Posts made in Novembre, 2018

LET’S MOVIE 393 da NYC commenta “LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS” di Joel ed Ethan Coen

LET’S MOVIE 393 da NYC commenta “LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS” di Joel ed Ethan Coen

Floats, Fellows,

è il nome in inglese. Carri. Noi diciamo carri, quando parliamo di quelli di Viareggio, Cento, o Arco (!). Qui il carnevale non si celebra, ma gli americani hanno Halloween per travestirsi, e il Thanksgiving per ammirare la parata con i carri.

Dunque, io non sono tipo da parate, sia per motivi sia di Stato — anche se sono civili, io penso sempre alla componente militare — che per motivi di statica. In una parata sei fermo mentre il parante si muove. E questo va contro l’idea che ho di me stessa: un essere mobile che si muove, più o meno all’unisono, con il mondo.
Sopporto l’immobilità in un numero limitato di posti.
L’aereo.
La sala cinematografica.

Poi di norma, è sempre freddo, alle parate. A Rio magari no, ma a New York City sì. Non essendo io a Rio ma a New York City, devo fare i conti con le temperature. E in questo anno domini horribilis meteorologico, siamo già stati messi a dura prova: non si sentiva un gelo così al Ringraziamento dal 1901 — meno sette gradi, ventoso. Ce ne siamo accorti tutti.
Infine, alle parate, il posto che occupate non è mai quello che volete voi. C’è sempre qualcuno che occupa il posto che vorreste voi. E certo non siete — siamo — del tipo da arrivare con ore di anticipo per accaparrarcelo. Di norma chi vi sta davanti è una fila di quarterback appassionati alle parate, oppure di discendenti di Shaquille O’neall. Oppure di padri con prole sulle spalle. E voi non osate chiedere di avanzare e superare quelle muraglie umane. Ve ne state dietro, con una visuale molto quarterback, molto Shaquille O’neall, molto dad+kid, dello spettacolo.

Però la parade di New York del Giorno del Ringraziamento è uno di quei passaggi che, da residente in città, dovete vivere.
I miei studenti adulti della Columbus Citizens Foundation erano sconvolti dal fatto che non ci fossi mai stata.
“You have to go, it’s so much fun!”. Al ché io volevo rispondere, sono italo-europea, noi non siamo per quel tipo di fun. Noi guardiamo carri satirici, che ridicolizzano la politica e la società, e per noi quello è “so much fun”.
Ma non possiamo sempre passare per i vissuti europei che schiacciano i sogni all’innocenza americana.
Quindi ho detto, va bene, quest’anno, vado alla parata.

La parata comincia alle 9 del mattino, dalla 76esima su Central Park West, poi circumnaviga la statua di Cristoforo a Columbus Circus, prosegue lungo la 59esima fino alla Sesta Avenue, e la percorre tutta fino a Herald Square, dove termina davanti a Macy. Sì perché è il colosso commerciale di Macy, a sponsorizzare lo show.
Nessun americano sa dirti perché il Thanksgiving si festeggi il quarto giovedì di novembre, e perché di giovedì e non di sabato o domenica, ma tutti gli americani sanno che Macy permette a carri e palloni aerostatici di sfilare per mezza Manhattan.

La mia idea — rivelatasi in tutta la sua disgrazia — era quella di correre attraverso Central Park, fermarmi un due-cinque minuti, fare qualche scatto all’evento, spuntare la casella “fatto” dall’elenco infinito di cose newyorkesi da fare, e poi continuare la mia corsa, in barba a tutti i paranti e parati.
Da italo-europea vissuta, ho preso sottogamba il “much fun” anticipatomi dai miei studenti. Arrivata all’altezza della 72esima di Central Park West, piazzatami davanti al Dakota Building, inchinatami a John Lennon per essere esistito e avervi abitato, ho capito che i due minuti sarebbero stati spazzati via da tutta la durata dell’evento, oltreché dal vento gelido che spirava — non c’è dubbio — dall’Antartide.
Sono stata catturata da quelli che qui chiamano “baloons”, giganteschi palloni aerostatici dalle fattezze cartone-animato. Alcuni personaggi sono riconoscibili: il Grinch, lo snowman di “Frozen”, Spongebob, Charlie Brown, un dinosauro che per me era Denver e un pilota che per me era un Power Ranger. Altri, assolutamente ignoti. Un folletto rannicchiato, tre creature a metà fra i Gremlins e Yoda e un soldatino che pareva gemello di quello de “Lo schiaccianoci”, ma con qualcosa di Barbablù.
La grandezza, lo confesso, mi ha sopraffatto. E, anche, il giubilo tutt’intorno. Questi grossi personaggi che fluttuano su Central Park West, vengono preceduti da un corteo festante abbigliato come il personaggio, che saluta il pubblico, balla, sostiene il personaggio stesso — tipo “Go Grinch go”. Davanti a loro c’è una banda. Ma non la banda come quelle a cui siamo abituati in Italia, con le marce e le musiche di Stato. Bande scanzonate, bande che suonano melodie jazz-funky, bande appena uscite dal conservatorio della fantasia. E ti vien voglia di ballare. E gli spettatori, per quanto infagottati, e ibernati, cercano di accennare dei passi di danza.

I bambini? Pietrificati dalla meraviglia. Ve l’immaginate cosa dev’essere avere cinque, sei, otto anni e vedersi un Grinch alto come un palazzo, passarvi davanti come se niente fosse? Anch’io ero pietrificata. Sia dalla meraviglia, che dal gelo. Non potevo andarmene da quello spettacolo, ma certo c’erano meno sette gradi. Arrampicata su una transenna, spazzata dal vento dell’Antartide di cui sopra, vivevo un momento di gran gioia e di gran dolore insieme. Praticamente un parto.
Sono rimasta fino all’ultimo carro. Sì perché i palloni aerostatici si alternano ai “floats”, che non hanno nulla a che fare con i nostri carri, figli di satira e carta pesta. I carri della parata del Thanksgiving sono marchingegni dall’animo waltdisneyano. A forma di albero di Natale, oppure di foresta incantata, oppure di giostra o di battello a vapore. Su uno di quelli, John Legend. Su un altro Diana Ross. Tutti festanti e salutanti.
Una spolverata di showbiz non guasta mai.

L’ultimo carro, supporta la slitta di Babbo Natale, quello che poi staziona a Macy fino al 25 dicembre, e davanti al quale una fila chilometrica di bambini e genitori aspetta il proprio turno per farsi scattare la foto con lui — non per chiedergli gli effetti del climate change in Lapponia, cosa che invece io gli chiederei.
Dopo aver aspettato la slitta di Babbo Natale, tutti schizzano via. Il freddo è qualcosa di irreale. Quasi celeste. Una specie di martirio, a cui però non segue una beatificazione, solo la perdita delle falangi. Ma i newyorkesi, come sempre, non fanno un gran clamore. Anzi, molti di loro si accampano alle 6 di mattina per predere il posto con la miglior visuale.
Non so come sopravvivano, fermi, a meno sette.
Questo è fra i misteri di questa città.

Appena sfilato Babbo Natale, scendo dalla transenna. Le mie gambe sono pesanti, ma dopo qualche metro reagiscono. Sono le mani, a preoccuparmi.
Ogni inverno succede che il freddo mi frega le mani. Due paia di guanti non bastano. Sento di non sentirle più.
Quella sera stessa, un invitato alla cena del Ringraziamento che mi aspetta, mi avrebbe spiegato che quella è una reazione sana del corpo: il corpo, per proteggere il cuore, rallenta la circolazione alle proprie estremità — mani, piedi, orecchie. Per quello sono subito fredde.
Ecco spiegato perché al cuor non si comanda. Altroché amore 🙂
Cerco di volare a casa nel più breve tempo possibile. Ma certo, sono a Columbus Circle: più di cinquanta isolati mi dividono dalla 111esima.
Quello che il sole sta facendo ai prati e agli alberi di Central Park è di una bellezza da galleria d’arte, ma non posso fermarmi. Il vento mi brucia la faccia, e le mani… Cosa sono le mani? Credo di non avere più delle mani.
Arrivo al mio palazzo. Al, uno dei nostri portieri, mi apre la porta.
“Chilly, isn’t it?”

Quando stai per perdere le mani, l’understatement newyorkese dà ai nervi.

Prendo l’ascensore e sbuco al settimo piano. Emy, la vicina dell’appartamento 7M, con cui ci contendiamo le stagioni — lei amante dell’inverno e io schiava dell’estate — mi guarda inorridita e mi rimprovera: “You are crazy, sweetie, you are so crazy! You burnt your face!”, e mi dice, devi metterci l’olio di Argan, quello senza alcol. Ce l’hai l’olio di Argan senza alcol? Te lo do io, se vuoi. Fa benissimo, per le bruciature. Ma quello senza alcol…
Io mento, sontuosamente.
Sì, certo, ce l’ho, corro a metterlo, Emy…
Non so se avete presente quanto puzzi l’olio di Argan — con o senza alcol. Non lo metterei nemmeno se mi trasformasse in Bella Hadid. Nemmeno se mi trasformasse in Zaha Hadid!

Voglio solo tagliare corto, raggiungere la mia camera e stare da sola con tutto il mio dolore.
Dieci interminabili minuti di sofferenza in cui cammini per la stanza gettando le mani al cielo, prefica, stendendole avanti, sonnambula, scrollandole lungo il corpo, Montella. E poi ancora soffiandoci sopra, infilandole sotto qualsiasi coperta, sapendo che nulla darà sollievo. Solo il passaggio di dieci minuti, il tempo che impiega il sangue a tornare a visitare le zone estreme in fondo alle falangi.
In quei minuti, sogni i paradisi della morfina, vagheggi spiagge maldiviane, immagini le centinaia di spiedizioni al Polo in cui tutti sono tornati sani e salvi, vietandoti di pensare alle ibernazioni che invece si sono portate via centinaia di spedizioni. Ma nonostante tutti i pensieri di evasione che si alternano nel tuo immaginario, il male t’inchioda al presente e ti costringe a viverlo fino all’ultimo minuto.

Dopo dieci minuti, tutto torna nella norma, e tu ti senti un miracolato: potrai ancora accarezzare qualcuno, stringere la mano a un estraneo, infilare la Metrocard nella fessura della metro.
Racconto tutto ciò, con molti meno dettagli drammatici, ai miei ospiti. Quelli che mi ospitano per la cena del Ringraziamento. Sono John e Babette, una coppia di amici di Bob, il mio housemate, che ha esteso il loro invito a me.
Insieme a loro, i genitori di Babette e un’altra coppia, Lisa — si chiamava veramente Lisa? — e Jack.

Ci presentiamo verso le 5:30 pm. La versione è Potlach, ovvero, tutti si porta qualcosa.
Bob ha preparato il ripieno per il tacchino: quello che un tempo si chiamava “stuffing”.
Da quando gli americani salutisti hanno scoperto che infilare del materiale commestibile nel didietro di un tacchino è rischioso per la salute — mentre l’idea era una delizia, intuisco — lo stuffing ha subito una mutazione linguistica e culinaria ed è diventato “dressing”: si cucina e si serve a parte. Da imbottitura interna a fru fru esterno.
Io, l’unica vegetariana a bordo, ho preparato una meravigliosa insalata.
Non guardatemi così.
Aveva tutti i colori dell’Italia. Verde lattuga, bianco cetriolo, rosso pomodoro. In più, ho portato un panettone e dei Baci Perugina.
Non so perché, ma quando mi invitano a cena, la mia italianià esce sempre fuori poderosa.

Quando arriviamo, mi scontro con una policy che ormai tutti conoscete bene.
Would you please remove your shoes?, mi chiede il padrone di casa sottovoce, come se il tono sussurrato alleviasse il torto alle mie Viktor&Rolf, dai cui 12 meravigliosi centimetri devo smontare, e lasciare all’ingresso.
Non c’è più posto sull’attaccapanni, e il mio cappotto Anna Karenina viene barbaramente posato su un passeggino.
Povera Anna.

In versione Puffo, raggiungo la zona giorno. Molto Upper West Side. Sala da pranzo comunicante con un salotto. Libri, quadri, un caminetto.
La tavola è apparecchiata che par di stare a Plymouth nel 1675. Tovaglia e tovaglioli di cotone grosso, piatti di porcellana bianchi e blu, tegami e brocche in terracotta colorata e candele alte.
Avrei dovuto indossare l’abito da madre pellegrina, trovarmi un padre pellegrino e fare un ingresso Amish. Che mi è saltato in mente? Tacco dodici e cappotto Anna Karenina!

Accanto al tavolo dei grandi, il tavolo dei bambini. Ce ne sono quattro, che fanno per otto.
Sono davvero belli — la bellezza del diavolo.
Partono da un anno e arrivano fino ai sei. Il divertimento del giorno risiede in un sacchetto di palloncini che non sono palloncini normali, sono bombe d’acqua, quindi scoppiano con una facilità doppia rispetto a quella dei palloncini normali.
Tutta la cena del ringraziamento sarà scandita da scoppi bellici a cui i bambini sono oramai abituati, mentre noi adulti evidentemente no, e trasaliamo a ogni scoppio come se fossimo sul Carso nel 1915.
Bob mi siede di fronte ed è il ritratto dell’irritazione.

A parte l’allestimento padrepellegrino, c’è anche una dinamica seicentesca.
Le donne portano in tavola i cibi. Il tacchino tagliato, cavolfiori al forno, una teglia di fagiolini con sopra delle cipolle fritte che tutti dicono essere una specialità e che a me personalmente fa l’effetto di alcuni film di Dario Argento. Poi un’insalata di cavoletti di Bruxelles — qui a New York vanno incomprensibilmente per la maggiore. Ovviamente la salsa di cranberries per accompagnare il tacchino nel suo ultimo viaggio. Le mashed potatoes e il dressing di Bob.
Si mangia alla velocità della luce.
In quel lasso di tempo mi si chiede qualcosa su Elena Ferrante. E se conosco Anna Maria Ortese — come non conoscerla.
Bello infilare la letteratura italiana del ‘900 nella Plymouth di fine diciassettesimo secolo, penso.

Jack, un estone che siede al mio fianco, mi punzecchia.
“Sai che la pizza è stata inventata qui a New York, vero?”
Io, che non so localizzare di preciso l’Estonia, ma che localizzo di preciso l’ironia e ci marcio sopra come un esercito, ribatto “Are you sure? I thought it was from Chicago…”, riferendomi alla “Chicago Pizza”, una pizza che non è una pizza, è una torta con dentro la qualunque e affogata nella salsa di pomodoro: gli abitanti di Chicago credono che quella sia la vera pizza e che loro ne siano gli inventori.
Jack sorride e capisce che a ironia e io rispondo con ironia.
Tuttavia sembra assai serio sul punto. “But they really say it was invented in NY, and not in  Italy”…
E io gli spiego che dubitare della nazionalità della pizza italiana è una battaglia che muore sotto i colpi dei fatti storici. E racconto della Regina Margherita, dell’omaggio dei pizzaioli napoletani a sua maestà, e del significato dei colori nascosti sotto basilico, mozzarella e pomodoro.
Mi guardano tutti come se l’oracolo avesse parlato.
Buffo che io parli a nome di un cibo. Ma dopotutto, il tricolore si difende anche così.

Dopo la cena al fulmicotone, le donne spariscono in cucina.
Io rimango a parlare con gli uomini.
Mi si cucirà una lettera scarlatta sul petto?, mi domando.
Rischio e rimango lì, abituata ormai alle esplosioni dei palloncini e a certi strilli sioux dei bambini.

Alle nove e mezza la coppia con due degli amabili demoni alza le tende, e gli altri due finiscono a letto.
Finalmente un po’ di pace. Vorrei cominciare a parlare un po’ di tutto.
Perché hai lasciato l’Estonia, Jack?
E tu, Lisa (Lisa?), riprenderai a ballare prima o poi?
E tu Babette, a parte quel nome così cinematograficamente legato al cibo, e alla tua permanenza in cucina per dodici ore, ti dedichi ad altro?
Cosa ne pensate di Nancy Pelosi Segretaria dei Democratici alla Camera?
Avete visto “La Ballata di Buster Sgruggs”?

Ma vedo la stanchezza dipinta sul viso di tutti.
Time to leave.
Rimonto sui miei dodici centimentri e infilo Anna Karenina.
L’anno prossimo, look “Casa nella prateria”.

A proposito di “La ballata di Buster Scruggs” dei fratelli Ethan e Joel Coen… Questo è stato il film che ha dilettato la mia settimana.
Vincitore del premio come miglior sceneggiatura all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il film poggia su una struttura letteraria: è un libro di sei racconti —che, apprendo, i Coen hanno elaborato nel corso di 25 anni — ognuno dei quali ragiona a modo suo sul tema della morte, lasciando ampio spazio d’interpretazione allo spettatore-lettore grazie a dei finali enigmatici, ineffabili, non poco inquietanti.

I cantastorie Coen tornano finalemente con tutta la loro maestria affabulatoria e allestiscono una festa cine-letteraria in cui trionfano la commedia, il surrealismo, il dramma, la tragedia, inserendo personaggi estremamente reali dentro un contesto che per noi europei profuma di mitico: lo spietato Far West.
In tutti e sei i capitoli de “La ballata di Buster Scruggs”, il lontano Ovest è protagonista prima ancora dei protagonisti stessi.
Non una storia è illuminata dalla grazia, dalla bontà, dall’happy-ending. Siamo all’ombra del selvaggio, della legge del taglione, della falce che una vecchia immortale solleva sopra le nostre piccole teste. Il lieto fine potrà appartenere ad altri mondi e ad altre epoche storiche ma non all’old West, sembrano dirci Ethan e Joel Coen, ma questo non ci impedisce di riderne. Di ridicolizzare le sue situazioni classiche: il pistolero Buster Scruggs che si crede invincibile, e che si fa beffe di tutti, e che alla fine sarà beffato da un pistolero più in gamba di lui. Oppure l’epica dell’amor Western: il cowboy buono che incontra una “damsel in distress”, una/la classica fanciulla indifesa e innocente, durante una traversata per raggiungere l’Oregon. Lui le si propone, con l’idea di construire una casa nella prateria: tirar su bestiame, figli, combattere qualche malattia insieme e (soprav)vivere felici e contenti. Tutto sembra andare per il verso giusto, e lo spettatore-lettore crede che per quel racconto i Coen abbiano fatto un’eccezione. E invece no, i Coen non fanno mai eccezioni, non smettono mai il loro riso assassino. La giovane fanciulla ne farà le spese.

Non c’è spazio per la misericordia, nel vecchio West. Un racconto più di altro ce lo ricorda. Un attore privo di braccia e gambe porta in giro la sua arte drammaturgica, assistito da un vecchio. Il vecchio lo cura, gli dà da mangiare, lo fa sopravvivere. E i due attraversano le pianure e le montagne del West, cercando di portare un po’ di bellezza in un mondo di tribolazioni.
Sembrerebbe una storia piena di poesia, un messaggio positivo lanciato in un mare di stenti. Ma il vecchio, a un certo punto, vede che una gallina addomesticata (!) fa divertire di più — ovvero, fa guadagnare di più — dell’arte teatrale del giovane, colto, storpio.
Arrivati accanto a un ponte, con un fiume gelido sotto, il vecchio prende un sasso della grandezza dello storpio e lo getta giù dal ponte.
Noi non vediamo se poi farà lo stesso con lo storpio. Ma intuiamo che lo farà.
Nessuna misericordia è possibile, nel Far West.
Il rapporto fra uomo e violenza è una cara ossessione dei fratelli Coen — ricordiamo “Non è un paese per vecchi” — e questo film permette loro di esplorarla da sei punti di vista diversi. Un’altra loro ossessione è anche la demistificazione della mistica americana, con il suo sogno e i suoi racconti di self-made men e successi.
L’America come terra delle opportunità in realtà è la terra in cui trionfano la legge del più forte, l’egoismo, la crudeltà, e in cui non c’è spazio per l’onore, la comprensione, l’inclusione, il rispetto. Il diverso — e l’arte — sono rimpiazzati da una gallina (!) e finiscono in pasto ai pesci, l’amore muore per sua stessa mano, la natura è vilmente saccheggiata da un vile cercatore d’oro che sopravvive perfino al piombo di un proiettile. I Coen sembrano chiederci, guardate, questa era l’America della frontiera, l’America in cui è nato l’incubo del sogno americano, cosa è veramente cambiato oggi? Oggi non vince forse il più forte, il più furbo? Non è forse in vigore oggi la legge dell’homo homini lupus, nel business, nella politica, nella quotidianità?

Chi pensa di andare a vedere “La ballata di Buster Scruggs” e di vedersi un western dissacrante ma senza implicazioni con il presente, è un povero sciocco. Il film parla di questo nostro momento storico meglio di qualsiasi cinema-verité o documentario girato in qualche periferia suburbana del 2018.
Per questo, anche il film, mi è piaciuto molto. È un’allegoria che ci fa ridere tristemente sulle miserie dell’essere umano. Il nostro è un riso scomodo, un riso forse ancora più amaro di quello suscitato dalla nostra Commedia all’Italiana. La miseria americana intercettata dai Coen, se spogliata dalle stelle e dalle strisce, è la miseria di noi tutti, uomini piccoli e meschini, sempre pronti a tirare fuori il coltello nascosto nello stivale, o a impiccare qualcuno più in alto.

In più, i Coen, da sempre innamorati del genere Western, sembrano rendere omaggio — omaggio irriverente, sono pur sempre i Coen — al genere stesso, e a tutti i tropi che lo hanno caratterizzato. Peckinpah, Sergio Leone, il mito da demitizzare di John Wayne. Diligenze, salloon, duelli sotto il sole, carovane braccate da indiani, notti accampati sotto le stelle. I due registi prendono tutto questo bagaglio e ne danno una propria visione, ne riscrivono una propria versione che fa emergere la ferocia, l’ingiusto, e soprattutto l’assurdo. E quando si parla di assurdo, per cineasti come i Coen, o Tarantino, esso si accompagna sempre al comico, all’esilarante. Ed escono opere mirabili. Come appunto “La ballata di Buster Scruggs”, oppure “The Hateful Eight”, per citare un western rivisitato dal citato Tarantino.

Pensate, il film è già disponibile su Netflix. Io consiglio di vederlo al cinema — la natura è elemento cardine in tutta la narrativa del West, quindi uno schermo che le renda giustizia, rendendola alle fotografia del film, è consigliabile.
Non perdetelo!

Ed eccoci alla fine — so che avevate perso le speranze… 🙂
Frunyc IV aggiornato con le strepitose fotografie della Thanksgiving Parade, e saluti, stasera, gratamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 392 da NYC commenta “BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer

LET’S MOVIE 392 da NYC commenta “BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer

Questa settimana sono andata a vedere “Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer, il biopic su Freddie Mercury, e be’, sui Queen.
Allora, cominciamo con il dire che sono partita prevenutissima.
Qui in America, in sala, prima che cominci il tuo film, ti propinano qualcosa come 15 minuti di trailer: provvidenziali se siete in ritardo, ma fatali se siete dei puristi che non vogliono sapere nulla in anticipo, come me.
Ho visto due volte il trailer di “Bohemian Rhapsody”, e volevo sprofondare. Il film appare in tutta la sua compenente televisiva, in tutta la sua assenza cinematografica. Ho scrollato il capo, e ho chiesto scusa a Freddie per conto dei responsabili.
Ma il primo film su Freddie, per quanto di malavoglia, dovevo vederlo. Per l’amore incondizionato, smisurato che provo per questo artista.

E qui entro un po’ nel biografico. Non so voi, ma io ero una teenager negli anni ’90, e ho scoperto i Queen perché nell’estate del 1994-5 non facevo che sentire i due Greatest Hits con i loro capolavori. Tutto il mondo, e tutti i ragazzi che ho conosciuto in quegli anni, sembravano essere innamorati di quei due album e della band.
Inoltre, associo ai Queen tre amori grandi della mia vita. Uno su tutti. E con lui, canzoni capolavori. Canzoni che sono sculture, che sono Cappelle Sistine, e che mi abitano di bellezza sin da allora. “Love of My Life”. “Under Pressure”. “Too Much Love Will Kill You”. “My Bijoux”.

E ancora. All’età di diciotto anni, in gita scolastica a Londra, prego la professoressa che ci accompagna di poter andare in pellegrinaggio al Garden Lodge 1, Logan Place, di Kensington, residenza di Freddie. Così, armata di pennarello, avrei potuto scrivergli, su un pezzo di muro, tutto il mio amore.
Per favore, Prof, per favore.
E così, grazie al sì di quella prof. Illuminata, ho fatto.

Quando una band fa parte così integrante della tua giovinezza, un film che la ritrae tocca delle corde che vanno oltre l’opera che state guardando. L’obbiettività viene messa a repentaglio. Quindi immaginatemi a cantare tutto il tempo, tutte le hits che si susseguono nel film. Killer Queen, We Will Wock You, Another One Bites the Dust, la stessa Bohemian Rhapsody, Somebody to Love, Love of My Life, I Want to Break Free.
E questo è il film, in definitiva. Un juke-box con un’unica band al suo interno. Se siete un fan, è la vostra festa.

Ma a parte la gioia di cantare a squarciagola in un teatro newyorkese — il volume del film è tenuto volutamente alto, credo, così non sentite il vicino (o voi stessi!) stonare — a parte il lato musicale, che trasforma il film in una specie di revival musicale, con gli ultimi dieci minuti dedicati allo storico Live Aid del 1985, con la scaletta interpretata para para. A parte tutto questo, “Bohemian Rhapsody”, dal punto di vista strettamente cinematografico, non ha molto da dire e dare.

Il film ripercorre le fasi salienti della vita di Freddie Mercury e dell’ascesa dei Queen, fino appunto all’’85. Dagli inizi come scaricatore di bagagli all’aeroporto di Heathrow, alla fondazione dei Queen con il chitarrista e studente di fisica Brian May e il batterista e studente di medicina Roger Taylor, a cui si aggiungerà il bassista John Deacon. E poi l’amore difficile con Mary Austin, che è stato davvero l’amore della sua vita, e che gli è stata vicino tutto il tempo, anche quando Freddie è sceso a patti con la propria bisessualità, e con la vita folle che condusse nei primissimi anni ’80, e che gli fecero contrarre l’AIDS.

Ovviamente c’è la genesi di “Bohemian Rhapsody”, la canzone. Il desiderio di fare qualcosa di totalmente nuovo, di spaccare le convenzioni: un pezzo in cui convivessero opera lirica, melodico, rock, pop, persino punk. 6 minuti di durata, quando tutte le radio passavano canzoni di 3 minuti al massimo — Pink Floyd esclusi.
Bene che il film s’intitoli come la canzone, perché quel pezzo è la quintessenza dei Queen, è quello che i Queen sono stato e che hanno fatto alla musica. Sovvertitori, inventori, innovatori, giocolieri, professionisti. Tutti e quattro, ognuno con il proprio strumento. Freddie, ovviamente, sopra tutti. Il Live Aid dell’’85, con migliaia e migliaia e migliaia di persone che duettano in coro con Freddie, fanno capire fino a che punto i Queen sono stati amati e venerati.

Ma il film è troppo impegnato sul mimetico. Troppa importanza ai denti sporgenti di Freddi — tanto che Rami Malek, che lo interpreta, pare sfoggiarli, quando invece Freddie non lo faceva affatto. Troppa importanza alle mosse, ai gesti. Al Brian May preciso identico al Brian May originale — chissà dove sono andati a scovarlo. Ma pochissima attenzione alle tribolazioni di Freddie uomo, innamorato pazzo di Mary, ma alle prese con la sua sessualità complicata, allargata, ritratta solo di striscio nel film. E zero attenzione alle sue origini africane: sì perché Freddie Mercury si chiamava Farrokh Bulsara, e la sua famiglia veniva da Zanzibar. Nel film, il suo essere di ceppo immigrato è giusto un elemento di colore.
Così come anche certi passi importanti fatti dalla band nella storia della musica. I Want to Break Free è stato il primo video che ha mostrato degli uomini travestiti da donne, intenti/e a svolgere delle bizzarre pulizie domestiche. Il video scatenò una marea di polemiche all’epoca, su cui il film tace completamente. Va meglio sulla genesi della canzone di “Bohemian Raspody”, che racchiude il “metodo Queen”: quello di integrare nel registrato dei rumori insoliti fatti con secchi, monetine, campanelli, casse oscillanti per muovere il suono, e Roger Taylor che strilla “Galileooo” fino al limite del castrato!

Lo diciamo sempre, ma vale la pena ribadirlo per questo film. Il biopic è un genere ostico: hai a che fare con un personaggio che è stato una persona. Devi smazzarti la sua componente di vita vissuta. Alcuni ci sono riusciti in maniera magistrale. Ricordate il Jim Morrison di Val Kilmer? Oppure la Marilyn Monroe di Michelle Williams? Oppure il Neil Armstrong di Ryan Gosling? Ecco. Ma bisogna essere dei grandi interpreti. Bisogna guardare dentro all’uomo, e stanarne le paure e le stranezze, i difetti e i misteri. E non bisogna imitarli. Bisogna viverli sul set.
La mia impressione è che il film li abbia imitati. Che Rami Malek, per quanto bravo, abbia imitato Freddie. Ma non sia stato Freddie. Quest’aria posticcia — l’emblema del quale è nei dentoni conigli in bocca al personaggio — questa sensazione di guardare un film per la televisione, non vi abbandona mai.
Se vi guardate “The Doors”, vi sembra di stare negli anni ’60-70, e di contare tutti i demoni che Jim si portava dietro.

Se affrontate il film con leggerezza, due ore di cantate come non le facevate da mesi, “Bohemian Rhapsody” fa per voi. Se cercate un lavoro cinematografico di fino, e la resa poliedrica del vostro mito Freddie, “Bohemian Rhapsody” vi lascerà molto delusi.

Mi permetto di concludere adolescentemente su un “Freddie, I love you”. Spero me lo consentiate 🙂

E dopo miglia e miglia di pippone, sono giunta alla fine.
Il Frunyc IV è aggiornato con le foto di Hauser&Wirth e della nevicata di giovedì 15 novembre — abbiamo capito che NY è sempre avanti in tutto, ma fosse un po’ più indietro, meteorologicamente, sarebbe pure meglio…
Ringraziamenti sentiti, e saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE da NYC commenta “BORDER” di Ali Abbasi

LET’S MOVIE da NYC commenta “BORDER” di Ali Abbasi

Marathon & Midterm Moviers,

Ho concluso il lezmuvi della settimana scorsa — per chi di voi è arrivato al traguardo — sulla Maratona. Ma questa è stata anche la settimana delle elezioni di metà mandato. Quindi capirete che la lunghezza di questa mia è più dettata dalla mole effettiva dei fatti, che da un dannunziano indulgere nel piacere dello scrivere.

Andiamo in ordine cronologico e parliamo, una volta per tutte, della Maratona di New York. Ve l’ho sempre proposta a spizzichi, e non ve l’ho mai offerta come piatto unico. Now it’s time.
Anche perché tutti, dall’Italia, fanno uno più uno — una corridora + una New York — e mi chiedono: perché non corri la maratona?!

Nessuno, dall’Italia, sa bene come funziona. Nemmeno io, da New York, sapevo bene come funzionava. Poi il mio pupil settantunenne Stephen, che prima di essere un pupil settantunenne è un maratoneta, mi ha spiegato per filo e per segno i meccanismi della gara. Quindi io faccio da vaso comunicante, e li travaso a voi.

La maratona di New York non è una maratona qualsiasi. L’euforia che scatena, a livello globale, non ha pari. Pressoché ogni runner del mondo coltiva un sogno: correre la maratona di New York. Ma pensate se tutti i runner del mondo cercasssero di trasformare quel sogno in realtà iscrivendosi. New York sprofonderebbe negli abissi, e di lei rimarrebbe solo il ricordo.
Giacché nessuno vuole questo, gli organizzatori se ne sono usciti con un sistema selettivo di stampo autarchico.

Se siete un residente di NYC, dovete prima di tutto diventare Membro dei NY Road Runners (NYRR), e questo è facile. Quando siete membri, dovete correre nove corse organizzate dalla NYRR nell’arco di un anno. Possono essere di 5 km, 10 km, 15 km, 21 km, etc. Ne dovete totalizzare nove. In più, dovete partecipare come volontario a un evento organizzato dalla NYRR. Questo è il modo “9+1”, il Nine Plus One: se vi correte nove corse e vi fate un giorno da boyscout, vi si disegna automaticamente davanti ai vostri piedi la linea di partenza della maratona dell’anno successivo.

Se non volete percorrere questa strada, dovete essere un maratoneta di quelli con la M maiuscola e aver corso, nel vostro passato, una maratona entro determinati tempi. Se siete un uomo fra i 35 e i 39 anni, entro 2:55, e una donna in 3:15.
Anche se non siete pratichi di tempistiche podistiche, capite anche solo da voi che terminare una maratona in 2 ore e 55 minuti è impresa da esseri etiopi, oppure kenyoti, oppure Baldini.
Insomma, questa strada è davvero poco percorribile.

L’altra alternativa è la NY Sweepstake, la lotteria.
Che in palio ci sia una green card o l’accesso a una maratona, agli americani piace molto solleticare la sorte e farla sorridere dalla tua parte.
Se siete residenti a New York, gettate il vostro nome, cognome, email e zip code nel calderone della fortuna, e aspettate il 14 gennaio 2019, giorno in cui verranno estratti 262 nomi. A quei nomi, rigorosamente residenti a New York City, corrisponde un ingresso assicurato e gratuito alla maratona.
Naturalmente il mio nome è già nel calderone. 😉

Ecco, questi, in sostanza, sono gli unici modi per partecipare. Capite da voi, che il modo più percorribile — e aggettivo non fu mai più adatto — è quello delle 9 gare + 1 giorno da boyscout. Da voi capite anche che la maratona, qui, ve la fanno sudare — e verbo non fu mai più adatto.
In più, geni della truffa travestita da occasione che sono, se calcolate che partecipare a ognuna delle nove gare prevede un’iscrizione di 30 dollari circa, i NYRR s’incassano, per ogni corridore, 270 dollari.

Dall’estero, avete più chances, se avete del capitale da investire.
Dall’estero funziona che vi appoggiate a delle agenzie che vi assicurano l’ingresso alla maratona. Ma se lo volete, dovete acquistare il pacchetto completo, che include biglietto aereo, pernottamenti, spostamenti, tutto. Naturalmente tutti i partecipanti della filiera hanno da guadagnarci, quindi i prezzi di questi pacchetti all-inclusive sono molto alti.
Ma ripeto, se avete dal capitale da investire, e vi sta bene la modalità carovana, allora questa soluzione fa per voi.

Visto che non ho potuto correrla da iscritta, domenica, così come i due anni scorsi da newyorkesa, ho corso parte della maratona in anticipo, e l’ultima parte in sync con i primi arrivati. Il che vuol dire controllare il percorso prima dell’arrivo dei corridori, e correre un tratto con i primi.
Quest’anno ho corso lungo la 59esima, qualche metro prima dell’arrivo, poco sopra Columbus Circle, insieme alla vincitrice, Mary Keitany. Lei in mezzo alla alla 59esima Strada, io sul marciapiede lungo la 59esima Strada. Lei però volava, e aveva 41 km sulle spalle. Io ne avevo 26, e cercavo soprattutto di non inciampare.
Prima di arrivare laggiù, ho attraversato parte del Bronx e poi tutta Harlem, e giù giù lungo la Quinta Strada, fiancheggiando Central Park, con il pubblico che ti incita anche se corri fuori dal percorso. 🙂

È davvero speciale. Immaginate 70.000 corridori che partono da Staten Island, alle 8:30 del mattino. E via sul Ponte di Verrazzano. E su su per tutta Brooklyn e tutto il Bronx, e poi via via per tutta Harlem, e poi giù giù per Manhattan, costeggiando Central Park, e poi l’ultimo km, dentro dentro Central Park. 140.000 piedi sotto 70.000 teste che si chiedono “ma chi me l’ha fatto fare??”. Poi quelle teste, appena tagliato il traguardo, dopo essersi maledette per 42 km e 195 m, si chiedono “a quando la prossima?”.
Questo è quello che si dice. E posso capirlo.

Perché la maratona di New York è complessa?
Innanzitutto per il meteo. Di solito la domenica della maratona è di quelli pessimi: pioggia, o nebbia, vento. Il peggio che l’autunno newyorkese ha da proporre. Il 2018 è stato una felicissima eccezione: il cielo azzurrissimo, il sole con i raggi ancora funzionanti, Van Gogh materializzato nei colori di Central Park — date un’occhiata al Frunyc IV.
È complessa anche per il percorso. Parte da Staten Island. E per raggiungere Staten Island, i bus della maratona partono alle 4 del mattino — la gara comincia alle 8:30 am. Cosa facciano i corridori mentre aspettano, non mi è dato sapere. Con quel freddo, con quell’ansia.
Il percorso è dissestato — buche, strade rattoppate. Correre a NY non è sport per signorine. E, al contrario di quanto si pensi, NY non è una città piatta. È tutta un saliscendi — corretevi un po’ la Quinta, e ditemi se vi sembra piatta… E questo incide.

Però certo, volete mettere? Quando correte gli ultimi isolati, dalla 110ima fino alla 59esima, e poi lungo tutta la 59esima fino a Columbus Circle, e il rush finale, in quegli ultimi km lì, voi non siete più nulla. La fatica, il dolore, tutto svanisce, credo. È la gente che vi porta. La gente lungo le strade, che fa un tifo gratuito e innocente — non tifi il vincitore, vinci tutti i piccoli grandi esseri umani che cercano di guadagnare la fine di quella tortura sublime. E tu, stremato come solo posso immaginare, tu ti affidi a loro, al loro calore. E alla tua testa. Perché dopo il 30esimo km, non hai la minima idea di come reagirà il tuo corpo, le tue anche, le tue articolazioni. È un salto nel buio.
Un giorno farò la maratona anche per quello: per vedere come reagirà il mio corpo. Cosa farà la mia testa. Per saltare nel buio. Perché è nel buio che le luci brillano forti, e le cose si vedono.

Un giorno correrò la maratona di New York anche per il dopo-maratona. A gara finita, tutti i maratoneti girano Manhattan con il mantello azzurro della maratona sulle spalle, e la medaglia in bella vista sul petto. Ed è tradizione che i newyorkesi, per strada, si rivolgano loro con un “Well done! Good job!”. Io naturalmente ho fatto lo stesso, congratulandomi con tutti i maratoneti e le maratonete che incontravo, e vedendo in loro, oltre la stanchezza, una indescrivibile soddisfazione.

Il lunedì dopo la Maratona, m’incontro con Stephen per la nostra solita lezione d’italiano.
Non sto più nella pelle, devo dirgli che ho fatto parte del percorso, accumulando un 26-27 km.
Lui mi ascolta, annuisce, sorride caloroso.
Poi estrae dallo zaino la medaglia e la mette sul tavolo.
“Hai corso la maratona?!!?”, strillo, aquila, io.
Stephen mi risponde che sì, l’ha corsa. L’ha deciso sabato sera. Per via del meteo favorevole.

Da ciò che seguirà, capirete in cosa consiste il low-profile newyorkese.
Mi dice “Sì l’ho corsa, ma ho sbagliato tutto”.
Mi spiega — tutto in italiano, ed è così che s’impara una lingua, cercando di spiegare quello che pensi inspiegabile — che dopo sei miglia, il tallone sinistro ha cominciato a fargli male. Un problema di nervi. Allora si è fermato a una tenda del soccorso medico, e gli hanno applicato due grossi cerotti che, applicati in quel modo, gli avrebbero permesso di non sentire dolore e proseguire la corsa.
Ha proseguito per altri dieci miglia, e poi il male ha ripreso.
“E cosa potevo fare? Non potevo… quit
“Mollare”
“Non potevo molare” — non c’è verso con le doppie…
Allora, Stephen uomo dalle mille risorse, si è infilato un fazzoletto tra il piede e la scarpa in modo da dar “sollievo” al tallone.
“E così sono arrivato fino alla fine”
“Ma Stephen, ma tu sei un eroe, non sei umano!”
No no, si schernisce Stephen. “Ero lento, così lento, così lento… so slow, so so slow”.
Io ribadisco il suo essere soprannaturale.
“Ma oggi sarai stanco morto!”
“Ma, non propriamente. Ieri sera un po’”.
Un po’. 42 km.
“E cos’hai fatto ieri dopo la corsa?”
“Ho fatto la spesa e poi i compiti d’italiano”.

Se Stephen non avesse settantunanni, non fosse gay, non avesse un compagno da vent’anni, io mi sarei già dichiarata da ‘mo 🙂
Come si fa a non amarlo?

Dopo avermi spiegato la sua maratona, mi spiega come funziona il meccanismo della maratona, che io ho spiegato a voi.
Abbiamo concluso la lezione sul Portogallo. Sì perché Stephen domenica ha corso la maratona, lunedì ha visto il suo medico e fatto italiano con me, martedì ha prestato volontariato al suo seggio di Chelsea per le elezioni di metà mandato, e mercoledì è partito alla volta di Lisbona. Dodici giorni di viaggio.
Altroché maratona: Stephen macina miglia di vita.
E già, le elezioni di metà mandato. Sarebbe davvero troppo lungo affrontare l’argomento qui. Diciamo che il pareggio, Senato ai Repubblicani, Camera ai Democratici, dimostra quanto il paese sia spaccato a metà. Se non altro Trump dà l’addio al muro sul confine con il Messico, e con la Camera blu, la possibilità di accusa di impeachment si fa più concreta. Certo ci si aspettava un risultato migliore al Senato. Ma New York ha festeggiato il risultato, non ha rimpianto l’ambìto.

New York ha particolarmente esultato per due successi epocali: Staten Island, per decenni roccaforte repubblicana, è passata dalla parte democratica. Quindi oggi tutti e cinque i boroughs della città sono di un bel colore blu.
Il secondo straordinario successo lo si deve a Alexandra Ocasio-Cortez: con i suoi 29 anni, la più giovane deputata della storia. Born in da Bronx da madre portoricana e padre bronxiano, la Cortez ha una parlantina e un carisma che superano persino il compianto Obama.
Ha cominciato a far politica a fianco di Bernie Sanders, e porta avanti le sue idee progressiste: sanità pubblica per tutti — quello che qui si chiama Medicare — università gratuita, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora. E vorrebbe un iter che conduca alla cittadinanza per gli immigrati irregolari e l’abolizione dell’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement Agency, l’agenzia che semina il terrore fra tutti gli immigrati regolari, irregolari, tutti.
Se a 29 anni, la Ocasio-Cortez è già al Congresso, chissà che, fra una ventina d’anni, non la si veda alla Casa Bianca. O anche meno di una ventina d’anni, why not?
Ho imparato che tutto è un po’ possibile, in questo paese.

Questa settimana sono andata all’IFC a vedere lo svedese “Gräns”, tradotto con “Border”, del regista iraniano-svedese Ali Abbasi.
Adattamento del romanzo omonimo di Lindqvist, il film si è aggiudicato il premio “Un certain regard” a Cannes, ed è opera che sfugge le definizioni e le facili etichettature. Forse è per questo che Cannes ha deciso di premiarlo.

Tina è una donna brutta, proprio brutta. Lineamenti neandertaliani, fisico tozzo e sgraziato. Ma ha un talento straordinario: riesce a sentire, attraverso l’olfatto, la rabbia, la vergogna, la colpa delle persone.
Per questo svolge il suo lavoro come guardia alla dogana con grande successo. Ma non ha una gran vita, Tina. Convive con un parassita che si occupa più dei suoi pitbull che di lei. Ha un padre colpito da demenza senile che la riconosce solo a momenti, e vive in una casa di cura. È sola, Tina. A parte il lavoro, le uniche sue gioie sono le passeggiate nella natura, con cui capiamo da subito, ha un rapporto speciale.
Un giorno, alla dogana, Tina incontra Vore. La somiglianza fisica tra i due è sconvolgente. E l’attrazione scoppia subito. Vore svela a Tina che lei non è frutto di un difetto cromosomico, come i suoi genitori le hanno sempre fatto credere. E che loro non sono esseri umani. Sono dei troll — e anche voi, lo so, pensate a “David Gnomo” — creature che vivono nella natura e che sono dotate di abilità tra l’animalesco e il sovrumano.

Nel frattempo Tina, grazie al suo naso stana-delinquenti, sta aiutando la polizia a rintracciare un covo di pedofili. E da lì in poi il film perde quella “magia” iniziale — non so, a dire il vero, se “magia” sia il termine più adatto per questo film…— e si perde un po’. Tina scoprirà che il suo amore di troll Vore è coinvolto nel caso: ruba i bambini e li sostituisce con degli esserini troll che non crescono e non si sviluppano…

L’idea alla base del film è molto intrigante, e be’, attuale: la perlustrazione del concetto di confine identitario quando si è “altro da”. Ma la crisi identitaria di Tina e la ricerca del suo vero io potevano benissimo fare a meno di certe propaggini narrative che azzavorrano il film: i troll transgender (!), Vore che dà alla luce uno di quegli esserini troll e lo fa sopravvivere tenendolo in frigorifero e alimentandolo a larve (!!). Il caso della pedofilia ci starebbe anche, per giustificare il coté poliziesco-thriller di un film che vuol essere un po’ tutto — fantasy, romance, gothic, noir — ma il coinvolgimento di Vore è tiratissimo per i capelli e castra la forza al personaggio.

A mio parere, le montagne russe della propria identità su cui viaggia Tina dovevano essere il centro del film. E lo sono, ma solo in parte: Tina la diversa, incontra Vore il diverso che le apre gli occhi su chi è veramente — una troll — ma nulla è mai semplice e Tina si sente anche umana, perché è stata cresciuta come tale. Poi capisce che Vore non è uno stinco di troll nemmeno lui, e deve affrontare cosa le detta la coscienza. Alla fine però la natura ha il sopravvento, e ha in serbo — intuiamo — un futuro viaggio di Tina in Finlandia, dove una colonia di troll vive felice e beata — probabilmente ascoltando gli Abba. 🙂

Che sia un film unico, è indubbio. Ma ci sono certe scene che avremmo preferito non vedere. E non tanto i pasti a base di larve, di Vore e poi Tina. Quanto il rapporto sessuale tra Vore e Tina, un momento in cui l’animalesco è iper-animalesco, come se i due umani divenissero più animali degli animali. Non mi ha scosso tanto la promiscuità di genere, maschio-femmina — che oh boy, è all’enesima potenza — quanto piuttosto la promiscuità di specie, animale-umano. Ma in fondo un film deve fare questo. Scuotere.

“Border” è un film per cinefili che sono disposti a confrontarsi con lo sgradevole, il perturbante, l’inverosimile e il molesto — quest’ultimo, più relativo all’uomo che ai troll, a dire il vero. Quindi c’è una parte di me che capisce la scelta di Cannes, pur non condividendo il premio.
Se avete fegato, e siete disposti a turarvi il naso/tapparvi gli occhi davanti a certe scene, “Border” è lì che vi aspetta.

E anche per oggi è tutto, carissimi Fellows.
Il Frunyc IV lo trovate al solito posto, i ringraziamenti sono qui, e i saluti, quelli, stasera, sono podisticamente, politicamente, cinematografici.

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LET’S MOVIE 390 da NYC commenta “MID90s” di Jonah Hill

LET’S MOVIE 390 da NYC commenta “MID90s” di Jonah Hill

Monday, Moviers,

ho fatto quello che faccio ogni Monday, ma con delle varianti.
Il lunedì vado al Lincoln Center per fare lezione al mio pupil settantunenne Stephen. Ci incontriamo al David Rubenstein Atrium, che è un grande spazio con i tavolini, una cafeteria, una fontana interna, una parete giardino — se non si ha posto per coltivare un giardino in orizzontale, si sfrutta il verticale, ovvio.
E questo spazio è pubblico, for free.
C’è il wi-fi, l’aria condizionata (micidiale) l’estate e il riscaldamento (miracolare) l’inverno. È frequentata da tipi umani molto variegati. Lavoratori che si mangiano il pranzo, studenti che preparano qualche lavoro di gruppo, anziani che si leggono il giornale (sull’I-pad), donne che si fanno le unghie. Un’italiana e un newyorkese che sbattono contro le asperità di “mi piace/mi piacciono” — e li biasimate??

Questo lunedì, sulla metropolitana per raggiungere il Lincoln Center, ecco la prima variante.
La metro newyorkese ha linee che corrono “local” (regionali) ed “express” (interregionali). Alla 96esima puoi prendere l’interregionale, che fa solo una fermata — la 72esima — e poi prosegue fino a Times Square e poi giù, gù per tutto il sud di Manhattan. Quindi il mio andar di metro è tutt’un cambiare fra local ed express. Per guadagnare tempo, ovviamente.
Come tutte le metro del mondo, ci sono dei display che ti dicono quanto tempo manca all’arrivo del prossimo locale/espresso.
Lunedì, a bordo della metro regionale, mi sono soffermata sulla porta per controllare il display e vedere se mi conveniva rimanere a bordo oppure scendere e aspettare l’espresso. Sono rimasta lì giusto due secondi — le porte delle metro non rimangono aperte delle ore.
In quella posizione, sono stata di grandissimo intralcio a un ragazzo che doveva salire sulla metro con una grossa valigia — a mia difesa, ricordo che la mia stazza non è esattamente quella di Giuliano Ferrara, non bloccavo l’intero ingresso.

“Levati dal caz*o”.
Queste sono le parole che mi vengono rivolte da un giovane, evidentemente diplomato a Eton, con un accento che poi scoprirò toscaneggiante.
“Come hai detto?”, gli rispondo io, perfettamente consapevole che la mia domanda lo coglierà di sorpresa come uno spavento: anche se sai che a NY ci sono tantissimi italiani, non ti aspetti che l’individuo sulla scorrevole della metro a cui ti rivolgi con tanta eleganza, sia italiano.
“Sono italianissima”. Aggiungo, per ribadire l’ovvio.

Immaginate la sua espressione.
Credo non servano parole per descriverla. Ma il giovane Milord ha con sé la sua Milady, e non può certo mostrare di scusarsi e tornare sui suoi passi.
Lei è paonazza, e ha quel sorrisino delle ragazze che si vergognano di trovarsi in una situazione provocata dal proprio compagno, e che non vedono l’ora di potergli dire, in privato, “ma che figura del caVOLO ci fai fare??”

“Eh, stavi in mezzo”, mi dice il gentleman, tra il bullo e il gallo.
“C’è modo e modo di dire le cose”, gli rispondo io, con calma papale.
“Sì ma stavi in mezzo”, e il bullo, da gallo, passa all’upgrade e diventa pappagallo.
Allora cerco di spiegargli.
“Non ci si rivolge così alle persone. Dalle tue parti in Italia magari sì, qui no”
“Sì ma stavi in mezzo…”, un uomo pieno di argomenti.
Gli indico la valigia e gli dico di riportarsi la cafoneria in Italia, che qui non abbiamo bisogno.
E scendo alla mia fermata.

Scorderò la sua barbetta da hipster di provincia e i suoi occhi azzurri slavati fra pochi giorni. Ma l’espressione della ragazza, quella, 100% imbarazzo, me la ricorderò per molti molti giorni.

Non è che qui siano tutti Lord Fontleroy, eh, intendiamoci — la mamma dei cafoni è come quella degli stupidi: sempre incinta. Ma nessuno, nessuno si permetterebbe di dire “Get the fu*k out of my way” sulla metro: scoppierebbe la guerilla.
Tutti sono sulla stessa barca — ehm vagone. Tutti sanno come funzionano le cose. Tutti fanno l’altalena local-express. Tutte le teste si rivolgono al display per vedere se conviene rimanere sul regionale, oppure scendere e aspettare l’espresso. E tutti si danno il tempo necessario per decidere. E’ un codice condiviso, che, in qualche modo, affratella i passeggeri.
Poi arriva il turista che rompe questa armonia, e che impone la sua presenza. Era italiano, ma avrebbe potuto essere di qualsiasi nazionalità — anche se non mi vedo uno svedese, uscirsene con un’espressione del genere.

“Levati dal caz*o”. Una frase del genere, in un vagone silenzioso di una tranquilla mattina newyorkese, ha tutta la brutalità di uno spintone, di un colpo basso.
Intorno a me vedevo i newyorkesi intuire dalle nostre voci che non stessimo scambiando dei convenevoli. Tenevano le teste spofondate negli smart-phone, ma seguivano la scena, da sotto in su.
Io, naturalmente, mi sono molto vergognata. Per lui, per la ragazza, per l’Italia. Ogni volta che un italiano fa qualcosa che non dovrebbe fare, un expat — o solo io?— si sente un po’ in colpa come se quell’azione, quella cosa detta, l’avesse fatta o detta lui. Per questo stesso principio del “tutte le colpe del padre-paese ricadono sui figli”, io mi ritrovo a essere un po’ Salvini, un po’ Berlusconi, un po’ Renzi. E un po’ Bernardo Provenzano. Certo, anche un po’ Bruno Munari e Rita Levi Montalcini. Ma la sensazione è più forte — e non so come mai — se i personaggi sono riprovevoli. La colpa è più potente dell’orgoglio.

L’altra variante di lunedì scorso riguarda Central Park.
Dopo la mia lezione con Stephen, non riprendo la metro. Faccio una cosa che mi ha insegnato un newyorkese doc, ovvero, evitare di circumnavigare Central Park con la metro: devi cambiarne tre, impieghi un sacco. Invece, se devi andare dal lato West al lato East, o viceversa, attraversa il Parco a piedi! Impieghi un quarto d’ora, non di più.
Chissà perché abbiamo tutti sempre l’impressione che Central Park sia un mastodonte che richiede ore e ore per essere percorso.
Allora lunedì, una giornata tiepida di fine ottobre, attraverso il parco, diretta alla 69esima dell’East Side, dove trovo ad aspettarmi la mia classe alla Columbus Citizens Foundation.
Avvicinandomi alla parte finale del Mall di Central Park, sento in lontananza delle note famigliari.
“Thriller” di Michael Jackson.
Faccio uno più uno. Lunedì è il 29 ottobre. L’antivigilia di Halloween, che qui è un evento pari al Natale.
Mi avvicino con passo spedito: sento odor di newyorkeria, una di quelle stramberie che New York sforna con tanta generosità.

Trovo un centinaio di persone impegnate a ballare la coreografia di “Thriller”. Con “persone”, intendo dei civili, non dei ballerini professionisti. Non si tratta di un video, una prova di uno spettacolo, uno show. È, invece, un rito, o forse un flash-mob. Cento comuni mortali che si trovano a Central Park a ballare “Thriller”, con i passi originali tratti dal famoso video del Jacko mondiale. Tutte le età, tutti i sessi, tutte le dimensioni e i colori. Tutti all’unisono, tutti perfettamente sincronizzati. Io, che nei balli di massa perdo sempre il tempo e non lo ritrovo mai, li guardavo come avrei guardato Barishnikov.
Sono rimasta quasi fino alla fine, sempre con quel mio sorriso inebetito che ormai conoscete, ma avevo la mia classe ad attendermi, quindi ho dovuto spicciarmi.
Però quel “Thriller” lì, mi ha fatto dimenticare la finesse italiana sulla metropolitana. E per questo, anche, ringrazio New York. Qualcosa che ti butta giù è subito seguito da qualcosa che ti tira su.
Dev’essere un principio della fisica di questa città.

La Columbus Citizens Foundation è un’associazione di italiofili — a maggioranza ebraica, mi è stato detto — con sulla 69esima, cuore posh dell’Upper East Side, tra la Quinta Strada e la Madison.
È come mettere piede nell’Italia dell’alta borghesia tardo ottocentesca. Gattopardo-style. Pavimenti in legno, tappeti persiani, scalinata presidenziale rivestita di bordeaux, dipinti del ‘700 alle pareti, caminetti, cristalli che pendono giù dal cielo, busti in marmo, vetrine ripiene di porcellane e cassettoni antichi con dentro chissà cosa. È molto “una certa Italia”. Talmente “molto” da essere “troppo”. Il che vuol dire che non è Italia: è Italo-America.
Il bagno è affrescato con putti e cherubini, e i rubinetti sono dorati.
È decisamente Italo-America.
Tuttavia, alternare alle aule standard che trovo all’FIT e al Mercy College, questa opulenza, barocca e nostalgica, mi permette di sfiorare vite diversissime. Ed è questo che una metropoli come New York offre, dopotutto. Non Sex and the City.

La Columbus Citizens Foundation organizza eventi esclusivamente Members-only. Gala dinner il cui biglietto d’ingresso costa $ 10.000 (a testa). Golf club. Cene — nell’interrato hanno un ristorante e un pianobar.
Mi chiedo se abbiano pensato anche alla caccia alla volpe.
La Foundation, oltre a un corpo che sguazza nella bella vita dell’alta società, ha anche un’anima filantropa, e nella sua grande magnanimità, presta le sue sale, il lunedì sera, ai corsi organizzati dallo IACE, l’Italian American Committee on Education. Lo IACE è un’associazione che organizza corsi di lingua grazie a un fondo stanziato dallo stato italiano e che opera sotto la supervisione del Consolato.

Noi occupiamo le sale della Columbus il lunedì. Mi domando come saranno gli altri giorni della settimana. Per qualche strana interferenza cinematografica, immagino sempre che gli altri giorni, tra serate a sorseggiare Chianti e a fumare Havana di contrabbando, s’inseriscano anche dei convegni oscuri. Tipo quello orgiastico nella villa fuori NY immaginata dal genio Kubrick in “Eyes Wide Shot” — parola d’ordine per entrare: Fidelio. Il contesto si presterebbe alla perfezione. Quindi, se il lunedì si respira aria di presente indicativo e plurali irregolari, il martedì può essere che si respiri aria massonica.
Who knows… Se scopro qualcosa, sarete i primi a saperlo 😉

Questa settimana sono stata a vedere “Mid90s” di Jonah Hill, una piccola grande splendida opera prima che sta piacendo molto qui a New York, e che è piaciuta molto anche alla vostra lezmuviana qui presente.

Presentato al Sundance e al Toronto Film Festival, “Mid90s”, lo suggerisce il titolo, racchiude e dischiude un momento storico: la metà degli anni ’90. Lo sfondo è Los Angeles.
Il bello del film — ve lo dico subito — è che, nonostante sia connotato metropolitanamente/ geograficamente — L.A./America — riesce a parlare anche a chi ha vissuto quegli anni nella periferia del mondo che è il Trentino. 🙂 Vedendo il protagonista, Stevie, rivedi te stesso alle soglie dell’adolescenza.
Stevie ha una madre insicura e non troppo presente. Un padre inesistente, un fratello maggiore che lo picchia a sangue — come tutti i fratelli maggiori degli anni ’90, mi viene da dire. A quell’epoca funzionava così. Le zuffe fratricide erano all’ordine del giorno.
Stevie ha tredici anni, è piccoletto, non quei teenager che crescono tutto d’un fiato a undici anni. Ha un’adorazione per una compagnia di skateboarders che bazzica il suo quartiere. E un bel giorno, comincia a frequentarli.
Non sono dei teppisti. Sono dei ragazzi che si fanno passare le giornate estive, e che hanno dei sogni: chi vuole fare il regista, come Fourth Grade, e filma tutto il tempo con una videocamera, chi se la spassa e fa molto umorismo, come Fuck Shit — che è l’intercalare a lui più caro, di qui il nome — e c’è chi vuole fare dello skate una professione, come Ray, il ragazzo che è una spanna sopra gli altri, il guru del gruppo. Quello che e sparpaglia per tutto il film perle del suo skating e della sua “saggezza”.

Stevie è il percorso che abbiamo seguito un po’ tutti in quegli anni, con le differenze del caso. La voglia di far parte di un gruppo, sentirsi accettati, nonostante i difetti. E la voglia di provare quello che gli altri maneggiano/padroneggiano così bene, mentre tu sei alle prime armi, e arranchi. Dallo skateboard, all’alcol, alle prime sostanze chimiche — che non erano LSD o droghe simili, ma pillole rubate alla sorella di qualcuno!
E naturalmente i primi approcci con l’altro sesso, la goffaggine abbinata all’arroganza — due lati della stessa medaglia.

Non c’è una vera trama, ed è questo che ti fa amare “Mid90s”. Ci sono momenti d’infinita delicatezza e tenerezza — perché vanno a toccare il nostro vissuto con precisione chirurgica — e ci sono momenti di sciallo, che è uno sciallo solo di superficie: dietro, si celano storie di tribolazioni, fisiche e psicologiche — come Fouth Grade che “è talmente povero che non ha nemmeno i soldi per comprarsi i calzini. Voglio dire, i calzini”, come spiega Ray a Stevie.
Oppure lo stesso Stevie, vittima delle angherie del fratello, ed entrambi vittime di un’infanzia storta e mai raddrizzata, in cui le emozioni trovano sfogo solo nella rabbia, molto rivolta a se stessi. Tutto questo in una Los Angeles di periferia, Culver City o giù di lì. Beverly Hills — con o senza i suoi Walsh, Dylan e Kelly, che proprio in quegli anni trasformavano lo zip code 90210 in un brand da esportare in tutto il mondo — Beverly Hills è lontana anni luce.
Il materiale è il cemento, su cui questi giovani skaters filano e cadono, piroettano e rovinano. Superstrade al tramonto e cortili in cui ritrovarsi e passare il tempo insieme.

Tuttavia, anche se il film racconta gli anni ‘90, non è una loro celebrezione, e non è nemmeno un inno nostalgico ai “good old days”. È fiction al 100%, ma ha qualcosa del documentario — la grana sgranata di certe riprese, per esempio, e poi il finale, splendido, con i girati della videocamera di Fourth Grade. È come se il regista, Jonah Hill, prelevasse uno spicchio di vita vissuta direttamente da quel decennio, e ce lo porgesse per farcelo assaporare: solo con il senno di poi, ne avvertiamo a pieno il gusto.

E visto che abbiamo detto della chiusura, diciamo anche dell’apertura del film. Il corridoio di una casa. Dalla porta di una stanza, vola fuori — letteralmente vola fuori — il povero Stevie. Lanciato dal fratello in un raptus d’ira, Stevie picchia violentemente la testa contro il muro. E tu pensi, è morto. Uno non può picchiare la testa così, e sopravvivere. Invece sì, Steve sopravvive.
Questa scena, rapida come un pugno nello stomaco, e altrettanto penosa, ti dà le coordinate di tutto il film. Ti descrive il contesto, i personaggi, la violenza, il dolore, il silenzio. Perché non una lacrima si versa. Nemmeno quando Stevie finisce in ospedale, dopo un incidente. Non si piange mai.
Al posto delle lacrime, si regalano ambitissime tavole da skate, si condivino caramelle e succo d’arancia — non pasticche e birra! — e si sopravvive.
Alla fine, non volevo che finisse — dura appena un’ora e 24 minuti. Un film piccolo e prezioso, che spero metterete nel vostro portagioie cinematografiche, come ho fatto io.

E anche per stasera è tutto.
Nel Frunyc IV aggiornato, non perdetevi assolutamente le moltissime immagini della New York Marathon 2018 — payoff dell’anno: “It will move you”. Meteo eccezionale. Colori vangoghiani. Board runner lungo parte del percorso insieme ai maratoneti.
Arriverà il giorno in cui la correrò. Time will come 🙂

Grazie sempre, e saluti, variantemente cinematografici.

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LET’S MOVIE 389 da NYC commenta “FIRST MAN” di Damien Chezelle

LET’S MOVIE 389 da NYC commenta “FIRST MAN” di Damien Chezelle

Mani magiche, Moviers,

è di queste che vi parlo questa settimana.
Giovedì prossimo, al Center for Italian Modern Art (CIMA) — che ormai conoscete benissimo, nel cuore cantante di SoHo — si terrà la premiazione del Bridge Book Award.
Questo riconoscimento è il Giano bifronte dei riconoscimenti: premia due opere scritte in italiano che verranno tradotte in inglese e due opere in inglese che verranno tradotte in italiano. E il premio in sé, oltre al prestigio, consiste nella copertura dei costi di traduzione. Se l’è inventato, questo award a doppio senso di circolazione linguistica, l’AIFIC, l’American Initiative for Italian Culture, in collaborazione con la Casa delle Letterature di Roma.
So tutte queste cose perché l’anno scorso ho fatto da interprete durante la cerimonia di premiazione. E mi hanno chiesto di fare lo stesso quest’anno, giovedì 1 novembre.
Quest’anno ci sarà anche un panel, moderato dal nostro Console, e vedremo come ce la caveremo. Intanto, i due vincitori, italianissimi all’asciutto d’inglese, hanno preparato il loro discorso, che leggeranno in italiano, e che io ho provveduto a tradurre in inglese, e che leggerò in inglese.

Mentre traducevo il discorso di Luciano Funetta, vincitore con il romanzo “Il grido”, lui racconta di come si sia ispirato, per la protagonista del romanzo alla pittrice e scrittrice Leonora Carrington, moglie del pittore surrealista Max Ernst.
Funetta nomina proprio un libro che per lui è stato fondamentale, “Down Below”, una specie di viaggio negli inferi dell’immaginario di Leonora mentre trascorreva un periodo nel manicomio di Santander, Spagna. Funetta arriva al punto di chiamare la sua protagonista Lena, tanto è debitore a Leonora Carrington.

“Down Below” non è “Il codice Da Vinci”. È un libretto di nicchia, 69 pagine in tutto, pubblicato nel 1988 dalla New York Book Review. Uno di quei libricini stampati in un numero che non punta alle migliaia, ma che si accontenta dei due zeri delle centinaia. Quante persone, se non addette ai lavori, conoscono l’opera pittorica della moglie di Max Ernst, a parte se stessa e Max Ernst?

Ora, cosa direste se vi dicessi che un mio caro carissimo amico, poco meno di un mese fa, mi ha regalato una copia di quelle centinaia di “Down Below”? Cosa direste se vi dicessi che lo sto leggendo adesso? Cosa pensate immaginandomi al computer, mentre traduco il discorso di Funetta, m’imbatto nel suo elogio a “Down Below”, e giro la testa verso il mio divanetto dove campeggia la mia copia di “Down Below”’?
Quante possibilità ci sono che questo accadda? Una su un trilione? È opera del caso? Normale amministrazione con cui comunica al mondo la sua esistenza e il suo operato?

Questa cosa del caso m’incasina. Nel senso. Okay, posso credere che sia lui —il caso— in azione. Ma questo non sarebbe un po’ banalizzare questa trama tessuta ad arte da chissà quali mani? Non è troppo semplicistico — comodo? — riparare sempre dietro al caso, quando questi accadimenti accadono? Insomma, la mia domanda è: le coincidenze sono fatti biologici dell’umano esistere, processi basilarmente cellulari, congeniti all’organismo dell’esistenza, oppure sono altro, e dobbiamo interrogare altre forze?

Personalmente, mi sono sempre considerata un’animista. Credo che il mondo, soprattuto quello inanimato, brulichi di vita. E che ci siano dei movimenti, degli schemi mobili attorno a noi, a cui noi non facciamo caso, ma che agiscono nella nostra vita. Questo non implica necessariamente una presenza divina vecchio- o nuovo-testamentaria, biblica. Implica, invece, l’ipotesi che ci siano delle mani magiche che operano nell’ombra. Mi piace pensare che operino a fin di bene, o a fin di commedia.
Quando ho visto “Down Below” citato nel discorso di Funetta, quando ho girato la testa e ho visto la mia copia di “Down Below” guardarmi angelica, come se niente fosse, mi sono guardata intorno, nettissima la sensazione che qualcuno/qualcosa se la spassasse a vedere quest’umanoide italo-newyorkese alle prese con una “coincidenza”.
Mi sono sentita la beffa, di cui poi io stessa ho riso.

In quel momento avrei voluto frugare l’aria, e arrivare al di là, in quel non-spazio dove forse queste mani magiche tramacciano, architettando le loro incursioni nel nostro mondo tridimensionale. La fisica lo chiama in modi diversi. Quarta dimensione, buco bianco, wormhole. Il credente lo chiama Dio.
Ho sussurrato un “Whaddeffac…” d’ordinanza, con un sorriso di meraviglia. Come non sorridere? Come non immaginare, di là dal buio, qualcuno che a sua volta guarda e ride?
Nell’antichità si diceva che gli dei avessero creato gli uomini per divertirsi, fargliene di tutti i colori, e ridere di loro — di noi. Quindi nessuna legge di Murphy, nessuna scalogna, nessuna sfiga o congiunzione avversa degli elementi. Solo un Grande Fratello Olimpico che guarda impazzire i piccoli omuncoli nella casa del mondo.
Mi piace di più credere alle mani magiche.

Da quando sono qui a New York, quelle mani si stanno dando un gran daffare. Incontro persone che conosco nei posti più improbabili. Oppure mi capita di visitare la Westbeth Artist Community, al 55 di Bethune Street — mai sentita, Bethune Street, in due anni che sono qui — un complesso residenziale per artisti che, negli anni ’60, offriva un tetto agli artisti dietro il pagamento di un affitto davvero rappresentativo, considerata la zona — pieno West Village. In quegli appartamenti, d’interesse anche architettonico giacché includono un progetto dell’architetto Richard Meier — hanno alloggiato nomi come Robert De Niro, Diane Arbus — che proprio lì si tolse la vita — Merce Cunningham, Vin Diesel, e tantissimi altri.

Lì accanto, al 27 di Bethune Street, abita una lady 94enne di nome Otis Kidwell Burger, che dagli anni ’60 tiene un salotto letterario da cui è passata tantissima intelligentia newyorkese. Proprio nel salotto di casa sua. Ecco, proprio grazie al maneggiare magico di quelle mani di cui sopra, domenica 11 novembre alle 6 pm, io sarò in quel salotto. Lo immagino come quello di Gertrude Stein al 27 di Rue des Fleurus, a Parigi, in cui la matrona americana trapiantata a Parigi ospitava gente della Lost Generation, tipo Hemingway, accanto a Picasso, James Joyce, Henri Matisse, Franics Scott Fitzgerald…
Cosa si porta alle regine 94enni della poesia? Che il New York Times ha definito, in uno splendido articolo, “West Village Warrior”? Cosa si porta alle Otis Kidwell Burger? Basteranno i miei versi?

E capirete, questo è il risultato del lavoro delle mani magiche. Perché una me qualunque, una me qualunque schizzata fuori da un Garda di lago e sopravvissuta a anni di morse montane trentine, una così, non può arrivare a New York City e finire lì, nel tempio domestico della poesia newyorkese senza un qualche piano sotterraneo i cui dettagli io ignoro. Mi rifiuto di crederlo 🙂
Ovviamente questo, l’11 novembre al 27 di Bethune Street, sarà oggetto di un prossimo pippone, quindi vi consiglio sempre di aderire allo stay tuned e di non muovervi da lì.

La visione del film di oggi parla d’incredibile ultra-terreno, quindi ben si sposa con quanto detto. Ed è d’obbligo per tutti i Lezmuviani frequentanti — anche per i non frequentanti. “First Man” di Damien Chezelle. Lo ricordate quello di “Whiplash” e di “La La Land”, vero? Ecco, lui.

Il primo uomo del film è, ovviamente, il primo uomo che ha messo piede sulla luna, Neil Armstrong. E la storia la sappiamo tutti, bene o male. Potremmo dimenticarci giorno e anno — 20 luglio 1969, così non li dimenticate più. Potremmo dimenticarci dei dettagli — Apollo 11, la navicella, da non confondersi con il 13 di Steven Spielberg. Ma non scordiamo quello zompettare tipicamente lunatico, quelle parole che Neil si è preparato lungo il tragitto, per essere pronunciate lì, sulla luna, insieme al suo zompettare lunatico.
“Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”, la cui traduzione deve aver mandato in paranoia Tito Stagno e il suo entourage, quando dovettero tradurlo in tempo reale per la RAI Radio Televisione Italiana: “A small step for a man, a giant leap for mankind”. E adesso? Come lo traduciamo “leap”?! “Leap” è un balzo, non è un passo, caro Tito. Si sarebbero salvati in corner mettendo “avanti” dop il secondo “passo”… Ma va be’, non stiamo qui a fare le pulci a una telecronaca che portò 400 milioni di persone in tutto il mondo davanti agli schermi.
Da quando ho appreso quella cifra, nel film, non posso fare a meno d’immaginare 400 milioni di esseri umani — all’epoca!— che smettono di fare quello che stanno facendo, che si raccolgono davanti ai preziosi rari televisori di tutto il mondo, per assistere a un evento che ha del fantascientifico ancora oggi, dopo che abbiamo conosciuto Sir Stanley Kubrick. Oppure Star Wars.

Chezelle si è dimostrato il talento che è. Poteva fare il classico polpettone biografico grondante American pride. L’elogio all’eroe e all’eroismo americano. Se c’è una cosa in cui gli americani sono riusciti — e gliene va dato atto — è proprio quella di aver portato l’uomo sulla luna in un momento in cui certo la scienza aveva fatto passi da gigante, ma in cui le strutture, i marchingegni, erano strutture e marchingegni che oggi definiremo rudimentali. Flintstone. FIAT! (Battuta). Mancavano assolutamente della sofistificazione di oggi.

E Chezelle è stato proprio intelligente perché non vuole mostrarci la grandeur dell’impresa, la navicella enorme vista da sotto in su, bianca e scintillante, gli interni spaziosi in cui gli astonauti flottano beati. Ci mostra tutto il contrario. Banderuole e bulloni, interruttori manuali, cavi alla luce del sole, l’abitacolo grande come quello di una Smart. Strategia vincente perché lo spettatore passa tutto il tempo a chiedersi per quale miracolo divino — o meglio, come cavolo— questi tre uomini siano arrivati sulla luna a bordo di una Smart, e a ragionare, tutto il tempo sulla precarietà, la fragilità dell’essere umano. Che tuttavia riesce, per qualche miracolo divino, o cavolo — mani magiche? — a fare grandi cose.

Quindi a Chezelle non interessa proprio il sensazionalismo, l’eroismo, l’universalismo. Interessa la storia dell’uomo Neil, il piccolo, il particolare. Ma il regista è sufficientemente brillante, da creare un meccanismo cinematografico per cui l’unverso/ale si rifrange nel particolare della storia personale di Neil e del suo dolore.

“First Man” è il racconto, anche e soprattutto, del lutto mai totalmente elaborato — forse alla fine, ma non siamo proprio sicuri — della morte della figlia degli Armstrong, per un tumore al cervello. Carol aveva due anni. Questo indicibile dolore è il motore che spinge avanti Neil, un talentuoso ingegnere della NASA con l’ambizione di andare sulla luna. Così “First Man” non è il film del primo uomo sulla luna. E’ il film di un padre privato di un figlio che cerca nella luna il modo di fare i conti con la propria disgrazia.

E c’è una scena, sulla luna, con un braccialetto, che credo sia una delle scene più commoventi e strazianti della cinematografia mondiale, e che dentro di me continua a svolgersi. La rivedo costantemente. Il calvario di Neil diventa nostro, così come lo diventa la sua impresa. La grandezza del film si concentra lì: nell’averci raccontato il grande attraverso il piccolo, la gioia attraverso e dopo la sofferenza, e di averci portato tutti lassù e laggiù con lui.
Quindi Niel, con il suo nucleo di dolore, è il fulcro che tiene unito questo film dal respiro letteralmente galattico.

Ovviamente tutto questo non sarebbe stato possibile senza la straordinaria interpretazione di Ryan Gosling. Un attore che, ne ho avuto la conferma con questo film, parla con il silenzio come pochissimi altri sanno fare. Questo sin dal piccolo capolavoro “Drive”, passando per “Come un tuono”, e arrivando qui, a questa sceneggiatura, in cui pronuncia pochissime parole. Ha un modo, Ryan, di traghettare le emozioni dal suo punto interiore più profondo fino al tuo punto interiore più profondo. Non so come faccia, ma in pochissimi attori riescono, senza salire sulle scialuppe delle parole. Ryan ce la fa. Sia benedetto.

Un grandissimo asset del film sta nella musica. Damien Chezelle collabora con il musicista Justin Hurwitz sin da “Whiplash” — i due, pensate, erano compagni universitari, si sono trovati a Princeton e non si sono più mollati. Mai come in questo film la musica è lingua. La musica parla quando Neil non parla. La musica racconta la pena, e non solo quando Neil perde la figlia, ma anche quando Neil perde tre cari amici astronauti, nell’incendio che si portò via l’Apollo 1 ancora prima di staccarsi da terra.
La musica è il muscolo che porta avanti il film, così come il silenzio è il codice espressivo che ci permette il tentativo di decodificare uno spazio nuovo come quello della luna. Nessun rumore si sente, quando i tre terminano l’allunaggio. Quel silenzio, davanti a una terra — volevo dire una luna — intatta, ignota, ricorda tantissimo il silenzio kubrickiano in “2001 Odissea nello spazio”. E’ un silenzio denso di arcano. Riempie la scena come un vero e proprio personaggio, una presenza imponente, e lo spettatore si trova così ad affrontare un’esperienza simile, almeno in parte, a quella affrontata da questi piccoli grandi uomini del ’69. L’affaccio sull’ignoto, i primi passi letteralmente fuori dal mondo.

Alcuni critici beceri discesi dalle stelle e dalle strisce americane, hanno criticato il film per aver sminuito l’impresa. Per non aver inserito, per esempio, la scena dalla posa della bandiera — in realtà, critici beceri, la posa c’è, basta fare un po’ di attenzione.
Il vero valore del film, secondo me, sta proprio in questo girare le spalle alla patria di Superman, in questo abbracciare un voluto understatement, e nel riposizionare il riflettore non già sull’impresa in sé, ma su quanto sia costata, in termini emotivi, psicologici, relazionali — non scordiamoci che Neil aveva una moglie e altri due figli, e una missione sulla luna con un 50% di possibilità di fallire/morire non gli ha certo facilitato la vita. Un film che mi racconta della fragilità umana raccontandomi un successo di un’impresa, mi insegna che noi umanità possiamo moltissimo, in questa nostra piccola grande esistenza, ma che siamo sempre, sempre, a un passo dal fallimento, dall’ombra, dal nero eterno. E questo, a casa mia, lo fanno Bergman. Welles. Kubrick.

In ultimo, “First Man” ha una raffinatezza d’insieme che speriamo venga colta e premiata dall’Academy Awards, il prossimo febbraio. Speriamo non premino solamente l’emo-entertainment di massa come “A Star Is Born”, e che rintraccino in “First Man” un nuovo modo di narrare l’ambizione e il desiderio di spingersi oltre i confini.

E anche per stasera è tutto, cari i miei Fellows.
Il Frunyc IV aggiornato contiene degli scatti dell’allestimento Halloween della hall del mio palazzo.
Se questo è l’allestimento per Halloween, mi chiedo se per Natale ospiteremo il vero Santa Klaus con la vera Rudolph dietro il bancone del doorman.
Tanta serietà nel fun mi lascia senza parole…

I saluti, stasera, sono manualmente cinematografici.

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