Let’s Movie 406 from NYC – commenta “US” di Jordan Peele

Let’s Movie 406 from NYC – commenta “US” di Jordan Peele

Megabus Moviers,

È lui che mi porta a Washington DC. Il Megabus. Fantozzi avrebbe apprezzato. Io ho apprezzato. È la versione americana dell’amato Flixbus, che in Italia mi ha scarrozzato a modiche cifre in giro per il nord del paese. Il concept è lo stesso. Le mete cambiano. Boston, Washington, Baltimora, Philadelphia.
Allora m’imbarco venerdì dalla fermata sulla 34esima e l’11esima Avenue, a pochi passi dall’appena inaugurato Hudson Yards. Immagino avrete visto The Vessel, il vaso spuntato sul davanzale occidentale di Manhattan. In Italia, alcune testate l’hanno erroneamente tradotto con “vascello”, ignorando che “vessel” significa “vaso”. Che è proprio la forma della struttura, tu guarda.
Ve ne parlerò quando l’avrò passeggiato, da fondo a cima e viceversa, per capire quale effetto la sua fisica esercita su di me. Per il momento, vi dico solo che quel color bronzo lucido, mmm, non so se mi convince.

È da quando mi sono trasferita qui che voglio andare a Washington. Ma poi il 9 novembre 2016 è successo l’impensabile, e Washington ha dovuto ospitare l’impensato. Allora ho rimandato il viaggio, guardando al 2020 come la liberazione dall’oppressione e dicendo, categorica, “No, Washington con lui, no”.
Poi mi sono chiesta, e se succede una seconda volta? Non è così impensabile che l’impensabile abbia luogo un’altra volta: qui non si fa che mettermi in guardia.
Perciò, tanto vale andare subito.

E andiamo subito. E al sodo. La Casa Bianca.

Dunque, la incontro la mattina presto, verso le 7:30, sul tragitto della mia corsa giornaliera. La incontro sul retro. Dove ogni tanto i Presidenti si affacciano e parlano con la stampa, quando il vialetto non è impegnato da furgoni che scaricano derrate alimentari, o takeaway notturno, o posta diurna. È così che immagino il vialetto davanti alla facciata posteriore della Casa Bianca — un viavai poco presidenziale e molto operaio.
E, lo crediate o meno, ho trovata il retro più interessante del davanti, il portico rotondo con lo schieramento di colonne bianchissime, la fontana, il prato verdissimo. Tutto molto noto, e molto lontano anche. I cancelli dietro cui i cittadini possono sostare sono molto distanti. Se invece arrivate dal lato nord, quello all’altezza del1600 di Pennysilvania Avenue, la distanza è minima, l’edificio inaspettatamente vicino.
E la Casa, si presenta in tutta la sua modestia. Washington è una capitale nel senso proprio del termine — monumentale, estesa, ariosa. Ma il suo simbolo per eccellenza, è di dimensioni ragionevolmente contenute. O per lo meno, non così sviluppate come ci si aspetterebbe dalla dimora del primo cittadino americano.
Questo non vale per tutti gli altri siti d’interesse storico artistico della città. A cominciare da lui, il Lincoln Memorial, dove un grosso Abraham di marmo sta seduto in poltrona sin dal 1933, ed è sempre lì per tutti, ventiquattr’ore su ventiquattro.

A un certo punto, sulle scale che conducono a lui, verso la cima, è impresso “I have a dream”, il sogno che il Dr King non si stufava mai di predicare. Se voltate la schiena a Lincoln e vi girate, il colpo d’occhio vi riporta in pieno “Forrest Gump”, quando Forrest guadava la vasca d’acqua per raggiungere la sua Jenny in mezzo ai fricchettoni che protestavano contro la guerra in Vietnam. E laggiù, davanti a voi, il Washington Monument, l’obelisco che punge il cielo dal 1888.
Se vi alzate sulle punte e rovistate l’orizzonte con lo sguardo, v’imbattete in Capitol Hill, col secondo simbolo di Washington, il logo di “House of Cards” — il Campidoglio. Tutta questa monumentale estensione si chiama National Mall, ed è lunga qualcosa come 3 km. Se siete degli inguaribili corridori, la maneggiate con scioltezza. Se non lo siete, la città mette a disposizione di cittadini e turisti, dei monopattini elettrici che potete prelevare scaricando una app, e abbandonare in ogni dove. Washington è tutta disseminata di questi monopattini col il cuore elettrico morti sul ciglio della strada.
Erigeranno un monumento anche loro, prima o poi, sicuro.

Perché a Washington, tutto è commemorativo. Ogni battaglia è una scusa buona per mettere qualche generale in groppa a un cavallo e piazzarlo in mezzo a una rotonda. La sensazione è quella del sovraffollamento. Dopo l’incontro con i primi storici cavallerizzi, i cui nomi leggete con intensità pari a dieci sulla scala Minà-Minoli, dopo l’entusiasmo iniziale, l’intensità svanisce, e con lei i nomi dei rispettivi cavallerizzi.

Dovessi nominare un colore, per Washington, direi il bianco. Il materiale, il marmo. La Casa Bianca non è che la madre di innumerevoli strutture create a sua immagine e somiglianza. Tutto molto neoclassico, tutto molto dorico. Anche fascio, se vogliamo proprio dirla tutta. Persino nazi, se posso — Albert Speer andrebbe morirebbe d’invidia.
Se anche voi decidete di arrivare in Union Station, vi vedrete accolti da un’edificio con velleità da Central Station e l’impatto volumetrico della Stazione Centrale di Milano.

Però, se come me deciderete di pernottare a Georgetown, quartiere storico della città, a un passo dalla Georgetown University, un susseguirsi di amorevoli casupole in bilico tra England e New England, in tutte le tonalità pastello —gialline, azzurine, verdine, rosine. Ecco, in quel caso, la grandiosa, fredda monumentalità di downtown Washington è bilanciata dal carattere raccolto e quasi rurale di questo neighborhood a quattro passi dal centro.

Uscendo presto al mattino e percorrendo Pennsylvannia Avenue nel suo tratto pià a nord, prima che vi conduca dritti dritti all’ingresso nord della Casa Bianca, c’è la sensazione di stare in un Far West di lusso, con le boutique di Michael Kors e Balenciaga al posto del saloon e dell’ufficio dello sceriffo.

Si può dire che Washington sia la sorella maggiore e addomesticata del terremoto New York City. Ha l’aria tranquilla di una matrona fieramente adagiata su un triclinio, una cornucopia di muffin al suo fianco. New York, al suo confronto, è una scalmanata che non sta ferma un secondo e trama ogni modo possibile per stare a galla — facendo, nel mentre, tonnellate di dollari.
Washington non si sporca le mani sotto la luce del sole, trama in politica, sottobanco, che è ancora peggio. Ma se non altro la facciata è salva, almeno fino al prossimo Watergate, il cui edificio tondeggiante, ho incluso nelle mie peregrinazioni. Di giorno non fa lo stesso effetto che di sera, con le finestre stranamente illuminate dopo l’orario di lavoro, ma non ho dovuto faticare molto a immaginare plichi di documenti trafugati e gole profonde improvvisamente canterine.

I suoi musei, una nidiata di Smithsonian che la popolano soprattutto lungo il National Mall e dintorni, sono gratis per tutti. E questo va detto e riconosciuto.
In qualità di sorella maggiore assennata, dà il buon esempio. I marciapiedi sono lindi lindi, i canali di scolo non ricordano “It” e la barchetta che attraccava presso la mano artigliata di un clown, i bidoni della spazzatura sono mezzi vuoti e non c’è una cartaccia fuori posto.

Girandola a piedi, mi sono chiesta, ma perché NY non può fare come la sorella?
Poi ho pensato che se NY fosse troppo simile alla sorella maggiore, non sarebbe più NY. E allora, niente, rimaniamo così, e voltiamo gli occhi davanti a certi spettacoli di sconcezza urbana newyorkese.

Ieri sera mi sono spinta a Chavy-Chase — o quando una berlina incontra una banca… — un quartiere a nord-ovest di Georgetown. Mi aspettavo la periferia degradata come certa Brooklyn, certo Bronx. E invece no, sempre lo stesso scenario da Far West deluxe. I ristorantini tutti impeccabili, il diner americano, la banca, un cinema storico. Che poi è il motivo per cui mi sono spinta lassù. L’Avalon Theater è l’unica sala cinematografica no-profit in città, ed è aperta dal 1923. Se si riesce a superare l’odore burroso di popcorn e certi dolciumi con dei colori la cui portata acrilica li rende a tutto diritto dei tessuti, sembra di essere in pieni Anni Ruggenti. La scritta orizzontale al neon color lampone, la facciata nocciola con le modanature beige. Manca solo il gangster con la pupa sottobraccio.
Poi c’è questa abilità di risolvere i dilemmi della toponomastica nominando le strade o come gli ex Presidenti, o come gli Stati della Confederazione, che ti assicura una coerenza generale, suggellata da Constitution Avenue e Indipendence Avenue. Nel caso in cui, “spiacente gli abbiamo terminati”, il pragmatismo americano ricorre alle lettere. Quindi Washington Plaza, Virginia Avenue e M Street.

Però anche le migliori sorelle, quelle più assennate e monumentali, hanno i loro angoli bui.
Un taxista mi racconta di Anacostia, un quartiere al di là dell’omonimo fiume, in cui lui si rifiuta di mettere piede e pneumatico. Arrivato in America dall’Etiopia 15 anni fa, dice una cosa su cui rifletto. “L’America è un grande paese, ma bisogna stare molto attenti: non sai mai come reagirà quello che ti guarda di là dalla strada”.
Io ho preso queste sue parole, le ho raffrontate alla mia esperienza personale e ho visto che non combaciavano. A New York, ognuno si fa gli affari propri. Non c’è questa sensazione di minaccia costante.
Allora forse è meglio la scalmanata New York, che almeno quello al di là della strada non ti guarda nemmeno.

Washington è il parco dei divertimenti dei frequentatori di musei. Gli Smithsonian, della rete museale così chiamata, sono un numero a oggi ancora sconosciuto. C’è quello dedicato all’austronautica, quello alla geografia, quello all’arte degli Indiani d’America, quello alla storia naturale, quello alla storia della cultura afroamericana, c’è lo Smithsonian Institution, lo Smithsonian American Art Museum, la National Portrait Gallery, l’Hirschhorn Museum e, dulcissimo in fundo, la monumentale National Gallery of Art, una bellezza in due corpi: uno che va dall’arte bizantina fino al 20esimo secolo, e l’altro dedicato all’arte del Novecento. Quest’ultimo corpo è uno schianto uscito direttamente dalla mano dell’architetto Iao Ming Pei, nel 1978, quando decise di far parlare l’ala classica del museo con un interlocutore di cemento e acciaio più contemporaneo, e di unirli per l’eternità con un tunnel ombelicale sotterraneo.

Credo di non aver mai sperimentato la sensazione dell’aria e dello spazio e dell’agio in un museo così come nell’East Wing di Iao Ming Pei. Il soffitto è altissimo, i piani sono dislocati in modo da offrire una panoramica sul centro dell’edificio. In cima, una scultura mobile di Calder di dimensioni pterodattili.
Lì, al pianoterra, hanno allestito una stanzetta con dodici Modigliani. Non ho mai visto dodici Modigliani tutti insieme. E quando li hai tutt’intorno, senza nessuno intorno, ti accorgi di quello che finora avevi sempre ignorato.
Con Modigliani finisci sempre per fissarti sui colli delle persone. Perché quello è il suo marchio di fabbrica. Ma se guardi agli occhi dei suoi soggetti, vedi quanto ti dicono di quello che c’è dietro di loro. Spesso sono delle orbite prive di pupilla: mandorle senza mandorla ma ripiene di grigio, di plumbeo, che fanno assumere un’aria alienata e irresistibilmente malinconica al personaggio. Altri occhi sono slavati, vitrei, apparentemente inespressivi. Apparentemente.
Se non fossi stata circondata da dodici tele contemporanemente, non ci avrei mai fatto caso. E nessuno ti spiega mai queste cose, tanto meno le didascalie accanto alle opere.

Chissà se la quantità di bellezza in forma di arte visiva che ho introiettato provocherà delle ripercussioni a livello neurologico. Per il momento, ho rischiato, con dosi massicce di Matisse, Magritte, Vermeer, Van Gogh, Ursula von Ryndingsvard (amatissima!), e sculture epocali, nello Sculpture Garden dell’Hirschhorn Museum.

Poi Washington non è solo Washington. Se attraversi il ponte sul Potomac, il fiume che taglia la città, ti ritrovi direttamente in Virginia. Questa mattina, senza nemmeno saperlo, mi sono trovata direttamente in Virginia. E se sei in Virginia cosa fai, se non passare per l’Arlington Veteran Cemetery, il cimitero dove sono seppelliti qualcosa come 400.000 veterani, oltreché Eisenhauer, Nixon, Kennedy e Regan?

Da sempre ho il pallino dei cimiteri, quindi ci vado. Ovviamente sono in tenuta runner, e siccome non ho modo di portare con me e nascondere un M16, immagino che mi facciano al massimo sfilare sotto l’arco di trionfo del metal detector, e vai che sei pulita, you are good to go. Ma no. Dovo fare la fila ed essere perquisita come ogni mortale con appresso una borsa e quindi, possibile kamikaze. Allora dico ciaociao. In fondo, tre di quei presidenti non m’interessavano in verticale, figurarsi in orizzontale. E al quarto, JFK, rendo grazia ogni volta che vado in aeroporto.

M’interessava invece la distesa di denti bianchi che spuntano dal verde anglosassone. Ogni volta, davanti a quei denti bianchi, penso che ci vuole un nonnulla, anche a livello internazionale, a perdere di vista le priorità della stirpe umana — la sussistenza, la vita. Ci vuole un nonnulla per finire al volante e sotto le ruote della macchina bellica.

Dato che mi si vieta il panorama in maniera tradizionale, me lo trovo in maniera “fantasia”. Come i parcheggi con una ruota sul cordolo del marciapiede e una chissà dove, su per aria.
Prendo una laterale, e faccio un po’ di metri. Arrivo davanti a una recinzione, oltre la quale si stendono centinaia di migliaia di lapidi bianche.
Più facile del previsto.
Sulla recinzione, una ridondanza di cartelli che annuncia “US Property. No Trespassing”.
US Property.
Tranquilli, nessuno vi tocca i vostri morti. Ci bastano i nostri. Venivo in pace.

Prima di finire in Virginia però, mi sono concessa quattro passi, anzi, una scalinata, nella cinematografia.
Imbucati su Prospect St NW e la 36esima strada, s’inerpicano i 75 gradini dai quali è precipitato Padre Karras de “L’esorcista”.
Gli scalini sono diventati un passaggio obbligato per tutti i cinefili, e per tutti i runner che popolano la città — tantissimi. Se siete entrambi, il nirvana, si capisce, è doppio.
Si dice che quando il regista girò la scena, gli studenti della Georgetown University, fecero pagare 5 dollari per chi volesse vedere dal vivo lo stuntman rotolare giù per la scalinata — capitalismo in nuce.

Se sopravvivete a quei 75 scalini — tanta la paura coinvolta, tra lo sforzo fisico e l’inquietudine del film, che ha caricato pesantemente il bagaglio cinematografico di molti appassionati, inclusa la qui presente — se li sopravvivete, vi ritrovate nel cuore di Georgetown.
E siete lanciati in pieno Kent, oppure Oxbridge. Oppure St Andrews, in Scozia. Edifici maestosi di pietra grigio-nera, prati verde di classe “too-Brit-to-be-true” e finestre di legno bianco. Se poi gironzolate un po’ per Georgetown, vi ritrovate in piena anglo-fiction. Con quelle casupoline pastello di cui vi dicevo sopra, a cui aggiungiamo anche dei modelli color rosso fuoco e marrone cioccolato, che ricordano in tutto e per tutto la letteratura. Da Charles Dickens a Louise May Alcott.
Washington è un po’ più mite, meteorologicamente, di New York, quindi le prime magnolie hanno sfoderato il rosa carne della loro divisa d’ordinanza, e i ciliegi il loro bianco timido tremulo. Il quadro con queste casette, con gli alberi in fiore, potrebbe facilmente rientrare nella sala impressionista di qualche museo.

L’impressione che mi ha fatto Washington è positiva, nell’insieme. Anche se tutta questa grandeur, unita alla commemoraizione e all’eccesso di marmo bianco, suona la stessa musica che si suonava in Europa negli anni ’30 e ’40. Marce militari, manie di grandezza, volontà di potenza. E forse, vivere in mezzo a tanta grandiloquenza, porta a diventare grandiloquenti.
E io non vorrei proprio diventarlo. Venerdì sera, appena arrivata, sono stata a vedere “Us” di Jordan Peele, all’AMC Theater di Georgetown.
Ricordate “Get Out!”, l’horror che vinse meritatamente l’Oscar due anni fa per la miglior sceneggiatura non originale? Ecco, il regista è lui.
Visto che ha azzeccato l’opera prima, che ha appena trent’anni, e che ha vinto pure una statuetta, le aspettative della critica e del pubblico per l’uscita di questo secondo film erano altissime.
Dieci proiezioni a giornata, teatro strapieno, sono e prove tangibili dell’interesse suscitato dal film.

Nel prologo una bambina afroamericana si allontana dai genitori al luna park, entra nel tunnel “Find Yourself” — un po’ telefonato, Jordan, permettimi — e sparisce per dieci minuti. Poi ricompare, ma i genitori si disperano. Dio solo sa, cosa può capitare in dieci minuti…
Ed eccola lì, la bambina, trent’anni dopo. Adelaide Wilson ha un marito mattacchione che la ama, una figlia adolescente e un ragazzino. La famiglia modello — abbiente, unita, solare. Li troviamo in viaggio verso Santa Cruz, per passare le vacanze estive nella casa al mare.
Ma Adelaide è inquieta. La spiaggia di Santa Cruz è il posto in cui era sparita da bambina…
Le cose precipitano quando, una sera, compare fuori dalla porta di casa, una famiglia. Madre, padre, una figlia e un figlio — proprio come i Wilson. Indossano una tuta rossa, e portano una forbice d’oro in mano. Sono uguali in tutto e per tutto all’allegra famiglia Wilson.
Quando la famiglia “ospite” prende il sopravvento, cominciano i veri guai. Sì perché sono le ombre delle persone che perseguitano. L’incarnazione della nostra cattiva coscienza — perché tutti, in misura variabile, abbiamo una cattiva coscienza. Il loro scopo è quello di far fuori tutti gli umani, e finalmente, guadagnare la scena, uscire loro alla luce del sole.
Quando Adelaide chiede alla sua presunta ombra “Chi siete?”, lei risponde, “Siamo americani”. E chiaro è l’intento del regista: farci vedere il lato oscuro della società statunitense. E non è certo un caso che il titolo, “Us”, stia per “noi” tanto quanto per “United States”.

Le ombre sono degli emarginati che tramano di ribaltare il sistema. E gli originali, forse alla fine — e con un tocco da maestro di Peele— non sono proprio così originali… E allora non sappiamo più chi sono i cativi e chi sono i buoni. Non possiamo fidarci di nessuno.
I parallellismi con ciò che sta accadendo in politica si tracciano facilmente. Quelli che hanno votato per la Brexit, per Trump, per Salvini, come sono? I populisti sono tutti cattivi? E noi, come siamo? Originale o ombra?

L’aspetto interessante di “Us” è che ogni attore interpreta due ruoli: il personaggio e il suo doppelgänger negativo, quindo lo sdoppiamento è letterale, con due performance diverse poste una accanto all’altra, con un effetto molto inquietante, specie nella prima parte, e grazie anche all’ottima interpretazione di Lupita N’yongo nei panni di Adelaide e del suo alter ego.
Applausi per una delle scene più paurose degli ultimi anni, ovvero la comparsa della famiglia “altra” fuori dal villino dei Wilson. Peele è riuscito a materializzire la minaccia. E l’assenza di via di scampo, e non solo dei Wilson, bensì di tutto il mondo. Ebbene sì perché, tutti gli abitanti della terra — o perlomeno dell’America — hanno un loro doppio assetato di vendetta che vuole far fuori “l’originale” e ribaltare le cose.

Il finale potrebbe avere i contorni di un happy-ending, ma come ogni horror che si rispetti, non ce l’ha. L’epilogo spiega il prologo e ci mostra cosa successe in quei dieci minuti di smarrimento di Adelaide.
E poi propone una chiusa tutta apocalittica, una linea di tute rosse mano per la mano che travalica i confini di Santa Cruz, e va oltre, oltre… Un’ipotesi angosciante, e di notevole impatto visivo.

“Us” è un horror che riflette sulle derive che possiamo prendere con i nostri comportamenti. E la questione razziale, che era stata centrale in “Get out!”, qui è molto più camuffata e indiretta. I Wilson sono afroamericani, ma non combaciano con lo stereotipo della famiglia afroamericana media: sono molto benestanti, senza questione legate al razzismo da risolvere. Sono molto amici di una famiglia bianca che si vedrà perseguitata dalle loro ombre…

Eppure, anche se gli ingredienti singoli ci sono, e l’abilità compositiva c’è — a Peele piace molto disseminare rimandi e formare un palinsesto di citazioni che si rincorrono e tenere le fila di tutte queste citazioni interne — al film manca qualcosa. O forse svela troppo nelle sue due ore e 4 minuti che dura. La lunghezza uccide la suspense — Hitchcock lo sapeva bene. Non puoi tenere sulle spine uno spettatore per due ore: ha un certo punto mollerà la presa — è fisiologico — e scioglierà il patto di credibilità con il regista, cominciando a fare dell’ironia.
Non c’è niente come l’humor per ammazzare l’horror. E Peele si dimostra un coraggioso, perché con l’umorismo ci flirta tutto il film, attraverso battute e situazioni al limite tra comico e orrido. Tenere l’equilibro è un’operazione d’alta scuola che molto spesso gli riesce — e il pubblico si sciocca e ride — ma altre volte non gli riesce, e le batutte da tontolone di Gabe, il marito di Adelaide, personaggio goffo e, si diceva, tontolone, a lungo andare corrono il rischio di minare la suspence.

“Us” è sicuramente da vedere perché alimenta un genere fisso come l’horror con nuove istanze. Ma per essere davvero il film dell’orrore dell’anno, avrebbe dovuto rimanere entro l’ora e mezza, e rinunciare, anche, a qualche aspirazione metaforica di troppo — i conigli prima nelle gabbie poi fuori dalle gabbie, oppure i versetti 11:11 di Geremia, che richiamano le ore 11:11…

E anche per stasera, Fellows, ce l’abbiamo fatta.
Ho scritto questo pippone tra Washington, Megabus e New York, quindi abbiate pazienza se vi sembra un po’ disorientato… 😉

Nel Frunyc IV trovate una quantità vergognosa di scatti direttamente dal Columbia District e dalla Virginia (!). Per ora ringraziamenti tanti, e saluti, monumentalmente cinematografici.

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