LET’S MOVIE 392 da NYC commenta “BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer

LET’S MOVIE 392 da NYC commenta “BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer

Questa settimana sono andata a vedere “Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer, il biopic su Freddie Mercury, e be’, sui Queen.
Allora, cominciamo con il dire che sono partita prevenutissima.
Qui in America, in sala, prima che cominci il tuo film, ti propinano qualcosa come 15 minuti di trailer: provvidenziali se siete in ritardo, ma fatali se siete dei puristi che non vogliono sapere nulla in anticipo, come me.
Ho visto due volte il trailer di “Bohemian Rhapsody”, e volevo sprofondare. Il film appare in tutta la sua compenente televisiva, in tutta la sua assenza cinematografica. Ho scrollato il capo, e ho chiesto scusa a Freddie per conto dei responsabili.
Ma il primo film su Freddie, per quanto di malavoglia, dovevo vederlo. Per l’amore incondizionato, smisurato che provo per questo artista.

E qui entro un po’ nel biografico. Non so voi, ma io ero una teenager negli anni ’90, e ho scoperto i Queen perché nell’estate del 1994-5 non facevo che sentire i due Greatest Hits con i loro capolavori. Tutto il mondo, e tutti i ragazzi che ho conosciuto in quegli anni, sembravano essere innamorati di quei due album e della band.
Inoltre, associo ai Queen tre amori grandi della mia vita. Uno su tutti. E con lui, canzoni capolavori. Canzoni che sono sculture, che sono Cappelle Sistine, e che mi abitano di bellezza sin da allora. “Love of My Life”. “Under Pressure”. “Too Much Love Will Kill You”. “My Bijoux”.

E ancora. All’età di diciotto anni, in gita scolastica a Londra, prego la professoressa che ci accompagna di poter andare in pellegrinaggio al Garden Lodge 1, Logan Place, di Kensington, residenza di Freddie. Così, armata di pennarello, avrei potuto scrivergli, su un pezzo di muro, tutto il mio amore.
Per favore, Prof, per favore.
E così, grazie al sì di quella prof. Illuminata, ho fatto.

Quando una band fa parte così integrante della tua giovinezza, un film che la ritrae tocca delle corde che vanno oltre l’opera che state guardando. L’obbiettività viene messa a repentaglio. Quindi immaginatemi a cantare tutto il tempo, tutte le hits che si susseguono nel film. Killer Queen, We Will Wock You, Another One Bites the Dust, la stessa Bohemian Rhapsody, Somebody to Love, Love of My Life, I Want to Break Free.
E questo è il film, in definitiva. Un juke-box con un’unica band al suo interno. Se siete un fan, è la vostra festa.

Ma a parte la gioia di cantare a squarciagola in un teatro newyorkese — il volume del film è tenuto volutamente alto, credo, così non sentite il vicino (o voi stessi!) stonare — a parte il lato musicale, che trasforma il film in una specie di revival musicale, con gli ultimi dieci minuti dedicati allo storico Live Aid del 1985, con la scaletta interpretata para para. A parte tutto questo, “Bohemian Rhapsody”, dal punto di vista strettamente cinematografico, non ha molto da dire e dare.

Il film ripercorre le fasi salienti della vita di Freddie Mercury e dell’ascesa dei Queen, fino appunto all’’85. Dagli inizi come scaricatore di bagagli all’aeroporto di Heathrow, alla fondazione dei Queen con il chitarrista e studente di fisica Brian May e il batterista e studente di medicina Roger Taylor, a cui si aggiungerà il bassista John Deacon. E poi l’amore difficile con Mary Austin, che è stato davvero l’amore della sua vita, e che gli è stata vicino tutto il tempo, anche quando Freddie è sceso a patti con la propria bisessualità, e con la vita folle che condusse nei primissimi anni ’80, e che gli fecero contrarre l’AIDS.

Ovviamente c’è la genesi di “Bohemian Rhapsody”, la canzone. Il desiderio di fare qualcosa di totalmente nuovo, di spaccare le convenzioni: un pezzo in cui convivessero opera lirica, melodico, rock, pop, persino punk. 6 minuti di durata, quando tutte le radio passavano canzoni di 3 minuti al massimo — Pink Floyd esclusi.
Bene che il film s’intitoli come la canzone, perché quel pezzo è la quintessenza dei Queen, è quello che i Queen sono stato e che hanno fatto alla musica. Sovvertitori, inventori, innovatori, giocolieri, professionisti. Tutti e quattro, ognuno con il proprio strumento. Freddie, ovviamente, sopra tutti. Il Live Aid dell’’85, con migliaia e migliaia e migliaia di persone che duettano in coro con Freddie, fanno capire fino a che punto i Queen sono stati amati e venerati.

Ma il film è troppo impegnato sul mimetico. Troppa importanza ai denti sporgenti di Freddi — tanto che Rami Malek, che lo interpreta, pare sfoggiarli, quando invece Freddie non lo faceva affatto. Troppa importanza alle mosse, ai gesti. Al Brian May preciso identico al Brian May originale — chissà dove sono andati a scovarlo. Ma pochissima attenzione alle tribolazioni di Freddie uomo, innamorato pazzo di Mary, ma alle prese con la sua sessualità complicata, allargata, ritratta solo di striscio nel film. E zero attenzione alle sue origini africane: sì perché Freddie Mercury si chiamava Farrokh Bulsara, e la sua famiglia veniva da Zanzibar. Nel film, il suo essere di ceppo immigrato è giusto un elemento di colore.
Così come anche certi passi importanti fatti dalla band nella storia della musica. I Want to Break Free è stato il primo video che ha mostrato degli uomini travestiti da donne, intenti/e a svolgere delle bizzarre pulizie domestiche. Il video scatenò una marea di polemiche all’epoca, su cui il film tace completamente. Va meglio sulla genesi della canzone di “Bohemian Raspody”, che racchiude il “metodo Queen”: quello di integrare nel registrato dei rumori insoliti fatti con secchi, monetine, campanelli, casse oscillanti per muovere il suono, e Roger Taylor che strilla “Galileooo” fino al limite del castrato!

Lo diciamo sempre, ma vale la pena ribadirlo per questo film. Il biopic è un genere ostico: hai a che fare con un personaggio che è stato una persona. Devi smazzarti la sua componente di vita vissuta. Alcuni ci sono riusciti in maniera magistrale. Ricordate il Jim Morrison di Val Kilmer? Oppure la Marilyn Monroe di Michelle Williams? Oppure il Neil Armstrong di Ryan Gosling? Ecco. Ma bisogna essere dei grandi interpreti. Bisogna guardare dentro all’uomo, e stanarne le paure e le stranezze, i difetti e i misteri. E non bisogna imitarli. Bisogna viverli sul set.
La mia impressione è che il film li abbia imitati. Che Rami Malek, per quanto bravo, abbia imitato Freddie. Ma non sia stato Freddie. Quest’aria posticcia — l’emblema del quale è nei dentoni conigli in bocca al personaggio — questa sensazione di guardare un film per la televisione, non vi abbandona mai.
Se vi guardate “The Doors”, vi sembra di stare negli anni ’60-70, e di contare tutti i demoni che Jim si portava dietro.

Se affrontate il film con leggerezza, due ore di cantate come non le facevate da mesi, “Bohemian Rhapsody” fa per voi. Se cercate un lavoro cinematografico di fino, e la resa poliedrica del vostro mito Freddie, “Bohemian Rhapsody” vi lascerà molto delusi.

Mi permetto di concludere adolescentemente su un “Freddie, I love you”. Spero me lo consentiate 🙂

E dopo miglia e miglia di pippone, sono giunta alla fine.
Il Frunyc IV è aggiornato con le foto di Hauser&Wirth e della nevicata di giovedì 15 novembre — abbiamo capito che NY è sempre avanti in tutto, ma fosse un po’ più indietro, meteorologicamente, sarebbe pure meglio…
Ringraziamenti sentiti, e saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

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