Posts made in Dicembre 17th, 2018

LET’S MOVIE da NYC commenta “THE HOUSE THAT JACK BUILT” di Lars Von Trier

LET’S MOVIE da NYC commenta “THE HOUSE THAT JACK BUILT” di Lars Von Trier

Madeline Millan Moviers

è una mia collega professoressa all’FIT. Insegna spagnolo. È di Puerto Rico. Ha quell’inglese che sa di Sud America.
Quando esclamo “mammamia”, non fa una piega. Non come gli americani, che ridono e, maldestramente, lo ripetono.
Madeline è anche una poetessa. Ha pubblicato molte raccolte in spagnolo. Tante sono state tradotte in inglese.
Quando viene a sapere che anch’io sono del partito della parola, si interessa subito.
Voglio introdurti alle scrittrici del PEN America Women’s Literary Workshop, mi scrive per email.
Quando leggo “PEN America”, io, nella mia testa, m’inginocchio.

Il PEN America è un centro la cui istituzione risale al 1922 —il Neolitico, in parametri storiografici americani — e il cui obbiettivo è “difendere e celebrare la libertà d’espressione negli Stati Uniti e nel mondo attraverso la promozione della letteratura e dei diritti umani”. Così è scritto nella loro costituzione.
Sono Membri del PEN America scrittori, poeti, drammaturghi con almeno una pubblicazione, editori e traduttori professionisti. È considerato il fiore all’occhiello della cultura americana — un luogo di prestigio, storia e nobili valori. Ha i suoi bravi premi, un Festival e organizza tutta una serie di conferenze, incontri, eventi, sparsi in tutto il mondo. Sì perché il PEN America è diventato anche PEN America International, e conta su qualcosa come 100 sedi worldwide. Un’istituzione, insomma.
Quando è nato, nel Neolitico, il PEN America era una struttura men-only, ovviamente. Ché la donna doveva rimanere nella caverna e badare ai piccoli, mentre l’uomo andava per la giungla a pubblicare e tenere reading. Poi le donne sono arrivate, ma senza una stanza tutta per sé, come invece voleva Virginia Wolf. Allora una venticinquina di anni fa, la poetessa newyorkese Ilsa Gilbert, ha detto, ma perché non istituiamo, all’interno del PEN America, un luogo in cui le scrittrici membre del PEN possano incontrarsi, e condividere i propri lavori?
Siccome siamo a New York e le idee carambolano nella pratica con più probabilità che in Italia, il PEN Women’s Literary Workshop ebbe inizio.
Madeline mi porta a uno di questi incontri una serata piovosissima di ottobre.
Io sono un’ospite, non devo dire o leggere nulla. Ma sono agitata come se dovessi fare un’interrogazione.

Ci si incontra una volta al mese, e la location cambia ogni volta. Le membre che hanno a disposizione una casa sufficientemente spaziosa, la mettono a disposizione per l’incontro, che si basa sul chi viene viene — un po’ come Let’s Movie quando Let’s Movie agiva a Trentoville.
Ma l’incontro di ottobre, non so bene perché, si tiene nella sede ufficiale del PEN America, che sta nel cuore di SoHo, al 588 Broadway. Forse per quello sono agitata. Sono intimidita dalla sede. Gli uffici bianchissimi, dove spiccano ovunque il rosso e il nero del logo “PEN America”.
Le donne sono tutte senior, ultra over senior. Viaggiamo dai settanta in su, con qualche incursione nella cinquantina.
La mancanza di anni che mi porterebbe al loro livello mi pesa addosso. Pensa se vedessero che nei messaggi sul cellulare uso la K al posto del “chi”, 3 al posto di “tre” e la x in vece del “per” — come Salvini!
Temo che la loro età le renda divine, demiurghe. Che loro sappiano tutto ancora prima di conoscermi.
La K, il 3, tutto.

Madeline mi presenta a Ilsa Gilbert, quella Ilsa Gilbert.
È talmente piccola e magra che potrebbe starmi in borsa. Ha due occhi azzurri che spuntano fuori, freschissimi, dalla rete di rughe che ricama il suo viso — il colore non invecchia, penso con gratitudine.
Arrivano altre membre. Una con un bastone, una persino con un deambulatore.
Fuori piove che Dio la manda. Eppure queste vecchine se ne sbattono lettaralmente pur di essere letterariamente presenti all’incontro.
Quando parlo di resilienza newyorkese intendo anche questo. Il “no mattter what”. Indipendentemente da tutto, ci sono.
Questo mi ha destabilizzato i programmi molte volte.
“Ma chi vuoi che ci vada, con questo tempo?”.
Appena trasferita qui, non facevo che rassicurarmi con questa domanda quando programmavo di partecipare a qualche evento. Poi arrivavo sul posto e trovavo pienissimo, se non sold-out.
I newyorkesi non permettono ad alcunché, meteo compreso, di intralciare i loro programmi. Se si tratta di meteo, aggirano l’ostacolo con outfit poco edificanti, ma lo aggirano.
Quindi non c’è da stupirsi che una scrittirce novantenne faccia il suo ingresso in deambulatore quando fuori imperversa l’apocalisse.

Poi arriva Rosalie, Calabrese. È ancora più magra di Ilsa. Nella mia borsa, ci nuoterebbe.
Rosalie è molto generosa, e mi segnalerà, nelle settimane successive, eventi poetici, e salotti letterari.
Il PEN America Literary Women’s Workshop funziona così. Tre scrittrici hanno dieci minuti a testa per leggere i loro scritti, e poi si apre un open mic, un microfono libero, in cui chi vuole può leggere per cinque minuti.
Una delle scrittrici da dieci minuti è proprio Rosalie. Legge da un librino sottile come lei. “Remembering Chris”.
“È suo figlio. Si è suicidato lo scorso anno”, mi sussurra Madeline all’orecchio.
La sua poesia non è strappalacrime, drammatica, come si potrebbe pensare.
Mantiene la dignità.
Ricordo un verso.
I reach for your hand/and hold the memory.

Altre donne leggono.
Molta poesia che sento, non mi parla. A quanto vedo, qui in America c’è la tendenza ad annacquare la poesia. A perdere la musica. A scrivere narrativa, e chiamarla poesia. Per questo, credo, quando mi capita di leggere le mie cose, mi si dice sempre “they are music”.
Se si perde la sintesi e si diluisce il pensiero, e con esso la parola, allora abbiamo la prosa. Ma se voglio scrivere in prosa, scrivo in prosa. Non la spaccio per poesia.
Quindi non rispondo molto, emotivamente parlando, a quello che le mie orecchie sentono. Ciononostante, ascolto con attenzione.
Non c’è solo poesia. Una drammaturga sta lavorando a una pièce teatrale, e ci legge un monologo. Una scrittrice di racconti, legge la bozza di un nuovo racconto.
Mi piace la formula “workshop”. Il fatto che alcuni dei lavori letti siano in-progress.
E mi piace l’energia di queste donne, che alla loro veneranda età, continuano a scrivere, uscire, fare, brigare. Che non si fermano davanti a niente.
Se me lo chiedete, è proprio questo tipo di donna che vorrei essere un giorno. Non lo sono ancora.
Nei giorni buoni sono una che ci prova. Nei giorni meno buoni una che arranca.

Rosalie mi invita al salone letterario di Otis Kidwell Burger, la 94enne del Greenwich Village di cui vi avevo accennato in un passato pippone.
I novantaquattro anni di Otis sono tutti ben allineati sulla sua spina dorsale ricurva e sul bastone che usa per camminare. Che non è un bastone, è una racchetta da sci, e dio solo sa da dove arriva, nel cuore del Greenwich Village, una racchetta da sci.
Ma la voce è quella di una donna nel fiore degli anni. Sicura e senza esitazioni. Se chiudo gli occhi davanti alla veste da casa in flanella, le scarpe comode, la gobba e la racchetta, potrei trovarmi davanti a una mia coetanea.

Siamo nel suo salotto, al 27 di Bethune Street.
Ci sono due divani diversi, sedie spaiate, una varietà di oggettistica che solo un rigattiere potrebbe eguagliare.
E poi libri, tappeti, un caminetto, uno scrittoio.
Otis è seduta su una sedia di velluto rosso. Un pezzo unico. Tutti sanno che quella è la sedia di Otis. Quando sono arrivata era libera, ma ho intuito immediatamente che quella sarebbe stata la sua sedia. Nella repubblica anarchica di New York City — e del Village — ha la solennità di un trono.
Otis fa il suo ingresso per ultima. Cammina a stento, ma cammina. Da sola. Dietro di lei, il suo gatto, arancio, a righe.
Otis avverte che il felino è molto “naughty”, e che morde.
Io lo accolgo con uno starnuto.
Prego tutti i santi allergici in paradiso di non farmi attaccare con il fuoco di fila di sternuti, come ogni tanto succede.
Fortunatamente mi limiterò a quattro, sparsi per tutto il reading.
I santi allergici hanno guardato giù.

Nel salone letterario di Otis funziona un po’ come con il Workshop delle PEN American Literary Women. Due scrittori leggono per venti minuti, e poi c’è il microfono libero. È il coordinatore del gruppo, un poeta che sembra Santiago, il vecchio de “Il vecchio e il mare”, ma con qualche libbra di più intorno al girovita, a scegliere gli scrittori che leggono per venti minuti negli incontri successivi.
Io leggo tre poesie da “Bitter Bites”. La voce un po’ tremolante.
Santiago, a fine reading, mi dice se posso venire e leggere il 9 dicembre.
Quindi il 9 dicembre, mi sono spettati venti minuti.

Sono tutti curiosi, gli scrittori —in generale, ma in questo caso, proprio i presenti.
Mi chiedono del mio inglese, di quanto debba essere difficile scrivere poesia in un’altra lingua, e poi venire in un altro paese — ma non conoscevi nessuno? E poi ma come hai fatto a pubblicare in così poco tempo??
Io dico no, non è difficile, poetare in inglese. È scoperta, lavoro e piacere. Tengo sempre a mente che nella lingua, ci entro in punta di piedi.
E no, non conoscevo nessuno, ma a New York non rimani a lungo senza conoscere nessuno.
E sì, sono stata fortunata a trovare un editore disposto a credere a una just-landed come me. Ma ho espiato tanto in Italia.

Prima di andarmene, Otis mi dice, torna, torna. Torna quando vuoi.
“Sai, ho studiato italiano a Venezia”, aggiunge, in inglese.
“L’ho studiato perché avevo un ragazzo italiano…”, sghignazza. Il suo viso si accende di malizia. Ha novant’anni e rotti, ma mi sembra una ragazzina.

E queste sono le reti di New York. Partono da una Madeline che ti invita a un reading, dove conosci una Rosalie che ti invita a un altro reading, e finisci da una Otis, da cui ritorni due volte.
Forse per questo a New York mi sento così “safe”. Percepisco l’esistenza di quella rete, là fuori.
Sono convinta che vada avanti a tramare anche quando io non guardo.

Questa settimana è stata una settimana cinematografica fortunata perché il film che attendevo di vedere dall’ultimo Festival di Cannes, “The House that Jack Built” di Lars Von Trier, è stato introdotto dall’attore protagonista, un tale Matt Dillon, alla Film Society del Lincoln Center.
Io, Matt Dillon, lo ricordavo un po’ gigione in “Tutti pazzi per Mary”. Mai avrei immaginato che potesse reggere due ore e trentacinque minuti di girato larsvontrieriano. Invece, li ha retti. Certo il suo intervento al Lincoln Center non è stato di molte parole. Ma del resto, dopo aver recitato da serial killer in un film come “The House that Jack Built”, comprendiamo e perdoniamo certa fiacchezza di spirito.

America, anni ’70. Jack è un ingegnare, ma avrebbe sempre volute essere un architetto. Questa distinzione risulta essere cruciale per capire — well, tentare di capire — la logica perversa che puntella la mente di questo personaggio. Come lui stesso spiega: “l’ingegnere è un musicista che legge la composizione e la esegue, l’architetto l’ha scritta”. Quindi possiamo dire che l’architetto è il poeta, il creatore supremo, l’artista. Mentre l’ingegnere è un esecutore: un po’ la differenza fra Mozart e Salieri.
Jack ambisce all’architettura: la sua più grande ambizione è quella di costruirsi una casa — la casa del titolo, appunto. Ma Jack è un esecutore. Seriale, per di più.
Jack, oltre a essere un ingegnere, è un serial killer.

Comincia la sua “carriera” da omicida in maniera rozza e grossolana, sfasciando la faccia a una povera Uma Thurman — God, quanto è invecchiata, dov’è finita Black Mamba! — colta nella più classica delle situazioni che ingolosiscono i killer da che murder è murder. Una donna, per altro assai insopportabile, fòra la gomma della macchina e chiede aiuto, a bordo strada: il suo cric è rotto, non può farcela da sola.
Ma tu guarda le coincidenze, un Jack passa proprio in quel momento…
Qui una parentesi linguistica è doverosa. In inglese “Jack”, oltre a essere nome di persona, significa proprio “cric”. Ma tu guarda ancora le coincidenze… E “Jack”, se ricordate bene, è anche “The Ripper”, “Lo squartatore”, il killer seriale più seriale di tutti i tempi. Ma tu guarda, ancora ancora, le coincidenze…
Lo scopo esistenziale di Jack è quello di compiere l’opera perfetta, così da “dar vita”, perversamente e antiteticamente, all’omicidio più sofisticato possibile. Di qui il nome con cui firma i suoi delitti — Mr Sophistication. Per realizzare tutto questo, Jack si serve di una cella frigorifera in periferia dove accatasta tutti i suoi “tentativi” nell’attesa di compiere il capolavoro definitivo: una casa con i “tentativi” al posto dei mattoni…

Nelle mani del genio del male Von Trier, l’ironia è un filo nero che corre lungo tutto il film. Diciamo lungo almeno tre quarti di film. In modo particolare perché Jack è affetto da OCD, ovvero da disturb ossessivo-compulsivo.
C’è niente di più lugubremente comico di un assissino che è costretto dalla sua ossessione a ritornare infinite volte sulla scena del delitto —cosa che non si deve fare mai— perché è convinto di aver lasciato una macchia?
Nel secondo omicidio compiuto, in cui Jack è ancora assai “grossolano” nella tecnica, ritornerà nella casa dove è accaduto il crimine qualcosa come dieci volte. La scena è obbiettivamente molto comica, anche se stiamo osservando un killer al lavoro. Del resto il cinema di Von Trier ci ha abituato a ridere dell’orrido. Quindi noi si sta al gioco e si gioca.

Quanto a struttura, il film è tutto una rievocazione, un flashback, con due voci fuori campo. Quella di Jack e quella di un tale Verge, una figura che potremmo identificare come Dio, o qualcuno/qualcosa di simile — interpretata mirabilmente da Bruno Ganz. Jack suddivide il suo racconto in cinque “incidenti” — così li chiama — che gli sono capitati e che, per qualche motivo, hanno segnato il suo percorso.
In un “incidente” dedicato alla famiglia, Jack prende in ostaggio con l’inganno una madre e due figli, e trasformerà un tranquillo picnic nel bosco, nell’estremo viaggio per i tre malcapitati. Anche qui, il dark humor raggiunge vette larsvontrieriane.
In un altro episodio, la vittima protagonista è una giovane donna, e l’argomento è “l’amore”. Non vi dico nel dettaglio cosa succede, ma vi posso anticipare che Jack si ritroverà con uno dei seni della ragazza a fargli da portamonete — in effetti, la forma si presta…

Jack e Verge inseriscono nella narrazione delle considerazioni altamente filosofiche sulla vita, l’arte, l’esistenza, trasformando la discussione in qualcosa tra dialogo filosofico, seduta psicoanalitica e tete-à-tete fra due megalomani.
La figura di Verge, infatti, assume contorni ora divini, ora psicoanalitici, ora virgiliani. Quest’ultimo contorno è evidente nella sezione finale del film, che s’intitola “Catabasi” — ovvero la discesa di una persona viva nell’Ade — in cui Verge, una specie di Virgilio, accompagna Jack, una specie di Dante — per altro vestito con una vestaglia rossa di chiara dantesca memoria — nell’ultimo viaggio.
E qui Von Trier ci chiede quel “leap of faith” che ogni tanto chiede ai suoi spettatori. Ovvero quello di essere flessibili e aprirci all’allegorico, uscire dalla nostra piccola scatoletta di causa-effetto quotidiana, e riflettere in termini grandi, universali, e metaforici.
Dopo aver guardato in lontananza dei Campi Elisi bagnati da una luce empirea e ammiccanti al Paradiso, Jack finisce giù in una specie di purgatorio dove Verge gli fa una proposta: puoi seguire il cammino convenzionale che tutti seguono, oppure c’è quell’altra strada, oltre quel ponte… Ma certo, se per raggiungerla cadi laggiù, in quel buco laggiù, finisci dritto tra le fiamme dell’Inferno.
Cos’ha fatto Dante? Si è rifiutato di scendere giù per i gironi? Cos’ha fatto Faust? Si è rifiutato di negoziare la sua anima con Mefisto, in cambio della conoscenza?
La scuola della tentazione ha la meglio anche nel caso di Jack.

“The House that Jack Built” è un film molto denso, che ribadisce ancora una volta quanto Von Trier sia innanzitutto un filosofo, un seduttore del pensiero. La macchina da presa non è altro che l’estensione del suo intelletto. Per questo il suo cinema è molto cerebrale, molto schematico e ordinato — cinque “incidenti” più chiusura finale in questo caso, ma ricordiamo “Dogma”, il manifesto a cui aveva aderito negli anni ’90 che prevedeva una serie di regole fisse per rispondere a un’idea di cinema minimalista.
Eppure Von Trier è anche un empatico nato: è questa empatia universale che gli fece dire, infelicemente, al Festival di Cannes del 2011: “I understand Hitler. He did some wrong things, absolutely, but I can see him sitting there in his bunker at the end … I sympathize with him, yes, a little bit”, un’uscita maldestra che gli valse la cacciata da Cannes.
Trier non perde mai la componente emotiva del suo spettatore. Nel caso di “The House that Jack Built”, Jack costringe lo spettatore a empatizzare, in qualche modo con lui — così come Von Trier “empatizzava” con Hitler? — lo porta a compiere l’estremo salto con lui, a vedere come lui vede, e quasi, a sentire come lui sente.
Dopotutto, non fanno questo i grandi artisti? Non ti fanno essere altro da te?

Lo spettatore è una via di mezzo fra complice e vittima: subiamo quello che Jack ci propone, ma al contempo non vediamo l’ora di vedere cosa succederà nel prossimo “incidente”. La potenza del cinema di Von Trier risiede proprio lì, nel lavorio sotterraneo ed efferato che opera dentro di noi.
Lo spettatore esce dalla sala stordito, ubriaco. Dopo un film di Trier pensi a tutto quello che si nasconde dietro le porte, dentro i tombini. Vedi “l’animo oscuro della luce” — una splendida immagine che il regista utilizza nel film, e sulla quale il film si spegne.
Continuando dantescamente, per entrare nel cinema di Von Trier dovete lasciare ogni speranza. Speranza di una comprensione totale e univoca. Soprattutto, accettare un patto che ti porta a perlustrare zone scomodissime dell’esistenza e dell’umanità.
Personalmente, non vedevo l’ora che il film uscisse. Ci sono gran pochi registi che esplorano gli abissi così come Lars riesce. Accanto a lui metto David Lynch.
Certo, se cercate il film di evasione, un paio d’ore di cine-entertainment, “The House that Jack Built” forse non fa per voi. Se invece volete l’evasione suprema, quella che vi permette di uscire dalla vostra piccola esistenza quotidiana e accedere a uno spazio in cui investigare l’umano essere — e l’umana follia, anche — il film sarà pane per i vostri denti.

Nella saletta piccola dell’IFC Center dove ho visto il film, il pubblico si è diviso fra quelli con le mani sugli occhi durante le scene più cruente, e quelli che ridevano per l’umorismo nero del regista. Quanto alle mani sugli occhi, sono ovviamente inutili: non c’è nulla di visivamente inguardabile, o che non abbiamo già visto — forse soltanto un paio di forbici in mano a Jack bambino le cui lame finiscono per stringere troppo la zampa di un anatroccolo…

Moviers coraggiosi, imbarcatevi in questo viaggio e andate a vedere la casa di Jack!
Potete tranquillamente prendervela con il vostro Board se il film vi sconvolgerà 🙂

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Frunyc IV aggiornato, e saluti, stasera, poeticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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