Posts made in Aprile 1st, 2019

Let’s Movie 407 from NYC – commenta “THE CHAMBERMAID”/”LA CAMERISTA” di Lila Avilés

Let’s Movie 407 from NYC – commenta “THE CHAMBERMAID”/”LA CAMERISTA” di Lila Avilés

Midirigo Moviers

verso casa. Venerdì, dopo lezione, intorno all’una e mezza.
Adoro il venerdì. Insegno dalle nove all’una, tutta una tirata.
Ogni volta che lo dico, la gente strabuzza gli occhi. “Quattro ore??”.
Sì, quattro ore.
“Ma come fanno, quattro ore?”
Fanno si riferisce a loro, gli studenti. Come fanno a sopravvivere a quattro ore di italiano.
Fortunatamente non aggiungono “con te”. Ma ci penso io, ad aggiungerlo.
“Come fanno quattro ore con me? Eh, bella domanda…”

Nessuno mai, se non gli addetti ai lavori, ovvero altri docenti, chiede “ma come fai, quattro ore?”.
E lo capisco. Tutti ricordiamo noi stessi nei panni paninari degli studenti.
Lo ricordiamo perfettamente, il terrore di certe prime ore, con certe interrogazioni che avrebbero terrorizzato Putin, che si sa, non ha terrore di nulla, se non di non far terrore. E ricordiamo la terra promessa dell’ora di ginnastica, quando ancora non ci si faceva alcun tipo di problema a tornare in aula e affrontare latino, mate, e ita, dopo corsa, addominali, stretching, senza l’uso di una benché minima doccia. Mi chiedo sempre se a oggi sia entrato in vigore l’obbligo di lavarsi dopo ginnastica, oppure se sia quantomeno previsto da una futura legge di governo.

Con i professori, non ci si identificava. Erano quelli con il coltello dalla parte del manico. Che problemi avevano loro, che reggevano il manico? Noi, poveri agnelli sacrificali intenti a farci strada tra la selve puberali che ci avevano inghiottito, noi, tapini, eravamo dalla parte della lama. Sotto scacco tutto il tempo. Loro arrivavano dall’aula professori — un’aula tutta quanta per loro, e a noi, il cortile, come gli internati in un carcere immaginato da Van Gogh.
Arrivavano tranquilli e beati, mentre noi s’era sgobbato tutto il pomeriggio prima su Publio Cornelio Scipione Emiliano e la sua terza guerra punica — quattro nomi, I mean, quattro! — oppure su come scendere a patti con il numero di Avogadro, e sul perché diavolo un numero deve chiamarsi quasi come un frutto, quando potrebbe benissimo chiamarsi del tutto come un frutto — il numero di Avogado, ha più senso, dai.
Per qualche motivo, noi non si pensava che loro, i professori, avessero già dato, che avessero passato pomeriggi e pomeriggi su libri, e triumviri e nottole di Minerva e su come si dice “consapevolezza di sé” in tedesco. E poi università, dottorati, post-dottorati, e specializzazioni e supplenze all’ultimo minuto, pagate una miseria.

Quando sei adolescente, vedi solo te stesso e il tuo orticello tutt’intorno. Ti vedi ingrandito, deformato, sproporzionato: quando compi 13 anni, lo specchio smette di essere l’amico di burlonerie d’infanzia, e proietta una forma abnorme di te stesso, che magnifica a dismisura difetti e taglia fuori tutto quello che è l’altrui fatica.
È un’età ingrata, l’adolescenza. Ingrata ed eccelsa. Che fortunamente passa, ma in qualche modo rimane impressa.

Insomma, non pensavi al mazzo che il tuo prof. si era fatto prima di te. Pensavi, “il maledetto”, “la vipera”. Naturalmente c’erano anche i preferiti, i professori che salvavi non già in una cartella Word, ma in uno zaino pieno di compiti fatti volentieri e lezioni imparate con gusto.
Ma gli altri no, gli altri erano Psycho con il coltello dalla parte del manico. Noi dentro la doccia, ignari, indifesi.

Quando poi un professore lo diventi tu, il ribaltamento è talmente ottovolante da sconvolgerti da capo a piede. Smetti di essere l’idea che una (de)mente adolescente aveva costruito intorno al corpo docente. Sei, piuttosto, uno scolaro maturo con delle informazioni da condividere, e delle esperienze in più. Ma non ti rigiri nessun arma in mano.
Io mi sento una scolara a vita. Mi piace sentirmici. Ma so che ora ho anche quest’altra identità da indossare, quindi devo, in qualche modo, far coesistere le due. Non è sempre facile. Ma spesso, lo ammetto, è sorprendentemente divertente, inverosimilmente frustrante e indubbiamente gratificante.     

Adoro il venerdì perché all’una, quando ho finito, mi sento come se avessi portato a casa Pearl Harbor. È la sensazione di aver fatto il proprio dovere. Che è la stessa sensazione che sperimento dopo l’attività fisica, il pagamento delle tasse, l’igiene dal dentista. I doveri che, nell’essere eseguiti, ti liberano dalla costrizione.
La libertà opera attraverso infinite strade, e molto nel quotidiano, piuttosto che nei grossi tomi di etica della politica.

Scendo in strada, sulla 27esima e la 7ima Avenue. Passo davanti alla nuova lobby di vetro e acciaio dell’FIT, che ha sborsato milioni di dollari per quei vetri e quegli acciai e che al momento naviga in pessime acque finanziarie, ma se non altro la lobby è lì, in tutta la sua luminosa inossidabilità. Ci passo davanti e non penso alle grane finanziarie, non penso nemmeno a quanto il resto della struttura dell’FIT sia molto Berlino Est, con quel cemento color nocciola — ma come può il cemento essere color nocciola? — e gli infissi da carcere e i segni dell’usura che si vedono tutti fin troppo bene, senza nessun bisogno di avvicinarsi troppo o stringere gli occhi.

Non penso a nulla di tutto ciò. Salgo sulla linea rossa diretta ad Uptown, verso casa.
Cosa faccio il venerdì dopo lezione, cambia ogni volta, ma in genere infilo sempre una corsa tra me e qualche evento serale — di solito il cine.
Lo scorso venerdì l’idea della corsa vacillava sotto un leggero piovisco e un vento sbifido che parlava la lingua di febbraio più che di marzo. Tuttavia io mi genufletto al dogma “Non ci sono giornate inadatte alla corsa. Ci sono solo corridori troppo pigri”, e non la scampo.

All’altezza della 103esima, vale a dire la fermata prima della mia, la 110ima, la metro si ferma. Scarica i suoi passegeri e ne raccoglie altri, come da catena di montaggio di ogni metro del mondo. Ma qualcosa s’inceppa, nella catena di montaggio di questa corsa di questa metro. Le porte non si richiudono.
Rimaniamo lì, con le porte aperte per tre, quattro, cinque minuti.

I newyorkesi hanno sviluppato, nei secoli di urbanità, una soglia di tolleranza che impedisce loro di impugnare la clava dei loro istinti animali repressi e brandirla in giro per farsi valere, ripristinare l’ordine. Questa soglia si attesta intorno ai sette minuti di metro ferma senza apparente motivazione. All’ottavo minuto, il newyorkese lascia trapelare del nervosismo. Si guarda intorno, si distrae dallo schermo del cellulare, inspira-e-respira più convintamente — la reazione psicosomatica che precede lo sbuffo vero e proprio. Poi comincia a menar le gambe, a interpretare movenze da Stevie Wonder — con tutto il rispetto per — finché arriva all’articolazione della frustrazione con i classici “come on…”, “damn…”, “whaddhellisgoinon…”, tutti seguiti da una fila di puntini di sospensione a cui è appeso, per miracolo, il loro autocontrollo.

Io, che da sempre faccio parte della frangia insurrezionalista della vita, con un coefficiente di pazienza che rade i minimi storici, io ho sviluppato, in questi miei tre anni newyorkesi, una sorta di rassegnazione. Il termine pazienza, pertanto, risulterebbe inappropriato. Si tratta, piuttosto, di fatalistica accettazione. In questo, New York, mi ha trattato con le maniere forti: o così o così — e nemmeno un Pomì all’orizzonte.
Grazie, New York.

Se non ho la ghigliottina del ritardo sospesa sopra la testa, e se la metro fa le bizze, io le accetto quasi con benevolenza mariana. E la guardo, povera vecchia metro, obsoleta e inadatta, sfruttata e bistrattata, scusa perfetta per ogni ritardo — anche quelli non riconducibili a lei — e punto numero uno sul programma politico di ogni candidato per qualsiasi ruolo nell’amministrazione cittadina fin dal giorno in cui fu istituita, nel 1904.

Allora venerdì, mariana, attendo, spulciando la rassegna stampa italiana. Apprendo che i tabloid inglesi, non solo brancolano nel buio per via della Brexit, ma anche perché non sanno dove Meghan Markle partorirà il futuro royal baby. Tuttavia ridono perché il Tatler sembra aver scoperto il nomignolo con cui la duchessa sarebbe chiamata a Palazzo: Me-gain, micidiale quanto intraducibile gioco di parole che si burla del nome della Markle, lo trasforma in un qualcosa del senso “a me la grana”, intercettando la presunta sete di sterline della ragazza — draghi della filologia.
Apprendo tantissimi entusiasmanti dettagli sull’universo brandizzante dei Ferragnez, che, a quanto sento, sono diventati i reali di casa nostra. E poi apprendo anche dell’ennesimo caso di nozze napoletane tra la vedova di un boss e un Mario Merola millennial, con tanto di carrozze, cavalli e giocolieri per il centro di Secondigliano.
A quel punto, stomacata da carrozze, cavalli e giocolieri come solo lo sareste stati voi, decido di vedere cosa sta succedendo.

Sulla porta aperta della metro, una donna afro-americana che definirei curvy se dovessi usare un eufemismo, si sporge e prorompe in un He is not even in the car, come onma dai, non è nemmeno a bordo — con lo stesso atteggiamento con cui un tifoso di calcio inveirebbe contro un calcio di rigore con il solito “ma dai, non è nemmeno fallo!”.
Visto che la donna è visibilmente contrariata, spazientita, and well, pissed-off, e che tutt’intorno gli altri passeggeri hanno sospeso le loro letture o i loro videogiochi — più i secondi — mi alzo e mi sporgo per vedere a chi si riferisca con quel “he”.

Riverso a terra, a pochi metri dalla nostra porta, un uomo. Non lo vedo in viso. Il viso è rivolto verso la parete della fermata. Vedo solo il corpo di un uomo immobile, avvolto in un giaccone molto pesante, che ha visto moltissime primavere, e moltissimi inverni prima delle primavere. Vedo anche le scarpe. Anche loro passate per il tritatutto dell’usura. La parte centrale del corpo rimane nascosto dietro una colonna. Ma vedo, all’altezza della testa coperta dal cappuccio della giacca, delle gocce di sangue.
L’uomo, verosimilmente un homeless, è immobile.
Penso, è morto. Quella immobilità è tipica del sonno. Ma c’è del sangue per terra. E uno non può dormire e sanguinare. Non nel mio universo di panico binario.
Penso che questa è la prima volta della mia vita che vedo un morto dal vivo.
Davanti a lui, a debita distanza, cinque sei persone, cellulare alla mano. Non so se per chiamare i soccorsi oppure finire i loro videogiochi. Più la seconda.

Non avrei mai pensato che la distanza potesse assumere forma plastica. A colpirmi è stata la postura di questi astanti. Tutti dritti, sull’attenti. Nessuno piegato verso il corpo dell’uomo. Non dico chinato a terra — sarebbe davvero chiedere troppo… Ma nemmeno con la schiena inclinata verso l’uomo, in atteggiamento di interesse e soccorso. Tutti su dritti come soldatini, armati di cellulari, più ludici che 113.
 
Nel frattempo la donna, esasperata dalla sosta della metro che non si decide a partire, continua a ripetere, in un loop snervante He is not even in the car, he is not even in the car, he is not even in the car
Per quanto la fisica le desse ragione giacché il moribondo non era a bordo di nessun vagone, il corpo era tuttavia molto vicino alla metro. Troppo vicino per far sì che il conducente — la conducente — potesse continuare.
Incurante delle procedure di sicurezza, la donna continuava la sua litania.
He is not even in the car, he is not even in the car, he is not even in the car…

Dopo qualche istante, la conducente ci invita a scendere tutti dal treno, per permettere ai soccorsi di arrivare e prendersi cura dell’incidentato sulla banchina.
Quando scendo e circumnavigo la colonna, arrivandogli davanti, accanto ai soldatini, vedo che l’uomo non è morto. È vivo. Ha un taglio molto profondo sulla gobba del naso, da cui sgorga molto, moltissimo sangue, che gli ha inzuppato il viso e si è rappreso in una pozza, sulla striscia podotattile lungo il binario. Difficile dire se sia la conseguenza di un una brutta scazzottata, o solo di una brutta caduta.
Il volto dell’uomo è sprofondato nel cappuccio. Dal buio del cappuccio e del sangue, spuntano azzurrissimi, due occhi, mentre una mano si protende verso di noi.
È l’occhio azzurro e ossessionante in “Il cuore rivelatore”, penso, trovando Edgar Allan Poe, lì a portata di mano.
Mi perseguiterà per sempre quell’azzurro, concludo.
All’estremenità della mano tesa, unghie lunghe e incrostate. Unghie trasformate in fossili che raccontano il geologico urbano davanti al codardo cittadino.
In quell’istante, ecco i soccorsi.

Mi sono incamminata verso la 110esima. Non avevo voglia di aspettare un altro treno. Otto isolati di aria fresca si percorrono volentieri dopo una scena del genere. I soldatini su un attenti statico. La tenebra letteraria nascosta dietro quell’azzurro. La mano protesa e il viso sprofondato nel buio. La pozza rosso sangue sul giallo vivo della striscia podotattile, e quell’effetto da circo degli orrori.

Risparmierò la retorica e i discorsi scontati — a tutti risultano respingenti le circostanze di questo scenario.
Ma il ritornello con la perversa indignazione della donna, He is not even in the car, he is not even in the car, he is not even in the car, come se solo quello contasse, il fatto che il corpo non ostruisse i binari e il treno potesse continuare la sua corsa, come se la sosta fosse solo il capriccio di una conducente troppo scrupolosa. E i soldatini tutti sull’attenti, a debita distanza. Tutto ciò certifica un possibile decesso — se non il decesso — del senso civico.

Fuori in strada, il cielo carico di nubi, mi sono avviata verso casa, con una domanda in testa.
È New York, oppure siamo noi?

Una volta a casa ho ripensato alla mia lezione.
Nel solito esercizio del VIP misterioso “Descrivi un personaggio che ti piace, e noi della classe proviamo a indovinarlo”, una mia alunna — la migliore alunna che vi possa capitare — ha descritto Nan Goldin, fotografa cult negli USA e, a quanto sento, nel mondo — non so in Italia. Per fortuna lo scorso anno avevo visto una sua mostra al New Museum, altrimenti l’allieva surclassava la maestra.
Ha i capelli rossi e ricci, e gli occhi azzurri e penetranti. È pallida, e il suo viso è spesso serio, ma ha il grande sorriso memorabile.
Così recita parte della sua descrizione, per la quale a stento ho trattenuto lacrime d’orgoglio.

Un’altra studentessa ha preso Captain Marvel, un altro Reggie Fils-Aimé, CEO della Nintendo, un altro Josh Groban, raffinato cantautore con la voce da baritono.
Insomma, potevano scegliere Lady Gaga, Taylor Swift, Kim Kardashian e Ryan Gosling — io, per esempio, avrei optato per quest’ultimo. 🙂 Invece hanno scelto strade non battute.

Decido di resuscitare il cadavere del senso civico con l’antidoto della creatività linguistica.


Questa settimana ha preso il via la rassegna “New Directors – New Films” al MoMA e alla Film Society del Lincoln Center, e sono andata a vedermi un film che mi ha attirato per il titolo, “The Chambermaid”/“La camarista”, della giovanissima regista messicana Lila Avilés.

Presentato al Toronto Film Festival, a quello di San Sebastián, di Marrakech e di Londra, “The Chambermaid” segue la giornata lavorativa di Eve, una cameriera di Città del Messico che presta servizio in un hotel di super lusso della capitale.
All’inizio del film, Eve appare timida, schiva. Una gran lavoratrice, una che sgobba duro e che fa bene il suo lavoro. Ma anche chiusa in se stessa. Una che, per capirci, davanti alla faccia di un lavavetri che le sorride di là dalla finestra, tira la tenda. Questo, va detto, anche per via della sua situazione famigliare: intuiamo, attraverso delle telefonate a casa, che Eve è madre di un bambino, che ha lasciato al paesello in mani amiche per poter venire in città e lavorare.
Seguiamo silenziosamente Eve mentre rassetta ed esegue gli ordini più strampalati dei clienti che incontra. Quello ossessionato da tutto ciò che c’è in omaggio e si fa portare decine di flaconcini shampoo e rotoli di carta igienica. O la neomamma viziata che le chiede di guardarle il bambino mentre si fa la doccia.
Gli alberghi sono luoghi in cui transita umanità, e disumanità. Certe camere che deve ripulire sembrano campi di battaglia dopo il passaggio del Generale Lenny Kravitz.

Eve è colta nel momento in cui intraprende un percorso di crescita. Si iscrive alla scuola che l’hotel mette a disposizione dei dipendenti. Comincia a leggere. E non un libro a caso: il suo insegnante le regala “Il gabbiano Jonathan Livingston”, emblema di libertà, di riuscita attraverso la strada del miglioramento personale.
E piano piano, Eve si apre. La cultura la apre. Diventa curiosa. Diventa coraggiosa. Diventa donna. Tanto coraggiosa e tanto donna, da spogliarsi davanti a quello stesso lavavetri, lei di qua dalla finestra, lui al di fuori della finestra, esterreffatto — immaginate…

Malgrado l’animo docile, Eve è anche ambiziosa. Capiamo, dalle pochissime parole che pronuncia, che due sono gli obbiettivi a cui punta: diventare cameriera del 42esimo piano, quello con le stanze più esclusive, e aggiudicarsi un vestito rosso, dimenticato da una cliente e conteso fra lei e le sue colleghe.
Quando Eve raggiungerà solo uno dei due target — si raggiunge sempre il minore, purtroppo — capisce, forse, di essere a una svolta. Allora percorre tutto il palazzo, arriva al 42esimo piano, visita una suite vuota, prosegue su su fino al tetto, con il parcheggio degli elicotteri. Poi scende giù giù nell’interrato, nell’area adibita al personale, raccoglie le sue cose, e la vediamo uscire dalle porte di vetro dell’albergo. E per la prima volta, dopo tutto il film girato all’interno dell’albergo, la vediamo fuori, nel mondo. Come se ora, potesse camminare nella vita, forte della sua crescita, dell’esperienza maturata.

Io sarei stata a seguire Eve per delle ore. Sarà che siamo tutti voyeur, sarà che siamo tutti viaggiatori che occupano stanze d’albergo e che le lasciano in disordine. Sarà che osservare la vita di un soggetto in maniera tanto silenziosa, rispettosa ma mai censurata come la regista ha fatto, ti porta a sviluppare un attaccamento, una sorta di affetto, per quel soggetto. Ti porta a voler sapere cosa farà Eve della sua vita dopo essere uscita da quelle porte girevoli.

“The Chambermaid” è anche un’occasione per leggere, senza tanti manifesti o studi sociologici, la società messicana di oggi. Che non è molto cambiata da quella di un tempo. Più in alto vai — vedi il paradisiaco 42esimo piano — più incontri l’alta società, più in basso vai, più finisci nei quartieri dei servi. Che oggi si chiamano personale, ma che sono pur sempre servi.
Io spero che il film esca presto in Italia, e che andiate a guardarlo. Una sorta di incantesimo ipnotico s’impossessa di voi e non vi permette di staccare gli occhi dalle pulizie e dei movimenti di Eve. E anche per oggi è tutto, Fellows!
Frunyc IV aggiornato dove sapete, ringraziamenti sentitissimi, e saluti, direzionalmente cinematografici.

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