LET’S MOVIE 401 da NYC commenta “RUBEN BRANDT, COLLECTOR” di Milroad Krstić

LET’S MOVIE 401 da NYC commenta “RUBEN BRANDT, COLLECTOR” di Milroad Krstić

Fine and Mellow, Fellows and Moviers,

è una canzone della regina Billie Holliday. Credo di avervela già menzionata per via di “mellow”, aggettivo che se la vede, nella mia personale classifica multilingue degli aggettivi preferiti, con “pestifero”, “hochmutig” e “gut-wrenching”.
Quella canzone uscì nel 1939. Justin Bieber dormiva ancora nella notte dell’inesistenza, con le sue citazioni bibliche, i suoi tatuaggi molesti. La canzone è il lamento di una donna, il cui uomo è un vero mascalzone. Di più di mascalzone. The lowest man I have ever seen, specifica Billie. L’uomo più basso mai visto — basso non nel senso di tappo, nel senso morale, il ché, concorderete, è molto peggio. Il classico gagà che la tratta d’inferno — awfully. E lei se la prende pure con l’amore e dice che ti può far fare le peggio cose, le cose che sai che sono sbagliate. Però, alla fine, quando lui comincia ad amarla, lui è so fine and mellow.

Mi viene in mente questa canzone mentre cammino nel cuore di TriBeCa.
Quando si dice TriBeCa, si pensa a Bobby De Niro e al Film Festival. Ma in realtà c’è ben altro. Se SoHo per South of Houston, e NoHo per North of Houston, TriBeCa sta per “TRIangle BElow CAnal”. Canal è una lunga arteria che traccia il sottopancia di Lower Manhattan, marcando il confine sud di Little Italy e il confine nord di China Town.
È un quartiere che ricorda quella New York post-Probizionismo e pre-Second-World-War, che porta con sé case di mattoni molto elaganti, modanature Art Deco, scarpe da jazzman vaniglia e cioccolato, e donne magrissime dentro vestiti di lamè. Però, se alzate giusto giusto la testa davanti a voi, scendendo lungo West Broadway, vi svetta davanti la Freedom Tower, ai cui piedi giace, mesto, il World Trade Center. E il presente del terzo millennio spazza via il passato del ‘900.
Percorro un tratto di Varick Street, e come faccio ogni rara volta che scendo alla fermata di Franklin Street — una fermata notevole, tutta ricoperta da simil pietruzze in simil porfido multicolor — passo davanti alla Hook&Ladder 8, la stazione dei pompieri che fu il quartier generale degli Acchiappafantasmi.
È molto sciocco, da parte mia, passarci ogni volta, anche perché non c’è molto da vedere, se non due divieti che imprigionano due ectoplasmi, stampati sull’asfalto, all’ingresso.
Eppure ogni volta mi fermo e penso a Egon e Peter, sia in versione cinematografica che cartone animato. Penso alle trappole acchiappafantasmatiche che da piccola, nell’era pre-Google, avrei voluto sapere dove si potevano comprare. E se sì, come convincere mia madre a comprarmene una, per la mia salvaguardia, ma certo anche per la sua.

Mi infilo in Moore Street, una stradina che ricorda l’Europa, con quell’unica corsia, quella pavimentazione di pietre rettangolari, e soprattutto quell’andatura da strada non-americana, obliqua. Dopo miglia e miglia di graticola statunitense, l’incastro perfetto ma ripetitivo di Streets e Avenues, finalmente, una stradina che pratica la trasversalità.
Di lì proseguo un pezzo lungo la West Broadway, apprezzando non solo i 13 gradi di una sera di febbraio, ma anche l’inspiegabile assenza di traffico. Attraverso senza badare alle macchine, e guardo il susseguirsi di ristoranti eleganti illuminati a candele, e diner retrò fasciati di acciaio con le insegne al neon rosso ciliegia.
Infine eccomi sulla Sesta Avenue, davanti al Roxy Hotel.

L’edificio deve molto alla sua posizione nel cuore di un triangolo, i cui lati sono costituiti dalla Sesta Avenue, da Church Street e da Walker Street. Personalmente amo molto questo genere di forme, quei corpi architettonici che si sviluppano per il lungo, come il Flatiron Building, che parte stretto stretto, e poi via via si apre. È come un uccello: la parte anteriore sottile per bucare l’aria, e poi il corpo più solido, per dargli stabilità — il complesso finale contiene il mistero dell’aerodinamica.
Il Roxy è un edificio del 19esimo secolo, ripreso in mano e reso molto cool all’inizio del 2000. L’insegna al neon, gli inserti luci neri, le porte a due battenti in legno e vetro: Billie Holliday potrebbe uscirvi da un momento all’altro, non fosse impegnata a cantarmi in testa.

È un mio amico italiano, in città per lavoro, che m’invita ad ascoltare un po’ di musica al Roxy. Porta l’Italia con sé perché l’invito mi arriva praticamente un’ora prima dell’inizio. Una cosa che i newyorkesi non farebbero mai, nemmeno se costretti da un machete. I programmi si organizzano con largo anticipo in modo da permettere di inserire l’evento in agenda, e, congetturo, di prepararsi psicologicamente all’evento. Tutto richiede energia e commitment a New York. Ti devi mettere nell’ordine delle idee. Anche per una cosa super fun.

Sono a zonzo in zona Midtown, e non ho nulla in programma. Accetto volentieri l’invito e scendo a TriBeCa.
Per altro. Coincidenze. Una settimana fa, scopro che il Roxy Hotel non è solo famoso per la sua allure anni ’20, ma anche perché al suo interno ospita un cinema, in cui alterna la proiezione di film d’essai e successi mainstream, oltre a organizzare incontri con registi/autori e altro guduriame simile, tra cui — tenetevi forte — la proiezione della Notte degli Oscar in diretta, domenica prossima.
Sull’onda dell’entusiasmo da scoperta dell’America, mi sono prenotata immediatamente un posto: il primo anno di vita a New York ho visto gli Oscar al Samsung 837 a Chelsea, il secondo anno al Metrograph nel Lower East Side e quest’anno toccherà al Roxy Hotel di TriBeCa. L’idea è di girare quanti più quartieri possibile con la scusa di condividere la notta che celebra il cinema. 🙂

Abbiamo già detto delle coincidenze. Però, ri-passatemi lo stupore. Di tutti i posti in cui si suona musica dal vivo a New York — si aggireranno intorno ai 4000 locali, tra sale con ingressi da $200 e scantinati con probabile, se non garantito, contagio colerico — il mio amico sceglie proprio il Roxy Hotel.
Io come sempre vedo le mani magiche maneggiare dietro la mia vita, e me la rido.

Dentro, il Roxy, è persino meglio che fuori. I tavoli del ristorante sono sparsi nella sala centrale, e alcuni di loro confluiscono anche nel bar, il Paul’s Cocktail Lounge, una specie di isola più appartata, sulla sinistra, ma sempre comunicante con il mare locale fuori. Sulla destra, c’è un palchetto, ma non è un vero e proprio palco, nulla di rialzato. C’è solo un tappeto che delimita l’area dei musicisti.
In fondo, basta davvero poco per fare un palco: non serve nemmeno l’altitudine.
Le sedie, al Roxy, esistono in esemplari limitati. Si sta seduti in poltrone e divani di pelle. Il che rende la permanenza all’interno, un momento di comodità, non solo di convivialità.

Sopra di me, e questo è ciò che rende il Roxy davvero speciale, partono tutti i piani dell’albergo. È come trovarsi in uno di quei vecchi caseggiati romani, o anche milanesi, in cui, sul cortile centrale interno, davano i quattro lati dell’edificio, con le porte dei singoli appartamenti. Il Roxy funziona esattamente così. Volendo, dai balconi superiori, gli ospiti dell’albergo, potrebbero affacciarsi e guardare cosa succede giù nel cortile, popolato da tavoli e dal palco con la musica.
Sollevo ripetutamente gli occhi durante la serata, ma nessun ospite si affaccia.
Che peccato, penso ripetutamente. Io, fossi un ospite, passerei molto tempo con le braccia conserte appoggiate sopra la balaustra, il mento appoggiato sopra di loro, a sbirciare le formiche umane di sotto.
C’è qualcosa di hitchcockiano in questo tipo di struttura. Non so dire di preciso cosa, ma c’è. “Psycho” e “La finestra sul cortile” sono entrambi presenti. Forse perché nel primo, la camera d’albergo è così indimenticabile. Forse perché nel secondo, lo sguardo del protagonista — e dello spettatore con lui — fa di lui — e di noi — voyeur privilegiati e un po’ complici.
Forse anche per via di “Vertigo”.
 
I clienti sono eterogenei, e non ho modo di sapere se siano ospiti dell’albergo, oppure semplici avventori, come io e il mio amico. Aprire l’hotel ai non-ospiti è un gesto di democrazia mosso dal tornaconto economico, naturalmente. Ascolti la musica e consumi, naturalmente. Ma non c’è un biglietto d’ingresso, almeno, al piano terra.
Ho saputo che nel piano interrato c’è il Django Jazz Club. E chissà se invece lì, l’ingresso è a carico del contibuente.
Anche i camerieri sono eterogenei. Li osservo con attenzione quasi maniacale — sarà il fantasma di Hitch che mi spinge a catturare ogni dettaglio, ogni cosa possibilmente sinistra.

La cameriera che ci accoglie — quella che qui si chiama hostess — è una di quelle bellezze diesel. Diesel non di Renzo Rosso. Diesel nel senso che impiegano un po’ di tempo ad accendere il motore del vostro apprezzamento. Ma poi quando carburano, partono e chi le ferma più.
Ha la testa rasata, i capelli di circa sei millimetri. Un po’ banalmente, la chiamo, fra me e me, Sinéad O’connor — purtroppo non ci sono molte donne famose con un taglio del genere, e il Soldato Jane non mi ha mai fatto impazzire, al contrario di “Nothing Compares to You”.
Ha un viso di una bella forma, e anche il cranio — quando hai solo sei millimetri di capelli, la forma del cranio è essenziale, e fa la differenza. Ha gli occhi molto azzurri, e un rossetto opaco molto rosso. Il contrasto mi piace molto. Sono ghiotta di palloncini rossi incastrati nei rami degli alberi, fra l’azzurro del cielo. Quindi è ovvio che occhi e labbra di questa cameriera mi facciano venire l’acquolina in bocca.
Sinéad porta un tailleur da uomo, giacca e pantaloni. Grigio scuro. Nell’insieme potrebbe considerarsi molto maschia, ma quando si muove, per andare a controllare se c’è un tavolo libero, lo fa con una grazia che solo una donna — o un gay di razza — può sfoderare.
Non abbiamo prenotato — siamo due italiani dell’ultimo minuto, dopotutto. Avverto un’impercettibile contrazione muscolare sul suo viso, ma Sinéad è una professionista e, come tutti i camerieri capi-sala professionisti, reprime e annuisce comprensiva quando rivelate, colpevoli, che non avete prenotato. Sorride un po’ — non troppo, per non illuderci e poi deluderci — e in un bisbiglio, ci offre un incoraggiante “Let me check”.
Torna in un istante. Basta il suo sorriso aperto a farci capire che sì, è tornata vittoriosa.
“This way”, ci fa strada, e ci porta a un tavolo proprio accanto al palco non-palco-ma-comunque-palco.
“Have a wonderful stay”, ci vizia.
Io mi sciolgo in ringraziamenti, ma so che non la vedrò più. Lei è stata il nostro Virgilio. Ci ha accompagnato fino a un certo punto. Ora ce la dovremo cavare da soli nella commedia divina del Roxy.

Il cameriere assegnato al nostro tavolo è gay — e non occorre nemmeno più che dica, naturalmente. Lo si capisce dalla grazia, anche per lui. E poi da un certo modo di portare i pantaloni. Troppo fascianti. E dalla cordialità con ci augura “Enjoy it, guys”, quando appoggia i bicchieri sul tavolo.
Mi chiedo se notare questi dettagli, trarre queste conclusioni, nell’Occidente americano del 2019, sia consentito, oppure se io non stia infrangendo un qualche protocollo tacito ma condiviso per cui è inopportuno — vietato? — dire che dei pantaloni troppo fascianti fanno di un essere umano di sesso maschile un potenziale gay.

Sul palco-non-palco-ma-comunque-palco prende posto la band. O meglio, un trio. Tromba, pianola, e vocalist. La vocalist arriverà più o meno alla trentina e il fatto che interpreti un paio di pezzi dell’amata regina Amy Winehouse non mi deve portare a fare dei paragoni. Certo però, il vestitino attillato di pelle nera da pinup anni ’50, le scarpe con i tacchi, i capelli lunghi e corvini, la carnagione olivastra e un qualcosa nel naso che vagamente ricorda quello di Amy, potrebbero trarmi in inganno.
Poi però quando la vedo sul palco-non-palco-ma-comunque-palco, con la pancia troppo pronunciata, le gambe troppo colonne doriche — che peccato quando la gamba prosegue la sua discesa dal ginocchio al piede senza scrivere quella virgola miracolosa che è la caviglia di una donna — e soprattutto quando la vedo camminare, traballantissima, sui tacchi a spillo — che Amy non avrebbe mai portato senza plateau anti-traballo — l’ombra di Amy se ne va, e lascia questa ragazza con un certo talento musicale, ma non certo la presenza dell’originale.

Accanto al nostro tavolo, un altro tavolo. Quattro donne, oltre i cinquanta, sicuramente non di New York. Direi Vermont. Un posto con del brutto tempo, della neve, considerati gli scarponcini che portano ai piedi, e i jeans anni ’90 che portano addosso, ma senza intenti vintage o reinterpretazioni contemporanee. Semplicemente jeans anni ’90: vita alta, lunghezza corta, tessuto sbiadito.
Continuano a scattarsi selfie, ma evidentemente non bastano. Una di loro ci chiede se siamo così gentili da far loro una foto di gruppo.
Il mio amico si alza e si presta. Ora però succede questa cosa per cui una delle quattro, si sdraia — letteralmente — in braccio alle altre tre sedute sul divano. Il risultato è una specie di hotdog senza pane sopra in cui lei interpreta il wurstel.
In quell’istante penso ai posteri, e a tutte le risate che si faranno, ripescando profili Instagram da questo decennio e vedendo come ci riducevamo.
Nell’intento di rendere la posizione ancora più “sexy”, il suo piede, anzi, il suo scarponcino, urta uno dei bicchieri da Cosmopolitan — fortunatamente vuoti — sul tavolo.
Io vedo tutta la scena al rallentì. Il bicchiere rotola sul tavolino e precipita a terra. Non va in mille pezzi, ma il gambo si spezza, e i pezzi sono più o meno tre, quattro.
Io mi sento a disagio, come ogni volta che si rompe qualcosa in un negozio, o in un luogo pubblico, immaginando quella grossa mano nera che calerà dall’alto e tra un secondo afferrerà il collo del   responsabile.
Alle quattro arzille signore, non frega nulla del bicchiere, né, men che meno, della mano nera che è calata dall’alto e ora sta vagando in cerca del responsabile.
Scoppiano addirittura a ridere.

Arriva prontamente una cameriera. Come se avesse aspettato la scena e fosse stata lì, in attesa del momento.
Questa cameriera è persino più androgina di Sinéad. Certamente più magra. Le guance incavate, gli zigomi affilati. Asiatica. Lei, per me, si chiama, subito, Nikita — ci sono molte donne famose asiatiche a cui potrei pensare per il suo nome, ma il suo fare ninja, fa di lei indiscutibilmente una Nikita. Anche lei indossa un tailleur da uomo, ma diverso da quello di Sinéad. Il suo è in una fantasia Principe di Galles un po’ anni ’80, ma le dona. E il rossetto è rosso e opaco come quello di Sinéad.
Raccoglie il resti del bicchiere e non dice nulla. Ma vedo, oltre l’espressione vitrea del suo viso, che vorrebbe trucidare quelle cinque mezzane giunte da qualche monte o pianura nel mezzo dell’America giusto per farsi scattare dei selfie e diventare l’invidia delle amiche back home, facendole schiattare quando posteranno la loro serata al Roxy Hotel di New York City.
Nikita non finge nemmeno un sorriso. È il ritratto dell’autocontrollo. Anni e anni di lavoro su se stessi per non scoppiare, e trucidare.
Dopo un po’, le mezzane se ne vanno. Una di loro, mentre si allontana dal tavolino, si calpesta la sciarpa. Una bella sciarpa.
Uno scarponcino montano che calpesta qualcosa di morbido e inerme, è l’idea che mi rimarrà di loro.

La serata scorre tranquilla. La musica è quel lounge soft di qualità che si presta sia ad essere ascoltata con piacere, che ignorata del tutto per preferire il dialogo.
Riprendo la metro a Chambers Street. E mentre ripenso a Sinéad, Nikita e alle mezzane del Vermont, mi viene in mente un’altra scena che include una donna, e la affianco a loro, idealmente, sullo scaffale che dedico alla femminilità americana.

Il fatto è successo un paio di settimane fa.
Esco dal Cinema sulla 68esima e Broadway. È tardi, è freddo, sono stanca, ho voglia dei 25 gradi che fanno di casa mia, la Bali dell’Upper West.
Non presto molta attenzione al semaforo pedonale sulla 69esima. O meglio, l’attenzione la presto, ma calcolo male i tempi. Credo di farcela ad attraversare prima che quella macchina che mi guarda con quei fari ancora sufficientemente lontani per essere troppo vicini, ma non poi così lontani, si faccia troppo pericolosamente vicina.
Allora accelero il passo nell’ultimo pezzo di strada che mi separa dalla salvezza del marciapiede. Ma mi rendo conto all’ultimo, che la macchina ha dovuto rallentare, e anche, sospetto, frenare.
In America le macchine non si possono far frenare in alcun frangente, è una violazione del codice civile, non della strada. Se succede, poi succede quello che sarebbe successo di lì a qualche istante

Fra me e me chiedo scusa al guidatore al volante della macchina, un’automobile balcana, o della Russia breznevita. Una Lada. Grigio topo. Scoprirò che si tratta di una guidatrice.
Svolta a destra imboccando la Broadway, accosta al marciapiede, si ferma, tira giù il finestrino e si mette a cantarmene tante, ma tante, ma talmente tante, e con una proprietà di turpiloquio, una profusione di abbinamenti che l’orrore suscitato in me dagli insulti e dagli improperi si dissolve in meraviglia. Come un neo-genitore davanti alla quantità impressionante di cioccolato liquido defluito dal santo sfintere del proprio neonato angelico.
Ci sono situazioni in cui l’orrore dissolve, strabiliantemente, in meraviglia.

Non ho capito ogni singola imprecazione, ma credo di aver afferrato il senso.
Crazy c*nt (la lettera mancante è la U), waddafu*k were you doin’ you fu*king bitch, molti fu*k in ogni sua declinazione possibile, dal gerundio, al sostantivo, al participio presente in funzione aggettivale.
Moltissimi.

Adesso. Io sono colpevole come l’adultera del Vangelo Secondo Giovanni, su questo non c’è dubbio. E certo non esclamo chi è senza peccato scagli la prima pietra. Anzi, mi prendo tutta la pioggia di epiteti che mi rovinano addosso e che, credetemi, picchiano duro anche loro come le pietre.
Quindi, ribadisco, sono in torto. Ma questa donna, Fellows, era una furia fuori di senno.
Io camminavo sul marciapiede, lungo la Broadway, e lei costeggiava la Broadway, procedendo all’andatura del mio passo, strillando come un’ossessa fuori dal finestrino del passeggero.
A un certo punto, dopo aver ripetuto una quantità di “sorry” che credo sfiori il limite massimo di ridondanza consentito dalla legge, e dopo aver visto che la reazione della donna era veramente eccessiva rispetto al danno morale subito, ho cominciato con il “calm down” e “easy”.
Ho appreso che quelle sono due espressioni da non dire a una furia americana fuori di senno.
Ha cominciato a urlare ancora più forte, ancora più improperi. Ringrazio la cintura di sicurezza che la teneva legata al sedile, altrimenti il suo corpo sporto sarebbe stato talmente tanto sporto da uscire fuori dal finestrino, consentendole di prendermi per la gola e far di me polpette.
Meatballs.
 
Non so come sarebbe andata a finire se sul suo percorso non fosse iniziata la fila di macchine parcheggiate lungo il marciapiede, che le impediva di camminare insieme a me, lei su ruote, io su tacchi. Probabilmente avremmo percorso così i tre isolati che mi separavano dalla mia fermata della metro, sulla 72esima.
E poi, meatballs.
Vista l’impossibilità di proseguire, ha dato gas ed è schizzata via.
E lì ho avuto la riprova che era proprio fuori di sé: gli americani medi non danno gas e non schizzano via su una macchina, a meno che non siano attori dentro la pellicola di un film.
Gli americani medi guidano più o meno come i pensionati — pensionati tedeschi, quelli italiani sono pronti al Mugello.
Quindi, ricapitolando. Io avrò anche infranto il codice civile, della strada e dell’onore del sacro suolo statunitense, ma la signora aveva qualche evidente problema di gestione della rabbia.

E questa cosa della rabbia che cova, la sento, in giro. Sottoterra nella metro, sopraterra per la strada. La sento nelle file di persone in coda, che t’inceneriscono con lo sguardo se provi anche solo a sgranchirti un piede e invadi il loro spazio d’attesa. La sento forte e chiara, rossa e fumigante, come un boccone umano nella bocca di qualche dio fuori dalla grazia di se stesso.
Era la stessa rabbia di Nikita, che ha raccolto il bicchiere rotto, al Roxy. Forse era la stessa, ma in versione dissimulata, di Sinéad, verso me e il mio amico e la nostra mancata prenotazione, perché cosa vogliono questi, non sanno che in questa città si prenota tutto?

È la stessa, in linguaggio artistico, espressa dal rapper Childish Gambino in “This Is America”. La settimana scorsa, il pezzo ha vinto il Grammy per la miglior canzone dell’anno — premiazione da lui disertata, insieme a Drake e Ariana Grande, per protesta. E se voi guardate il video — guardate il video — vedete che comincia con un ritmo caraibico-tribale, con Childish che si dimena a petto nudo, e pensate, ecco la solita canzoncina dalle profondità contenutistiche millimetriche compensate dai decimetri quadrati di pelle umana scoperta mostrati in video, che durerà il tempo di un inverno e poi si inabisserà nell’oblio internazionale. E invece, guardate cosa succede al chitarrista seduto sulla sedia al 52esimo secondo, e poi al minuto 1 e 57…

Childish Gambino sbatte in musica la superficialità della società americana — e occidentale? — accompagnandola alla violenza che non smette di dilagare, anche grazie alla facilità con cui è possibile procurarsi una pistola in questo paese e aprire il fuoco in scuole, luoghi di culto, proteste, ecc.
Il modo in cui lo fa è spiazzante e originalissimo. Inaspettato e inquietante.
This is America, reppa Childish, don’t catch you slippin’ up.
Questa è l’America, non farti beccare.
Gambino, come tanti artisti neri, è consapevolissimo che le musichette black possano fungere da macchine da soldi dentro un sistema razzista, e, al contempo, da spensierata valvola di sfogo per le vittime di quello stesso sistema. Ma è consapevolissimo anche che il prezzo psicologico è altissimo, i comportamenti, sempre più schizofrenici e bipolari, la rabbia sempre più forte — vedasi il video: Childish si accende una canna, quasi con indifferenza, ma poi fugge atterrito da un branco di bianchi…

This is America.
Billie Holliday e Childish Gambino.
 
Prima di passare al film, lasciatemi mandare tutti i miei in-bocca-al-lupo a Cuaron e al suo “Roma”, per la Notte degli Oscar 2019. Spero che faccia una strage di statuette, perché già lo dicemmo a ottobre: “Roma” è il miglior film del 2018.
Poi io tifo per “La favorita”, “La Ballata di Baster Scruggs”, “L’Isola di cani” e “Black Panther”. Quest’ultimo, recuperato la settimana scorsa, è ciò che l’Africa avrebbe potuto essere senza colonialismo, il tutto in una trama che tiene benone ed effetti speciali indubbiamente da premio Oscar.
Prevedo, ahimé, qualche statuetta a “Bohemian Rapsody”. È l’effetto isteria-euforia alla “Titanic”, che nel 1998 mandò in tilt tutto il mondo, me compresa — pretesi di ricevere in dono, dall’amore dell’epoca, la videocassetta (la videocassetta!) del film e il CD (il CD!) con la colonna sonora.
“Titanic” fece incetta di Oscar, ma lasciò Leonardo a bocca asciutta.
Personalmente, l’unico Oscar che darei a “Bohemian Rapsody”, lo darei a Freddie Mercury, quello vero. In memoriam.
Temo anche qualche premio per “A Star Is Born”. Speriamo sia solo quello per la miglior canzone, “Shallow”.

Questa settimana, sono stata all’Angelika Film Center a vedere “Ruben Brandt, Collector” dello sloveno Milorad Krstić. Presentato con successo al Festival di Locarno, questa animazione è qualcosa di unico e speciale, e la colloco con cura accanto a “Loving, Vincent”, e fra le tante animazioni che popolano il mio archivio personale.

È un tributo all’arte travestito da crime-story, thriller psicologico e action&heist movie. Il tutto scritto e illustrato con una mano d’artista — Milorad Krstić è, in primis, un pittore — e con un gusto smodato per il citazionismo, sparso su più livelli, quello immediato, quello più nascosto, e quello per intenditori alla Philippe D’Averio.
Non è un caso che la citazione che apre il film sia “Nel mio sogno ero due gatti, e stavo giocando l’uno con l’altro”, dello scrittore ungherese Frigyes Karinthy, che ho scoperto essere il primo ad aver ideato la teoria dei “sei gradi di separazione”. Il film si presenta, in effetti, come un’enciclopedia di rimandi, un organismo in cui tutto, in qualche modo, è collegato.

Ruben Brandt è uno psicologo specializzato in arteterapia.
Il film comincia dentro un suo incubo, al cui risveglio gli sentiamo dire ciò che riassume il suo problema, attorno al quale il film si sviluppa. “I personaggi delle opere d’arte continuano ad attaccarmi.”
Dal suo incubo passiamo a un rocambolesco inseguimento alla 007 in cui la cleptomane Mimì — una Valentina di Crepax incontra Margot di Lupin passando per Catwoman di Batman — sta scappando dal detective Kowalski, dopo aver rubato “il Ventaglio di Cleopatra” al Louvre.
L’inseguimento per le vie di Parigi è come correre per i musei e le gallerie della storia dell’arte, in cui vediamo opere d’arte notissime, note e “quello lo conosco”, “quello di chi era?” piovervi addosso senza darvi un attimo di tregua. Picasso, Matisse, Caravaggio, Van Gogh, Malevich, Mirò, Bosch, Brueguel, Goya, Escher e chissà quanti altri.
Mimì, insieme ad altri quattro pazienti in cura dal dottor Brandt, aiuterà il dottore a guarire dalla sua ossessione. Il piano è quello di rubare i tredici quadri che lo perseguitano nel sonno, e che è un piccolo excursus nella storia dell’arte mondiale, e nella museologia mondiale. Da Botticelli a Warhol, da Velazquez a Magritte a Hopper. Dal Louvre all’Hermitage agli Uffizi.
A dare la caccia a questa improbabile banda di ladri non c’è tanto la polizia, quanto un’altrettanto improbabile banda di gangster — italo-americani, of course — che vuole intascare la taglia appesa sopra le loro teste. Questo si traduce in un inseguimento continuo che inserisce quell’elemento “Ocean’s Eleven” di fuga a rotta di collo, ma ironica, a tratti comica.

Il film è una festa per gli occhi e per il cuore di chi ama l’arte. È evidente che il regista è legato ai dadaisti, ai surrealisti — troverete De Chirico — agli espressionisti tedeschi e russi — troverete Grosz e Dix— alla Pop Art — troverete Roy Liechtenstein oltre a Warhol. Ed è evidente che l’estetica predominante nel modo in cui i personaggi sono rappresentati è di chiara ispirazione cubista-dadaista, avvolta in’atmosfera da noir anni ’30.

Ma “Ruben Brandt, Collector” non è solo un catalogo da sfogliare, un’operazione meramente edonistica di puro piacere estetico. Va a scavare dietro gli incubi di Ruben, e a tirare fuori un passato paterno scomodo e da brivido.
Tranne il detective Kowalski, Ruben e Mimì, i personaggi sono tutti raffigurati con tre occhi, molto spesso due nasi, due profili, tre seni.
Ruben porta sempre due cravatte, una rosa e una viola, in pendant con le scarpe, una rosa e una viola. La frammentarietà del punto di vista cavalcato dalla poetica cubista sembra essere stata assurta, con l’aiuto del regista, al livello cinematografico, infrangendo un’altra barriera, ovvero quella della normo-rappresentabilità dei personaggi.
Due nasi, due teste e tre occhi, può diventare il canone.

I rimandi artistici sono talmente tanti e spaziano talmente in lungo e largo da includere anche il cinema stesso, con Hitchcock — in forma di ghiacciolo, oltre che di omaggio stilistico a “Caccia al ladro” — Eisenstein di “Ottobre”, e per me anche Lynch.

È un’animazione che si discosta dall’amato Myiazaki, specie nello stile, ma che di lui mantiene l’intrusione del lato oscuro nel giorno quotidiano.
A tratti ci si può sentire sopraffatti — too much! — e si vorrebbe rallentare il film per recuperare il nome dell’artista e abbinarlo al fotogramma appena visto e scivolato via. Ma, l’abbiamo detto, questo è anche un heist-movie, e sarebbe stato un peccato — se non uno sbaglio — sacrificare il ritmo serrato in nome della filologia. Il regista sembra dirci proprio questo, attraverso la sua opera: l’arte è tanto, tanto altro, ma anche divertimento.
Estimatori dell’arte e del bel cinema benfatto, non lasciatevelo sfuggire!

E anche per oggi, my Moviers, siete arrivati in fondo.
Vi amo per questo.

Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti sentiti e saluti, irosamente cinematografici.

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