LET’S MOVIE 423 da NYC commenta LA RAGAZZA D’AUTUNNO (BEANPOLE) e propone la WISH LIST per gli OSCAR 2020

LET’S MOVIE 423 da NYC commenta LA RAGAZZA D’AUTUNNO (BEANPOLE) e propone la WISH LIST per gli OSCAR 2020

Fastidi, Fellows,

di carattere idraulico.
Prendete un venerdì di febbraio in cui piove una pioggia non invernale, ma tutta primaverile. Quegli scrosci da climate change con cui ci ha lavato la capa la nordica Greta, che forse, avesse avuto un suo Hansel per giocare, oggi farebbe altro. Ed ecco che la Broadway esplode. E non di traffico, in senso figurato. Esplode la strada. L’asfalto. Una crepa di quelle che vedete in Italia, nord e sud, da Castelfranco a Gallipoli — la cardinalità non conta, quando si parla di strade che si aprono.
Un po’ di pioggia e l’arteria pulsante di New York, una via che s’è fatta persino quartiere, abbracciando il teatro, il musical e pure generando la sua controparte alternativa “Off”, un venerdì mattina di febbraio, erutta.

Quando riemergo dalla metro, post-piscina, i fumi del cloro negli occhi miscelati alla nebbia della pioggia, stento a credere ai miei occhi. In tre anni newyorkesi ho visto scene di pessima manutenzione stradale, infrastrutturale e simile, ma mai un crepaccio di queste proporzioni aprirsi in mezzo alla strada. In una strada di queste proporzioni.

Mi piazzo in mezzo alla corsia ovest, momentaneamente chiusa al traffico da nastri gialli CSI. Una quantità di addetti ai lavori stanno attendendo ai lavori. Un nugolo di operai dell’MTA, si grattano l’elmetto, indecisi se chiudere la fermata della metro da dove sono appena sbucata. Oltre al crepaccio che si è appena aperto tra la 111esima e la 112esima, la Broadway è completamente allagata. In alcuni punti l’acqua scorre tipo torrente caffelatte. Noto alcune chiazze infangate e penso all’Antico Egitto, quando il Nilo esondava e benediva la terra con il suo sacro limo. Quello newyorkese ne conserva forse il colore. Sulla sacralità, nutro forti dubbi.
Allora sì, mi piazzo in mezzo alla carreggiata bordata con il nastro adesivo e scatto un paio di foto, prevedendo il sopraggiungere della solita forza dell’ordine che mi intimerà di muovermi, di non scattare nulla, di non fare niente, come ordinaria amministrazione comanda. Invece no, nessuno mi dice nulla. Tutti troppo impegnati a grattarsi gli elmetti e a capire come tirare fuori la città da questo impiccio nel più breve tempo possibile.

Mi avvio a casa ed ecco che sullo specchio nell’ascensore, con una prontezza newyorkese, un avviso mi comunica che, a causa della rottura di una grossa tubatura sulla 111esima, la qualità dell’acqua del palazzo potrebbe risentirne. “You may be experiencing brown water”. Poi il solito rassicurante “vi terremo aggiornati” dopo lo spiacevole annucio che la Città sta valutando se chiudere l’acqua nella zona per le prossime 24 ore.
In realtà, ero già informata di tutto. Mentre scattavo le foto, il mio housemate Bob, mi avvisava via sms di quanto sopra.

Mi colpisce sempre molto, questa contraddizione: da un lato la prontezza con cui i disagi si notificano, dall’altro, la città che, infrastrutturalmente, sta cadendo a pezzi. Come se la celerità della notifica potesse in qualche modo attenuarne il contenuto.
Comunque, no, nessuna attenuante.

Se un antico romano degli anni d’oro dell’Impero, in uno balzo temporal-quantico, potesse passare da queste parti, si metterebbe le mani nei capelli. Anzi, più probabilmente, se la riderebbe. “Anvedi questi”, e scrollata del capo direttamente da un’epoca che vantava due fiori all’occhiello: le strade e gli acquedotti.
Se una mattina di pioggia riduce in ginocchio la viabilità newyorkese, forse c’è qualcosa da sistemare nel sistema idrico newyorkese.
Di sicuro c’è molto da sistemare nel sistema idraulico del mio palazzo.

La sera prima di partire per l’Australia, noto una piccola pozza ai piedi del lavandino del mio bagno.
Non faccio nulla, non tocco nulla. Non come a Trento, dove smontai tutto l’apparato digerente di tubature sotto il lavandino, e lo rimontai con precisione chirurgica, stupendomi che una persona tanto manualmente inetta come me potesse riuscire in un’operazione tanto delicata.
Ma qui ho capito che se abiti in un palazzo gestito da una Co-op, tu non tocchi nulla. La Co-op tocca per te.
Suona paradisiaco, vero? Niente più scocciature. Una telefonata al “super”, il tuttofare che pensa alla manutenzione del palazzo, e tutto si sistema. Voi infilate le vostre Manolo Bhlanik, e tutti vissero quintastrada e contenti.
Ebbene no, le cose non stanno così. Nella New York reale, il vostro tuttofare fa da semplice ambasciator-non-porta-pena tra la ditta che gestisce l’immobile e il Board — non io— che detiene le quote dell’immobile.
Nella New York reale, lo store di Manolo Bhlanik sulla 53esima ha chiuso da quasi sei mesi, cancellando l’ipotesi del giorno in cui, armata di 5-600 dollari da buttare, avrei fatto una pazzia.

Prima di partire dico a Bob, Bob, il lavandino del mio bagno perde. Mentre sono via, fagli dare un’occhiata da qualcuno per favore.
Il sottinteso era, sto via un mese. Hai un mese di tempo. Vedi di fare qualcosa.
Mai consegnare ai sottintesi l’agibilità del vostro bagno.

Dopo un mese d’Australia torno, apro l’acqua e sotto la colonna che sostiene il lavandino si forma la stessa pozza della sera prima della mia partenza. Ma con maggior rapidità.
Alzo gli occhi al cielo, inspiro, ed espiro un “Booob” lungo un quarto d’ora.
Non voglio rovinarmi il mood post-rientro, in più ho un viaggio di trenta ore sulle spalle, e le famose 14 ore di jetlag — che avrei impiegato dieci giorni a smaltire.
Boooob candidamente ammette tutta la sua colpevolezza, “Sorry, I should have taken care of it”.
Detesto il condizionale passato.

Ora, Bob non è Amministratore Delegato della CNN. Non è nemmeno il mio settantaduenne iperattivo pupil Stephen, la cui agenda è coperta da yoga, italiano, nuoto, volontariato, maratone, viaggi tra Azerbaigian e Puerto Vallarta, e, due weekend fa, pure matrimonio — il suo — a Las Vegas. Bob si divide fra la poltrona di camera sua, il tavolo della cucina, il football il sabato mattina a Central Park, qualche sciata sulle Catskills e l’opera il venerdì sera.
Certo io non sono andata nel Darfur a portare sollievo ai sofferenti.
Ma comunque per un mese ho lavorato alle mie cose.
Ho anche appreso la filosofia del surf. Assumendo la nuova identità di Lady Doodle.

Da quel giorno, il 19 gennaio, comincia un imbarazzante balletto fra tra la ditta che gestisce l’immobile e il Board che detiene le quote dell’immobile. Prima si rimbalzano il lavoro con scioltezza tutta italiana — questo spetta a te, no guarda, questo spetta a te.
Una volta giunti a un accordo, arrivano un paio di individui, che non ho il piacere di vedere, che staccano il lavandino dal muro, rimuovono le piastrelle dalla parete e tolgono il tubo dell’acqua. Ma lasciano tutto lì così, in un perverso esempio di cucina destrutturata dove gli ingredienti sono il lavandino per terra e il buco nel muro. Bisogna sostituire il tubo, mi si dice.
Altri giorni passano.

Finalmente arriva un idraulico afromericano grosso come Mike Tyson, ma con un sorriso pezzo di pane, che finalmente sostituisce il tubo, rimette il lavandino al suo posto.
Però, I am very sorry for the inconvenience, ma non può coprire il buco nel muro, rimettendo le piastrelle al loro posto perché quello è un lavoro che compete alla ditta che gestisce la manutezione dell’immobile — evidentemente lui fa parte del team avversario.
Noto che la danza delle competenze prosegue.

“But at least you can use the sink”. Mi dice vedendo la mia esasperazione montare e cercando di farmi vedere il bicchiere mezzo pieno — americani campioni di bicchiere mezzo pieno.
La mia esasperazione non è proprio un capriccio. Ho passato venti giorni con il cadavere del mio lavandino a guardarmi, arto, morto, dal pavimento del bagno. Un omicidio rivissuto ogni volta che, per venti giorni, sono entrata in bagno.
Per venti giorni mi sono lavata la faccia, le mani, i denti nella vasca da bagno, con le macerie tutt’intorno.

A oggi, domenica 9 febbraio 2020, sono ancora in attesa che il buco, temporaneamente rattoppato con cartone e nastro adesivo — quello grigio con cui si legano le persone rapite, o i di loro cadaveri — venga sostituito dalla pila di piastrelle che giacciono da qualche parte, ma certo non nelle vicinanze del mio lavandino.
Venerdì Bob mi ha comunicato che gli operai verrano martedì.
“Probably”.
Il pavimento del mio bagno, di solito d’un bel bianco pulito, è sembrato, per venticinque giorni, la metropolitana di New York. E nemmeno il lavanda alle pareti di cui tutti sapete, può nulla contro la metropolitana di New York.

Ho detto a Bob che sono senza parole. Che in Italia certi lavori si fanno coi piedi, certo, ma se succedesse una cosa del genere, un rimpallo del genere, il cliente andrebbe su tutte le furie con tutti, dal primo incompetente all’ultimo. Qui invece gli inquilini assumono una sorta di fatalistica rassegnazione.
“È un palazzo vecchio”, si arrampica sugli specchi Bob. Io lo guardo con sguardo “Ti sembra la Reggia di Caserta? Palazzo Pitti?”. Ma so che il 1909 è praticamente il Rinascimento in America, e il Rockfall, dove abitiamo, è del 1909.
Bob ritenta, senza essere più fortunato. “Due anni fa è capitata la stessa cosa anche al lavandino del mio bagno”, dice. “Ho aspettato tre mesi”.
Al che io rispondo, impassibile come un coma farmacologico, fair enough, tu hai aspettato, io no. E se c’è da chiamare un idraulico esterno, lo si chiama e me lo pago.

Allora ho capito che una grossa componente di questa fatalistica rassegnazione è di carattere economico. Questi lavori di manutenzione sono coperti da mamma Co-op. Quindi gli inquilini, tacciono, convivono con le magagne domestiche da riprare, e aspettano che mamma Co-op si decida.
Ho fatto presente a Bob che New York City non è il terzo mondo, e che modi di fare di questo genere non me li sarei aspettati da New York City. Ho aggiunto che tutto ciò mi ha fatto rivalutare la rinomata disorganizzazione italiana. Perlomeno, me l’ha fatta inserire in un quadro di disorganizzazione internazionale. Italia disorganizzata nella media. Il che non è elogiare nessuna. È ridimensionare tutti.
Il disfunctional non conosce ius soli.

Bob, newyorkese da cento generazioni, è sempre molto critico nei confronti della sua città, quindi ha capito perfettamente le notevoli proporzioni del mio splendido scazzo. Ma ho visto una parte di orgoglio americano andare in frantumi sotto il bulldozzer dei dati di fatto.
C’è questa cosa, negli americani, che è terribilmente americana. Se qualcosa va male, s’incassa e si aspetta. Non si fa il diavolo a quattro.
Noi italiani facciamo il diavolo a quattro.

Ma ho molti dubbi in proposito.
E’ una questione legata all’impazienza, alla passione — molto spesso accostata, anche a sproposito, all’italianità — oppure a un senso di torto subìto da dover raddrizzare?
E ancora, parlo per il popolo italiano, oppure per me medesima, insofferente sopra ogni cosa alle lavar-di-denti nella vasca da bagno?
Quanto c’è di me nelle situazioni, e quanto c’è della mia italianità?
E’ molto difficile rispondere a queste domande. Ci sto pensando sin da quando il calvario idraulico è cominciato, e sto monitorando la mia intollerabilità, vedendola montare e montare.

Vediamo come concludono i lavori. Se prevarrà la castroneria, oppure se dovrò ricredermi.
A occhio, la prima che ho detto.
Questo messaggio oggi vi arriva prima del solito perché mi appresto a raggiungere il cinema del Roxy Hotel, a TriBeCa, dove, per il secondo anno consecutivo, presenzierò alla Oscar Night 2020.
Ovviamente, come un decennio a questa parte, in sync dall’Italia, l’Honorary Member Mic, per commentare a caldo vittorie, sconfitte, outfit. 🙂

Dunque il 2019 è stato un anno ricco di grossi film. Basti prendere la categoria Miglior Film. La statuetta, se la contendono 1917, The Irishman, Piccole donne, Jojo Rabbit, Joker, Storia di un matrimonio, C’era una volta… a Hollywood, Parasite, Le Mans 66 – La grande sfida. A parte quest’ultimo, che non ho visto, ma che mi si dice essere assai divertente, gli altri, sono tutti dei film di valore.

Io voglio che il Joker stra-vinca, perché se lo stra-merita, e anche Phoenix come miglior attore. Ma se decidono in qualche modo di boicottarlo, si premi Adam Driver, please. Cavallo di razza della recitazione, che tira fuori grandissime interpretazioni da film di nicchia — tutti a vedere Paterson, subito!

Un premio deve andare sicuramente a Jojo Rabbot, film rivelazione della stagione — quando la scorrettezza politica incontra l’estro comico e l’intelligenza.
Come miglior attrice, spero con ogni grammo del mio essere che l’Oscar NON vada a René Zellweger per Judy. Cantare, canterà anche bene, ma quanto alla recitazione, è una smorfia dietro l’altra. Ho passato due ore a rigirarmi nella poltrona manco fosse quella delle torture.

Direi che sia giunta l’ora di premiare la Scarlet Johansson nazionale, che ci ha regalato bellissime interpretazioni in questo ultimo decennio, partendo dal sonnolento L’uomo che sussurrava ai cavalli — sì, era lei, la bambina — per arrivare a Match Point — sì, era lei, schianto degli schianti. Faccio notare che concorre come miglior attrice protagonista, e non-protagonista — è una meraviglia, in Jojo Rabbit!
Almeno uno dei due, please.

Miglior attore non protagonista, direi Brad Pitt in C’era una volta a Hollywood. Così premiamo anche Tarantino. Che è pur sempre Taranino.

Miglior attrice non protagonista, assolutamente Laura Dern per Storia di un matrimonio. Personalità e carisma in un personaggio indimenticabile.
In più, il film di Baumbach deve vincere qualcosa. Come ebbi modo di dirvi, è una riuscitissima riscrittura di Kramer contro Kramer.

Come miglior film straniero, vincerà sicuramente Parasite, con tutta l’eco che ha avuto. Anche se mantengo le mie perplessità verso il film in sé. L’importante comunque è che non premino Dolor y Gloria di Almodovar, perché la lacrimevole storia del regista sul viale del tramonto è d’una sonnolenza da Tavor. Non fosse per il guizzo finale, il film, per me, trionfa solo nella categoria B-movie.

Miglior colonna sonora, se la jokano il Joker e 1917. Quest’ultima, più che sonora è una colonna infame, tanta è l’angoscia che ti mette addosso. Ma rende l’idea delle peripezie belliche del protagonista.

Miglior canzone, “(I’m Gonna) Love Me Again” di Rocketman, film purtroppo penalizzato: è uscito in estate e dopo l’isteria collettiva per Bohemian Rapsody — ricordiamo tutti l’affronto dello scorso anno con la vittora dello sconosciuto Rami Malek.

Raggiungere i bassifondi dell’edizione 2019 con la vittoria di Green Book a miglior film, sarà difficile. Ma si sa, il peggio non ha mai fine.
Magari il mediocrissimo, politically correct, super partes Piccole donne sbanca tutto. E sarebbe davvero “Scandal Part II”.

Il premio più difficile è per la regia. Scorsese, Mendes, Tarantino, Philips, Joon Ho hanno fatto tutti il loro dovere.
Ma io tifo Philips.

Questa settimana sono stata a vedere La ragazza d’autunno, in inglese Beanpole (spilungona), che s’è aggiudicato il Premio alla regia nella sezione Un Certain Regard a Cannes. I 28 nni del regista russo, Kantemir Balagov, lo accostano all’enfant prodige canadese Xavier Dolan. Se a 28 anni Kantemir gira un film così, chissà cosa ci propone quando arriva alla maturità dei trenta.

Leningrado, 1945, città stremata dalla Guerra appena finita.
La prima scena ci presenta subito la spilungona del titolo — che l’inglese conserva, l’italiano perde per strada.
Una ragazza alta alta, e in preda a uno dei suoi attacchi, che, vedremo nel film, la bloccano nel mezzo di qualsiasi cosa stia facendo. Qualsiasi, anche abbracciare un bambino… Probabilmente un disturbo post-traumatico da stress: lei, Iya, è stata infermeria sul fronte, e di magagne, deve averne viste tante. Proprio a causa di questi suoi momenti di alienazione, viene allontanata dal fronte e ricollocata in un ospedale della città.

Iya è legatissima all’amica Masha, della quale accudiva il figlio mentre lei, Masha, era ancora al fronte. Ma quando Masha torna per riprenderselo, il bambino non c’è più. Un abbraccio troppo stretto, se l’è portato via… Masha è una della scuola, morto un papa se ne fa un altro. Dopo aver scoperto di non poter più avere figli, intima a Iya, ricattandola con machiavellica spietatezza, fammi un figlio. “Voglio una vita dentro di me, qualcosa a cui aggrapparmi” — e come richiesta ci sta, se pensiamo al contesto in cui tutto questo ha luogo.
Iya lì per lì si rifiuta, ma poi, visto che la ama, e la ama di un amore passionale, non amicale, accetta di andare a letto con il Caporeparto dell’ospedale per rimanere incinta e “risarcire” così l’amata.

“Beanpole” è un film con una personalissima estetica visiva a cui corrispende un’altrettanto personalissima etica interna, costruita attorno a due personalità agli antipodi. Tanto Iya è enigmatica, chiusa, algida, ma capace di una devozione e di un sacrificio autentici, nonché marchiata da quella altezza eccessiva che la diversifica fisicamente da tutti gli altri, quanto Masha è rossa, carnale, istintiva, calcolatrice e spietata, ma, allo stesso tempo, rasa al suolo dal dolore: apprendiamo che al fronte, per sopravvivere, dava conforto sessuale ai soldati dopo i combattimenti. Il corpo femminile, un oggetto incastrato fra dolore e piacere.
Quando torna a casa, Masha non fa che perpetrare su Iya il male subito, nel perverso ciclo innescato dal macchinario della guerra.

La cosa davvero notevole di questo film — e che non ho mai visto in nessun film — è la sostanza del nucleo attorno a cui ruota, e lo spazio e il tempo dentro cui ruota. Al centro ci sono questioni come l’amore tra due donne e la maternità surrogata. Ma non siamo nell’alta borghesia romana di Ozpetek all’inizio degli anni 2000. Siamo nella Russia del 1945! Eppure questo non ci sconvolge. E’ assolutamente naturale come una madre che ha perso un figlio, che ha perso tutto durante la guerra — inclusa la possibilità di generare ancora — voglia una creatura a cui aggrapparsi. Ed è naturale che la donna che la ama, faccia di tutto per soddisfare questo suo desiderio. L’amore funziona anche al tempo di guerra.

“Beanpole” tratta anche da vicino il dramma dei veterani, rottami umani in cui non si ravvede un briciolo di eroismo. I corpi che zoppicano o giacciono mutilati nei letti dell’ospedale in cui Iya lavora sono proiezione fisica delle ferite interiori che tutti quelli che la guerra ha toccato, si portano dentro, Iya e Masha incluse.

Stilisticamente, è un film rigoroso, creativo, con un linguaggio sottile tutto suo. Siamo quasi sempre chiusi dentro negli interni squallidi della pensione in cui Iya e Masha alloggiano, dove dominano il rosso mattone e l’ocra, ma dove c’è anche spazio per uno sprazzo di verde, in forma di vernice sui muri e di un vestito che, infilato, porterà Masha ha una sorta di intima epifania. È uno stile molto personale e riconoscibile, e per questo si è applaudito così convintamente a Balagov. Tanto giovane, e tanto riconoscibile. Sarà bellissimo assistere, negli anni che abbiamo davanti, a una lotta tutta cinematografica, fra lui e l’amato Dolan.

Ed eccoci al termine, Fellows.
Io mi avvio al Roxy Hotel, scongiurando qualsiasi colpo di scena dettato dalla political correctness e dalla mediocrità.
A voi dico sempre tantegrazie, e mando dei saluti, irritantemente cinematografici.

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