Let’s Movie 405 from NYC – commenta “WOMAN AT WAR”/”LA DONNA ELETTRICA” di Benedikt Erlingsson

Let’s Movie 405 from NYC – commenta “WOMAN AT WAR”/”LA DONNA ELETTRICA” di Benedikt Erlingsson

Fatemi fare Fellows,

qualche considerazione su ciò che sto osservando, qui e là fuori.
L’altro giorno ero in aula-professori all’FIT.
Lì ci trovate una ventina di postazioni computer, e poi un angolo solotto con divano, libreria e un tavolo rotondo al quale i professori leggono il giornale — su tablet, ovviamente — oppure si mangiano il pranzo dalla schiscetta formato XL. Molti si portano frutta e verdura da casa, non tutti sono carb-addicted, sfatiamo una leggenda metropolitana. Altri però, si scofano takeaway indiano e pollo fritto. Quindi le sorti lipidiche si riequilibrano.
Quando l’aria è impestata di chicken, sia esso tikka masala o Kentucky fried, io mi faccio Beatrice e riparo nell’empireo inodore del mio dipartimento, all’ottavo piano.
È bello sapere di avere sempre una via di fuga.

L’aula-professori non è una biblioteca, anche se spesso c’è un silenzio bibliotecario. A volte persino biblico. Spesso, però c’è cicaleccio da stanza ricreativa.
Io sono dibattutta. Tante volte, questo brusio di sottofondo, mi disturba. Sono una supporter storica del silenzio quando lavoro, e non fosse per l’evidente contraddizione in termini, lo tiferei con entusiasmo da cheerleader — datemi una S, datemi una I, datemi una L…
Ma sono anche una curiosa patologica. Quando sento una conversazione in sottofondo, mi ci aggrappo a quattro mani, lei zattera di passaggio, io naufraga in attesa.

L’inglese poi mi spalleggia. In inglese c’è il verbo “to overhear”, che significa sentire involontariamente, non necessariamente origliare — ovvero “to eavesdrop” — che poi è quello che succede se sei in un posto pubblico e delle bocche cominciano a proferire dei suoni comprensibili dall’orecchio umano. È la stessa differenza tra “vedere” e “guardare”: l’intenzione fa la differenza.
In italiano “origliare” spalanca sempre quello scenario di soggetto nascosto dietro una tenda —Polonio padre di tutti i nascosti dietro le tende del mondo, da “Amleto” in avanti — oppure da bicchiere appoggiato alla porta.
“Sovrassentire” sarebbe un neologismo molto utile alla lingua italiana. Altroché petaloso.

Allora diciamo che qualche giorno fa, sovrassento una conversazione tra Margaret e un’altra professoressa.
Margaret insegna Textile Development and Marketing BS, dove BS è sempre fonte di ilarità per me, giacché, in gergo accademico, sta per Business Strategies, e in slang, sta per Bullshits.
Se siete in un luogo pubblico e non volete scivolare nel anti-bonton, usate l’acronimo BS, e avrete intatta la fedina orale. 🙂

Margaret è americana, ma sembra in tutto e per tutto britannica. Capello canuto e non curato, occhiale dalla montatura nera e spessa. Secchezza delle carni e della pelle, probabilmente dovuta a troppe ore davanti al computer.
Margaret, infatti, oltre a insegnare BS (!), è anche un asso con il computer, e dà una mano al Centro — il vero nome dell’aula-professori, già ve lo dissi, è Center for Excellence in Teaching, ma io mi rifiuto di grindiloquire così per una stanza, foss’anche il quartier generale della NASA. Margaret dà una mano tecnologica soprattutto a chi è alle prime armi con Blackboard, la piattaforma che permette ai professori di amministrarsi i propri corsi, interagendo con gli studenti, archiviando la marea di voti che si somministrano durante il semestre, e di uscirsene, come per magia, con la media, a fine corso, lasciando a voi il compito di ritoccare qua e là, ma senza dovervi spaccare la testa con punteggi e frazioni.
 
Lo scorso anno Margaret ha iniziato un intimidito Board alle gioie di Blackboard. Tantoché, dopo la diffidenza iniziale, l’intimidito Board ci ha preso gusto, e ora ama il programma di un amore fraterno.
Grazie al mini-training che mi impartì con santa pazienza, Margaret è diventata per me una sorta di mitica figura nerdoide, del tutto simile a quelle semi-divinità che possedevano membra umane ma che erano dotate di facoltà soprannaturali. Ancora oggi, quando ho qualche dubbio, la avvicino, glielo sussurro nell’orecchio, e lei mi sussurra la risposta senza nemmeno il tempo di pensarci su. Come se avesse saputo la domanda in anticipo e non aspettasse altro che il momento opportuno di consegnarmi la risposta.
C’è senz’altro del soprannaturale in lei.

Allora qualche giorno fa, ecco Margaret insieme a un’altra prof. che non conosco, e che non vedo in viso. Io sono con la faccia puntata sul mio schermo e do le spalle al resto della stanza, e a loro due.
Margaret le racconta un episodio di cui è stata testimone in metropolitana.
Margaret sente questa ragazza afroamericana dire a un’amica: “These white people are always so rude” riferendosi a un bianco che era sceso dalla metro e l’aveva urtata, senza scusarsi.

Da brava newyorkese affetta dal morbo del politicamente corretto, Margaret non si è azzardata a commentare. Ma ha riportato l’esempio come esempio di razzismo al contrario.

La stigmatizzazione di una razza è fallata a priori, sia che la razza in questione sia quella nera o quella bianca. Ciò che distingue, tuttavia, i due casi, è la Storia. I neri portano sulle spalle secoli di stigmatizzazioni, secoli di generalizzazioni, secoli di discriminazioni.
I bianchi, ci piaccia o meno ammetterlo, no. Questo fa una sostanziale differenza.
Prescindere dalla Storia è l’errore più macroscopico che la contemporaneità sta perpretando ai danni di se stessa. Se la società si è scavata la fossa con le sue stesse mani e ci sta finendo dentro, è perché ha voltato le spalle a ciò che è stato.
 
Ecco quindi che l’episodio riportato da Margaret non è facilmente risolvibile, istantaneamente liquidabile, come esempio di razzismo al contrario, come penseresti sulle prime.
Siamo portati a reagire d’impulso alle situazioni, senza pensare a ciò che incombe lì accanto. Per questo motivo, vivere in questo momento storico, in questo paese, è un’esperienza tremendamente complessa: devi ricordare a te stesso, in ogni singolo istante della giornata, in ogni singolo posto in cui ti trovi, che non stai vivendo solo in questo adesso millennial, ma anche nel ‘600 colonialista, nel ‘700 schiavista, nell’‘800 classista e nel ‘900 xenofobo. Questo è particolarmente vero in un paese racially-sensitive come gli Stati Uniti, ma non esime gli altri paesi.

Infame paradosso, la coscienza storica, che indubbiamente ci azzavorra, è l’unica che può liberarci dal commettere gli stessi errori commessi. Ma al momento, non la vedo. Non vedo coscienza storica in nessun dove.
Margaret che riporta l’episodio in metropolitana come esempio di razzismo al contrario, ne è la prova.

Per mettere piede nella Storia, non ci vuole molto.
Giovedì mattina ho fatto il mio solito tratto di corsa. Sono arrivata all’altezza della 154esima, sulla Amsterdam, e mi apprestavo a prendere la 155esima, come da tragitto.
Quell’isolato, fra la 155esima e la 154esima, tra Amsterdam Avenue e St Nicholas Avenue, è un trapezio molto grande, impiegate un bel po’ a (per)correrlo. Arrivando da sud, ho notato una fila di persone — tutte afroamericane — in colonna, in attesa. La colonna abbracciava praticamente tutto l’isolato: lungo la 153esima, lungo la Amsterdam e giù giù per tutta la 155esima.
Queste persone attendevano il proprio turno per ricevere del cibo che veniva distribuito gratuitamente da un’associazione di volontariato. Non cibo caldo. In fondo alla 155esima, tre lunghi tavoli carichi di sacchi di patate, casse di mele e scatoloni di carote.
Queste 500 persone e più, armate di carretti e borse, aspettavano patate, mele e carote.
Nel 2019. A Manhattan.

Tutto ciò capita a Harlem, a un passo dal Bronx, nel punto in cui la comunità afroamericana incontra quella latina. L’unica bianca in vista, io, ovviamente.
Non capita dalla 59esima in giù.
Questo non è per fare del pietismo e strappar lacrime — Gavroche lo lasciamo a Hugo, s’ils vous plait. Anche in Italia abbiamo associazioni di volontariato che distribuiscono beni di prima necessità agli immigrati. Niente di nuovo sotto il sole. Solo che queste 500 e più persone sono americane. Abitano qui da sempre. Ma in qualche modo, anche nel modo in cui la benificienza viene accordata, sono ancora viste come (s)oggetti alieni, e come tali vengono trattati. 
Ecco perché qui ci vuole un attimo a mettere un piede nella Storia.
Basta fare una corsa sulla 155esima, il giovedì mattina.

Quando poi ho fatto il percorso inverso, dirigendomi verso casa, la fila non c’era più, e nemmeno i tavoli. C’era, al loro posto, un capannello di persone che stava letteralmente prendendo d’assalto gli ultimi sacchi di patate lasciati alla loro mercé, caricandoseli a spalle, oppure riempiendo quante più borse di mele e carote possibile dalle casse e dagli scatoloni rimasti.
Mi sono fermata un istante, per assistere alla scena, fingendo di armeggiare con il cellulare.
La foga nelle mani di queste persone, l’ansia di volersi accaparrare quante più derrate potessero, mi ha parlato di un dopoguerra, di un paese in carestia. Inserire questa vista all’interno della cartolina “Manhattan 2019” è un’operazione che mi è costata fatica. Quel senso di spossatezza che arriva nel ritrovarsi con un nulla di fatto dopo aver tribolato a lungo.

Dico che abitiamo questo nostro tempo senza coscienza storica. Ma a volte succede la perversione dell’opposto. La storia diventa una materia da plasmare a seconda delle proprie convizioni. Non so quale dei due fenomeni sia più pericoloso. Nel primo caso, siamo affetti da apatia. Nel secondo, ci ritroviamo con episodi come la strage di venerdì a Christchurch, in Nuova Zelanda, dove un “uomo qualunque”, inneggia a personaggi storici europei fra cui Carlo Martello, il Doge Sebastiano Venier, Marcantonio I Colonna o Marcantonio Bragadin, prendendoli e piegandoli alla propria “causa”, leggittimandola: così come loro hanno cercato di proteggere il proprio paese dal nemico berbero/turco/arabo/ottomano, così noi dobbiamo cercare di proteggere il nostro paese e la nostra società dal nemico musulmano.

Mi sono presa la briga di leggere il manifesto che quell’uomo qualunque ha scritto, una specie di farneticante, egocentrata, ma diabolicamente lucida, intervista che rivolge a se stesso. Tra tutte le risposte che elenca — e che so essere condivise da milioni di bianchi al mondo — alla domanda “From where did you receive/research/develop your beliefs?”, lui risponde così: “The internet, of course. You will not find the truth anywhere else.”

Riporto questo non per demonizzare internet. Il mezzo in sé non c’entra. Ma la tendenza diffusa a mitizzarlo sì, c’entra. Il web è luogo pieno di conoscenza e saperi, ma anche di tanta, tantissima spazzatura, strafalcioni, pressapochismo e grossolanità intellettuale; considerarlo come fonte suprema di verità, porta ad altrettante ipersemplificazioni della realtà, e visioni binarie della società — tipo “gli immigranti invasori da cui gli invasi bianchi devono difendersi così come hanno fatto illustri eroi del passato”…
È folle, ma stiamo assistendo a un fenomeno di inversa proporzionalità tra mezzo e contenuto: più la società si complica, più il mezzo si semplifica — vedi l’accessibilità alle informazioni e la facilità con cui vengono diffuse.
Chissà che ne direbbe McLuhan.

Vi chiedo. La stessa pubblicazione di quel manifesto, che è tutt’ora disponibile online, è necessaria?
Qual è l’effetto sulle menti tenere dei ragazzi, o quelle psicopatiche dei suprematisti?
So bene di star camminando su un terreno minato qui: quello della libertà di parola, che qui in America è protetta dal Primo Emendamento della Costituzione. Vuol dire che se uno, un bel mattino di sole svasticato, si alza e dopo il suo stretching mattutino da gioventù ariana, decide di decantare i benefici del neo-nazismo in pieno Central Park, può farlo. E non è perseguibile, perché è protetto da quell’emendamento. E nessuno lo toccherà mai, quell’emendamento — non c’è Corte Suprema che tenga — perché è il Primo, è il pilastro della Costituzione e del credo americano. Sarebbe come rivestire di candolotti la Statua della Libertà e farla brillare in mezzo alla Hudson Bay.
Eppure lo capiamo tutti che dare libero sfogo e circolazione a idea malate fa solo danno. Ingenera idee simili, ispira simili menti.

Io non mi stancherò mai di dire che il semplicismo incoraggiato dai social media, in cui tutti ci ergiamo a so-tutto di tutto e in cui troviamo in internet la fonte unica del nostro sapere, ha contribuito ad alimentare questo tipo di approccio. Quello, e la diffusione di messaggi che violano il linguaggio, che usano termini e giudizi impropri, e che esprimono idee grondanti suprematismo bianco, e razze di serie A contro razze di serie B.
Cito chi immaginate,

“Why are we having all these people from shithole countries come here? We should have more people from great European countries, like Norway”.
“When Mexico sends its people, They’re sending people that have lots of problems, and they’re bringing those problems with them. They’re bringing drugs. They’re bringing crime. They’re rapists. And some, I assume, are good people.”

In un’era di memoria cache come la nostra, le parole restano più che mai. Circolano in rete, ricircolano nella mente delle persone. E quando sono gettate al vento mediatico dal Presidente degli Stati Uniti attraverso tweet giornalieri, possono agilmente arrivare in Nuova Zelanda, piantarsi in un territorio già portato al fanatismo, e lì sbocciare in eventi tragici, come quello di venerdì.
Per questo, a mio avviso, il più grande danno che Trump sta facendo al suo paese e al mondo — tra tutti i danni che sta facendo — è quello della violazione della parola.

Una cannunccia di plastica impiega 500 anni a degradarsi completamente in mare.
Quanti anni impiegherà una lingua a rimettersi dalle violazioni subite, dagli abomini con cui il verbo è stato impresso?

Su queasta domanda dalla risposta dolorosa, vi dico che questa settimana sono stata all’IFC Center a vedere “Woman at War”, tradotto impropriamente in italiano con “La donna elettrica”, del regista islandese Benedikt Erlingsson.
Presentato nella sezione Semaine de la critique al Festival di Cannes 2018, premiato dal Parlamento Europeo con il Lux Prize e selezionato per rappresentare l’Islanda agli Oscar 2020, “Woman at War” è un divertissement ambientalista di rara goduria.

Il film si apre con una donna che manomette i fili della corrente elettrica per impedire così agli impianti di una multinazionale che si occupa dell’estrazione di risorse minerarie nella zona, di proseguire a sfruttare la sua terra d’Islanda.
Halla è un’eroina, una ribelle, un’attivista, i cui eroi sono Ghandi e Mandela — niente sangue. Una donchisciotte, o meglio, una eco-Robin Hood, che si batte contro il capitalismo cattivo armata di arco e frecce. Ma per tutti, Halla è una tranquilla cinquantenne single che dirige un coro in una piccola cittadina in mezzo alle lande islandesi.

Visto che il braccio di ferro con la multinazionale non accenna a fermarsi, Halla decide di mettere a segno un colpo definitivo: far saltare un’intera torre dell’elettricità, con tanto di plastico e necessaire per esplosioni.
Ma il destino, che non bada molto al tempismo — o forse che ci bada benissimo — le avvera un sogno che aveva sognato quattro anni prima.
Quattro anni prima, Halla aveva depositato tutti documenti per l’adozione di un bambino. Ma niente di fatto. Halla si era lasciata la storia alle spalle, ma proprio nel momento in cui sta per superare la linea, ovvero commettere un crimine dai rischi molto alti, ecco che le arriva la notizia: Halla, abbiamo Nika, una bambina ucraina, pronta per te. Devi solo andare in Ucraina a prenderla.

Cosa fare? Halla non rinuncia alla causa, ma vedremo, non rinuncerà nemmeno alla maternità. L’aiuterà la sorella gemella, sua fotocopia dal punto di vista fisico, tanto quanto il suo opposto nello stile e filosofia di vita: prega, medita e crede nella “goccia che scava la pietra” — approccio da pazienza monaci Sadhu — mentre Halla, l’abbiamo visto, è una donna del fare, lotta, si sporca le mani, scende in campo — letteralmente — e provoca danni, pur di cambiare il mondo.

Il bello è che, in qualche modo, Halla si trae d’impiccio ogni volta, vuoi perché baciata dalla fortuna, vuoi perché aiutata inconsapevolmente da un povero ciclista spagnolo che funge — molto comicamente — da parafulmine narrativo, attirando su di sé tutte le sventure che dovrebbero capitare a lei.
Ma alla fine, quando tutto sembra perduto, e lei ormai dietro le sbarre, ecco un twist, uno scambio di persone tutto shakespeariano, che permette ad Halla di andare da Nika in Ucraina.

Applausi al regista per aver messo insieme una storia ambientalista di pasta femminista, senza per questo cadere nei facili moralismi, oppure nella raffigurazione dell’eroina alla Gal Gadot e alla sua Wonderwoman di leonardesca perfezione. Halla è una donna di mezza età, comune mortale, con la cellulite e i capelli crespi. Eppure con dei principi a cui non vuole rinunciare, anche se mettono a repentaglio la sua libertà.

“Woman at War” si serve anche di momenti di alienante spasso: la colonna sonora è intradiegetica, ovvero, suonata dal vivo durante lo scorrere degli eventi — e il farsi del film — da un trio di musicisti folk e da un terzetto di cantanti ucraine, che spuntano improvvisamente nel bel mezzo delle scene, e rappresentano, forse un po’, la coscienza, in chiave musicale, di Halla.
L’effetto è straniante, grottesco, surreale, divertentissimo. Abolire l’extradiegetico e mescolare così le carte in tavola si rivela una mossa vincente del regista, che, con un’idea piccola e geniale, si porta a casa lo stupore e l’ilarità del pubblico.

Lontanissimo dall’essere un film a tema, o moraleggiante, “Woman at War” ti fa riflettere sull’interventismo — fino a che piunto spingersi? — e sulla responsabilità che abbiano nei confronti delle generazioni future, incarnate, nella storia, dalla piccola Nika.

La sequenza finale ci porta in una strada ucraina allagata da una pioggia monsonica — riferimento non troppo velato agli effetti del global warming — e Halla, che trova il modo di “salvare” Nika. Perché Halla è una donna ed è una mamma, e le mamme, come ci aveva ricordato la sorella gemella, citando la loro stessa madre, fanno questo: “trovano le soluzioni”.
La scena è molto suggestiva: la strada smottata e le persone che guadano nell’acqua, con le valige issate sopra la testa. Omuncoli-formiche che causano il proprio male e si auto-condannano a viverne le conseguenze…
So che il film era dal Mastro all’Astra, quindi, se c’è ancora, andate assolutamente a vederlo!

E anche stasera s’è fatta una certa. Vi lascio ai vostri pensieri… Io capitolo ai miei.
Frunyc IV sempre aggiornato, ringraziamenti vivissimi, e saluti, permessivamente cinematografici.

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