Posts made in 3 Febbraio, 2020

LET’S MOVIE 423 da NYC commenta “GRETEL AND HANSEL” di Oz Perkins

LET’S MOVIE 423 da NYC commenta “GRETEL AND HANSEL” di Oz Perkins

Ma Moviers,

voi ce l’avete un incubo, un mostro di situazione da cui vi sentite minacciati e che temete da sempre? Una specie di spauracchio ancestrale, che vi perseguita sin dalla tenera età?
Io ne ho.
Più di uno.
Parecchi —se dici la verità, dilla tutta.

Due di quelli più longevi e inveterati sono la perdita del passaporto, e la perdita del portafoglio. Il primo, a seguito del mio trasferimento qui, è peggiorato. L’idea di perdere il passaporto con dentro il visto, di trovarmi faccia a faccia con l’Immigrazione americana, un gigante senza cervello ma con infinite braccia (armate), mi fa rabbrividire fin nel midollo.
Anche la perdita del portafoglio ha sempre rappresentato un grado di livello “Shining” nella mia personale scala delle situazioni orrifiche in cui ritrovarmi.
 
Poi quando è capitato, il giorno del mio compleanno del 2019, dopo nemmeno 24 ore dal mio arrivo in Australia, ho capito che c’è una bella differenza tra l’horror della paura e la realtà delle cose.
Che la realtà è molto meglio dell’horror.
Immaginavo che sarei rimasta disintegrata sotto il peso degli eventi. Sola, in Oceania, senza il becco di un contante se non una stropicciata banconota da 5 dollari americani —che non valgono un becco di niente nella terra dove quelli australiani valgono tutto — con la prospettiva di 30 giorni davanti in cui sopravvivere.
Quando è successo, ho tracciato un’associazione molto riuscita tra me e le migliaia di galeotti che, nell’‘800, il Vecchio Mondo scaricava con oliata regolarità nell’immacolata Australia.
Sarei stata anch’io come loro, confinata a vita nella periferia del Nuovo Galles del Sud.
Invece no, le cose sono andate diversamente. E io, al momento, non sto né picconando una miniera, né posando binari in mezzo al bush.

Nell’istante in cui mi sono resa conto di aver lasciato il portafoglio in una busta della spesa in un parchetto, dove mi ero attardata ad ascoltare dieci minuti di musica live sgangherata, in quel momento, il mondo non si è staccato dall’asse terrestre, non è rotolato via.
Sono rimasta incredibilmente calma. Una calma che non avrei mai pensato di poter generare all’interno del mio corpo elettrico. Certo sono volata sul luogo incriminato, certo ho chiesto a tutti i negozianti tutt’intorno con un fare concitato se avessero visto una borsa nera ai piedi di una panchina. Certo ho fatto tutto questo crivellandomi con una mitraglia di Fu*k Fu*k Fu*k Fu*k Fu*k.
Ma la terra ha continuato a girare. Il cielo non è caduto giù.

Nulla è irreparabile. Nemmeno perdere tutti i soldi, tutti i documenti — tranne il passaporto! — nemmeno se vi trovate letteralmente all’altro capo del mondo.
L’accettazione dell’idea che non avrei ritrovato il portafoglio, e soprattutto, avendo accettato che la cosa sia successa a me, a me, che tendo ad essere attentissima a queste cose, mi ha messo ammollo in un bagno di umilità lungo 30 giorni, da cui sono emersa con la remissività d’una Chiara d’Assisi. Perché sì, queste cose possono succedere anche a me. Perché no, non sono infallibile, protetta da qualche grazia divina, risparmiata da qualche potere soprannaturale.
Sono umana, fallace, smemorata, distratta, sventata. Frana.
Ma così come ho capito quello, ho capito anche che le cose si risolvono. Che non è la fine del mondo.

Dopo la tappa ai negozianti, la seconda tappa è stata alla Centrale di Polizia, per sporgere denuncia.
Mentre coprivo i cinque minuti di strada a piedi che separavano la mia residenza dalla Centrale, mi chiedevo, ma che razza di crimini potranno mai registrare, a Newcastle? Furto di una tavola da surf? Contrabbando di tavole da surf? Contraffazione di tavole da surf?
Esisterà qualche infrazione che non coinvolga le tavole da surf?
E certo quando sono entrata nella Centrale, il panorama è stato quello che avevo immaginato.
Deserto.
Certo, mi dico, le tavole da surf si proteggono a costo della propria stessa vita, figurarsi se succede loro qualcosa.

Spiego all’ufficiale William Lorrie quello che mi è successo.
Mi chiede dove alloggio.
A The Lock-Up, rispondo io.
“Lock-Up” in inglese significa galera. Dire a un poliziotto che abitate in una galera spiega la sua espressione perplessa. Capisco che non conosce il museo/spazio artistico a 5 minuti di distanza dalla Centrale (!), e mi affretto a spiegargli di cosa si tratta.
Emette un suono simile ad “Ah yoah”, che immagino sia un “ah sì”. Il mio primo assaggio dell’Australian English, una lingua forse celtica, forse fenicia, che non ha nulla a che vedere con l’inglese britannico, americano o standard che io abbia mai sentito, studiato, immaginato.

Mi parla e io non capisco nulla. Letteralmente nulla. Allora metto in pratica la mossa che insegno a tutti i miei studenti. Prevenire il contenuto delle sue domande.
Cosa può chiedermi… Quando ho perso il portafoglio, e dove.
La mossa funziona. Gli spiego tutto.

Quando parla, mi rendo conto che nell’Australian English le vocali vanno per conto loro, in un posto molto lontano dal posto in cui finiscono quelle italiane o quelle dell’inglese comune. È un posto nuovo, dai contorni sconosciuti. E’ lo stesso posto in cui sono finite le vocali dello spazzino che ho fermato nel parchetto dove ho dimenticato la borsa. Quando mi ha risposto, le sue vocali sono corse esattamente nel posto delle vocali dell’ufficiale. Che poi è il posto in cui immagino corranno tutte le vocali di tutti gli australiani.
La corsa delle vocali, in sé, potrebbe essere un fenomeno buffo da osservarsi, se non aveste smarrito il portafogli e steste cercando di uscire dal capolavoro di pasticcio che vi siete cucinati con le vostre mani.

Dopo le formalità di rito, William mi chiede di descrivergli il portafoglio.
E qui io parto in quarta perché sono fissata con i dettagli e le descrizioni mi sono sempre piaciute. In più, ho avuto modo di descrivere solo la mia bici rubata ai Carabinieri di Trento, nel 2014, che non apprezzarono molto il mio “d’un color bluette metallizzato tendente all’indaco con scritte bianco ghiaccio e manopole all’apparenza rigide, ma morbide quando le impugni”.
Allora parto all’attacco. “Ok, it’s a big purse, on the fat side, black in color, but with tiny wee white doodles, in the shape of little bows…”
Il sergente mi guarda e vedo succedere qualcosa ai suoi occhi azzurri e al suo viso da australiano bonaccione.
Capisco di aver detto qualcosa che non va. Ma cosa?
“Sai cosa vuol dire ‘doodle’ in Australian English?”, mi chiede.
Per me “doodle” ha sempre significato disegnino, scarabocchio. Ma non solo per me, per tutto il mondo. Cioè, il Doodle di Google me lo invento io o cosa?
“No”, rispondo io, in un soffio di voce.
Lui scoppia a ridere
“Small penis”.

Allora.
Io, in poco meno di venti secondi, ho annaspato nell’Australian English, ho detto che abito in una galera e che il mio portafoglio è ricoperto di piccoli peni bianchi a forma di fiocco.
Tanti anni di studio buttati alle ortiche.
William, che è un burlone, lo dice alla collega seduta alla scrivania poco distante. E anche lei esplode in una risata da martedì grasso.
Io, che, ricordo, ho da poco realizzato di aver perso il portafoglio con tutti i miei averi e la mia identità a metà fra Italia e America, provo a scusarmi con un “OMG, I am sorry… I couldn’t really know…”, sicuramente sul mio viso transitano tutte le centocinquanta sfumature del rosso, dal vermiglio al rosa cipria, ma nulla sembra fermare le risate di questi due burloni.

Finito il siparietto, io ringrazio per l’assistenza, saluto e mi dirigo a casa. Dopo un paio di minuti, però, mi viene in mente un dettaglio che avrebbe potuto essere utile alle indagini (!). Torno indietro, il Sergente mi vede e prorompe in un “Ehi guys, the doodle lady is here again!”.
Da dietro le finestre che dividono l’open space da un altro open space, si alzano, dalle rispettive scrivanie, quattro energumeni fasciati in divise molto molto strette, impazienti di vedere Lady Doodle, la Signora dei Piccoli Peni.
Mi vedono, scoppiano a ridere, William con loro, e anche la poliziotta alla scrivania.
Io penso di essere finita nella Centrale di Polizia del Benny Hill Show. E cosa posso fare se non ridere anch’io?

Il giorno prima di partire per Sydney, passo alla Centrale per farmi stampare una copia della denuncia da portare in Italia per il giorno in cui dovrò rifare la patente, la Motorizzazione farà storie e vorrà liquidarmi con un “senza denuncia non possiamo far nulla”, e io la produrrò con prontezza Houdini.
Appena William mi vede, “Ehi guys, the Doodle Lady is back!!”.
Stessa scena del 22 dicembre. Energumeni che spuntano su dalle loro scrivanie, poliziotta che riemerge da dietro il computer, risate.

Dunque, per ricapitolare. Ho perso il portafoglio, non l’ho ritrovato, e per le forze dell’ordine di Newcastle sono la Signora dei Piccoli Peni.
Ma almeno il mondo non è rotolato giù nello scarico dell’universo.
Se vi chiedete come ho fatto a evitare un mese senza contanti, un bonifico alla molto-umana direttrice di The Lock-Up, che mi ha dato cash, vi toglierà ogni dubbio.

Una cosa mi dispiace.
Nel mio portafoglio conservavo una banconota da 1.000 lire. Non quelle Newage con la Montessori colorata, quelle con Marco Polo da una parte, e Palazzo Ducale dall’altra — e quale valuta al mondo si porta un esploratore-sognatore in copertina, dico io?!
La tenevo con me sin dalle elementari, le ho fatto traslocare anni di portafogli.
Sull’angolo in alto a sinistra qualcuno aveva stampigliato due lettere, FS. In caratteri gotici, antichi, quelli che vi fanno pensare a regni, interregni, vassalli e valvassori.
Quelle due lettere lì, FS, dicevano a me bambina che quella banconota era destinata a me.
FS, Fruner Sara.
Wow.
Solo più tardi avrei appreso che in Italia, FS è per tutti “Ferrovie dello Stato”, e forse qualche zelante impiegato a corto di post-it aveva provato un nuovo timbro sull’angolo di una banconota a portata di mano.
O forse erano davvero destinate a me.
Wow.
Ho conservato quella banconota per tutti quegli anni.
Ora è da qualche parte in Australia.
Forse un giorno, da qualche parte in Australia, spunterà un albero che in primavera sboccerà fiori di mille lire, e profumerà arie di paesi lontani.
C’è un senso recondito dietro tutto.

Questa settimana, vuoi per mancanza di film d’un certo peso, vuoi per il mood dell’horror di questo Lez Muvi, sono andata a vedermi proprio un horror. Gretel e Hansel, di Oz Perkins.
Ricordo di aver visto il trailer un paio di mesi fa al cinema, e di essere rimasta colpita dal titolo, che ribalta l’ordine classico e mette per prima Gretel. Chissà perché Hansel retrocede, mi sono detta, facendomi l’appunto mentale di non perdermi il film.

Si capisce subito, la pole position di Gretel e la retrocessione di Hansel. E’ Gretel, la vera protagonista. A differenza della fabia dei fratelli Grimm — che anche loro, quanto a horror, non avevano nulla da imparare — la Gretel di Perkins non è una bambina. E’ un’adolescente di sedici anni, che deve badare al fratellino Hansel — buffo, adorabile nei suoi otto-nove anni, assolutamente inutile ai fini della sopravvivenza. Sì perché, proprio come nella fiaba, i due vengono cacciati di casa dalla matrigna cattiva, ma non per gelosie interne, ma per fame. Il mondo è raziato dalla carestia, e un fabbro e una matrigna non riescono a sfamare due giovani bocche.
Gretel rifiuta anche un posto di lavoro come governante da un sudicio individuo, che, con sudicia insistenza le chiede, “Are you untouched?”.
Gretel, ragazzina che non si fa mettere i piedi in testa, e certo non le mani in parti dove nessun sudicio deve metterle, dice no. Dice sì alla prospettiva della fame, ma dice no al molestatore. Bello quando una fiaba riverbera la contemporaneità in maniera tanto lugubremente radiosa.
Allora i due fratelli s’inoltrano nel bosco. Che non è il bosco delle meraviglie. E’ il bosco delle brutture. Ombre, bambini dispersi, veri o solo immaginati. Strane presenze. Finché i due, stremati dalla fame, arrivano davanti a una casetta dal tetto a punta — che, a dirla tutta, fa più progetto di Mies Van der Hohe, che casa di marzapane. La casa non è letteralmente di marzapane come quella dei Grimm, ma ci viene detto che profuma di torta, e lo scivolo di bacon.
Ci vive una vecchia, di nero vestita, con le punta delle dita ugualmente nere, magra come un chiodo, misteriosa come la notte. Davanti a un tavolo ricco di prelibatezze, i due cominciano a mangiare di gusto. L’idea è quella di pernottare e poi proseguire il cammnino. Ma la vecchia è così gentile, così accogliente, che i due rimangono.
Dopo poco, Gretel e Hansel, scopriranno però che la vecchina non è una semplice vecchina, e che devono pagare un prezzo per la loro permanenza… Perché quando si prende qualcosa, qualcosa bisogna ritornare. Sempre.

Il film è davvero originale nel modo in cui sposa la fiaba classica e al contempo ci divorzia, proponendo una lettura nuova — un finale nuovo — al racconto dei Fratelli Grimm, aggiungendo anche uno strato narrativo nuovo: c’era una volta una bambina che portava un cappello rosa, la bambina più bella del mondo, e con il potere di vedere le cose. Una bambina che, anche, si portava il male dentro. Gretel racconta sempre al fratello la storia di questa bambina, abbandonata nel bosco dai genitori perché cattiva. Sente una particolare affinità con lei: anche lei, Gretel, vede le cose. Vede prima che succedano. Alla fine del film, capiremo chi è questa bambina dal cappello rosa. Chi è la vecchia straga nella casa di Mies Van der Hohe.

Le atmosfere sono inquietanti, i colori lividi e certe riprese davvero macabre. Tutto perfetto per un horror. Il sangue è più che altro solo immaginato e, tranne una scena di interiora, non si trova un solo secondo splatter in tutti i 127 minuti di girato. Questo lo rende un horror di classe rispetto a quelli che puntano tutto sui sensazionalismi gore. Il difetto che gli trovo sta nell’uso poco bilanciato della musica. Eccessiva. Non c’è un solo secondo in cui regni il silenzio. Per come la vedo io, non c’è nulla di più orrorifico di un minuto di silenzio nel punto giusto — magari in pieno giorno. Invece la colonna sonora, certo molto paurosa, ma sempre pompata, finisce per estenuare, rovina la suspence: se tutto è suspence, nulla è suspence.  

E ancora, l’idea di trasformare Gretel in un’adolesente con una testa pensante sulle spalle, che agisce per sé e il fratello, che salva entrambi da situazioni di pericolo e scopre la sua vera vocazione — per quanto non proprio rosea — trasforma questa lettura della fiaba classica in un percorso di formazione nuovo e al tempo stesso atavico. Gretel non vivrà felice e contenta con la ritrovata famiglia. Gretel vivrà quello che la sua natura ha in serbo per lei.
In questo momento pre-Oscar, in cui non si parla che di Oscar a René Zellwegger per “Judy” — no ma seriously?? — “Gretel e Hansel” è un felice, e fatale, antidoto che porgo a tutti voi, malefici Moviers. 🙂
In Italia dovete aspettare fino a fine mese, ma non scordatevelo.

E anche per oggi abbiamo toccato il fondo, e ora risaliamo nel lunedì.
Come sempre ringraziamenti a tutti, e saluti, questa sera, dubbiosamente cinematografici.

Let’s Movie
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