Posts made in Dicembre 24th, 2018

Let’s Movie 397 da NYC commenta “COLD WAR” di Pawel Pawlikowski, saluta per il Christmas Break e vi vede in Italia :-)

Let’s Movie 397 da NYC commenta “COLD WAR” di Pawel Pawlikowski, saluta per il Christmas Break e vi vede in Italia :-)

Forty, Fellows,

sono quaranta. Gli anni. I miei. Li ho compiuti ieri, 22 dicembre 2018.
Quaranta non sono trentanove o quarantuno. Sono quaranta. E non è che io voglia drammatizzare il traguardo — io? Drammatizzare? Quando mai…— oppure mitizzare il traguardo. Oppure plagiare Carol Alt in quel film di costumi sgambati e tessuti sintetici che fu “I miei primi quarant’anni”.
Quarant’anni non sono nemmeno il mezzo del cammin di nostra vita, perché oggi la donna ha un’aspettativa di vita media che si aggira intorno agli 85,6 anni.
I quaranta si distinguono dalle decadi precedenti innanzitutto nella parola. Gli -anta segnano l’inizio di una sfilza di decenni in -anta. Mentre prima eri in quel paradiso artificiale di -enti ed -enta che ti faceva rientrare nello spazio della gioventù anagrafica.

Il discorso dell’età viaggia un po’ tutto sui binari del luogo comune. Vedi per esempio il tormentone dell’età dello spirito che non c’entra nulla con quella del fisico. E pure lui, il fisico, negli ultimi tempi, sta tirando fuori trucchi mai visti, e ci sono donne di sessant’anni, sett’antanni, che ti mozzano letteralmente il fiato quando le vedi. Sharon Stone, Cher, Jane Fonda. Se nelle loro vene scorra ancora qualche goccia di sangue oppure solo pozione magica a base di acido ialuronico e botox che magicamente le preserva, questo è un dubbio da tenere in considerazione. O magari nel cassetto del comodino hanno il patto siglato con il diavolo, responsabile di aver ritoccato il mezzo del cammin di loro vita in cambio di chissà quale prezzo — vedete voi che fine ha fatto Faust.

Io mi sento età diversissime, tutte nello stesso tempo.
Ho compiuto quarant’anni, me ne sento venti, e mi illudo di dimostrarne trenta (!). Sono tre decenni in uno.
Per non parlare poi di quanto millenaria posso sentirmi, a volte. Ci sono dei momenti in cui credo di reggere tutto il peso del tempo sulle spalle. Questo mi succede soprattutto quando sento brutte notizie, oppure se intravedo certi comportamenti umani reiterarsi nell’errore. Allora mi sento antidiluviana. Come se appartenessi al passato e fossi costretta a rivivere quella situazione, quell’errore, infinite volte.

Ma la maggior parte del tempo, il tempo è incolore e inodore. Ci nuoti dentro senza vederlo.
Quando poi passi davanti alle pietre miliari dei decenni, ti fermi un attimo e ragioni.
Ieri è toccato alla pietra miliare con “40” scritto sopra, quindi mi sono fermata e ho ragionato.

La domanda —spietata— che ci si pone di solito è: “sei riuscito/a a fare tutto quello che ti eri prefisso/a di fare entro la deadline dei 40?”
Sulla mia lista di “cose da fare entro i 40” comparivano, fra le tante, le seguenti voci

  • mettere piede nell’emisfero australe: fatto. Australia e Nuova Zelanda
  • trasferirsi a New York: fatto. Upper West Side
  • pubblicare il primo libro: fatto, per un pelo. “Bitter Bites from Sugar Hills“. Grazie agli USA
  • fare il bagno nel mare di notte: fatto. Puglia. Aiutata dalla luna piena, cosa che potrebbe renderlo passibile di squalifica
  • fare il bagno nel mare nuda: fatto. Tasmania, Flinders Island. Aiutata da 53 km di spiaggia deserta, gli unici occhi indiscreti quelli di qualche wombat di passaggio — spero che la mancanza di occhi indiscreti non lo renda passibile di squalifica anche in questo caso. A ogni modo, essere nudi nel mare mi è parsa una disciplina molto simile a quello che dovette essere, quarantanni orsono, il nuoto intrauterino.
  • fare il bagno con una tartaruga marina: fatto. La Gomera. A oggi non so se l’inconsapevolezza della tartaruga, che nuotava cinque-sei metri sotto la mia pancia, anche in questo caso, lo renda passibile di squalifica. Spero di no però.
  • cadere un innumerevole numero di volte: fatto. Un’innumerevole numero di volte
  • rialzarmi un innumerevole numero di volte: fatto. Un’innumerevole numero di volte.

L’ultima voce è, naturalmente la più complessa. Cadere è un movimento che mi riesce straordinariamente bene — campionessa di caduta libera. La fase della risalita risulta ancora ancora molto ostica. Ma anche per motivi di fisica classica, dico io. Parte della colpa sarà certamente imputabile alla forza di gravità che schiaccia a terra: voglio pensare che ci sia una componente fisica nel peso esistenziale che mi/ci preme addosso.

La pietra miliare dei quaranta è anche, in qualche modo, filosofale. Nel senso che ti fa vedere e rivedere certi dogmi a cui ti eri votato nei decenni precedenti.
Io mi sono votata per moltissimo tempo al tempio spietato di una citazione di Sylvia Plath, amatissima poetessa americana che ho posizionato nella categoria “maneggiare con cautela” dopo averla osannata in tutti i miei vent’anni — e se c’è una cosa di cui sono certa, è che non vorrei mai, mai, mai tornare in balia dei vent’anni, quando porti a spasso te stesso nella più totale inconsapevolezza.
La citazione recita “fa male non essere perfetti”.

“Fa male non essere perfetti” è stata il mio Vangelo, la mia Verità. Non ho mai pensato di metterla in discussione. Era scritta con il sangue: quello di Sylvia, anche, morta suicida all’età di trent’un anni — ora la sua fine rispecchia tristemente la tensione a un mito inarrivabile.
Vista l’intoccabilità di “fa male non essere perfetti”, negli ultimi tempi ho cercato di ribaltarla chiedendomi: e se essere imperfetti facesse bene?
Non posso mentire e dirvi che ho trovato la risposta e che la risposta è sì, essere imperfetti fa bene.
Ci sto girando intorno. Purtroppo noi essere umani nati cristiani, veniamo cresciuti con l’idea di essere stati creati a immagine e somiglianza del divino. Dio, nel racconto popolare evangelico che ci viene fatto di lui, è perfetto. Ergo noi, sue creature, tendiamo a quello, alla perfezione. Non ci meravigliamo, quindi, se, a un certo punto del nostro cammino su questa terra, noi si voglia emulare la figura del padre.
Svincolarsi da tutto questo, da tutti i dogmi che ci si infilano sottopelle da piccoli senza che noi ci si accorga, è il lavoro di una vita.
Cominciare presto è buona cosa.
Rimane, tuttavia, il lavoro di una vita.

Due estati fa, mentre risalivo la ciclabile lungo l’Hudson, all’altezza della 57esima o giù di lì, mi sono scontrata con un poster gigantesco affisso a un grattacielo.
Be the woman you want to be — Coco Chanel”.
Ricordo di aver fermato la bici, estratto il quadernino, e annotato la frase, per timore di dimenticarla.
Timore inutile.
Non l’avrei più scordata.

“Be the woman you want to be” ti dice un sacco di cose. Prima di tutto, non limitarti a quello che sei. Realizza quello che vuoi. Questo suggerimento mette la volontà prima dell’essere — chissà cosa ne direbbe Sartre, fosse vivo. Se noi diventiamo ciò che vogliamo, ci sganciamo automaticamente dalla zavorra della nostra natura e della nostra finitezza. È un suggerimento che invita a cambiarsi, a non vedersi condannate da ciò che siamo, ma a concretizzare l’idea di noi che coltiviamo.
Coco non ha aggiunto che il prezzo da pagare è alto, nel mettere in pratica questo suo consiglio. La volontà è un’animale sempre affamato.
Trovare l’equilibrio, anche quello, è il lavoro di una vita, dopotutto.
Not that I am anywhere close there, articolerebbero qui la mia lontananza alla meta…

Un’ultima citazione che ripeto come un pappagallo e un mantra, e in cui cerco di credere, viene da Nelson Mandela.
“It always seems impossible until it’s done”.

Tutto quello che ho fatto, ma proprio tutto tutto, mi è sempre sembrato impossibile prima di mettermi a farlo. Dall’essere andata a studiare a Venezia, all’essermi trasferita a New York. La seconda poi, pareva un miraggio da matta senza speranza di oasi. Tutto quello che è capitato negli ultimi due anni ha confermato le parole di Nelson. Dall’abitare nell’Upper West, al pubblicare un libro di poesie in inglese — un’italiana che pubblica poesia (poesia!) in inglese in America. Sounds pretty unlikely.
È una massima, la sua, che incapsula i sogni nella pratica, e ringrazio Nelson per averlo fatto per tutti noi.

E poi naturalmente la pelliccia color lavanda.
Fino al 21 dicembre sera ho corretto esami e registrato voti. Il 22 dicembre ho celebrato la mia personale festa della liberazione, scorrazzando per la città come solo i bisonti del Montana prima di Buffalo Bill.
Ho appagato la sete di sapere andando al Jewish Museum, per la mostra “Chagall, Lissitzky, Malevich: The Russian Avant-Garde in Vitebsk, 1918-1922”.
Ho scartato l’Avanguardia russa e ho tenuto il cuore di Chagall, pittore amatissimo, per le capre che fa spuntare in cielo, per i visi verdi e per quel blu imperante da cui non smettereresti mai di farti inondare.
Poi SoHo. Ma SoHo il 22 dicembre è una colata lavica di regali da fare e corpi umani impegnati a farli. Quindi sono scappata in fretta, per riparare sulla ventiseiesima, tra la Sesta e la Settima, dove c’è il Buffalo Exchange, il mio porto sicuro. Lì trovo sempre qualcosa.
Ieri ho trovato una eco-pelliccia color lavanda. O meglio, una nuvola color lavanda, dentro cui sono sprofondata e da cui non sono più stata in grado di liberarmi.

Ora, c’era bisogno che io comprassi una pelliccia di un colore rinomatamente sobrio, che per altro è anche il colore del mio bagno?
Naturalmente no. Ho già molte altre idiozie nell’armadio — certo non lavanda.
Ma se ragionassimo in termini di bisogni strettamente vitali, sopravvivremmo con bacche e radici. Taglieremmo via tutto. L’arte, la poesia, la bellezza. Ma è lì che ci distinguiamo dagli animali. Nella capacità di apprezzare una nuvola lavanda con un essere umano dentro. Oppure una pièce teatrale, oppure un verso. Oppure un quadro.
Spero di voler comprare pellicce inutili e tacchi inutili e cappelli inutili anche a ottant’anni. Novant’anni.
E di cercare innamorati che volano sopra le case, come ci mostra sempre lui, Chagall.
E di rimanere sempre hungry e foolish, come diceva Jobs.
Curious and silly, come direi io.
Soprattutto silly 🙂

“Dopo la quarantina ce n’è una ogni mattina”, recita mia madre da millenni, riferendosi agli acciacchi post-quaranta.
Però per una volta, mi tocca ringraziarlo, questo corpo che da quarant’anni mi contiene, e che non va mai bene. Non solo mi supporta, ma mi sopporta, il che è ben più difficile. Gliene ho fatte (fare) di tutti i colori, e ancora gliene faccio (fare) di tutti i colori.
Ma oggi lo ringrazio, e cerco di essere più clemente.
Non so come faccia, dopo quarant’anni di me!

Prima di passare al film della settimana, vi informo che Lez Muvi chiude per il Christmas Break fino più o meno la fine di gennaio.
Una pausa lunghissima?
No, una pausa giusta che, udite udite, mi permette di venire in Italia! 🙂
Ebbene sì, segnatevi le date: dal 9 al 20 gennaio, rimbalzerò fra Trentoville, Milano, Trieste, Venezia and who knows… Cercherò in ogni modo di lanciare un Call-for-Moviers e un Lez Muvi speciale dal Mastro all’Astra… Vediamo se ce la faccio!
Altrimenti fatevi vivi, e cerchiamo di vederci — [email protected].
Sarà stranissimo tornare in Italia dopo quasi due anni di assenza… Sono quasi intimidita.
Ho detto “quasi”… 😉

Il compleanno è passato liscio liscio finché non si è incagliato nel film della settimana, “Cold War” di Pawel Pawlikowski.
Ve lo ricordate il capolavoro “Ida”, qualche anno fa? Ecco, l’impronunciabile Pawel Pawlikowski è il regista di “Ida”.
“Cold War” ha vinto il premio alla miglior regia all’ultimo Festival di Cannes ed è in lizza per qualche Oscar, a febbraio.
Il problema con il film è tutto mio, forse. Mi aspettavo tantissimo. Ho trovato tanto, ma non -issimo: un mélo, un gran bel mélo, girato ad arte, con attori capaci e un bianco e nero sempre accattivante, ma pur sempre un mélo. Nothing new under the sun.
Siamo in Polonia, anni Cinquanta. La giovane Zula viene scelta per far parte di una compagnia di danze e canti popolari. Tra lei e Wiktor, il direttore del coro, sboccia subito un amore feroce.
Nel 1952, arrivati a Berlino Est per un’esibizione, Wiktor organizza la fuga dall’altra parte del Blocco per vivere finalmente in libertà la loro storia d’amore. Ma Zula, animo focoso e ribelle su cui grava il sospetto di aver ucciso il proprio padre, contro ogni previsione, non si presenta all’appuntamento concordato.
I due s’incontreranno di nuovo sulla scena artistico-bohemien di Parigi, con i rispettivi partner del momento, ma ancora perdutamente innamorati.
Il finale, come ogni mélo, è una catastrofe d’amore e morte. Resa ancora più drammatica dal fatto che i personaggi di Zula e Wiktor ricalcano i veri genitori del regista, di cui lo stesso regista ha detto: “Erano entrambi due persone forti e meravigliose, ma come coppia un infinito disastro”.

In “Cold War” c’è tutto quello di cui una tragedia d’amore ha bisogno. Innanzitutto un amore potentissimo, a tratti ingestibile, violento, fatto più di silenzi e sguardi che di lunghe chiacchierate sopra una tazza di tè. E poi c’è il dramma della Storia, negli ingranaggi della quale la storia di Zula e Wiktor finisce. Un amore diviso da cortine, da sbarre, da reclusioni, da legami, che non trova la pace nemmeno alla fine — o nella fine…
“Andiamo dall’altra parte, la vista è migliore da lì”, suggerisce Zula a Wiktor, nell’ultima scena, ribadendo il loro status di innamorati condannati al nomadismo eterno.
Anche i due singoli personaggi sono piacevolmente diversi. Tanto passionale, selvaggia, furia Zula — una vera forza della natura — quanto mite, introverso, raffinato Wiktor. Questa diversità li attrae e al  contempo li respinge, sancendo una dinamica di coppia pressoché impossibile — proprio come quella dei genitori veri del regista.
Di “Cold War”, ti può piacere il lavoro stilistico, che avevamo già apprezzato in “Ida”: l’impiego del formato quadrato al posto dei quattro terzi, e la riconferma del bianco e nero sono due mezzi linguistici familiari a Pawlikowski, che è in grado di maneggiare con grazia ed efficacia.  
Allora, se tutto è così perfetto, forma, contenuto, scrittura del personaggi, cosa c’è che non va?

Forse il “nothing new under the sun”. Forse tutto troppo già detto e visto. Forse troppi canti popolari polacchi all’inizio — i canti popolari polacchi nooo!! Forse avrei voluto vedere qualcosa di più, perché da uno come Pawlikowski, che ci ha abituato a qualcosa di spettacolare come “Ida”, mi deve dire qualcosa di più.
O forse “Cold War” mi ha ricordato troppo da vicino “Franz”, di François Ozon, che avevo molto apprezzato, ma che in qualche modo, condivide moltissimo con questa storia, a partire dall’amore travagliato, l’amore ai tempi del dopoguerra, e la scelta del bianco e nero.
Gli auguriamo ogni bene agli Oscar. Ma certo non a scapito di “Roma”, che lo batte, emotivamente, in un ogni fotogramma.
E siamo arrivati in fondo, Moviers. In fondo al pippone di oggi, e in fondo al 2018.
Ci ritroviamo a fine gennaio qui in Lez Muvi, e a metà gennaio in Italia.
Insomma, non vi liberate di me. Nonostante i quaranta!

Frunyc IV aggiornato, auguri di cuore, ringraziamenti di testa, e saluti, anagraficamente cinematografici.

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