LET’S MOVIE 403 da NYC squarta “GREEN BOOK” di Peter Farrelly

LET’S MOVIE 403 da NYC squarta “GREEN BOOK” di Peter Farrelly

Melissa, Moviers,

la incontro a La Colombe, un caffè che sta in Vandam Street, una via abitata da Jean Claude e dalla sua cinematografia da strapazzo, almeno nel mio immaginario.
Non è quella SoHo a cui state pensando quando sentite “SoHo”.
SoHo si sviluppa da Crosby Street sul lato est, fino al Pier 40 sull’Hudson, lato ovest, quindi non soltanto il fazzoletto di viuzze lastricate d’oro che si concentra nel mezzo, ma anche quella parte anonima che comprende strade anonime come Varick Street e Hudson Street, e che avvicinano il quartiere al fiume. Non è un’area che frequento molto, quindi l’occasione — un appuntamento in zona — e il mio arrivo straordinariamente in anticipo mi permettono di fare quattro passi nell’anonimato.

Di New York è buffa la tempistica. Puoi trovarti letteralmente nel cuore di Manhattan — I mean, SoHo — e imbatterti in una rimessa abbandonata dietro un cancello arrugginito che sfoggia pure un bigodino di filo spinato in cima. Stile DDR. Puoi imbatterti in camion parcheggiati, probabilmente dal 1970, e gabbiotti “Park Here” risalenti probabilmente al secondo dopoguerra, quando il traffico newyorkese aveva ancora da palesarsi in tutta la sua diossica maestosità.
Se camminate lungo Hudson Street, fino alla traversa di Canal Street, c’è questo tipo di New York. Case di mattoni in cui i mattoni hanno tappato anche le finestre. Il bordo della finestra si vede ancora, ma al posto dell’aria, ci sono loro, i mattoni.
A me, quel tipo di vista, mette un ché di tristezza. Penso al sole bandito dalla stanza — Sonne, raus. Alla fine delle infiltrazioni della luce.
Penso sempre che la luce dovrebbe poter filtrare ovunque.

Ma su una parete, lì accanto, trovi anche un gigantesco murales raffigurante un acrobata, colto mentre si srotola dal suo telo aereo giù per tutta la facciata di un edificio — imparo in questo momento che “i tessuti aerei” sono una vera e propria disciplina circense.
Un acrobata che si allena in pieno anonimato, lungo la verticalità di un edificio: la bellezza trova il modo di filtrare anche qui.
Allora penso che la bellezza è persino più forte della luce: davanti a una coltre di mattoni la luce non può nulla. La bellezza ci si sdraia sopra.

Torno indietro a La Colombe — il mio anticipo è finito.
L’esotismo esercita ancora un fascino potente sui gestori dei locali: New York è invasa da ristoranti, caffeterie, paninerie, pizzerie, ogni sorta di -ie del dizionario della ristorazione con nomi stranieri. Il francese e l’italiano sono tutt’ora garanzia di sogno. Facciamo sognare il cliente, l’obbiettivo. Le Cirque, Le Monde, La Colombe. Che poi il posto in sé non offra assolutamente nulla di francofono non è importante. Tu stai già sognando Montmartre sulle note de La vie en rose mentre lo dici, e quello, è l’importante.
La Colombe è la più classica delle cafeterie americano-britanniche. Tavoli in legno dolce, di cui alcuni, piccoli piccoli, in vetrina. Un’infinità di tipi di caffè possibili ordinabili, e tre tipi di tè — il tè rientra nelle minoranze da bar.
Mi siedo in attesa di Melissa.

Mentre aspetto e mi guardo intorno, vedo una ragazza seduto a un tavolinetto, uno di quelli con l’affaccio sulla vetrata e sull’esterno. Lei è rivolta verso di me. Ha un Mac aperto davanti, e gli occhi puntati sul cellulare. Si sta mettendo il burrocacao. Lo fa distrattaemente — ha la testa altrove — eppure con una sensualità che le farebbe vincere qualche premio, se un premio riconoscesse la sensualità di una ragazza che si mette il burrocacao in un luogo pubblico.
Fra me e me dico che questa ragazza finirà nei miei scritti, da qualche parte, un giorno.
Per ora finisce qui in Lez Muvi. Ma questa è giusto la stanza d’attesa.
Tiro un sospiro di sollievo tutto mentale costatando che la noia è bandita dai locali pubblici. Che c’è sempre qualcuno da guardare, e dietro cui rovistare.

Ecco che arriva Melissa.
Melissa non è un’amica. È una che potrebbe farmi un colloquio, se decidessi di mandare la mia candidatura per un certo posto di lavoro.
Questo incontro è un incontro “informale”, precisa. Ci tiene a precisarlo, durante l’arco dell’incontro, nove-dieci, forse undici volte.
Una tipa precisa, Melissa.

Dato che è una cosa non ufficiale, non possiamo parlare della futura ipotetica posizione se non in termini vaghissimi. Né può chiedermi mie specifiche abilità in materia.
Non so bene quale sia lo scopo di un incontro informale pre-candidatura con tutti questi veti, ma chi sono io per negare a Melissa un’ora del mio tempo, un’ora che mi permette anche di esplorare la New York anni ‘70 e incontrare sulla mia via la sensualità intorno a uno stick di burrocacao?
Va bene allora Melissa, visto che di lavoro non si può parlare, parliamo di noi.
E io racconto, in breve la rivoluzione copernicana che ha stravolto l’universo tolemaico in cui ho vissuto fino al 2016. Il mio arrivo a New York. L’esperienza del visto. Trovare un lavoro. Cambiare casa. Lasciare tutto e ripartire.

Quando racconto la mia storia, mi rendo conto che possa essere letta in termini fastidiosamente eroici. Io credo non ci sia nulla di eroico. È tutto abbastanza normale. Se un posto non va, cambi posto. Il resto, in fondo, è logistica.
Ma non scordo mai di dire che New York è stata per me un’idea fissa per un decennio, e se un’idea ti si fissa in testa per un decennio, be’, allora qualcosa, a un certo punto, devi proprio farla.
Quando dico questo, vedo un’ombra passarle rapida sul viso; di lì a poco avrei capito perché.
Cerco di ridurre la mia parte al minimo. Voglio far parlare lei. Voglio vedere chi si nasconde dietro a questa donna di mezza età, la ricrescita prima dei capelli rossicci, tante piccole rughe su tutta la faccia, e due occhi azzurri dietro due lenti sottili.   
Non so se Melissa aspettasse un’immigrata italiana con una spiccata curiosità per raccontare quanto orribili sono stati il 2017 e il 2018 per lei. Oppure se lo racconti a tutti. Di certo, si è sentita sufficientemente a suo agio per parlare abbondantemente della sua vita nel dettaglio.
Tanto ché ora so molto, di Melissa. Moltissimo. Vedete un po’.
 
Melissa non abita a New York, ma in un paese che lei stessa definisce “boring and uneventful, houses, houses, just houses” alla perifieria di Boston. Lavora da remoto, e viene a NY una volta ogni due mesi, o giù di lì.
Le sarebbe tanto piaciuto trasferirsi a NY, anni fa, insieme al merito. Ma i figli erano alle superiori. E come si fa a sradicare i figli dalle superiore e trascinarli via?
Non lo so, Melissa. A quanto vedo non si fa.
Infatti, non si fa, quindi sono rimasti in periferia. Che comunque ha i suoi aspetti positivi. Vita tranquilla, figli liberi di giocare fuori, di andare in giro da soli. Ora però loro sono cresciuti e se ne sono andati di casa. Lei continua a lavorare da remoto, e suo marito è fuori casa dodici ore al giorno per il suo lavoro.
Alché Melissa, che ha dovuto uccidere il sogno di New York, ma che di questo, per fortuna non è morta, ha trovato il modo di mettere una pezza. Quindi sprizza orgoglio da tutte le rughe quando, dopo circa sei minuti dal nostro incontro, mi informa che la scorsa estate lei e il marito hanno comprato una seconda casa nel Maine. E quello è stato il loro salto nel buio, il loro leap of faith, soprattutto per l’investimento economico, perché non sai mai da che parte va il mercato e l’economia e se da un giorno all’altro ti ritrovi under the water, come nel 2008.
E via che prende a parlarmi della casa: disposta su piani diversi, il terzo piano per i figli, perché adesso sono giovani e non apprezzano una seconda casa nel Maine, ma quando invecchieranno, allora sì, allora sì che capiranno…
Niente vista mare — a quella hanno dovuto rinunciare — ma ci sono gli alberi, e anche quelli sono una bella vista, no? E poi il mare è a dieci minuti a piedi, quindici dai, quindi non è male.
No, Melissa, non è affatto male.
Certo il suo capo, che anche abita in Maine, ha la vista sull’oceano… Ma lei non si lamenta. Sono stati abbastanza fortunati da potersi permettere la casa, grazie anche, e va detto, ai soldi che le ha lasciato la madre.
I am sorry, Melissa.
La madre è venuta a mancare all’inizio del 2018.
È caduta. Il giorno stesso in cui è entrata in casa nuova, è caduta per terra, è entrata in coma, e non si è più svegliata.
Io sono un po’ confusa con tutte queste case. Come? Quale casa?
Melissa mi spiega che sua madre, nonostante l’età, il vizio dell’alcol e una demenza senile galoppante, voleva a tutti i costi cambiare casa. Allora, da donna volitiva e combattente, nonostante il vizio dell’alcol e la demenza senile galoppante, aveva comprato una casa.
Il giorno stesso del trasferimento scivola per terra. E non si rialza più.

Dico a Melissa che la vita è proprio infame delle volte, si accanisce. Se poi ci si mette anche la sfortuna, be’, quella è una cecchina, e se ti punta, non ti molla finché non preme il grilletto.
Mi dispiace molto, ripeto. E le chiedo se la caduta fosse in qualche modo causata dall’alcol — a volte non riesco proprio a dominare il lato forense — e se bevesse da molto.
Melissa butta la testa indietro, alza gli occhi al cielo. “Oopf, since when I was a child”, aggiunge. Però aggiunge anche che ha cercato per tutta la vita di non farlo pesare, di nasconderlo.
Il che forse è pure peggio, secondo me. Ma vedo di non aggiungerlo.

Dalla madre alcolizzata, alla tragedia nella casa nuova di zecca, passiamo ai figli.
Melissa ha due figli grandi, entrambi fuori casa. Ma è di uno che non vede l’ora di parlarmi. Di quello che si è sposato nell’estate del 2017, e che l’ha stressata molto durante i preparativi del matrimonio.
“How am I supposed to know how to take care of a wedding?”.
Non lo so, Melissa.
Ma evidentemente, dopo il drama iniziale, tutto è andato liscio. Mi dice che il compagno del figlio è un great guy. Aggiunge anche che non era mai stata a un matrimonio di quel tipo — that kind of wedding — e che è stata una cerimonia meravigliosa. I due, a quanto pare, si completano: il figlio è più come il marito di lei, persona solida coi piedi per terra, mentre il great guy, à più come lei, Melissa, più da testa per aria. Ed è bene trovarsi e completarsi, no?
Sì, Melissa, certo.

Allora.
In mezz’ora di Melissa, ho scoperto che aveva un sogno nel cuore di nome New York, ma che non ha avuto l’ardire di realizzare per via dei figli, che certo non incolpa. Incolpa, invece, se stessa. Questa cosa non le è ancora andata giù, lo vedi dal modo in cui si smarrisce rigirandosi la tazza del tè in mano.
Tuttavia non è stata lì a rimuginare. Ha cercato di darsi una smossa. Si è fatta trent’anni in periferia a Boston, vagheggiando il momento della rivalsa, che è arrivata travestita da una casina nella periferia del Maine, che certo, non è come la casa dei suoi sogni — niente ocean view — ma va bene dai, e le permetterà di andarci nei weekend e in estate — e com’è l’estate in Maine, Melissa? Corta e fredda, Sara — e anche di ospitarci i figli, e insomma, di vivere questo nuovo inizio, dopo lo strazio degli ultimi due anni appresso alla madre, incombenza che certo si divideva con il fratello, ma un fratello di cui in realtà non si poteva fidare al 100%, visto che la sera in cui la madre è scivolata, proprio quella prima sera, lui, il fratello, aveva deciso di non rimanere a tenerla d’occhio, mentre Melissa, che la osservava da un po’ e da un po’ aveva capito che c’era qualcosa che non andava, lei, Melissa, non l’avrebbe mai lasciata sola, e forse oggi, chissà, magari la madre sarebbe ancora viva, ubriaca e demente, ma viva, e si godrebbe la casa nuova di zecca, anche se questo non avrebbe permesso a lei di ereditare, e comprarsi la sua casa nuova nel Maine.
Quindi alla fine forse tutto ha un senso, no?
Sì, Melissa, forse tutto ha un senso.

L’ottimismo degli americani è un fatto più complesso e meno beota di quel che si pensi. Esce fuori da circostanze battute dalle sciagure, come in questo caso. Invece di arroccarsi sul destino tragico della madre, Melissa vi trova l’occasione del suo riscatto.
Certo è un punto di vista individualista.
Ma com’è, secondo voi, l’uomo occidentale?
Come siamo noi, davvero?

Prima di passare al film della settimana, che ha a che fare con la Notte degli Oscar, fatemi parlare della Notte degli Oscar.
A parte l’esultanza per “Roma”, che si è strameritato le statuette per miglior fotografia, miglior film straniero e miglior regista a Cuaron. A parte l’Oscar a Olivia Colman, miglior attrice in “La favorita” — per quanto anche Glenn Close l’avrebbe meritato. Ho dissentito con talmente tante premiazioni, che la mia serata nella sala cinematografica del Roxy Hotel è passata tutta sulle note di “Whaaaat??”.
Per inciso, la sala cinematografica del Roxy Hotel, al momento, risulta essere la migliore di New York City — ce ne sono ancora tante da vedere, ma questa è un tesoro. Teatro con file decrescenti, poltroncine pulitissime, sodissime, foderate di velluto rosso, moquette di colore gestibile, sipario di velluto rosso in pendant. Atmosfera ’20. Se venite in città, controllate la programmazione e concedetevi una serata al Roxy Hotel Cinema 😉

Ma oltre la contrarietà di superficie per dei premi non vinti da film che li avrebbero meritati — RBG, “Island of Dogs”, “The Ballad of Buster Scruggs” —la delusione più cocente, quella proprio che mi è rimasta attaccata addosso per 48 ore filate dopo la premiazione, con invariata intensità, è stata causata da due Oscar.
Miglior attore protagonista a Rami Malek (il Freddie Mercury di “Bohemian Rapsody”) e Miglior Film a “Green Book” di Peter Farrelly.

Quanto a Malek, io rimango della mia posizione. La sua interpretazione scimmiotta Freddie, non tende a Freddie. Credo che il pubblico e l’Academy siano rimasti abbagliati dai denti — di certo — dalle mossette, e da una vaghissima somiglianza nei tratti del viso. Ma questi elementi non bastano, non dovrebbero bastare per fare un’interpretazione.

E poi, un’altra considerazione. Io sono dell’opinione che un Oscar si debba guadagnare. Cioè, parliamoci chiaro. Leonardo DiCaprio, per portarsi a casa la benedetta statuetta da Best Leading Actor ha fatto l’autistico in “Buon compleanno Mister Grape”, l’affogato nel mare d’amore di “Titanic”, il wolf bastardissimo di Wall Street, per non parlare di tutti i lavori con quelli sconosciuti di Scorsese, Spielberg, Scott, Eastwood, Allen, Nolan, Luhrmann, Tarantino.
Per portarsi a casa la statuetta, Leonardo ha dormito dentro un orso. Non metaforicamente. Letteralmente dentro un orso. Morto. Almeno il lupo di Cappuccetto era vivo. L’orso di Leonardo era morto!
Glenn Close, 71 anni e cinquanta di carriera sulle spalle, si è vissuta qualcosa come sette candidature, e sette statuette sfumate.
Quindi non è che tu, Rami Malek, dopo aver fatto una manciata di film tra cui spiccano tre — tre — “Una notte al museo”, arrivi, t’infili una dentiera, impari due mosse e ti porti a casa l’Oscar.

Ma il premio ancor più dolente è davvero quello di Miglior Film a “Green Book”.
Come forse avrete notato, non ci ho scritto sopra nessun pippone. Mi sono guardata bene dall’andarlo a vedere, perché sin dal trailer, che ero stata costretta a tollerare un paio di volte, mi aveva fatto venire l’orticaria.
I film che mi fanno venire l’orticaria sono quelli che prendono una tematica — in questo caso il razzismo — li intingono nell’umorismo, ci costruiscono attorno delle vicende semplici semplici, di quelle con sopra i cartelli lampeggianti “giusto” e “sbagliato”, così da renderti tutto facile facile, e che ti fanno pensare solo alle risate. Quei film programmati per ucciderti il pensiero.

Green Book”, in questo, eccelle. Sono andata a vederlo questa settimana, per poterlo squartare come si conviene.
Non solo è divertente, ma è anche ben recitato: Viggo Mortensen è il miglior italo-americano interpretato da un danese-americano della storia cinematografica mondiale, e Maershala Ali è un talento a cui l’Oscar come miglior attore non-protagonista fa giustizia — anche se io l’avrei dato ad Adam Driver in “BlackKlansman”.

Il libro verde del titolo è una specie di guida che negli anni ‘60 i neri potevano consultare per “viaggiare tranquilli”: vi trovavano elencati tutti i motel, ristoranti, locali, “for colored”, in modo da aggirare l’inaccessibilità di motel, ristoranti, locali, “for white only”.
Partiamo dal genere. Ben definito, senza problemi di classificazione. Commedia brillante abbinata a un road movie. Qualcuno si è azzardato ad avvicinarla alla Commedia all’Italiana, pensando, magari a quel viaggio di risate e tragedia che racconta il rapporto tra Vittorio Gassman e Jean-Luc Trintignant ne “Il Sorpasso”.
Pazzi!

L’italoamericano canotta-chiazzata Tony Lip Vallelonga viene assunto come autista personale del sofisticatissimo musicista afroamericano, genio del piano, Don Shirley. Il suo compito è quello di accompagnarlo in una tournée nel sud del paese, attraversando stati sedotti dal Ku Klux Klan e abbandonati dalla ragione come Kentucky, Virginia, Alabama, ecc.
I due non potrebbero essere più diversi: il bifolco e l’erudito, il bianco e il nero. Eppure, guarda caso, durante il viaggio, viene fuori che non sono poi così diversi, che il bifolco può aiutare l’erudito e l’erudito il bifolco. Che il bianco, quando sei un italo-americano, non è proprio così bianco, e che il nero, quando sei un artista di fama e successo, non è poi così nero.
I due attraversano tutto il manuale delle classiche situazioni discriminatorie: il ricco mecenate bianco che idolatra il talento di Shirley ma che gli vieta l’uso del bagno padronale, indicandogli la latrina in giardino. La serata nel locale di neri in cui Shirley suona jazz facendo impazzire tutti. L’abuso di potere delle forze dell’ordine e la telefonata dall’alto che risolverà la situazione.
Quanta prevedibilità.
La tournée si conclude con Shirley al volante che dà il cambio a un Tony stanchissimo, in una corsa contro il tempo e la neve, per raggiungere New York in tempo per il cenone della vigilia in casa Vallelonga, che accoglierà a braccia aperte anche Shirley, altrimenti destinato a un Natale in totale solitudine scroogiana nel suo attico in cima alla Carnegie Hall.

“Green Book” ha diritto di esistere e di divertire le platee. Ma a mio parere, non ha diritto di vincere l’Oscar come Miglior Film. Soprattutto se paragonato a opere come “Roma”, “Black Panther”, BlackKlansman”, “La Favorita” e persino “Vice”, che non ho amato molto personalmente, ma che almeno cerca di far riflettere su una parte della storia molto recente — operazione sempre molto molto difficile.
Se spogliate “Green Book” della comicità, vero asset del film per cui diamo a Ferrelly quel che è di Farrelly — regista di “Scemo più scemo” e “Tutti pazzi per Mary”, pellicole che, al tempo, mi fecero sbellicare — se lo spogliamo del fun, ciò che ci rimane in mano, è preoccupante.

Il film mostra il razzismo come se fosse un problema rappresentabile, e risolvibile, attraverso semplici incroci di componenti antitetiche, che poi si dis-crociano durante il corso degli eventi. Il nero acculturato diventa il nero solo e con crisi identitarie superabili con l’aiuto di un vero amico al suo fianco, mentre il bianco testa di legno diventa il bianco che apre gli occhi e capisce come va il mondo per gli altri da sé. I poliziotti razzisti che discriminano Shirley perché nero e Tony perché italo-americano — quindi un nero bianco — diventano il poliziotto buono che soccorre la coppia durante la tormenta di neve e che permette loro di continuare il viaggio.
Tutto è sistematico, matematico. L’ingiustizia è sempre seguita dalla presa di coscienza dell’ingiustizia, e poi raddrizzata, spesso a suon di botte — Tony è una specie di Bud Spencer che mena le mani per proteggere il proprio padrone/amico genio — così come la mancanza di cultura e di modi è sempre raddrizzata dalla conoscenza, e dalla didattica — Shirley che obbliga Tony a recuperare un bicchiere che Tony getta fuori dal finestrino, oppure Shirley che scrive le lettere d’amore per la moglie di Tony al posto suo.
Questo andamento porta all’happy-ending più happy della storia, in una giornata che non è una giornata qualunque, ma Natale. I mean, Natale! A New York!
Frank Capra applaude dalla tomba il discepolo Farrelly.
E io, fraKamente, do di stomaco.

Per me, un’operazione del genere non è solo mediocre: è dannosa. Primo perché dà del passato una visione distorta, assolutamente errata. Gli anni ’60 negli Stati Uniti sono stati un decennio fra i più violenti della storia, in cui gli scontri razziali negli Stati del Sud stavano hanno raggiunto picchi di tensione altissima. Darne una versione così edulcorata fa un torto alla Storia.
Secondo, perché il razzismo esce fuori come un fenomeno facilmente visibile, classificabile, risolvibile. Cose che, lo sappiamo tutti, non è, e non è mai stato.
È come insegnare ad andare in bici a un bambino e poi, d’un tratto, farlo salire su un’astronave e dirgli, ecco, guidala.
La bici è “Green Book”, il mondo l’astronave.
 
Ma datti una calmata, Board. Il cinema è anche intrattenimento.
Sì, vero, il cinema è anche intrattenimento. Ma ci si può intrattenere anche parlando di questioni spinose. Prendete “Lui è tornato – Er is ist wieder da”, la commedia surreale che immaginava un ipotetico ritorno di Hitler. Insieme al razzismo, il nazismo è senza dubbio una delle questioni più spinose con cui la nostra era ha a che fare. In quel film ridevamo di gusto, e stavamo male alle stesso tempo.
In “Green Book” si ride e basta. Si esce con la testa vuota vuota, o zeppa zeppa di false idee. È come rimpinzarsi di Big Mac: esci da MacDonald’s con il pieno di grassi, ma zero sostanze veramente nutritive.
Per questo dico che è dannoso. Cerca di mostrare l’errore degli stereotipi, ma lo fa perpetrando quegli stereotipi.
Prendete per esempio l’insopportabile, trita rappresentazione dell’italo-americanità nel film. Gli italo-americani sono sempre ripresi a mangiare, o a parlare di mangiare — lo stesso Tony mangia in continuazione in maniera animalesca. Sono sempre immischiati in amicizie losche o lavoretti criminali, sono fissati con la famiglia, non sanno parlare l’inglese. Tony è rozzo, volgare, portato al furto, ma di buon cuore.
A questo punto, sono meglio i cinepanettoni, che non ambiscono a insegnare o mostrare nulla, soprattutto un mondo che non è mai esistito.
“BlackKlansman” — ritorno agli Oscar — che invece mostra il razzismo in tutta la sua complessità, e che radica il passato nel presente con l’ultima scena sulla strage di Charlottesville, è onesto: ci manda per strada con la testa piena di dubbi. Non ci fa girare in bici per 150 minuti e poi salire sull’astronave del mondo.
Ci fa entrare dentro l’astronave.

Questa statuetta, proprio questa statuetta, mi ha dimostrato che l’appiattimento e la semplificazione non sono solo proposte e adottate, ma sono anche premiate.
Per questo mi rode. Che siano proposte, va bene — free market — e che siano adottate ci sta — free will — ma che siano premiate, no.
Non va bene.
E questo è il mio free thinking.

E su questo no affermativo, siamo arrivati in fondo, Moviers.
Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti sentiti e saluti, negativamente cinematografici.

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