima e la 142esima, io non sono più a New York nel 2018, ma sono a Parigi nel 1876, tra miseria, delirium tremens e fatalismo — come compito per casa vi direi di fare un raffronto tra i Malavoglia e i Rougon-Macquart, ma forse siete già a Storia delle Letteratura II… 🙂
Insomma, io sono talmente presa da quel posto che l’ho persino spinto in una mia poesia — “Laundry”. Quando ho un posto è così speciale, e ti trascina così prepotentemente nella letteratura, non puoi far altro che consegnarlo all’immortalità della pagina scritta.

Proseguendo lungo la Amsterdam, incontrate, fra la 143esima e la 144esima, un micro triangolo rettangolo di plaza, con due piante di numero nell’area in mezzo, e bordato, lungo i lati, da panchine. Gli hanno dato persino un nome, Johnny Hartman Square Park, forse l’idea di qualche Amministrazione per aumentare il numero di “spazi verdi” in città, almeno sulla carta — solo sulla carta.
Su quelle panchine naufragano i relitti di questa città — relitti di pelle nera, siamo pur sempre a Harlem. Uomini, di mezza età, o più giovani, fra i 30 e i 40. Emaciati, negli occhi il giallo-rosso della mariuana quando incontra il crack. I denti storti o mancanti, che raccontano storie di dentisti mai frequentati alternati a scazzottate più che benvenute.
Ce ne è uno con un karaoke portatile, di quelli degli anni ’90, il microfono color oro. E canta per sé. Dal karaoke non esce nessuna musica.
Un altro dorme sprofondato nella giacca di pelle nera, e chissà a chi sarà appartenuta, quella giacca, prima di arrivare intorno al suo corpo, chissà quante storie avrà assorbito, quante paure e gioie.
Poi, c’è un vecchio con un deambulatore. È così vecchio che potrebbe raccontare della crisi del ’29 e di quando Eisenhauer divenne presidente, nel ‘52. Penso sempre, ce la farà a deambulare a casa, dopo aver trascorso qualche ora sul limitare del Johnny Hartman Square Park? A quanto vedo ce la fa ogni volta, e ogni volta ritorna.
Poi ci sono dei figuri i cui visi sono difficili da ricordare. Stanno chini sopra un tavolo portatile e giocano alle tre carte.

Tra i frequentatori della “plaza”, c’è un ragazzone afroamericano di nome Scottie. Dire che è grasso sarebbe manipolare la realtà dei fatti. Scottie è proprio obeso. Non avrà più di trentacinque anni. Porta sempre felpone della tuta scolorite, che molto spesso portano tracce sparse dei suoi lauti pasti — lauti, li immagino, vista la stazza. Le sue scarpe da ginnastica sono così larghe che una delle sue potrebbe benissimo contenere tutt’e due le mie. Non so com’è cominciata, ma ogni volta che passo, mi fermo e faccio due chiacchiere con Scottie. È un buono, lo si capisce dal sorriso genereso, e da quanto a lungo lo mantiene sul viso.

“How’s goin’, kiddo?”, mi chiede ogni volta.
“Kiddo” è un diminutivo/vezzeggiativo molto cute di “kid”, bambino, ragazzo. Credo mi creda davvero un “giovanotto”. E onestamente, come dargli torto? Con l’outfit da runner anche mia mamma mi prenderebbe per un maschio — that’s the fun of it, actually.
Io mi fermo, dico che oggi oddio è freddissimo, oddio è caldissimo, menomale si sta bene. Le solite small talk sul meteo che riempiono il vuoto esistenziale che altrimenti ci risucchierebbe inesorabile — sì, oggi pane e apocalisse a colazione. Una volta gli ho raccontato in venti secondi la mia storia. Italia, emigrata, prof, ora casa nell’Upper West Side, ma fino a gennaio 2018, casa a Harlem, a quattro isolati da lì.
Scottie è sempre gentile e ascolta con interesse. Io ho provato a fargli delle domande. Abiti qui vicino? Sì. Poi torni a casa? Sì. Ma non si sbottona.
Allora parto con le ipotesi. Vivrà con qualche sussidio, oppure con la madre, e la sua pensione? Oppure in un istituto? Non mi dà l’idea di uno che lavori, Scottie. L’ho trovato su quella panchina a tutte le ore. Certo, questo potrebbe pensarlo anche lui di me — ma questa corre a tutte le ore? Non ce l’ha un lavoro? Per questo gli ho detto della prof. Devi dar modo agli sconosciuti di penetrare un po’ il mistero che sei, altrimenti rimani il monolite di Kubrick in “2001 Odissea nello spazio”.

Da quando sono rientrata dalla Spagna, ho visto Scottie solo una volta.
“Hey, kiddo, long time no see, how was the trip?”, mi chiede alla fine di agosto, stupendomi. Non ricorda il mio nome, ma il mio viaggio sì.
Quel giorno Scottie aveva gli occhi giallo-rossi, e purtroppo la Roma non c’entra. Mentre gli dicevo quattro cose sul viaggio, vedevo che non mi vedeva. Vedeva qualcos’altro. Quelle strane forme con cui la droga deve riempirti la testa e che, mentre fa effetto, ti popolano il mondo di stupidera, e poi, quando l’effetto svanisce, ti scaraventano nella solitudine più nera.
Vedere un ragazzone — un bambinone — così, con della roba in circolo, fa strano. “It’s not for you”, ti viene da dirgli. Te lo immagini affogare in un bidone di alette di pollo fritte e in un silos di milkshake al triplo cioccolato, ma non con della roba in circolo.

Da quella volta, non ho più visto Scottie.
È trascorso più di un mese e mezzo.
E allora riparti con le ipotesi. Ma una, quella definitiva, ha sempre la precedenza sulle altre.
Spero di sbagliarmi, e che si tratti di un raffreddore, di un’indigestione — più probabile — o di un viaggio inaspettato — molto poco probabile.

Scottie era un luogo umano della mia mappa individuale. Non trovarlo più lì, sulle panchine del Johnny Hartman Square Park, lascia un vuoto. Come se, d’un tratto, venisse a mancare il palazzo con dentro la lavanderia che pulisce un marciapiedi sudicio di Harlem, trasformandolo in letteratura.
Quanto sparisce in una città? Quanti buchi neri ci sono a New York, pronti a risucchiare chi non ce la fa, chi è debole, magari in un momento maledetto della propria vita? Quante persone scompaiono a New York? E dove finiscono? C’è un posto che le r-accoglie? Un grande ricovero di anime rotte, un lazzareto contemporaneo pieno di contemporanee agonie?
Sarei davvero cieca, e ipocrita, se non riconoscessi l’ombra che New York staglia accanto alla sua luce scintillante.

Venerdì sono stata al Cinepolis a Chelsea per vedere “A Star Is Born” di e con Bradley Cooper.
Il giorno pattuito fra me e la mia agenda era martedì, ma martedì, tutto sold-out. Il bigliettaio mi dice che lo spettacolo intorno alle 7:30 pm è sempre stato sold-out da ché il film è uscito.
Allora per venerdì si prenota online.

Sono sei mesi che nelle sale mandano il trailer del film. È ovvio che allo spettatore scatti la curiosità. Poi metti insieme una potenza recitativa come Bradley Cooper e una potenza canora come Lady Gaga, e la curiosità schizza a livelli tossici. Aggiungete il passaggio all’ultima Mostra a Venezia, con Lady Gaga più divina che diva in quei suoi look scelti ad arte, e capirete perché “A Star Is Born” sta catalizzando l’attenzione di mezza New York cinefila
.
Partiamo con il dire che il film è un remake del film con lo stesso titolo diretto da William Wellman. E siamo nel 1937. Poi è arrivato il musical del 1954 con Judy Garland e infine il musical rock del 1976 con Barbra Straisand come protagonista. Quando ti cimenti con un classico hollywoodiano sai tutti i rischi a cui vai in incontro. Cooper li sapeva, ciononostante, per la sua prima prova da regista, ha scelto di buttarsi, e questo gli va riconosciuto.
Anche a Lady Gaga dobbiamo riconoscere del fegato: classico hollywoodiano e prima prova da attrice — nel documentario “Five Feet Tall”, su Netflix, è se stessa, e le riesce bene (!). Quindi anche a lei alziamo tanto di cappello.

Ecco, sbrigati i buonismi del caso, passiamo allo schiacciasassi.
E vi prego di scusarmi se scenderò negli spoiler, ma confido nel fatto che limiterete la conoscenza di questo film solo a questo pippone, e che non deciderete di seguire la metà cinefila di New York.

“A Star Is Born” racconta il processo spietato in base al quale, per una stella che nasce, una stella muore. È una legge dell’universo, it sucks, ma è così, accettiamolo. Nel caso del film, non parliamo di pulsar e nane bianche, ma di cantanti. Jackson è un cantautore country osannato dal suo pubblico. Ally è una cameriera che sogna di fare la solista e, nel mentre, si esibisce in un locale di drag queen.
Dopo un concerto, Jackson si ferma proprio in quel locale, proprio mentre Ally sta per esibirsi. La vede, la ascolta, sente quel po’ po’ di Lamborghini che la ragazza si tiene parcheggiata in gola, la segue in camerino, la corteggia, la fa cantare in un suo concerto — “Shallow” obbiettivamente strepitosa — e i due s’innamorano follemente — ma dai? E Ally comincia a muovere i primi passi nel mondo della musica che conta.
Però mentre Ally comincia il suo percorso di ascesa nel firmamento della musica pop, Jackson cade sempre più nel baratro infestato dai suoi demoni: una famiglia assai sgarrupata, un rapporto odi-et-amo con il fratello, la dipendanza da alcol e droga. Stelle per Ally, stalle per Jackson.
In tutto questo però i due si sposano, Ally deve cedere ai compromessi della casa discografica, che spingono per un cambiamento d’immagine, e Jackson si rintana in una rehab per ripulirsi. Alla fine l’operazione detox non sortisce gli effetti sperati: mentre Ally vince due Grammy, Jackson fa quello che deve fare aiutato da una cintura, un cappio, e un garage.

Dunque all’inizio, quando senti Bradley Cooper alias Jackson parlare — e cantare, obbiettivamente, molto molto bene — ti vibrano le pareti dello stomaco. Anvedi che vocione profondo, da polmonite all’ultimo stadio, ma pur sempre sexy e intrigrante — pensi. Dopo due ore di film — dura due ore e quattordici minuti in più — non ne puoi più di sentirlo grugnire o meglio, digerire… non uso il verbo giusto perché, come sapete, sono una signora. Ma quella è la voce di Bradley Cooper in “A Star Is Born”… Come avesse fantozzianamente bevuto una cassa di Perrier prima di andare in scena… Ogni singola scena.

Su Lady Gaga, nulla da dire. È in parte, canta da Dio come sempre, e si vede che il ruolo le sta bene addosso. Tuttavia non basta.
“A Star Is Born” è come ascoltare lo stesso disco o vedere uno stesso video in loop. Lui s’incasina di alcol e droghe, lei s’incavola ma poi lo perdona. Lei al settimo cielo per i passi da giganti compiuti in così breve tempo, lui sull’orlo del precipizio. Il film è godobile solo nel cantato, perché è nel cantato che esce fuori la vera anima dei due.
“È importante che tu abbia qualcosa di vero da dire, quando sali su quel palco”, le dice Jackson, a un certo punto. Peccato che questo saggio consiglio non sia stato applicato da Cooper stesso, che continua a ripetersi. Il film s’ingolfa in continuazione e nemmeno la Lamborghini in bocca a Lady Gaga riesce a farlo ripartire quando si arena nella valle di lacrime in cui troppo spesso si arena.
Inoltre non c’è nessun tipo di riflessione sul cambiamento che Ally deve subire. Passa dall’essere la cantautrice dura, pura e bobdylaniana, a Britney Spears con tanto di ballerini, per poi terminare nell’I-will-always-love-you alla Whitney Houston.

In più, Cooper vuol anche fare il cineasta sottile. E inserisce, nella terza o quarta scena, un’immagine che ammicca al finale, come se avesse appena fatto un corso di Regia I all’università, avesse imparato che nulla di ciò che appare in un film è mai lì per caso, che tutto ha un significato, e cosa fa? Inserisce, in un cartellone pubblicitario, l’immagine di tre cappi. Lo spettatore un po’ attento — ma giusto un po’, niente alta chirurgia critica — capisce immediatamente che quello è un rimando al finale. Io ho pensato, ecco toh, mi fa la fine di “Impiccalo più in alto”… E come volevasi dimostrare…

A fine film, tutt’intorno a me, un campo di lacrime. Donne, uomini — presumibilmente gay — tutti. Io ho esclamato un “Oh My God” di proporzioni evangeliche, ho sbuffato uno sbuffo che credo aleggi ancora nel Theater 6 del Cinepolis, e me ne sono andata, con la sensazione di aver camminato nel discount dei sentimenti, dove le emozioni si vendono tanto al litro — di lacrime — e in cui non c’è il desiderio di cercare la delizia del dolore rappresentato, di scavare dietro una storia o un personaggio.
Se vogliamo imparare come si leggono e si scrivono le umane emozioni, guardiamoci “Roma” di Cuaron. E lì sì, le lacrime hanno ragion di scorrere. Perché non siamo dentro una banale soap-opera americana. Siamo dentro la vita vera e vediamo l’anima dei protagonisti percorrere l’arduo meraviglioso golgota della vita.
Sento dire che “A Star Is Born” è già in odor di Oscar… Quanto oro sprecato!

E anche stasera let’s call it a night, come si dice da queste parti.
Il Frunyc IV aggiornato, sapete dov’è, giusto? 😉

Vi ringrazio per l’ascolto, la pazienza e vi mando saluti, numerosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply