Let’s Movie 400 (400!) da NYC commenta “COLD PURSUIT”/”UN UOMO TRANQUILLO” di Hans Petter Molland

Let’s Movie 400 (400!) da NYC commenta “COLD PURSUIT”/”UN UOMO TRANQUILLO” di Hans Petter Molland

Male, Moviers,

un male di quelli intercostali. Di quelli infantili, di quelli che sentivate quando eravate bambini, cadendo per terra mentre i compagni vi guardavano, quindi il male si accompagnava alla vergogna, e la sensazione complessiva aggiungeva un’altra sensazione. Quella di sparire dalla faccia della terra in quell’istante. Così tutti avrebbero pianto la vostra scomparsa, e si sarebbero scordati la caduta, la figuraccia.
Mi capita di sentirmi così domenica scorsa.

Domenica scorsa l’America, come ogni inizio di febbraio, si è fermata per quattro ore davanti al Super Bowl.
Per noi non-americani, l’evento non suscita interesse. O magari ad altri non-americani che non sono io, lo suscita, ma io, davanti al football americano, reagisco solo pensando a quel grande Al Pacino che fu in “Ogni maledetta domenica”.
Fiuto Super Bowl ancora una decina di giorni fa, allorché Valerie, una studentessa della mia classe di adulti alla Columbus Citizens Foundation, alla richiesta “descrivi un VIP, uno sportivo, un attore, un personaggio storico o letterario a tua scelta e non dire il nome così lo indoviniamo”, lesse la sua descrizione. Trattavasi di Tom Brady, un ussaro che fa il quarterback nei New England Patriots, e che ha vinto, unico della storia, sei Super Bowls.
Tutti gli altri studenti hanno indovinato immediatamente.
Io sono rimasta zitta, tagliata fuori dal momento di bonding americano.
Per fortuna, la buon’anima di Richard, altro studente senior, mi ha piacevolmente stupito prendendo come personaggio Quasimodo de “Il gobbo di Notre Dame”.
Questo episodio mi ha fatto capire che il football americano, e nello specifico il Super Bowl, non è solo robaccia da maschi, il classico rito targato Alfa, con un gran divano come altare, junk food e barilotto di birra a far da contorno. No. Ci sono anche le donne in mezzo. Lo guardano anche loro, il Super Bowl. Oscure rimangono ancora le ragioni che spingono le americane a guardare 22 giocatori correre dietro una palla scomodissima, nella speranza di farla atterrare di là da una linea.
La partecipazione femminile è documentata nel party che Bob è solito dare ogni anno per il Super Bowl — una tradizione decennale o più.
Avevo partecipato anche lo scorso anno, nel bel mezzo del mio trasloco da Harlem. L’intento, lo scorso anno, era quello di capire le regole del gioco, di passare per la miglior housemate che Bob si fosse scelto e, nella migliore delle ipotesi, stringere qualche amicizia. In fondo avremmo condiviso una casa.
Lo scorso anno fu una serata lunghissima. La partita durò quasi quattro. Rimpiansi i rigori — il doppio senso mi è fausto — dei nostri cari Mondiali. E alcuni invitati si sforzarono di dipanare il ginepraio di regole che fanno del gioco più facile del mondo — bring the ball home, boy! — il più complesso della storia dello sport — dopo la rogna del baseball, naturalmente.
 
Lo scorso anno, finsi magnificamente di capire e incamerare le regole. Un’interpretazione da Palma d’Oro. Non pensai, stolta me: “Il Super Bowl è come le tasse, come il Natale, arriva ogni anno, e ogni anno che passerai in questa casa te lo dovrai sorbire”.

Appena torno dall’Italia, Bob m’informa di tenermi libera domenica 3 febbraio. Io, colta alla sprovvista, rispondo con un “Sure”, che poi mi sono dannata l’anima a “ritoccare”. Questo perché, come dicevo, l’America si ferma. Nessuno se la sente, di far concorrenza al Super Bowl con dei grandi eventi collaterali, nemmeno a NYC.
Il MoMA è giunto in mio soccorso. Santo.
Alle 4:30 pm del 3 febbraio, la programmazione cinematografica del MoMA ha previsto “Poetry” un film di Lee Chang-dong, che avevo perso nel 2010 in Italia.
“Poetry” è un film coreano. E i coreani — Dio, li abbia in gloria — sono soliti fare film eterni. “Poetry” dura la bellezza di due ore e 28 minuti.
Visto che era una mite domenica di finta primavera, prevedevo di tornare a casa dal MoMA a piedi — una passeggiatina dalla 53esima Midtown alla 111esima West Side prende un’oretta e quaranta minuti abbondanti — e contavo di arrivare a casa verso le 8:15 pm. Super Bowl cominciato da due ore.

Quando informo Bob di questo piccolo cambio di programma, storce il naso e brontola qualcosa sull’insalata che avrei dovuto preparare — che lui aveva deciso che io preparassi. Il party, come tutti i party del mondo anglo, è potluck: tutti si porta qualcosa.
Io, con calma zen, lo rassicuro: easy, Bob, easy, arriverò in tempo per fare la brava housemate, l’insalata sarà pronta in frigo e aggiungerò anche dei Forrero Rocher, toh.
Bob raddrizza il naso, ma troverà il modo di farmi sapere che “Poetry” è anche disponibile su Canopy — Canopy è una piattaforma della NY Public Library a cui avete accesso a milioni di film.
Io, con calma iper-zen, rispondo che i film, i veri amanti del cine, li guardano al cine, ogni volta che ne hanno la possibilità. Santo MoMA me ne dava la possibilità.
Ho sperato che non avesse altro da ribattere perché l’iper-zen non è illimitato.

Ma capisco Bob. Insiste perché gli piace avermi lì, condividere con la sua cerchia l’esotica che si è scelto per coinquilina. E sono ben lieta di essere condivisa. Ma quatttro ore di Super Bowl, è un prezzo altissimo da pagare. L’esotica passa a nevrastenica.
Il fatto è che non si può parlare molto, durante la partita. O meglio, si cominciano i discorsi, ma poi vengono interrotti sistematicamente dal gioco. E a me fa tristezza, una tristezza leopardiana, vedermi morire in mano incipit di discorsi interessanti per mano di un touchdown, o di una pubblicità da milioni di dollari.

Tutto va come da programma — raggiungo casa verso le 8:15 pm, il Super Bowl cominciato da un paio d’ore — ma la Provvidenza, ahimè, mi ha punito. Ho fatto la fine dei Malavoglia!
Le due ore e 28 minuti di “Poetry” sono state due ore di puro supplizio: il film si è rivelato una cannata, il tipico film da Cannes — aveva vinto la Palma d’Oro nel 2010 — che piace alla critica e frustra il pubblico.
Precisazione linguistica: una cannonata è un successo riconosciuto, una cannata è un errore premiato sulla Croisette.

Quando arrivo a casa, trovo molta più gente dell’anno scorso. Una ventina di persone, o forse di più.
Un po’ di invitati, soprattutto donne, sono in cucina. In sala, davanti al maxi schermo che Bob ha fatto scivolare fuori dalla sua camera, gli invitati dappertutto. Seduti su divano e poltrone, sedie, in piedi. Due sono persino sdraiati — I mean, sdraiati, non accucciati o ranicchiati — sul pavimento. Questo non tanto per eccesso di sciallo, ma per non impallare la visuale a quelli seduti sul divano.
Io non sono una talebana che ha sostituito “Il Galateo” al Corano, ma lo svacco sul pavimento, impallo o no, non s’ha da fare.
Faccio finta di niente e mi getto nella mischia. Parecchi li conoscevo dallo scorso anno, ma tanti sono nuovi.
Stringo mani, regalo sorrisi.

Sono tutti Upperwestsiders della specie highbrows. Intellettuali. C’è di tutto. Professori della Columbia, giornalisti del New York Times, scienziati, medici. C’è persino un angolo di Broadway con Eleanor Bergstein, regista, produttrice, scrittrice di teatro, nonché la penna da cui uscì la sceneggiatura di “Dirty Dancing” — chissà quanti l’avranno tormentata negli anni proponendole “nessuno mette Baby in un angolo”, quindi ho preferito non unirmi ai chissà quanti, anche se la tentazione c’è stata.
Sono tutti dei PhD, ma anche degli inguaribili sportivi — e badate, vanno dai quaranta agli ottant’anni. Il sabato si trovano a Central Park, in tarda mattinata, e giocano a football. Poi si concedono un brunch, e credo sia il pezzo forte che tutti attendono. Ho sentito dire che è un ritrovo molto ambìto. Farne parte è un lusso.
Bob mi chiede spesso di “join in”. Io ogni volta dico che il football non è sport per italiani. Quanto al brunch, non è sport per me.

Tornando al Super Bowl. In questa edizione rivisitata della morra cinese “Football batte Fruner”, so che devo mantenere brevi le risposte, e non fare domande troppo complesse.
C’è un signore distinto seduto sul divano. Scoprirò che ha ottantadue anni e che si chiama John Maniscalco. Maniscalco!
Potrei ammazzare per un cognome dal suono così nobile dentro un guscio così fabbro.

“So you are really from Italy?”, mi chiede.
Eccerto che sono davvero dall’Italia.
“Molto piacere”, mi dice, sfoggiando un italo-americano alla Joe di Maggio.
Passa all’inglese e mi chiede da dove.
Io gli dico, dal profondo nord.
“Ah il nord! Tutti ricchi!”. Io rido. Immagino che fra un po’ inforcheremo le nostre Vespe e andremo a sprofondare le nostre teste in un piatto di spaghetti al pomodoro…
Mi dice che suo nonno are originario dalla Sicilia.
Mi chiede dove, di preciso, dal Nord. Qualche mese fa era stato in vacanza… E mi mostra, sul cellulare, la foto del museo di Otzi, di Bolzano.
No way!, esclamo io, incredula, fra tutti i musei d’Italia, Otzi — mai visto, peraltro.
Gli spiego che Trento è a un tiro di schioppo.

Mi racconta, in versione Bignami, la storia della sua famiglia. La tipica storia italo-americana.
Il bisnonno arrivò a Ellis Island. La bisononna, no. Aveva un’infenzione della pelle, quindi, furbissima, non partì con lui. Sapeva che l’avrebbero respinta. Allora aspettò quattro mesi e poi partì. Si ricongiunsero, e cominciarono la loro vita qui.
“Can you speak Italian?”, gli chiedo
“No”, mi confessa con rammarico.
Mi spiega. Gli italiani erano visti e trattati malissimo a New York in quegli anni. Gliene dicevano di tutti i colori, e gliene facevano di ogni sorta. I suoi nonni non volevano che i loro figli parlassero l’italiano: era un modo per proteggerli. Quindi parlavano l’italiano fra di loro, ma non con la prole.
I suoi genitori fecero lo stesso con lui. Non gli insegnarono mai l’italiano, ma lui lo sentì volare per casa. E se hai qualcosa che ti vola per casa, un po’ ti rimane sempre addosso.

Questo accade ancora oggi. Luke, un mio studente al Mercy, ha una nonna siciliana. Lui non capisce niente di cosa  dice lei in dialetto siculo, e lei non capisce niente di cosa dice lui in italiano storpio —l’italiano dei miei studenti può dirsi così, storpio.
“I can’t understand a word my nonna says. She gets so mad at me…”
E a me par di vederla, questa siciliana, rattrappita e scura sul suolo americano, incavolarsi con il nipote yankee, come solo le siciliane sanno incavolarsi.

Finalmente la partita finisce. A quanto capisco non è stata un granché. I Patriots del New England hanno vinto per l’ennesima volta.
Se non c’è game, it’s lame, dico io.
Gli ospiti fanno tutti per andarsene appena fischiata la fine. E questa è una cosa che mi sconvolge sempre. Nel momento in cui si potrebbe parlare, scatta il fuggi-fuggi.
Ma cavolo.

In extremis, mi presentano James, il “disaster guy” del New York Times.
Me lo presentano proprio così.
Disaster guy.
“I cover disasters”, mi spiega, con una risata.
Bob mi dirà, l’indomani, che James ha un PhD in astrofisica preso a Princeton, che è stato corrispondente da Baghdad per cinque anni e che ha coperto l’11 settembre, dall’11 settembre 2001, per tutti i due anni successivi.
Tantissima roba dolorosa.

Sentendo che sono italiana, James mi racconta di essere stato a capo dell’inchiesta sul crollo del Ponte Morandi, lo scorso agosto. Di essere andato a Genova, di essere rimasto in Italia per dieci giorni a investigare sulla tragedia, e aver messo insieme la ricostruzione dell’accaduto, documentandola per filo e per segno grazie alle registrazioni di una telecamera di sicurezza, e varie testimonianze raccolte in corso d’opera.
Io mi sento già dentro un film. “Spotlight”, kind of.
Dalle sue parole, e dalle mie domande, mi faccio un’idea di come lavora la macchina del New York Times.
Innanzitutto si muovono in frettissima. Poi si avvalgono di personale sul campo: hanno una corrispondente italo-americana fissa in Italia. Poi, quando c’è bisogno, arrivano dove vogliono, in tempo zero.
Una squadra di Batman, insomma.

Hanno scovato Carmelo Gentile, professore al Politecnico di Milano, che aveva predetto la sventura mesi e mesi prima del crollo del ponto, e nessuno gli aveva dato retta. Praticamente una Cassandra. James e il suo team si sono precipitati a Milano a intervistarlo, hanno messo insieme i pezzi, e se ne sono usciti con questo po’ po’ di articolo — se siete scomodi con l’inglese, l’hanno pure tradotto in italiano
Più che un’accurata inchiesta giornalistica, un vero e proprio rapporto di carattere ingegneristico, investigativo, sociale, umano.
Chapeau.
James spende parole di elogio per i pompieri, gentilissimi: hanno permesso al loro fotografo di salire sulla loro gru e scattare le foto per il pezzo senza batter ciglio.
Parlavano inglese?, chiedo io.
Not a single word, risponde lui.
Io annuisco.
Alcune certezze è bene averle.

Si fruga il cervello per dirmi il nome tecnico del cavo che regge un ponte sospeso, e attorno a cui hanno scritto il pezzo. Non riesce a farselo venire in mente in italiano.
Io lo rassicuro, non importa — non lo so nemmeno io, madrelingua! Ma la dimenticanza gli dà grande noia, si vede.

Mi racconta dell’esperienza con trasporto, ma anche sangue freddo. Si vede che lo fa di mestiere. Si vede che è passato per l’11 settembre.
“Appena abbiamo sentito la notizia ci siamo precipitati. C’era molta confusione quando siamo arrivati. Nessuno sapeva niente, e noi volevamo capire”.
Aggiunge, “We just wanted to see through things… Also because Italian newspapers aren’t really serious, are they?”
Risatina.

Ed è in quel momento, Moviers, che ho sentito il male. Quello misto alla vergogna, al desiderio di sparire.
Non so se sono rimasta interdetta più per la verità che stava semplicemente rimarcando — i giornali italiani non sono seri — oppure per la superiorità inconscia con cui commentava il giornalismo di un intero paese, senza conoscere quel paese se non per averci passato dei giorni da inviato, ma non certo per averlo vissuto degli anni.
Sul mio viso ho sentito tutte le sfumature del rosso farsi strada, dallo scarlatto vergogna, al fuoco rabbia, al rosa decompressione.
Non sono stata in grado di ribattere alcunché. Avrei potuto dire, va be’, non facciamo di tutta l’erba un fascio, via. Abbiamo pur sempre Il Sole 24 Ore — per quanto, lo scorso anno, a un passo dalla bancarotta… Abbiamo pur sempre La Repubblica, Il Corriere della Sera — per quanto più o meno apertamente schierati… Insomma, non siamo solo Il Giornale, Libero, e il Fatto Quotidiano…
E poi dove li mettiamo Montanelli, Biagi, Bocca, Scalfari?
Ma capisco da me che evocare la storia del giornalismo italiano è una tesi che non regge. C’entra come i cavoli a merenda.
Il punto è un altro.

Non ho detto nulla perché, in realtà, non so bene la mole di marcio in Normandia che si cela dietro le nostre testate. Ho sempre preso il giornalismo con le pinze, con estrema cautela. E questo più per ragioni legate al genere in sé che alla politica — la politica aggiunge benzina sul fuoco.
Il giornalismo è cronaca, racconta quello che succede nell’immediato presente. Un’operazione difficilissima. I fatti freschi sono quelli più ardui da mettere in fila con obbiettività. Fare il giornalista è uno dei mestieri più complessi dello scrivere. Da come imposti un periodo, dall’aggettivo che scegli, dai dettagli con cui decidi di alimentare un pezzo, e che decidi di omettere, tu muovi il pezzo — e con lui, il giudizio del lettore — in una direzione piuttosto che in un’altra.
Quindi se un giornalista che lavora da più di vent’anni al NY Times mi dice che i giornali italiani non sono seri, io entro in modalità “esame di coscienza” e infilo un silenzio stampa che perlomeno mi ripara da commenti fuori luogo.

Però c’è un però da dire. Io potrei anche lavorare alle Nazioni Unite da quarant’anni. Avere un’esperienza nella gestione governativa tale da far da consulente alle maggiori società di consulenza intragovernative. Potrei anche scrivere da più di vent’anni per il NY Times e aver coperto una tragedia di proporzioni epiche come il crollo delle Twin Towers. Ma trovandomi davanti a un cittadino di uno stato nel quale mi sono trovato a lavorare, io non mi permetterei mai di dare un giudizio così categorico, così generalizzato, del lavoro di quel paese. Never ever ever.
Da quella domanda retorica — Italian newspapers aren’t really serious, are they? — ho sentito grondare “We Americans do it better”. Orgoglio stelle-e-strisce.
Forse sono io troppo suscettibile. Forse dovrei rassegnarmi al fatto che davvero, in certe cose, Americans do it better. E senz’altro il giornalismo fa parte di quelle cose.

Vedasi, in effetti, quanto segue.
James è andato avanti a spiegarmi che il NY Times ha una parte della redazione che si occupa esclusivamente di dare agli articoli quel “NY Times flavor”, quel tocco che è tipico del NY Times.
Ovvero?, chiedo io.
Per esempio, il NY Times non usa il verbo “to convince” — troppo colloquiale. Il verbo “to convince” viene sempre sostituito con “persuade”.
Oppure ci sono gli addetti ai titoli, perché è opera difficile pigiare quanto più possibile in un titolo, renderlo accattivante e memorizzabile.
Ed è giusto investire su chi sa farlo bene.

È veramente arrivato il momento di andare. James mi saluta, cordiale, sorridente, astrofisico, giornalistico.
Dopo qualche minuto, lo vedo ricomparire.
“Strallo”, mi dice, trionfante, in italiano.
Io lo guardo perplessa.
“‘Strallo’ is the name of the cable that supports a cable-stayed bridge”.
Il nome tecnico per il tipo di cavo che regge un ponte sospeso.

Damn it!
Americans do it better.
 
Questa settimana sono stata all’AMC sulla 68esima and Broadway a vedere “Cold Pursuit” del norvegese Hans Petter Molland. In italiano uscirà fra una decina di giorni con il titolo “Un uomo tranquillo”, e vi prego di segnarvelo perché, così come “Arctic” la scorsa settimana, questo è un imperdibile della nuova stagione cinematografica.

Sono andata a vederlo sostanzialmente per due motivi.

1) Il protagonista è Liam Neeson. Oltre a stimarlo da sempre come attore, ho incontrato Liam quattro volte, correndo a Central Park. Io corro, lui cammina veloce, di solito accompagnato da una donna. La cosa singolare è che l’ho incontrato due giorni, due volte lo stesso giorno. L’ho visto una volta, poi entrambi abbiamo percorso il loop del parco nel senso opposto, e l’ho rivisto dall’altro lato del parco. Non ci sono dubbi che fosse lui. Era proprio lui. Alto altissimo. Slanciato, un filo emaciato in volto, come ci piace.
Bello sapere di correre nel parco e poter incontrare Liam. 🙂

2) Liam è stato protagonista di un fatto increscioso. In un’intervista, qualche giorno fa, ha raccontato che una cara amica gli confessò, anni addietro, di aver subito una violenza da parte di un uomo di colore. Liam, preso dalla stessa furia cieca che prende anche il protagonista di “Cold Pursuit”, ha dichiarato, candidamente, che gli era presa la voglia di uscire per strada e ammazzare ogni nero che gli capitava a tiro.
Adesso, tutti capiamo che si tratta di un’iperbole, e non di una minaccia razzista nei confronti di tutti gli afroamericani d’America, giusto?? Ebbene, non potete immaginare la polemica che è montata qui! È montata a tal punto che il lancio del film, con tanto di red carpet e interpreti previsto qui a New York, è stato annullato. A nulla sono valse le spiegazioni di Neeson e le sue scuse.
A volte qui si raggiungono livelli di razzo-fobia inquietanti.
Spero che il clamore sollevato dall’episodio, giochi a favore del film, perché il film, si merita tutto il pubblico possibile.

Innazitutto va detto che “Cold Pursuit” è il remake per il pubblico americano — e poi europeo — del norvegese “In ordine di sparizione”, sempre dello stesso regista, Molland, che avevamo avuto la fortuna di vedere al Trento Film Festival di qualche anno fa.
In questo remake, Molland affina il tiro e decide di colorare tutto il paesaggio innevato del set con il nero della black comedy, ma senza dimenticare le tinte colorate di un’ironia che pervade tutto il film.

È principalmente un revenge movie, un film di vendetta, e come tale, affonda le radici nel western storico di Penkimpah e dintorni, ma dato che siamo nel 2019, saccheggia abbondantemente Tarantino e i fratelli Coen, senza tuttavia scopiazzare nulla. Fa come fanno i bravi artisti che interiorizzano la storia dell’arte, e poi se ne escono con qualcosa di nuovo tutto loro, e nella loro opera si rivedono, in qualche modo i maestri, ma non in termini di plagio o scimmiottamento.

Siamo a Kehoe, una cittadina-ski resort tipo Madonna di Campiglio, sperduta sulle Rocky Mountains del Colorado, a tre ore da Denver. Il protagonista si chiama Nels Coxman e guida lo spazzaneve per rendere agibili le strade del paese e l’arrivo dei turisti.
Uomo senza macchia, Nels riceve anche il premio per il miglior cittadino dell’anno di Kehoe. Le macchie cominciano a chiazzargli coscienza e fedina penale dopo l’assassinio dell’unico figlio, ucciso per meschino divertimento da una manica d’imbecilli della zona.
Da quel momento, la vita di Nels cambia bruscamente. Per vendicare la morte del figlio, si mette sulle tracce dei responsabili, e li fa fuori uno per uno, con l’intento di arrivare in cima alla piramide.
Più inconsapevolmente che consapevolmente, Nels avvia una guerra tra due grossi narcotrafficanti dello stato, il Vichingo, villain di quelli insopportabili — una specie di cumenda milanese tutto elegante, spocchioso, figlio di papà — e il nativo americano White Ball, saggio spietato, ma dalla faccia tenera tenera.

Abbiamo detto che “Cold Pursuit” è principalmente un revenge movie. Principalmente perché tutto ha inizio dalla vendetta di cui ha sete Nels. Ma quella è più una scintilla iniziale che accende un incendio molto più grande di quello che lui o il pubblico si aspetta. Ed è proprio questo, a rendere il film una continua rivelazione. L’inaspettato continuo, e l’umorismo nero che accompagna ogni singolo colpo di scena. È come guardare “Pulp Fiction” da un bar di Fargo, con un grande Lebowski per compagno. Tutto è circonfuso di demenzialità coeniana, e di splatter tarantiniano. Gli scagnozzi di Viking sono gay che si amano di nascosto, oppure balordi con nomi da fumetto — Speedo, Limbo, Santa Claus — e quelli del nativo americano White Ball sembrano dei ragazzini scemi, fotocopie dei grulli fratelli Dalton in “Lucky Luke”.
L’ambiente non ha nulla della cartolina che “ski resort tipo Madonna di Campiglio” potrebbe far pensare. Il paese è sepolto sotto metri di neve. Nels abita in the middle of nowhere mountain, e gli hotel a sei stelle, tipo il Moncler Resort che ospiterà il gran capo White Ball, sono popolati dalla fauna di turisti che popolano di solito le Aspen di tutto il mondo, e qui il regista, in un unico piano sequenza sui visi dei clienti in attesa nella hall, ci regala un’istantanea del nostro contemporaneo vacanziero versione invernale. Sciatori maniaci, sciatrici una tantum solo per indossare l’outfit da sci, teenager sovrappeso annoiati. Anche solo questa carrellata vale il biglietto.

E sempre l’ambiente, che è tutto fuorché accogliente, è memore del tarantiniano Wyoming con la Locanda di Minnie in cui transitano gli Odiosi Otto, gli Hateful Eight, sprofondato in una neve infinita. Una neve dell’anima, direi se non mi si scambiasse per Marzullo.
“Cold Pursuit” funziona dall’inizio alla fine, in un crescendo di comicità dark che non ti aspetti all’inizio — nonostante certe ilari avvisaglie: una barella che impiega minuti ad essere issata, e su cui riposa il cadavere del figlio di Nels, oppure il montacarichi di un camion carico di cadaveri.
Non te lo aspetti perché il film comincia con il quadretto felice —Nels, moglie, figlio — che viene infranto quasi subito. Il figlio muore e la moglie se ne va di casa, facendo trovare a Nels una busta. Il biglietto, dentro la busta, comicamente-coenianamente lasciato in bianco.

Allora, abbiamo detto, andate a vederlo. Non rimarrete delusi.

E anche stasera abbiamo fatto una certa. Dovrei essere più stringata. Dovrei, ma non è che devo
😉

Ringraziamenti vivissimi, Frunyc IV aggiornato con le foto della mostra — la prima! — su Lucio Fontana al MET Breuer, e saluti, stasera, penosamente cinematografici.

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