Posts made in Giugno 9th, 2019

LET’S MOVIE – Special OPEN ROADS 2019 – “RIDE” di Valerio Mastandrea – Intervista al regista!

LET’S MOVIE – Special OPEN ROADS 2019 – “RIDE” di Valerio Mastandrea – Intervista al regista!

A Open Roads, dopo Valerio Mieli, abbiamo incontrato anche un altro Valerio, il tanto amato Mastandrea, per la prima volta seduto sulla seggiola del regista, con il film “Ride”.

Per l’occasione, ha scelto un soggetto tanto goloso quanto ambizioso — il dolore.
Nella scena d’apertura, Carolina e il figlio Bruno fanno colazione, seduti a tavola, come ogni mattina. L’unica cosa diversa dalle altre mattine è che quella è la vigilia del funerale di Mauro Secondari, rispettivamente marito e padre dei due, portato via da un incidente sul lavoro una settimana prima.
La conversazione prosegue nella più completa normalità. Anche se nulla, in realtà, è normale: il fatto che un trentacinquenne sia strappato ai suoi cari da un incidento sul lavoro, e che una moglie e un bambino debbano imparare a gestire un’assenza così pesante, per esempio, non è normale.
Carolina però non si comporta come le neo-vedove. Non piange. Tutti attorno a lei, sì — persino la prima fidanzatina del marito, arrivata apposta da Genova proprio per piangere il primo amore. Ma lei, no, neanche una lacrima.
Allora si mette d’impegno. Scorre fotografie. Ascolta canzoni e messaggi vocali. Niente. Il groppo in gola non si scioglie.
Ci vorrà una nuvola di pioggia da salotto, nella seconda parte del film, per sbloccare i canali lacrimali, in una scena dai contorni metaforici e di sicuro impatto visivo.

Da questo nucleo che possiamo considerare centrale, altre linee narrative si dipartono. La bella amicizia tra Bruno e Ciccio, per dissolvere la cappa drammatica che altrimenti aleggerebbe troppo greve sopra il film tutto. E le tensioni famigliari che finiscono per infiammare la trama di silenzio ordita da un padre burbero, o analfabeta emotivo — come tanti padri di tante generazioni — con l’arrivo del fratello di Mauro, armato di pistola, per uccidere quel padre, reo di quel mancato amore.
Questi percorsi di racconto che si dipartano dal quello centrale sono un po’ come dei piccoli bocci di film a sé stanti, che tuttavia non trovano il modo di arrivare a fioritura: in altre parole, l’attenzione dello spettatore è polarizzata attorno al blocco psicologico di Carolina, ma la sceneggiatura non sviluppa gli altri spunti a cui accenna.
Questo l’ha riconosciuto lo stesso Mastandrea, nel Q&A, affiancando autocritica e grande ironia. “È il mio primo film, tutto è concesso al primo film”.

“Abitiamo in un tempo in cui gioia e dolore sono pubblici. E se non li senti come li devi sentire, ti senti in colpa. Le emozioni sono diventate brand. E questo è terribile perché porta alla perdita dell’identità”, commenta ancora Mastandrea, spiegando di come Carolina, con il suo pianto bloccato, si discosti da questo modo standardizzato di vivere il lutto.

Oltre alla sfera personale, intima, che il film si propone di osservare — l’ambiente dentro le mura domestiche e all’interno del nucleo della famiglia Secondari — “Ride” porta anche l’attenzione sul mondo del lavoro, nello specifico, sulle morti bianche, un numero ancora incredibilmente alto in Italia.
“3,2 persone muoiono ogni giorno sul lavoro”, ha tenuto a precisare il regista. “Il film è dedicato a ‘chi resta’, ovvero a tutte le donne, le mogli, i figli, che sopravvivono, e che devono fare i conti con l’assenza — di un padre, di un marito, di un fratello — quando i riflettori dei media si spengono dopo la fiamma d’interesse iniziale”.

“Ride” parte bene. L’anomalia emotiva di Carolina, la speciale intesa fra Bruno e l’amico Ciccio — che, dai tetti sopra Nettuno, fanno le prove generali del funerale — conquistano la curiosità dello spettatore. Ma, come spesso succede alle opere prime, si vuole dire tutto e non sacrificare nulla — applicare la pratica del Kill your darlings è dura anche per i registi, non solo per gli scrittori.
Il film si prende in carico il dramma privato, la tragedia collettiva e sociale, la conflittualità fra genitori e figli —nonché fra lavoratori della vecchia e della nuova guardia — la solitudine di un padre che sopravvive al figlio, la comparsa di un fratello amareggiato dal padre, e persino l’incrinatura della bella amicizia fra i due ragazzini.
Troppo persino per un regista navigato, figurarsi per uno alla sua opera prima.

E forse troppo grande, anche, l’ombra proiettata da un grande attore come Mastandrea che, da dietro la macchina da presa, incombe sulla scena. Una presenza che, a detta sia di regista che di attrice protagonista, non ha facilitato le cose.
Chiara Martegiani ha anche notato quanto sia stato difficile per lei “conoscere il personaggio”, soprattutto perché Carolina è passiva e la sua parte corre tutta sulla linea tra commedia e dramma.
Portatore sano di understantement, Mastandrea ha promesso, “Imparerò”.
Imparerà, imparerà. Ne siamo più che convinti.    

Di seguito l’intervista rilasciataci da Valerio.

Raccontaci se il progetto parte da te, oppure se te l’hanno proposto, e perché passare dall’altra parte, dietro la macchina da presa?

Il progetto è partito da me, e passare dall’altra parte, be’, perché credo che sia una delle possibilità più interessanti del fare cinema, quella di potersi esprimere. E se come attore l’ho fatto per molti anni, e continuo a farlo, con una percentuale di responsabilità molto relativa rispetto all’idea di un film, credo che da regista, comporti assumersene molte di più, di responsabilità.

Parlando, appunto, di responsabilità… Credo che il tratto che caratterizza al meglio il tuo recitare sia il tuo sentire forte la responsabilità di proteggere la verità del tuo persoanggio. Qualsiasi personaggio tu interpreti — e sono molti: Wikipedia elenca 72 film in cui hai recitato. Dimmi cosa cambia quando tu sei il regista e il tuo personaggio è nelle mani — be’, nei panni — altrui. In questo caso, di Chiara Martegiani.

Credo che il delegare sia stato l’aspetto più complicato. E devo affinarlo. Avevo così chiaro il personaggio di questa donna, e l’avrei voluto far muovere sui binari su cui l’avrei voluto far muovere io, ma non è giusto perché poi l’attore ti regala sempre qualcosa, e tu, regista, devi farti sorprendere da lui. E in questo film ho fatto un po’ fatica a lasciar fare. Ma poi imparerò, se farò altri film.

Come argomento del primo film hai scelto un soggetto magnificamente complesso. Il dolore. Dimmi com’è stato prenderlo in mano e metterlo sulla pellicola, visto che l’hai maneggiato tante volte come attore — nomino su tutti, il recente “The Place” di Paolo Genovese.

L’ho maneggiato e l’ho voluto raccontare come molti personaggi che ho affrontato e che avevano quella roba in corpo, ovvero con quel registro, non dico di leggerezza, ma di provare a essere più tragicomici piuttosto che proporre situazioni più definite, in cui ti aspetti una pesantezza, una gravità. Quindi ci ho provato. Non ci sono riuscito sempre, però il film su carta era molto più leggero.
Viaggiare attraverso i grandi temi dell’essere umano, come il dolore e la gioia… credo che il cinema permetta di perlustrarli in maniera originale, se riesci ad avere un’idea di originalità rispetto a quei temi lì. E con questo film il tentativo è stato quello.

Parlami un po’ di questo tuo alter ego che hai scelto, Chiara, di com’è stato lavorare con lei.

Diciamo che l’ho un po’ messa alle corde. Ma c’è da dire che è un’attrice che non conoscevo, e di cui ho percepito la lontananza da me, come attrice. Lei è un’interprete, non usa se stessa per dar vita ai personaggi. E io le ho chiesto di annullare completamente quella sua caratteristica, e lei è stata molto brava, secondo me, a filtrare questa mia richiesta e a trovare una via di mezzo, mettendoci un’interpretazione, ma allo stesso tempo un sentimento di grande feeling con quello che faceva.

A questo proposito… Sei il regista da cui ti faresti mai dirigere?

No, no! Questo va molto affinato, te l’ho detto…Uno come me, io, l’avrei abbracciato ogni tanto per la lealtà con cui si approcciava a quello che faceva ma i modi, il nervosismo, le capocciate al muro, per quello, l’avrei ammazzato…

Sei qui a New York con il tuo film, e non è cosa da poco… C’è qualcosa che invidi al cinema americano e che, in qualche modo, vorresti portare al cinema italiano, a parte i soldi?

No, solo quelli…E non i soldi per produrre i film, ma per non perdere il rituale della sala, le pari opportunità in sala che dovrebbero avere tutti i film, cose che da noi hanno smesso di esistere da vent’anni. Però nessuno lo dice. Quindi continuiamo così… Poi io, da quando faccio questo mestiere, tutti mi fanno sempre la stessa domanda “come sta il cinema italiano?”. In venticinque anni, il cinema italiano l’ho sempre visto molto vivo dal punto di vista creativo, ma mai da un punto di vista sistemico. Quindi, se non si affronta quel problema, quel disagio, saremo sempre a parlare delle stesse cose.

Abbiamo parlato di te come attore, come regista, dimmi che spettatore sei. Insofferente, indulgente, paziente…

Non sono un cinefilo, però vado sempre in cerca di film autentici, nei quali non ci sia un disegno dietro, né commerciale, né ricattatorio dal punto di vista autoriale. Sono quel tipo di spettatore là.

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