Posts made in Febbraio 4th, 2019

LET’S MOVIE 399 da NYC commenta “ARCTIC” di Joe Penna

LET’S MOVIE 399 da NYC commenta “ARCTIC” di Joe Penna

Freddo, Fellows,

evitare di parlarne sarebbe come ignorare l’elefante nella stanza, che è un detto molto popolare qui per indicare una questione ingombrante di cui però si vorrrebbe far finta di niente — non riesco a dire, in tutta onestà, se la indichi anche in italiano, oppure se l’italiano si limiti all’elefante nella cristalleria, e io stia sovrapponendo pachidermi metaforici.

So che in Italia l’ondata di gelo che ha spazzato gli USA è stata descritta con tutto l’allarmismo di cui solo Studio Aperto è capace — ho ricevuto molti messaggi allarmati in questi giorni. Ma va detto che la situazione è stata davvero allarmante. Più che altro nell’upper Midwest.

Quando ero stata a Chicago, nel giugno del 2014, avevo incontrato una temperatura tutt’altro che estiva. Mi ero detta, se lo zefiro è così sbifido a giugno, figuriamoci cosa dev’essere l’inverno… E infatti, figuriamocelo.
I locals mi avevano spiegato che il vero problema è il lago Michigan che permette al vento di scaraventarsi contro la città direttamente dall’Antartico ―il Canada purtroppo non aiuta, con quella carestia di montagne che si ritrova. Allora, da dicembre a febbraio i poveri abitanti si infilano tre strati di vestiti e cronometrano il tempo in cui rimangono fuori casa.
Credo di avervi già detto che lì vale la regola dei 18 secondi: l’essere umano non vestito con i tre strati resiste 18 secondi. Se si sfidano i 18 secondi, non si vince nessun premio. Si perde, conoscenza. Ma potete contare sui cops che fanno la ronda per assicurarsi che gli abitanti non svengano mentre sono per strada.
Quando una commessa mi aveva spiegato questa pratica, io, cretinetti che sono, avevo riso — 3 strati, 18 secondi, svenimenti e poliziotti buoni? Ma cos’è? E.R. incontra i Chips??
Ricordo perfettamente il negozio in cui ero, e il viso di lei farsi serissimo davanti alla mia leggerezza.
“I am serious”, ricordo che ribadì.
Ed era proprio serious.

Quindi sì, a Chicago il freddo è una faccenda seria. Sarà forse per questo che la stazza di tanti abitanti è così adiposa: stabilità contro il vento e uno strato protettivo aggiuntivo contro i rigori invernali. Non ho mai visto in vita mia persone così mastodontiche come quel giugno a Chicago.

Ma non si tratta solo di Chicago, che se avete modo, andateci — in piena estate — perché merita tutti i passi che i vostri piedi avranno in cuore di percorrere, vista l’estensione che la rende sorella di Los Angeles.
Di questi giorni polari, mi è rimasta impressa la storia di Ali Gombo, un ventiduenne di Rochester, Minnesota.

Ali torna a casa alle 2 e mezza del mattino, dopo una serata al pub con gli amici. Non trova le chiavi di casa, allora batte sulla finestra per svegliare la sorella, farsi aprire, come fa di solito quando scorda le chiavi.
Ma sono le due e mezza di notte. C’è vento forte. La sorella dorme, non sente.
Il vicino di casa, tuttavia sente qualcuno chiamare una volta. Una volta sola, poi più nulla, e pensa okay, nothing to worry about, torno a letto.
Al mattino, hanno trovato il corpo assiderato di Ali.
A una temperatura di -30 con un vento forza 40 ti è concesso solo un tentativo.

Per qualche strana ragione, Ali indossava solo una felpa.
E qui dovremmo scrivere un trattato psico-attitudinale su come gli abitanti di America e Regno Unito, considerino la felpa alla stregua di un giaccone Goretex. Nel Regno Unito in modo particolare, ragazzi e ragazzi se ne vanno in giro con questo felpino da nulla, e i guanti, quando nel felpino non ci sono tasche dentro cui infilare le mani — e non tanto per cercare del caldo, quanto piuttosto per liberarsi dall’impaccio delle braccia — e affrontano il gelo così.
Col felpino.
Intorno allo zero, questo potrà anche consentirti la sopravvivenza, ma a -30 con un vento forza 40, ti scrive “assideramento” sul certificato di morte.

New York sta al Midwest di questi giorni come Palermo sta a Cuneo. Non che questa proporzione renda il suo gelo meno doloroso, intendiamoci.
Giovedì scorso siamo precipitati fra gli aghi del -15. Lo scenario tutt’intorno cambia completamente. Le strade sono bianche, bianchissime. Burroughs, nel suo delirio creativo che fu “Pasto nudo”, ci avrebbe visto delle piste di coca da leccarsi i baffi. Devo ancora capire bene dove finisca il sale e dove cominci il ghiaccio. Ma è un dettaglio di poco conto.
Di tanto conto è il cielo, il livello di nitore è talmente alto che tutte le rare fotografie che scatto sembrano prodotti usciti da photoshop, i colori saturissimi, siano essi il cobalto di un mezzogiorno o l’arancio fuoco di un alba, di un tramonto. È come vivere in un manga giapponese. Ma siamo in pieno occidente. Il ché disorienta.

Poi c’è la rarefazione dell’aria, che la rende pressoché alcolica. Si cammina e si beve gin fatto in casa, quello che contrabbandavano nel Proibizionismo e che ti mandava in fretta al creatore. Un fuoco bianco ti sta addosso: si ha freddo, ma al contempo si brucia. La pelle delle gambe, del viso. È una sensazione elementare, primitiva, in cui il tempo ti strattona, prepotente. Non c’è modo di contemplare alcunché, si è comandati dalla necessità di raggiungere la propria meta al chiuso il più presto possibile.
È un diktat a cui mi sottometto molto malvolentieri. Le strade di New York sono il mio belvedere. Di solito mi fermo, rimiro, mi chino e fotografo qualche piccolo oggetto che trovo per terra, oppure guardo su e trovo un panorama nuovo, un cornicione mai visto, un patchwork di edifici che mi ricorda ogni volta che NY, con i suoi innumerevoli cambi d’abito, le sue metamorfosi pressoché giornaliere, mi sfuggirà sempre. Lei fugge, io seguo. Di solito, con me funziona il contrario: sono io a fuggire.
Serves me right.

Il freddo uccide la contemplazione, inibisce l’esplorazione. L’ignoto finisce tra le grinfie del domestico.
Vista l’inconfutabilità di quanto sopra, sto provando a manomettere il sistema, e vedere cosa ne esce. Sto cercando di camminare il più possibile all’aperto. Di capire se il mio corpo si ostinerà a ribellarsi al gelo esterno, oppure se, a un certo punto si farà più duttile, se si modellerà attorno ai rigori di questo inverno. In poche parole, sto testando l’elasticità del mio fisico. Per risolvere un quesito.
Il fatto che in estate sia così flessibile, e sopporti temperature altissime con dignità, e in inverno sia così refrattario a spingersi oltre, sarà da imputarsi alla natura intrinseca del caldo e del freddo, oppure sarà una questione di semplice abitudine del mio corpo? Di pigrizia?

Quindi sì, sto camminando New York City in lungo e in largo, mentre i marciapiedi sono più deserti del solito, e i pedoni imbaccuccati che si vedono, puntano al prossimo bar, al prossimo negozio, alla prossima porta. Io mi caccio la sciarpa davanti alla bocca, non scordo più il secondo paio di guanti — been there, done that, rischiando la caduta libera di troppe falangi — e cerco di fare dei tratti a piedi mentre di solito prendo la metro.
Il problema nuovo più grande riguarda gli occhi. Non il fastidio a livello superficiale, la brezza italiana che te li fa lacrimare in una giornata particolarmente ventosa. Qui è proprio male dentro, dentro nei bulbi oculari. E non è che puoi coprirti gli occhi, devi pur vedere dove cammini.
Ho sentito questo dolore mercoledì, giorno in cui sono andata Upstate NY al Mercy College, e giovedì, con -15.
A un certo punto ho dovuto fermarmi, proteggere gli occhi dietro le mani, come quando si guarda “Shining”.
Ecco quel dolore lì, è stato un dolore nuovo.

Ma il freddo non è solo fisico.
È anche politico.
Atterrata a Newark, il 20 gennaio scorso, mi metto in fila per passare la dogana.
Da quando ho il visto per “alieni straordinari” non temo più quel momento. Anzi, quasi quasi non vedo l’ora di avvicinarmi al cubicolo dell’ufficiale di turno per vedere se è gentiluomo e mi dà il “welcome back” come era successo quando ero rientrata dalla Spagna, lo scorso agosto.
Non ho fatto i conti con il rigore politico che Trump sta contribuendo a diffondere.

Davanti a me c’è una ragazza cinese. Non si ferma negli USA. Sta semplicemente transitando per il paese per fare ritorno in Cina.
L’ufficiale le fa il terzo grado.
Io guardo gli altri 47 sportelli, e mi chiedo, proprio a quello con il braccio duro della legge dovevamo capitare io e questa povera ragazza cinese?

È il mio turno. Appena dico che lavoro come professore, vedo che gli si accende un campanello d’allarme.
“Lavoro”.
Errore mio, il primo di molti.
“Work” rientra nella lista “parole pericolose”.
Riprende il terzo grado esattamente da dove l’aveva lasciato con la cittadina cinese.
Commetto l’errore numero due.
Dico che scrivo, che sono anche una poeta.

Nella mente del personale dell’Immigrazione, le coesistenze non sono ammesse. Il loro è il mondo dell’aut aut, o o, non e e.
“So are you a teacher or a poet?”.
Io vorrei tanto chiedergli, e tu, fai l’ufficiale o tifi per i Mets?
Forse capirebbe che la nostra identità è multistrato come l’hamburger che si è mangiato a pranzo.
Io spiego che faccio entrambe le cose.
“Dove?”
“FIT e Mercy College”
Errore numero tre.
“Two places? Why two places?”
Si mette a digitare chissà cosa nel computer.
Io provo a spiegare. Comincio ad agitarmi.

Quella agitazione lì, è l’agitazione di tutti gli immigrati che si sentono ispezionati da capo a piedi, non importa se con uno speculo o un computer, nel 1911 o nel 2019. Il sudore che senti sotto le ascelle. Il cuore che prende a correre, il calore dell’ansia a montare —un’onda rossa da cui non vuoi farti travolgere.
È tutto uguale, non è cambiato nulla.

Mi fa domande in un inglese strettissimo della Virginia, o di uno Stato del Sud, che stento a capire. Gli faccio ripetere le domande, e questo lo stizzisce.
Vedo tutto come se fossi un regista dietro la cinepresa della realtà: io sono la protagonista, ma non l’attrice. Questo non è un film.

Mi chiede di mostrargli la “petition”.
Al ché io sento il pavimento polverizzarsi sotto i miei piedi.
Il mio visto prevede che un avvocato scriva una “petition”, un documento molto pompato in cui ti descrive come una Fabiola Gianotti post-CERN e pre-MIT.
Mai prima d’ora, in nessun aeroporto degli USA — JFK, La Guardia, Newark, Miami— mi era stato richiesto di esibire la “petition”. Non mi è mai stato detto di dovermela portare appresso.
Glielo dico.
“From now on, always travel with your petition with you”, ordina.
“It will make my job easier”, chiosa.
I don’t care a fuc*ing sh*t to make your job easier, you prick, è la risposta che mi riempie la bocca, e il gusto di queste parole è così dolce che vorrei proprio condivederlo con lui.
Ovviamente devo ricacciarle indietro tutte, una per una.

Mi lascia andare, pregustando il prossimo sventurato da torturare.
Una volta a casa, racconto l’accaduto a Bob, che è in cucina con un’amica.
Mi dicono che durante quegli ultimi dieci giorni hanno inasprito i controlli negli aeroporti di New York. Era su tutti i giornali.
L’ho provato sulla pelle.
Tra freddo fisico e freddo politico, il secondo è senz’altro il più molesto.

Per rimanere in tema… Ieri sono andata all’Angelika Film Center per vedere “Arctic”, di Joe Penna. Un film che no, non ha proprio a che fare con i tropici… L’ho scelto sia per coerenza climatica con il mondo là fuori, che per grandissima ammirazione verso il protagonista, l’attore danese Mads Mikkelsen, uno dei migliori interpreti che abbiamo al momento in Europa, e sulle spalle del quale tutto il film poggia. Quando a Hollywood si accorgeranno veramente di lui, non lo faranno più tornare a Copenhagen.

Presentato all’ultimo Festival di Cannes, “Arctic” si inserisce nel filone letterario-cinematografico della sopravvivenza. Da “Robinson Crusoe”, a “Il richiamo della foresta”, da “Alive”, “Castaway”, “The Revenant”, a “Open Waters”, allo splendido “All Is Lost, tutto è perduto” —con un incredibile capitano Robert Redford disperso in barca in mezzo all’Oceano Indiano — la fascinazione che attira il lettore-spettatore verso storie di umana lotta contro la natura non invecchia mai, non finisce mai fuori moda.
Sono racconti epici, che potrebbero a ogni buon diritto sedere accanto alle Upanisad, a Gilgamesh, ai Cavalieri della Tavola Rotonda. Sono storie di eroi, ma questi eroi sono umani, non sono divini. Per questo ci piacciono tanto. Sono come noi. Ci identifichiamo. Li ammiriamo, li disprezziamo anche. Fondamentalmente, li capiamo.
Il regista brasiliano Joe Penna, alla sua opera prima, ha saputo sfruttuare questo terreno che personaggio e spettatore condividono, ha aggiunto pochi selezionatissimi ingredienti, e ha cucinato un film che spero tutti voi Moviers, anche quelli più intellectual, più Nouvelle Vague, andrete a vedere. Passerete un’ora e mezza sulle spine, a penare, e pronti a schizzare davanti a due colpi di scena che oh-boy sono incastrati ad arte nel film.

C’è un uomo solo in una landa innevata di un paese nordico che potrebbe essere l’Islanda, la Groenlandia, il Circolo Polare Artico. Qualsiasi posto con molto ghiaccio, molto vento, molta voglia di non metterci mai piede.
Capiamo subito che quest’uomo, Overgård — il nome scritto sull’etichetta del giaccone — è l’unico sopravvissuto di un incidente aereo. Probabilmente è egli stesso il pilota del piccolo velivolo che è diventato il suo rifugio.
Passa le giornate a pescare pesce, mangiare sushi (!) e a mandare segnali radio da un aggeggio a manovella che emana tenerezza, più che veri e propri segnali radio.
La sua routine da survivor viene stravolta completamente quando un elicottero si accorge di lui. Immaginate la felicità di Overgård. Finalmente salvo!
Purtroppo però Overgård non ha calcolato il fattore tempesta di neve, che l’elicottero non riesce a domare, schiantandosi al suolo. Sciagura su sciagura. Tutti i membri dell’equipaggio muoiono nell’impatto. Tutti tranne una giovane donna, che riporta un brutto taglio all’addome.

Da quel momento in poi, per Overgård cambia tutto. Non c’è solo lui da portare in salvo. Adesso c’è lei a cui badare. Il piano è quello di lasciare il “campo base” del suo aereo caduto, e, armato di una mappa trovata sull’elicottero — una mappa più dai tratti waltdisneyani che geografici — Overgård decide di prendere in mano la situazione, attraversare la landa artica battuta da venti micidiali, e portare la ragazza a un rifugio, a molte miglia ghiacciate da lì.

Comincia dunque il viaggio della speranza. La ragazza moribonda sdraiata su una barella, la barella carica anche di altri arnesi, allacciata alla vita di Overgård, e Overgård che tira il tutto. Con il vento di Chicago e le tempeste di New York tutt’intorno.
Ovviamente non c’è solo il maltempo. Ci sono anche degli orsi polari, e dei crepacci, e dei massi che incidono tagli profondissimi nei polpacci dei poveri Overgård…

Sarei meschina se vi raccontassi il finale, quindi taccio. Ma parlo a ruota libera in primis sulla monumentale interpretazione di Mads Mikkelsen, che pronuncia si è no quattro parole in tutto il film, ma parla con ogni singola ruga, movimento, lacrima, silenzio. L’autenticità di cui è portatore lo rende umanissimo, tenerissimo, in tutta la sua eroica impresa sul filo del fallimento.
A un certo punto, capisce che non riuscirà a trascinare la barella con la ragazza su per pendio di rocce. Ci prova e ci riprova, ma non ce la fa. L’alternativa è prendere una strada cinque volte più lunga.
Certo la ragazza è in fin di vita… Non reagisce più… Forse è il caso di proseguire da solo… Overgård l’abbandona.
Ma dopo essere precipitato in un baratro di senso di colpa dalle fattezze geologiche, ed essersi procurato quel taglio di cui sopra, capisce che non si lascia un essere umano da solo all’inferno. Ci si prova in due, a farcela. E se non ce la si fa, fine, fain, si muore in due.
A riprova che l’uomo ha qualcosa che va oltre il belluino mors tua vita mea.

Tra i tanti aspetti che mi sono piaciuti di “Arctic”, la distanza che il regista prende dai cliché che avrebbero fatto del film l’ennesimo “Castaway”: un tripudio di flash-back, in modo da inserire il personaggio in un passato doloroso e accattivarsi i cuori degli spettatori. Joe Penna sceglie la via più impervia. Lascia l’analessi là negli anni ’90 e ambienta il suo film in uno — spietatissimo — bianchissimo eterno presente in cui non sappiamo nulla di Overgård, in quali circostanze è finito lì, se tiene famiglia.
Questa è una gran lezione di cinema: non abbiamo bisogno di back&forth, di avanti-indietro temporali: ritorniamo ai gesti base per estrapolare l’umanità di un uomo. La sua forza, la sua tenacia. I gesti di Overgård, non si scordano più. La cura con cui tratta la ragazza, ma anche il modo in cui prova momentaneamente il risveglio dei sensi quando trova una confezione di noodles nell’elicottero — noodles dopo mesi di sushi! — oppure quando trova un accendino e può scaldarsi le mani su un fornelletto, assaporare un brodo caldo.

Il rigore stilistico del regista si esplica anche nel rifiuto di uno sguardo che maternizza o demonizza la natura.
La natura è indifferente, ostile nella sua ostile indifferenza, ma non buona o cattiva. Non c’è un indugiare su spettacoli naturali, piane innevate da National Geographic, non c’è l’esaltazione o la mitizzazione del Grande Nord.
“Arctic” ci mostra che la natura fa male, è violenta, bruta, intrinsecamente senza cuore. Che la natura, sostanzialmente, non ha etica.
Non c’è spazio, nel film, per la contemplazione, la ricerca estetica, o lo stupore. Overgård deve salvare se stesso e la ragazza, o almeno provarci. Per riuscirci — o almeno provarci — deve superare gli ostacoli che la natura frappone involontariamente tra lui e il suo risultato. Faticosissimo passo dopo faticosissimo passo. Non è, pertanto, una lotta. È uno scamparla, riportando meno danni possibili: siamo lontani anni luce dall’idea del Sublime Romantico, dello spaventoso come portatore di bello.
In “Arctic” la natura è un insieme di insidie da aggirare, siano esse in forma di plantigrade, gelo o crepaccio.

“Arctic” come meglio di tanti survivor movies mostra che la vita è cocciuta, molto più della morte. E che un personaggio non deve essere necessariamente portarsi appresso un fardello di informazioni per essere credibile o compatibile allo spettatore. Possiamo usare l’immaginazione, no? E questo permette a Overgård di diventare un personaggio universale, che costruiamo attraverso i piccoli grandi gesti che compie.
Un po’ come Santiago di “Il vecchio e il mare”.

“Arctic” è un film per tutti, coinvolgente, sensazionale, dolce, spietato, angosciante, penoso.
Cosa si vuole di più da una pellicola?

E Fellows, anche per stasera è tutto. Frunyc IV aggiornato dove sapete, ringraziamenti sentiti e saluti, polarmente cinematografici.

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