Posts made in novembre 26th, 2018

LET’S MOVIE 393 da NYC commenta “LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS” di Joel ed Ethan Coen

LET’S MOVIE 393 da NYC commenta “LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS” di Joel ed Ethan Coen

Floats, Fellows,

è il nome in inglese. Carri. Noi diciamo carri, quando parliamo di quelli di Viareggio, Cento, o Arco (!). Qui il carnevale non si celebra, ma gli americani hanno Halloween per travestirsi, e il Thanksgiving per ammirare la parata con i carri.

Dunque, io non sono tipo da parate, sia per motivi sia di Stato — anche se sono civili, io penso sempre alla componente militare — che per motivi di statica. In una parata sei fermo mentre il parante si muove. E questo va contro l’idea che ho di me stessa: un essere mobile che si muove, più o meno all’unisono, con il mondo.
Sopporto l’immobilità in un numero limitato di posti.
L’aereo.
La sala cinematografica.

Poi di norma, è sempre freddo, alle parate. A Rio magari no, ma a New York City sì. Non essendo io a Rio ma a New York City, devo fare i conti con le temperature. E in questo anno domini horribilis meteorologico, siamo già stati messi a dura prova: non si sentiva un gelo così al Ringraziamento dal 1901 — meno sette gradi, ventoso. Ce ne siamo accorti tutti.
Infine, alle parate, il posto che occupate non è mai quello che volete voi. C’è sempre qualcuno che occupa il posto che vorreste voi. E certo non siete — siamo — del tipo da arrivare con ore di anticipo per accaparrarcelo. Di norma chi vi sta davanti è una fila di quarterback appassionati alle parate, oppure di discendenti di Shaquille O’neall. Oppure di padri con prole sulle spalle. E voi non osate chiedere di avanzare e superare quelle muraglie umane. Ve ne state dietro, con una visuale molto quarterback, molto Shaquille O’neall, molto dad+kid, dello spettacolo.

Però la parade di New York del Giorno del Ringraziamento è uno di quei passaggi che, da residente in città, dovete vivere.
I miei studenti adulti della Columbus Citizens Foundation erano sconvolti dal fatto che non ci fossi mai stata.
“You have to go, it’s so much fun!”. Al ché io volevo rispondere, sono italo-europea, noi non siamo per quel tipo di fun. Noi guardiamo carri satirici, che ridicolizzano la politica e la società, e per noi quello è “so much fun”.
Ma non possiamo sempre passare per i vissuti europei che schiacciano i sogni all’innocenza americana.
Quindi ho detto, va bene, quest’anno, vado alla parata.

La parata comincia alle 9 del mattino, dalla 76esima su Central Park West, poi circumnaviga la statua di Cristoforo a Columbus Circus, prosegue lungo la 59esima fino alla Sesta Avenue, e la percorre tutta fino a Herald Square, dove termina davanti a Macy. Sì perché è il colosso commerciale di Macy, a sponsorizzare lo show.
Nessun americano sa dirti perché il Thanksgiving si festeggi il quarto giovedì di novembre, e perché di giovedì e non di sabato o domenica, ma tutti gli americani sanno che Macy permette a carri e palloni aerostatici di sfilare per mezza Manhattan.

La mia idea — rivelatasi in tutta la sua disgrazia — era quella di correre attraverso Central Park, fermarmi un due-cinque minuti, fare qualche scatto all’evento, spuntare la casella “fatto” dall’elenco infinito di cose newyorkesi da fare, e poi continuare la mia corsa, in barba a tutti i paranti e parati.
Da italo-europea vissuta, ho preso sottogamba il “much fun” anticipatomi dai miei studenti. Arrivata all’altezza della 72esima di Central Park West, piazzatami davanti al Dakota Building, inchinatami a John Lennon per essere esistito e avervi abitato, ho capito che i due minuti sarebbero stati spazzati via da tutta la durata dell’evento, oltreché dal vento gelido che spirava — non c’è dubbio — dall’Antartide.
Sono stata catturata da quelli che qui chiamano “baloons”, giganteschi palloni aerostatici dalle fattezze cartone-animato. Alcuni personaggi sono riconoscibili: il Grinch, lo snowman di “Frozen”, Spongebob, Charlie Brown, un dinosauro che per me era Denver e un pilota che per me era un Power Ranger. Altri, assolutamente ignoti. Un folletto rannicchiato, tre creature a metà fra i Gremlins e Yoda e un soldatino che pareva gemello di quello de “Lo schiaccianoci”, ma con qualcosa di Barbablù.
La grandezza, lo confesso, mi ha sopraffatto. E, anche, il giubilo tutt’intorno. Questi grossi personaggi che fluttuano su Central Park West, vengono preceduti da un corteo festante abbigliato come il personaggio, che saluta il pubblico, balla, sostiene il personaggio stesso — tipo “Go Grinch go”. Davanti a loro c’è una banda. Ma non la banda come quelle a cui siamo abituati in Italia, con le marce e le musiche di Stato. Bande scanzonate, bande che suonano melodie jazz-funky, bande appena uscite dal conservatorio della fantasia. E ti vien voglia di ballare. E gli spettatori, per quanto infagottati, e ibernati, cercano di accennare dei passi di danza.

I bambini? Pietrificati dalla meraviglia. Ve l’immaginate cosa dev’essere avere cinque, sei, otto anni e vedersi un Grinch alto come un palazzo, passarvi davanti come se niente fosse? Anch’io ero pietrificata. Sia dalla meraviglia, che dal gelo. Non potevo andarmene da quello spettacolo, ma certo c’erano meno sette gradi. Arrampicata su una transenna, spazzata dal vento dell’Antartide di cui sopra, vivevo un momento di gran gioia e di gran dolore insieme. Praticamente un parto.
Sono rimasta fino all’ultimo carro. Sì perché i palloni aerostatici si alternano ai “floats”, che non hanno nulla a che fare con i nostri carri, figli di satira e carta pesta. I carri della parata del Thanksgiving sono marchingegni dall’animo waltdisneyano. A forma di albero di Natale, oppure di foresta incantata, oppure di giostra o di battello a vapore. Su uno di quelli, John Legend. Su un altro Diana Ross. Tutti festanti e salutanti.
Una spolverata di showbiz non guasta mai.

L’ultimo carro, supporta la slitta di Babbo Natale, quello che poi staziona a Macy fino al 25 dicembre, e davanti al quale una fila chilometrica di bambini e genitori aspetta il proprio turno per farsi scattare la foto con lui — non per chiedergli gli effetti del climate change in Lapponia, cosa che invece io gli chiederei.
Dopo aver aspettato la slitta di Babbo Natale, tutti schizzano via. Il freddo è qualcosa di irreale. Quasi celeste. Una specie di martirio, a cui però non segue una beatificazione, solo la perdita delle falangi. Ma i newyorkesi, come sempre, non fanno un gran clamore. Anzi, molti di loro si accampano alle 6 di mattina per predere il posto con la miglior visuale.
Non so come sopravvivano, fermi, a meno sette.
Questo è fra i misteri di questa città.

Appena sfilato Babbo Natale, scendo dalla transenna. Le mie gambe sono pesanti, ma dopo qualche metro reagiscono. Sono le mani, a preoccuparmi.
Ogni inverno succede che il freddo mi frega le mani. Due paia di guanti non bastano. Sento di non sentirle più.
Quella sera stessa, un invitato alla cena del Ringraziamento che mi aspetta, mi avrebbe spiegato che quella è una reazione sana del corpo: il corpo, per proteggere il cuore, rallenta la circolazione alle proprie estremità — mani, piedi, orecchie. Per quello sono subito fredde.
Ecco spiegato perché al cuor non si comanda. Altroché amore 🙂
Cerco di volare a casa nel più breve tempo possibile. Ma certo, sono a Columbus Circle: più di cinquanta isolati mi dividono dalla 111esima.
Quello che il sole sta facendo ai prati e agli alberi di Central Park è di una bellezza da galleria d’arte, ma non posso fermarmi. Il vento mi brucia la faccia, e le mani… Cosa sono le mani? Credo di non avere più delle mani.
Arrivo al mio palazzo. Al, uno dei nostri portieri, mi apre la porta.
“Chilly, isn’t it?”

Quando stai per perdere le mani, l’understatement newyorkese dà ai nervi.

Prendo l’ascensore e sbuco al settimo piano. Emy, la vicina dell’appartamento 7M, con cui ci contendiamo le stagioni — lei amante dell’inverno e io schiava dell’estate — mi guarda inorridita e mi rimprovera: “You are crazy, sweetie, you are so crazy! You burnt your face!”, e mi dice, devi metterci l’olio di Argan, quello senza alcol. Ce l’hai l’olio di Argan senza alcol? Te lo do io, se vuoi. Fa benissimo, per le bruciature. Ma quello senza alcol…
Io mento, sontuosamente.
Sì, certo, ce l’ho, corro a metterlo, Emy…
Non so se avete presente quanto puzzi l’olio di Argan — con o senza alcol. Non lo metterei nemmeno se mi trasformasse in Bella Hadid. Nemmeno se mi trasformasse in Zaha Hadid!

Voglio solo tagliare corto, raggiungere la mia camera e stare da sola con tutto il mio dolore.
Dieci interminabili minuti di sofferenza in cui cammini per la stanza gettando le mani al cielo, prefica, stendendole avanti, sonnambula, scrollandole lungo il corpo, Montella. E poi ancora soffiandoci sopra, infilandole sotto qualsiasi coperta, sapendo che nulla darà sollievo. Solo il passaggio di dieci minuti, il tempo che impiega il sangue a tornare a visitare le zone estreme in fondo alle falangi.
In quei minuti, sogni i paradisi della morfina, vagheggi spiagge maldiviane, immagini le centinaia di spiedizioni al Polo in cui tutti sono tornati sani e salvi, vietandoti di pensare alle ibernazioni che invece si sono portate via centinaia di spedizioni. Ma nonostante tutti i pensieri di evasione che si alternano nel tuo immaginario, il male t’inchioda al presente e ti costringe a viverlo fino all’ultimo minuto.

Dopo dieci minuti, tutto torna nella norma, e tu ti senti un miracolato: potrai ancora accarezzare qualcuno, stringere la mano a un estraneo, infilare la Metrocard nella fessura della metro.
Racconto tutto ciò, con molti meno dettagli drammatici, ai miei ospiti. Quelli che mi ospitano per la cena del Ringraziamento. Sono John e Babette, una coppia di amici di Bob, il mio housemate, che ha esteso il loro invito a me.
Insieme a loro, i genitori di Babette e un’altra coppia, Lisa — si chiamava veramente Lisa? — e Jack.

Ci presentiamo verso le 5:30 pm. La versione è Potlach, ovvero, tutti si porta qualcosa.
Bob ha preparato il ripieno per il tacchino: quello che un tempo si chiamava “stuffing”.
Da quando gli americani salutisti hanno scoperto che infilare del materiale commestibile nel didietro di un tacchino è rischioso per la salute — mentre l’idea era una delizia, intuisco — lo stuffing ha subito una mutazione linguistica e culinaria ed è diventato “dressing”: si cucina e si serve a parte. Da imbottitura interna a fru fru esterno.
Io, l’unica vegetariana a bordo, ho preparato una meravigliosa insalata.
Non guardatemi così.
Aveva tutti i colori dell’Italia. Verde lattuga, bianco cetriolo, rosso pomodoro. In più, ho portato un panettone e dei Baci Perugina.
Non so perché, ma quando mi invitano a cena, la mia italianià esce sempre fuori poderosa.

Quando arriviamo, mi scontro con una policy che ormai tutti conoscete bene.
Would you please remove your shoes?, mi chiede il padrone di casa sottovoce, come se il tono sussurrato alleviasse il torto alle mie Viktor&Rolf, dai cui 12 meravigliosi centimetri devo smontare, e lasciare all’ingresso.
Non c’è più posto sull’attaccapanni, e il mio cappotto Anna Karenina viene barbaramente posato su un passeggino.
Povera Anna.

In versione Puffo, raggiungo la zona giorno. Molto Upper West Side. Sala da pranzo comunicante con un salotto. Libri, quadri, un caminetto.
La tavola è apparecchiata che par di stare a Plymouth nel 1675. Tovaglia e tovaglioli di cotone grosso, piatti di porcellana bianchi e blu, tegami e brocche in terracotta colorata e candele alte.
Avrei dovuto indossare l’abito da madre pellegrina, trovarmi un padre pellegrino e fare un ingresso Amish. Che mi è saltato in mente? Tacco dodici e cappotto Anna Karenina!

Accanto al tavolo dei grandi, il tavolo dei bambini. Ce ne sono quattro, che fanno per otto.
Sono davvero belli — la bellezza del diavolo.
Partono da un anno e arrivano fino ai sei. Il divertimento del giorno risiede in un sacchetto di palloncini che non sono palloncini normali, sono bombe d’acqua, quindi scoppiano con una facilità doppia rispetto a quella dei palloncini normali.
Tutta la cena del ringraziamento sarà scandita da scoppi bellici a cui i bambini sono oramai abituati, mentre noi adulti evidentemente no, e trasaliamo a ogni scoppio come se fossimo sul Carso nel 1915.
Bob mi siede di fronte ed è il ritratto dell’irritazione.

A parte l’allestimento padrepellegrino, c’è anche una dinamica seicentesca.
Le donne portano in tavola i cibi. Il tacchino tagliato, cavolfiori al forno, una teglia di fagiolini con sopra delle cipolle fritte che tutti dicono essere una specialità e che a me personalmente fa l’effetto di alcuni film di Dario Argento. Poi un’insalata di cavoletti di Bruxelles — qui a New York vanno incomprensibilmente per la maggiore. Ovviamente la salsa di cranberries per accompagnare il tacchino nel suo ultimo viaggio. Le mashed potatoes e il dressing di Bob.
Si mangia alla velocità della luce.
In quel lasso di tempo mi si chiede qualcosa su Elena Ferrante. E se conosco Anna Maria Ortese — come non conoscerla.
Bello infilare la letteratura italiana del ‘900 nella Plymouth di fine diciassettesimo secolo, penso.

Jack, un estone che siede al mio fianco, mi punzecchia.
“Sai che la pizza è stata inventata qui a New York, vero?”
Io, che non so localizzare di preciso l’Estonia, ma che localizzo di preciso l’ironia e ci marcio sopra come un esercito, ribatto “Are you sure? I thought it was from Chicago…”, riferendomi alla “Chicago Pizza”, una pizza che non è una pizza, è una torta con dentro la qualunque e affogata nella salsa di pomodoro: gli abitanti di Chicago credono che quella sia la vera pizza e che loro ne siano gli inventori.
Jack sorride e capisce che a ironia e io rispondo con ironia.
Tuttavia sembra assai serio sul punto. “But they really say it was invented in NY, and not in  Italy”…
E io gli spiego che dubitare della nazionalità della pizza italiana è una battaglia che muore sotto i colpi dei fatti storici. E racconto della Regina Margherita, dell’omaggio dei pizzaioli napoletani a sua maestà, e del significato dei colori nascosti sotto basilico, mozzarella e pomodoro.
Mi guardano tutti come se l’oracolo avesse parlato.
Buffo che io parli a nome di un cibo. Ma dopotutto, il tricolore si difende anche così.

Dopo la cena al fulmicotone, le donne spariscono in cucina.
Io rimango a parlare con gli uomini.
Mi si cucirà una lettera scarlatta sul petto?, mi domando.
Rischio e rimango lì, abituata ormai alle esplosioni dei palloncini e a certi strilli sioux dei bambini.

Alle nove e mezza la coppia con due degli amabili demoni alza le tende, e gli altri due finiscono a letto.
Finalmente un po’ di pace. Vorrei cominciare a parlare un po’ di tutto.
Perché hai lasciato l’Estonia, Jack?
E tu, Lisa (Lisa?), riprenderai a ballare prima o poi?
E tu Babette, a parte quel nome così cinematograficamente legato al cibo, e alla tua permanenza in cucina per dodici ore, ti dedichi ad altro?
Cosa ne pensate di Nancy Pelosi Segretaria dei Democratici alla Camera?
Avete visto “La Ballata di Buster Sgruggs”?

Ma vedo la stanchezza dipinta sul viso di tutti.
Time to leave.
Rimonto sui miei dodici centimentri e infilo Anna Karenina.
L’anno prossimo, look “Casa nella prateria”.

A proposito di “La ballata di Buster Scruggs” dei fratelli Ethan e Joel Coen… Questo è stato il film che ha dilettato la mia settimana.
Vincitore del premio come miglior sceneggiatura all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il film poggia su una struttura letteraria: è un libro di sei racconti —che, apprendo, i Coen hanno elaborato nel corso di 25 anni — ognuno dei quali ragiona a modo suo sul tema della morte, lasciando ampio spazio d’interpretazione allo spettatore-lettore grazie a dei finali enigmatici, ineffabili, non poco inquietanti.

I cantastorie Coen tornano finalemente con tutta la loro maestria affabulatoria e allestiscono una festa cine-letteraria in cui trionfano la commedia, il surrealismo, il dramma, la tragedia, inserendo personaggi estremamente reali dentro un contesto che per noi europei profuma di mitico: lo spietato Far West.
In tutti e sei i capitoli de “La ballata di Buster Scruggs”, il lontano Ovest è protagonista prima ancora dei protagonisti stessi.
Non una storia è illuminata dalla grazia, dalla bontà, dall’happy-ending. Siamo all’ombra del selvaggio, della legge del taglione, della falce che una vecchia immortale solleva sopra le nostre piccole teste. Il lieto fine potrà appartenere ad altri mondi e ad altre epoche storiche ma non all’old West, sembrano dirci Ethan e Joel Coen, ma questo non ci impedisce di riderne. Di ridicolizzare le sue situazioni classiche: il pistolero Buster Scruggs che si crede invincibile, e che si fa beffe di tutti, e che alla fine sarà beffato da un pistolero più in gamba di lui. Oppure l’epica dell’amor Western: il cowboy buono che incontra una “damsel in distress”, una/la classica fanciulla indifesa e innocente, durante una traversata per raggiungere l’Oregon. Lui le si propone, con l’idea di construire una casa nella prateria: tirar su bestiame, figli, combattere qualche malattia insieme e (soprav)vivere felici e contenti. Tutto sembra andare per il verso giusto, e lo spettatore-lettore crede che per quel racconto i Coen abbiano fatto un’eccezione. E invece no, i Coen non fanno mai eccezioni, non smettono mai il loro riso assassino. La giovane fanciulla ne farà le spese.

Non c’è spazio per la misericordia, nel vecchio West. Un racconto più di altro ce lo ricorda. Un attore privo di braccia e gambe porta in giro la sua arte drammaturgica, assistito da un vecchio. Il vecchio lo cura, gli dà da mangiare, lo fa sopravvivere. E i due attraversano le pianure e le montagne del West, cercando di portare un po’ di bellezza in un mondo di tribolazioni.
Sembrerebbe una storia piena di poesia, un messaggio positivo lanciato in un mare di stenti. Ma il vecchio, a un certo punto, vede che una gallina addomesticata (!) fa divertire di più — ovvero, fa guadagnare di più — dell’arte teatrale del giovane, colto, storpio.
Arrivati accanto a un ponte, con un fiume gelido sotto, il vecchio prende un sasso della grandezza dello storpio e lo getta giù dal ponte.
Noi non vediamo se poi farà lo stesso con lo storpio. Ma intuiamo che lo farà.
Nessuna misericordia è possibile, nel Far West.
Il rapporto fra uomo e violenza è una cara ossessione dei fratelli Coen — ricordiamo “Non è un paese per vecchi” — e questo film permette loro di esplorarla da sei punti di vista diversi. Un’altra loro ossessione è anche la demistificazione della mistica americana, con il suo sogno e i suoi racconti di self-made men e successi.
L’America come terra delle opportunità in realtà è la terra in cui trionfano la legge del più forte, l’egoismo, la crudeltà, e in cui non c’è spazio per l’onore, la comprensione, l’inclusione, il rispetto. Il diverso — e l’arte — sono rimpiazzati da una gallina (!) e finiscono in pasto ai pesci, l’amore muore per sua stessa mano, la natura è vilmente saccheggiata da un vile cercatore d’oro che sopravvive perfino al piombo di un proiettile. I Coen sembrano chiederci, guardate, questa era l’America della frontiera, l’America in cui è nato l’incubo del sogno americano, cosa è veramente cambiato oggi? Oggi non vince forse il più forte, il più furbo? Non è forse in vigore oggi la legge dell’homo homini lupus, nel business, nella politica, nella quotidianità?

Chi pensa di andare a vedere “La ballata di Buster Scruggs” e di vedersi un western dissacrante ma senza implicazioni con il presente, è un povero sciocco. Il film parla di questo nostro momento storico meglio di qualsiasi cinema-verité o documentario girato in qualche periferia suburbana del 2018.
Per questo, anche il film, mi è piaciuto molto. È un’allegoria che ci fa ridere tristemente sulle miserie dell’essere umano. Il nostro è un riso scomodo, un riso forse ancora più amaro di quello suscitato dalla nostra Commedia all’Italiana. La miseria americana intercettata dai Coen, se spogliata dalle stelle e dalle strisce, è la miseria di noi tutti, uomini piccoli e meschini, sempre pronti a tirare fuori il coltello nascosto nello stivale, o a impiccare qualcuno più in alto.

In più, i Coen, da sempre innamorati del genere Western, sembrano rendere omaggio — omaggio irriverente, sono pur sempre i Coen — al genere stesso, e a tutti i tropi che lo hanno caratterizzato. Peckinpah, Sergio Leone, il mito da demitizzare di John Wayne. Diligenze, salloon, duelli sotto il sole, carovane braccate da indiani, notti accampati sotto le stelle. I due registi prendono tutto questo bagaglio e ne danno una propria visione, ne riscrivono una propria versione che fa emergere la ferocia, l’ingiusto, e soprattutto l’assurdo. E quando si parla di assurdo, per cineasti come i Coen, o Tarantino, esso si accompagna sempre al comico, all’esilarante. Ed escono opere mirabili. Come appunto “La ballata di Buster Scruggs”, oppure “The Hateful Eight”, per citare un western rivisitato dal citato Tarantino.

Pensate, il film è già disponibile su Netflix. Io consiglio di vederlo al cinema — la natura è elemento cardine in tutta la narrativa del West, quindi uno schermo che le renda giustizia, rendendola alle fotografia del film, è consigliabile.
Non perdetelo!

Ed eccoci alla fine — so che avevate perso le speranze… 🙂
Frunyc IV aggiornato con le strepitose fotografie della Thanksgiving Parade, e saluti, stasera, gratamente cinematografici.

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