LET’S MOVIE 416 da NYC commenta “LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO” di Dennis Arcand

LET’S MOVIE 416 da NYC commenta “LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO” di Dennis Arcand

Millennial, Moviers,

l’avevo sempre assocciato ai bimbiminkia. Lo confesso. Quella categoria di gioventù nata post millennium bug — che poi non c’è stato — che galleggia in una cultura molto molto after pop, oppure iper pop, che snocciola anglicismi per dimostrare God knows what, acronimi, emoticon, e che soprattutto vive attaccata ai social networks.
Condivido —e confesso— il fitto uso di anglicismi e una spiccata simpatia per le emoticon. Ma grazie a God, questo non fa di me una Millennial. Io mi fermo prima dei social networks, prima di Facebook dalla curiosità morbosa, prima di Instagram, la malattia che t’impesta anche solo pronunciandola. Appartengo alla generazione X. O alla generazione 1.000 Euro. Quelli nati post Baby Boom, tra il 1960 e il 1980. Quelli targati Beverly Hills 90210, solo perché Melrose Place lo davano troppo tardi.

Insomma, nel mio immaginario, il Millennial è un mocciosetto con un sacco di brand tatuati addosso, sulla pelle, ma soprattutto sui vestiti, vestiti che mescola con finta casualità. Come se precipitasse ogni mattina dentro un armadio e ne uscisse conciato come Fedez.
Ma in realtà nulla è random, o totalmente random. Questa è forse la prima generazione del pianeta terra che ha accesso a una mole di conoscenza in tempo reale che le generazioni precedenti non osavano sognare nemmeno nei loro sogni più startrek. Questo li rende molto consapevoli. Non consapevoli di sé stessi — questo proprio no, sono pur sempre dei girini umani — ma consapevoli di ciò che li circonda nel raggio di un paio di metri, a partire da una maglietta, un paio di scarpe. Cresciuti con un supporto tecnologico in mano sin dal loro anno zero, sanno tantissimi nomi — una quantità spropositata di nomi — ma nella maggior parte dei casi, non sanno cosa ci sia dietro, a quei nomi. Ragionano a keyword e buzzword e hotword perché è molto più semplice distillare la realtà dentro una parola, che smazzarsi l’oceano di implicazioni che quella goccia nasconde.
Allora me li sono sempre immaginati un po’ così, questi Millennial.
Fino a mercoledì.

Mercoledì ho participato, per il secondo anno, all’Adjunct Summer Institute. Una giornata che l’FIT organizza apposta per i suoi Adjunct, ovvero i professori che non detengono una cattedra, ma che vengono assunti di semestre in semestre a seconda delle necessità. Dato che le cattedre sono pochissime e ambitissime, la maggior parte dei Professori in America sono Adjunct — il 67% all’FIT, per la precisione.
Essere Adjunct ti espone al precariato e all’incertezza, ma anche alla possibilità di lavorare per più università, conoscere realtà accademiche diverse, studenti diversi. Non è poi la fine del mondo.
Il fatto è che in Italia c’è la fissa del posto fisso. Il tempo indeterminato ti autodetermina. Qui funziona in un altro modo. O impari a convivere con questa precarietà — che poi, in fin dei conti, è una caratteristica esistenziale più che una condizione lavorativa — oppure…oppure alzi i tacchi e prenoti l’aereo.

Dato che l’FIT appoggia il citato 67% del proprio peso sulle spalle degli Adjunct Professor, vede di trattarli bene, o per lo meno, meglio di altri atenei che li sottopagano alla stregua dei braccianti del Verga, il Giovanni.
Allora l’FIT, ogni fine maggio, organizza questa giornata per (in)formarci in merito a un argomento “caldo” nella pedagogia contemporanea. Lo scorso anno era toccata all’uso della realtà virtuale nell’insegnamento. Quest’anno è toccato alla neurodiversità — “Understanding Neurodiversity and Universal Design: Classroom Strategies That Work!”, per essere precisi. 
Cos’è la neurodiversità?
La neurodiversità  spiega lo sviluppo neurologico atipico come una normale variazione del cervello umano, una forma alternativa della biologia umana. Non come un handicap o una malattia. Il focus si sposta dalla disabilità alla variazione. Alla diversità, appunto.
All’interno della neurodiversità vengono fatte rientrare condizioni come la dislessia, l’autismo e il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (che qui chiamano ADHD).

Voi dite. Benissimo, ma cosa c’entra questo con l’insegnamento? Eh, c’entra un sacco perché molti studenti che si dichiarano portatori di queste condizioni, hanno diritto a una serie di agevolazioni durante i corsi, come per esempio un note-taker che prende gli appunti per lui, maggior tempo per svolgere compiti o lavori a casa, o durante all’esame finale.
Questo vedere nell’atipicità neurologica di un soggetto una fonte di diversità che non è necessariamente positiva o negativa, desiderabile o indesiderabile, ha portato recentemente al cosiddetto “Universal Design”, un approccio psico-pedagogico vòlto a valorizzare le diversità, e a promuovere la costruzione di percorsi formativi accessibili al maggior numero possibile di soggetti fin dall’inizio, senza bisogno di adattamenti postumi.
Forse avrete sentito parlare di “Barrier-free Design”, “Design for all”, “Inclusive design”, che sono tutti sinonimi per “Universal Design”.
Un esempio pratico. Vi sarà capitato, per tagliare qualcosa, di impugnare le Fiskar, quelle forbici con l’anello destro più largo rispetto al sinistro. L’anello più largo agevola l’uso a tutti, non solo a chi ha problemi motori alle dita.
Questo trend sta trasformando il modo di pensare le diversità individuali: è un orientamento di inclusione, dove le diversità vengono intese non come uno svantaggio ma come individualità da valorizzare. E si applica al design e all’architettura, non solo all’insegnamento.

Tutto questo malloppo d’informazioni, ce lo ha propinato un brillante Justin Freedman, Assistant Professor nel dipartiemento di Interdisciplinary and Inclusive Education della Glassboro University, nonché ex studente affetto da AHDH, che si è presentato reggendo un sinking ear, una di quelle inutili spirali colorate di plastica che andavano molto di moda negli anni ‘90. L’ha tenuta in mano tutto il tempo. E mi è sfuggito il perché.

Nell’ambito dell’insegnamento, tutto quel malloppo di cui sopra si traduce nel tentativo di non far pesare al portatore di diversità il suo essere portatore di diversità. Perché altrimenti si sentirà sempre discriminato: Justin ci ha fatto notare che la maggior parte degli studenti affetti da qualche disabilità non lo rivelano per vergogna e timore di essere trattati in maniera diversa, e di attirare l’attenzione su di sé.
E come si fa?, abbiamo chiesto un po’ tutti in coro a Justin. Come si fa a far pesare meno la diversità?

Justin ci ha detto che si fa aumentando la flessibilità, ed universalizzandola.
Per esempio, invece che accordare più giorni per un compito a casa solo allo studente neurologicamente diverso, perché non assegnare più giorni a tutti gli studenti? Invece che concedere due ore di tempo per un esame, e due ore e mezza per uno studente neurologicamente diverso, perché non concedere due ore e mezza a tutti gli studenti?
Sono piccoli accorgimenti, ma che, a dire di Justin, funzionano.

Durante tutto il suo speech, io vivo un conflitto violento.
Il lato cinico di me mi fa guardare al concetto di “Neurodiversità” come all’ennesima trovata (nuro)linguistica del politically correct. L’estremo tentativo di esorcizzare la paura di un termine con un altro termine — quando invece l’attenzione andrebbe spostata sulla paura, che non dovrebbe esserci a priori, e allora, invece, andiamo ad analizzare perché c’è quella paura, e facciamo in modo di neutralizzarla.
Poi c’è il lato ottimista in me. Quello che capisce la necessità di dire “diversamente abile” in luogo di “disabile”. E, in certa misura, “operatore ecologico” anziché “spazzino”.
L’avanzamento sociale passa anche per il rispetto che si conclama e realizza attraverso la sofisticazione linguistica.

Ma in questo caso, il mio dilemma non è tanto attorno alle parole, quanto attorno al metodo. Cioè. Aboliamo le deadline? Basta scadenze? Torniamo al 30 politico?

Ed è proprio in quel momento, mentre mi sto arrovellando seduta al mio tavolo — ci saranno una decina di tavoli rotondi stile Camelot — che Justin apre il Q&A.
Tra la selva di mani che svettano in sala, eccone una svettare più alta e slanciata di tutte, da un tavolo laggiù, sulla destra. La mano brandita in aria sta sopra un cappello di paglia nocciola, a tesa larghissima. Non alla Huckleberry Finn, ma quei cappelli che indossereste risalendo il Nilo a bordo di una crociera per due, oppure camminando su una copertina di una località di mare chiamata Vanity Fair.
Sotto la tesa del cappello spunta un viso afroamericano che difficilmente supera i 25 anni. Una perfezione di stampo Naomi. Ma più esile, e forse, più alta. L’avevo intravista quando è entrata in sala. Un metro e ottanta, centimetro più centimetro meno, a cui vi prego di aggiungerne altri 12 in forma di tacchi sottilissimi, montati su un paio di decolleté leopardate che, avesse 25 anni in più, farebbero di lei una coguar da manuale, ma che invece, con i sue 25 anni netti, fanno di lei uno schianto nero.
Camicetta bianca, pantaloni aderenti, ma non volgari, e leggermente sopra la caviglia, sì da mostrarla, la caviglia. Sa benissimo che nascondere quello snodo celeste sarebbe come gettare un drappo sulla Santa Teresa del Bernini.
Sotto il cappello, i capelli neri, fluenti, le arrivano fino all’avanbraccio. Se non avessi l’empirica certezza di trovarmi all’Ottavo piano del Dubrinsky Bulding, FIT, potrei dire di essere capitata in quella località di mare che si stende, patinata, dietro il cartello “Vanity Fair”.

Justin le dà la parola.
Lo schianto attende l’arrivo del microfono. E io sono pronta a vedere uscir fuori dalle sue labbra tutti gli animali del giardino dell’Eden. E raggi di sole, e rivi d’acqua dolce, e correnti oceaniche che si trovano solo ventimila leghe sotto i mari.
Purtroppo la realtà raramente combacia con il libro della Genesi, o con Jules Verne.
Esordisce con “I am a Millennial”. E già lì, perde un po’ del suo fascino. Forse perché lo dice con un tono fiero, come se indossasse quel dato di fatto come un visone — legittimo, ma fastidioso. O forse perché penso subito ai bimbiminkia. Justin Bieber, Selena Gomez. Kendall Jenner.
“Io sono cresciuta con questo”, alza il suo Iphone, e fa di lui una maracas.

Lo schianto nero ci spiega, con una velocità da Intel Pentium, che lei, lo scorso anno, ha passato un semestre d’inferno, a fare la cerbera con gli studenti — lei non ha detto “cerbera”, ha detto “bitch”, ma io ripulisco. Tutto il tempo ha controllare scadenze, a cercare di andare incontro agli studenti, ma tenendo comunque il polso da professoressa. Risultato? Disastro. Tutti frustrati. Lei, gli studenti, tutti.
Allora quest’anno si è detta, adesso cambio musica. E ne ha messa su una molto simile a quella che piace tanto a Justin, e cha canta 100% flessibilità. E qui prende a mimare un botta e risposta con uno studente immaginario: non hai preparato la tesina? Ecche problema c’è? Me la porti la settimana prossima.
Mezz’ora in più all’esame finale? Non c’è nemmeno bisogno di chiederla: ve ne do un’ora, in più, a tutti.
Risultato? Valutazioni degli studenti altissime. Allievi soddisfatti, lei soddisfatta. Tutti vissero felici e studenti.

Nel suo modo di porsi molto “you think I am pretty but in fact I am pretty bad ass so you’d better not fu*k around with me bitch”, c’è molta di quella saccenza, di quella tracotanza millennial che noi generazione X così mal sopportiamo. Perché noi, in genere, siamo cresciuti con l’idea che la cresta alzata potevano permettersela solo quelli non toccati dalla Lehman Brothers.
Ma lo schianto nero, con tutta la sua irritante spavalderia, ha sollevato un punto importante. Dolente.
Allora, per praticare l’Universal Design, e per non mangiarci il fegato appresso a studenti che fanno morire nonni e zii un imprecisato numero di volte sperando di ottenere una proroga per la consegna di una tesina — come se noi non conoscessimo i segreti del pluromicidio famigliare — lasciamo loro la più totale libertà. Freedom 2.0.

È così che si insegna nel 2019?

Io credo che un po’ di disciplina, a questa generazione di Millennial, vada insegnata. Ma non tanto per romper loro le scatole. Ma per prepararli a ciò che li aspetta là fuori.
Tuttavia, non mi piace fare la cerbera. Volevo dire la bitch.
Allora ho scovato questo sistema 100% psicologico per cui se gli studenti se ne escono con una scusa tipica da studenti — decessi, catastrofi, malattie, ogni sorta di calamità naturale — io agisco sulla loro pische tenera tenera, e lavoro sul senso di colpa. In maniera molto sottile e indiretta, si capisce. 😉

Per esempio, se uno studente mi scrive che purtroppo perderà la lezione della presentazione orale perché deve accompagnare il padre dal radiologo e il radiologo sta nel Queens e loro abitano a Staten Island, quindi proprio non ce la fa con i tempi, io dico, oh mi dispiace, spero che tuo padre non stia troppo male. Il fatto è che io tengo moltissimo alle presentazioni orali: è il modo che avete di dimostrarmi la vostra passione per la lingua… Accompagna pure tuo padre, e buone radiografie. Quanto alla presentazione orale, ti consento, in via eccezionale, di presentarla la settimana prossima.
In questo modo, il povero pulcino è costretto a fare la presentazione e a presentarla da solo — senza il supporto psicologico del mal comune, mezzo gaudio che si respira in classe quando assegni un compito di questo tipo. Non può più giocarsi nessuna storia bislacca — perché una passa, ma due, no, my buddy, no way.
E si maledice per quell’idiozia sulle radiografie nel Queens.
Quando ci provano una volta, non ci riprovano una seconda volta. Ci rimettono loro. E lo capiscono.
Ma se io adottassi il metodo dello schianto nero, “Sei assente per la presentazione? È lo stesso, non importa”, probabilmente farei un piacere allo studente nel qui e ora, ma un disservizio sul lungo periodo. E un torto.

Poi ci sono altri tipi di Millennial. Quelli secchionissimi. I nerd, o che si credono tali. Quelli con la scriminatura a destra, e i capelli leccati da una parte, come usava per i bambini prodigio negli anni ’50.
Sono stata al Grolier Club, ieri, al Simposio sul bicentenario dalla nascita di Walt Whitman, il famoso poeta di “Leaves of Grass”. Un simposio di quelli di razza, con tanto di panelist fatti arrivare da tutti gli angoli dell’America, e persino da Serbia e Austria. Un simposio accompagnato persino da una mostra di preziosi memorabilia, e che corona un mese di festeggiamenti per il poeta americano per antonomasia, nato a New York, vissuto a Brooklyn e follemente innamorato di Manhattan.
Ebbene, tra i panelist, spicca questo ragazzotto con quella scriminatura a destra lì, e i capelli leccati, e quell’aria da so-tutto-e-di-più che irriterebbe Madre Teresa. Persino il suo nome sa da primo della classe. Blake Bronson-Bartlett — cosa speravano, i genitori, con quelle tre B in fila? Di eguagliare Pier Paolo Pasolini? A volte i genitori sarebbero da rinchiudere e i figli, da mandare in affido.

Insomma, questo Blake, dell’Università dell’Iowa, investe i suoi venti minuti di talk — che equivalgono a venti minuti di nostra attenzione — per parlarci dell’importanza della matita nella carriera poetica di Walt Whitman. Non scherzo, tutto documentato: “Graphite’s Dirty Truth: The Pencil in Whitman’s New York Poetry”.
Il suo discorso verteva su un punto scontato: Whitman, poeta del movimento, del walk-through-the-city, ha trovato nella matita portatile un’alleata preziosissima che gli ha permesso di annotare, cammin facendo, tutte le annotazioni per cui è tanto famoso. Cosa che non sarebbe stata possibile se fosse rimasto legato a inchiostro, penna e calamaio della sua scrivania.

Cioè, tu, Blake, passi sette anni della tua vita per conquistarti un PhD, e tutto quello che riesci a spremere fuori dalle tue meningi ricoperte di capelli leccati è il ruolo della grafite negli scritti di un poeta??
Ecco, i Millennial nel mondo dell’accademia possono essere questo. Nel caso dello schianto nero, problemi risolti attraverso la strada più breve, e spalleggiati, in questo, dall’esistenza di un ecosistema pedagogico in cui gli studenti sono molto più temuti dei professori, e in cui la political correctness sta confinando un paese in una prigione linguistica. Oppure i nuovi scholars, le nuove menti che dovrebbero trovare sempre nuove strade per leggere la letteratura, e che invece credono di trovare dell’originalità in un astuccio pieno di grafite.

Forse ogni generazione ha le sue croci da portare. Noi ne abbiamo avute molte. Mani Pulite, Berlusconi, “Non è la Rai”, il ciuffo fonato. Ora ci tocca portare i Millennials. Che non sono cattivi o molesti. Solo, si spacciano per grandi visionari perché ragionano in termini di start-up, ma poi, a guardar bene, non vedono al di là del loro smart-phone.

Questa settimana sono andata al Quad a vedere “La caduta dell’Impero americano”, l’ultima fatica del canadese Dennis Arcand, quello de “Le invasioni barbariche”, e de “Il declino dell’impero americano”, che, con questo film, chiude la trilogia dando il colpo di grazia all’Occidente.

Tutto gira attorno a Pierre-Paul, un 36enne fattorino, con un PhD in filosofia nel cassetto.
Durante una consegna si ritrova coinvolto in una rapina che finisce nel sangue, ma senza nessun testimone. Pierre-Paul si ritrova con il malloppo a pochi passi da lui: due borsoni pieni di contanti.
Dopo qualche esitazione, l’irreprensibile, fedina-penale-impeccabile Pierre-Paul, decide di prendere le borse. E questo non è che il primo pezzo del domino che, una volta spostato, farà crollare tutti gli altri pezzi del domino, portando a una nuova inaspettata riconfigurazione degli elementi in gioco, il tutto tra il criminale, il comico e il surreale.
Ora Pierre-Paul è tecnicamente ricco, ma praticamente ancora povero: deve trovare un esperto di riciclaggio per poter depositare il danaro all’estero, e spenderlo. Si affida quindi a Sylvan, riciclatore navigato e appena uscito di galera. Ma nessun film che si rispetti è tale se non c’è una femme, Aspasia, prima fatale — escort d’alto bordo — e poi amoreuse — inevitabile l’innamoramento con Pierre-Paul.

Ma mentre Aspasia e Sylvan hanno i piedi ben radicati per terra e ragionano in termini pratici, Pierre-Paul si ritrova spesso a filosofeggiare sulla propria condizione di burattino nelle mani di una società occidentale sempre più sfruttatrice e iniqua. Una società in cui un fattorino guadagna di più di un docente universitario, e in cui la vera intelligenza non è riconosciuta, ma è spesso bistratta. In una società del genere, il candide Pierre-Paul decide di giocare anche lui con quelle carte, rovesciandole, e creando un sistema che freghi il Sistema e che gli permetta di far trionfare i valori in cui crede: Pierre-Paul dà una mano come volontario in un centro per senzatetto, e durante il corso del film è colto a dare l’elemosina ai tanti homeless che vivono a Montreal, oppure a servire loro pasti caldi. Quel denaro lo trasforma in una sorta di Robin Hood, che gli farà trovare, a fine film, una sorta di equilibrio. 

“La Caduta dell’Impero Americano” è un fuoco di fila di citazioni filosofiche — Sartre, Heidegger, Wittgenstein, Socrate, solo per citarne alcuni — di dialoghi raffinati e una trama di colpi bassi alla società occidentale che fanno di Dennis Arcand, Dennis Arcand. Ma c’è anche altro. I personaggi sono scritti molto bene. Sono rotondi, complessi: spiccano, quindi, l’assenza del buono e del cattivo, e la presenza delle figure che stanno nel mezzo, con i loro pregi, i loro limiti.
È una commedia molto divertente, ma anche un heist movie (heist=rapina) sui generis in cui la rapina non è che un pretesto per sparare a zero contro la società capitalistica che ha visto nell’America il terreno ideale su cui prosperare. Ma ci sono anche i sentimenti, c’è l’attualità, e c’è quel gusto di sopra-le-righe che è tipico della mano di Arcand.
Bellissima la scena iniziale. Pierre-Paul seduto in una tavola calda con quella che, di lì a poco, diventerà la sua ex. Pierre-Paul spiega alla ragazza che il suo problema è l’intelligenza. Che i veri intelligenti sono quelli che ce l’hanno più dura. Perché anche i grandi scrittori, o scienziati, o filosofi, non erano troppo intelligenti. “Tutti gli uomini potenti sono degli stupidi è per questo che sono riusciti a salire al potere”, dice Pierre-Paul, serissimo, e il suo monologo, pur buffissimo, è, allo stesso tempo, d’una rara amarezza.
Se avete occasione, andate a vederlo. Riderete e penserete. Una ricetta che amiamo molto, da Monicelli in avanti.

E anche per oggi, Moviers, s’è pipponato a sufficienza.

Googlephoto oggi fa degli strani capricci, e non mi permette di aggiornare il Frunyc IV 🙁 Allora rimanete sintonizzati per la prossima settimana: troverete le foto della Italy Run 2019 di oggi, 5 miglia a Central Park, e il vostro Board arrivato al 775esimo posto su 8.063 partecipanti: 12esima tra le 565 donne sue coetanee 😉

Ringraziamenti di cuore, e saluti, stasera, generazionalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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