Posts made in Gennaio, 2020

LET’S MOVIE 421 da NYC commenta LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMAO di KARIM AINOUZ

LET’S MOVIE 421 da NYC commenta LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMAO di KARIM AINOUZ

Fire, Fellows,

di questo non s’è fatto altro che parlare in questi ultimi due mesi riguardo all’Australia.
E io, dove potevo andare in residenza, se non nell’occhio del ciclone?
Tutto ciò mi ricorda molto il mio trasferimento negli Stati Uniti. Mi trasferisco io, ed eleggono Trump. Vado in Australia, e l’Australia finisce letteralmente su per il camino.
Credessi agli uccelli del malaugurio, crederei di esserne l’esemplare reale. Imperiale.

Voglio tranquillizzare tutti, come ho fatto con tutti quelli che, preoccupatissimi, mi hanno chiesto, “ma stai bene?!?!?”, con molti punti di domanda e molti punti esclamativi. Credo che l’effetto delle immagini passate in tv avrebbe spaventato chiunque.
L’apocalisse, ha davvero quei connotati. Ed è vero che la regione in cui mi trovavo, il New South Wales, era —è— quella più piagata. Ma io avevo la fortuna di trovarmi a Newcastle, una cittadina appollaiata sull’oceano. Non so se la posizione abbia influito, oppure se si sia trattata di mera fortuna. Sta di fatto che per me, Newcastle ha rappresentato un angolo di Paradiso, braccato dall’Inferno. L’incendio più vicino stava a 25 km di distanza.
25 km non sono proprio mille miglia. Quindi la sensazione di precarietà, di essere in balia di qualcosa contro cui nulla può, ha un po’ caratterizzato il mio mese australiano. Tuttavia, ci ho vissuto ragionevolmente bene.
Da quando abito a New York, ho imparato che la precarietà è una condizione dell’esistenza. Che tutto è molto effimero e passeggero. Che le certezze, non devi trovarle, né tantomeno ricercarle, in un posto di lavoro, in una casa, in una persona al tuo fianco. Le devi trovare dentro di te. Accettarlo, è la cosa più difficile da fare, e al contempo, la più sana.

Allora quando qualche mattina sentivo nell’aria odore di barbecue, cercavo di non pensarci troppo. Andavo a correre lungo il mare, e scansavo il sentore di fumo con i discorsi allo iodio che l’oceano —quel Polifemo!— mi urlava all’orecchio.
Il Pacifico non bisbiglia tenere litanie come potrebbe fare il mite Mediterraneo. Il Pacifico ti fa capire chi comanda dal modo in cui ti rovescia addosso tutta la sua millenaria presenza. Se poi lo avvicinate, se vi azzardate a cavalcarlo —da surfista— o a nuotarlo —da nuotatore— capite che voi non avete nessuna speranza di spuntarla. La sua dialettica blu vi sovrasta, vi mangia, vi spolpa e vi risputa fuori nudo come un semino.
I neocastellani e i sydneyiani lo sanno benissimo. Ma sanno benissimo anche quanto loro siano un popolo di nuotatori e amanti dell’acqua. Loro, l’oceano, vogliono viverlo. Allora hanno costruito —sin dagli anni ’50— delle immense vasche a bordo mare, in cui il mare può defluire, portandosi appresso il suo moto ondoso, ma non i suoi marosi assassini, e in cui il neocastellano e il sydneyano —o il Board in trasferta— possono nuotare in tutta sicurezza.
Non mi stufavo mai di quelle vasche da Polifemo.

I surfisti, quelli, sono una specie umana a parte. Non temono nulla, non temono nessuno. Con “nessuno” intendo gli squali.
Un commesso di un negozio di costumi e attrezzature da surf —dalle origini italiane, perché gli italiani arrivano dappertutto— mi ha detto che gli squali non amano molto le acque di Newcastle, quindi, che stessi pure serena. Però ha aggiunto che quando le amano, arrivano vicinissimi alla riva. Basta anche un metro d’acqua, per loro.
 
Io: Ma di che misure stiamo parlando?
Rob: Ah no, sono piccoli, tranquilla.
Io: Ma quanto piccoli, di preciso?
Rob: Bah, due-tre metri, non di più.

Io non so voi con quale scala giudichiate lo squalo che nuota nelle vostre acque di fiducia, ma in base alla mia scala, due-tre metri rientrano nella fascia “are you joking?”.
Siccome per l’australiano il surf è una filosofia di vita più che un semplice passatempo, stanno cercando di renderlo il più sicuro possibile. E questo Rob ha messo a punto delle mute mimetiche, delle tute che vi fanno confondere con il mare e impediscono agli squali di vedervi e attaccarvi. “Be like water”, lo slogan. “If you can’t be seen, you can’t be approached”, il payoff.
Da bravo italiano, mi ha tirato un pippone senza fine sull’infallibilità di questa trovata. Comunque, per tutta la mia permanenza australiana, io ho beneficiato delle mie vasche da Polifemo, e mi sono arrischiata nell’oceano solo due volte. Una delle quali a Bondi Beach.
Se vai a Sydney, non puoi non andare a Bondi, e se vai a Bondi, non puoi non fare il bagno. L’acqua è di un azzurro maldiviano. Ma, al contrario delle Maldive, il mare non è una piatta cristallina che da decenni attira l’ammollo di milioni di turisti. Il mare a Bondi è una catena di montaggio di onde di media e alta altezza, su cui i surfisti scrivono i loro tentativi di decifrarle.

Cogito ergo surf.
Surfilosofia di vita.
La prima cosa che ho notato, arrivata a Newcastle, sono stati i ganci porta-tavole, sul tram. E poi l’onnipresenza del board —per una volta non io— ovunque. Parcheggiato ovunque. Un mezzo di trasporto, senza targa, senza emissioni inquinanti, che vi porta sul mare e, per non più di 12 secondi, vi fa volare.
Sono rimasta ad osservarli, questi surfisti. E il massimo che rimangono in piedi è 12 secondi. Poi giù, nel blu. E bisognerebbe davvero scriverlo, un saggio sul surfismo. Conoscete Sisifo? Il poveraccio costretto dagli dei a spingere un macigno in cima a un monte, vederlo rovinare giù, andargli dietro e riportarlo su. Per l’eternità. Ecco, il surf è un po’ così. Aspetti la tua onda — e l’attesa può essere anche lunga, e voi siete lì nell’acqua fredda, con i piedi che vi penzolano giù dalla tavola e che potrebbero invogliare qualche creatura marina più o meno squaloide a farsi uno spuntino, muta mimetica o meno — e aspetti. Poi l’onda giusta arriva — di solito è la settima, così m’è stato detto — e voi la cavalcate per una manciata di secondi, che sono quei secondi in cui Sisifo tira il fiato e dice, ce l’ho fatta, il macigno è finalmente in cima. E poi rovinate giù nel mare. Il macigno rotola a fondo valle. E così come Sisifo, il surfista è condannato a farlo per l’eternità.
Per Camus, nella sopportazione di questa condizione, e nel suo costante tentativo di ribellione ad essa, Sisifo vive con intensità, e quindi, trova la libertà, e, in ultimo, la felicità.
Io non posso parlare a nome di Sisifo. Ma senz’altro il surfista, trova libertà e felicità nel suo eterno saliscendi dalla groppa delle onde.

Continuando con l’australità, quando si parla di Australia, non si può non parlare di koala. E mai scorderemo le immagini che ci sono arrivate, dei cadaveri carbonizzati di questi esseri discesi dall’empireo dell’adorabile. Il koala è come il panda, come il wombat. Piccole divinità che hanno deciso di benedire il pianeta terra con la loro tenerezza.
Sono stata in una riserva di animali aborigeni, alle porte di Newcastle. E c’erano tre esemplari di koala che ronfavano alla grande, aggrappati ciascuno al suo ramo di eucalipto. Sono rimasta imbambolata per venti minuti.
Prima di vederli, mi era stato detto che l’uomo bianco —britannico prima, australiano poi— dall’800 in avanti, ha sterminato qualcosa come 25 milioni di koala. Sono finiti tutti in Europa, a scaldare colli e piedi e tutto ciò che l’europeo poteva aver bisogno di scaldare con la loro pelliccia. Fino al giorno in cui, una ventina di anni fa, ci si è accorti che, oops-ma-tu-guarda, il koala era pressoché estinto.
Vorrei tanto che i telegiornali, riferendo degli 8000 esemplari carbonizzati tra dicembre e gennaio, ricordassero anche i 25 milioni sterminati dal colonialismo. La storia s’impara anche così.
E questo non sarebbe che un piccolo sanguinoso capitolo della storia sanguinosa dell’Australia. Gli aborigeni, li ho visti solamente sui manifesti, affissi a riprova che il paese sta facendo di tutto per trattarli equamente —prima si sterminano, poi si proteggono, esattamente come i koala.
Avrò visto si e no tre persone di colore in un mese. Probabilmente turisti.
Mai visto tanto bianco nemmeno in Italia.
Se ci piace il multietnico, no, l’Australia non fa per noi.

La mia permanenza a Newcastle non sarebbe stata la stessa se non avessi conosciuto Nora. Oltre a essere la zia di un vostro Fellow Movier — il Presidente 🙂 — è una talentuosissima artista ceramista. Una di quelle donne che vorresti invadessero il mondo a frotte, a flotte. Tina Modotti, Rossana Rossanda, Alice Guy-Blaché, per capirci.
Nora ha 87 anni. A 83, ha preso il dottorato con una tesi sull’infrazione del concetto di simmetria nella forma e nella dinamica della forma in ceramica. Una tesi che brilla per lucidità, leggibilità, genio.

Nora si è trasferita a Newcastle nei primi anni ’60. Quando l’Australia era davvero allo stato brado. “Non avrei potuto fare nulla di quello che ho fatto se fossi rimasta in Italia”, mi dice un giorno, nel salotto di casa sua.
Sono le parole che uso io quando parlo del mio trasferimento a New York. Il denominatore comune, lo vedete, è sempre quello. Cambiano i decenni, cambiano le destinazioni, ma la sostanza è la stessa. Le porte delle possibilità, e del sé, che si aprono quando emigri.

Ho passato ore a chiacchierare con lei, questa donna dall’eleganza innata e dal pensiero sottile. Della sua arte, del mio scrivere, dell’Italia, dell’Australia, dell’America. A 87 anni si può essere lucidissimi, sveglissimi. Con tanta voglia ancora di esplorare.
Se penso alla maggioranza degli 87enni italiani, vedo pantofole, nugoli di nipoti tutt’intorno, e la vita appesa al chiodo.
Nora mi ha insegnato che no, la vita non si appende mai al chiodo. Che è lunghissima. Che finisce quando finisce. Che la ricerca continua.

Se poi mi chiedete “com’è Sydney?”, vi guarderei con un’espressione un po’ perplessa.
C’è l’Opera House, va bene. E il ponte che tutti conosciamo per i fuochi d’artificio l’ultimo dell’anno, va bene. C’è Bondi Beach. Anche quella, bene. Però. È una città molto coloniale. O post-coloniale. O comunque, un luogo urbano in cui il colonialismo si respira forte e chiaro, molto più di qualsiasi fumo di qualsiasi incendio.
Il Queen Victoria Building, una specie di Harrods in pieno centro, è oggettivamente molto bello, ma altrettanto molto British, con davanti la stuatua della regina Vittoria, in tutta la sua anfibia stazza a presidiarla. C’è un Hyde Park che non ha nulla dell’Hyde Park londinese. C’è un grattacielo in via di costruzione, a Darling Harbour, che è il gemello omozigote del 30 St Mary Axe di Norman Foster, nella City di Londra.
Non ho ben capito se questo wannabe-ism sia voluto oppure inconscio. Se sia retaggio di un passato che il presente sta tentando di cambiare, oppure se sia un fenomeno inestirpabile di un paese che, tutt’oggi, si chiama Commonwealth of Australia, e che è, tutt’oggi, una monarchia parlamentare a cui fa capo, tutt’oggi, Queen Elizabeth II.

E in effetti un quartiere suggestivo è The Rocks, la parte “antica” della città, un conglomerato di grandi edifici e piccole casine che nell’800 ospitavano rispettivamente magazzini di stoccaggio della lana, e casa dei poveracci. Oggi, tutto è stato riconvertito in musei, gallerie d’arte, negozi di tendenza e villette da milioni di dollari.
Nelle parti più “indi” della città, come Oxford Street e Paddington, si respire un po’ di quello che si respira nell’East Village qui a New York. Ma in versione molto molto blanda.
Se mi chiedete qual è il mio posto preferito di Sydney, vi dirò per tutta la vita, i Royal (aridaje) Botanical Gardens.
Sono grandi più o meno come l’Umbria, e si trovano nel cuore della città, modalità Central Park. Ospitano una quantità inverosimile di piante e fiori. Un’Arcadia in centro città, una natura addomesticata, a portata di mano, che registra sempre il modello conquistato-conquistatore, ma che almeno vi permette di imparare i nomi delle piante, i tipi di fiori.

Se correte per i giardini, smarrendo la via, vi potrebbe capitare di ritrovarvi davanti all’Art Gallery of New South Wales, il museo d’arte di riferimento della città. Avevo una mezza idea di visitarlo, ma poi, passandoci per caso, mi sono accorta di una cosa.
Lungo il frontespizio, su in cima, sono incisi i nomi degli artisti classici che hanno fatto la storia dell’arte.
Mi fermo a leggerli, con quel senso di orgoglio tricolore che spunta fuori quando noto che la stragrande maggioranza dei nomi sono italiani.
Donatello, Tintoretto, Giotto, Botticelli, Cimabue, Correggio, Bellini… Michael Angelo.

Michael Angelo??
Ma chi? Il nipote australiano di Don Vito Corleone??    

Questo è il classico dilemma del rettificare vs preservare. Correggiamo lo strafalcione, consapevoli che l’errare human est, oppure manteniamo l’errore perché si tratta pur sempre di un palazzo antico, e quindi intoccabile?
Per rispetto all’ortografia, e ribellione contro il preservare diabolicum, non sono andata a visitare il museo.

Forse Sydney sarebbe stata diversa ai miei occhi se non abitassi a New York?
Ho avuto 22 ore di volo per chiedermi questa domanda. Non che le 22 ore mi abbiano dato una risposta definitiva. Ma è indubbio che abitare a New York alzi l’asticella delle aspettative di una metropoli. Ti permette anche dei paragoni pratici.
Il cinema, per esempio.
Un biglietto a New York costa in media 15 dollari. A Sydney 22 dollari. E sono andata in due cinema considerati “d’essai”, non in sale blockbuster, dove il prezzo sale.
Se poi volete vedervi un film sotto le stelle, cosa che si può fare benissimo —hanno eretto una piattaforma sul mare, nei Giardini Botanici, vista Opera House e skyline della città che mi ha fatto salivare per mezz’ora — se volete concedervi un film lì, preparatevi a sborsare 40 dollari. A New York, i film all’aperto sono gratis.

Ma certo se si va in Australia, non si va per le città. Si va per l’outback, per la NATURA, e lo scrivo così perché la sola N maiuscola non basta. Perché lei, lì, è onnipotente, schiacciante, e varia. In Australia trovate la barriera corallina più estesa del pianeta, le Alpi ricoperte di neve, la steppa, la giungla, il deserto. Forse anche la pampa (!). Insomma, è il paradiso del viaggio d’esplorazione. L’urbano è un accessorio, il tettuccio apribile in una berlina che monta tutto di serie.
Purtroppo io sono urbana, quindi, a un certo punto, sento il richiamo del calcestruzzo.

Quanto a Newcastle, è una grande ghost-town, un mistero. Molto pulita, in ordine, tranquilla, ma tremendamente spopolata. Mi hanno detto che il movimento che caratterizza le città australiane è molto diverso da quello che caratterizza le città europee o americane. Il centrocittà non è ambito. L’ambizione è andare ad abitare in periferia, nei quartieri residenziali in cui potete farvi il giardino con il vialetto.
Il centro di Newcastle è pressoché disabitato, la maggior parte dei negozi, sfitta. Quindi dopo un mese lì, ero molto curiosa di testare l’urbanità australiana con Sydney. Ma anche a Sydney, il movimento è lo stesso. Moltissimi abitano nelle periferie. Se avete i milioni, a Balmain, un quartiere a ovest del centrocittà che, once again, in passato era abitato dai proletari che non potevano permettersi di abitare in città, e che, da qualche anno a questa parte, è diventato il gota del posh, con ville i cui prezzi rasentano il Greenwich Village newyorkese.
Se sia nato prima lo stilista Pierre Balmain, o il quartiere, e/o se cia sia una correlazione, è un dubbio che ancora mi attanaglia.

Di un fatto che mi è capitato a Newcastle durante la mia permanenza, vi parlo nel prossimo Lez Muvi. Quindi, stay tuned.

A Sydney, sono stata al Verona Cinema a vedere “Little Women” di Greta Gerwig, e al Dendy Theater a vedere “Bombshell” di Jay Roach. Non vi parlerò di nessuno dei due. Io amo molto Greta Gerwig, e vado a vedere tutto ciò che ella tocca, ma questo “Piccole donne”, per quanto ben fatto e ben recitato, non mi pare nulla di speciale.
“Bombshell”, invece, lo consiglio, per una questione storica. Io mi ero appena trasferita in America quando lo scandalo delle molestie all’interno di Fox News scoppiò. All’epoca ero troppo ubriaca di New York per prestare attenzione alla vicenda. Ma oggi, mi è piaciuto vedermela spiegata sul grande schermo, pur filtrata dalla fictionalizzazione — il film è “ispirato a”.
Charlize Theron, non pare nemmeno lei, tanta è la malta make-up che le hanno spalmato in faccia. E lo stesso dicasi per la quantità di botox finita sottopelle a Nicole Kidman. Me se il trucco dal viso di Charlize, una volta tolto, ha riportato alla luce, lo splendore della dea sudafricana Charlize, il botox di Nicole continua a farla sembrare una bambola di celluloide.
Di Margot Robbie, non serve che aggiunga nulla se non, quando la bravura incontra Afrodite.

No, oggi vi parlo di un film che ho visto la sera stessa del mio rientro a New York. La voglia della mia sala al Lincoln Center era così forte da mettere in stand-by le 14 ore di fuso che dividono New York e Sydney — solo in stand-by: dopo una settimana, sto ancora smaltendo…
Sono stata a vedere “La vita invisibile di Eurídice Gusmão” di Karim Aïnouz, regista brasiliano che si è portato a casa da Cannes il premio “Un Certain Regard”.
Siamo a Rio de Janeiro nel 1950. Eurídice e Guida sono due sorelle inseparabili, con dei genitori molto vecchia scuola — tu, femmina, occhi bassi, tu, femmina, scostumata. Ma nonostante questa vita di clausura, o forse proprio per quella, entrambe bruciano di sogni: Eurídice vuole andare a studiare pianoforte al Conservatorio di Vienna, mentre Guida vuole l’amore: crede di averlo trovato nel bel marinaio greco che l’ha da poco sedotta. Tutte e due ardono di passione, ma in modo diverso. Quella di Guida è irrefrenabile e la porta a imbarcarsi con il bel marinaio alla volta della Grecia. Euridice rimane a casa, a piangere la sorella e a sognare il conservatorio.
Purtroppo il cliché del marinaio farfallone si dimostra essere tutt’altro che un cliché. Dopo qualche mese Guida torna a Rio, incinta. Potete immaginare la reazione del padre. Tu svergognata, non esisti più per questa famiglia, vattenn’.
Porta chiusa in faccia.

Nel frattempo Euridice obbedisce ai genitori e sposa Feliciano, un uomo goffo, emotivamente rozzo, che cerca di amarla, ma che proprio non ci riesce. Euridice continua a studiare per iscriversi al conservatorio, e nel frattempo ingaggia un investigatore privato per rintracciare l’amata sorella: non può accettare il fatto di non rivederla più.
E così la vita delle due sorelle scorre parallela, vicinissima e distante. Guida trova una nuova casa dalla prostituta Filomena, che diventerà una sorta di madre acquisita, a riprova che le famiglie d’elezione sbocciano sulle macerie delle famiglie di sangue, nei posti più impensati. Continuerà a inviare lettere alla sorella, lettere che la madre delle due non farà pervenire a Euridice. E quest’ultima continua a studiare pianoforte, ma a un certo punto, schiacciata da un ambiente famigliare costrittivo e retrogado, esplode, o implode, impazzisce. Nel momento massimo di autodistruzione, fa qualcosa che le impedirà per sempre di suonare.
La vita passa. Le due sorelle sempre vicine e sempre lontane. Finché la verità viene a galla. E forse non è troppo tardi.

Il regista è un maestro a dividere in due il film e raccontare il cammino parallelo di queste due donne, costrette a vivere i soprusi della società maschilista del Brasile degli anni ’50. Due anime sottili, appassionate, che finiscono nel tritacarne dell’omertà, del perbenismo, del valori piccolo borghesi. Non c’è, tuttavia, il pietismo, la lacrimosità, né il femminismo strillato. Tutto è mostrato così com’è, porto allo spettatore senza alcun tipo di confezione, abbruttimento, abbellimento. Tutto è realisticamente abominevole. Come le prima notte di nozze di Euridice. L’incubo di ogni donna che prende forma davanti ai tuoi occhi. E soprattutto, la meschinità, la piccolezza di un modo di pensare meschile che voleva la donna asservita, chiusa e rinchiusa. Un corpo ambulante senza cervello, senza voce, senza nulla che possa uscire da se stessa se non figli e manicaretti.

E Guida, Guida, tragica Guida! Che subisce l’onta dell’abbandono dal suo amore, la vergogna dell’esser ripudiata dal padre, e la beffa della sorte che tiene distanti due sorelle che abitano a una manciata di chilometri di distanza.
È una storia straziante, questa di Euridice e Guida, che parla alle donne in una lingua che ogni donna di ogni generazione può capire. Ma che parla anche in maniera straordinariamente efficace agli uomini. Che dice, “ecco, vedete? Non fatelo mai più, veh”, ma senza gridarlo, senza tirar fuori femminismi spaventa-maschi e #metoo spaventa-tutti.

Saranno state le 14 ore di fuso, oppure l’impatto emotivo, ma io, Sara Fruner, Board dal cuore cinematografico di ghiaccio ma solo in superficie, ho pianto come non piangevo da “Titanic” —dove si piange per rabbia, non per emozione, perché se Rose si faceva un po’ più in là, su quella porta-zattera, ci stava pure Jack, dai.
Quindi lo consiglio a tutti, non perdetelo!

Se volete dare uno sguardo all’Australia tra 2019 e 2020, qui trovate il FruAussie, che sembra un malanno del cavo orale, e invece no, è un album fotografico 🙂

E anche per stasera, dalla bifora di questo 2020 alla quale finalmente possiamo affarci, vi ringrazio tanto per l’attenzione, e vi porgo dei saluti ardentemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More