LET’S MOVIE 410 da NYC – commenta “HAIL SATAN?” di Penny Lane

LET’S MOVIE 410 da NYC – commenta “HAIL SATAN?” di Penny Lane

Flora e Miles, Fellows e Moviers,

li ritrovo dopo averli persi di vista per anni.
Sono due personaggi di un romanzo breve di Henry James. Una delle opere migliori mai scritte su questa terra benedetta dalla letterattura e condannata ai social networks.
Magari Henry James lo conoscete, autore inglese della fine dell’‘800, nato a New York e morto a Londra — quale fortunato pendolo esistenziale, dico io. Se studiate letteratura inglese in qualche punto della vostra vita, Henry James incrocia sicuramente il vostro percorso.

I fratelli Flora e Miles sono due personaggi de “Il giro di vite”, ovvero “The Turn of the Screw”. Se siete più per gli adattamenti cinematografici, ne hanno fatti parecchi. Dal più classico dei classici del 1951, al più “ispirato a”, come “The Others” (2001) di Alejandro Amenabar, che fa assai sgomento e propone una piacevolmente spaventosa Nicole Kidman.
Come sono ripiombati nella mia vita newyorkese, Flora e Miles?

Qui devo fermarmi un attimo e dire dell’abitudine che ho ripreso da un paio di mesi a questa parte. Era già in auge in Italia. Poi l’ho smarrita. Poi è tornata.
Le abitudini hanno molto, in loro, del noumeno kantiano.

Mentre corro, o faccio le pulizie, o lunghi tratti in metropolitana — tipo Upper West e Brooklyn, oppure 215esima e Upper West — io ascolto i libri. Classici della letteratura. Grazie ad Alta Voce, piattaforma della RAI che mette a disposizione una bella selezione di testi, letti e interpretati da autori teatrali o cinematografici — da Massimo Popolizio a Toni Servillo, da Iaia Forte ad Anna Bonaiuto.
In Italia ero un’affezionata dell’audio-libro.
Ho impresso nella memoria un mio rientro in bicicletta Riva-Trentoville, con Remo Girone nelle mie orecchie, i capitoli conclusivi de “La peste” di Camus nella sua bocca, le lacrime nei miei occhi.

New York è città delle opzioni. Non smette mai di mettertele nel piatto. E tu, appena arrivata, non puoi far altro che ingozzarti. È l’ordine naturale delle cose. Quindi, come sapete, ho cominciato subito ad ascoltare WNYC, oppure l’hip-hop sulla frequenza 97.7. E poi a fare zapping tra le tante stazioni radio offerte in questo paese composto da 50 stati, e un numero imprecisato di stazioni radiofoniche.

Poi però, ultimamente, mi mancavano, i miei audiolibri. Anche perché New York, oltre a essere la città delle opzioni, è la città delle distrazioni. Spesso, il tempo per la lettura, è cannibalizzato da altri eventi, e ridotto all’osso. Quello per i classici poi, è il desaparecido numero uno.
I classici rimangono sempre in fondo alla lista. Ma dovrebbero essere su, ai primi posti, altroché nuove uscite.
Gli audiolibri ti permettono una gran libertà: agire con il corpo e impegnare la mente. Sono un oggetto del multi-tasker, o meglio, del double-tasker. Due azioni contemporaneamente. Camminare e ascoltare. Correre e ascoltare. Pulire e ascoltare. Viaggiare e ascoltare.  
La seconda, è la mia combo preferita.
Correre e ascoltare.

Quando dico di questa abitudine, la reazione di molti è, ah io non riesco a fare due cose contemporaneamente.
Spesso lo si dice degli uomini: avrebbero delle difficoltà definite “congenite” con la pratica del multi-tasking. Io dico sempre che la genetica non c’entra un tubo, che nessuno nasce imparato in qualcosa. Che la miglior pratica è la pratica.
Dico anche che la tendenza di tutti è distrarsi — anche la mia, che sono una fra tutti. Corri e vedi qualcosa che ti colpisce. Allora la tua attenzione viene deviata. Allora cosa fai mentre l’audiolibro continua la narrazione? Ricominci dall’inizio del capitolo. Lì per lì ti frustra. Ma poi, come con tutto ti abitui, e impari ad apprezzare il riascolto, a ritornare su certi dettagli che magari ti erano sfuggiti.

La gioia che provo durante l’ascolto di un classico mentre corro Central Park, oppure Harlem, oppure mentre la metro mi scarrozza da nord a sud e da sud a nord dell’isola più trafficata del mondo, quella gioia è semplice, basilare. Non deriva da grandi acquisti, da complicati apparati tecnologici o fenomenali incontri. È frutto di una voce e due orecchie. In mezzo, una penna gigantesca che ha scritto parte della storia della letteratura.

Allora in questi ultimi due mesi, ho potuto capire cosa c’è dietro alla sete di vendetta di Edmond Dantes, che tutti, a un certo punto, presero a chiamare “Il Conte di Montecristo”. Oppure ridere con le storie surreali che Gogol dedica al naso, o a un mantello. Oppure stupirmi dell’amore assurdo di Dostojevsky nelle “Notti Bianche”. Oppure finire nel mondo perverso di Anthony Burgess e del suo best-seller “Arancia Meccanica”, sempre ignorato perché quello che Kubrick ha fatto di quella storia ti basta e avanza fino al 2080, ma in realtà il libro ti dà tanto in più, iniziandoti a una nuova lingua — Floriana Bossi, la traduttrice che ha tradotto quello slang slavo britannico chiamato Nasdat in italiano, dovrebbe essere beatificata seduta stante.
Oppure le sinistre avventure di Gordon Pym, il suo tribolato vagabondare per mare e il suo approdare davanti a un’oscura creatura bianca. Oppure Bartleby lo Scrivano, una micro storia di Melville — sì sì, proprio lui, quello di “Moby Dick” — che è minuscola, non più di quattro capitoli, ma che è un trattato sull’impossibilità di sondare l’animo umano. E fino ai classici contemporanei. Quelli buffissimi e micidiali, come il saggio che Dio David Foster Wallace scrisse sulle navi da crociera, “Una cosa divertente che non farò mai più”, oppure il romanzo buffissimo e altrettanto micidiale che Sir Alan Bennet s’inventa trasformando la Regina Elisabetta, notoria non lettrice, nel suo opposto in “La sovrana lettrice”.
Oppure “Dracula”, l’originale di Braham Stocker, che sto ascoltando in questi giorni, e che è un esempio di come la suspense si costruisce esattamente come il desiderio: alludendo all’oggetto bramato in maniera periferica, non mostrandolo in maniera diretta.

Non so dire se i libri mi accompagnino per New York, oppure se New York mi accompagni in questi viaggi. Preferisco vederlo come un eccitante peregrinare del corpo e della mente.
La settimana scorsa ho deciso di schiacciare play su “Il giro di vite”. L’avevo studiato, al primo anno di università, in un corso di storia del teatro e dello spettacolo. Fu lì, in quel corso, più che in qualsiasi altro corso di letteratura, che credo di aver capito il potere della parola letteraria.

La storia è apparentemente molto semplice. Una sontuosa — ma sinistra — residenza di fine ‘800 nell’Essex, cuore dell’Inghilterra. Una giovane istitutrice è assunta per prendersi cura dei due piccoli di famiglia, Flora e Miles, orfani di genitori. Due pargoli da pubblicità: intelligentissimi, istruiti, bellissimi. Il quadretto sembra roseo. E più il quadretto sembra roseo, più l’ombra avanza scura. L’istitutrice comincia a vedere delle strane figure aggirarsi per la proprietà. Un uomo e una donna. L’uomo sarebbe l’ex maggiordomo dello zio dei due bambini, e la donna sarebbe Miss Jessel, ex istitutrice dei due bambini.
Il problema è che entrambi sono morti.

E qui il lettore-ascoltare è preso in un dilemma, che poi è lo stesso che prende l’istitutrice. Ma come? Se sono morti, allora quelli sono… fantasmi?? Ma può essere? L’istitutrice comincia anche a credere che i bambini stessi li vedano, e che siano stati in qualche modo corrotti da queste presenze.
Sempre più in preda al terrore, l’istitutrice si perde nei suoi deliri fino a un finale tragico.

La straordinarietà del racconto sta in quello che il mio prof all’università aveva definito “incertezza di giudizio”. James ha calibrato il racconto in modo tale che entrambe le letture siano possibili, ovvero: non esiste nessun fantasma e tutto si trova nella testa dell’istitutrice, una matta esaltata che forse si è letta troppi romanzi gotici. Oppure sì, i fantasmi esistono eccome, i bambini sanno tutto, li hanno incontrati e chissà quale rapporto hanno avuto con loro.
I dialoghi tra i personaggi possono essere letti assecondando entrambe le interpretazioni — genio James. Alla fine della lettura-ascolto, voi rimanete sprofondati nell’incertezza di giudizio, e non c’è modo di uscirne.
È proprio “Il giro di vite” che mi torna in mente quando assisto al meeting annuale dell’International Authors Forum (IAF), lunedì scorso.
Anche lì, m’inabisso nell’incertezza di giudizio più totale.

L’IAF è un’associazione internazionale che rappresenta oltre 700.000 autori in tutto il mondo, promuovendone e tutelandone gli interessi in materia di diritti d’autore. L’IAF è supportato dalla Authors Guild, che fa un po’ quello che fa l’IAF: cerca di proteggere i diritti degli autori, offre consulenza legale gratuita ai suoi membri e si batte per un uso corretto della proprietà intellettuale.
Sono molto fiera di essere stata fatta professional member della Authors Guild 🙂

Il meeting annuale dell’IAF è itinerante nel mondo. Cambia città ogni anno. Nel 2019, tocca a New York City. Posso io, residente a New York City, non andarci? Evidentemente no, quindi lunedì ci vado.

La sede prescelta è il Grolier Club, 60esima tra Madison e Lexington — più Upper East Side di così, si muore. Il Grolier è il club di bibliofili più vecchio d’America — aperto nel 1884, che per l’America corrisponde alla nostra Età dei Comuni. Lo scopo è quello di promuovere lo studio e la raccolta e l’apprezzamento delle opere su carta, e i suoi membri sono librai, stampatori, grafici, tutti quelli che operano nel mondo del libro. Il Club in sé è la quintessenza dell’Upper East. Pavimenti a scacchi bianchi e neri, fiori freschi in vasi di porcellana, maniglie dorate su porte bianche, stemmi e marchi un po’ ovunque. Libri antichi in bella mostra. Scale rivestite di moquette spessa e pareti con quadri dai soggetti neutri. Si respira un’aria della vecchia New York.

Vado al meeting sia per mettere il naso nel Grolier, sia per capirci qualcosa in più del PLR, il Public Lending Right, argomento clou dell’incontro. Ma prima dell’argomento clou, mi sorbisco un panel con un argomento davvero boo: “Views from Across the Pond: The Proposed New EU Copyright Directives and Brexit”. Nemmeno la spigliatezza e l’humour della speaker londinese hanno potuto nulla contro le direttive UE sui diritti d’autore in contesto Brexit.
Ma poi è arrivato Jim Parker, Coordinatore della PLR International Network. E ha fatto luce sulla questione del diritto al prestito pubblico.
Cos’è il PLR? È, appunto, il diritto degli autori di ricevere un pagamento dal prestito pubblico. Io non avevo idea che una tal manna esistesse.
Nella maggior parte degli stati europei, e in qualche altro paese in giro per il mondo ma non ancora negli USA, si è deciso che all’autore di opera d’ingegno vada corrisposta una quota in denaro per ogni prestito che l’opera accumula nelle biblioteche.
Una manna.

Alla domanda che rimbalza nella testa di tutti, ma da dove arrivano questi soldi? La risposta è, dalle regioni, dalle province, dai comuni e dallo stato — una cordata comune.

La mia bocca acquolina quando afferro la portata win-win di questa direttiva. L’autore è contento perché si vede ripagato del suo lavoro, le biblioteche sono contente perché possono far circolare i libri con l’animo in pace. Lo stato è contento perché finanzia la cultura in maniera concreta. Tutti contenti.

Jim ci spiega che il PLR esiste dal 1946: la prima a istituirlo fu la Danimarca, seguita dalla Norvegia e dalla Svezia — evidentemente i paesi nordici non sono avanti solo quanto a libertà sessuale, asili nido, differenziazione dei rifiuti.
A oggi, hanno aderito ai sistemi di PLR 30 paesi dell’Europa, l’Australia, il Canada, la Nuova Zelnada e Israele. Sono lì lì per aderire al progetto, Grecia Malawi, Turchia e Hong Kong.
“Direi che sia giunta l’ora anche per gli Stati Uniti, giusto?” Questo è il commento frustrato della Direttrice dell’Authors Guild, che sta studiando il modo di portare la questione a Washington e far votare un disegno di legge al Congresso: a vedere il livello battagliero che sfoggia, ho piena fiducia nella riuscita della sua missione — sui tempi però, non posso dire.

Siccome Jim ha citato tutti i maggiori stati europei — Francia, Germania, UK (sempre che l’UK possa considerarsi Europa), Belgio, Paesi Bassi — ma siccome non ha mai nominato l’Italia, ho pensato, ahia, qui c’è puzza di Italietta. Le presentazioni power-point seguono le stesse regole del Risiko: vuoi mettere in bella mostra quanti più paesi hai conquistato, e poi vuoi dirli ad alta voce. Le bandierine bastano fino a un certo punto: ci vuole la voce per sbandierare davvero l’impresa.
Perché l’Italia non trova la voce di Jim?
Ormai un po’ mi conoscete.
Aspetto il Q&A.
🙂

Dopo Jim, sale in cattedra un olandese che ci parla della situazione in Olanda, snoccialando dati che volano i cieli del segno positivo, ma con quel low-profile da paese nordico che apprezzo tanto.
Il confronto con l’Italia mi getta in un imbarazzo tale da farmi tenere gli occhi bassi tutto il tempo. Gli olandesi leggono in media 8 libri all’anno. Vedete un po’ la fonte del mio imbarazzo: in un’intervista dell’ISTAT del 2017 in materia lettura, 23 milioni di italiani hanno dichiarato di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti.
In Olanda non ci sono più di 8 km senza una biblioteca. Anche in Trentino è così, ma nel resto dell’Italia, mi chiedo, come siamo messi?

Quando è ora del Q&A, presento a Jim il mio caso, e chiedo dell’Italia.
Visto che non l’hai menzionata, caro Jim, posso considerarla nel progetto oppure ha dato forfait?
Mi aspetto il secondo scenario, e invece no, sbaglio.
Jim si apre in un sorriso e mi dice, certo, l’Italia ha aderito al PLR.

E io, in quell’istante ho visto dolci colline ondeggiare per tutto il corpo del nostro Bel Paese, e mari ricchi di pesci e tesori e monti verdeggianti e botteghe d’artista sfornare Cosmè Tura e Piero della Francesca e Antonello da Messina, prima ancora dei soliti noti che hanno prestato i nomi alle Tartarughe Ninja. E poi vedo i paradisi della lingua abitati da Petrarca e Cielo d’Alcamo, lo scranno su cui è seduto l’Alighieri, ma anche il parco giochi della lingua in cui si sono divertiti Aldo Palazzeschi, Guido Gozzano e Tommaso Marinetti. Vedo anche le acque salpate dagli eploratori italiani, i cieli solcati da navicelle spaziali con la targa NASA, ma il brand Made-in-Italy. Vedo apparecchi telefonici inventati in Italia e trafugati in America, e passerelle calcate da architetture uscita da mani Ferré, Ferragamo, Gucci e Pucci. Vedo Fellini salutare Antonioni, e Renzo Piano a spasso con Carlo Scarpa.
Una frazione di secondo di orgoglio italiano.

Il mio sorriso si spalanca all’unisono con il suo. Pregusto i futuri proventi che un giorno mi arriveranno dalle biblioteche. Nulla che renderebbe ricco alcuno, intendiamoci — in Olanda pagano 13 centesimi per ogni prestito, che non è male, ma comunque non ti paga l’affitto — ma tanto di cui essere fieri: far parte di un sistema che finalmente riconosce il lavoro dello scrittore, e il ruolo delle biblioteche.

But…
Ecco il rintocco della sveglia che mi riporta alla realtà.
Jim spiega che però, l’Italia ha optato per un altro tipo di gestione. Al posto della retribuzione a ogni autore da parte delle biblioteche, ha istituito un fondo generale per la promozione culturale.

Io, in quell’istante, vedo mani grasse agguantare fette di torta comune, acrobazie descrittive per far passare questo per quello e pigiare un progetto in una categoria a cui non appartiene. Vedo patti non detti ma sanciti con una pacca sulla spalla. Vedo telefonate piene di opportunismo e tornaconti personali. Vedo i do ut des che rendono felici due parti, escludendo tutte le altre.
La frazione di orgoglio italiano spazzata via dalla solita trovata italiana di stampo statalista. Facile far rientrare qualsiasi tipo di attività in “attività di promozione” all’interno del fondo, e mungere la mammella collettiva.

Una volta a casa avrei approfondito l’argomento, e scoperto di più su questo fondo. Istituito nel 2006 dal Ministero per i beni e le attività culturali per un totale — quell’anno — di 250.000 Euro, il fondo è ripartito dalla SIAE tra gli aventi diritto, e può essere utilizzato per vari scopi. Tra questi, cito, “il finanziamento di attività di promozione e sostegno di autori, traduttori, artisti e anche iniziative volte a promuovere attività di conoscenza del diritto d’autore”.
Ovvero, invece di retribuire i singoli autori in maniera mirata e diretta come fanno tutti gli stati aderenti al programma, facciamo una cassa comune da cui si può più o meno liberamente pescare.
Italian style, insomma.

Jim sembra sinceramente contento del sistema alternativo che l’Italia ha trovato per “personalizzare” la legislazione europea sul PLR.
Ma lui non sa bene come vanno queste cose in Italia.
Io, che qualche anno di esperienza italiana ce l’ho, non posso fare a meno di vedere la manipolazione nel disegno italiano, il complicare una cosa nata semplice per dotarla d’inghippi e scappatoie, quell’azzeccagarbuglismo proprio delle nostre istituzioni, e quel detto che tanto bene descrive un lato della nostra personalità legislativa e comportamentale: fatta la legge, trovato l’inganno.

Dopo il Meeting dell’IAF, io leggo l’Italia e mi ritrovo con due interpretazioni contrastanti, valide entrambe. Esattamente come con “Il giro di vite”, dove l’istitutrice poteva essere completamente pazza, Flora e Miles due bambini normalissimi, nessun fantasma dai-siamo-seri. Oppure altrettanto valida poteve essere la lettura per cui l’istitutrice aveva proprio ragione, Flora e Miles due anime perdute dalla testa ai piedi, e la casa infestata dagli spettri.

La cosa positiva di tutto ciò è la riconferma che la letteratura vive nella vita di tutti i giorni.
Nella mia, di sicuro.

Certo, un giorno qualcuno dovrà spiegare a Jim cos’è l’azzeccagarbuglismo.

Questa settimana sono andata all’IFC a vedere un documentario diabolico “Hail Satan?” di Penny Lane.
Presentato con grandissimo successo al Sundance, il documentario s’interroga — e ci interroga — su un fenomeno che ha preso piede nel 2013 e che da allora conta più di 50.000 iscritti e sedi in tutto il mondo. Il fenomeno è quello del Satanic Temple, un gruppo religioso — o anti-religioso — che si pone contro la monocrazia cristiana imperante negli USA, e propone un proprio culto per Satana, attraverso la rivisitazione del Satanismo storico.
Adesso so cosa state pensando. La solita banda di pervertiti esaltati con la fissa di Belzebù. In realtà, nulla è mai semplice, nemmeno i pervertiti esaltati con la fissa di Belzebù.

Perché i membri di questa congrega non bevono il sangue, non fanno messe nere e non inneggiano al male. Sono piuttosto delle persone che combattono una battaglia personale, quella contro le autorità, contro il canone, contro chi dice che esiste una religione, un dio, un modo di vivere la propria vita, e che lo applica alle leggi del paese.
In sostanza, sono dei diversi che hanno visto in Satana un simbolo di ribellione, l’espressione dell’altro da sé, e l’hanno fatto loro. Satana come “l’anti” per eccellenza.
Dal momento che non sgozzano animali — anche se la frangia più estremista, infila teste di maiale come olive sugli stuzzicadenti… — e perseguono la non-violenza, i satanisti sembrano, paradossalmente, dei paladini della pluralità e del rispettare chi la pensa in maniera diversa da te, piuttosto che dei votati al 666.

Capeggiati da tale Julian Greaves — il cui occhio di vetro, qualcosa di luciferino lo ha — i membri del Satanic Temple, per alcuni giornalisti intervistati nel documentario, “sono un gruppo che sfida le autorità per avere parità di diritti”. Ma il documentario non ascolta solo la campana — rovesciata! — di Mefisto. Ne ascolta anche altre. Alcuni li vedono come degli sballati che vogliono portare morte e distruzione.
A sentire i protagonisti stessi, però, voler combattere l’ingiustizia è una delle espressioni di questa loro fede. Si oppongono alla teocrazia cristiana, giacché si fa largo nel governo degli USA, governo che dovrebbe essere laico. E sentono come un loro dovere fare qualcosa.

Questo punto sulla cristianità degli Stati Uniti è molto molto interessante, ed è difficile non dar loro ragione. Come ben mostra il documentario, gli Stati Uniti si considerano una nazione cristiana, ma così non è. Primo perché la pluralità religiosa di questo paese è sotto gli occhi di tutti. Secondo, perché la Costituzione non reca alcun riferimento a Dio o al Cristianesimo. L’associazione tra stato e Cristianesimo è cominciata negli anni ’50, quando ci si voleva difendere dal pericolo rosso del Comunismo. Allora si sono presi dei provvedimenti per avvicinare stato e cristianesimo. Sulle banconote si è cominciato a scrivere “In God We Trust” (nel 1957, per la precisione), così come all’interno dei tribunali. Si cominciano a piantare tavole della legge con i Dieci Comandamenti in giro per l’America. Ma non si dice mai che queste statue raffiguranti le tavole della legge, hanno cominciato a spuntare nel periodo in cui uscì, nel 1956, “I Dieci Comandamenti”, il colossal con Charlton Heston.
Quindi nacquero come materiale per far pubblicità al film, e non come momumento celebrativo al bignami preferito da Mosé.   

“Dovremmo essere una nazione che non lascia decidere al governo quale debba essere l’espressione religiosa appropriata”, dice un membro del Satanic Temple. E su questo, again, è difficile dar loro torto.
Così come è difficile dar loro torto quando tirano fuori tutte le turpitudine perpetrate dalla Chiesa, e citano soprattutto i casi di pedofilia insabbiati, gli alti prelati protetti, come si vede benissimo nel film “Spotlight”.
Dove sta il male, lì?

Per come la vedo io, a far acqua, non è la loro voglia di porsi contro il sistema e a favore di chi sta ai margini — facciano pure, in questo senso. A far acqua è il legame con Satana. È vero che Satana è il simbolo massimo “dell’anti”, ma non è Che Guevara. Non è Ghandi. Satana, oltre all’effige della ribellione, è l’effige anche dell’anti-bene. Non so quanto la riscrittura del diavolo possa riuscire, o essere interessante. Sarebbe forse più interessante scrivere da zero una nuova figura, che prenderne una già così pesantemente connotata, e riversare su di lei il proprio desiderio di giustizia.

Detto questo, “Hail Satan?” rimane un documentario di grande interesse, che mostra cosa muove questi outsider spesso presi per matti, e soprattutto la volontà di una parte sempre crescente della società di mettere in dicussione certi luoghi comuni su cui la nostra società poggia.
Chissà se il documentario arriverà mai in Italia…

Non so se avete notato che questo pippone intriso d’oscuro, gotico e satanico vi arriva, assai perversamente, a Pasqua…
Coincidenze?
😉

E su questo, Fellows, concludo qui…
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi e saluti, ambiguamente cinematografici.

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