LET’S MOVIE 426 da NYC commenta THE ASSISTANT di Kitty Green e certi OSCAR 2020

LET’S MOVIE 426 da NYC commenta THE ASSISTANT di Kitty Green e certi OSCAR 2020

METtete Moviers,

che vi perdiate “Porgy and Bess” al MET —Opera, intendo.
Voi direste, va be’, la ridaranno, no?
No.
“Porgy and Bess”, l’opera scritta da George Gershwin nel 1935, è una delle grandi dispute del paese in cui mi trovo a vivere.
Fosse un fatto di cronaca italiana, sarebbe Ustica. Uno di massoneria, la P2. Quegli insoluti che non smettono di tenere banco, e che si ripropongono, sistematicamente.
Così come con Ustica e la P2 si va ben oltre la cronaca e la massoneria, con “Porgy and Bess”, si va ben oltre la lirica.

Considerata l’unica vera opera americana, “Porgy and Bess” non veniva rappresentata al MET dal 1990. Trent’anni fa. E prima del ’90, le sue rappresentazioni si contano sulle dita di una mano. La stessa prima, non fu a New York City, ma, udite udite, a Boston Il MET, all’epoca, si rifiutò di accettare la clausola stabilita da Gershwin: “Porgy and Bess” deve essere recitata e cantata da cantanti neri. Non da bianchi truccati da neri.
Sì perché “Porgy and Bess” è un’opera in cui tutti i personaggi sono di colore.
Che carattere, il nostro Gershwin.

Se vi dico “Summertime”, la vostra reazione è, “and the livin’ is easy”, vero? E cominciate a canticchiarla e a ricordarvi di Ella Fitzgerald. Ebbene, quella è solo una delle tante arie che fanno parte dell’opera — la prima, l’overture — arie diventate famosissime nella storia e riprese dai giganti del blues e del jazz. Miles Davis, Nina Simone, Billie Holliday.
Ma allora, se è un’opera da cui i più grandi hanno attinto, se è considerata l’unica vera opera americana, perché è così spinoso metterla in scena?
Perché siamo negli Stati Uniti, e qui la questione della razza è un po’ come la mafia per noi italiani.
È sempre lì.

Volevo a tutti i costi andarla a vedere. Tantissimi anni fa, in Irlanda, incappai nel cd di Nina Simone “I loves you Porgy”, lo comprai e lo ascoltai fino a consumarlo. Non sapevo che Porgy fosse il protagonista dell’opera di Gershwin. Sapevo solo che quella canzone, “I loves you Porgy”, suonava come un SOS disperato, una richiesta di protezione in blues, ed era di uno struggimento tale, che rimane nell’aria anche quando il pezzo era finito.
Quanto all’opera, tutti gli appassionati dicono che “Porgy and Bess” è uno spettacolo, sia per le musiche, che per la trama. In più è diversissima dalle solite note.

Ambientata in un ghetto nero di Cherleston, nella Carolina del Sud, racconta la storia di un uomo e di una donna ai margini della società. Zoppo dalla nascita Porgy, drogata e alcolizzata Bess. Però, come succede spesso, quando due pezzi rotti si trovano, formano un incastro che può funzionare. I due ci provano.
Porgy ha l’animo lindo lindo, ama Bess di un amore puro e profondo. Bess, più giovane, combatte con i denomi delle dipendenze, e di Crown, un ex compagno di categoria meglio-perderlo-che-trovarlo. Ciononostante, Bess è fatalmente attratta da lui, e anche dal suo viscido pusher di nome Sportin’ Life, e finisce per perdersi di nuovo.
L’opera si conclude con Bess che segue il viscido pusher a New York, e Porgy, che s’incammina claudicando, per andare a riprendersela.

A partire da settembre, quando ha aperto, “Porgy and Bess” ha sempre registrato il tutto-esaurito a tutti gli spettacoli. Lunedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica.
I signori del MET hanno detto, va bene, aggiungiamo due settimane extra a febbraio, una decisione decisamente eccezionale: prolungare un’opera con un calendario stabilito da un paio d’anni, non è proprio proprio facile… Eppure hanno detto, va bene, aggiungiamo due settimane extra.
Speravo di approfittare di questo colpo di fortuna e di accaparrarmi, in qualche modo, un biglietto.
Niente da fare.
O meglio, qualcosa da fare si poteva. Spendere 275 dollari. Ma per quanto curiosa, ho detto no.
275 dollari in un biglietto mi sembrano quasi indecenti.
 
Siccome il successo dell’opera ha travolto tutta la città, head-to-toe, i signori del MET hanno escogitato un modo di portare l’opera alle masse. Per un limitato numero di date, in un limitatissimo numero di sale, hanno proiettato l’opera al cinema.
Io mi sono sempre schierata contro il teatro al cinema, lo sapete. L’opera, essendo sostanzialmente teatro, è sempre rientrata nel divieto.
Per una volta, tuttavia, ho dovuto rivedere la mia policy interna e scendere a patti con questa causa di forza maggiore. E ho detto sì all’opera al cinema. Mi sono aggiudicata un biglietto, e ieri ho passato una matineé di quattro ore e mezza all’AMC Theater sulla 19esima Est, a tre isolati da Union Square, a guardare “Porgy and Bess”.

Hanno ragione tutti quelli che dicono che è un capolavoro. E non hanno ragione quelli che la declassano a una via di mezzo tra l’opera e il musical. No. “Porgy and Bess” è in tutto e per tutto un’opera, con un ritmo da opera, una trama da opera e un modo di parlare universale, in grado di trascendere il ghetto nero dei primi del ‘900 e rivolgersi alla sensibilità di ogni spettatore in ogni parte del mondo in ogni epoca. Di ogni uomo che si innamora di una donna problematica. Di ogni donna che trova una pasta d’uomo ma che ricade con il farabutto.
Stop.

Allora perché ancora tanto scalpore?
Qui c’è una parte molto convinta della critica che dice che “Porgy and Bess” offre una versione stereotipata degli uomini e delle donne di colore: perdigiorno, lascivi, portati all’alcol e alla droga, sempliciotti, incapaci di parlare standard English: l’opera si ispira alla comunità di afroamericani Gullah, nella Carolina del Sud, e che conservavano, nel parlato, sonorità dell’Africa da cui discendevano.
L’inglese è un inglese sgrammaticato, scorretto, ma non per ridicolizzare i personaggi, bensì per rendere autentica la loro voce. Come sarebbe parso, un nero povero in un ghetto dei primi del ‘900 se avesse parlato come un manuale di grammatica?
Quindi, una prima polemica ruota attorno a questo “dilemma”.
Si può ancora rappresentare in modo così parziale e derogatorio un’etnia?
A me viene da rispondere con tante domande. Ma cosa dovrebbero dire le donne allora? Come diamine sono sempre state rappresentate le donne? Al cinema, nella pubblicità? In tivù? All’opera? Non mettiamo più in scena “Rigoletto” per “la donna è mobile qual piuma al vento”?
Rivisitare, svecchiare, reinterpretare. Tutto purché non si censuri.

La seconda polemica è il cavallo di battaglia del politically correct che ingessa l’America.
Gershwin e il fratello Ira, con cui scrisse l’opera, basandola su un romanzo di DuBose Heyward, erano entrambi bianchi. Benestanti. Anche Heyward lo era, bianco.
Tre bianchi che scrivono di un ghetto nero, una storia nera. Si può?
Dovessimo catalogare questa polemica, scriveremmo l’etichetta “appropriazione culturale”.

La parte convinta della critica di cui sopra, sfodera la spada e grida, mai più! Mai più casi di sguardi dominanti che rubano le storie alle minoranze recessive e ne fanno bestseller. Mai più! Ma più tre newyorkesi dell’Upper East Side che vanno a frugare nella comunità Gullah di Charleston, Carolina del Sud, rubano le loro storie, la loro lingua, i loro drammi, e ne fanno quello che vogliono. Per lucrarci. Mai più!

Io, a questi convinti con la spada sguainata, indico gentilmente il fodero, e una sedia.
Io sono per l’assoluta protezione delle voci minori, e per l’approntamento di qualsiasi cassa di risonanza per farle sentire senza passare per la bocca larga del mainstream. Ma non possiamo privare a un artista di esprimere la sua arte. Togliere lo spartito da Gershwin. Non possiamo vietargli di esercitare l’empatia — un artista “sente come”, e poi scrive, crea. Se questo artista è orientato verso determinate realtà, perché non permettergli di esplorarle? Se l’artista è onesto verso i suoi personaggi, se non manipola, se non distorce, be’, allora il suo lavoro non potrà che fare del bene. E la disonestà, con la scrittura in special modo, ha le gambe corte: carta canta.

Se riduco ai minimi termini l’odore di censura che sento nell’aria delle stanze occupate dall’intellighentia del momento qui in America, rimango con una triste ricetta in mano: solo i gay possono scrivere di gay, solo i neri di neri, solo i bianchi di bianchi. Solo le madri di figli, solo gli uomini di uomini e le donne di donne.
Ma questa non è la formalizzazione della discriminazione?
Flaubert non ha forse dato uno dei ritratti femminili più sublimi e moderni di tutti i tempi attraverso Madame Bovary? E lo stesso non ha forse fatto Marguerite Yourcenar con Adriano e le sue memorie? Virginia Woolf era bisessuale — più lesbica che altro. Cosa facciamo, stracciamo la sua etero Miss Dalloway? Walt Whitman, il più osannato poeta americano, era gay: il suo elogio alla mascolinità meno autentico?
Ogni volta che sento un “non si dovrebbe” accanto a un artista, io rabbrividisco. Un artista vero non potrebbe mai abusare dei suoi personaggi, far loro un torto, di qualsiasi etnia, nazionalità, colore, sesso, non-sesso siano.
E non è poi così difficile, capire se un artista/scrittore sfrutta un’etnia/un genere per farne quattrini.
Carta canta.

Purtroppo l’asservimento a questo modo di intendere l’arte — in questo caso cinematografica — è stato palese agli Oscar.
Quattro statuette a “Parasite” sono troppe. E non lo dico perché voglio male a Bong Joon-ho, ma perché tre di quelle statuette puzzano di “facciamo stravincere la minoranza”. L’anno scorso era toccato agli afro-americani — “Green Book”, “Blakkklansman”, “Black Panther”. L’anno prima ai messicani — “The Shape of Water” e “Coco”.

Ho letto l’articolo su La Repubblica firmato da Roberto Saviano, in cui diceva “L’Oscar dato a Parasite mostra forse che l’America non è più sufficiente all’America, che l’America non si basta più.” Ma Roberto ha ignorato che l’Academy è americana! Che l’Oscar dato a “Parasite” è l’occhio che preferisce guardare dall’altra parte dell’oceano, pescare nella pancia dell’esotico, creare un nuovo mito —il regista Bong Joon-ho— piuttosto che guardare in faccia al Joker, specchio allegorico della società americana da cui spuntano, con clownesche forme, le sue più bieche deviazioni.
Non dare l’Oscar come miglior film a “Joker” o a miglior regista a Tod Phillips, è come gettare un drappo sopra quello specchio, occultare le perversioni della società americana contemporanea, e occuparsi d’altro. Far occupare gli altri d’altro.
Si sa, quando hai il salotto in disordine, porti gli ospiti in cucina.
“Parasite” è una bella Scavolini.

Con questo non voglio togliere nulla a “Parasite”, film buono, esperto, certo non perfetto. Certo non da quattro statue — le più importanti.
Se paragono “C’era una volta a Hollywood” a “Parasite”, questo secondo, onestamente, scompare.

Mentre vedevo la Oscar Night nel cinema del Roxy Hotel, accanto era seduta una tale Maria, una donnina dai lineamenti asiatici con cui commentavamo le vittorie. Vedendo la mia apprensione aumentare man mano che ci avvicinavamo alla statuetta per miglior film, mi ha chiesto, “perché vuoi che vinca ‘Joker’?”
E io giù a farle un pippone di quelli che conoscete bene sui tanti punti forti del film. Lei non diceva nulla. Un’impassibilità che solo certi visi orientali sanno regalarti.
Allora ho chiesto, “C’è qualcosa che non va in ‘Joker?’”
“E’ troppo violento”.
Questo è stato l’aggettivo che è rimpallato su tutte le testate americane quando il film è uscito.
Troppo violento.
E mi viene da ridere una risata del Joker.
Come se l’America non lo fosse! Come se la National Rifle Association fosse italiana! Come se gli Stati Uniti non fossero il paese con più morti causate da armi da fuoco del mondo!
È esattamente per quello, che dovevano premiare il Joker. Perché c’era la denuncia, e l’arte — la denuncia nell’arte. Damn it!

L’altro amaro in bocca —prima di passare al dolce — la vittoria di René Zellweger per “Judy”, un biopic da Rete Quattro. Scarlett Johansson aveva due candidature strameritate, per protagonista e non protagonista, in due film di razza: “Jojo Rabbit” e “Marriage Story”. E se n’è andata via a mani vuote per colpa di un’interpretazione tutta-smorfie che per giunta non fa onore a Judy Garland.
Ho deciso di credere che sia stato un modo per l’Academy di riconoscere lei, la Garland, non la Judy della Zellweger.
Scarlett, l’anno prossimo è il tuo anno!

Ed ecco il vero dolce… L’Oscar per la sceneggiatura non originale a “Jojo Rabbit”, con quel buffissimo regista dal nome neozelandese, Taika Waititi, che tutti dobbiamo imparare. È stata la vera rivelazione del 2019, che non scorderò.

Non scorderò nemmeno una delle battute di apertura della serata fra Steve Martin e Chris Rock.
Steve: “There’s something missing…”
Chris: “Vaginas”.
La battuta ha buttato subito sul palco l’elefante nella stanza: nessuna regista fra tutte le candidature.
Ho riso un riso al sapor di cianuro.

Questa settimana sono stata a vedere “The Assistant” di Kitty Green.
Ispirato dallo scandalo Weinstein, il film racconta di Jane, una neo-laureata e aspirante produttrice cinematografica, che da cinque settimane ha cominciato a lavorare come junior assistant di un potente magnate dello show-biz.
La seguiamo nella sua giornata lavorativa: preparare il caffè, fotocopiare, ordinare il pranzo per il capo e i colleghi più anziani, prendere i messaggi telefonici, portare messsaggi telefonici.
Mentre Jane svolge queste mansioni che certo non rendono giustizia alla sua laurea sudata alla Northwestern University — ma la gavetta tocca a tutti, e di questo Jane è conscia — noi spettatori diventiamo con lei sempre più consapevoli dell’abuso che s’infila nella sua giornata, e in quella di altri colleghi, e soprattutto, colleghe.

Il suo Capo, che non si vede mai —mossa scenica azzeccatissima— ma che si sente molto sbraitare al telefono, oppure via email, la umilia, la insulta, per poi blandirla con scuse di circostanza.
Jane porta pazienza, porta pazienza, fin quando il troppo è troppo e decide di agire. Ma si renderà conto che il Capo delle Risorse Umane non è un cavalier servente pronto ad aiutarla.

Sembra un film piccolo piccolo, “The Assistant”, ma è solo un’apparenza. Dice molto più di quello che le nostre orecchie sentono — le battute sono davvero pochissime— le dinamiche di ufficio, le mezze frasi bisbigliate, gli sguardi dei colleghi (che parlano più di mille discorsi) e ancora, il sogno di una poco-più-che-ventenne che si schianta contro una realtà che non avrebbe mai immaginato per il suo domani, quando era all’università. Tutto questo, si sente forte e chiaro.

Par di sentirlo, il cervello di Jane, ma ho studiato cinque anni per fare fotocopie e pulire scrivanie??
E il fatto che all’altro capo del telefono ci sia un orco delle proporzioni weinsteiniane, che utilizza Jane per portarsi carne fresca in ufficio, non fa che peggiorare la situazione. Ma la situazione è peggio già in sé, a prescindere dagli intrallazzi sessuali.
Non avevo mai visto un film che descrivesse in maniera così sottile e pungente il dramma che si vive in una certa fase della vita, quando devi fare ciò che non vuoi fare, e te lo fai andar bene perché così è, ma tu, dentro, muori un po’.

Ho passato un periodo della mia vita a fare quel lavoro. Magari non pulivo e non facevo fotocopie, e non c’era un Weinstein a starmi con il fiato sul collo, ma la sensazione di essere alla mercé di qualcuno, di scattare sull’attenti anche solo nel momento in cui telefonava, le ore interminabili in ufficio prima del suo arrivo, durante la sua permanenza e dopo la sua dipartita, tutto questo mi ha lasciato un grandissimo rispetto per tutte le persone che fanno quel lavoro. Le assistenti.
Sogno per loro un futuro di libertà.

E anche per stasera è tutto, Moviers.
Vi ringrazio sempre della vostra presenza, e vi mando dei saluti, stasera, operativamente cinematografici.

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