LET’S MOVIE 420 da NYC con un cine-potpourri degli ultimi 2 mesi

LET’S MOVIE 420 da NYC con un cine-potpourri degli ultimi 2 mesi

Ho avuto l’onore di vedere “The Irishman” al Belasco Theater, una sala storica sulla 44esima, a due passi da Times Square, una sala riaperta apposta per proiettare l’ennesimo capolavoro di Scorsese, il Martin che qui a New York è più che amato. E’ venerato come un nume. Tanto da far riaprire addirittura quel teatro molto 20s, metter su le tre ore e trenta di film e farle andare dal pomeriggio alla notte, dalla notte al pomeriggio, a circolo continuo. Il film in sé è ineccepibile, a mio parere, anche se è un po’ già visto. Ripropone tutti gli ingredienti che troviamo in “Good Fellas” e i mob-movies che hanno reso Scorsese, il nume Scorsese. Che ha pensato bene, questa volta, di chiamare all’appello divinità della recitazione come Bobby De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, facendoli ringiovanire e re-invecchiare attraverso qualche miracolo — o magari solo banali effetti speciali. Aggiungete a questo il “basato su una storia vera”, i milioni di dollari a disposizione, la mano sapiente di un genio del cinema, e be’, il risultato non può che essere garantito. Personalmente, amo Scorsese quando lascia la Mano Nera, perlustra altrove e se ne esce con capolavori del tipo “Re per una notte”, “Hugo Cabret”, “The Wolf of Wall Street” e “Silence”.

Ho visto anche un film che spero arrivi in Italia e che non piacerà alla maggior parte dei Moviers, ma che spero che qualcuno veda comunque. 🙂 “The Lighthouse” di Dave Eggers. La locandina dice molto di quello che vi attende. Bianco e nero, un faro in lontananza, gabbiani neri vorticanti nel cielo, i due attori, Robert Pattinson e Willem Dafoe (eccelsi), dallo sguardo alluccinato.
Perché vai a vedere un film così? Perché il cinema è anche cercare di scovare storie scomode, lontane, che apparentemente sono anni luce da noi, dal nostro vivere protetto, comodo.
New England del 1890. Thomas Wake ed Ephraim Winslow vengono ingaggiati per occuparsi della manutenzione di un faro. Una nave li scarica lì, su questo posto dimenticato da Domenedddio, sprofondato dalla nebbia e battuto dalla tempesta. Sono due tizi taciturni, tormentati e instabili, Tom e Ephraim.
Tom è un ex marinaio con una gamba zoppa — molto cliché — ed è l’ufficiale senior. Ephraim ha lasciato il suo lavoro di boscaiolo in Canada per questo nuovo incarico in mare. Fa tutta la manovalanza, Ephraim, tutti i lavori più umili. Tom lo tratta letteralmente da sguattero. Il rapporto fra i due comincia a discendere una strana, contradditoria china. Sembrano sempre sul punto di diventare amici e confidenti, ma finiscono per azzuffarsi tutte le volte. Questo è dovuto anche alla mancanza di acqua potabile e di provviste: la nave che doveva rifornirli non si fa viva. Tom ed Ephraim, allora, cominciano a bere alcol. E questo, determina l’ingresso in una dimensione etilica in cui visioni, presagi, ossessioni si mescolano e finiscono per portare i due alla follia.
In “The Lightohuouse” trovate Samuel T. Coleridge con la sua “Ballata del Vecchio Marinaio”, Melville con la sua dimensione di colpa e punizione, l’orrore luminoso di Edgar Allan Poe, il mito di Prometeo, sirene maledette ed echi gaelici. Non direi mai no a tutto questo… 😉

E poi “Marriage Story”, l’ultima fatica di Noah Baumbach, che finalmente l’ha piantata con le commedie piacione tipo “The Meyerowitz Stories” e si è concentrato sul corpo agonizzante di un amore e su come sia complesso e doloroso scrivere “divorzio” sul certificato di morte.
Adam Driver — entrato nella rosa dei miei attori preferiti — e Scarlet Johansson — che vincerebbe un meritatissimo Oscar — portano sullo schermo i coniugi Kramer e Kramer, trent’anni dopo Dustin Hoffman e Maryll Streep. Dialoghi spettacoloari, recitrazione teatrale. Grandissimo pathos.

Ho visto naturalmente “Parasite” il film che ha fatto parlare di sé tantissimo, non solo perché si è aggiudicato la Palma d’Oro a Cannes, ma anche perché è stato un successo di pubblico inaspettato — difficile che la Palma d’Oro porti in sala orde di spettatori. Il film di Bong Joon-ho ha lo straordinario pregio di raccontare una storia disgustosa, tingendola di humor nero. Una famiglia di parassiti sociali s’insinua nel menage agiato di una famiglia benestante e per un po’, se ne approfitta alla grande — mangiare a sbafo alle spalle dei ricchi, cosa può esserci di più gudurioso? Ma il divertimento finisce quando dall’interrato della villa riemergono parassiti dal passato…
Il film ha senz’altro tutti i numeri per piacere al pubblico: comicità sopra le righe, ironia dissacrante, horror dal chiaro sapore coreano e forte retrogusto gore, critica di un certo tipo di società. “Parasite”, a mio parere, regge bene fino più o meno a metà, poi s’incarta, s’inceppa, s’in-qualcosa, non so bene cosa, ma perde energia, quota, e mi perde come spettatrice. Ma certo è un must-see del 2019.

Un piccolo capolavoro di comicità che rientra nella categoria “facciamoci beffe di Hitler” è “Jojo Rabbit”, di Taika Waititi. Se nel 2014 avete visto “Er Ist Wieder Da” e vi era piaciuto, “Jojo Rabbit”, vi piacerà uguale, e forse di più. Il film è una commedia satirica che vede al centro della storia un adorabile ragazzino tedesco che ha un amico immaginario: Adolf Hitler, o meglio, una versione bizzarra e ridicolissima di.
Timido bambino di dieci anni, Jojo, soprannominato “Rabbit” dai compagni bulli, appartiene alla Gioventù hitleriana durante la Seconda guerra mondiale. Immaginate. Germania 1944. Il padre di Jojo combatte in Italia e lui è allevato dalla madre — una Scarlet Johansson sempre più brava. Jojo trascorre le sue giornate frequentando un campo per giovani nazisti. Con un amico immaginario come Hitler, è convinto di essere il numero uno dei nazisti: odia gli ebrei — nonostante non ne abbia mai visto uno — ed è fermamente convinto che sia giusto ucciderli.
La sua visione nazista del mondo cambia completamente quando scopre che sua madre nasconde in soffitta una ragazza ebrea. Da quel momento, Jojo deve fare i conti con il dubbio.
Era tanto che non assistevo a un film così mortalmente divertente, politicamente scorretto, emotivamente coinvolgente come “Jojo Rabbit”. Spero che esca presto in Italia, e che accompagni la tradizione di film che hanno cercato di raccontare il Nazismo, attraverso la satira, primo fra tutti “Unglorius Basterds”.

Infine, ieri sera, sono andata a vedere un altro picolo gioiello, “Little Joe” di Jessica Hausner — l’attrice protagonsita ha vinto la Palma d’Oro a Cannes come miglior attrice.
Alice fa la fitogenetista in un laboratorio di ricerca la Planthouse. Insieme al collega Chris, ha creato una pianta in grado di donare felicità agli esseri umani: il fiore, d’un rosso brillante, sprigiona un profumo che rende felici grazie a un ormone della maternità. Alice è molto fiera di questo suo esperimento, e lo battezza “Little Joe” in onore del figlio, il tredicenne Joe, e ne porta a casa un esemplare. Non vede l’ora che il fiore sia messo in vendita.
Dopo poco però iniziano a verificarsi strani avvenimenti nel laboratorio, e il figlio di Alice comincia a comportarsi in modo strano. Ma non solo lui. Tutti quelli che respirano il polline di quel bellissimo fiore rosso, diventano strani. Alice, l’unica a non averlo (ancora) annusato, comincia a dubitare della propria scoperta. E se Little Joe cambiasse davvero le personalità di chi lo annusa?

Prima di tutto il film è una festa per gli occhi, se avete particolare riguardo per i colori e la composizione scenica. Tutto quest’ordine cromatico e geometrico riflette l’idea di un mondo in cui l’uomo può controllare tutto, fare il bello e il cattivo tempo con la natura, modificare a piacimento geni, creare nuove specie senza preoccuparsi delle conseguenze. Ebbene, le cose non stanno proprio così, e “Little Joe” ce lo dimostra, ma senza esplosioni chimiche, invasioni aliene o proteste ambientaliste. Lo fa con il garbo dell’inquietante, proponendo un concetto nuovo e interessantissimo di fantascienza dell’intelletto più che del(l’ ultra) corpo.
Una superficie di tinte pastello, colori neutri, interni da Architectural Digest e laboratori asettici, per nascondere il marasma etico che l’esser umano in cui l’essere umano sta affogando…
Da non perdere.

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1 Comment

  1. il regista che ha girato questo capolavoro è un ragazzo eccezionale, solo un genio potrebbe inventarlo

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