LET’S MOVIE 411 da NYC commenta “THE WHITE CROW” di Ralph Fiennes

LET’S MOVIE 411 da NYC commenta “THE WHITE CROW” di Ralph Fiennes

Mm, Moviers,

sono i millimetri, compressi in due lettere.
In questo paese di votati al sistema consuetudinario di unità, che si oppone strenuamente al nostro caro sistema metrico decimale, i millimetri sono stati banditi e rimpiazzati dai points o pica. Conosciamo piedi, pollici, iarde e miglia, ma i points, quelli non si nominano mai — figurarsi i pica poi.
Allora cosa ne è stato dei poveri reietti mm?
Come tutti i reietti, sono finiti a New York, dove approda di tutto. Sono finiti in un posto che davvero solo questa città di strampalati poteva immaginare: in un museo. Il Mmuseumm.

Il Mmuseumm si trova in un vicoletto di Lower Manhattan incastrato fra TriBeCa e Chinatown.
Lo confesso, la teoria dei mm è una mia teoria: nessuno sa cosa stia per Mm all’inizio e alla fine di Mmuseumm. Ma è una teoria più che mai credibile e sostenibile. I millimetri risultano essere l’unità di misura più adatta per nominare un museo che si trova dentro un ascensore.
Un museo dentro un ascensore?
Sì, un museo dentro un ascensore.
Welcome to New York CIty, regno di strampalati, asilo per millimetri.

Ci vado venerdì, all’opening della nuova mostra. A quanto pare cambiano mostra ogni tre mesi.
Scopro l’invito per caso. Scopro anche del museo, di cui non avevo mai sentito parlare.
È una giornata sottratta all’autunno e portata nell’antro oscuro della primavera. Una pioggia fredda intermittente che smette ogni venti minuti, e ogni venti minuti riprende, illudendoti ogni venti minuti.
La stanchezza della settimana e l’on-and-off della pioggia, quasi quasi hanno la meglio su di me. Sono lì lì per dare forfait, preferire l’in-casa al fuori-casa. Ma come ogni volta, non riesco a zittire quella vocina che bisbiglia “Eh ma è un peccato però…”
A causa di quella vocina lì, mi sono trascinata in ogni sorta di posto. Alcune volte, non andarci non sarebbe stato affatto un peccato. Ma devo ammettere che fare quel tipo di violenza su stessi, nella maggior parte dei casi, ripaga. Se non altro anche solo in termini di vittoria personale: nel titanico scontro tra volontà e sofà, vince, per un nulla, la volontà.

Allora vado, sotto un ombrellino da cartoni animati e la sensazione di essere spazzata via da un momento all’altro, raggiungo Van Cortland Alley.
I vicoli, a New York, sono merce rara. Diciamo che popolano la New York cinematografica, quella piena di stradine malfamate dove i teppisti ti derubano, o i senzatetto si scaldano le mani sopra un bidone con del fuoco dentro.
New York non è proprio così. So che così è stata, nel passato, oltreché nei film. Me lo raccontano tutti tutti quelli che l’hanno vissuta. E non occorre pensare ai primi del ‘900, o al 1960. New York era così fino agli anni ’80, quando persino all’altezza della 72esima Strada — pieno Upper West Side, oggi super ambìto — era meglio non mettere il naso fuori di casa dopo il tramonto. E non per i vampiri, ma per i delinquenti.
Oggi New York è il giardino della legalità. E quel vicoletto, il Van Cortland Alley, non è che un piacevole ricordo di rapine a mano armata e di “sgancia il grano e non fiatare”.

Quando arrivo, trovo lo stesso spettacolo che mi si para davanti ogni volta che c’è un evento di qualsiasi tipo in questa città. Da quello più istituzionale a quello più idiota. Il pienone.
New York, città di istituzioni e idiozie.
Ormai non rimango più scioccata come i primi tempi. Devo ammettere, tuttavia, che il maltempo mi aveva fatto ipotizzare l’involarsi dei partecipanti — mi sarebbe piaciuto assistere a un dumping generale, per una volta, un fuggifuggi colossale e il deserto tutt’intorno. Invece no. I newyorkesi si riconfermano immuni alle meteo malìe.
In casa New York, la volontà vince sempre sul sofà.

Una folla di persone attende l’apertura delle porte dell’ex ascensore merci che dal 2015 ospita un museo al pianterreno di un edificio assai anonimo. Ma vedete di non applicare il sistema metrico italico nell’immaginare il vicolo. Immaginate due piccoli marciapiedi e, al centro, lo spazio necessario per far transitare, con agio, una macchina. Insomma, nulla di paragonabile ai vicoli italiani.
In questo spazio, staranno in attesa qualcosa come duecento persone.

Non sbuffo e non rollo più gli occhi al cielo, come facevo i primi tempi, Rossella O’Hara che o’ero (!). Cerco di non pensare a quanto tempo mi ci vorrà per entrare fisicamente nel museo e vederlo, con tutte queste persone che aspettano di fare la stessa cosa.
Questa città mi ha insegnato il fatalismo. Mi ha insegnato il we cross that bridge when we get there.
In qualche modo farò.
Ho anche compreso che questo è l’ordine universale delle cose metropolitane. Che se abiti in una metropoli, devi digerire il milioname di cittadini con cui dividi l’urbano suolo.

Ringrazio la provvidenza edile che ha posato sopra le nostre teste delle lamiere di zinco, lassù, in alto.
New York è la città dell’istituzione, dell’idiozia, del fatalismo e dei lavori in corso.
Quindi, se non altro, siamo al coperto.
L’invito diceva che l’evento avrebbe avuto inizio alle 7 “sharp”, in punto. Ho fatto del mio meglio e sono arrivata alle 6:58 sharp. Ma l’evento non comincia alle 7 in punto. Far montare l’attesa è parte del gioco. Siccome apprezzo il ludico, aspetto e gioco.
Dopo una decina di minuti, dall’imbocco della stradina, spuntano due carretti, uno del gelato, e uno degli hotdog. Dietro di loro due macchine.
Capiamo che questo è parte dell’evento e non una processione gastro-mobile perché il deejay, dalla sua postazione a fianco del museo, ha attaccato con una musica molto cool da opening museale.

La folla, a quel punto, si divide in due per lasciar passare il corteo, modello Mosè col Mar Rosso. E questo è il momento in cui io mi sono ritrovata sulla sponda giusta, ovvero, quella degli isrealiti, accanto alla porta del museo. Gli altri, i disgraziati egiziani aldilà delle due macchine, sono anime perdute nel mare della iella.
Una delle due macchine è una jeep gialla senza capotta, da cui spunta, in piedi, una bambina. Non più di otto anni. L’hanno infilata in una vistosa gonna di tulle bianco, le hanno dato una borsa di coriandoli, che lei ha cura di spargere tutt’intorno. E, una volta finiti i coriandoli, le hanno detto di prendere il microfono, e leggere un discorso stampato su dei fogli rosa.
È la versione del Mmuseumm di una conferenza stampa. Viste le dimensioni del museo e del vicolo, scegliere un bambino, esemplare in miniatura di umano, mi sembra molto coerente.

Le mani che hanno scritto il discorso sanno il fatto loro: è il giusto blend di burloneria, profondità, surrealismo e leggerezza che può uscire dalla penna di un curatore, passare per quella di un bravo PR e fuoriuscire dalla bocca di un bambino.
Tra le risate generali — la bambina è davvero buffa — e tra le cose buffe che dice — “non so bene cosa ci facciate tutti qui, ma del resto nemmeno io so cosa ci faccio qui” — dice una cosa che suona tipo così: si pensa che il perché dei musei siano gli oggetti. Ma il vero perché dei musei sta nelle persone, che vanno nei musei e provano emozioni, tutte le emozioni, gioia, tristezza, stupore, paura, allegria. E poi le condividono.
Il museo non sta negli oggetti, sta nelle persone che vivono quegli oggetti.

Sembra un truismo, oppure un’idea anni ‘60 alla “John Lennon meets Patti Smith”, “power to people” and “people have the power”. Ma mi sbaglio. È un atteggiamento molto millennial. L’evento avant tout. L’experiencing, l’immersing, il viverlo in prima persona, per poi condividerlo in real time via social media, è la cifra di questo nostro tempo. Che poi lo si voglia vivere solo per condividerlo via social media, è il dubbio che rode il cuore di questo approccio. Ma questo è un timore personale di chi, come me, guarda ai social media con un misto di scetticismo e condiscendenza.

Dietro la jeep con a bordo la bambina, una Mini nera, il cui scopo presumo essere quello di far semplicemente corteo. E contribuisce a definire lo spartiacque tra noi israeliti vicini alla porta del museo, e loro, gli egiziani, dall’altra parte.
La porta del museo finalmente si spalanca.
Alleluja.

Vengo spintonata da tutte le parti. Cerco di fare del mio meglio per non finire alla deriva.
Una signora, che mi arriva più o meno all’ombelico, ma che potrebbe uccidermi con tutto l’acido che ha in corpo, mi fa notare che lei era arrivata prima di me, che lei c’era prima di me, che lei aveva la precedenza… Usa tutta la sinonimia possibile per esprimere il concetto, e io le dico, con una calma buddista, “Look, I ambeing pushed here, I am not pushing”, quando avrei potuto benissimo cominciare una guerra santa.
Nel frattempo, la fortuna, o la fisica con le sue leggi, mi fanno finire tra una coppia: il marito dietro di me, la moglie davanti di me. Un sandwich in cui il ripieno sono io, di troppo. Lei, la moglie, vuole visitare il micromuseo insieme al marito, quindi mi dice se voglio passare avanti.
Io spalanco un sorriso, e le passo ben volentieri il mio posto.

Questo mi fa passare avanti alla signora ombelicale al mio fianco, che assiste alla scena e che mi guarda con uno sguardo passato dal cagnesco all’assassino. Con un sarcasmo color verde invidia, sibila “Well, good job…”
Io dico “thank you”, cercando di moderare il sorriso. Perché detesto le guerre sante, specie quelle ingaggiate contro le popolazioni ombelicali.
Di lì al mio turno dentro il museo-ascensore, passano sei miseri minuti. Lo so perché il buttafuori accanto all’ingresso — l’unico nero presente, siamo pur sempre a Lower Manhattan, e questa è pur sempre l’America capanna dello Zio Tom — il buttafuori cronometra ogni visita: quattro persone a volta, e ogni quadriumvirato, tre minuti.

Quando è il mio turno, un’ansia da prestazione senza precendenti mi assale. È vero che il museo è un museo millimetrico, ma è anche vero che ci sono parecchi oggetti, e le didascalie da leggere. Quindi, dopo un breve istante di panoramica generale, prendo a fotografare, così una volta fuori dallo spazio millimetrico, potrò riguardare tutto con calma.
Anche la sensazione di essere osservati da una calca di persone che vorrebbe essere al tuo posto e che ti considera causa della loro attesa, non è una bella sensazione.

Time’s up. E in men che non si dica, devo guadagnare l’uscita. “Guadagnare” è quanto mai corretto, per quanto comico possa sembrare viste le dimensioni ascensoriali in cui sono confinata. Penetrare la ressa di persone accalcate all’ingresso, e raggiungere l’imbocco di Van Cortland Alley, ricorda “Platoon” e l’addentrarsi dei soldati nelle verzure vietnamite.
Mentre affronto il primo metro di foresta umana, la signora ombelicale, sprofondata in un bagno di bile, mi minaccia apertamente “I hope to find you in another event”.
Sa molto di “Vendetta dei Sith”.
Ma lei non sa che io sono una Jedi, con tanto di Certificato della Jedi Academy.

E io, in quel momento faccio una cosa che non si dovrebbe fare. Ricorro a quell’espressione da faccia da cu*o a cui mi vieto di ricorrere, perché quell’espressione lì è tossica al massimo grado, e quando ti viene proposta, ti fa saltare i nervi come poche cose al mondo. E se la proponi tu, prima o poi qualcuno la proporrà a te, perché funziona con lo stesso meccanismo del karma.
È l’espressione trionfante di Trump dopo le elezioni 2016. Quella di Salvini dopo le elezioni 2018. Quella dipinta su tutta la Corea del Sud dopo l’operato di Byron Moreno e il golden goal che escluse l’Italia dalla corsa ai Mondiali nel 2002 — e il fatto che io ricordi l’episodio non dimostra la mia ferratezza nel calcio, bensì quanto cocenti siano certe emozioni collettive.
E io la propongo tale e quale alla signora. Quel sorriso di superiorità nato dall’avercela fatta, ma servendosi in gran parte della fortuna e del propizio predisporsi degli eventi, un successo, pertanto, gratuito, abbondantemente immeritato. Quel sorriso sopra quel collo che ti verrebbe voglia di afferrare e scuotere come un albero di susine. E come vorrebbe fare la signora ombelicale con me e il mio collo.

Lo ripeto, so che mi si rivolterà contro: io credo nel “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”, non per via della Bibbia, ma perché è un monito emesso dalla bocca dell’universo per sintetizzare la sua giustizia. So che presto dovrò subirlo io, quel sorriso, come da contrappasso.
Ma in quel momento, sorriso e occhi tra Bambi e demonio, oh boy, so much fun!
🙂

Quando arrivo all’imbocco del vicolo, mi giro e guardo la calca di gente che attende i tre minuti d’ingresso — ora le persone saranno 250, suppergiù. Io me la sono cavata per le 7:52 pm. Loro, per quanto tempo ne avranno?
Avrei apettato se il corteo gastro-mobile non avesse separato le acque e io non fossi finita con gli israeliti, dalla parte fortunata del mondo?
La signora ombelicale avrà trovato un altro albero di susine da scrollare? Sarà annegata nella sua bile? Racconterà alle amiche — amiche? — di una bitch che le è passata davanti, e che poi ha avuto anche il coraggio di trionfare?

Oltre a queste domande, seduta in metro, ripenso al MMuseumm, scorro le fotografie scattate nei miei tre minuti, e leggo le didascalie.
Il Mmuseumm rovescia tutta la sua mission identitaria sul cartello affisso all’ingresso, “il museo è dedicato a uno story-telling del mondo moderno. È un museo di storia naturale contemporanea. È un museo del design che riguarda le persone. È giornalismo dell’oggetto. È dedicato a esplorare la moderna umanità e gli eventi contemporanei attraverso oggetti provenienti da tutto il mondo.”
Quello che all’inizio, assai superficialmente, avevo liquidato come la solita trovata newyorkese probabilmente piena di paccottiglia eletta ad arte, si rivela in tutta la sua composita natura. L’Mmuseum non è solo un micro-museo pigiato in un ascensore: il suo highlight non nasce e muore lì, dentro le sue dimensioni. L’intento è un altro: fotografare l’adesso, il contemporaneo, attraverso gli oggetti che lo abitano.

Gli oggetti sono disposti per tema sui diversi ripiani. Su un piano ci sono “Oggetti personali appartenuti a persone, di solito di colore, nel momento in cui sono state sparate, e di solito uccise, dalla polizia americana”. Tra loro una patente, un accendino, una croce, un portafogli.
Tra gli “Effetti personali dell’immigrazione”, un piegaciglia, un pettine, un calzino da bambini, un lucchetto, un vecchio Ipod, un cinque di bastoni.
In “Oggetti del tracollo”, prodotti come dentifricio, shampoo, deodoranti, biscotti di brand famigliari — Colgate, Head&Shoulders, Oreo — se guardati da vicino, si scoprono essere dei tarocchi — Colcote, Hoed&Shouders, Oieo. Questo per denunciare lo stato di povertà del Venezuela, in cui questi sottoprodotti, più convenienti degli originali, da un lato sembrano famigliari agli acquirenti, ma dall’altro li ingannano. E questo rappresenta un po’ il tracollo che 31 milioni di venezuelani stanno subendo attraverso la falsificazione.
“Diabetes Suicide” propone una sfilza di focaccine glassate. Non è l’ennesima imitazione di Claes Oldenburg, ma si riferisce al fatto che le prigioni americane cercano in ogni modo di evitare che i carcerati si suicidano. Nello specifico, amplificano una storia che ha un po’ dell’incredibile: un prigioniero, che non ce la faceva più in galera, ha comprato 15 hot buns allo spaccio della prigione — l’hot bun è un paninetto tuttoburro che ti manda al creatore solo a guardarlo — e li ha divorati, lasciando dietro di sé una scia di involucri. È stato trovato in coma diabetico, da cui, di lì a qualche giorno, la morte l’ha svegliato. Da allora lo spaccio non vende più hot bun.
C’è il ripiano “Religioni moderne”, su cui stanno in bella mostra un Iphone, un telecomando dell’aria condizionata, una macchina fotografica, e una tabella nutrizionale di un cibo gluten-free.
E poi maschere anti-gas fatte in casa, e gli scontrini dell’ultima cena dei condannati nel braccio della morte.

Questo è molto più che paccottiglia, il solito museo pop, una rielaborazione in odor di Worhol e startup, che spreme un’idea, anche assai banale, e vi stilla del fatturato. Il Mmuseum è gratuito: non punta al fatturato. E l’unica cosa che spreme, semmai, è il tuo cervello, sperando di cavarci della riflessione.
Ci tornerò con meno calca. Senza la signora ombelicale.
Magari di notte: nella porta del Mmmuseum hanno ricavato uno spioncino che permette ai passanti di guardare dentro l’ascensore, a tutte le ore del giorno e della notte.
Mi chiedo se questo faccia di lui, del Mmuseumm, più un’istallazione artistica che un museo…

Questa settimana sono stata all’Angelika a vedere “TheWhite Crow”, di Ralph Fiennes — il protagonista de “Il paziente inglese”, scivolato, per la terza volta, dietro la macchina da presa. Non vedevo l’ora di spararmi un bel biopic su Rudolf Nureev, il controverso genio della danza di tutti i tempi. Anche un biopic classico, di quelli assai didascalici, sarebbe andato bene. Non avevo troppe pretese. Ma non ho trovato affatto quello che mi apettavo.

Nureev appare da subito in tutta la sua arroganza: un ego smisurato tanto quando la sua ambizione, la sua voglia di farcela. Detta fuor di diplomazia, ti dà sui nervi sin dall’inizio. È difficile gestire un personaggio che ti dà sui nervi così tanto. Ci devi stare insieme per più di due ore. Non è un tempo breve. Riconosciamo pertanto la gatta da pelare che Fiennes si è preso fra le mani accettando un soggetto tanto ostico. Purtroppo non è stato in grado di evocare in noi altro oltre l’irritazione, che, nel film, supera di gran lunga l’ammirazione per il suo talento. E già qui il film fallisce. Un biopic su uno dei più grandi danzatori di tutti i tempi, dovrebbe certo farci uscire dalla sala con emozioni contrastanti, accendere il riflettore sulle parti più oscure della sua personalità, ma non dovrebbe farci scappare dalla sala per non stare un minuto in più con lui. Questo succede perché il personaggio è stato tagliato grossolanamente, e ricostruito sullo schermo in modo da far risaltare il suo lato più insopportabile. Credo che questo faccia proprio un torto alla storia del personaggio e della persona Nureev.

Il film sviluppa e intreccia, assai tradizionalmente, tre linee narrative. L’infanzia di Rudolf, con i tradizionali colori desaturati tra il bianco e l’antracite che spesso raccontano il passato lontano al cinema; la giovinezza di Rudolf, gli anni della formazione, che trascorre accanto a un premuroso insegnante interpretato dallo stesso Fiennes, e dalla di lui moglie, anche lei assai premurosa con il giovane pupillo — you know what I mean… E infine il presente di Rudolf, da stella nascente della danza mondiale, un giovane uomo che arde di sete di sapere, di successi e libertà, e che non riesce a tollerare i paletti imposti dal regime comunista dell’Unione Sovietica, che gli impediscono, figurativamente e non, di spiccare il volo.

Sopportiamo Nureev solo nella sua infanzia, anche qui, la classica infanzia spietata che spesso accomuna i geni. Nato a bordo di un treno, la Transiberiana — la cui fissa gli durerà tutta la vita — e cresciuto in una famiglia povera, vediamo il distacco dalla madre e i primi passi di danza di un bambino schivo, solo, soprannominato “il corvo bianco”, appellativo con cui si battezza solitamente un individuo unico, che si distingue dagli altri — in italiano noi manteniamo il colore e usiamo la mosca, la mosca bianca: chissà se la traduzione del titolo del film per l’Italia manterrà il volatile o passerà all’insetto.
Questa linea narrativa è molto simile a quelle nelle soap-opera. Le scene rincorrono un pathos che purtroppo non afferrano mai, e si accontentano di raccontare l’ovvio.

Le altre due linee narrative mostrano un Nureev pressoché identico. Non si ravvisa una cresciuta del personaggio tra gli anni di studio e gli anni in cui comincia ad affermarsi come ballerino. Questo in parte è dovuto all’attore che lo interpreta, che non cambia una virgola nell’espressione dall’inizio alla fine. In parte è dovuto anche alla sua fastidiosa somiglianza con Gianni Morandi da giovane, che mi ha causato delle spiacevoli intereferenze, ma questo non è da attribuire a Fiennes, e riguarderà solo gli spettatori italiani, che si ritroveranno davanti tutto il tempo il ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. In calzamaglia.
Il film si conclude prima del vero trionfo del ballerino, ovvero quando decide di chiedere asilo alla Francia, abbandonare per sempre l’Unione Sovietica ed emigrare in America. La scena dell’aeroporto avrebbe potuto puntare a una suspense alla “Argo”. Rudolf è a Parigi insieme alla compagnia del Teatro Kyrov ed è in procinto di partire alla volta di Londra per continuare la tourné. Ma il KGB lo ferma all’aeroporto e gli dice, no, tu non vai a Londra, tu vai a Mosca perché ti devi esibire per Krushev al Cremlino. Inviso da sempre al KGB, per via delle sue uscite notturne e la frequentazione di promiscui locali e amicizie dell’intelligentia occidentale, Rudolf sente puzza di bruciato in quel cambio di rotta dell’ultimo minuto. Teme che non lo lasceranno mai più partire dalla Russia.
Con un che di rocambolesco, sfugge al KGB e si consegna alla polizia francese chiedendo asilo politico.

La chiusura del film davvero non rende giustizia al personaggio, e al film stesso. È come se, dopo due ore di girato, Fiennes si fosse sentito crollare la stanchezza addosso, avesse messo insieme quattro scene e scritto “fine”, per correre a dormire.

Occasione perduta. Capisco che raccontare tutta la vita di Nureev sarebbe stato troppo. Ma come nel caso di Freddie Mercury, ci sarebbe bisogno di un film che la racconti. Dalle stalle alle stelle, dalla culla alla tomba. I successi a Parigi, a Londra, a New York, l’AIDS, e la fine. Tutte cose che mi suggerisce Wikipedia, ma su cui il film tace.
La scelta registica ha privilegiato una fetta temporale della vita del ballerino. Vi avesse tirato fuori tutto quello che avrebbe potuto tirarvi fuori, l’avremmo supportata. Così, onestamente, usciamo dal cinema con una visione parziale, unilaterale e deviata di Nureev.
Per quanto di carattere irascibile, impulsivo, egocentrico e insofferente alle regole, Rudolf poteva anche essere premuroso e comprensivo. Nel film, questo lato non solo non compare mai, ma appare persino impensabile.
Again, quando ci si imbarca in un biopic — terreno sempre minato — bisogna fare i conti con la biografia, e ogni scollatura o deformazione da essa, fa torto all’immagine dell’artista.
Quanto alla poesia e al muscolo della danza, manca completamente.
E non mi pare che debba aggiungere altro.

E anche per stasera è tutto, Moviers.
Nel Frunyc IV trovate le foto dell’Mmuseumm — foto ansiose, la cui qualità tradisce il mio stato ansioso — e di New York in questi giorni.
Per ora ringraziamenti vividi, e saluti, metricamente cinematografici.

Let’s Movie
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