Posts made in Ottobre, 2019

LET’S MOVIE 419 da NYC commenta “JOKER” di Todd Phillips

LET’S MOVIE 419 da NYC commenta “JOKER” di Todd Phillips

Sono stata a vedere “Joker” di Todd Phillips, e proprio non posso tacere. Soprattutto con i tanti articoli pubblicati che massacrano il film, in Italia e qui. La stessa giuria della Academy of Motion Pictures che valuta i papabili per gli Oscar, si è espressa in termini critici nei confronti del film. Così come il Guardian e il New York Times.
Siccome colloco “Joker” fra i dieci film che salverei degli ultimi dieci anni, non potevo proprio starmene zitta nel mio sabbatico.

“Joker” è quello che succede prima che Arthur Fleck diventi Joker. Prima che Bruce Wayne diventi Batman.
Nelle prime scene del film, Arthur, di professione clown ma con il sogno di sfondare come comico, viene bullizzato e malmenato per strada da un gruppo di teppisti. Già in questo attacco — fisico e figurato — è inscritto il senso del film e la direzione che finirà per prendere la vita di Arthur.
Nel corso del film, incontriamo altre storture. Le possiamo chiamare tranquillamente ingiustizie, angherie, soprusi. Ma storture rinvia alla deviazione che il cammino psichico di Arthur subisce, e che metaforicamente si registra nel suo corpo consunto. Nella sua spalla deforme.
Quindi, storture.

Arthur accudisce amorevolmente la madre Penny. Che però non è poi così amorevole nei suoi confronti — “per diventare comici bisogna saper far ridere, Arthur…”.
Gli ha nascosto molto della sua infanzia. Gli ha mentito. Lo ha esposto agli abusi dei tipi con cui finiva a letto.
L’infanzia di Arthur non è latte caldo e cartoni animati.

Arthur frequenta un centro di salute mentale pubblico, che gli fornisce le medicine di cui ha bisogno. A un certo punto, Gotham City decide di tagliare i fondi all’assistenza. Il centro chiude. Niente più supporto, niente più medicine.
Arthur ha anche un mito. Si chiama Murray Franklin, e fa il presentatore. Tipo David Letterman, o adesso, Stephen Colbert. Quegli anchorman comici tanto idolatrati qui in America. Murray si prende gioco pubblicamente di Arthur. Trova il modo di farne uno zimbello televisivo.
Arthur, che stupido non è, capisce il suo gioco, e troverà il modo di vendicarsi.

Lo sceneggiatore è stato molto capace nel costruire l’ambiente fuori dal quale spunta il Joker. Accompagnando passo passo lo spettatore in questa discesa nel baratro dell’abuso, è come se gli dicesse, guarda un po’? E lo spettatore non si meraviglia che da quel corpo scarno, consumato dalle miserie della vita, esca fuori il guitto matto e omicida del Joker.

Ciò che è interessantissimo di questo “Joker”, è come rifletta la dimensione sociale. Quando tre uomini sulla metropolitana rimangono uccisi per mano di un uomo travestito da pagliaccio, in una Gotham City sull’orlo della guerra civile, l’opinione pubblica comincia a inneggiare al Joker come a un loro eroe. Diventa il portavoce del malcontento sociale, il leader di sbandati e reietti. Ed è questo, il punto interessante che collega il film al momento storico che stiamo vivendo.
Il populismo non si manifesta perché il popolo è stupido. Si manifesta perché ne ha subite di tutti i colori e cova un sentimento di rivalsa che è lo stesso sentimento che porta Arthur a covare dentro di sé il Joker.
Non ho mai visto un film che parli, allegoricamente, in maniera così precisa, diretta e al contempo indiretta, della situazione sociale e politica attuale. L’avvento del trumpismo è scritto tutto lì, nero, anzi, rosso, verde e giallo, su bianco.

Per l’interpretazione di Joaquin Phoenix non c’è premio che possa bastare. Si è parlato molto della sua risata. Di quanto tempo abbia impiegato per trovarla, per crearla. Una risata che è un grido di dolore, un conato dalle viscere del malessere. E una disfuzione. Arthur è affetto da degli attacchi di riso che lo prendono all’improvviso e verso i quali non può nulla, se non lasciare che gli scuotano il petto e gli deformino la faccia in un ghigno diabolico. Fa un’infinita tenerezza quando mostra il cartellino con scritto “this is a condition” (questo è un disturbo), alle persone che assistono a quegli scoppi di riso inconsulto.
Si sta male, quando si sente quella risata. All’inizio sembra buffa, il pubblico ride con lui, ma poco a poco ti porta dritta dritta nel baratro di dolore e angherie che Arthur ha vissuto. E tu sei lì, intrappolato in quella che da sempre è considerata la massima espressione di gioia e allegria. Sei lì, in quella perversione, e non ne esci fin quando non smette. E la risata del Joker non smette mai. Perché mai smette il suo dolore.

Anche sulla fisicità Phoenix ha lavorato molto. Arthur è magrissimo, ha una specie di gobba sulla spalla —che lo avvicina molto a Quasimodo hugoiano, il deforme per eccellenza — ha il volto smunto, scavato, le costole in bella vista. La vita l’ha spogliato di tutto, l’ha ridotto pelle e ossa. Il costume che indossa e la maschera di trucco da Joker sono i panni che gli permettono una nuova identità, una riconoscibilità e una protezione. Se Arthur è stato mondato dal mondo, il Joker ha una corazza di colori che lo rendono intoccabile.

Mi sono molto piaciute anche le scene in cui Joker accenna a passi di danza. In strada, o in bagno pubblico. Come una farfalla del male che si libera dal suo guscio di grigiume e sboccia in tutta la sua colorita follia. Come se assurgesse, finalmente, alla libertà —per quanto perversa — e la esprimesse ballando.
Sappiamo che Phoenix ha improvvisato gli inserti danzati; non erano nella sceneggiatura.

Ci sono anche dei momenti indiscutibilmente tarantiniani nel film. La scena del nano nell’appartamento di Arthur, per esempio.
Arthur ha appena fatto qualcosa di estremamente pulpfiction a un suo ex collega clown — qualcosa che coinvolge un coltello, uno stipite, tanta emoglobina… E il nano, anche lui suo ex collega, davanti a tutto quello scempio, vuole tagliare la corda.
Vai, gli dice Arthur, graziandolo, indicandogli la porta. Ma la porta è chiusa con la catenella, e il nano, essendo nano, non arriva fin lassù. Quindi il Joker si scusa con lui, va e gli apre la porta.

La scena è di un’ilarità grottesca di rara perfezione. Il pubblico in sala è esploso in una risata isterica. Farsi beffe di un nano nell’era della correttezza politica esasperata in cui stiamo vivendo… Semplicemente geniale.
Il pubblico, visibilmente a disagio, non ha potuto non ridere. Di qui la punta isterica delle risate, che, per come la vedo io, celava qualcosa di liberatorio.

“Joker” è un film profondamente disturbante, necessariamente utile. Non mi stupisco che sia criticato da mezzo mondo della critica cinematografica. L’arte, come dico sempre, questo deve fare. Scuotere, disturbare. La narcosi dell’omologazione deve scontrarsi con l’acqua gelida dello sguardo diverso, che ci sveglia, e ci fa vedere le cose da un’altra prospettiva.
Le stolide, idiotiche misure di sicurezza adottate qui a New York dalla polizia in occasione della prima, mi hanno fatto venire il voltastomaco. Si è temuto che il film potesse “agitare gli animi” e spingere ad atti di emulazione. Significativamente, questi benpensanti dell’ordine pubblico fanno esattamente quello che viene fatto al Joker nel film. Considerano la gente un branco di dementi. Ma nessuno vorrà mai emulare il Joker. Nessuno vuole essere oggetto di abusi, scherno, bullismo. E’ proprio lì, la potenza del racconto: innesca il tuo sentimento empatico, e ti fa venire voglia di eliminare tutte le cause che portano alla creazione di ogni potenziale Joker. Per questo è un film che dovrebbe essere visto da tutti, soprattutto dai ragazzi. Ti insegna la civiltà, guardando nel pozzo della barbarie.
Cosa può fare di più un film?

Se poi andiamo a guardare il lato musicale e fotografico, non possiamo che levarci, ancora, tanto di cappello. La colonna sonora, studiata dalla compositrice islandese Hildur Guðnadóttir, che l’ha fatta ruotare tutta attorno al tema centrale “That’s Life”, pezzo iconico il cui ribaltamento ironico, quando la canticchia e la balla il Joker, la tinge di una tinta tutta oscura.

Se un difetto devo trovargli, forse, è nel dialogo finale tra il Joker e Murray. Avrebbe potuto essere più incisivo, più profondo, più sibillino anche — è il momento verso cui converge tutto il film. Invece suona scontato, quasi banale.
Ma questo è un dettaglio in un film che altrimenti è di rara deforme bellezza.

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