LET’S MOVIE 398 da NYC commenta “LA DOULEUR” di Emmanuel Finkiel

LET’S MOVIE 398 da NYC commenta “LA DOULEUR” di Emmanuel Finkiel
Flixbus Fellows,

questo è stato il mio mezzo di trasporto preferito nella dieci-giorni italiana. Comodo, puntuale, incredibilmente cheap.
Ho appurato che il treno è diventato una questione di lusso, i prezzi sono lievitati notevolmente in questi ultimi due anni. Ma l’idea non era quella di spostare quanto più traffico possibile su rotaie per tagliare quello su strada e contenere l’emissione di gas tossici? Mi sono persa un cambio d’idee nella mia transizione statunitense?

Ho passato parte dei miei viaggi comodamente sprofondata nei sedili Flixbus a chiedermi se dovessi sentirmi in colpa per il monossido che stavo contribuendo a emettere. Ma circondata da onde libere di tipo wifi e da file di posti vuoti, confesso di aver scordato molto in fretta il monossido, e di essermi dedicata alla spola scelta da tanti turisti fra il panorama fuori e un libro dentro.
Quando sei un turista, anche un’autostrada o una rotonda a Lampugnano-Milano sono siti d’interesse paesaggistico. E questo, forse, rientra anche in certi privilegi dell’expat: vivere l’Italia da visitatore temporaneo, lasciando lo status di inquilino permanente, con tutte le tribolazioni del caso, agli inquilini permanenti appunto.

Non c’è miglior modo di viverla così, l’Italia, la presepiale Italia. La dolcezza dell’aria che respiri fatica a trovare un corrispettivo verbale sufficientemente efficace. È la sorella buona di quella megera che da questa parte del mondo — a New York nello specifico — t’infila una lama fra la pelle e i vestiti, e l’affonda, senza pietà. Capisci perché gli americani perdono la testa per le colline ricoperte di ulivi, per la libera geometria di una stradina che s’inerpica su su e non ha molto senso, lì per lì, ma che alla fine il senso lo trova: ti scarica davanti a un castello, oppure in una piccola radura da cui domini una valle.

Da quando sono a New York, (an)noto le differenze. Come nel gioco sulla Settimana Enigmistica, in cui vi si propongono due vignette e dovete individuare dieci particolari che fanno di loro due, due gemelle diverse.
Mi chiedo se il destino di un rilocato sia proprio questo: collezionare le differenze fra due emisferi che occupano la sua vita interiore ed esteriore. Tante, le conoscevo già, senza bisogno di tornare in Italia. Le vedo da me, qui a New York. La pressapochezza dell’estetica americana. Il rigore italiano per un certo tipo di ordine: passiamo sempre per casinari disorganizzati, noi italiani, ma bisognerebbe andare oltre questo stereotipo, che è limitante ed errato, almeno nel settore del carpentariato.
No perché, li avete visti i battiscopa italiani??
Ecco, io li ho guardati attentamente. Sono lineari, oserei dire elvetici, cerniere perfette che congiungono l’orizzontalità di un pavimento alle vette di una parete. La mia ossessione metaforica ha visto lampo tutto il tempo in cui mi sono trovata in uno spazio chiuso.
Se guardo ai battiscopa americani, o non li trovo proprio, oppure sono d’un formato informe, una specie di cordolo di marciapiede che si fonde nella muratura della parete e sembra più un cornicione magro che una zip pensata per chiudere lo spiffero tra orrizzontale e verticale.
Il battiscopa — mi rende conto — è una differenza micro, che vale mille punti se la stanate. Quelle macro, quelle sotto gli occhi di tutti, sono, appunto, sotto gli occhi di tutti. E allora a che pro cantare l’incalcolabile bello di certe città italiane? Sarebbe ridondante. Sarebbe come erigere una statua al genio di Leonardo. L’hanno già fatto a Milano, davanti alla Scala, per la precisione — io lo ignoravo, Dea dell’Ignoranza che sono.

Siccome trovo un legame sottile ma insistentemente fastidioso tra la ridondanza e la nostalgia, sentimento, quest’ultimo, che mi guardo bene dall’alimentare, preferisco guardare dove si guarda poco.
Quindi non vi dirò del fiato mozzato davanti alla Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste. E nemmeno del Castello di San Giusto, oltre la Scala dei Giganti, oltre il Parco della Rimembranza. Ma vi dirò magari di quanto certi nomi scrivano già una favola, anche soltanto in se stessi — Scala dei Giganti, Parco della Rimembranza…
Non vi dirò del Teatro Romano, né della Chiesa di Santa Maria Maggiore. Ma magari vi dirò dei due occhi di cui la città ha scelto di dotarsi per accompagnare i bastimenti in porto: il faro della Lanterna nel porto vecchio, e il faro della Vittoria lassù, sulla Strada di Gretta, a mezz’ora di corsa dal cuore di Trieste, da dove dominate il mare e immaginate tuttoi i sospiri di sollievo che i marinai si saranno concessi vedendo quel punto giallo accendere la notte e accompagnarli in porto.

E vi dirò che non tutte le persone potrebbero vivere a Trieste — incrocio fra Venezia e Vienna — perché è una città sospesa: con il corpo protende verso il mare, ma con una mano si tiene salda alla roccia. Questo la rende piena di fascino, come le creature che sono in mezzo a due stati, di qualsiasi tipo essi siano. L’ibrido scatena la libido, e questo non è solo un gioco di rime.

Di Milano, dunque, non vi dirò della nettezza urbana, che dovrei chiamare nitore, se non fossi lunsingata dal gioco, stavolta di parole. Le strade pulite come corridoi appena passati da casalinghe vecchia scuola, quelle che usavano il bruschino e l’olio di gomito, non il Mocio Vileda. Il Parco dedicato a Indro Montanelli, e lui, Indro, con una macchina da scrivere seduta sulla ginocchia, intento a scrivere la storia del giornalismo italiano. In quel parco, il ghiaietto è sottile, tenero. C’è un asilo nella parte nord ospitato in una costruzione stile Liberty che mi ha fatto pensare ai bambini presi a giocare, ignari della fortuna di essere parcheggiati in una costruzione Liberty nel cuore di un parco dedicato a una penna intramontabile.

Non vi dirò nemmeno della piccola sfera-monumento rotolata sotto un tiglio di Piazza Fontana nell’‘89. Su quella sfera si commemora Chico Mendes “e i popoli dell’Amazzonia che hanno difeso e difendono la grande foresta e questa nostra piccola terra”.
Non male per una piazza già sufficientemente impegnata a ricondare altro.

E no, neppure del MUDEC vi dirò, il Museo delle Culture nell’Area Ex Ansaldo, in cui il ricordo di una Milano industriale si sente nell’ossatura di certi capannoni, ma non certo nella vita di fabbrica che devono aver ospitato negli anni in cui l’Area Ansaldo non era Ex.
La mia visita alla mostra su Banksy all’interno del museo è stata mossa da motivazioni filologiche più che edonistiche: il piacere dietro ai lavori di Banksy non sta nel trovare i suoi lavori “fotocopiati” e rinchiusi in un luogo museale; quasi quasi preferisco rintracciarne le immagini online, attraverso una ricerca che mi sembra avvicinarsi maggiormente alla natura sfuggente della sua arte.

E be’, l’avete capito. Non vi dico nemmeno della tricromia dei milanesi — grigio blu,nero, nero blu grigio, grigio nero blu — cittadini programmati per essere naturalmente eleganti, con quella magrezza, quei blazer dal taglio sartoriale, quelle sciarpe annodate con raffinata casualità e quelle suole di vero cuoio su cui fanno poggiare la loro giornata.
Magari vi dico dei fenicotteri che ho incontrato in Via dei Cappuccini e che ho collegato ai pavoni che abitano nel giardino della cattedrale dietro casa mia, St John The Divine. Ma lo faccio solo perché trovare il rosa flamingo in un giardino privato e soprattutto, fuori da una vetrina Dior, ha del peculiare.

Da amante dell’ordine, del bello, del pulito, sono oggettivamente attratta da tutto questo. Da tutto quello che mi ha circondato e sfamato sin dal giorno della mia nascita. Are e capitelli, Acqua di Giò e parchi arciducali senza l’ombra di una pagliuzza fuori posto.
Allora perché, mi chiedo, sono fatalmente attratta, anche, da tutto il contrario di questo? Cos’è che mi trascina verso la selva newyorkese, verso il sudicio, la meteorologia infame che in tre giorni —tre!— ti fa provare le lame del -13, i monsoni del Kerala, i venti spietati di Chicago e il sole bugiardo di una primavera lontanissima?
Cosa c’è nel pressapochismo, nella trasandatezza, nell’immonda sciattura della città di New York che ti agguanta e non ti molla più?

Non so dare una risposta a queste domande. Mi affollano il cervello sin da quando sono qui, e ora ho passato la fase della cotta adolescenziale per la città: durante la cotta adolescenziale per la città non vedete pressapochismo, trasandatezza e sciattura. Vedete solo il Chrysler Building che vi ammicca, inspettato, da lassù, e voi arrossite per la sorpresa, soffocando un sorriso lusingato.
Ora la cotta è evoluta in altro. Una specie di legame, un bond, che ti fa guardare oltre l’apparenza selvaggia, il disgusto di superficie, conducendoti verso la vera essenza della città. La città che contiene l’umanità intera. Essere qui è un’esperienza antropologica, nel senso che si esperisce l’umanità a 360 gradi, nel bene e nel male — molto spesso più nel male, il che è bene, visto che siamo fatti per il 60% di acqua e per un buon 10% da istinti molto spesso animali.

Quindi, forse, la differenza micro — che poi però si rivela macro — fra la mia vita qui e la mia vita in Italia sta nel trovare una risposta a queste domande, che non sarebbero mai sbocciate se io non avessi attraversato l’oceano con i miei vergognosi kg di bagagli. Non avrei mai aperto quella parte di cervello, non avrei mai visto quanto il trauma di una città possa affiorare quotidianamente e interrogarmi molto più del divin bello davanti al quale tutti, certo, ammutoliamo e impallidiamo ma che è dato, scritto, scolpito, dipinto, e non ha bisogno di essere processato come invece l’umano mortale, imperfetto, incasinato, sfuggevole, mutante davanti al quale mi ritrovo qui in otto milioni e mezzo di versioni diverse.

In tutto questo c’è molto masochismo, me ne rendo conto.
La dolce vita italiana non è solo un cliché, un modo di dire, un film, un profumo e un capo di abbigliamento (!). È un lido verso cui tendiamo geneticamente una volta che veniamo al mondo sul suolo italiano. Quello, non lo cambia nessuno. Sarà lì per sempre. Poi però a un certo punto, altre spiagge, altri lidi chiamano. E uno può far finta di non sentire, oppure alzare il volume della propria musica locale, oppure posticipare il momento in cui decidere cosa farne, di quel richiamo. A volte, rimane solo un lieve brusio. A volte però è un vociare continuo, incessante, una bolgia di voci che non lasciano in pace.
Quand’è così, meglio prenderlo in considerazione, e fare i bagagli, no matter the kilos.

A oggi non saprei dire dove sarà il mio futuro. New York, Italia, god-knows-where. La differenza con il mio passato è che nel mio passato, questo non sapere mi causava inquietudine e uno stato di permanente disagio. L’Italia ti abitua a una germanica pianificazione esistenziale: laurea, lavoro, mutuo, mattone, famiglia, pensione, nipoti, panciolle. È una matematica che difficilmente prevede varibili. In altri paesi — o meglio, in altre metropoli — si parla piuttosto di una nomenclatura che cataloga infinite voci. C’è la matematica di cui sopra, ma c’è anche infinito altro. Tutti quelli che non rientrano in quel sistema dato e perseguito trovano posto, se lo ricavano. E non c’è imbarazzo. Ognuno vive come si sente di vivere. Libero. E forse questo è il punto, nella sua disarmante semplicità, attorno a cui tutto ruota.

In questo viaggio da turista autoctona, l’Italia mi ha trattato con i guanti. Ha sfoggiato un vestito leggero, e quell’aria primaverile che non fatica a trovare, quando vuole.
Due anni fa me ne sono andata con la certezza che il ritorno sarebbe stato un’ipotesi impraticabile. L’amaro che mi riempiva la bocca comprometteva il sapore di tutto, aria primaverile e incanto paesaggistico compresi.
Per molto tempo, ogni volta che pensavo all’Italia da New York, pensavo a una creatura bellissima, forse la più bella del mondo — no, indiscutibilmente la più bella del mondo — che non bada ai suoi figli, che se ne infischia, li spinge via sull’onda di un brain drain ai massimi storici, e che si preoccupa solo al mantenimento della propria eterna bellezza.

Ma in questo viaggio qualcosa è cambiato. Ho sentito che l’Italia può non essere solo una madre ingrata — che tuttavia è — o un impossibile matematico. Che potrà esserci di nuovo, in futuro. Magari lontano, magari più vicino, ma che potrà esserci. Quando risolverò New York, se sarò mai in grado di risolvere New York.

Hanno senz’altro contribuito a questa sensazione gli incontri che ho fatto. Con le persone che mi amano di un amore incondizionato, senza scopo di lucro, che pazientano davanti ai miei difetti, che vedono oltre la superficie dei miei tacchi.
E poi incontri elettivi con cervelli grandi e nobilissimi, davanti ai quali il mio piccolo cervello operaio ha preso appunti come uno stenografo impazzito.
Certo avrei voluto dire di più, fare di più, vedere di più. Molte persone che avrei voluto incontrare sono finite nel tritatutto del tempo. Di questo mi rammarico. Ma sto provando ad arginare il senso di colpa, gioendo dei sorrisi che mi hanno accolto, delle risate che mi hanno scosso il petto come solo le risate grasse possono, e degli abbracci che ho ricevuto. Perché come abbracciano gli italiani, non ce n’è.
E scusate, cittadini del mondo, ma questo, per amor di verità, lo devo proprio dire.

Ovviamente non potevo saltare l’appuntamento al cine. E ho fatto un’incursione last-minute dal Mastro all’Astra, a cui ho fatto prendere un colpo. Mi perdonerà, spero. 🙂 Le sorprese implicano quel rischio a livello coronarico che tuttavia val bene una messa… 😉
Proprio perché il Let’s Movie è stato last-minute, non ho avvertito tutti i Fellows. Perdonatemi anche voi, please. Si sono presentati al cine con me l’Andy The Candyman e il WG Mat, fedelissimi, e insieme abbiamo visto “La Douleur” di Emmanuel Finkiel.

Dunque, per inquadrare il contesto… Siamo nel 1944. Parigi, sotto l’occupazione tedesca. Lo scrittore Robert Antelm, membro della Resistenza, viene arrestato e deportato in un campo di concentramento. La sua giovane sposa, una tale Marguerite Duras, vive prima lo strazio della perdita e poi l’assenza di notizie, nonché il senso di colpa per il legame instaurato con l’amico Dyonis, e il coinvolgimento ambiguo con un agente francese della Gestapo, che, infatuatosi di lei, fa di tutto per aiutarla —e conquistarla. Anziché risolvere la situazione, la fine della guerra e il ritorno dei soldati segnano per Marguerite l’inizio di una penosa attesa, mentre tutt’intorno Parigi liberata vive il caos del post-occupazione, affacciandosi a un nuovo inizio.

Comincio con il dire che i miei due Moviers hanno sofferto moltissimo durante il film, che, in effetti, dura più di due ore, e metterebbe alla prova anche gli amanti più fedeli del Decalogo di Kieslowski…
Comprendo l’agonia dei due Moviers, e, in genere degli spettatori che affrontano “La douleur”. Ma proprio in questo il film è un film che riesce ad avverare il suo intento poietico, ovvero quello di trascinarci dentro il meccanismo infernale del dubbio, dell’attesa, della mancanza — ci fa provare la douleur, appunto. Conseguenza naturale di tutto questo è un senso acuto di claustrofobia, un desiderio disperato di evasione, metaforicamente dalla situazione proposta e fisicamente dalla sala cinematografica. Nessuno emotivamente stabile vorrebbe mai trovarsi nei panni di Marguerite. Ma compito del cinema è quello di farci entrare nelle vite altrui. Prepararci, magari, a eventuali contesti simili.
Quindi è perfettamente comprensibile e naturale che si voglia fuggire, che si sbuffi, che le gambe prendano a tarantolare, che si guardi l’orologio, che si senta, a un certo punto, un senso di soffocamento, di oh-my-god-I-can’t-stand-this-anymore. Io non ho letto il libro della Duras da cui il film è tratto, ma ho la certezza che la stessa sensazione avvenga anche durante la lettura. Che non sia una questione cinematografica. Ma di storia. Di fedeltà al sentire narrativo.

Per questo non è un film che si consiglia a chiunque. Non è nemmeno un film che si rivede, credo. Ma è un film che come pochi altri ti fa sentire la scomodità e il malessere, due emozioni sgradevoli, che tuttavia vanno conosciute, come tutte le emozioni — la felicità del 2+2 non va oltre il 4, e la vita emotiva, Fellows, va ben oltre il 4…

Strutturalmente, “La douleur” è spaccato in due. La prima metà, la definirei extradiegetica, se dovessi ricorrere a un termine della critica letteraria. Nel senso che è rivolta all’esterno. Parigi occupata, Marguerite si muove, esce, briga, approccia l’agente della Gestapo, fa di tutto per trovare informazioni e rintracciare il marito. È una parte mobile — o meglio, più mobile della seconda.
La seconda metà è intradiegetica, nel senso che Marguerite si chiude in sé stessa e nel suo dolore — fisicamente, si rinchiude all’interno del suo appartamento — e da lì non si schioda più.
È una parte statica, immobile. Ha tirato su delle pareti addosso alle quali non smette di sbattere la testa.
Il film è interessante anche perché investiga il paradosso del dolore: per quanto angoscianti, quelle pareti offrono anche una specie di rifugio, una sorta di perverso giaciglio protettivo, dal quale non vorrebbe più uscire.
Il problema del dolore non è solo il soffrire in sé, è anche la dipendenza che esso crea, che ti convoglia in una spirale egocentrata da cui tirarsi fuori è durissimo. Questo risulta evidente nella seconda parte del film, in cui Marguerite si macera nella propria sofferenza, rimbalzando dalla cucina alla sala, dal divano al letto, sfiorando di pochissimo la pazzia, o forse finendoci dentro, ma riuscendo tuttavia a rimanere ancorata, anche solo con una mano, alla speranza.
Anche questa, la speranza, è sviscerata nel suo lato oscuro — e pochi film lo fanno, riconosciamolo. Della speranza si narrra sempre il volto positivo, non si mette mai in evidenza la sua ostinata vacuità, in certi frangenti, la sua tensione all’illusione. Efficace, in questo senso, il personaggio della madre ospitata da Marguerite, che attende la figlia disabile dai campi di concentramento, illusa che prima o poi possa fare ritorno.

“La douleur” non è solo il ritratto asfittico di un’attesa sfinente, di una sofferenza senza fine. È anche il riconoscimento che la Storia può incidere il corpo di un amore, e sfigurarlo per sempre. Una volta tornato dal campo, Robert non è più lo stesso. E infatti il regista si guarda bene dal farcelo vedere in volto — lo sfuma, lo nasconde. E non per motivi di semplice deperimento fisico post-Dachau. Ma parché la persona emotiva di prima, che conteneva un amore, non è più. È un vaso scheggiato, da cui è fuoriuscito, goccia a goccia, l’amore, con tutta la sua carica vitale.
A casa ritorna un contenitore vuoto. Riempirlo, è il duro percorso che tutti i sopravvisuti hanno dovuto affrontare. Tantissimi, non è un caso, non ce l’hanno fatta.

Pertanto, malgrado il supplizio a cui il film ti sottopone, io lo salvo. Anzi, proprio per il supplizio, lo salvo, e lo consiglio agli animi pronti al sacrificio — sacrifichiamoci un po’, in quest’era di nulla instagrammabile! Eccomi arrivata alla fine, miei Moviers —spero di non avervi persi per strada.

Il Frunyc IV aggiornato con alcune foto newyorkesi scattate durante il break natalizio.
In più, vi offro anche il FruIT, un frutto prelibatissimo con gli scatti più belli dall’Italia — e sì, il nome è da copyright. 😉

Ringraziamenti sempre numerosissimi, e saluti, stasera, veicolarmente cinematografici.

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