Posts made in Febbraio 25th, 2019

LET’S MOVIE 402 da NYC commenta “TO DUST” di Shawn Snyder

LET’S MOVIE 402 da NYC commenta “TO DUST” di Shawn Snyder

Mai, Moviers,
 
mai avrei voluto trovarlo in mezzo ai miei studenti.
Sapevo che il momento sarebbe arrivato, prima o poi. Sin dal giorno delle elezioni, il 9 novembre 2016, stavo aspettando che si palesasse.
Sto parlando del supporto all’uomo che occupa la Casa Bianca e che, da quanto si sente, la tratta come un porcile.
Sin dal 9 novembre 2016, sono a caccia di un votante che abbia votato Trump. O di un supporter che lo supporti. Fino a qualche giorno fa brancolavo nel fallimento. Nessun nome, nessun volto da abbinare all’etichetta “sta con Trump”.

New York, lo sappiamo, battaglia contro il presidente sin dal giorno in cui si è insediato a Washington. New York è liberale, progressista, democratica. Un “sanctuary”, come si dice qui. Un rifugio per tutti, un porto di mare che accoglie e non rimbalza.
Chi mai può votare Trump, a New York City e nello Stato di New York?
Prima cantonata.
Mai confondere New York City con New York, lo Stato di. Sarebbe come dire che Roma e Milano sono sorelle gemelle separate alla nascita.
Nella sua forma, lo Stato di New York è un triangolo il cui vertice è Manhattan, ma fatto, di base, da cittadine con nomi proletari, che pullulano di pendolari, conservatori, maggioranza bianca. Margaretville, Dover Plains, Mahopac, New Marlborough. Posti che ricordano il Far West, le sigarette, e gli indiani americani, a cui la terra fu sottratta, ricordiamolo, per meno delle perline con cui i Conquistadores portoghesi si comprarono la terra degli indios, e gli indios.

Nello Stato di New York, la maggioranza è democratica — il Governatore Cuomo governa democratico, non poco criticato anche dal suo stesso schieramento. Eppure. Eppure in quelle piane batutte dal vento l’inverno, in quelle casine di compensato e poco altro che Dio solo sa come rimangano in piedi, con la porta a zanzariera e il posto ancora per il dondolo sul portico, in quelle casine lì, di Margaretville, o di Dover Plains, o di Mahopac, o di New Marlborough, tutto fa pensare che il blu democratico si tinga di rosso repubblicano.
In questi due anni abbondanti a Manhattan, non ho mai incontrato un simpatizzante per Trump. Nemmeno uno. Mai.
Ci saranno anche qui, presumo. Nascosti nelle loro penthouse di lusso nell’Upper East Side, oppure negli attici di Chelsea, oppure nei contratti di vendita che le loro stilografiche d’oro hanno firmato per accaparrarsi un appartamento ad Hudson Yards, il nuovo megacomplesso residenziale e commerciale che sta sorgendo — fenice non troppo voluta dai newyorkesi duri e puri — sul lato Ovest di Manhattan, tra la Decima e la Dodicesima Avenue, la 30esima e la 34esima Strada.
Oppure saranno rintanati in certe topaie del Lower East Side, incavolati neri con il sistema e lo stato delle cose, che li costringe a sborsare migliaia di dollari d’affitto all’anno per una topaia, e i democratici — Obama in primis — non hanno mai fatto nulla per cambiare il sistema e lo stato delle cose, e allora al diavolo i Democratici e la loro ingratitudine, i loro maglioni Ralph Lauren, i loro pasti bio, e quello sguardo “we can do everything”. Al diavolo loro, e la Clinton, arrivista, pure bugiarda, perché lo scandalo delle email, l’ha provato, che era una bugiarda. Allora votiamo quell’altro, che sì, magari sarà anche un po’ rozzo, un po’ meno agile con la parola, ma almeno è un’alternativa. Per cambiare il sistema bisogna scuotere il sistema, giusto?

Ecco, quindi i votanti di Trump ci sono anche qui, a Manhattan. Non so perché non li ho mai incontrati. Forse frequentiamo luoghi diversi. Loro, nel primo caso, frequentano i ristoranti sulla Quinta Strada, oppure certi diner sudici di Chinatown. Io vado da Trader’s Joe. Oppure vanno ai party all’Hotel Plaza — per altro, proprietà di Donald — oppure a certi concerti metal negli scantinati lungo la East Broadway. E io sono culo e camicia con il Lincoln Center, la Cooper Union, posti in cui non sempre trovi la cultura — a volte c’è anche la scopiazzatura della cultura — ma in cui ci sono altissime possibilità di trovarla.

Tornando allo Stato di New York, io lo vivo settimanalmente, grazie al corso che insegno al Mercy College. Quando insegni, dai per scontato — sic, io ho dato per scontato — di trovarti in un contesto democratico, liberale, progressista. Cos’è la scuola, se non questo?
Cantonata numero due.
La scuola, qui in America — ma forse non solo in America — è una questione politica. Il Mercy, per esempio, è cattolicissimo di nascita, e privato. I suoi 66 acri sono stati trasformati in college dall’ordine delle Sorelle della Misericordia — Mercy, appunto — nel 1950. Mi si dice abbia anche un ottimo rapporto qualità-prezzo, sempre nei limiti degli standard di questo paese, in cui, ricordiamolo, la retta annuale media in un’università media si aggira intorno ai 30.000 dollari — alloggio, libri, sopravvivenza esclusi.
Gli studenti che popolano il Mercy arrivano da ogni angolo dello Stato di New York. Quindi, presumo, anche da Margaretville, Dover Plains, Mahopac, New Marlborough. E presumo abitino in casine con la porta a zanzariera. E guidino dei pickup.
Quelli, i pickup, li vedo parcheggiati nel parcheggio del campus.
Ogni volta che vedo un pickup, io penso brutte cose, e questo è sbagliato, sbagliatissimo. Ma con i pickup entra in gioco il fattore cinematografico. E pensi immediatamente a “Boys Don’t Cry”, al whiskey chimico che i trogloditi redneck si preparano con alambicchi di fortuna in cantina, e che poi consumano tracannandolo da vasetti di vetro — quelli dei cetrioli o delle conserve — e con cui si corrodono, verosimilmente, pareti intestinali e smalto dentale.
Ogni volta che vedo un pickup in questo paese, il brivido che provo è minimo, quasi impercettibile. Ma, seppur minimamente, lo percepisco.

Un paio di settimane fa, ho assegnato il compito che mi piace molto assegnare e che ormai conoscete bene.
Cerco di farlo fare a tutti i miei studenti. Sia perché è un ottimo esercizio dal punto di vista grammaticale. Sia perché questo mi permette di capire che tipo di soggetti, questi millennial nordamericani, considerano meritevevoli di ammirazione e di disprezzo. È un ottimo modo per conoscere il tessuto sociale su cui cammini.
Al solito “descrivi una persona nota — VIP, sportivo, politico, attore, personaggio televisivo o storico — che ti piace”, questa volta ho affiancato l’esercizio inverso “descrivi una persona nota — VIP, sportivo, politico, attore, personaggio televisivo o storico — che non ti piace”.
In questo modo, loro lavorano sui contrari. E io espando la conoscenza del tessuto sociale 😉
Tra parentesi. In classe, poi, ho riscontrato con non poco piacere che la maggioranza voleva leggere il secondo, il personaggio che non piace. Alla base di questa scelta c’è la stessa spinta che ci muove verso “L’inferno” di Dante, e che ci allontana da “Il paradiso”.
Il sordido ci attira sempre più del candido.

Escono nomi che non conosco. Allora gli studenti mi spiegano chi sono. E noto quanto a loro piaccia spiegarmi le cose. Diventare loro, per una volta, professori. Cerco di farlo il più possibile perché così capiscono che anche i professori sono sempre un po’ scolari.
No perché ditemi voi se avete mai sentito Devon Boucher, Kevin Durant, Joel Birch, Kéké Wyatt. Magari voi li avete sentiti. Io no.

Samantha è assente il giorno di consegna e lettura in classe dell’esercizio. Me lo porta la settimana dopo. Bene, brava Samantha, dico fra me e me, che non hai usato l’assenza per risparmiarti l’esercizio.
Una volta a casa, tiro fuori i compiti da correggere, e ritrovo il lavoro di Samantha, che vi riporto, così come mi è stato consegnato, errori inclusi — qui trovate la copia cartacea.

Il presidente degli Stati Uniti è Donald Trump. È stato eletto nel 2016. Lui è vecchio ma è settante due anni. Lui vive nella casa bianca in Washington D.C. Lui è intelligente e ricco. Anche, lui è imprenditore.

Kim Jang Un è un dittatore della Corea. Lui è grasso ma è giovane. È trantacinque anni. Lui è asiatico, è ricco. Lui è molto aggressivo e non molte persone sono come lui.

Ed eccolo qui, il primo soggetto americano che, nei miei due anni abbondanti di residenza negli USA, mostra dell’apprezzamento nei confronti del Presidente. E lo mette pure nero su bianco.
Per me questo è un documento d’incalcolabile valore. Finalmente, nero su bianco, il perché. Niente dissimulazioni, niente giri di parole. Finalmente, la prova madre, prodotta dalla malefica innocenza di Samantha.

Da notare anche la scelta del personaggio non apprezzato. Kim Jang Un. Manco a farlo apposta, il rivale numero uno di Trump.
Oltre alla scarsa fantasia di Samantha nella scelta di una coppia ovvia — sarebbe stato come scegliere Harry Potter e Voldemort, Don Camillo e Peppone — questo ci permette di dire che sì, i supporter di Trump esistono. E sono individuabili. Persino su carta.
E sono anche studenti, giovani, quelli che dovrebbero essere generazionalmente, storicamente, contro l’establishment e chi lo gestisce.

A onor del vero, c’è da dire che due dei miei studenti, la settimana prima, avevano scelto — e letto in classe — Trump come personaggio detestato.
Mi chiedo cosa sarebbe successo se Samantha fosse stata presente il giorno della lettura, se avesse letto la sua descrizione, dopo la lettura degli altri due studenti. Immagino l’imbarazzo. Ma mi piace anche immaginare una magnifica zuffa — verbale, per carità, niente mani — tra la fazione anti-donald, e Samantha, la shampista trumpista — per quel che ne so, Samantha non fa la shampista, ma il suo nome, evoca, almeno nel mio immaginario inequivocabilmente cliché, doppie punte e colpi di sole.

Mi è anche sorto un dubbio.
La settimana prima dell’assegnazione dell’esercizio, avevo fatto una battuta su Trump. Non ricordo bene cosa avevo detto. Ma qualcosa di non troppo irriverente o sfacciato. Giusto una battutina ironica, che ricordo, scatenò l’ilarità generale. E ricordo — la ricordo chiaramente — l’espressione interrogativa sul viso di Samantha. Un volto serio, scuro, che risaltava in mezzo agli altri visi illuminati dalle risate.
In quella frazione di secondo, davanti allo sguardo corrucciato della ragazza, mi sono sentita a disagio per quella battuta, per quanto -ina. Ma poi, la frazione di secondo dopo, ho pensato che io non avevo nulla da nascondere. Che non avrei nascosto certo le mie idee perché ero e sono un professore. Cosa siamo, nel fascismo?  
Perciò, quando ho letto il compito di Samantha, dopo lo sbigottimento iniziale — il nero su bianco, anche se sgrammaticato, fa il suo bell’effetto shock — ho collegato le sue righe con la sua espressione seria in classe davanti alla mia ironia.
I should have seen it coming.
Avrei dovuto prevederlo.
E se questo fosse il modo della ragazza di farmi capire che lei, Trump, lo apprezza, e che la mia ironia non è cosa gradita?
E se così fosse, io dovrei mettere un freno alla mia ironia, perché una millennial apprezza una sciagura travestita da milionario travestito da presidente?
Dovrei censurarmi?
Ho come l’impressione che questo non rientri nelle mie intenzioni. Né ora né mai.

A ogni modo. Samantha, shampista o meno, studentessa di sicuro, è la prima trumpista dichiarata dal 2016.
Una donna.

Fu*k.

Ieri sono stata nell’East Village, al Village East Cinema, a vedere il bizzarro ma intrigante “To Dust” di Shawn Snyder.

Premiato al TriBeCa Film Festival con il premio del pubblico e il Best New Narrative Director Award, ci presenta Shmuel, un cantore chassidico, nello stato di New York, alle prese con la morte prematura della moglie. Schmuel non riesce a farsene una ragione. Soprattutto, non si dà pace sul futuro che attende il corpo della moglie. Come si decomporrà? Quanto tempo impiegherà? L’anima della moglie soffrirà per lo sfacelo a cui le sue spoglie andranno incontro?
Angosciato da tutti questi dilemmi, e incapace di trovare conforto nella religione, Schmuel si rivolge ad Albert, un professore di scienze presso il Community College di Newhempsted — interpretato da Matthew Broderick. Tra i due si instaura uno strano rapporto di amicizia, o collaborazione: spinto da spirito scientifico e da compassione, Albert asseconda i piani del tutto insoliti di Schmuel, che coinvolgono il furto, l’omicidio e la sepoltura di un maiale (!) per calcolare quanto tempo impieghi a decomporsi, rispecchiando, pertanto, “l’iter” della decomposizione del corpo della moglie. Coinvolgono anche una visita a un centro per l’inumazione degli esseri umani a scopi antropologici dall’altro lato del paese.

Bizzarro è l’aggettivo che ho usato per introdurre il film. E lo è. È una via di mezzo ben riuscita, nella sua ibridità, tra necro-commedia e dramma, in cui si gode sia dell’una che dell’altra.
Struturalmente, il film comincia nel dramma: il cadavere pronto ad essere inumato della moglie, il dolore di Schmuel, quello dei due figli, il tutto, però, senza strilli prefici o sceneggiate. Siamo pur sempre nello Stato di New York, e il dolore è una faccenda tutta interiore.
Man mano che il film procede, e che il sodalizio con Albert si sviluppa, il film tocca anche la sponda del buddy-movie, molto sopra le righe e senz’altro fuori dagli schemi classici del genere che vede una coppia o più di amici far fronte a degli ostacoli e giungere a una sorta di lieto fine.

In “To Dust”, una sorta di lieto fine è raggiunto. Schmuel comincia a farsene una ragione e a tornare a sorridere ai figli. Ma il film lascia volutamente aperti grandi quesiti esistenziali. Il nostro corpo è davvero nulla? C’è una qualche relazione fra l’anima e il corpo privato della vita? L’anima è 100% indifferente alle barbarie della decomposizione?
I due attori funzionano molto bene insieme, specie Matthew Broderick.
Per una che lo ricorda nei panni dell’adolescente Ferris Buller che marina la scuola sulle note di “Twist and Shout” in “Una pazza giornata di vacanza” — opera seminale della cultura teen-pop degli anni ‘80 — per una che lo rivede poi qualche anno dopo in “Ladyhawke”, a managgiare falconi e Michelle Pfeiffer, ritrovarlo qui, certo imbolsito, certo incanutito, ma sempre con quel qualcosa da simpatica canaglia che dona ad Albert una vitalità altrimenti lontana dal suo personaggio, be’, mi ha fatto molto piacere — immaginare lui, Matthew Broderick, in qualità di marito al fianco di Sarah Jessica Parker da vent’anni, mi fa sempre strano, come se i due non ci azzeccassero niente, ma invece, alla fine, in qualche modo, ci azzeccano.

Del film è anche godibile il ruolo dei due figli di Schmul. Si convincono che l’anima della madre sia entrata nel corpo del padre sottoforma di Dybbuck — nella tradizione ebraica, il Dybbuck è un’anima vagante in grado di possedere gli esseri viventi — e implorano affinché lasci il suo corpo e gli restituisca il padre di una volta.

Si ride. Mestamente, ma si ride. E soprattutto, non ci si sorbisce alcun tipo di morale. Tra scienza e religione sembra non esserci né vincitrice né vinta. Entrambe offrono delle spiegazioni troppo misere, mai completamente soddisfacenti, che costringono a cercare nuove strade, come Schmul, per rimpolpare di sostanza risposte troppo scarne. Forse, quello che capiamo, alla fine, è che ogni dolore — così come ogni cadavere — è singolo, specifico, particolare: varia al variare del individuo/corpo coinvolto.

Si apprezza anche l’equilibrio della storia, che non cade mai nella commedia o nella tragedia, ma che cammina per 90 minuti sul filo in mezzo, senza un’esitazione. E non è affatto facile, camminare per 90 minuti tra quei due abissi, trattando temi scomodi come il dolore, e tabù come il destino del corpo dopo la morte, indubbiamente uno dei più grandi tabù della nostra società.  

Se arriva in Italia, e avete voglia di qualcosa di qualità e fuori dagli schemi, “To Dust”, è il film per voi.

E anche per stasera, Fellows, è tutto.
Frunyc IV laggiù, questi sono tanti ringraziamenti, e lì, proprio lì, trovate i saluti, categoricamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More