Posts made in Marzo, 2019

Let’s Movie 406 from NYC – commenta “US” di Jordan Peele

Let’s Movie 406 from NYC – commenta “US” di Jordan Peele

Megabus Moviers,

È lui che mi porta a Washington DC. Il Megabus. Fantozzi avrebbe apprezzato. Io ho apprezzato. È la versione americana dell’amato Flixbus, che in Italia mi ha scarrozzato a modiche cifre in giro per il nord del paese. Il concept è lo stesso. Le mete cambiano. Boston, Washington, Baltimora, Philadelphia.
Allora m’imbarco venerdì dalla fermata sulla 34esima e l’11esima Avenue, a pochi passi dall’appena inaugurato Hudson Yards. Immagino avrete visto The Vessel, il vaso spuntato sul davanzale occidentale di Manhattan. In Italia, alcune testate l’hanno erroneamente tradotto con “vascello”, ignorando che “vessel” significa “vaso”. Che è proprio la forma della struttura, tu guarda.
Ve ne parlerò quando l’avrò passeggiato, da fondo a cima e viceversa, per capire quale effetto la sua fisica esercita su di me. Per il momento, vi dico solo che quel color bronzo lucido, mmm, non so se mi convince.

È da quando mi sono trasferita qui che voglio andare a Washington. Ma poi il 9 novembre 2016 è successo l’impensabile, e Washington ha dovuto ospitare l’impensato. Allora ho rimandato il viaggio, guardando al 2020 come la liberazione dall’oppressione e dicendo, categorica, “No, Washington con lui, no”.
Poi mi sono chiesta, e se succede una seconda volta? Non è così impensabile che l’impensabile abbia luogo un’altra volta: qui non si fa che mettermi in guardia.
Perciò, tanto vale andare subito.

E andiamo subito. E al sodo. La Casa Bianca.

Dunque, la incontro la mattina presto, verso le 7:30, sul tragitto della mia corsa giornaliera. La incontro sul retro. Dove ogni tanto i Presidenti si affacciano e parlano con la stampa, quando il vialetto non è impegnato da furgoni che scaricano derrate alimentari, o takeaway notturno, o posta diurna. È così che immagino il vialetto davanti alla facciata posteriore della Casa Bianca — un viavai poco presidenziale e molto operaio.
E, lo crediate o meno, ho trovata il retro più interessante del davanti, il portico rotondo con lo schieramento di colonne bianchissime, la fontana, il prato verdissimo. Tutto molto noto, e molto lontano anche. I cancelli dietro cui i cittadini possono sostare sono molto distanti. Se invece arrivate dal lato nord, quello all’altezza del1600 di Pennysilvania Avenue, la distanza è minima, l’edificio inaspettatamente vicino.
E la Casa, si presenta in tutta la sua modestia. Washington è una capitale nel senso proprio del termine — monumentale, estesa, ariosa. Ma il suo simbolo per eccellenza, è di dimensioni ragionevolmente contenute. O per lo meno, non così sviluppate come ci si aspetterebbe dalla dimora del primo cittadino americano.
Questo non vale per tutti gli altri siti d’interesse storico artistico della città. A cominciare da lui, il Lincoln Memorial, dove un grosso Abraham di marmo sta seduto in poltrona sin dal 1933, ed è sempre lì per tutti, ventiquattr’ore su ventiquattro.

A un certo punto, sulle scale che conducono a lui, verso la cima, è impresso “I have a dream”, il sogno che il Dr King non si stufava mai di predicare. Se voltate la schiena a Lincoln e vi girate, il colpo d’occhio vi riporta in pieno “Forrest Gump”, quando Forrest guadava la vasca d’acqua per raggiungere la sua Jenny in mezzo ai fricchettoni che protestavano contro la guerra in Vietnam. E laggiù, davanti a voi, il Washington Monument, l’obelisco che punge il cielo dal 1888.
Se vi alzate sulle punte e rovistate l’orizzonte con lo sguardo, v’imbattete in Capitol Hill, col secondo simbolo di Washington, il logo di “House of Cards” — il Campidoglio. Tutta questa monumentale estensione si chiama National Mall, ed è lunga qualcosa come 3 km. Se siete degli inguaribili corridori, la maneggiate con scioltezza. Se non lo siete, la città mette a disposizione di cittadini e turisti, dei monopattini elettrici che potete prelevare scaricando una app, e abbandonare in ogni dove. Washington è tutta disseminata di questi monopattini col il cuore elettrico morti sul ciglio della strada.
Erigeranno un monumento anche loro, prima o poi, sicuro.

Perché a Washington, tutto è commemorativo. Ogni battaglia è una scusa buona per mettere qualche generale in groppa a un cavallo e piazzarlo in mezzo a una rotonda. La sensazione è quella del sovraffollamento. Dopo l’incontro con i primi storici cavallerizzi, i cui nomi leggete con intensità pari a dieci sulla scala Minà-Minoli, dopo l’entusiasmo iniziale, l’intensità svanisce, e con lei i nomi dei rispettivi cavallerizzi.

Dovessi nominare un colore, per Washington, direi il bianco. Il materiale, il marmo. La Casa Bianca non è che la madre di innumerevoli strutture create a sua immagine e somiglianza. Tutto molto neoclassico, tutto molto dorico. Anche fascio, se vogliamo proprio dirla tutta. Persino nazi, se posso — Albert Speer andrebbe morirebbe d’invidia.
Se anche voi decidete di arrivare in Union Station, vi vedrete accolti da un’edificio con velleità da Central Station e l’impatto volumetrico della Stazione Centrale di Milano.

Però, se come me deciderete di pernottare a Georgetown, quartiere storico della città, a un passo dalla Georgetown University, un susseguirsi di amorevoli casupole in bilico tra England e New England, in tutte le tonalità pastello —gialline, azzurine, verdine, rosine. Ecco, in quel caso, la grandiosa, fredda monumentalità di downtown Washington è bilanciata dal carattere raccolto e quasi rurale di questo neighborhood a quattro passi dal centro.

Uscendo presto al mattino e percorrendo Pennsylvannia Avenue nel suo tratto pià a nord, prima che vi conduca dritti dritti all’ingresso nord della Casa Bianca, c’è la sensazione di stare in un Far West di lusso, con le boutique di Michael Kors e Balenciaga al posto del saloon e dell’ufficio dello sceriffo.

Si può dire che Washington sia la sorella maggiore e addomesticata del terremoto New York City. Ha l’aria tranquilla di una matrona fieramente adagiata su un triclinio, una cornucopia di muffin al suo fianco. New York, al suo confronto, è una scalmanata che non sta ferma un secondo e trama ogni modo possibile per stare a galla — facendo, nel mentre, tonnellate di dollari.
Washington non si sporca le mani sotto la luce del sole, trama in politica, sottobanco, che è ancora peggio. Ma se non altro la facciata è salva, almeno fino al prossimo Watergate, il cui edificio tondeggiante, ho incluso nelle mie peregrinazioni. Di giorno non fa lo stesso effetto che di sera, con le finestre stranamente illuminate dopo l’orario di lavoro, ma non ho dovuto faticare molto a immaginare plichi di documenti trafugati e gole profonde improvvisamente canterine.

I suoi musei, una nidiata di Smithsonian che la popolano soprattutto lungo il National Mall e dintorni, sono gratis per tutti. E questo va detto e riconosciuto.
In qualità di sorella maggiore assennata, dà il buon esempio. I marciapiedi sono lindi lindi, i canali di scolo non ricordano “It” e la barchetta che attraccava presso la mano artigliata di un clown, i bidoni della spazzatura sono mezzi vuoti e non c’è una cartaccia fuori posto.

Girandola a piedi, mi sono chiesta, ma perché NY non può fare come la sorella?
Poi ho pensato che se NY fosse troppo simile alla sorella maggiore, non sarebbe più NY. E allora, niente, rimaniamo così, e voltiamo gli occhi davanti a certi spettacoli di sconcezza urbana newyorkese.

Ieri sera mi sono spinta a Chavy-Chase — o quando una berlina incontra una banca… — un quartiere a nord-ovest di Georgetown. Mi aspettavo la periferia degradata come certa Brooklyn, certo Bronx. E invece no, sempre lo stesso scenario da Far West deluxe. I ristorantini tutti impeccabili, il diner americano, la banca, un cinema storico. Che poi è il motivo per cui mi sono spinta lassù. L’Avalon Theater è l’unica sala cinematografica no-profit in città, ed è aperta dal 1923. Se si riesce a superare l’odore burroso di popcorn e certi dolciumi con dei colori la cui portata acrilica li rende a tutto diritto dei tessuti, sembra di essere in pieni Anni Ruggenti. La scritta orizzontale al neon color lampone, la facciata nocciola con le modanature beige. Manca solo il gangster con la pupa sottobraccio.
Poi c’è questa abilità di risolvere i dilemmi della toponomastica nominando le strade o come gli ex Presidenti, o come gli Stati della Confederazione, che ti assicura una coerenza generale, suggellata da Constitution Avenue e Indipendence Avenue. Nel caso in cui, “spiacente gli abbiamo terminati”, il pragmatismo americano ricorre alle lettere. Quindi Washington Plaza, Virginia Avenue e M Street.

Però anche le migliori sorelle, quelle più assennate e monumentali, hanno i loro angoli bui.
Un taxista mi racconta di Anacostia, un quartiere al di là dell’omonimo fiume, in cui lui si rifiuta di mettere piede e pneumatico. Arrivato in America dall’Etiopia 15 anni fa, dice una cosa su cui rifletto. “L’America è un grande paese, ma bisogna stare molto attenti: non sai mai come reagirà quello che ti guarda di là dalla strada”.
Io ho preso queste sue parole, le ho raffrontate alla mia esperienza personale e ho visto che non combaciavano. A New York, ognuno si fa gli affari propri. Non c’è questa sensazione di minaccia costante.
Allora forse è meglio la scalmanata New York, che almeno quello al di là della strada non ti guarda nemmeno.

Washington è il parco dei divertimenti dei frequentatori di musei. Gli Smithsonian, della rete museale così chiamata, sono un numero a oggi ancora sconosciuto. C’è quello dedicato all’austronautica, quello alla geografia, quello all’arte degli Indiani d’America, quello alla storia naturale, quello alla storia della cultura afroamericana, c’è lo Smithsonian Institution, lo Smithsonian American Art Museum, la National Portrait Gallery, l’Hirschhorn Museum e, dulcissimo in fundo, la monumentale National Gallery of Art, una bellezza in due corpi: uno che va dall’arte bizantina fino al 20esimo secolo, e l’altro dedicato all’arte del Novecento. Quest’ultimo corpo è uno schianto uscito direttamente dalla mano dell’architetto Iao Ming Pei, nel 1978, quando decise di far parlare l’ala classica del museo con un interlocutore di cemento e acciaio più contemporaneo, e di unirli per l’eternità con un tunnel ombelicale sotterraneo.

Credo di non aver mai sperimentato la sensazione dell’aria e dello spazio e dell’agio in un museo così come nell’East Wing di Iao Ming Pei. Il soffitto è altissimo, i piani sono dislocati in modo da offrire una panoramica sul centro dell’edificio. In cima, una scultura mobile di Calder di dimensioni pterodattili.
Lì, al pianoterra, hanno allestito una stanzetta con dodici Modigliani. Non ho mai visto dodici Modigliani tutti insieme. E quando li hai tutt’intorno, senza nessuno intorno, ti accorgi di quello che finora avevi sempre ignorato.
Con Modigliani finisci sempre per fissarti sui colli delle persone. Perché quello è il suo marchio di fabbrica. Ma se guardi agli occhi dei suoi soggetti, vedi quanto ti dicono di quello che c’è dietro di loro. Spesso sono delle orbite prive di pupilla: mandorle senza mandorla ma ripiene di grigio, di plumbeo, che fanno assumere un’aria alienata e irresistibilmente malinconica al personaggio. Altri occhi sono slavati, vitrei, apparentemente inespressivi. Apparentemente.
Se non fossi stata circondata da dodici tele contemporanemente, non ci avrei mai fatto caso. E nessuno ti spiega mai queste cose, tanto meno le didascalie accanto alle opere.

Chissà se la quantità di bellezza in forma di arte visiva che ho introiettato provocherà delle ripercussioni a livello neurologico. Per il momento, ho rischiato, con dosi massicce di Matisse, Magritte, Vermeer, Van Gogh, Ursula von Ryndingsvard (amatissima!), e sculture epocali, nello Sculpture Garden dell’Hirschhorn Museum.

Poi Washington non è solo Washington. Se attraversi il ponte sul Potomac, il fiume che taglia la città, ti ritrovi direttamente in Virginia. Questa mattina, senza nemmeno saperlo, mi sono trovata direttamente in Virginia. E se sei in Virginia cosa fai, se non passare per l’Arlington Veteran Cemetery, il cimitero dove sono seppelliti qualcosa come 400.000 veterani, oltreché Eisenhauer, Nixon, Kennedy e Regan?

Da sempre ho il pallino dei cimiteri, quindi ci vado. Ovviamente sono in tenuta runner, e siccome non ho modo di portare con me e nascondere un M16, immagino che mi facciano al massimo sfilare sotto l’arco di trionfo del metal detector, e vai che sei pulita, you are good to go. Ma no. Dovo fare la fila ed essere perquisita come ogni mortale con appresso una borsa e quindi, possibile kamikaze. Allora dico ciaociao. In fondo, tre di quei presidenti non m’interessavano in verticale, figurarsi in orizzontale. E al quarto, JFK, rendo grazia ogni volta che vado in aeroporto.

M’interessava invece la distesa di denti bianchi che spuntano dal verde anglosassone. Ogni volta, davanti a quei denti bianchi, penso che ci vuole un nonnulla, anche a livello internazionale, a perdere di vista le priorità della stirpe umana — la sussistenza, la vita. Ci vuole un nonnulla per finire al volante e sotto le ruote della macchina bellica.

Dato che mi si vieta il panorama in maniera tradizionale, me lo trovo in maniera “fantasia”. Come i parcheggi con una ruota sul cordolo del marciapiede e una chissà dove, su per aria.
Prendo una laterale, e faccio un po’ di metri. Arrivo davanti a una recinzione, oltre la quale si stendono centinaia di migliaia di lapidi bianche.
Più facile del previsto.
Sulla recinzione, una ridondanza di cartelli che annuncia “US Property. No Trespassing”.
US Property.
Tranquilli, nessuno vi tocca i vostri morti. Ci bastano i nostri. Venivo in pace.

Prima di finire in Virginia però, mi sono concessa quattro passi, anzi, una scalinata, nella cinematografia.
Imbucati su Prospect St NW e la 36esima strada, s’inerpicano i 75 gradini dai quali è precipitato Padre Karras de “L’esorcista”.
Gli scalini sono diventati un passaggio obbligato per tutti i cinefili, e per tutti i runner che popolano la città — tantissimi. Se siete entrambi, il nirvana, si capisce, è doppio.
Si dice che quando il regista girò la scena, gli studenti della Georgetown University, fecero pagare 5 dollari per chi volesse vedere dal vivo lo stuntman rotolare giù per la scalinata — capitalismo in nuce.

Se sopravvivete a quei 75 scalini — tanta la paura coinvolta, tra lo sforzo fisico e l’inquietudine del film, che ha caricato pesantemente il bagaglio cinematografico di molti appassionati, inclusa la qui presente — se li sopravvivete, vi ritrovate nel cuore di Georgetown.
E siete lanciati in pieno Kent, oppure Oxbridge. Oppure St Andrews, in Scozia. Edifici maestosi di pietra grigio-nera, prati verde di classe “too-Brit-to-be-true” e finestre di legno bianco. Se poi gironzolate un po’ per Georgetown, vi ritrovate in piena anglo-fiction. Con quelle casupoline pastello di cui vi dicevo sopra, a cui aggiungiamo anche dei modelli color rosso fuoco e marrone cioccolato, che ricordano in tutto e per tutto la letteratura. Da Charles Dickens a Louise May Alcott.
Washington è un po’ più mite, meteorologicamente, di New York, quindi le prime magnolie hanno sfoderato il rosa carne della loro divisa d’ordinanza, e i ciliegi il loro bianco timido tremulo. Il quadro con queste casette, con gli alberi in fiore, potrebbe facilmente rientrare nella sala impressionista di qualche museo.

L’impressione che mi ha fatto Washington è positiva, nell’insieme. Anche se tutta questa grandeur, unita alla commemoraizione e all’eccesso di marmo bianco, suona la stessa musica che si suonava in Europa negli anni ’30 e ’40. Marce militari, manie di grandezza, volontà di potenza. E forse, vivere in mezzo a tanta grandiloquenza, porta a diventare grandiloquenti.
E io non vorrei proprio diventarlo. Venerdì sera, appena arrivata, sono stata a vedere “Us” di Jordan Peele, all’AMC Theater di Georgetown.
Ricordate “Get Out!”, l’horror che vinse meritatamente l’Oscar due anni fa per la miglior sceneggiatura non originale? Ecco, il regista è lui.
Visto che ha azzeccato l’opera prima, che ha appena trent’anni, e che ha vinto pure una statuetta, le aspettative della critica e del pubblico per l’uscita di questo secondo film erano altissime.
Dieci proiezioni a giornata, teatro strapieno, sono e prove tangibili dell’interesse suscitato dal film.

Nel prologo una bambina afroamericana si allontana dai genitori al luna park, entra nel tunnel “Find Yourself” — un po’ telefonato, Jordan, permettimi — e sparisce per dieci minuti. Poi ricompare, ma i genitori si disperano. Dio solo sa, cosa può capitare in dieci minuti…
Ed eccola lì, la bambina, trent’anni dopo. Adelaide Wilson ha un marito mattacchione che la ama, una figlia adolescente e un ragazzino. La famiglia modello — abbiente, unita, solare. Li troviamo in viaggio verso Santa Cruz, per passare le vacanze estive nella casa al mare.
Ma Adelaide è inquieta. La spiaggia di Santa Cruz è il posto in cui era sparita da bambina…
Le cose precipitano quando, una sera, compare fuori dalla porta di casa, una famiglia. Madre, padre, una figlia e un figlio — proprio come i Wilson. Indossano una tuta rossa, e portano una forbice d’oro in mano. Sono uguali in tutto e per tutto all’allegra famiglia Wilson.
Quando la famiglia “ospite” prende il sopravvento, cominciano i veri guai. Sì perché sono le ombre delle persone che perseguitano. L’incarnazione della nostra cattiva coscienza — perché tutti, in misura variabile, abbiamo una cattiva coscienza. Il loro scopo è quello di far fuori tutti gli umani, e finalmente, guadagnare la scena, uscire loro alla luce del sole.
Quando Adelaide chiede alla sua presunta ombra “Chi siete?”, lei risponde, “Siamo americani”. E chiaro è l’intento del regista: farci vedere il lato oscuro della società statunitense. E non è certo un caso che il titolo, “Us”, stia per “noi” tanto quanto per “United States”.

Le ombre sono degli emarginati che tramano di ribaltare il sistema. E gli originali, forse alla fine — e con un tocco da maestro di Peele— non sono proprio così originali… E allora non sappiamo più chi sono i cativi e chi sono i buoni. Non possiamo fidarci di nessuno.
I parallellismi con ciò che sta accadendo in politica si tracciano facilmente. Quelli che hanno votato per la Brexit, per Trump, per Salvini, come sono? I populisti sono tutti cattivi? E noi, come siamo? Originale o ombra?

L’aspetto interessante di “Us” è che ogni attore interpreta due ruoli: il personaggio e il suo doppelgänger negativo, quindo lo sdoppiamento è letterale, con due performance diverse poste una accanto all’altra, con un effetto molto inquietante, specie nella prima parte, e grazie anche all’ottima interpretazione di Lupita N’yongo nei panni di Adelaide e del suo alter ego.
Applausi per una delle scene più paurose degli ultimi anni, ovvero la comparsa della famiglia “altra” fuori dal villino dei Wilson. Peele è riuscito a materializzire la minaccia. E l’assenza di via di scampo, e non solo dei Wilson, bensì di tutto il mondo. Ebbene sì perché, tutti gli abitanti della terra — o perlomeno dell’America — hanno un loro doppio assetato di vendetta che vuole far fuori “l’originale” e ribaltare le cose.

Il finale potrebbe avere i contorni di un happy-ending, ma come ogni horror che si rispetti, non ce l’ha. L’epilogo spiega il prologo e ci mostra cosa successe in quei dieci minuti di smarrimento di Adelaide.
E poi propone una chiusa tutta apocalittica, una linea di tute rosse mano per la mano che travalica i confini di Santa Cruz, e va oltre, oltre… Un’ipotesi angosciante, e di notevole impatto visivo.

“Us” è un horror che riflette sulle derive che possiamo prendere con i nostri comportamenti. E la questione razziale, che era stata centrale in “Get out!”, qui è molto più camuffata e indiretta. I Wilson sono afroamericani, ma non combaciano con lo stereotipo della famiglia afroamericana media: sono molto benestanti, senza questione legate al razzismo da risolvere. Sono molto amici di una famiglia bianca che si vedrà perseguitata dalle loro ombre…

Eppure, anche se gli ingredienti singoli ci sono, e l’abilità compositiva c’è — a Peele piace molto disseminare rimandi e formare un palinsesto di citazioni che si rincorrono e tenere le fila di tutte queste citazioni interne — al film manca qualcosa. O forse svela troppo nelle sue due ore e 4 minuti che dura. La lunghezza uccide la suspense — Hitchcock lo sapeva bene. Non puoi tenere sulle spine uno spettatore per due ore: ha un certo punto mollerà la presa — è fisiologico — e scioglierà il patto di credibilità con il regista, cominciando a fare dell’ironia.
Non c’è niente come l’humor per ammazzare l’horror. E Peele si dimostra un coraggioso, perché con l’umorismo ci flirta tutto il film, attraverso battute e situazioni al limite tra comico e orrido. Tenere l’equilibro è un’operazione d’alta scuola che molto spesso gli riesce — e il pubblico si sciocca e ride — ma altre volte non gli riesce, e le batutte da tontolone di Gabe, il marito di Adelaide, personaggio goffo e, si diceva, tontolone, a lungo andare corrono il rischio di minare la suspence.

“Us” è sicuramente da vedere perché alimenta un genere fisso come l’horror con nuove istanze. Ma per essere davvero il film dell’orrore dell’anno, avrebbe dovuto rimanere entro l’ora e mezza, e rinunciare, anche, a qualche aspirazione metaforica di troppo — i conigli prima nelle gabbie poi fuori dalle gabbie, oppure i versetti 11:11 di Geremia, che richiamano le ore 11:11…

E anche per stasera, Fellows, ce l’abbiamo fatta.
Ho scritto questo pippone tra Washington, Megabus e New York, quindi abbiate pazienza se vi sembra un po’ disorientato… 😉

Nel Frunyc IV trovate una quantità vergognosa di scatti direttamente dal Columbia District e dalla Virginia (!). Per ora ringraziamenti tanti, e saluti, monumentalmente cinematografici.

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Let’s Movie 405 from NYC – commenta “WOMAN AT WAR”/”LA DONNA ELETTRICA” di Benedikt Erlingsson

Let’s Movie 405 from NYC – commenta “WOMAN AT WAR”/”LA DONNA ELETTRICA” di Benedikt Erlingsson

Fatemi fare Fellows,

qualche considerazione su ciò che sto osservando, qui e là fuori.
L’altro giorno ero in aula-professori all’FIT.
Lì ci trovate una ventina di postazioni computer, e poi un angolo solotto con divano, libreria e un tavolo rotondo al quale i professori leggono il giornale — su tablet, ovviamente — oppure si mangiano il pranzo dalla schiscetta formato XL. Molti si portano frutta e verdura da casa, non tutti sono carb-addicted, sfatiamo una leggenda metropolitana. Altri però, si scofano takeaway indiano e pollo fritto. Quindi le sorti lipidiche si riequilibrano.
Quando l’aria è impestata di chicken, sia esso tikka masala o Kentucky fried, io mi faccio Beatrice e riparo nell’empireo inodore del mio dipartimento, all’ottavo piano.
È bello sapere di avere sempre una via di fuga.

L’aula-professori non è una biblioteca, anche se spesso c’è un silenzio bibliotecario. A volte persino biblico. Spesso, però c’è cicaleccio da stanza ricreativa.
Io sono dibattutta. Tante volte, questo brusio di sottofondo, mi disturba. Sono una supporter storica del silenzio quando lavoro, e non fosse per l’evidente contraddizione in termini, lo tiferei con entusiasmo da cheerleader — datemi una S, datemi una I, datemi una L…
Ma sono anche una curiosa patologica. Quando sento una conversazione in sottofondo, mi ci aggrappo a quattro mani, lei zattera di passaggio, io naufraga in attesa.

L’inglese poi mi spalleggia. In inglese c’è il verbo “to overhear”, che significa sentire involontariamente, non necessariamente origliare — ovvero “to eavesdrop” — che poi è quello che succede se sei in un posto pubblico e delle bocche cominciano a proferire dei suoni comprensibili dall’orecchio umano. È la stessa differenza tra “vedere” e “guardare”: l’intenzione fa la differenza.
In italiano “origliare” spalanca sempre quello scenario di soggetto nascosto dietro una tenda —Polonio padre di tutti i nascosti dietro le tende del mondo, da “Amleto” in avanti — oppure da bicchiere appoggiato alla porta.
“Sovrassentire” sarebbe un neologismo molto utile alla lingua italiana. Altroché petaloso.

Allora diciamo che qualche giorno fa, sovrassento una conversazione tra Margaret e un’altra professoressa.
Margaret insegna Textile Development and Marketing BS, dove BS è sempre fonte di ilarità per me, giacché, in gergo accademico, sta per Business Strategies, e in slang, sta per Bullshits.
Se siete in un luogo pubblico e non volete scivolare nel anti-bonton, usate l’acronimo BS, e avrete intatta la fedina orale. 🙂

Margaret è americana, ma sembra in tutto e per tutto britannica. Capello canuto e non curato, occhiale dalla montatura nera e spessa. Secchezza delle carni e della pelle, probabilmente dovuta a troppe ore davanti al computer.
Margaret, infatti, oltre a insegnare BS (!), è anche un asso con il computer, e dà una mano al Centro — il vero nome dell’aula-professori, già ve lo dissi, è Center for Excellence in Teaching, ma io mi rifiuto di grindiloquire così per una stanza, foss’anche il quartier generale della NASA. Margaret dà una mano tecnologica soprattutto a chi è alle prime armi con Blackboard, la piattaforma che permette ai professori di amministrarsi i propri corsi, interagendo con gli studenti, archiviando la marea di voti che si somministrano durante il semestre, e di uscirsene, come per magia, con la media, a fine corso, lasciando a voi il compito di ritoccare qua e là, ma senza dovervi spaccare la testa con punteggi e frazioni.
 
Lo scorso anno Margaret ha iniziato un intimidito Board alle gioie di Blackboard. Tantoché, dopo la diffidenza iniziale, l’intimidito Board ci ha preso gusto, e ora ama il programma di un amore fraterno.
Grazie al mini-training che mi impartì con santa pazienza, Margaret è diventata per me una sorta di mitica figura nerdoide, del tutto simile a quelle semi-divinità che possedevano membra umane ma che erano dotate di facoltà soprannaturali. Ancora oggi, quando ho qualche dubbio, la avvicino, glielo sussurro nell’orecchio, e lei mi sussurra la risposta senza nemmeno il tempo di pensarci su. Come se avesse saputo la domanda in anticipo e non aspettasse altro che il momento opportuno di consegnarmi la risposta.
C’è senz’altro del soprannaturale in lei.

Allora qualche giorno fa, ecco Margaret insieme a un’altra prof. che non conosco, e che non vedo in viso. Io sono con la faccia puntata sul mio schermo e do le spalle al resto della stanza, e a loro due.
Margaret le racconta un episodio di cui è stata testimone in metropolitana.
Margaret sente questa ragazza afroamericana dire a un’amica: “These white people are always so rude” riferendosi a un bianco che era sceso dalla metro e l’aveva urtata, senza scusarsi.

Da brava newyorkese affetta dal morbo del politicamente corretto, Margaret non si è azzardata a commentare. Ma ha riportato l’esempio come esempio di razzismo al contrario.

La stigmatizzazione di una razza è fallata a priori, sia che la razza in questione sia quella nera o quella bianca. Ciò che distingue, tuttavia, i due casi, è la Storia. I neri portano sulle spalle secoli di stigmatizzazioni, secoli di generalizzazioni, secoli di discriminazioni.
I bianchi, ci piaccia o meno ammetterlo, no. Questo fa una sostanziale differenza.
Prescindere dalla Storia è l’errore più macroscopico che la contemporaneità sta perpretando ai danni di se stessa. Se la società si è scavata la fossa con le sue stesse mani e ci sta finendo dentro, è perché ha voltato le spalle a ciò che è stato.
 
Ecco quindi che l’episodio riportato da Margaret non è facilmente risolvibile, istantaneamente liquidabile, come esempio di razzismo al contrario, come penseresti sulle prime.
Siamo portati a reagire d’impulso alle situazioni, senza pensare a ciò che incombe lì accanto. Per questo motivo, vivere in questo momento storico, in questo paese, è un’esperienza tremendamente complessa: devi ricordare a te stesso, in ogni singolo istante della giornata, in ogni singolo posto in cui ti trovi, che non stai vivendo solo in questo adesso millennial, ma anche nel ‘600 colonialista, nel ‘700 schiavista, nell’‘800 classista e nel ‘900 xenofobo. Questo è particolarmente vero in un paese racially-sensitive come gli Stati Uniti, ma non esime gli altri paesi.

Infame paradosso, la coscienza storica, che indubbiamente ci azzavorra, è l’unica che può liberarci dal commettere gli stessi errori commessi. Ma al momento, non la vedo. Non vedo coscienza storica in nessun dove.
Margaret che riporta l’episodio in metropolitana come esempio di razzismo al contrario, ne è la prova.

Per mettere piede nella Storia, non ci vuole molto.
Giovedì mattina ho fatto il mio solito tratto di corsa. Sono arrivata all’altezza della 154esima, sulla Amsterdam, e mi apprestavo a prendere la 155esima, come da tragitto.
Quell’isolato, fra la 155esima e la 154esima, tra Amsterdam Avenue e St Nicholas Avenue, è un trapezio molto grande, impiegate un bel po’ a (per)correrlo. Arrivando da sud, ho notato una fila di persone — tutte afroamericane — in colonna, in attesa. La colonna abbracciava praticamente tutto l’isolato: lungo la 153esima, lungo la Amsterdam e giù giù per tutta la 155esima.
Queste persone attendevano il proprio turno per ricevere del cibo che veniva distribuito gratuitamente da un’associazione di volontariato. Non cibo caldo. In fondo alla 155esima, tre lunghi tavoli carichi di sacchi di patate, casse di mele e scatoloni di carote.
Queste 500 persone e più, armate di carretti e borse, aspettavano patate, mele e carote.
Nel 2019. A Manhattan.

Tutto ciò capita a Harlem, a un passo dal Bronx, nel punto in cui la comunità afroamericana incontra quella latina. L’unica bianca in vista, io, ovviamente.
Non capita dalla 59esima in giù.
Questo non è per fare del pietismo e strappar lacrime — Gavroche lo lasciamo a Hugo, s’ils vous plait. Anche in Italia abbiamo associazioni di volontariato che distribuiscono beni di prima necessità agli immigrati. Niente di nuovo sotto il sole. Solo che queste 500 e più persone sono americane. Abitano qui da sempre. Ma in qualche modo, anche nel modo in cui la benificienza viene accordata, sono ancora viste come (s)oggetti alieni, e come tali vengono trattati. 
Ecco perché qui ci vuole un attimo a mettere un piede nella Storia.
Basta fare una corsa sulla 155esima, il giovedì mattina.

Quando poi ho fatto il percorso inverso, dirigendomi verso casa, la fila non c’era più, e nemmeno i tavoli. C’era, al loro posto, un capannello di persone che stava letteralmente prendendo d’assalto gli ultimi sacchi di patate lasciati alla loro mercé, caricandoseli a spalle, oppure riempiendo quante più borse di mele e carote possibile dalle casse e dagli scatoloni rimasti.
Mi sono fermata un istante, per assistere alla scena, fingendo di armeggiare con il cellulare.
La foga nelle mani di queste persone, l’ansia di volersi accaparrare quante più derrate potessero, mi ha parlato di un dopoguerra, di un paese in carestia. Inserire questa vista all’interno della cartolina “Manhattan 2019” è un’operazione che mi è costata fatica. Quel senso di spossatezza che arriva nel ritrovarsi con un nulla di fatto dopo aver tribolato a lungo.

Dico che abitiamo questo nostro tempo senza coscienza storica. Ma a volte succede la perversione dell’opposto. La storia diventa una materia da plasmare a seconda delle proprie convizioni. Non so quale dei due fenomeni sia più pericoloso. Nel primo caso, siamo affetti da apatia. Nel secondo, ci ritroviamo con episodi come la strage di venerdì a Christchurch, in Nuova Zelanda, dove un “uomo qualunque”, inneggia a personaggi storici europei fra cui Carlo Martello, il Doge Sebastiano Venier, Marcantonio I Colonna o Marcantonio Bragadin, prendendoli e piegandoli alla propria “causa”, leggittimandola: così come loro hanno cercato di proteggere il proprio paese dal nemico berbero/turco/arabo/ottomano, così noi dobbiamo cercare di proteggere il nostro paese e la nostra società dal nemico musulmano.

Mi sono presa la briga di leggere il manifesto che quell’uomo qualunque ha scritto, una specie di farneticante, egocentrata, ma diabolicamente lucida, intervista che rivolge a se stesso. Tra tutte le risposte che elenca — e che so essere condivise da milioni di bianchi al mondo — alla domanda “From where did you receive/research/develop your beliefs?”, lui risponde così: “The internet, of course. You will not find the truth anywhere else.”

Riporto questo non per demonizzare internet. Il mezzo in sé non c’entra. Ma la tendenza diffusa a mitizzarlo sì, c’entra. Il web è luogo pieno di conoscenza e saperi, ma anche di tanta, tantissima spazzatura, strafalcioni, pressapochismo e grossolanità intellettuale; considerarlo come fonte suprema di verità, porta ad altrettante ipersemplificazioni della realtà, e visioni binarie della società — tipo “gli immigranti invasori da cui gli invasi bianchi devono difendersi così come hanno fatto illustri eroi del passato”…
È folle, ma stiamo assistendo a un fenomeno di inversa proporzionalità tra mezzo e contenuto: più la società si complica, più il mezzo si semplifica — vedi l’accessibilità alle informazioni e la facilità con cui vengono diffuse.
Chissà che ne direbbe McLuhan.

Vi chiedo. La stessa pubblicazione di quel manifesto, che è tutt’ora disponibile online, è necessaria?
Qual è l’effetto sulle menti tenere dei ragazzi, o quelle psicopatiche dei suprematisti?
So bene di star camminando su un terreno minato qui: quello della libertà di parola, che qui in America è protetta dal Primo Emendamento della Costituzione. Vuol dire che se uno, un bel mattino di sole svasticato, si alza e dopo il suo stretching mattutino da gioventù ariana, decide di decantare i benefici del neo-nazismo in pieno Central Park, può farlo. E non è perseguibile, perché è protetto da quell’emendamento. E nessuno lo toccherà mai, quell’emendamento — non c’è Corte Suprema che tenga — perché è il Primo, è il pilastro della Costituzione e del credo americano. Sarebbe come rivestire di candolotti la Statua della Libertà e farla brillare in mezzo alla Hudson Bay.
Eppure lo capiamo tutti che dare libero sfogo e circolazione a idea malate fa solo danno. Ingenera idee simili, ispira simili menti.

Io non mi stancherò mai di dire che il semplicismo incoraggiato dai social media, in cui tutti ci ergiamo a so-tutto di tutto e in cui troviamo in internet la fonte unica del nostro sapere, ha contribuito ad alimentare questo tipo di approccio. Quello, e la diffusione di messaggi che violano il linguaggio, che usano termini e giudizi impropri, e che esprimono idee grondanti suprematismo bianco, e razze di serie A contro razze di serie B.
Cito chi immaginate,

“Why are we having all these people from shithole countries come here? We should have more people from great European countries, like Norway”.
“When Mexico sends its people, They’re sending people that have lots of problems, and they’re bringing those problems with them. They’re bringing drugs. They’re bringing crime. They’re rapists. And some, I assume, are good people.”

In un’era di memoria cache come la nostra, le parole restano più che mai. Circolano in rete, ricircolano nella mente delle persone. E quando sono gettate al vento mediatico dal Presidente degli Stati Uniti attraverso tweet giornalieri, possono agilmente arrivare in Nuova Zelanda, piantarsi in un territorio già portato al fanatismo, e lì sbocciare in eventi tragici, come quello di venerdì.
Per questo, a mio avviso, il più grande danno che Trump sta facendo al suo paese e al mondo — tra tutti i danni che sta facendo — è quello della violazione della parola.

Una cannunccia di plastica impiega 500 anni a degradarsi completamente in mare.
Quanti anni impiegherà una lingua a rimettersi dalle violazioni subite, dagli abomini con cui il verbo è stato impresso?

Su queasta domanda dalla risposta dolorosa, vi dico che questa settimana sono stata all’IFC Center a vedere “Woman at War”, tradotto impropriamente in italiano con “La donna elettrica”, del regista islandese Benedikt Erlingsson.
Presentato nella sezione Semaine de la critique al Festival di Cannes 2018, premiato dal Parlamento Europeo con il Lux Prize e selezionato per rappresentare l’Islanda agli Oscar 2020, “Woman at War” è un divertissement ambientalista di rara goduria.

Il film si apre con una donna che manomette i fili della corrente elettrica per impedire così agli impianti di una multinazionale che si occupa dell’estrazione di risorse minerarie nella zona, di proseguire a sfruttare la sua terra d’Islanda.
Halla è un’eroina, una ribelle, un’attivista, i cui eroi sono Ghandi e Mandela — niente sangue. Una donchisciotte, o meglio, una eco-Robin Hood, che si batte contro il capitalismo cattivo armata di arco e frecce. Ma per tutti, Halla è una tranquilla cinquantenne single che dirige un coro in una piccola cittadina in mezzo alle lande islandesi.

Visto che il braccio di ferro con la multinazionale non accenna a fermarsi, Halla decide di mettere a segno un colpo definitivo: far saltare un’intera torre dell’elettricità, con tanto di plastico e necessaire per esplosioni.
Ma il destino, che non bada molto al tempismo — o forse che ci bada benissimo — le avvera un sogno che aveva sognato quattro anni prima.
Quattro anni prima, Halla aveva depositato tutti documenti per l’adozione di un bambino. Ma niente di fatto. Halla si era lasciata la storia alle spalle, ma proprio nel momento in cui sta per superare la linea, ovvero commettere un crimine dai rischi molto alti, ecco che le arriva la notizia: Halla, abbiamo Nika, una bambina ucraina, pronta per te. Devi solo andare in Ucraina a prenderla.

Cosa fare? Halla non rinuncia alla causa, ma vedremo, non rinuncerà nemmeno alla maternità. L’aiuterà la sorella gemella, sua fotocopia dal punto di vista fisico, tanto quanto il suo opposto nello stile e filosofia di vita: prega, medita e crede nella “goccia che scava la pietra” — approccio da pazienza monaci Sadhu — mentre Halla, l’abbiamo visto, è una donna del fare, lotta, si sporca le mani, scende in campo — letteralmente — e provoca danni, pur di cambiare il mondo.

Il bello è che, in qualche modo, Halla si trae d’impiccio ogni volta, vuoi perché baciata dalla fortuna, vuoi perché aiutata inconsapevolmente da un povero ciclista spagnolo che funge — molto comicamente — da parafulmine narrativo, attirando su di sé tutte le sventure che dovrebbero capitare a lei.
Ma alla fine, quando tutto sembra perduto, e lei ormai dietro le sbarre, ecco un twist, uno scambio di persone tutto shakespeariano, che permette ad Halla di andare da Nika in Ucraina.

Applausi al regista per aver messo insieme una storia ambientalista di pasta femminista, senza per questo cadere nei facili moralismi, oppure nella raffigurazione dell’eroina alla Gal Gadot e alla sua Wonderwoman di leonardesca perfezione. Halla è una donna di mezza età, comune mortale, con la cellulite e i capelli crespi. Eppure con dei principi a cui non vuole rinunciare, anche se mettono a repentaglio la sua libertà.

“Woman at War” si serve anche di momenti di alienante spasso: la colonna sonora è intradiegetica, ovvero, suonata dal vivo durante lo scorrere degli eventi — e il farsi del film — da un trio di musicisti folk e da un terzetto di cantanti ucraine, che spuntano improvvisamente nel bel mezzo delle scene, e rappresentano, forse un po’, la coscienza, in chiave musicale, di Halla.
L’effetto è straniante, grottesco, surreale, divertentissimo. Abolire l’extradiegetico e mescolare così le carte in tavola si rivela una mossa vincente del regista, che, con un’idea piccola e geniale, si porta a casa lo stupore e l’ilarità del pubblico.

Lontanissimo dall’essere un film a tema, o moraleggiante, “Woman at War” ti fa riflettere sull’interventismo — fino a che piunto spingersi? — e sulla responsabilità che abbiano nei confronti delle generazioni future, incarnate, nella storia, dalla piccola Nika.

La sequenza finale ci porta in una strada ucraina allagata da una pioggia monsonica — riferimento non troppo velato agli effetti del global warming — e Halla, che trova il modo di “salvare” Nika. Perché Halla è una donna ed è una mamma, e le mamme, come ci aveva ricordato la sorella gemella, citando la loro stessa madre, fanno questo: “trovano le soluzioni”.
La scena è molto suggestiva: la strada smottata e le persone che guadano nell’acqua, con le valige issate sopra la testa. Omuncoli-formiche che causano il proprio male e si auto-condannano a viverne le conseguenze…
So che il film era dal Mastro all’Astra, quindi, se c’è ancora, andate assolutamente a vederlo!

E anche stasera s’è fatta una certa. Vi lascio ai vostri pensieri… Io capitolo ai miei.
Frunyc IV sempre aggiornato, ringraziamenti vivissimi, e saluti, permessivamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 404 da NYC commenta “STYX” di Wolfgang Fischer

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MoMA Moviers,

Non quello solito, l’isolato nell’isolato tra la 53esima e la 54esima, la Sesta e la Quinta Avenue. Quello nuovo. “The new MoMA. The reimagined museum”, come si grandeggia qui.

Da un bel po’ di tempo il MoMA sta lavorando a questo lifting. Nel corso degli ultimi mesi, alcune sale sono state chiuse, e una parte dell’isolato in cui si isola, è fasciata da impalcature dietro cui si celano chissà quali chirurgici misteri. Questo restyling avrà una ripercussione non da poco sulle attività del museo — e sulle mie abitudini — giacché, è notizia di qualche settimana fa, il museo chiuderà per la bellezza di 4 mesi abbondanti, dal 15 giugno al 20 ottobre, dell’anno in corso d’opera.

La notizia è stata accolta con sommo sgomento dai sui Membri, sgomento capitanato da quello della qui presente, che del MoMA, come sapete, ha fatto la sua seconda casa.
Questo, per vari motivi.

Innanzitutto, il museo è un po’ come la metropolitana. Non chiude mai. O meglio, chiude a Natale, il primo dell’anno e il giorno del Ringraziamento. Ma per gli altri 362 giorni, spalanca sempre le porte al mondo. È una bella sensazione. Una bellissima sensazione. Infonde calore, sollievo, come un esemplare unico d’estate dopo una mandria d’inverni tutti uguali.
Poi l’offerta. I talks. E i film, come dico sempre. Racchiusi dentro rassegne spalmate su tutto l’arco della giornata. Così se siete un’infermiera che fa il turno di notte, si ritrova temporalmente sfasata, e proprio non riesce a dormire al mattino o nel primo pomeriggio, potete infilarvi in una matinée. Oppure se siete dei comuni mortali da nine-to-to-five, potete portare tutta la vostra comune mortalità allo spettacolo delle 6 pm, che vi regala anche l’ora di mezzo per il commuting.
Per le amanti della notte, c’è lo spettacolo delle 7:30 pm, che okay, non è proprio notte, ma il museo dovrà pur chiudere, a qualche ora, per ripresentarsi l’indomani, in piena forma, gisuto? Quindi, l’amante notturna qui presente sta zitta e non si lamenta.

Certo ho capito che non tutto quello che passa per il convento del MoMA, è arte. Questa è stata una verità dura da accettare. Il MoMA, per noi europei — o perlomeno, per me — ha sempre rappresentato lo scalino più alto dell’olimpo museologico. La terra promessa ambìta da ogni artista e la meta di ogni turista pazzo di New York — il 99,99% dei turisti sono pazzi di New York, o dell’idea che hanno di New York.
Quindi, vederti passare filmetti di quart’ordine, filmetti che nella traversata verso la cinematografia di qualità occuperebbero si e no un posto in cambusa, vederteli passare su uno dei due teatri del museo, solo perché legittimati/blasonati dall’etichetta “produzione indipendente”, oppure “regista burmese” oppure “progetto LGBTA” — dove la A finale di recente acquisizione sta per Asexual, e fra un po’ si aggiungerà anche la L di Liquid, visto che l’ultima frontiera toccata dai maniaci delle etichettature identitarie è “Liquid” di “Gender-liquid”, e noi finiremo tutti stampigliati come quarti di manzo — vedersi questa robaglia, ti fa cadere le braccia molto più che se la vedessi in un cinemino d’essai o in un multisala da blockbuster.

Sì perché il MoMA fa le marchette. Sì, anche lui. Verso novembre, fino ai primi di gennaio, si svolge una rassegna chiamata “The Contenders”, che ripropone i film che hanno riscosso successo di critica e di botteghino. Tra i titoli proposti nell’ultima edizione, “Mission Impossible”. E non intendo il primo, che potrebbe essere considerato archeologia degli action movie. L’ultimo, “Mission Impossible – Fallout”. Io non sono per le porte chiuse agli action movies, per carità. Ma comunque tu sei il MoMA, e uno straccio di selezione, diamine, la devi fare.

Tra le varie iniziative, ci sono le “Members Previews”, le visite alle mostre in anteprima, e le “Member Early Hours”, per i membri usignoli a cui piace avere un’ora di museo tutto per sé, dalle 9:30 alle 10:30 am, oppure le “Member Night Hours”, per i membri allodole — e le amanti della notte — a cui piace avere due ore di museo tutte per sé, dalle 6:30 alle 8:30 pm.
Io che sono un’allodala, preferisco sgattaiolare nella fascia serale. Ed è un privilegio assoluto, avere un museo tutto per sé. Or well, quasi tutto per sé. I Membri del MoMA non sono esattamente quattro gatti, né quarantaquattro, né quattrocentoquarantaquattro, ma ben di più. Ma il museo è grande, e ti capita di trovarti spesso da solo in una sala con Pollock. Oppure Hopper. E in quei momenti io credo di essere la persona più ricca della terra, più sana della terra, più benedetta della terra. Credo che i collezionisti perseguano quella sensazione, quando vogliono a tutti i costi una tela, e sono disposti a sborsare milioni.
Non so, tuttavia, se sia lo stesso. Personalmente, considero l’arte un bene dell’umanità, non del singolo. Forse io mi sentirei male ad avere un Giacometti tutto per me, a respirare tra le crepe di un cretto di Burri. Dico forse perché non ne ho l’assoluta certezza. Così come so che probabilmente svilupperei un’addiction per il gambling se mi avvicinassi con troppo cash a un tavolo da black jack, allo stesso modo potrei cadere nel vortice del collezionsimo selvaggio.
A volte è un bene che certe strade ci siano precluse.
Opportunity makes a thief, si dice anche in inglese.

Ovviamente ci sono vari livelli di Membership. Fino a qualche giorno fa, io, da basica quale sono, ero il basic member.
Il profilo del basic member? Dunque, il membro basico, oltre a non essere affatto acido (!), vuole sostanzialmente avere accesso illimitato al Museo, fare l’usignolo o l’allodola nelle mattinate e nelle serate in cui il MoMA lo consente, vedersi i film gratis, e partecipare ai talks.
Non è interessato a party, eventi speciali, cene al museo, tour personalizzati con i Chief-Curator e tante altre iniziative risesrvate ai membri di livello avanzato e avantissimo che cacciano molti dollari, moltissimi dollari all’anno.
Fruitori bulimici, noi membri basici siamo per il tanto e subito. Quelle finezze da palati dell’Upper East Side non fanno per noi.
Sono assai fiera di appartenere alla plebe delle membership. Tira fuori il bolscevismo che è sepolto in ognuno di noi — c’è un po’ di Lenin in ognuno di noi, dopotutto.
Questo è stato così fino alla settimana scorsa, quando la mia membership da operaia è scaduta.
E con l’astuzia, ho tentato l’upgrade — c’è anche un po’ di Adam Smith in ognuno di noi, dopotutto.
Ho scoperto che c’è una splendida membership riservata agli artisti che costa 35 miseri dollari all’anno — contro gli 85 dei basici — e che il MoMA la rilascia a chi opera nel mondo dell’arte.
Ora, io non sono un’artista visiva, questo si sa. Ma poeto. E la poesia non è forse una forma d’arte?
Armata di questo silloggismo, micidiale nella sua semplicità, tiro i miei dadi e vedo se la fortuna mi assiste.
Tutto sta a chi incontri al desk delle membership. Se incontri l’americano che applica il regolamento alla lettera, oppure se incontri l’americano che è disposto a bersi il tuo sillogismo, micidiale, e dolcissimo, nella sua semplicità.
Trovo la seconda categoria. 🙂

Quindi da una settimana sono un “Member Artist”. Questo nuovo livello non solo ti permette di risparmiare 50 dollari, ma anche di beneficiare di altri privilegi riservati ai Membri di livello superiore. Quindi ora mi arrivano inviti per eventi dai quali prima, come bolscevica basica, ero bandita.
Fra questi, giovedì, una conversazione: “New MoMA: Member Conversation. Ann Temkin, The Marie-Josée and Henry Kravis Chief Curator of Painting and Sculpture, in conversation with Peter Reed, Senior Deputy Director for Curatorial Affairs”.
Come vedete, ci tengono molto, alle cariche.
“The conversation will be followed by a reception in The Agnes Gund Garden Lobby”.

A me, del ricevimento, interessava quanto a Donald Trump interessa il nome corretto di Tim Cook (!). Ma l’idea che l’atrio principale del Museo, quello che dà sul giardino interno, quello che sorge sotto la scalinata nera stile Bauhaus che porta ai piani superiori, l’idea che quell’atrio lì fosse allestito a banchetto, con i Membri higher-level scivolassero tra flute di champagne e bicchieri in cui far volteggiare il porto, disquisendo dello scarto fra Transavanguardia e Postavanguardia, tutto questo mi faceva pregustare un momento tra realtà e cliché che non avrei voluto perdere.

Allora giovedì sera, vado al talk e prendo posto nel teatro 1 del MoMa. Intorno a me non ci sono quattrocentoquarantaquattro membri, ce ne sono molti meno. Un centinaio.
La selezione, ammica Darwin verso Adam Smith.

Il Chief Curator, Peter Reed, è una pasta d’uomo. Molto amabile, voce ovattata, tranquillità rodata da anni di problemi risolti, di scazzi dissolti nell’acido dolce della diplomazia. Ci spiega di come il New MoMA diventerà una “multi-medium institution” che mescolerà espressioni artistiche diverse. Questo perché gli artisti sono, di per se stessi, delle “multi-media creatures”.
Io annuisco e annoto, ben detto Peter.
Molto spazio sarà dedicato al cinema — e io salivo — e a modalità sorprendenti di come affiancare cinema e arte visiva. Poi iniziative legate alla danza.
Dopo aver estenuato il concetto della multi-medialità passandolo per il tritacarne della sinonimia — mescolare, combinare, fondere, associare, unire, coesistere, convivere, e naturalmente “cross-pollinate”, l’amatissimo verbo della contaminazione spogliata da ogni accezione negativa — Peter lascia la parola a Ann Temkin.

Ann è una di quelle donne che hanno perso la donna dietro il ruolo che sono diventate. Capo curatrice della sezione pittura e scultura del primo museo del mondo non dev’essere una passeggiata, quindi capisco la perdita. Tuttavia, perdere una donna per un ruolo, è un lutto nero e proprio.
Giacca lunga sopra gonna lunga, taglio Gestapo, ma sartoriale. Un Donna Karan, a occhio. Capelli cortissimi e arancione Cheetos. Occhiali in pendant, che non toglierà mai, preferendo tenerli sulla punta del naso e guardando noi del pubblico da sotto in su, come il professore di latino dell’inconografia classica, che non aspettava altro che ucciderti chiedendoti la proposizione completiva.
Il viso di Ann è una landa post-nucleare dove un’esplosione atomica si è portata via ogni forma di sorriso. Quello che riesce a mettere insieme, con grande e visibile sforzo, è una smorfia che le contrae il viso, congelandoglielo in un’espressione da strega. Le streghe quelle vere, vive e vegete, non le donne bruciate al loro posto nel Medioevo.
Ann spreme lo spremibile dal concetto dello spazio multi-medium. Ma ci parla anche delle giustapposizioni che verranno proposte. Tipo affiancare Remedios Varo a Giacometti — e io salivo, salivo. Oppure ci promette che artisti ignorati — soprattutto donne — si prenderanno la luce che meritano, come Tarsila do Amoral — davanti a “Moon”, proiettato sullo schermo, salivo, salivo e salivo.
Si premura anche di sottolineare, che dopo aver visto il New MoMA, tutto il resto ci parrà vecchio.
Al ché io freno, piano, Ann, piano, don’t count your chickens before they hatch — che da noi si dice il gatto nel sacco, e qui usano le galline e la cova.
Capisco accendere le aspettative, ma finire bruciati è un attimo.

Finalmente aprono il Q&A.
Io ho una domanda che mi preme da dentro come un dente del giudizio — quando il biografico invade il meaforico…
Due membri più rapidissimi di me, alzano la mano.
Spero che mi lascino il tempo di parlare.
“We have time for one last question”, rintocca Peter, e il valletto con il microfono, viene dalla mia parte.
Grazie, Peter. Grazie, valletto.

La mia domanda mi sembra talmente banale, talmente elementare che spero di non suscitare l’ilarità generale. Se poi la susciterò, pazienza, avrò compensato tutta l’ilarità morta sulla landa post-nucleare del viso di Ann.
Mi alzo, mi schiarisco la voce, ed esordisco dicendo che sono italiana, quindi sentiranno un po’ di accento. Lo dico sempre. In qualche modo mi aiuta a superare l’incoscienza che mi spinge a buttarmi, porre una domanda davanti a una platea di Membri d’elite del Museo numero uno al mondo.
Se non è incoscienza questa…

“Avete parlato di spazio in cui convivranno tanti medium artistici diversi, e ne sono entusiasta. Tuttavia, ho notato che nessun riferimento è stato fatto alla parola. La parola scritta, intendo. La parola è senz’altro un medium artistico, e non solo perché tanti artisti l’hanno utilizzata nelle loro creazioni — penso ai Futuristi — ma anche perché abbiamo la poesia. Ecco, mi chiedevo, ci sarà uno spazio dedicato anche alla parola, alla poesia? Se non ci sarà, magari potreste metterlo in lista per il nuovo MoMA del 2040”.
Va sembre bene concludere con dell’ironia 🙂
E naturalmante la domanda è una domanda interessata.

“That’s an excellent question”, dice Peter, guardandomi dolcissimo. Una dolcezza dietro cui leggo del panico, perché ho toccato un punto su cui non possono dire nulla. Peter guarda Ann, che gli siede accanto come un blocco di ghiaccio. “Non so, Ann, quanto possiamo rivelare su questo punto…” Ann rimane impassibile. Non mi guarda nemmeno, e per fortuna: se l’avesse fatto, io, a quest’ora, starei in un posacenere.
Peter continua “Non possiamo dire molto, ma posso assicurarti che rimarrai soddisfatta da quello che vedrai…”. E poi, per qualche minuto, loda il potere della parola e i punti di contatto della parola con le arti visive.
Ann aggiunge qualcosa che non c’entra assolutamente nulla, e così si conclude il talk.
Peter ci invita tutti nell’atrio per il ricevimento “e further talking”.

Appena mi alzo, tre o quattro persone del pubblico mi si avvicinano e mi dicono “Bellissima domanda, in effetti è vero. Hanno parlato di tutte le forme d’arte, e non hanno parlato delle parole….”
Infatti.
Io ringrazio tutti, e un po’ mi tremano le gambe. Anche se continuo a credere che la mia domanda sia di una logicità, di una banalità, da terza elementare.

Dietro di me, una vocina piccola piccola.
“Allora sei italiana? Da dove?”
Mi giro e mi trovo una signora di mezza età, piccola piccola come la sua voce. Sembra uscita dagli anni ’70. Maglione anni ’70, capello anni ’70, borsa anni ’70. La sintesi tra Shirley e Laverne di “Shirley & Laverne”.
Si chiama Kathleen, e tempo due minuti, capisco che è uno spasso. Avvocato, originaria della California ma newyorkese di adozione, ha frequentato la seconda media a Trieste, e parla un’italiano che i miei studenti si sognano nei loro sogni più spinti.
“Domanda bellissima. Coraggiosa, alzarsi in piedi davanti a tutti, brava!”
Quando un americano declina “bravo”, capisci che ne sa di italiano.
Parliamo fitto fitto raggiungendo il ricevimento.
Il ricevimento consta in vasi di porcellana bianca a forma di vaso per gerani, pieni di popcorn. Da bere, prosecco e acqua naturale.
Ricevimento??
Mr MoMA, vediamo di rivedere i fondamenti delle politiche ricettive, eh.

Sentendoci parlare italiano, un’altra donna di mezz’età si avvicina.
“Italia, bella”.
Eccoci risprofondati nell’anglofonia più buia.

Viene fuori che è una rilegatrice di libri antichi del Regno Unito, e che si chiama Griselda.
Ho passato alcuni mesi a Roma, molti anni fa, spiega Griselda.
Ci racconta questo aneddoto.
Al controllo passaporti dell’aeroporto, un poliziotto le dice: “Griselda, come quella del Boccaccio”. Allora lei chiede se in Italia tutti leggono il Boccaccio. Certo, le risponde il poliziotto, in Italia tutti conoscono Boccaccio.
Griselda aggiunge che lei non conosce Boccaccio, non sa che Griselda è un personaggio di una delle sue novelle — peraltro “l’unica noiosa, l’unica che si comporta bene!”, commenta Griselda, ridendo.
Il padre le aveva dato quel nome perché Griselda era un personaggio dei “Canterbury Tales” di Chaucer.
Dopo aver sentito di Boccaccio, Griselda si è letta il “Decameron”.

Io le dico con non poco orgoglio che il “Decameron” è uno dei libri più divertenti della letteratura italiana e sì, certo lo conosciamo un po’ tutti, chi più chi meno — qui ritocco, non so, in verità, quanti l’abbiano letto…
Dentro di me, m’inginocchio al cospetto di quel poliziotto, e lo ringrazio. Lo ringrazio per aver portato la letteratura, all’interno di un cubicolo controllo-passaporti di un aeroporto, e per averla divulgata a modo suo.

Sentendoci parlare italiano, si avvicina un signore distinto, si complimenta per la mia domanda e mi chiede di dove sono. Viene fuori che si chiama Ross, ma il suo nome non è davvero “Ross” all’americana, è Rosario, all’italiana: suo nonno emigrò da Garlasco.
E giù che finiamo a parlare di Pavia, che si dice Pavìa e non Pavia!

E poi, con gran godimento, critichiamo il MoMA, e il talk, dall’alto della nostra Membership d’elite.
…Perché lui, Peter, anche bravo e a modo eh, ma lei, lei un’arpia d’altri tempi… Comunque dovrebbero migliorare il sistema di prenotazione biglietti online, non ci si capisce niente… E poi dovrebbero darsi una regolata con i film dì gran nome e infima qualità, certi obbrobri… E poi “Mission Impossible”? Seriously??… E poi vabbé, anche chiudere quattro mesi, cioè, quattro mesi…
Come faremo quattro mesi??

Insomma, con questo MoMA, ci diamo giù di mazzate e carote. Più mazzate.

A evento finito, esco sulla 54esima, nel gelo di marzo, e rido. Rido come una scema, pensando alla favola di serata fra il cavalier servente Peter, la strega Ann, la boccaccesca Griselda, l’avvocato minuscolo Kathleen, con il passato triestino, che mi abbraccia tre volte prima di lasciarmi andare, ma non prima di avermi dato il suo biglietto da visita, accompagnato da “Scrivimi, vediamoci!”.
E il gigante MoMA ridotto a cavia sotto il nostro bisturi da Member d’elite…

Questa settimana sono andata, dopo parecchio tempo, nel tempio dei film d’essai di New York — il Film Forum. Zona Greenwich Village. L’occasione mi si è presentata perché davano “Styx” di Wolfgang Fischer, un film apparentemente piccolo piccolo ma decisamente grande grande, che non volevo assolutamente perdere.
Ogni tanto ci vedo giusto: “Styx” è una delle migliori opere sull’immigrazione che io abbia visto negli ultimi anni. Se non la migliore. Di gran lunga migliore dell’osannato “Fuocoammare”.

Presentato al Festival del Berlino e al Toronto Film Festival 2018, “Styx” si apre a Gibilterra con un’inquadratura — molto molto intrigante — di due scimmie che camminano a piede libero per la città. Dopo i primi cinque minuti, ci trasferiamo in Germania, dove incontriamo una donna intorno alla quarantina. Una dottoressa, Rikke, intenta a salvare una vita, in ambulanza. Ritorniamo a Gibilterra, dove la vediamo caricare di viveri la sua barca a vela. È in procinto di partire in solitaria per raggiungere un’isola tropicale al largo di Sant’Elena. Un’isola frequentata da Darwin — e già cominciamo a tracciare alcune righe fra le due scimmie del meraviglioso prologo, e la meta della dottoressa…

Noi pubblico salpiamo con lei. Rikke è sola, e a noi del pubblico piace fare compagnia a personaggi soli, specie se in mezzo all’Oceano. Il regista è stato furbissimo: ha adottato un setting molto intimo e chiuso — la barca — nonostante il contesto a cielo aperto in mezzo al mare.
Rikke è una tostissima, fa tutto: la marinaia, la capitana, legge libri con illustrazioni delle foreste che pregusta di visitare di lì a poco, e quelle stesse foreste, le sogna pure.

A un certo punto, la quiete del suo trantran marino s’interrompe. Rikke avvista in lontananza un barcone di immigrati che si sbracciano verso di lei e che, a poco a poco, si gettano in mare.
Rikke capisce subito, e avverte la guardia costiera, che le intima di non fare nulla, e di proseguire la sua rotta come se niente fosse.
Rikke, tuttavia, vede un adolescente flottare stremato vicino alla sua barca e lo soccorre.
E lì cominciano i dilemmi per Rikke. Cosa fare? Andare a salvarli? Ma non è equipaggiata per salvare tutte quelle persone. Tirare dritto? Ma sono persone. E stanno morendo.
La guardia costiera, nel frattempo, tarda a mandare i soccorsi.
Rikke vede sul monitor satellitare che un’imarcazione più grossa della sua si trova a poca distanza dal barcone. Benissimo, loro sono attrezzati per il salvataggio.
Chiama e dice, salvateli.
Dalla nave però, le rispondono che non vogliono grane. E loro, che avrebbero l’obbligo di fermarsi, tirano dritto.
Nel film nessuna nazionalità è specificata. E questo per evitare facili indici puntati contro quel paese o quell’altro, rendendo particolare una storia che si vuole universale.

Nel frattempo il ragazzino, Kingsley, si risveglia, e vuole convincere Rikke a tornare indietro. C’è la sua famiglia su quella barca, come può non fare niente?
Rikke è combattutissima tra il dovere legale e il dovere morale.
Dopo un colpo di scena che il pubblico non si aspetta minimante e che ben riassume la tensione emotiva tra i due, che incarnano le due posizioni opposte di soccoritori e soccorsi, Rikke decide di agire. La decisione è un altro colpo di scena che dimostra quanto perversa possa essere la macchina dei soccorsi: se la guardia costiera temporeggia e non vuole agire per salvare una bagnarola di poveracci africani, di certo si muoverà se la barca in pericolo è la sua, se la vita in pericolo è la sua, un medico benestante, europeo, bianco.
Quindi perché non dare l’SOS “Sto affondando”?

Il finale ribalta l’inizio. Rimango vaga per non svelarvi troppo, ma posso dirvi che Rikke diventerà lei stessa migrante…

Il film sfrutta la potenza dell’allegoria e l’immedesimazione tra protagonista e pubblico: ti chiedi tutto il tempo “e io? Io cosa farei al suo posto?”, e capisci che non potresti mai, mai, mai, tirare dritto, perché, caspita, sono vite umane quelle, e non lasci affogare vite umane in mezzo al mare perché una legge te lo vieta. Ecco dove sta l’allegoria. “Styx” è l’istantanea del momento storico che stiamo vivendo, con la tragedia umanitaria che si sta compiendo a ogni barcone colato a picco, a ogni porto sbarrato.
Il film non è buonista, è rigorosissimo, parchissimo di parole — non più di un centinaio nel corso della storia. Non prende posizione. Sei tu, spettatore, che la prendi, guardandolo. E questo deve fare il cinema. Non spiegarti alcunché, non dirti cosa pensare, ma mostrarti una realtà, e farti sprofondare coi piedi dentro quella realtà.
Sulla barca a vela non c’è Rikke, ci siamo noi.

“Styx” è lo Stige, il fiume che attraversa l’inferno dantesco. Quale titolo migliore? Il mare può essere una bellissima autostrada blu che ti permette di raggiungere l’isola dei tuoi sogni — come Rikke. Ma il mare, oggi più che mai, può essere anche un fiume invernale, la cui traversata non è un’impresa solo fisica, ma anche etica, spirituale, dalla quale l’immigrato esce bruciato, segnato nel profondo.

Credo che il film sia già uscito in Italia. Quindi cercate di recuperarlo da qualche parte!

Per oggi è tutto, Moviers. Il MoMA mi ha preso un po’ la mano e sono andata un po’ lunga… Mi perdonate? 🙂

Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti d’uopo, e saluti, multimediamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 403 da NYC squarta “GREEN BOOK” di Peter Farrelly

LET’S MOVIE 403 da NYC squarta “GREEN BOOK” di Peter Farrelly

Melissa, Moviers,

la incontro a La Colombe, un caffè che sta in Vandam Street, una via abitata da Jean Claude e dalla sua cinematografia da strapazzo, almeno nel mio immaginario.
Non è quella SoHo a cui state pensando quando sentite “SoHo”.
SoHo si sviluppa da Crosby Street sul lato est, fino al Pier 40 sull’Hudson, lato ovest, quindi non soltanto il fazzoletto di viuzze lastricate d’oro che si concentra nel mezzo, ma anche quella parte anonima che comprende strade anonime come Varick Street e Hudson Street, e che avvicinano il quartiere al fiume. Non è un’area che frequento molto, quindi l’occasione — un appuntamento in zona — e il mio arrivo straordinariamente in anticipo mi permettono di fare quattro passi nell’anonimato.

Di New York è buffa la tempistica. Puoi trovarti letteralmente nel cuore di Manhattan — I mean, SoHo — e imbatterti in una rimessa abbandonata dietro un cancello arrugginito che sfoggia pure un bigodino di filo spinato in cima. Stile DDR. Puoi imbatterti in camion parcheggiati, probabilmente dal 1970, e gabbiotti “Park Here” risalenti probabilmente al secondo dopoguerra, quando il traffico newyorkese aveva ancora da palesarsi in tutta la sua diossica maestosità.
Se camminate lungo Hudson Street, fino alla traversa di Canal Street, c’è questo tipo di New York. Case di mattoni in cui i mattoni hanno tappato anche le finestre. Il bordo della finestra si vede ancora, ma al posto dell’aria, ci sono loro, i mattoni.
A me, quel tipo di vista, mette un ché di tristezza. Penso al sole bandito dalla stanza — Sonne, raus. Alla fine delle infiltrazioni della luce.
Penso sempre che la luce dovrebbe poter filtrare ovunque.

Ma su una parete, lì accanto, trovi anche un gigantesco murales raffigurante un acrobata, colto mentre si srotola dal suo telo aereo giù per tutta la facciata di un edificio — imparo in questo momento che “i tessuti aerei” sono una vera e propria disciplina circense.
Un acrobata che si allena in pieno anonimato, lungo la verticalità di un edificio: la bellezza trova il modo di filtrare anche qui.
Allora penso che la bellezza è persino più forte della luce: davanti a una coltre di mattoni la luce non può nulla. La bellezza ci si sdraia sopra.

Torno indietro a La Colombe — il mio anticipo è finito.
L’esotismo esercita ancora un fascino potente sui gestori dei locali: New York è invasa da ristoranti, caffeterie, paninerie, pizzerie, ogni sorta di -ie del dizionario della ristorazione con nomi stranieri. Il francese e l’italiano sono tutt’ora garanzia di sogno. Facciamo sognare il cliente, l’obbiettivo. Le Cirque, Le Monde, La Colombe. Che poi il posto in sé non offra assolutamente nulla di francofono non è importante. Tu stai già sognando Montmartre sulle note de La vie en rose mentre lo dici, e quello, è l’importante.
La Colombe è la più classica delle cafeterie americano-britanniche. Tavoli in legno dolce, di cui alcuni, piccoli piccoli, in vetrina. Un’infinità di tipi di caffè possibili ordinabili, e tre tipi di tè — il tè rientra nelle minoranze da bar.
Mi siedo in attesa di Melissa.

Mentre aspetto e mi guardo intorno, vedo una ragazza seduto a un tavolinetto, uno di quelli con l’affaccio sulla vetrata e sull’esterno. Lei è rivolta verso di me. Ha un Mac aperto davanti, e gli occhi puntati sul cellulare. Si sta mettendo il burrocacao. Lo fa distrattaemente — ha la testa altrove — eppure con una sensualità che le farebbe vincere qualche premio, se un premio riconoscesse la sensualità di una ragazza che si mette il burrocacao in un luogo pubblico.
Fra me e me dico che questa ragazza finirà nei miei scritti, da qualche parte, un giorno.
Per ora finisce qui in Lez Muvi. Ma questa è giusto la stanza d’attesa.
Tiro un sospiro di sollievo tutto mentale costatando che la noia è bandita dai locali pubblici. Che c’è sempre qualcuno da guardare, e dietro cui rovistare.

Ecco che arriva Melissa.
Melissa non è un’amica. È una che potrebbe farmi un colloquio, se decidessi di mandare la mia candidatura per un certo posto di lavoro.
Questo incontro è un incontro “informale”, precisa. Ci tiene a precisarlo, durante l’arco dell’incontro, nove-dieci, forse undici volte.
Una tipa precisa, Melissa.

Dato che è una cosa non ufficiale, non possiamo parlare della futura ipotetica posizione se non in termini vaghissimi. Né può chiedermi mie specifiche abilità in materia.
Non so bene quale sia lo scopo di un incontro informale pre-candidatura con tutti questi veti, ma chi sono io per negare a Melissa un’ora del mio tempo, un’ora che mi permette anche di esplorare la New York anni ‘70 e incontrare sulla mia via la sensualità intorno a uno stick di burrocacao?
Va bene allora Melissa, visto che di lavoro non si può parlare, parliamo di noi.
E io racconto, in breve la rivoluzione copernicana che ha stravolto l’universo tolemaico in cui ho vissuto fino al 2016. Il mio arrivo a New York. L’esperienza del visto. Trovare un lavoro. Cambiare casa. Lasciare tutto e ripartire.

Quando racconto la mia storia, mi rendo conto che possa essere letta in termini fastidiosamente eroici. Io credo non ci sia nulla di eroico. È tutto abbastanza normale. Se un posto non va, cambi posto. Il resto, in fondo, è logistica.
Ma non scordo mai di dire che New York è stata per me un’idea fissa per un decennio, e se un’idea ti si fissa in testa per un decennio, be’, allora qualcosa, a un certo punto, devi proprio farla.
Quando dico questo, vedo un’ombra passarle rapida sul viso; di lì a poco avrei capito perché.
Cerco di ridurre la mia parte al minimo. Voglio far parlare lei. Voglio vedere chi si nasconde dietro a questa donna di mezza età, la ricrescita prima dei capelli rossicci, tante piccole rughe su tutta la faccia, e due occhi azzurri dietro due lenti sottili.   
Non so se Melissa aspettasse un’immigrata italiana con una spiccata curiosità per raccontare quanto orribili sono stati il 2017 e il 2018 per lei. Oppure se lo racconti a tutti. Di certo, si è sentita sufficientemente a suo agio per parlare abbondantemente della sua vita nel dettaglio.
Tanto ché ora so molto, di Melissa. Moltissimo. Vedete un po’.
 
Melissa non abita a New York, ma in un paese che lei stessa definisce “boring and uneventful, houses, houses, just houses” alla perifieria di Boston. Lavora da remoto, e viene a NY una volta ogni due mesi, o giù di lì.
Le sarebbe tanto piaciuto trasferirsi a NY, anni fa, insieme al merito. Ma i figli erano alle superiori. E come si fa a sradicare i figli dalle superiore e trascinarli via?
Non lo so, Melissa. A quanto vedo non si fa.
Infatti, non si fa, quindi sono rimasti in periferia. Che comunque ha i suoi aspetti positivi. Vita tranquilla, figli liberi di giocare fuori, di andare in giro da soli. Ora però loro sono cresciuti e se ne sono andati di casa. Lei continua a lavorare da remoto, e suo marito è fuori casa dodici ore al giorno per il suo lavoro.
Alché Melissa, che ha dovuto uccidere il sogno di New York, ma che di questo, per fortuna non è morta, ha trovato il modo di mettere una pezza. Quindi sprizza orgoglio da tutte le rughe quando, dopo circa sei minuti dal nostro incontro, mi informa che la scorsa estate lei e il marito hanno comprato una seconda casa nel Maine. E quello è stato il loro salto nel buio, il loro leap of faith, soprattutto per l’investimento economico, perché non sai mai da che parte va il mercato e l’economia e se da un giorno all’altro ti ritrovi under the water, come nel 2008.
E via che prende a parlarmi della casa: disposta su piani diversi, il terzo piano per i figli, perché adesso sono giovani e non apprezzano una seconda casa nel Maine, ma quando invecchieranno, allora sì, allora sì che capiranno…
Niente vista mare — a quella hanno dovuto rinunciare — ma ci sono gli alberi, e anche quelli sono una bella vista, no? E poi il mare è a dieci minuti a piedi, quindici dai, quindi non è male.
No, Melissa, non è affatto male.
Certo il suo capo, che anche abita in Maine, ha la vista sull’oceano… Ma lei non si lamenta. Sono stati abbastanza fortunati da potersi permettere la casa, grazie anche, e va detto, ai soldi che le ha lasciato la madre.
I am sorry, Melissa.
La madre è venuta a mancare all’inizio del 2018.
È caduta. Il giorno stesso in cui è entrata in casa nuova, è caduta per terra, è entrata in coma, e non si è più svegliata.
Io sono un po’ confusa con tutte queste case. Come? Quale casa?
Melissa mi spiega che sua madre, nonostante l’età, il vizio dell’alcol e una demenza senile galoppante, voleva a tutti i costi cambiare casa. Allora, da donna volitiva e combattente, nonostante il vizio dell’alcol e la demenza senile galoppante, aveva comprato una casa.
Il giorno stesso del trasferimento scivola per terra. E non si rialza più.

Dico a Melissa che la vita è proprio infame delle volte, si accanisce. Se poi ci si mette anche la sfortuna, be’, quella è una cecchina, e se ti punta, non ti molla finché non preme il grilletto.
Mi dispiace molto, ripeto. E le chiedo se la caduta fosse in qualche modo causata dall’alcol — a volte non riesco proprio a dominare il lato forense — e se bevesse da molto.
Melissa butta la testa indietro, alza gli occhi al cielo. “Oopf, since when I was a child”, aggiunge. Però aggiunge anche che ha cercato per tutta la vita di non farlo pesare, di nasconderlo.
Il che forse è pure peggio, secondo me. Ma vedo di non aggiungerlo.

Dalla madre alcolizzata, alla tragedia nella casa nuova di zecca, passiamo ai figli.
Melissa ha due figli grandi, entrambi fuori casa. Ma è di uno che non vede l’ora di parlarmi. Di quello che si è sposato nell’estate del 2017, e che l’ha stressata molto durante i preparativi del matrimonio.
“How am I supposed to know how to take care of a wedding?”.
Non lo so, Melissa.
Ma evidentemente, dopo il drama iniziale, tutto è andato liscio. Mi dice che il compagno del figlio è un great guy. Aggiunge anche che non era mai stata a un matrimonio di quel tipo — that kind of wedding — e che è stata una cerimonia meravigliosa. I due, a quanto pare, si completano: il figlio è più come il marito di lei, persona solida coi piedi per terra, mentre il great guy, à più come lei, Melissa, più da testa per aria. Ed è bene trovarsi e completarsi, no?
Sì, Melissa, certo.

Allora.
In mezz’ora di Melissa, ho scoperto che aveva un sogno nel cuore di nome New York, ma che non ha avuto l’ardire di realizzare per via dei figli, che certo non incolpa. Incolpa, invece, se stessa. Questa cosa non le è ancora andata giù, lo vedi dal modo in cui si smarrisce rigirandosi la tazza del tè in mano.
Tuttavia non è stata lì a rimuginare. Ha cercato di darsi una smossa. Si è fatta trent’anni in periferia a Boston, vagheggiando il momento della rivalsa, che è arrivata travestita da una casina nella periferia del Maine, che certo, non è come la casa dei suoi sogni — niente ocean view — ma va bene dai, e le permetterà di andarci nei weekend e in estate — e com’è l’estate in Maine, Melissa? Corta e fredda, Sara — e anche di ospitarci i figli, e insomma, di vivere questo nuovo inizio, dopo lo strazio degli ultimi due anni appresso alla madre, incombenza che certo si divideva con il fratello, ma un fratello di cui in realtà non si poteva fidare al 100%, visto che la sera in cui la madre è scivolata, proprio quella prima sera, lui, il fratello, aveva deciso di non rimanere a tenerla d’occhio, mentre Melissa, che la osservava da un po’ e da un po’ aveva capito che c’era qualcosa che non andava, lei, Melissa, non l’avrebbe mai lasciata sola, e forse oggi, chissà, magari la madre sarebbe ancora viva, ubriaca e demente, ma viva, e si godrebbe la casa nuova di zecca, anche se questo non avrebbe permesso a lei di ereditare, e comprarsi la sua casa nuova nel Maine.
Quindi alla fine forse tutto ha un senso, no?
Sì, Melissa, forse tutto ha un senso.

L’ottimismo degli americani è un fatto più complesso e meno beota di quel che si pensi. Esce fuori da circostanze battute dalle sciagure, come in questo caso. Invece di arroccarsi sul destino tragico della madre, Melissa vi trova l’occasione del suo riscatto.
Certo è un punto di vista individualista.
Ma com’è, secondo voi, l’uomo occidentale?
Come siamo noi, davvero?

Prima di passare al film della settimana, che ha a che fare con la Notte degli Oscar, fatemi parlare della Notte degli Oscar.
A parte l’esultanza per “Roma”, che si è strameritato le statuette per miglior fotografia, miglior film straniero e miglior regista a Cuaron. A parte l’Oscar a Olivia Colman, miglior attrice in “La favorita” — per quanto anche Glenn Close l’avrebbe meritato. Ho dissentito con talmente tante premiazioni, che la mia serata nella sala cinematografica del Roxy Hotel è passata tutta sulle note di “Whaaaat??”.
Per inciso, la sala cinematografica del Roxy Hotel, al momento, risulta essere la migliore di New York City — ce ne sono ancora tante da vedere, ma questa è un tesoro. Teatro con file decrescenti, poltroncine pulitissime, sodissime, foderate di velluto rosso, moquette di colore gestibile, sipario di velluto rosso in pendant. Atmosfera ’20. Se venite in città, controllate la programmazione e concedetevi una serata al Roxy Hotel Cinema 😉

Ma oltre la contrarietà di superficie per dei premi non vinti da film che li avrebbero meritati — RBG, “Island of Dogs”, “The Ballad of Buster Scruggs” —la delusione più cocente, quella proprio che mi è rimasta attaccata addosso per 48 ore filate dopo la premiazione, con invariata intensità, è stata causata da due Oscar.
Miglior attore protagonista a Rami Malek (il Freddie Mercury di “Bohemian Rapsody”) e Miglior Film a “Green Book” di Peter Farrelly.

Quanto a Malek, io rimango della mia posizione. La sua interpretazione scimmiotta Freddie, non tende a Freddie. Credo che il pubblico e l’Academy siano rimasti abbagliati dai denti — di certo — dalle mossette, e da una vaghissima somiglianza nei tratti del viso. Ma questi elementi non bastano, non dovrebbero bastare per fare un’interpretazione.

E poi, un’altra considerazione. Io sono dell’opinione che un Oscar si debba guadagnare. Cioè, parliamoci chiaro. Leonardo DiCaprio, per portarsi a casa la benedetta statuetta da Best Leading Actor ha fatto l’autistico in “Buon compleanno Mister Grape”, l’affogato nel mare d’amore di “Titanic”, il wolf bastardissimo di Wall Street, per non parlare di tutti i lavori con quelli sconosciuti di Scorsese, Spielberg, Scott, Eastwood, Allen, Nolan, Luhrmann, Tarantino.
Per portarsi a casa la statuetta, Leonardo ha dormito dentro un orso. Non metaforicamente. Letteralmente dentro un orso. Morto. Almeno il lupo di Cappuccetto era vivo. L’orso di Leonardo era morto!
Glenn Close, 71 anni e cinquanta di carriera sulle spalle, si è vissuta qualcosa come sette candidature, e sette statuette sfumate.
Quindi non è che tu, Rami Malek, dopo aver fatto una manciata di film tra cui spiccano tre — tre — “Una notte al museo”, arrivi, t’infili una dentiera, impari due mosse e ti porti a casa l’Oscar.

Ma il premio ancor più dolente è davvero quello di Miglior Film a “Green Book”.
Come forse avrete notato, non ci ho scritto sopra nessun pippone. Mi sono guardata bene dall’andarlo a vedere, perché sin dal trailer, che ero stata costretta a tollerare un paio di volte, mi aveva fatto venire l’orticaria.
I film che mi fanno venire l’orticaria sono quelli che prendono una tematica — in questo caso il razzismo — li intingono nell’umorismo, ci costruiscono attorno delle vicende semplici semplici, di quelle con sopra i cartelli lampeggianti “giusto” e “sbagliato”, così da renderti tutto facile facile, e che ti fanno pensare solo alle risate. Quei film programmati per ucciderti il pensiero.

Green Book”, in questo, eccelle. Sono andata a vederlo questa settimana, per poterlo squartare come si conviene.
Non solo è divertente, ma è anche ben recitato: Viggo Mortensen è il miglior italo-americano interpretato da un danese-americano della storia cinematografica mondiale, e Maershala Ali è un talento a cui l’Oscar come miglior attore non-protagonista fa giustizia — anche se io l’avrei dato ad Adam Driver in “BlackKlansman”.

Il libro verde del titolo è una specie di guida che negli anni ‘60 i neri potevano consultare per “viaggiare tranquilli”: vi trovavano elencati tutti i motel, ristoranti, locali, “for colored”, in modo da aggirare l’inaccessibilità di motel, ristoranti, locali, “for white only”.
Partiamo dal genere. Ben definito, senza problemi di classificazione. Commedia brillante abbinata a un road movie. Qualcuno si è azzardato ad avvicinarla alla Commedia all’Italiana, pensando, magari a quel viaggio di risate e tragedia che racconta il rapporto tra Vittorio Gassman e Jean-Luc Trintignant ne “Il Sorpasso”.
Pazzi!

L’italoamericano canotta-chiazzata Tony Lip Vallelonga viene assunto come autista personale del sofisticatissimo musicista afroamericano, genio del piano, Don Shirley. Il suo compito è quello di accompagnarlo in una tournée nel sud del paese, attraversando stati sedotti dal Ku Klux Klan e abbandonati dalla ragione come Kentucky, Virginia, Alabama, ecc.
I due non potrebbero essere più diversi: il bifolco e l’erudito, il bianco e il nero. Eppure, guarda caso, durante il viaggio, viene fuori che non sono poi così diversi, che il bifolco può aiutare l’erudito e l’erudito il bifolco. Che il bianco, quando sei un italo-americano, non è proprio così bianco, e che il nero, quando sei un artista di fama e successo, non è poi così nero.
I due attraversano tutto il manuale delle classiche situazioni discriminatorie: il ricco mecenate bianco che idolatra il talento di Shirley ma che gli vieta l’uso del bagno padronale, indicandogli la latrina in giardino. La serata nel locale di neri in cui Shirley suona jazz facendo impazzire tutti. L’abuso di potere delle forze dell’ordine e la telefonata dall’alto che risolverà la situazione.
Quanta prevedibilità.
La tournée si conclude con Shirley al volante che dà il cambio a un Tony stanchissimo, in una corsa contro il tempo e la neve, per raggiungere New York in tempo per il cenone della vigilia in casa Vallelonga, che accoglierà a braccia aperte anche Shirley, altrimenti destinato a un Natale in totale solitudine scroogiana nel suo attico in cima alla Carnegie Hall.

“Green Book” ha diritto di esistere e di divertire le platee. Ma a mio parere, non ha diritto di vincere l’Oscar come Miglior Film. Soprattutto se paragonato a opere come “Roma”, “Black Panther”, BlackKlansman”, “La Favorita” e persino “Vice”, che non ho amato molto personalmente, ma che almeno cerca di far riflettere su una parte della storia molto recente — operazione sempre molto molto difficile.
Se spogliate “Green Book” della comicità, vero asset del film per cui diamo a Ferrelly quel che è di Farrelly — regista di “Scemo più scemo” e “Tutti pazzi per Mary”, pellicole che, al tempo, mi fecero sbellicare — se lo spogliamo del fun, ciò che ci rimane in mano, è preoccupante.

Il film mostra il razzismo come se fosse un problema rappresentabile, e risolvibile, attraverso semplici incroci di componenti antitetiche, che poi si dis-crociano durante il corso degli eventi. Il nero acculturato diventa il nero solo e con crisi identitarie superabili con l’aiuto di un vero amico al suo fianco, mentre il bianco testa di legno diventa il bianco che apre gli occhi e capisce come va il mondo per gli altri da sé. I poliziotti razzisti che discriminano Shirley perché nero e Tony perché italo-americano — quindi un nero bianco — diventano il poliziotto buono che soccorre la coppia durante la tormenta di neve e che permette loro di continuare il viaggio.
Tutto è sistematico, matematico. L’ingiustizia è sempre seguita dalla presa di coscienza dell’ingiustizia, e poi raddrizzata, spesso a suon di botte — Tony è una specie di Bud Spencer che mena le mani per proteggere il proprio padrone/amico genio — così come la mancanza di cultura e di modi è sempre raddrizzata dalla conoscenza, e dalla didattica — Shirley che obbliga Tony a recuperare un bicchiere che Tony getta fuori dal finestrino, oppure Shirley che scrive le lettere d’amore per la moglie di Tony al posto suo.
Questo andamento porta all’happy-ending più happy della storia, in una giornata che non è una giornata qualunque, ma Natale. I mean, Natale! A New York!
Frank Capra applaude dalla tomba il discepolo Farrelly.
E io, fraKamente, do di stomaco.

Per me, un’operazione del genere non è solo mediocre: è dannosa. Primo perché dà del passato una visione distorta, assolutamente errata. Gli anni ’60 negli Stati Uniti sono stati un decennio fra i più violenti della storia, in cui gli scontri razziali negli Stati del Sud stavano hanno raggiunto picchi di tensione altissima. Darne una versione così edulcorata fa un torto alla Storia.
Secondo, perché il razzismo esce fuori come un fenomeno facilmente visibile, classificabile, risolvibile. Cose che, lo sappiamo tutti, non è, e non è mai stato.
È come insegnare ad andare in bici a un bambino e poi, d’un tratto, farlo salire su un’astronave e dirgli, ecco, guidala.
La bici è “Green Book”, il mondo l’astronave.
 
Ma datti una calmata, Board. Il cinema è anche intrattenimento.
Sì, vero, il cinema è anche intrattenimento. Ma ci si può intrattenere anche parlando di questioni spinose. Prendete “Lui è tornato – Er is ist wieder da”, la commedia surreale che immaginava un ipotetico ritorno di Hitler. Insieme al razzismo, il nazismo è senza dubbio una delle questioni più spinose con cui la nostra era ha a che fare. In quel film ridevamo di gusto, e stavamo male alle stesso tempo.
In “Green Book” si ride e basta. Si esce con la testa vuota vuota, o zeppa zeppa di false idee. È come rimpinzarsi di Big Mac: esci da MacDonald’s con il pieno di grassi, ma zero sostanze veramente nutritive.
Per questo dico che è dannoso. Cerca di mostrare l’errore degli stereotipi, ma lo fa perpetrando quegli stereotipi.
Prendete per esempio l’insopportabile, trita rappresentazione dell’italo-americanità nel film. Gli italo-americani sono sempre ripresi a mangiare, o a parlare di mangiare — lo stesso Tony mangia in continuazione in maniera animalesca. Sono sempre immischiati in amicizie losche o lavoretti criminali, sono fissati con la famiglia, non sanno parlare l’inglese. Tony è rozzo, volgare, portato al furto, ma di buon cuore.
A questo punto, sono meglio i cinepanettoni, che non ambiscono a insegnare o mostrare nulla, soprattutto un mondo che non è mai esistito.
“BlackKlansman” — ritorno agli Oscar — che invece mostra il razzismo in tutta la sua complessità, e che radica il passato nel presente con l’ultima scena sulla strage di Charlottesville, è onesto: ci manda per strada con la testa piena di dubbi. Non ci fa girare in bici per 150 minuti e poi salire sull’astronave del mondo.
Ci fa entrare dentro l’astronave.

Questa statuetta, proprio questa statuetta, mi ha dimostrato che l’appiattimento e la semplificazione non sono solo proposte e adottate, ma sono anche premiate.
Per questo mi rode. Che siano proposte, va bene — free market — e che siano adottate ci sta — free will — ma che siano premiate, no.
Non va bene.
E questo è il mio free thinking.

E su questo no affermativo, siamo arrivati in fondo, Moviers.
Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti sentiti e saluti, negativamente cinematografici.

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