LET’S MOVIE 414 da NYC – commenta “THE SOUVENIR” di Joanna Hogg

LET’S MOVIE 414 da NYC – commenta “THE SOUVENIR” di Joanna Hogg

Miritrovo, Moviers,

in un incidente diplomatico di critiche proporzioni, domenica scorsa. Forse lo provoco. O questa sarebbe l’opinione di un americano purosangue presente alla scena. Una scena che, invece, agli occhi di noi, scialli, tranzolli italiani, ha tutti i contorni della barzelletta.
Il contesto è la piscina, con cui ormai avete una certa famigliarità. Quella sulla 137esima. Quella all’interno del Riverbank State Park, il parco costruito su un’ex discarica a fini di candy-coating — così si dice l’ammansire qui — per spillare voti alla comunità harlemita.
Ogni luogo che vi vede regolari frequentatori è un luogo che fa parte di voi. Le persone che vi lavorano o che lo frequentano, popolano, più o meno consciamente, il vostro ambiente domestico. O anche solo la vostra curiosità. I tanti bagnini — ma quanti diamine di bagnini servono, per monitorare una piscina ad Harlem?? — ormai, mi conoscono un po’. Le bagnine sono tutte silenziose, e accennano un timido hi how’s goin’, quando mi vedono.
Poi ci sono i bagnini con cui ho confidenza. Dave e William, per esempio. Loro mi chiamano per nome, sanno della mia italianità, sanno che detesto la neve e mal sopporto la pioggia — che mi impediscono di correre nel sole, capelli al vento, dentro un video hippy prima ancora che a Central Park. Sanno che nuoto un’ora e trentacinque minuti. Che non mi fermo mai, e che prediligo la versione della piscina a 50 m in luogo della sua versione spaccata in due gemelle da 25.
Conosco anche Jimmy, il responsabile all’ingresso. Un afroamericano che passa tutto il santo turno al telefono, a sproloquiare in un inglese from da ‘hood molto molto stretto, che a me sembra sempre un canto uscito fuori da Snoop Dog. Anche lui mi conosce bene. Mi ha battezzatto “Little Mermaid”, il che vi dà una grossa botta di autostima se affrontate una piscina in inverno, quando la vostra forma fisica, non è proprio quella di una sirenetta, ma piuttosto di una sogliola, bollita. C’è davvero poco per cui montarsi la testa: il soprannome maschera l’amnesia. Al 99%, Jimmy si è scordato il mio nome, quindi rimedia con un nomignolo — anche questo, dopotutto, è candy-coating.
Lo facciamo tutti, in fondo. Pensate a quante volte avete chiamato qualcuno, “Ciaocaro”, “Ciaobella”, salvando in corner la vostra memoria a sighiozzo. Io non sono da meno. Praticamente tutti gli inquilini del mio palazzo, per me, si chiamano “Hellodear”. Tuttavia, mi piace pensare che questa agevolazione mi spetti, e che loro siano, in qualche modo, più facilitati: una straniera — un’italiana per di più! — rimane più impressa di un connazionale. Io, devo smazzarmi 10 piani di whatsamericanboy.
Jimmy mi accoglie con un “My littl mermaid, how’re you doin’ today?”, e ci attacca sempre una dose supplementare di dolcezza aggiungendo “babe/honey/love”. Il tutto senza un’ombra di malizia: lo fa anche con le ottantenni iscritte ai corsi di aqua-gym for senior, il martedì mattina.
Quindi no, non mi monto la testa.

Vedo di tenere sempre informato Jimmy sul meteo italiano. Nei giorni scorsi, per esempio, quando la Siberia ha inviato una truppa di fronti freddi giù dalle vostre parti, ho parlato delle nevicate, delle grandinate, delle burrascate, lasciandogli lo spazio giusto di buttar lì degli increduli no kiddin’, che hanno trasformato il mio resoconto in un racconto epico — voi, degli eroi. J
Se esco dalla piscina e Jimmy è ancora di turno al bancone, mi saluta più o meno sempre con You take good care, sweetheart, and come back soon, will ya? Io di solito ringrazio, dico You bet, Jimmy, ed esco negli elementi, la testa infilata nel cappuccio, un alone clorino tutt’intorno.
La piscina mi fa star bene anche per questi riti noti.

Con i nuotatori, è più difficile instaurare un rapporto, soprattutto perché io non ho un orario fisso, un giorno fisso. Posso andare presto la mattina, oppure in pausa pranzo. Rarissimamente la sera — la differenza più macroscopica con le mie piscine italiane. La sera è riservata a New York City. Non posso tradirla, nemmeno con la mia amante preferita — l’acqua.
In più è il meteo, che detta legge. Se c’è il sole per tre giorni consecutivi, posso andare a correre tre giorni consecutivi. Il richiamo della strada — e, come sapete, degli audolibri — è molto forte.
Quindi è difficile incontrare gli habitué della vasca. Cambiano sempre. Il che è pure il suo bello.
Ciò nonostante, ho stretto una sorta di rapporto con Susan e Victor.

Susan è la nuotatrice che vorrei essere ora, e che vorrò essere a sessantacinque-forse-settantanni, gli anni che stimo abbia.
Forma strepitosa, resistenza pari alla mia — e lei con le sue primavere in più sulle spalle — metodo ben superiore al mio, così come la varietà natatoria. Pinne, boccaglio, tavoletta, pull-boy. Lei usa tutto. Alterna rana, stile libero e dorso. Ma preferisce stile libero, si vede — tutti i nuotatori seri prediligono lo stile libero, foss’anche solo per il modo in cui ti permette d’infilare il tessuto dell’acqua, e di ricamarlo, tu ago, con il filo del tuo corpo.
Sul polpaccio sinistro, Susan ha due bolle tatuate. In una galleggia il verbo “keep”, nell’altra il verbo “swimming”.
Susan è di pochissime parole e tanti fatti. Le sue pause a bordo vasca sono brevi. Non va in piscina per stare ammollo e far filò.
Il nuoto, quindi, intuisco, è molto più di una passione, di un’attività per tenersi in forma. È una religione. Oltre al tatuaggio, lo si capisce da come fende l’aqua, e dal ritmo. È fluida, armoniosa. L’andamento a cui ambisco io.
Ci è capitato ogni tanto di dividere la corsia. Lei è morbida. Il mio nuoto non ha ancora raggiunto quella fluessosità, a cui guardo con ammirazione e trepidazione. È più spigoloso, credo.
Mi sono presentata a lei un giorno negli spogliatoi. “You are a fantastic swimmer”, le ho detto. Mi ha ringraziato, “You are very good too”, ha aggiunto. “You should be more relaxed, though. You are tense”.
È anche un’osservatrice, quindi. Ha letto il mio nuoto e ha capito tantissimo di me, oltre il nuoto.
Io ribadisco l’ovvio e le dico che vorrei raggiungere una flessuosità simile alla sua.
“You’ll get there”, mi dice. E io, gocciolando, mi sciolgo.

Victor, lo conosco a bordo vasca. Quando mi appresto a uscire.
“Maan, you never stop!”, esclama dalla corsia accanto alla mia. Io scoppio a ridere. Gli spiego che no, non mi fermo mai, per due motivi. Se mi fermo, mi raffreddo subito. E non ho tempo per fermarmi. Un’ora e mezza dedicata al nuoto è tanto: le pause sono un lusso extra che non voglio permettermi.
Mi dice che lo sa, che mi ha visto altre volte, e che no, non mi fermo proprio mai.
Ci presentiamo. Gli dico che sono italiana. Lui prende a raccontarmi del viaggio a Roma che ha fatto di recente, dove ha mangiato in maniere inimmaginabile — I mean, incredible… Da quando è tornato, dice, guarda il cibo di qui con commiserazione. I pity it.
Con Victor mi sono incrociata un’altra volta in vasca, e poi, un’altra volta in borghese, ovvero vestiti. Lui usciva dall’edificio, io arrivavo.
Dopo il long time no see di rito, scambiamo due chiacchiere.
Gli chiedo cosa fa, e mi butta lì una risposta al fulmicotone in cui afferro la prima parte — law — ma perdo la seconda.
Ah sei avvocato?, tento la fortuna.
No, law enforcement, precisa lui, e a me sfugge fuori, in maniera, inconsulta, imbarazzante, ma del tutto naturale, “Oh my God, a cop! You are the first cop I know!”.
Appena l’ho detto, mi è preso il panico post-castroneria pronunciata su territorio americano.
Ho cercato di rattoppare con un secondo “Oh my God”, seguito da un preoccupato “Can I say ‘cop’ to a cop?”, domanda assai ignorante, a pensarci a mente fredda — avete mai chiesto a uno sbirro se è permesso chiamarlo sbirro??
Victor si mette a ridere, ma non mi dice né sì né no, quindi il dubbio mi rimane.
Mi chiede quando torno in piscina, e gli dico, eh Victor, the weather is my master. Peccato non capisca l’italiano. Peccato non potergli buttar lì la buffonata che il meteo fa il bello e il cattivo tempo…
“I hope to see you soon. You motivate me”.
Questa cosa del “mi motivi”, succedeva anche in vasca in Italia. Come se il tuo nuoto continuato, li spronasse a fare meglio, a tenere il passo.
“Contenti voi…”, è il mio atteggiamento. Per quanto mi riguarda, non c’è peggior schiavista di me stessa. Non ho bisogno di fruste extra, grazie.

Quando entro in piscina, domenica scorsa, la vasca è assai libera. Bene, dico. Corsia tutta per me.
Poi però, so come va a finire. I nuotatori della domenica arrivano, con la loro calma, ma arrivano. Soprattutto se fuori è brutto tempo e la piscina è l’unico territorio in cui sfogare i propri istinti motori.
Parto nella mia corsia. Faccio una quarantina di vasche, e poi capisco che da lì a poco, la mia corsia sarebbe stata invasa dai nuotatori categoria badass, ovvero quelli che si allenano per il triatlon, o per qualche folle gara outdoor, nelle acque spaventose dell’Hudson o quelle di qualche lago macabro Upstate NY.
Da fondo vasca, li vedo entrare uno per uno nella mia corsia. Visto che già in un paio di occasioni mi avevano gentilmente chiesto di lasciar loro la corsia, e io l’avevo fatto senza batter pinna, decido, malauguratamente, di spostarmi nella corsia a fianco, occupata, in quel momento, da due donne.
Statemi attenti che questo mio spostamento è la causa dell’incidente diplomatico che avrebbe parallizato il traffico natante di lì a poco.
Mentre mi immetto, più o meno a tre quarti di vasca, nell’altra corsia, supero, al contempo, una delle due nuotatrici presenti in corsia. Non la tocco, non la sfioro, nulla di tutto ciò. La prossemica americana, diversissima da quella italiana, non consente avvicenamenti corporei a meno di 60 cm: faccio attenzione a rispettarli sempre.
La supero, in maniera assolutamante consentita dalla legge, e proseguo fine a fondo vasca.
Arrivata, rispetto il codice statunitense del nuoto condiviso che ho appreso stando qui, e chiedo: “Let’s go loop?”

Dunque, cambiando paese, dovete adattarvi alle leggi del nuovo paese in cui arrivate. Tra loro, anche quelle in vigore nelle piscine.
Qui funziona così. Se siete due nuotatori in una corsia, ve la spartite inter vos. La domanda è “Split or loop?”. Split significa, dividiamoci la corsia a metà, tu nuoti avanti e indietro in una metà e io nuoto avanti e indietro nell’altra.
Loop significa che nuotiamo in cerchio, tenendo la reciproca destra — a cerchio, insomma. Ovviamente, se un terzo nuotatore si aggiunge, la versione split non è più possibile, e si passa automaticamente al loop.
Ecco perché in Italia vige solo il loop, più logico e sensato — saremo dei fantasisti in strada, ma in vasca tendiamo alla regolarità.
Allora visto che siamo in tre in corsia, e la versione split non è possibile, mi fermo e chiedo, per pura formalità, alla nuotatrice “Let’s go loop?”. Lei annuisce seria, non dice nulla e io proseguo. Miss Simpatia, commento fra me, richiamando alla memoria i tanti bei sorrisi americani e Sure, thank you! che mi hanno risposto in questi anni di Let’s go loop?.
Capisco immediatamente che la nuotatrice in questione è della tipologia tecnica. Corporatura piazzata, nazionalità asiatica, costume body-glove fino al ginocchio, cuffia, occhialini, tappi alle orecchie, cronometro al polso. Tutto nero.
Va bene, China 2020, vediamo un po’ come te la cavi.
Scopro che è una discreta nuotatrice, di quelle che fanno due vasche a mille, e poi stanno ferme tre minuti. Dico questo senza giudizio. Ognuno si allena come vuole.
A ogni modo, anche in velocità, non è la Ledecki, ecco…

A un certo punto, in una delle sue vasche a mille, mi smanaccia il polpaccio.
Ora, nel codice civile del nuoto universale, la smanacciata è prevista, ma è meglio evitarla, e comunque, rimediare. Si chiede scusa, o, visto che il nuoto non è sport di tante parole, si accenna un gesto di scuse subacqueo.
Faccio finta di niente: negli anni a Trentoville ho nuotato in corsie con altri sei-sette nuotatori, e imparato ad appplicare la regola dell’homo homini lupus in vasca, dove le smanacciate eran carezze.

Quando China 2020 mi smanaccia, eravamo praticamente a fondo vasca. Quindi arrivo, batto contro il muro, mi giro e proseguo sul mio percorso. Percorro tutta la vasca, torno indietro e quando arrivo a inizio vasca, mi aspetta, piantata in piedi davanti a me, America 2020, l’altra nuotatrice.
“You should have let her go first”, mi dice. Io cerco di capire. Forse l’avermi smanacciato, ma non superato, avrebbe dato la precedenza a China 2020, mi chiedo? Forse, in acque statunitensi, un nuotatore smanacciato da dietro deve lasciare la predenza?
Ma al momento non ho per le mani il codice di circolazione balneare, quindi proseguo.
Mentre nuoto, sento un fischio del bagnino.
Rollo gli occhi al cielo dentro gli occhialini, e spero che non sia rivolto a me, anche se ho un bruttissimo presentimento.
Quando arrivo di nuovo in fondo, capisco che è rivolto a me.

Mi attendono China 2020, America 2020 in piedi in vasca. E lassù sopra di noi, un bagnino con cui non ho confidenza.
Allora. Già fermarmi mentre mi alleno, mi irrita. Fermarmi davanti a un plotone d’esecuzione a tre, mi metterebbe nella posizione di rivolgermi alla mia Ambasciata. Ma sono intrappolata in vasca. La diplomazia non può raggiungermi.

“You have accessed the lane without telling us”, mi dice China 2020.
Io le rispondo, con tutta la calma della verità di questo mondo, che le ho chiesto se preferiva la modalità loop. Carina, te l’ho chiesto proprio per palesarmi a te, visto che siamo in tre e l’opzione loop è impossibile. Te l’ho chiesto come per dire “mi vedi? Ci sono anch’io adesso” — questo era quanto intendevo.
“You should have told us”, ribadisce lei.
“You should have told them”, ribadisce il bagnino.
Dovevo mandare una lettera in carta bollata, vorrei chiedere. Ma mannaggia, non so come si dice “carta bollata” in inglese.
Mi sento in preda a un processo kafkiano in cui si è già stabilito il colpevole.
Spiego al bagnino di aver proposto l’opzione loop. Insomma, ho fatto presente che ero nella loro corsia.
“Yes, but you should have told them”.

Stando in questo paese, ho imparato che gli americani hanno una serie di regole che li fa sentire, in qualche modo, al sicuro: se sei convinto che una serie di regole possa proteggerti dall’incertezza del caos e dell’anarchia che dominano l’esistere, difenderai quelle leggi sopra ogni cosa. Quando si entra in quel circolo, non se ne esce più. E questo risulta più che mai chiaro dal commento insulso del bagnino.

“…And then when you accessed the lane, you almost crushed into her”, aggiunge China 2020 — diventata Drama China 2020 — indicando America 2020.
Le faccio notare che non l’ho nemmeno sfiorata, che l’ho regolarmente sorpassata, mantenendo la distanza.
“You should have let us know”, ripete lei meccanimente, tornando alla questione dell’accesso alla loro corsia.
“You should have let them know”, ripete il bagnino meccanicamente.

Quando si verificano queste situazioni, che si atrofizzano in un infantile, trumpiano atteggiamento si-fa-così-punto, c’è ben poco da fare, li lasci puntare i piedi. Non ti rimane che l’ironia. E noi italiani, ne siamo inarrivabili esportatori.
“I didn’t realize you had such a strict protocol here”, commento, “For sure you also have a great deal of flexibility…”.
China 2020, da dietro gli occhialini neri, mi rivolge uno sguardo da orca assassina. Io, da dietro i miei rosa (!), le rivolgo uno sguardo che dice, poveretta, che ti perdi in una vasca d’acqua.
America 2020, fa un altro paio di vasche e poi esce.
China 2020 rimane per una trentina di vasche.
Allora tutte le volta che Italia 2020 è capitata a fianco di China 2020, Italia 2020 ha fatto in modo di sorpassare China 2020 con grande scioltezza. 😉  
È stato il mio modo per vendicare una nuotata inquinata dalla solita rigidezza stelle-e-strisce.

Quanto è capitato non è certo un big deal, tuttavia mi ha riconfermato che qui in America, se ti scontri con il sistema, e per sistema includo anche tutte le assurde regole non dette e non scritte del (con)vivere comune — tipo quelle di cui sopra in vasca — se sbatti la testa contro quella tensostruttura che sorregge le loro certezze, te la spacchi, la testa, rodendoti pure il fegato. Qui devi lavorare d’astuzia e nervi. Infiltrarti sotterraneo.
È l’acqua cheta che rompe i ponti.
…E che ospita, anche, squali italiani travestiti da sirenette. 😉

Questa settimana ho avuto la sciagurata idea di andare all’Angelika Film Center a vedere “The Souvenir”, di Joanna Hogg.
Presentato all’ultima Berlinale, vincitore del Premio della Giuria al Sundance dove, a quanto avevo sentito, era stato uno dei film più apprezzati, Tilda Swinton nel cast insieme a Honor Swinton Byrne, sua figlia, al promettente debutto cinematografico.
Mi sembrava tutto molto allettante.
La realtà mi ha spazzato via.

Nel teatro 2 dell’Angelika — teatro pieno, e stiamo parlando dello spettacolo delle 4:40 pm, non quello delle 7:30 pm, l’orario preferito dai newyorkesi — ho contato diciotto defezioni. Significa che durante il film 18 persone si sono alzate e se ne sono andate. È la prima volta che mi succede.
Del resto il film è di un’insopportabilità pari a quella di China 2020…

“The Souvenir” è la storia di una ragazza, Julie, studentessa di cinema alle prese con il suo primo film, e con le pene d’amore. S’innamora, contraccambiata, di Anthony, un tossicodipendente che sostiene di lavorare nel ministero degli esteri. La relazione è alquanto burrascosa. Anthony è un tipo sopra le righe e be’, eroinomane. Julie è remissiva e indulgente con lui. Gli presta dei soldi anche se sa che finiranno tutti dentro un ago e un cucchiaio.
La fine che farà Anthony è la fine che, purtroppo, fanno tanti eroinomani.

Il film è sconclusionato, farraginoso, avanza a singhiozzo, senza un vero capo e una vera coda. Il che sarebbe accettabile se in mezzo ci facessi spuntare un corpo narrativo. Invece “The Souvenir” è come una specie di involucro visivo — per altro scialbo — che non riesce a imbastire nulla di sostanzioso.
Non ci leghiamo emotivamente a nessuno dei personaggi. Appartengono tutti all’alta borghesia o all’intelligenzia high-brows britannica degli anni ’80 — high-brows sta per odiosa. Lo spettro della Thatcher aleggia nella madre di Julie, insieme alla Regina Elisabetta. Mentre Julie ha qualcosa di Lady Diana prima che diventasse la Princepessa del Popolo. Timida, persa, senza una vera direzione. Julie è così. Insicura sul set del film che sta scrivendo e girando, succube ad Anthony, costretta a chiedere soldi alla madre per darli al compagno.
La regista se ne infischia dello spettatore e non si preoccupa di colmare lacune che sono voragini nello sviluppo della storia, lasciando apparire tutto fumoso e sconnesso. Julie vuole girare un documentario sulla classe lavoratrice che vive in un’area che sta subendo la crisi delle industrie minerarie. Ma vuole farlo veramente? È una vera cineasta?
E Anthony, cosa sappiamo di lui? A parte che è strano fisso? Lavora davvero al Ministero degli Esteri? Ama davvero Julie? Oppure ama solo se stesso?

L’unica cosa — persona — che salvo di quest’operazione, è la figlia di Tilda Swinton. Il talento, evidentemente, può tramandarsi. Non facile esordire con un personaggio così titubante, così informe e vulnerabile. Forse la vicinanza di età e di esperienza hanno facilitato l’immedesimazione.

Se leggete le recensioni là fuori, “The Souvenir”, passa per capolavoro che investiga il bad romance, quelle storie in cui l’amore fa rima solo con dolore.
Io l’ho trovato alquanto intollerabile, il classico film da Festival d’elite. Ma non ho seguito le 18 persone che hanno lasciato la sala — e stiamo parlando di spettatori di una sala cinematografica considerata d’essai a New York, non un AMC. Una parte di me avrebbe voluto farlo. Finire il supplizio e andare a fare quattro passi a SoHo, in una giornata pressoché estiva. Ma non amo lasciare i film interrotti.
A ogni modo, fossi in voi, io lo eviterei…

E anche per oggi, siamo arrivati in fondo, Fellows.
Frunyc IV aggiornato, al solito, e saluti, diplomaticamente cinematografici.

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