Posts made in Dicembre 10th, 2018

LET’S MOVIE 395 da NYC commenta “VOX LUX” di Brady Corbet

LET’S MOVIE 395 da NYC commenta “VOX LUX” di Brady Corbet

Miraccomando Moviers,

don’t get me wrong. Non tradirei mai il cinema con il treatro.
Per quanto io lo ami, il teatro, e rimanga affascinata dal potere di un posto che, per una novantina di minuti, diventa altro. Un’altra epoca, un altro stato, un’altra storia. E con un limitatissimo numero di oggetti scenici — che qui si chiamano “props”. Il teatro è l’arte dell’arrangiarsi con poco, da sempre. Non ha bisogno di grandi scenografie ed effetti speciali. L’aveva intuito Grotowski con il suo Teatro Povero. Un palco ridotto al minimo indispensabile. Due sedie, un tavolo. That’s it.

Il cinema è tutt’altra esperienza. La freccia più appuntita al suo arco è la replicabilità. La durabilità, anche. Oggi vediamo film del 1899. E li vedranno anche nel 2080. Infinite volte. Di contro, il teatro è unico e irripetibile. Muore nel momento in cui nasce. Se non sei presente, non puoi goderlo. Passa. E in questo, sembra mantenere in sé la dinamica dei mystery plays, del teatro di strada, quando le compagnie erano un carro che si spostava di città in città per portare in giro l’arte. Toccando una sera un posto, una sera un altro, e le persone che decidevano di trasformarsi in spettatori.
Vedere in televisione una pièce teatrale non funziona. Si svende la magia. È come leggere il quaderno degli appunti di Houdini.

Anche l’aspetto finanziario diversifica i due. Molto spesso il teatro è meno accessibile. Questa è una tendenza che sta cambiando, e sempre più spesso ci sono produzioni a portata di portafoglio. Eppure, fra i 15 dollari di un biglietto per il cinema, e i 35-45 per un biglietto di uno spettacolo Off-Broadway, ci sono quei dollari di differenza che incidono. Non parliamo poi delle grandi produzioni di Broadway, dove i biglietti arrivano a costare 5000 dollari: il caso del 2017 è stato senz’altro il musical “Hamilton”: sold-out per tutte le date dello spettacolo, biglietti introvabili e, come ho detto, a tre zeri. Tuttavia, va detto. Ai newyorkesi il teatro piace moltissimo, e magari risparmiano su qualche capo di abbigliamento — sicuramente risparmiano su qualche capo di abbigliamento — ma sul teatro no, indulgono. Per questo il polo del Theater District esiste e continua a esistere, nonostante la crisi e tutto.

Tornando ai due giganti, cinema e teatro, dovessi per qualche ragione scegliere, sceglierei il cinema.
Love of my life.
Ma abitando a New York, fingere che Broadway non esista, sarebbe davvero imperdonabile da parte mia. Broadway esiste eccome. Con il suo rettangolo di teatri, il Theater District, nella zona intorno a Times Square. Ce ne sono circa quaranta, e sicuramente avrete sentito nominare l’Ambassador, l’Imperial, il Marquis, il Regal, il New Victory. E Off-Braodway esiste, con i suoi teatri grandi e minuscoli sparpagliati in tutti i cinque boroughs di New York.
Ma ho imparato che il teatro Off-Braodway, ovvero quella miriade di produzioni sperimentali anti-mainstream, ha conquistato anche il Theater District. Sulla Nona Avenue e, ovviamente la 42esima, l’arteria su cui è spaparanzata Times Square, sorgono due strutture teatrali che ospitano produzioni Off-Broadway. Sono il Pershing Square Signature Center, un edificio moderno che contiene al suo interno quattro teatri. E il Theater Row, pochi passi prima, un altro polo con dentro altri teatri.
Insomma, a New York trovate teatrini che non sai nemmeno come facciano a sopravvivere — un piccolo sopravvissuto in cui andare è il Brick Theater, al 549 di Metropolitan Avenue, a Brooklyn. Oppure i teatri si clusterizzano. Se condividono la stessa pasta sperimentale, convergono e condividono in spazi comuni. L’unione fa la forza anche nel logistico drammaturgico.

Complice Peter, un amico giornalista con un piede nella scena teatrale, e complice Il Nordic Stage 2, il Festival del Nuovo Teatro Scandinavo, i miei ultimi dieci giorni, ho piantato le tende nel campo del teatro Off-Broadway nel cuore del Theater District.

Due parole sulla zona. Il Theater District è accanto a Hell’s Kitchen. Devo ancora capire se, in qualche punto si sovrappongono oppure se sono divisi da un confine netto — più la prima, penso.
Hell’s Kitchen è il ritratto della New York che qui si dice seedy. Malfamata, sordida, trasandata. Le luci di plastica sono troppo simili a quelle di Las Vegas per non ricordarla. I bar sono troppo pieni di dispiaceri affogati in una birra per ignorarli. La sensazione è quella di camminare in un paese dei balocchi dopo i balocchi, squallido e fatiscente, dall’alto contenuto cinematografico.
Anche se Hell’s Kitchen non è fra i miei quartieri preferiti di New York, quando ci cammino, e magari mi spingo fino al West End — che non è una zona, come a Londra, ma è la strada più a ovest della città: se non vi fermate e proseguite, vi trovate dritti nell’Hudson — quando mi capita di camminarci, Times Square alle spalle, l’illuminazione a giorno anche se è notte fonda, i turisti mescolati ai disperati, gli homeless intorno al Port Authority Bus Terminal, penso sempre che quel quartiere sia rimasto intatto, che il tempo, con il suo passare, non l’abbia nemmeno sfiorato. Certo, fuori da Madame Tussauds campeggia la statua di Morgan Freeman — New York City baluardo del racially correct — e il New York Times, a due isolati, sforna inchieste dal suo bel building by Renzo Piano. Ma l’atmosfera rimane la stessa degli anni che furono: traffichini dalle idee multimilionarie, il lastrico sfiorato tutto il tempo.
O così mi piace pensare.

Peter mi parla dell’Houghton Festival Reading organizzato dalla Julliard School.
Funziona così. La Julliard School, una delle accademie più prestigiose in cui, se avete tanti soldi e/o tanto tantissimo talento, vi potete formare nell’arte della danza, della musica e del teatro, organizza ogni anno questo evento in cui dà la possibilità agli studenti di drammaturgia dell’ultimo anno di presentare una pièce che hanno scritto.
Tipo il saggio di fine anno, ho minimizzato io, in tutto il mio pressapochismo mentale.
Peter mi spiega che gli studenti di drammaturgia della Julliard di solito sono alla seconda o terza laurea — di solito dopo Yale e Columbia — e sono dei professionisti fatti e finiti. Sono molto giovani — possono non superare la trentina — ma hanno un curriculum di otto pagine.
Hanno bisogno di tre lauree perché sfondare nel teatro a New York è un’impresa quasi bellica, proprio per la quantità di talento che si concentra in città, e per le innumerevoli coppie di gomiti che sgomitano per conquistarsi un palco, Broadway, Off-Broadway. Wherever. Purché un palco.
La formazione è essenziale. Se ti formi in quei tre atenei hai qualche speranza, altrimenti, bye-bye my love, tornatene in Wisconsin.

Ho avuto la riprova che le parole di Peter non erano solo parole parole parole.
Assistiamo a un reading, non a una vera rappresentazione teatrale.
Gli attori hanno il copione su un leggìo, non sanno ancora le battute a memoria. Questo perché quella è la fase in cui i registi mostrano l’opera a dei potenziali produttori. Se poi trovano il produttore interessato che rimane colpito dalla pièce e decide di investirci, lo spettacolo si fa. Altrimenti non si fa. È una specie di prova pilota per addetti ai lavori.
Un reading, una lettura… Sarà come una bruttacopia della performance vera e propria.
Il mio pressapochismo mentale colpisce ancora. Ho sottovalutato il talento.
Gli attori, giovanissimi, pregiati dalla presenza di Debra Monk, un’attrice di teatro che apprendo essere molto conosciuta in città, trasformano una semplice lettura in una vera e propria esperienza teatrale. Dopo venti secondi scordi i leggii e i copioni. In venti secondi sei già catapultato in “Nicole Clark Is Having a Baby”, una pièce scritta divinamente da Morgan Gould.

Una giovane donna obesa, incinta, innamorata del proprio compagno di colore, ha un rapporto conflittuale con la madre, un’egocentrata attrice di teatro, ex obesa.
Questa, in due righe, la trama. I dialoghi, un fuoco d’artificio di comicità e tristezza.
Io non m’intendo molto di recitazione teatrale, ma per me, tutti gli attori sono da Premio Strehler.
Finito lo spettacolo, Peter, che la sa lunga in fatto di teatro, mi dice. “Fra un anno ne leggeremo sul New York Times”.
Io: “Un anno??”
Lui: “Di solito ci vuole un anno per metter su uno spettacolo”.
Io: “Un anno è tantissimo!”
E in quell’istante visualizzo tutte le maestranza che devono essere mobilitate, i produttori da trovare, il teatro da accaparrarsi, le scene e le luci da disegnare, la pubblicità da approntare.
E un anno è sembrato pochissimo.

Concordo con Peter. La pièce piacerà all’audience newyorkese, o ai produttori che intenderanno produrla. La drammaturga ha dato prova di furbizia, spuntando dalla lista gli ingredienti caldi su cui la democratica e progressista New York è molto probabile che voglia interrogarsi: una donna obesa (sicura vittima di body-shaming) affermata nel lavoro (empowered woman) con un compagno di colore (multi-ethnicity) in conflitto con un genitore (parenthal issues), ovvero la madre (archetipica rivalità madre-figlia) lei stessa ex obesa (disturbi alimentari).
Non so bene come funzioni con il teatro. Se il prodotto si confeziona a tavolino, in maniera logica e ragionata, come mi è parso in questo caso. Tuttavia il risultato è godibilissimo.
Mi riservo il diritto di pensarci ancora.

In questo weekend poi, si è svolto il Nordic Stage 2, che porta in città, da dieci anni a questa parte, il meglio delle produzioni teatrali non mainstream provenienti da Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca. Siccome io sono un’estimatrice di Bergman, Strindberg e, con le dovute riserve, dell’IKEA, ho pensato che fosse un’occasione imperdibile.
Anche in questo caso si tratta di performance “by the book”, ovvero con il copione. In più, offrono anche una tavola rotonda e dei talkback alla fine degli spettacoli in cui conversare con il drammaturgo e gli autori.
Io sono in prima fila.

Dei tre spettacoli che ho visto, uno mi ha davvero intrigato. “Goliath”. La rivisitazione del mito di Davide e Golia, dove i due ragazzi sono fratelli, la madre ha sempre ricoperto di attenzioni Davide, e Golia ha covato del rancore. Golia si vendica nel modo estremo, e nel modo estremo la madre cercherà di vendicare Davide. Una madre che ha cinquant’anni e che è incinta di una figlia, Annette. Ideona del regista: far prendere vita ad Annette e metterla sul palco, come se fosse già nata, anche se la madre ha ancora evidentemente il pancione.
Ecco, solo i paesi nordici possono riscrivere dei miti biblici. Sarà forse la lontananza dal cuore del cattolicesimo che batte in Vaticano. I mediterranei fanno fatica a riscrivere ciò che è chiuso nel mausoleo della cristianità. Non parliamo poi di una madre che cerca di ammazzare un figlio — il tabù dei tabù.

Prima di passare al film, vi rubo un momento per cantare “Happy Birthday” a Let’s Movie. 🙂
Il 9 dicembre 2009, ho mandato la prima mail a uno sparuto gruppo di cinefili trentini, che hanno creduto subito a questa follia travestita da cartone animato.
Pur bramando New York con ogni grammo del mio essere, mai avrei immaginato che Let’s Movie avrebbe festeggiato il suo nono compleanno nell’Upper West Side, con il 395 pippone. E con tutti voi Fellows al seguito!
Certo il motto originario di Lez Muvi, in cui ogni grammo del mio essere si rispecchia, viene da Shakespeare, che di Amleto disse: “C’è del metodo nella sua follia”… E quella, la metodica follia, sembra non conoscere vecchiaia.
🙂
Dovrò inventarmi qualcosa per i dieci anni, nel 2019.
Per il momento, vediamo di arrivarci, e festeggiamo i nove anni!

Dopo il teatro off-Broadway, sono ovviamente tornata al love of my life, il cine.
E sono andata a vedere “Vox Lux”, di Brady Corbet.
Ricordavo che era passato da Venezia, dividendo la critica dell’ultima Mostra del Cinema, insieme a una Natalie Portman inguainata in un terribile abito da faraona — egiziana o gallina, fate voi.
Quando c’è Natalie, tendo a vedere il film. È un’attrice di cuore, metodo e IQ di cui mi fido.
Con “Vox Lux”, forse, mi sono fidata troppo…

Costruito come un’opera lirica con prologo, due atti ed epilogo, “Vox Lux” parte in quarta e mi ha conquistato subito. In una classe di un liceo dell’anonimo Midwest americano sta per cominciare una normale lezione di educazione musicale. La prof dice, aspettiamo ancora un paio di minuti che arrivino gli ultimi ritardatari. A quel punto fa ingresso, fuori campo — scelta ottima — non l’ultimo ritardatario, ma un ragazzo armato di mitra che fa quello che Eric Harris e Dylan Klebold fecero, sempre nel 1999, alla Columbine High School di Denver: apre il fuoco su compagni di scuola e insegnanti.
Della classe del film, si salva per miracolo, Celeste — omen nomen — una ragazzina angelica che viene sfregiata sul collo, ma che la scampa.

Celeste ha quel “certo non so che”. Quel quanto-basta di talento che, alla fine degli anni ‘90, poteva trasformarti in una Britney Spears o in una Christina Aguilera. Così Celeste, accompagnata dalla fida sorella — più bella, più dotata, ma più remissiva di lei — passa da uccellino innocente a star del pop.
Dischi, video, tour in Europa. Successo.

A questo punto il film fa un balzo temporale e dai primi anni del 2000 arriva fino al 2017. Celeste è una donna adulta, madre di Albertine, interpretata dall’attrice che interpretava Celeste adolescente, scelta che, lì per lì, spiazza non poco lo spettatore.
Vediamo subito quanto il successo abbia cambiato l’angelo scampato alla strage, trasformandola in un Lucifero caduto nelle spire dello star-system. Instabile, capricciosa, egocentrata, dipendente prima dall’alcol e poi dalla droga, Celeste è una madre più figlia che madre, una donna imprigionata nel suo personaggio a metà fra Madonna di “Confessions on a Dance Floor” e Lady Gaga di “Monster”.

Un aspetto interessante del film, è l’affiancamento di due fenomeni che hanno caratterizzato la storia degli ultimi vent’anni: l’ascesa, da una parte, del pop spensierato e frivolo, testi fatti di nulla colorato, e, dall’altra, l’irrompere, brutale, del terrorismo nella vita quotidiana. Celeste gira il primo video nel 2001, mentre le Torri Gemelle crollano. E nel 2017, alla vigilia del suo mega concerto a New York, un manipolo di terroristi con il volto coperto da un passamontagna glitterato come quello indossato da Celeste in un video, apre il fuoco su una spiaggia della Croazia.

Tra i tanti difetti, “Vox Lux” ha il pregio di ripercorrere il ventennio 2000-2017, tirando delle linee interessanti: il progressivo svuotamento di contenuti dalle canzoni passate non più in radio ma su spotify, fa da contraltare agli episodi di efferata violenza che hanno tragicamente caratterizzato l’inizio del terzo millennio.
Detto questo, il film è squilibrato. Parte molto bene, con il ritratto della giovane angelicata Celeste, sfuggita fisicamente — ma certo non psicologicamente — a una strage, e decisa a trasformare in bellezza — o forse solo fama — questa sua esperienza.
I problemi nascono proprio con l’arrivo in scena della Portman, assolutamente fuori parte. Troppo sopra le righe, Natalie semplicemente non riesce mai a mettere a fuoco il personaggio. Lo strilla, lo porta agli estremi, cade vittima dei suoi eccessi, ma senza essere il personaggio: esattamente come se lo recitasse, non come se lo fosse.

Il film è anche irrisolto. Si conclude con un quarto d’ora del concerto di Celeste, in cui Celeste, dopo una crisi di nervi con sorella, staff e figlia, balla e canta (in playback) davanti a un palazzetto adorante, fasciata in una tuta scintillante — più 80s che 2kks. Ci pare chiaro che il regista voglia puntare sulla vacuità di glitz&glitters, sul nulla che “l’arte” di questa star vuole portare a queste folle adoranti, se non un momento di semplice e semplicistica evasione — mentre il mondo là fuori si complica sempre di più.
Ma in un film il regista deve sempre considerare l’orologio. Non puoi dedicare metà film alle crisi isteriche fini a se stesse o alle canzonette. Mi devi dare altro!

In definitiva, “Vox Lux” lancia il sasso e tira indietro la mano nel finale, vanificando un po’ tutto l’ardire delle intenzioni iniziali. Se il film vuole dirmi che tutti noi, davanti a un mondo sempre più assassino, e assetato di sangue, giriamo la testa, preferendo annebbiarci i sensi con la leggerezza di canzonette e l’easy entertainment sfornato da tv e media, il film manca l’occasione di costruire un “what’s next?” all’interno della storia di Celeste.
Personalmente, non cerco mai una risposta filosofica nei film. Cerco di trarre delle conclusioni dal percorso del personaggio. Terminare il film su dieci minuti di concerto, Celeste sgambettante da un lato all’altro del palco, ribadisce il déjà-dit. È come leggere una pagina già scritta.

Infine, “Vox Lux” è un po’ il gemello dark e diverso di “A Star Is Born”. Entrambi raccontano l’ascesa di due stelle. Entrambi, il difficile percorso che porta al successo — benché nessuno arrivi alle vette di “The Neon Demon”, opera sublime di Nicolas Winding Refn che vi prego di recuperare.
Per quanto “Vox Lux” sia fallace in tanti punti, per quanto la recitazione esagerata della Portman letteralmente lo uccida, lo preferiamo comunque al melodrammone di Bradley Cooper.
Per noi il dark batte sempre il pink, almeno al cinema.

E su questo siamo giunti al termine, Fellows.
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti sinceri, ancora happy birthday to Lez Muvi e saluti, probabilmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More