Posts made in novembre 5th, 2018

LET’S MOVIE 390 da NYC commenta “MID90s” di Jonah Hill

LET’S MOVIE 390 da NYC commenta “MID90s” di Jonah Hill

Monday, Moviers,

ho fatto quello che faccio ogni Monday, ma con delle varianti.
Il lunedì vado al Lincoln Center per fare lezione al mio pupil settantunenne Stephen. Ci incontriamo al David Rubenstein Atrium, che è un grande spazio con i tavolini, una cafeteria, una fontana interna, una parete giardino — se non si ha posto per coltivare un giardino in orizzontale, si sfrutta il verticale, ovvio.
E questo spazio è pubblico, for free.
C’è il wi-fi, l’aria condizionata (micidiale) l’estate e il riscaldamento (miracolare) l’inverno. È frequentata da tipi umani molto variegati. Lavoratori che si mangiano il pranzo, studenti che preparano qualche lavoro di gruppo, anziani che si leggono il giornale (sull’I-pad), donne che si fanno le unghie. Un’italiana e un newyorkese che sbattono contro le asperità di “mi piace/mi piacciono” — e li biasimate??

Questo lunedì, sulla metropolitana per raggiungere il Lincoln Center, ecco la prima variante.
La metro newyorkese ha linee che corrono “local” (regionali) ed “express” (interregionali). Alla 96esima puoi prendere l’interregionale, che fa solo una fermata — la 72esima — e poi prosegue fino a Times Square e poi giù, gù per tutto il sud di Manhattan. Quindi il mio andar di metro è tutt’un cambiare fra local ed express. Per guadagnare tempo, ovviamente.
Come tutte le metro del mondo, ci sono dei display che ti dicono quanto tempo manca all’arrivo del prossimo locale/espresso.
Lunedì, a bordo della metro regionale, mi sono soffermata sulla porta per controllare il display e vedere se mi conveniva rimanere a bordo oppure scendere e aspettare l’espresso. Sono rimasta lì giusto due secondi — le porte delle metro non rimangono aperte delle ore.
In quella posizione, sono stata di grandissimo intralcio a un ragazzo che doveva salire sulla metro con una grossa valigia — a mia difesa, ricordo che la mia stazza non è esattamente quella di Giuliano Ferrara, non bloccavo l’intero ingresso.

“Levati dal caz*o”.
Queste sono le parole che mi vengono rivolte da un giovane, evidentemente diplomato a Eton, con un accento che poi scoprirò toscaneggiante.
“Come hai detto?”, gli rispondo io, perfettamente consapevole che la mia domanda lo coglierà di sorpresa come uno spavento: anche se sai che a NY ci sono tantissimi italiani, non ti aspetti che l’individuo sulla scorrevole della metro a cui ti rivolgi con tanta eleganza, sia italiano.
“Sono italianissima”. Aggiungo, per ribadire l’ovvio.

Immaginate la sua espressione.
Credo non servano parole per descriverla. Ma il giovane Milord ha con sé la sua Milady, e non può certo mostrare di scusarsi e tornare sui suoi passi.
Lei è paonazza, e ha quel sorrisino delle ragazze che si vergognano di trovarsi in una situazione provocata dal proprio compagno, e che non vedono l’ora di potergli dire, in privato, “ma che figura del caVOLO ci fai fare??”

“Eh, stavi in mezzo”, mi dice il gentleman, tra il bullo e il gallo.
“C’è modo e modo di dire le cose”, gli rispondo io, con calma papale.
“Sì ma stavi in mezzo”, e il bullo, da gallo, passa all’upgrade e diventa pappagallo.
Allora cerco di spiegargli.
“Non ci si rivolge così alle persone. Dalle tue parti in Italia magari sì, qui no”
“Sì ma stavi in mezzo…”, un uomo pieno di argomenti.
Gli indico la valigia e gli dico di riportarsi la cafoneria in Italia, che qui non abbiamo bisogno.
E scendo alla mia fermata.

Scorderò la sua barbetta da hipster di provincia e i suoi occhi azzurri slavati fra pochi giorni. Ma l’espressione della ragazza, quella, 100% imbarazzo, me la ricorderò per molti molti giorni.

Non è che qui siano tutti Lord Fontleroy, eh, intendiamoci — la mamma dei cafoni è come quella degli stupidi: sempre incinta. Ma nessuno, nessuno si permetterebbe di dire “Get the fu*k out of my way” sulla metro: scoppierebbe la guerilla.
Tutti sono sulla stessa barca — ehm vagone. Tutti sanno come funzionano le cose. Tutti fanno l’altalena local-express. Tutte le teste si rivolgono al display per vedere se conviene rimanere sul regionale, oppure scendere e aspettare l’espresso. E tutti si danno il tempo necessario per decidere. E’ un codice condiviso, che, in qualche modo, affratella i passeggeri.
Poi arriva il turista che rompe questa armonia, e che impone la sua presenza. Era italiano, ma avrebbe potuto essere di qualsiasi nazionalità — anche se non mi vedo uno svedese, uscirsene con un’espressione del genere.

“Levati dal caz*o”. Una frase del genere, in un vagone silenzioso di una tranquilla mattina newyorkese, ha tutta la brutalità di uno spintone, di un colpo basso.
Intorno a me vedevo i newyorkesi intuire dalle nostre voci che non stessimo scambiando dei convenevoli. Tenevano le teste spofondate negli smart-phone, ma seguivano la scena, da sotto in su.
Io, naturalmente, mi sono molto vergognata. Per lui, per la ragazza, per l’Italia. Ogni volta che un italiano fa qualcosa che non dovrebbe fare, un expat — o solo io?— si sente un po’ in colpa come se quell’azione, quella cosa detta, l’avesse fatta o detta lui. Per questo stesso principio del “tutte le colpe del padre-paese ricadono sui figli”, io mi ritrovo a essere un po’ Salvini, un po’ Berlusconi, un po’ Renzi. E un po’ Bernardo Provenzano. Certo, anche un po’ Bruno Munari e Rita Levi Montalcini. Ma la sensazione è più forte — e non so come mai — se i personaggi sono riprovevoli. La colpa è più potente dell’orgoglio.

L’altra variante di lunedì scorso riguarda Central Park.
Dopo la mia lezione con Stephen, non riprendo la metro. Faccio una cosa che mi ha insegnato un newyorkese doc, ovvero, evitare di circumnavigare Central Park con la metro: devi cambiarne tre, impieghi un sacco. Invece, se devi andare dal lato West al lato East, o viceversa, attraversa il Parco a piedi! Impieghi un quarto d’ora, non di più.
Chissà perché abbiamo tutti sempre l’impressione che Central Park sia un mastodonte che richiede ore e ore per essere percorso.
Allora lunedì, una giornata tiepida di fine ottobre, attraverso il parco, diretta alla 69esima dell’East Side, dove trovo ad aspettarmi la mia classe alla Columbus Citizens Foundation.
Avvicinandomi alla parte finale del Mall di Central Park, sento in lontananza delle note famigliari.
“Thriller” di Michael Jackson.
Faccio uno più uno. Lunedì è il 29 ottobre. L’antivigilia di Halloween, che qui è un evento pari al Natale.
Mi avvicino con passo spedito: sento odor di newyorkeria, una di quelle stramberie che New York sforna con tanta generosità.

Trovo un centinaio di persone impegnate a ballare la coreografia di “Thriller”. Con “persone”, intendo dei civili, non dei ballerini professionisti. Non si tratta di un video, una prova di uno spettacolo, uno show. È, invece, un rito, o forse un flash-mob. Cento comuni mortali che si trovano a Central Park a ballare “Thriller”, con i passi originali tratti dal famoso video del Jacko mondiale. Tutte le età, tutti i sessi, tutte le dimensioni e i colori. Tutti all’unisono, tutti perfettamente sincronizzati. Io, che nei balli di massa perdo sempre il tempo e non lo ritrovo mai, li guardavo come avrei guardato Barishnikov.
Sono rimasta quasi fino alla fine, sempre con quel mio sorriso inebetito che ormai conoscete, ma avevo la mia classe ad attendermi, quindi ho dovuto spicciarmi.
Però quel “Thriller” lì, mi ha fatto dimenticare la finesse italiana sulla metropolitana. E per questo, anche, ringrazio New York. Qualcosa che ti butta giù è subito seguito da qualcosa che ti tira su.
Dev’essere un principio della fisica di questa città.

La Columbus Citizens Foundation è un’associazione di italiofili — a maggioranza ebraica, mi è stato detto — con sulla 69esima, cuore posh dell’Upper East Side, tra la Quinta Strada e la Madison.
È come mettere piede nell’Italia dell’alta borghesia tardo ottocentesca. Gattopardo-style. Pavimenti in legno, tappeti persiani, scalinata presidenziale rivestita di bordeaux, dipinti del ‘700 alle pareti, caminetti, cristalli che pendono giù dal cielo, busti in marmo, vetrine ripiene di porcellane e cassettoni antichi con dentro chissà cosa. È molto “una certa Italia”. Talmente “molto” da essere “troppo”. Il che vuol dire che non è Italia: è Italo-America.
Il bagno è affrescato con putti e cherubini, e i rubinetti sono dorati.
È decisamente Italo-America.
Tuttavia, alternare alle aule standard che trovo all’FIT e al Mercy College, questa opulenza, barocca e nostalgica, mi permette di sfiorare vite diversissime. Ed è questo che una metropoli come New York offre, dopotutto. Non Sex and the City.

La Columbus Citizens Foundation organizza eventi esclusivamente Members-only. Gala dinner il cui biglietto d’ingresso costa $ 10.000 (a testa). Golf club. Cene — nell’interrato hanno un ristorante e un pianobar.
Mi chiedo se abbiano pensato anche alla caccia alla volpe.
La Foundation, oltre a un corpo che sguazza nella bella vita dell’alta società, ha anche un’anima filantropa, e nella sua grande magnanimità, presta le sue sale, il lunedì sera, ai corsi organizzati dallo IACE, l’Italian American Committee on Education. Lo IACE è un’associazione che organizza corsi di lingua grazie a un fondo stanziato dallo stato italiano e che opera sotto la supervisione del Consolato.

Noi occupiamo le sale della Columbus il lunedì. Mi domando come saranno gli altri giorni della settimana. Per qualche strana interferenza cinematografica, immagino sempre che gli altri giorni, tra serate a sorseggiare Chianti e a fumare Havana di contrabbando, s’inseriscano anche dei convegni oscuri. Tipo quello orgiastico nella villa fuori NY immaginata dal genio Kubrick in “Eyes Wide Shot” — parola d’ordine per entrare: Fidelio. Il contesto si presterebbe alla perfezione. Quindi, se il lunedì si respira aria di presente indicativo e plurali irregolari, il martedì può essere che si respiri aria massonica.
Who knows… Se scopro qualcosa, sarete i primi a saperlo 😉

Questa settimana sono stata a vedere “Mid90s” di Jonah Hill, una piccola grande splendida opera prima che sta piacendo molto qui a New York, e che è piaciuta molto anche alla vostra lezmuviana qui presente.

Presentato al Sundance e al Toronto Film Festival, “Mid90s”, lo suggerisce il titolo, racchiude e dischiude un momento storico: la metà degli anni ’90. Lo sfondo è Los Angeles.
Il bello del film — ve lo dico subito — è che, nonostante sia connotato metropolitanamente/ geograficamente — L.A./America — riesce a parlare anche a chi ha vissuto quegli anni nella periferia del mondo che è il Trentino. 🙂 Vedendo il protagonista, Stevie, rivedi te stesso alle soglie dell’adolescenza.
Stevie ha una madre insicura e non troppo presente. Un padre inesistente, un fratello maggiore che lo picchia a sangue — come tutti i fratelli maggiori degli anni ’90, mi viene da dire. A quell’epoca funzionava così. Le zuffe fratricide erano all’ordine del giorno.
Stevie ha tredici anni, è piccoletto, non quei teenager che crescono tutto d’un fiato a undici anni. Ha un’adorazione per una compagnia di skateboarders che bazzica il suo quartiere. E un bel giorno, comincia a frequentarli.
Non sono dei teppisti. Sono dei ragazzi che si fanno passare le giornate estive, e che hanno dei sogni: chi vuole fare il regista, come Fourth Grade, e filma tutto il tempo con una videocamera, chi se la spassa e fa molto umorismo, come Fuck Shit — che è l’intercalare a lui più caro, di qui il nome — e c’è chi vuole fare dello skate una professione, come Ray, il ragazzo che è una spanna sopra gli altri, il guru del gruppo. Quello che e sparpaglia per tutto il film perle del suo skating e della sua “saggezza”.

Stevie è il percorso che abbiamo seguito un po’ tutti in quegli anni, con le differenze del caso. La voglia di far parte di un gruppo, sentirsi accettati, nonostante i difetti. E la voglia di provare quello che gli altri maneggiano/padroneggiano così bene, mentre tu sei alle prime armi, e arranchi. Dallo skateboard, all’alcol, alle prime sostanze chimiche — che non erano LSD o droghe simili, ma pillole rubate alla sorella di qualcuno!
E naturalmente i primi approcci con l’altro sesso, la goffaggine abbinata all’arroganza — due lati della stessa medaglia.

Non c’è una vera trama, ed è questo che ti fa amare “Mid90s”. Ci sono momenti d’infinita delicatezza e tenerezza — perché vanno a toccare il nostro vissuto con precisione chirurgica — e ci sono momenti di sciallo, che è uno sciallo solo di superficie: dietro, si celano storie di tribolazioni, fisiche e psicologiche — come Fouth Grade che “è talmente povero che non ha nemmeno i soldi per comprarsi i calzini. Voglio dire, i calzini”, come spiega Ray a Stevie.
Oppure lo stesso Stevie, vittima delle angherie del fratello, ed entrambi vittime di un’infanzia storta e mai raddrizzata, in cui le emozioni trovano sfogo solo nella rabbia, molto rivolta a se stessi. Tutto questo in una Los Angeles di periferia, Culver City o giù di lì. Beverly Hills — con o senza i suoi Walsh, Dylan e Kelly, che proprio in quegli anni trasformavano lo zip code 90210 in un brand da esportare in tutto il mondo — Beverly Hills è lontana anni luce.
Il materiale è il cemento, su cui questi giovani skaters filano e cadono, piroettano e rovinano. Superstrade al tramonto e cortili in cui ritrovarsi e passare il tempo insieme.

Tuttavia, anche se il film racconta gli anni ‘90, non è una loro celebrezione, e non è nemmeno un inno nostalgico ai “good old days”. È fiction al 100%, ma ha qualcosa del documentario — la grana sgranata di certe riprese, per esempio, e poi il finale, splendido, con i girati della videocamera di Fourth Grade. È come se il regista, Jonah Hill, prelevasse uno spicchio di vita vissuta direttamente da quel decennio, e ce lo porgesse per farcelo assaporare: solo con il senno di poi, ne avvertiamo a pieno il gusto.

E visto che abbiamo detto della chiusura, diciamo anche dell’apertura del film. Il corridoio di una casa. Dalla porta di una stanza, vola fuori — letteralmente vola fuori — il povero Stevie. Lanciato dal fratello in un raptus d’ira, Stevie picchia violentemente la testa contro il muro. E tu pensi, è morto. Uno non può picchiare la testa così, e sopravvivere. Invece sì, Steve sopravvive.
Questa scena, rapida come un pugno nello stomaco, e altrettanto penosa, ti dà le coordinate di tutto il film. Ti descrive il contesto, i personaggi, la violenza, il dolore, il silenzio. Perché non una lacrima si versa. Nemmeno quando Stevie finisce in ospedale, dopo un incidente. Non si piange mai.
Al posto delle lacrime, si regalano ambitissime tavole da skate, si condivino caramelle e succo d’arancia — non pasticche e birra! — e si sopravvive.
Alla fine, non volevo che finisse — dura appena un’ora e 24 minuti. Un film piccolo e prezioso, che spero metterete nel vostro portagioie cinematografiche, come ho fatto io.

E anche per stasera è tutto.
Nel Frunyc IV aggiornato, non perdetevi assolutamente le moltissime immagini della New York Marathon 2018 — payoff dell’anno: “It will move you”. Meteo eccezionale. Colori vangoghiani. Board runner lungo parte del percorso insieme ai maratoneti.
Arriverà il giorno in cui la correrò. Time will come 🙂

Grazie sempre, e saluti, variantemente cinematografici.

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