Posts made in Aprile 15th, 2019

LET’S MOVIE 409 da NYC commenta “TEEN SPIRIT” di Max Minghella

LET’S MOVIE 409 da NYC commenta “TEEN SPIRIT” di Max Minghella

Michael, Moviers,

potrebbe essere Jackson, il povero Jacko massacrato dall’ultimo vile documentario “Leaving Neverland”, che lo dipinge come un Barbablu affamato di fantolini. Tornerà a risplendere, quel Michael, perché le stelle vere, non le oscuri nemmeno con la tenebra della calunnia. E tutti quellli che si sono lasciati ottenebrare il giudizio — da Louis Vuitton che ha cancellato la linea di moda ispirata a lui, alle tante emittenti radiofoniche che si rifiutano di suonare la sua musica — tutti quelli, sentono già il rossore della vergogna imporporare la loro bella faccia(ta) perbenista. Difficile spogliare un paese — una cultura tutta — dall’istinto alla caccia del cattivo.

Comunque non è quel Michael, il Michael di oggi. È Bloomberg, noto per i suoi tre mandati da sindaco di New York dal 2002 al 2013. Undici anni ci dicono che è stato un sindaco assai rispettato — se non amato — dai newyorkesi. L’unico a non aver lasciato casa sua nell’Upper East Side e a trasferirsi nella Gracie Mansion, dimora fissa dei sindaci newyorkesi, tipo Casa Bianca per i Presidenti. No, Michael, si recava alla Gracie Mansion ogni mattina in metropolitana.
Uno di noi.
La differenza tra noi e lui sta in circa 40 bilioni di dollari, la fortuna che Michael sa di avere, assai sfacciata, intestata a suo nome, che fa di lui l’ottava persona più ricca del pianeta.
Quindi diciamo che il primo lavoro di Bloomberg non è stato esattamente quello di fare il sindaco. Bensì l’imprenditore. Dopo la lunga parentesi da Mayor, Michael è tornato dietro la scrivania del suo colosso commerciale, e a investire qui e là per recuperare gli undici anni perduti.
È un businessman tycoon, Michael, ma gli piace la cultura. Quindi l’ultimo investimento che si è concesso, è stata la costruzione dello Shed, nel controverso nuovo quartiere di Manhattan, Hudson Yards.

Ci vado martedì, per la prima volta.
È una giornata di primavera morta sul nascere, e martedì si è celebrato il suo funerale. Freddo pungente, transilvanica nebbia, pioggerella del Northumberland.
Stando a New York ho imparato, con indicibile fatica, a trascendere le nefandezze che il meteo può perpetrare nei confronti del tuo giorno, riponendo la mia attenzione in altro. Questo altro, martedì, è l’esperienza di vedermi spuntare, dalla High Line, da dove arrivo, questo enorme scatolottone dedicato alle arti performative, intensamente voluto da Michael, l’ex sindaco a cui piacciono la metro e la cultura.
“The Bloomberg Building” è impresso nella pietra dell’edificio — un marchio di fabbrica che nessuna intemperia potrà mai stingere.

Lo Shed è un centro culturale che vuole offrire allo spettatore esperienze artistiche in vari campi fra cui teatro, musica, arte, danza, e tutte quelle contaminazioni fra le arti che fanno tanto impazzire i direttori artistici di oggi. Il concept che muove lo Shed, è più o meno lo stesso che la strega capo-curatrice del MoMA si era dannata l’anima a spiegare a quell’incontro al MoMA, in cui anticipava la nuova identità del museo. Dopo aver visto lo Shed, capisco la direzione che il MoMA vuole prendere. Capisco anche che forse il MoMA non voglia essere da meno, e quindi sia corso ai ripari.

La struttura dello Shed è un marchingegno architettonico che farebbe brillare gli occhi di meraviglia Leonardo, figurarsi gli architetti. Quindi, Moviers architetti, fate particolare attenzione: oggi voi siete i bambini, e questo Lez Muvi è il vostro Natale. 🙂     

Immaginate un grattacielo all’estremo ovest di Manhattan, a poche decine di metri dall’Hudson. Lo chiamano 15 Hudson Yards. Da una sua facciata, per una ventina trentina di metri, fuoriesce un corpo estraneo che si sviluppa verso midtown e il cuore del quartiere di Hudson Yards —una specie di L, dove la stanghetta lunga sta per il grattacielo e quella corta per il corpo estraneo. Questa struttura che si diparte è un capannone retrattile — “shed” significa capannone — che, grazie a delle enormi ruote — enormi significa grandi come una persona — si può spostare su dei binari.

Immaginate un mastodonte con l’animo ballerino che si muove su delle punte rotonde, e questa sua mobilità gli permette dei numeri mai visti prima. Tipo creare uno spazio, chiamato McCourt, che può ospitare quasi 4000 spettatori per spettacoli, installazioni e qualsiasi evento si voglia organizzare. Poi un teatro con più di 500 posti e due piani di spazi espositivi.
L’idea è un po’ quella dello spazio on-demand: se ce n’è bisogno, lo spazio viene creato. Se non ce n’è bisogno, via con il “fold n go”: si ripiega e si ripone — praticamente un passeggino.
Io vi consiglio di scorrere fino a metà di questa pagina, investire 4 minuti della vostra vita e guardare il video su come funziona lo Shed. È fatto da Dio — volevo dire da un grafico. 🙂

L’occasione per andare allo Shed, me la offre Griselda, la nuova amica dall’identità boccaccesca conosciuta quella famosa favola di sera al MoMA. Griselda si sta rivelando una persona d’oro. Curiosa, divertentissima, di quell’umorismo di stampo britannico che dà il meglio di sé con l’ironia, centrifuga e centripeta: verso il mondo ma prima di tutto verso se stessi.
Griselda ha due biglietti per uno spettacolo che, apprendo ora, risulta già soldout fino a giugno. Come abbia fatto a trovarli, i biglietti, rimane un mistero — del resto lei è fatta della stessa materia della letteratura, quindi un po’ di magia, ci sta.

“Reich Richter Pärt” è il titolo dello show. Non è una marca di Crauti Wurstel Gulasch di Francoforte, anche se può suonare come tale.
Gerhard Richter è un pittore tedesco. Arvo Pärt, un compositore polacco. Steve Reich, un compositore americano. Stiamo parlando di grossi nomi della scena artistica contemporanea, ma non fa nulla se non li conoscete: la scena artistica contemporanea è un casino. Difficile destreggiarsi.
I tre non si sono mai incontrati, ma conoscono il lavoro gli uni degli altri. Allo Shed viene in mente di farli incontrare, e di pensare a una loro collaborazione. Gli viene in mente quattro anni fa, quando la struttura era ancora un puntino sulle planimetrie di Diller Scofidio + Renfro, lo studio di architettura che lo ha partorito — il che la dice lunga sulla vista lunghissima dello staff. Lo Shed traccia un’associazione fra i tre artisti, li fa incontrare, e ne esce questa performance live che unisce pittura, musica e video, e che credo sarà da considerarsi una nuova evoluzione immersiva dell’esperienza museale.

La performance comincia con un 150 persone di spettatori a rimirare dei grandi arazzi in una sala enorme del museo. Gli arazzi sono multicolore, bellissimi. Io e Griselda li esaminiamo da vicinissimo, ma non riusciamo a capire se si tratti di pittura su tessuto, oppure se i colori siano intessuti nell’arazzo. Rimaniamo con gli occhi a due centimetri dagli arazzi, scandiamo ogni centimetro, ma ci diamo per vinte.
Non capire, dopotutto, è parte dell’esperienza: ti caccia nella dimensione del fantastico.
Questi stessi colori sono ripresi in lunghe strisce colorate alle pareti. E anche in quel caso, non si capisce se siano dipinte sul muro, applicate sul muro, stillate dal muro, realizzate al laser sul muro? Tutto risulta molto misterioso.
Questa inintelligibilità aumenta quando, dal nulla, parte una musica, e in mezzo agli spettatori che guardano arazzi e strisce dipinte/applicate/chissà, dei cantanti vestiti in borghese, come fossero dei semplici spettatori, prendono a cantare, girovagando tra la folla. Una decina. Non badano a nessuno di noi, e fissano un punto all’orizzonte dentro cui chissà cosa vedono.
È una musica medievale, un canto gregoriano — una specialità di Pärt. E sembra di trovarsi in un’abbazia benedettina, tipo Cluny o Melk. Anche se io penso immediatamente al non ben precisato monastero in cui un monaco matto ammazzava i monaci e Guglielmo da Baskerville, attraverso la penna di Umberto Eco, doveva scoprire chi fosse.

È l’estraniamento, la sensazione che si prova. Quello che i formalisti russi, da Sklovskij in avanti, chiamavano “ostranenie”. Spostare cose comuni e note in contesti diversi dai loro abituali, per creare stupore, sconcerto, perturbanza.
I tre artisti ci riescono alla grande, specie nel secondo stanzone in cui veniamo gentilmente accompagnati. Due lunghissime bande di strisce sottilissime colorate profilano le parete. Anche qui, stessa domanda di prima. Come diamine hanno fatto? Laser? Pittura a mano? Ma come creare delle linee così lunghe e sottili e così dritte senza interruzioni, senza sbavature?
Nella parte a nord della sala c’è un’orchestra con il suo bravo direttore giapponauta che fa accordare gli strumenti.
Degli assistenti ci porgono gentilmente delle seggioline pieghevoli che sono un perfetto connubio tra ergonomia e leggerezza. Il diavolo sta nei dettagli, diceva Mies Van de Rohe. E aveva ragione. I dettagli di questo posto sono diabolicamente ineccebili.
Tutte le persone posizionano la seggiolina verso l’orchestra, ma quando la musica attacca, attacca anche un video, proiettato sull’enorme parate dal lato opposto dell’orchestra. Sicché tutto il pubblico, assai sgualdrinamente, ruota i seggiolini e dà le spalle all’orchestra per concentrarsi sul nuovo oggetto da studiare: la parete con il video.

La stessa banda colorata di cui supra, subisce nel video un morphing che riprende i colori e anche le forme strane degli arazzi. Tutti, chi più chi meno — io più, molto più — rimaniamo ipnotizzati dai colori, le righe, le forme, un nastro che non conosce interruzioni. Non riesco a distogliere gli occhi dallo schermo, e la musica che nel frattempo l’orchestra suona, traduce in suoni i mutamenti cromatici e formali. C’è un legame profondo, ctonio, fra le due espressioni artistiche, difficilmente articolabile a parole, ma puoi sentire che c’è. Come se le due forme artistiche fossero due propaggini di un unico organismo. Come il cervello, che è un solo universo, ma diviso in due emisferi distinti.
Tutta la performance dura un’ottantina di minuti, e quando finisce io dico a Griselda, “more”. Lei ride. Vorrebbe dirmi “ingorda”, ma è troppo educata per farlo.

Con la netta sensazione di aver assistito a qualcosa di divino ma profondamente terreno, io e Griselda andiamo a visitare gli spazi che ci è consentito di visitare. Il mega teatro, che, all’evenienza, può diventare anche sala da concerti. E poi uno spazio espositivo in cui dormono due enormi tronchi d’albero. In sottofondo, una musica importante. Azzarderei Beethoven.

Quando usciamo, esaltata dalla performance, mi soffermo a valutare la disposizione dello spazio circostante. Cosa che avrei rifatto sabato, ieri, con più calma — con una giornata di temperatura mite.
C’è qualcosa che non mi torna.
Davanti al Vessel, il grande inutile vaso di metallo lucido color bronzo costato 150 milioni di dollari, che sorge davanti al centro commerciale Neiman Marcus, si apre quella che hanno chiamato “Public Plaza”, un enorme spazio libero lastricato che dà verso la 12ima Avenue, e più in là, sull’Hudson.
La Public Plaza è un fake. Quello spazio ovale avrebbe potuto essere una piazza con la P maiuscola di Piano, Renzo. Spero che lui non ci metta mai piede. Dall’alto della sua Pianura, rabbrividirebbe nel vedere una siffatta camionata di metri cubi di spazio libero senza uno straccio di panchina, una zona dedicata alla convivialità, allo scambio.
Ci sono dei muretti che delimitano l’aerea, e le persono sono costrette a sedersi lì, oppure sui gradini che scendono verso il livello stradale. Dubito fosse l’intenzione degli architetti, ma le persone, dopo il milione di fotografie scattate, e il milione di pose per i milioni di selfie autoscattati, sono stanchi. La voglia di sedersi supera tutto.
Mi chiedo cosa succederà in estate, su una distesa lastricata di quel genere, senza alberi — quelli che ci sono sono fuscelli — senza uno straccio di copertura.
Forse qui, i turisti, vogliono cuocerli alla brace. O più semplicemente, non farli sostare afatto.

Nei quadrati di ghiaino che alternano il lastricato, lungo i fianchi della Plaza, sorgono fierissimi dei cartelli “Please refrain from walking on rocks”.
Una volta, erano le aiuole a non poter essere calpestate. Oggi è il ghiaino. Domani ci vieteranno di deambulare sull’asfalto, perché patrimonio dell’UNESCO.

I grattacieli che sorgono tutt’intorno sono diversi gli uni dagli altri. E va bene, non voglio fare la solita pedante d’antan che cerca un qualche disegno escatologico nella disposizione degli elementi. Come sono sorpassata! Oggi è al disorganico, che si deve guardare. Certo però che un grattacielo è nero. Io l’ho ribattezzato La Morte Nera.
Avete mai visto un grattacielo nero? È spaventoso. Un monolite sganciato sulla terra da qualche civiltà evoluta, che attende solo il momento di venirselo a prendere, e noi con lui.
Lì vicino, un altro grattacielo, con un po’ di pietra di Vicenza color panna, che, se non altro, ha il merito di stemperare un po’ il rigore del monolite.

Gettando l’occhio verso nord-est, c’è l’area in via di costruzione.
Ma come, dite voi? Ancora lavori?
Sì. Hudson Yards ha aperto i cantieri alla fine del 2014. Il 5 aprile di quest’anno, si è festeggiata la fine della Fase 1, che include cinque grattacieli, il centro commerciale e lo Shed. Ma c’è ancora la Fase 2, che prevede la costruzione di sette — sette! — torri di appartamenti, un grattacielo di uffici, una scuola (dall’asilo fino alle medie) nonché la ristrutturazione dell’ultimo tratto della High Line. Tra i nomi degli architetti coinvolti, due sconosciuti tipo Santiago Calatrava e Frank Gehry…
La fase 2, se tutto procede come deve procedere, si concluderà nel 2024.
Insomma, dieci anni di sbattimento edile senza precedenti.

Ai newyorkesi, Hudson Yards non va giù. Il New York Times, che intercetta e amplifica il malessere dei suoi cittadini, si è dismostrato estremamente critico nei confronti del nuovo quartiere. Ma magnanimo nei confronti dello Shed — è pur sempre cultura.
Un articolo della settimana scorsa titolava, con una domanda retorica che sanciva la sentenza emessa dal giornale, “Will the Shed be enough to rescue Hudson Yards?”.
L’accusa che i newyorkesi scagliano con maggior veemenza contro l’operazione è: Hudson Yards non fa parte della città. È una gated community per ricchi, milionari che non abiteranno stabilmente nel quartiere ma che ci faranno qualche puntatina ogni tanto. Quindi non contribuiranno alla community — qui “community” è un cavallo di battaglia come “territorio” per il Trentino. La città ha sborsato milioni, per cosa? Soprattutto per chi? Mogul che si dividono fra Dubai, Londra, Hong Kong e, ogni tanto, New York?

Se volessi aizzare ancora più gli animi dei newyorkesi, mi basterebbe far notar loro che la fermata della metro di Hudson Yards, il capolinea della linea 7, potrebbe tranquillamente far parte della metro di Stoccolma, tanta è la pulizia, l’aerosità, la sensazione di nuovo e tecnologico.
Se, per dire, andate alla stazione di Chambers Street della linea blu — in piena TriBeCa, non il Bronx, non Bushwick — la stazione vi rimane in mano anche solo a guardarla.

Ieri sono tornata nel quartiere per vedere chi frequenta il nuovo quartiere. Turisti. Nessun newyorkese. Ho messo anche piede nel centro commerciale di superlusso. I soliti marchi noti. Patek Philip, Cartier, Kate Spade, Dior e Tiffany prossima apertura. Che male, la banalità.
Quanto al Vessel, apprendo che per salirlo e scenderlo bisogna acquistare il biglietto online. Ovviamente è tutto “fully booked” per le prossime due settimane.
Siccome una mia recentissima conoscenza si sta trasferrendo a One Hudson Yards in questi giorni — il primo grattacielo che hanno costruito nel complesso —  io conto sul suo appoggio per fare un giretto sul vaso più inutile della storia.

E comunque. Quelli di Hudson Yards hanno tutto — persino uno store tutto loro di Muji, i maledetti.
Ma guess what? Non hanno il cinema.
Che poveVacci.

Questa settimana sono andata al cine sulla 68esima, a vedere “TEEN SPIRIT”, opera prima di Max Minghella.
Presentato al Toronto Film Festival, non ho saputo resistere. Ho un debole per la cinematografia che mostra e riflette sull’adolescenza. Forse perché sono cresciuta con “Il tempo delle mele”. Oppure perché l’anagrafe mi permette, ora che ne sono fuori, di dimostrare dell’attrazione per quel periodo verso il quale, quando lo vivi, provi solo repulsione.
In più la protagonista del film è Elle Fanning, sorella di Dakota — e tra le due, la minore Elle surclassa la maggiore Dakota su tutta la linea.
Elle Fanning ha un faccino stranissimo. Sembra un folletto, o un alieno, o una bambina cresciuta. O tutte e tre. Perfetta per la parte, con quei capelli di fieno, il broncio incavolato e il corpo in bilico fra ragazza e donna.

Violet Valenski è una ragazza di origini polacche introversa e talentuosa che vive con la madre in una fattoria sull’Isola di Wight — non quella dei Dik Dik, quella vera. Violet aiuta nei campi, fa la cameriera, studia. Si fa il cosiddetto mazzo per aiutare la madre. Ma soprattutto, Violet canta. Ogni occasione è buona. Il coro della chiesa, certo, ma anche in camera sua, e nel bar tristissimo con i soliti due clienti che affogano i dispiaceri nell’alcol e di cui solo uno applaude, a fine performance. Quest’uno si chiama Vlad, un ex cantante d’opera diventato ex per via, probabilmente, dell’alcol. Vlad crede che Violet abbia talento da vendere e si offre di farle da manager e da mentore.

La routine della ragazza s’interrompe quando in città arrivano i casting per Teen Spirit, un talent-show ante-litteram in tutto e per tutto progenitore di X-Factor e American Idols.
Violet decide di partecipare. Aiutata da una squalifica ai danni della prima arrivata, finisce alle finali. Che si tengono a Londra.
Immaginate una nativa dell’Isola di Wight, che non ha mai messo piede sulla terra ferma, figurarsi nella swingin’ London, arrivare nella swingin’ London. L’atmosfera le dà alla testa, non ci stiupiamo. E quasi quasi Violet sta per fare una scelta avventata e buttare tutto all’aria… Ma alla fine no, non la fa.
Sale sul palco, e canta — e balla — da urlo.
E io penso. Ottimo, più lei canta bene, più la sua performance è da standing ovation, più la delusione sarà cocente, più il film potrà scavare nel buco nero in cui Violet finirà.
Ero convinta che Violet avrebbe perso, ci avrei scommesso sopra i 150 milioni di dollari del Vaso di Pandora di Hudson Yards.
E invece, cosa mi combina il regista? La fa vincere!

Max Minghella, sei al primo film, capisco il legame ancestrale con gli happy-ending, ma cavolo, in un mondo dominato dai talent-show, in una società che coltiva il mito del farcela a tutti i costi, dell’elogio alla vittoria manco fossimo tutti discendenti di D’Annunzio, Wagner e Nietzsche, non puoi anche tu cavalcare quel cavallo. Quel cavallo sta sprofondando, è sfinito.
Perché non cavalchi invece un ronzino di nome Fiasco, che forse potrebbe anche aiutare i tuoi spettatori a ridimensionare il (mis)concetto di sconfitta e vittoria?
In quelle competizioni chi vince è uno, il numero di chi non vince è infinito. Per una buona volta, mettiamo da parte quell’uno, e guardiamo alle strade che si aprono davanti a infinito?
Per altro, Max Minghella, tu sei anche inglese, non sei americano, non hai tatuata l’ansia da succeeding nel DNA. Puoi permetterti anche un film su una sconfitta, che magari si trasforma in altro, in meglio.

A ogni modo, diamo a Elle Fanning quel che le spetta. Non è solo una bravissima attrice, sempre in parte in ogni parte che interpreta — guardatevi il capolavoro “The Neon Demon” di Refn, e vedete quant’è talentuosa la ragazza. Ma sa pure cantare! Ha interpretato tutte le canzoni del film senza ricorrere a voci altrui. In più, ha quella presenza scenica da inconsapevole Lolita che la rende perfetta per il personaggio di adolescente micino indifeso e incavolato con il mondo.

“Teen Spirit” si comporta bene più o meno fino a metà. Ha un suo ritmo, una certa raffinatezza nel modo in cui indugia su certi particolari. Violet con il suo amato cavallo. Violet nei campi. Violet a scuola.
Poi ti fa sognare andando a ripescare “What a feeling” di Flashdance, e tu, chiunque tu sia, quando senti quelle quattro note di pianola elettrica iniziali, già ti senti infilato in una felpa strappata sopra l’ombelico, scaldamuscoli sugli stinchi, e pronto a conquistare “Fame” e New York City — altroché Maria de Filippi!
La scena in cui Violet balla da sola in camera, con l’Ipod nelle orecchie, richiama le camere dell’adolescenza di ciascuno. Chi non si è scatenato almeno una volta nella solitudine della propria stanza, una fila di peluche per astanti, la lampadina da 60 watt sopra la testa al posto della palla stroboscopica di Saturday Night Fever?
Tutti l’abbiamo fatto.
Se non l’avete fatto, fatelo.

Però poi il film si perde nella sua superficialità. Reitera il modello della Cenerentola di campagna che va alla conquista della City, e la conquista.
È strano, ma per quanto gustosa sia il tropo della ragazza innocente con un talento e un sogno da realizzare, quel tropo risulta maledettamente difficile da raccontare senza scadere nel melò, nel melenso e in tutte le salse a base di miele che ci vengono in mente. Gli ultimi due esempi visti, “A Star Is Born” e “Vox Lux”, hanno fallito entrambi. “Teen Spirit” si aggiunge alla lista.
Speriamo che i registi non si fermino qui, e che cerchino altri modi di esplorare quella narrazione.
Prima o poi qualcuno ci riuscirà, no?

E anche per stasera è tutto, Moviers.
Nel Frunyc IV trovate molte foto di Hudson Yards, e molti fiori della primavera schizofrenica newyorkese. Central Park si sta trasformando nell’arlecchino che tutti attendiamo per tutto l’inverno. Speriamo rimanga  a lungo 🙂

Ora ringraziamenti d’ordinanza, e saluti, milionariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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