Posts made in Maggio 6th, 2019

LET’S MOVIE 412 from NYC – commenta “NON-FICTION” (“Il gioco delle coppie”) di Olivier Assayas

LET’S MOVIE 412 from NYC – commenta “NON-FICTION” (“Il gioco delle coppie”) di Olivier Assayas

Mark, Moviers,

ma come ho fatto a non saperlo, per quasi tre anni, da quando sono qui?? Quasi tre anni passati ignorando, nella più bifolca ignoranza, che Samuel Langhorne Clemens, altrimenti noto come Mark Twain, visse un anno della sua preziosa vita al numero 14 della Decima Strada, in pieno Greenwich Village?
Non stiamo parlando del primo scribacchino che passa, eh. Un tale di nome William Faulkner, che sulla mensola del caminetto, fra i vari premi, teneva la targa del Nobel, sosteneva che Mark Twain fosse “il primo scrittore americano”. Un altro tale, anche lui con la targa del Nobel sopra il caminetto e sotto un fucile, accanto alla bottiglia di brandy, di Mark e del suo capolavoro successivo a “Le avventure di Tom Sawyer” diceva: “Tutta la letteratura americana moderna discende da un libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn”.

L’isolato della Decima Strada tra la Sesta e la Quinta Avenue — siamo a due passi da Washington Square Park — è pieno di storia della letteratura. Anche quello ignoravo. Scopro tutto giovedì, uno di quei giorni in cui ti senti particolarmente benedetto a vivere a New York. Ma nello stesso tempo maledetto.
Giovedì c’erano quattro eventi imperdibili, tutti oscenamente accavallati l’uno sull’altro dalle 6 pm alle 9 pm. Una conferenza sulla scrittrice Louise DeSalvo al Calandra Institute. L’inizio di “In scena!”, un festival teatrale che porta il teatro italiano a New York, la proiezione di “New Rose Hotel” al MoMA, alla presenza del regista Abel Ferrara e dell’amatissimo attore Willem Defoe. Un reading con due mostri sacri della letteratura contemporane, Edmund White e Colm Toibin, alla Creative Writers House dell’NYU.
Tutto questo, ci tengo a precisarlo, gratis. Giusto per ricordare che New York ha un animo filantropo che convive in maniera straordinariamente easy con il suo coté capitalista.

Benedetti e maledetti, quindi. Una cuccagna, un mare di cultura e fun in cui tuffarsi e da cui riemergere con quella sensazione d’ebbrezza che solo l’apprendimento di qualcosa di nuovo t’infonde. Ma al contempo una sciagura. La scelta dell’uno che elimina tutti gli altri. Darwinismo allo stato puro. Non hai scelta: devi scegliere.
In queste situazioni, io cerco di resistere all’appeal di un grosso nome — Abel Ferrara in conversazione con Willem Defoe, per esempio — e di affidarmi piuttosto al sesto senso. Scarto a malincuore tutte le opzioni e rimango con il reading dei mostri sacri. Per i mostri sacri, certo. Ma anche perché, mentre controllo su Googlemaps il luogo preciso da raggiungere, il numero 58 sulla Decima Strada, vedo che, a poche decine di passi da lì, al numero 14, c’è la Mark Twain’s house.
Holy moly! La casa di Mark Twain??

Una volta fatta questa scoperta, le altre opzioni in agenda sono state spazzate vie.
Ho capito che se scopro qualcosa di sensazionale — la casa dove abitò Mark Twain è indubbiamente una scoperta sensazionale — devo correre quanto prima sul campo. Non posso rimandare. Data la sua infinitezza, New York vieta il lusso della procrastinazione. Se devi visitare un posto ma ti dici che lo visiterai un’altra volta perché qualcos’altro si è frapposto tra te e lui, quel sito lì finirà nell’oblio. Sommerso prima da quell’unico qualcos’altro, e poi da una quantità innumerevoli di altri, che lo seppelliranno nel cimitero del Nonfatto.
Allora, visto che la casa di Mark Twain non può finire tra le tombe del Nonfatto, decido per i mostri sacri, e scarto tutto il resto. Il MoMA non se la prenderà: ho prenotato, il giorno seguente, un posto in prima fila per “Pasolini”, il film di Abel Ferrara con Willem Defoe. Alla presenza, sempre, dei due. 🙂

Mi avvio verso la mia destinazione con un po’ di anticipo. Così posso gironzolare in zona Casa Twain con calma, prima di andare dai mostri sacri.
La zona è molto molto bella. È la New York che amiamo. Le brownstones, le porte ad arco spesse ed eleganti, nere notte, rosso carminio o verde scuro. Signorili e senza scrostature. Quei sette-otto scalini che portano al loro cospetto, che si chiamano con l’intraducibile stoop.
Le finestre dietro cui immagino musica concettuale, candele, libri, uno scialle in cashmere sopra un paio di spalle sotto una testa che legge libri ascoltando note incomprensibili ai più.
Gli alberi sono verdissimi. Più verde del verde. Forse per via di una strana luce che si cela dietro alle nuvole. E i mattoni arancionissimi. Più arancio dell’arancio. E anche questo, forse, sempre per via di quella strana luce. Il cielo è coperto, quindi questa vividezza non trova una spiegazione fotocredibile. Ma accetto di buon grado l’effetto prodotto. È come passeggiare dentro un disegno appena colorato da un bambino con dei pennarelli nuovissimi.

Prima di raggiungere il numero 14, mi fermo davanti al numero 18. Lì, sul muro di un’elegante casa che, fosse a Londra, sarebbe in tutto e per tutto Vittoriana, spicca un tondo di ceramica azzurra. M’informa che Emma Lazarus (1849-1887) visse lì. “Poeta, saggista, e filantropa”. Sotto, alcuni versi del suo sonetto più famoso…

Give me your tired, your poor,
Your huddled masses yearning to breathe free,
The wretched refuse of your teeming shore.
Send these, the homeless, tempest-tost to me,
I lift my lamp beside the golden door!

Questi versi sono incisi sul piedistallo della Statua della Libertà.
Ecco perché il sonetto è famoso. Lady Liberty non è una testimonial da poco.

Dopo aver presentato gli omaggi a Emma, proseguo il mio cammino. Fatico a mantenere un passo tranquillo,
che non dia nell’occhio. Fosse per me, correrei. E non solo perché lì dentro ha abitato un genio, ma anche per dell’altro che, se un poco pazientate, presto scoprirete. Tuttavia mi trattengo, m’impongo di fare la flaneuse che da sempre aspiro a essere, e mai sarò.

Arrivo davanti a Casa Twain. La maggior parte dei comuni mortali farebbe un sorrisetto, scatterebbe un selfie, e andrebbe avanti per la sua strada. Io, che mortale lo sono di certo, ma comune non so di preciso, mi piazzo lì, con un’espressione beata, e naturalmente beota. Anch’io scatto delle foto, ma certo non includono me. L’obiettivo è tutto per il luogo, e quello che contiene. La casa. Bella. Quattro piani, finestre, un uscio interrato, inferiore al livello stradale. E poi la targa.

“In this house once lived Mark Twain (Samuel Langehorne Clemens), author of this beloved American classic The Adventures of Tom Sawyer.”

La vaghezza della targa dice molto più di quello che non dice, stimolando una serie di interrogativi da Simenon.
Perché il testo è così vago? Perché glissa sul fatto che Mark ci abitò solo un anno? Perché non nomina quell’anno, fra il 1900 e il 1901, che avrebbe permesso una miglior contestualizzazione dell’edificio e del rapporto dello scrittore con esso?
Forse con “once lived/un tempo visse”, si mirava a ricreare uno stile letterario e ricalcare — per tribuatare — la natura letteraria dell’illustre inquilino?
La targa, inoltre, non riporta il secondo nome della casa.
The House of Death.

Ebbene sì.
Questa casa, che include i numeri civici 14 e il 16 della Decima Strada, è stata ribattezzata così perché, sin dal momento in cui fu eretta, negli anni ’50 dell’800, ha registrato qualcosa come ventidue decessi. In circostanze misteriose o macabre.

Il New York Post vi ha dedicato un bell’articolo, nel 2012, che ho letto in metropolitana nel tragitto che mi porta sul posto.
A quanto pare, alcuni residenti, negli anni, hanno raccontato di aver visto lo spettro di Mark Twain, vestito di bianco, aggirarsi al primo piano. Nello specifico, negli anni ’30, una madre e una figlia sostennero di aver visto lo scrittore in forma di fantasma, seduto accanto alla finestra. Stando alla loro testimonianza, lo spettro avrebbe detto: “My name is Clemens and I has a problem here I gotta settle”, per poi svanire.

Se avete un po’ di dimestichezza con l’inglese, sapete che “has” dovrebbe essere “have”, e che “gotta” è molto gergale.
Chi ha letto “Le avventure di Tom Sawyer” e “di Huckleberry Finn”, sa benissimo che una delle peculiarità dei due romanzi è l’uso di un linguaggio colloquiale, parlato, molto vivace, preso direttamente dalla strada. Questo, fra gli altri, fu uno dei tratti che marcò il carattere rivoluzionario dei due romanzi. Uno scrittore che scriveva come si parlava. Non era mai successo prima.
Questo, è anche uno dei motivi che rendono la lettura dei due romanzi così spassosa.
Quando ho letto le parole del presunto spettro di Twain, ho sorriso, molto compiaciuta: parla esattamente come Tom o Huck parlerebbero.

Spettro di Twain a parte, sempre negli anni ’30, una coppia, Jan Martell e marito, affittarono l’ultimo piano della casa, un tempo quartiere della servitù.
Da subito cominciarono ad avvertire delle presenze, unite a passi sulle scale, fruscii sul collo, ondate di odore di marcio, mobili spostati anche se nessuno dei due li spostava. La coppia fece ispezionare la casa da un esperto di fenomeni paranormali, che avvertì qualcosa di funereo sotto le assi del pavimento, la presenza di una donna vestita di bianco, di un bambina con gli occhi azzurri e di un gatto grigio. 
Siccome queste presenze non accennavano ad andarsene, fu la coppia a farlo. A malincuore, immagino, era pur sempre il Greenwich Village — oggi come oggi, potresti tranquillamente condividere la casa con il fantasma di Jack Torrence, pur di vivere in quella strada…
Jan, però, scrisse un libro su quell’esperienza — “Spindrift”.

Il New York Post riporta anche le parole di un certo Dennis, un inquilino che vive — o perlomeno viveva — al numero 16, quando l’articolo fu scritto, nel 2012. Dennis ha preferito tacere il proprio cognome: troppo l’imbarazzo di raccontare storie di fantasmi nel terzo millennio.
Questo Dennis, musicista e appassionato di fotografia, dice di aver visto spesso, con la coda dell’occhio, strane figure di donne muoversi fra le stanze di casa. Una sera, mentre fotografava una ballerina nel suo soggiorno, la ballerina vide una donna vestita di bianco, seguita da un gatto, entrare nella stanza, e se la diede a gambe levate.
Dennis dice di aver trovato una copia di “Spindrift” per caso, da Strand. Dice di credere al resoconto sulla casa infestata che Jan fece nel testo. Ma dice anche di aver dovuto ricomprare il libro una decina di volte: non si spiegava bene come, ma il libro continuava a sparire…

Il paranormale finisce dove il macabro comincia.
Al numero 14, proprio nella fetta di casa di Mark Twain, l’inquilino Joel Steiberg, nel 1986, picchiò a morte la figlia adottiva di sei anni, ridusse in fin di vita il figlio di due anni, e la moglie. Quando la polizia arrivò, trovò una scena da film dell’orrore. La bambina morta in bagno, accanto alla moglie intontita, e il bambino con una corda attorno alla vita, legato al box, in un mare di sudicume.
Joel faceva l’avvocato. Come secondo lavoro, sniffava coca.
Dall’esterno, sembravano la famiglia perfetta.
Joel ha scontato sedici anni di galera.
Ora si dice viva ad Harlem.

Il nome “House of Death” non è proprio proprio fuori luogo, quindi.
Ma meglio non scriverlo sulla targa.

In realtà, tutto l’isolato è un po’ infestato.
Oltre al fantasma di Twain, si dice che quello di Emma Lazarus, la poeta del sonnetto per Lady Liberty, si aggiri intorno a casa sua.
Inoltre al numero 17 visse, poco prima di morire, nientepopodimenoche Edgar Allan Poe, che sul soprannaturale e l’occulto ci ha costruito una carriera letteraria. Mentre abitava lì, presso un amico dottore, corteggiò la di lui sorella tanto da chiederla in moglie. Lei — pazza!— rifiutò la proposta di matrimonio.
Un minuto di silenzio per il cuore rotto di Edgar Allan.
Non ci fossero le date a smentirmi, sosterrei che Edgar scrisse “Il cuore rivelatore” dopo aver visto il suo ridotto in frantumi.
Che il suo spettro si aggiri nei dintorni, è più o meno una bufala.
Tuttavia, resta il fatto che questo isolato sulla Decima Strada, fra la Quinta e la Sesta, ospiti una carica letteraria e un viavai ectoplasmatico notevoli.
Mi piace credere che il fascino di queste storie tocchi tutti, empiristi convinti e votati ai logaritmi, oppure possibilisti, disposti ad aprire la porta verso l’inspiegabile.

Io credo nell’esistenza di Tom Sawyer e Huck Finn. Credo in Madame Bovary, Raskolnikov e Humbert Humbert. Credo, insomma, nella religione della letteratura, che crea ciò che non è.
Credo, anche, ai racconti che avvolgono le brownstone in quell’isolato.
Che poi i fatti siano veri o presunti, che gli spettri popolino stanze e scale, non importa molto.

Dopo il tuffo nell’occulto, riemergo al talk dei mostri sacri. Si tratta del lancio di un’antologia di saggi sull’opera di Edmund White, presente anche lui all’incontro.
Ogni saggista legge parte del suo saggio. E alla fine Edmund legge qualche passaggio dal suo libro meno amato, “Charcoal”.
Romanziere, critico letterario, saggista, professore a Princeton, White è considerato il maggiore scrittore gay americano.
Tutti i saggisti che hanno contribuito alla raccolta sono gay.
L’editore è gay. Il pubblico in sala, al 99,99 è gay — lo 0,1% rimanente sono io.
Il mio corpo è lì, nella sala, ascolta saggi personali grondanti esperienze personali e tributi sperticati al mostro sacro.
La mia testa è là fuori, piazzata davanti al numero 14, e strizza l’occhio a una figura di bianco vestita.

Questa settimana sono stata al Walter Reade Theater a vedere “Non-fiction” di Olivier Assayas, che sarà tradotto in italiano con “Il gioco delle coppie”.
Assayas è il regista di “Sils Maria” e di “Personal Shopper” — il primo disdegnato quanto il secondo apprezzato.

Presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, e al Sundance, “Non-fiction” è una commedia satirica, molto parlata, molto francese, molto cerebrale, molto raffinata, molto alto-borghese, molto franco-intelligentia che inscena un upgrade del gioco delle coppie dove le coppie sono lì per portare sul tavolo le loro defaillances ma soprattutto, questioni con cui la contemporaneità si ritrova a confrontarsi.

Alain — una bellezza che di così poderose non se ne vedevano da anni (Gauillame Canet, segnatevelo) — fa l’editore in una prestigiosa casa editrice — fate conto Adelphi — ed è sposato con Selena — la sempre poderosamente bella e brava Juliette Binoche — attrice fra teatro e serie tv, più serie tv recentemente.
Coppia solida, con reciproche corna.
Uno degli autori pubblicati da Alain è Leonard, uno scrittore scarruffato e assai buffo, che traduce in letteratura le sue avventure clandestine con donne famose — tutte per altro riconoscibili nei suoi scritti — mentre la compagna Valerie, assistente di un politico, fa un po’ spallucce e si affida al comandamento dei traditi: don’t ask, don’t tell.
Questi personaggi hanno tutti una doppia vita: Leonard ha una relazione con Selena, Alain ha una relazione con Laure, giovane imprenditrice nel campo dei nuovi media che ha il ruolo di digitalizzare la casa editrice in cui lavora Alain.

Nelle immancabili cene che popolano le commedie francesi — come loro nessuno mai — e anche “Non-fiction”, questa sofisticata borghesia parigina si ritrova a dibattere — senza venirne a capo, ovviamente — sulle grandi questioni che gravano sulle nostre spalle, nello specifico, la relazione fra supporti tecnologici (tablet, smartphone, e-book) e prodotti tradizionali (il libro cartaceo, la carta stampata), fra la comunicazione ragionata e i 140 caratteri di un twit. Un fiume di domande scorre fra le mani di questi parigini. Qual è il futuro del libro, in una Francia in cui si legge sempre meno? L’e-book è davvero la soluzione? Dati recenti, nota il film, direbbero di no. Molto meglio l’audiolibro — ve l’avevo detto io! Ma che fine farà l’editoria? Soprattutto, in un’era in cui tutto verrà digitalizzato e reso alla portata di un click, che fine farà il diritto d’autore, e non solo per quanto riguarda i libri, ma anche i film, la musica? Scrivere un blog equivale a scrivere un articolo in un giornale? L’impegno è lo stesso? La lingua la stessa?

Assayas fa sviscerare ai personaggi questi argomenti, e molti altri, in un fuoco di fila di discorsi, contro-discorsi, cene a casa, pranzi al ristorante, caffè al bar, grigliate al mare. Ogni occasione è buona per innescare lo scambio dialettico. Il regista si diverte un mondo — e lo vediamo! — a prendere in giro questi suoi personaggi, che siamo senz’altro anche noi.
Per farci capire quanto ridicolo sia il chiacchiericcio, il nostro sbrodolarci addosso con ogni modo e mezzo, soprattuto telematico, cita “Luci d’inverno” di Bergman — conoscete? Un prete che ha perso la fede predica in una chiesa vuota: il problema, però, non sta nella la chiesa vuota, né tantomeno nel prete. Sta nel credere… E cita anche “Il Gattopardo” di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Insomma, sembra dirci il regista, anche se a sentire i nerd di tutto il mondo pare che stiamo vivendo una rivoluzione copernicana mai vista, non sta succedendo tutto sto granché. Non sta capitando nulla di veramente nuovo, né in quest’epoca che riteniamo tanto rutilante, né nelle vite dei personaggi. Certo, nelle loro dinamiche di coppia, ci sono passi indietro, separazioni e ricollocamenti, ma nessuna vera rottura.

È una festa dialettica, “Non-fiction”. Un gioco di rifrazioni. Leonard fa della verità finzione, e la finzione è perfettamente riconoscibile — come riconoscibili sono le persone a cui si ispira per i suoi personaggi. Un po’ come succede oggi con i social network, Instagram, facebook: vetrine in cui postiamo un’immagine di noi che nella maggior parte dei casi non corrisponde al vero di ciò che siamo noi. Eppure continuiamo con i like, anche se sappiamo benissimo che ciò che stiamo laikando, è frutto di un photoshop, oppure l’ennesimo retwitting di un twit originario partito chissà dove.
La parlantina che tanto piace al regista, non fa che riprodurre la logorrea con cui vomitiamo noi stessi addosso agli altri attraverso i tanti canali che internet e il 2.0 ci propongono.

Un film intelligente, per palati sottili, pieno di battute, situazioni e gag buffissime che ingaggia il cervello e fa bene allo spirito. Certo, con “Non-fiction” non dovete andare al cinema sperando di staccare la mente. La mente vi andrà, piuttosto, in fiamme.
Approved!

E anche per oggi è tutto, my Moviers.
Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti di cuore, e saluti, occultamente cinematografici.

Let’s Movie
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