Let’s Movie 426 da NYC commenta “EMA” di Pablo Larrain

Let’s Movie 426 da NYC commenta “EMA” di Pablo Larrain

Sono stata a vedere la prima di “Ema”, l’ultima fatica di Pablo Larrain. Il film uscirà in estate qui in America. Ma il Lincoln Center ha inserito un’unica data all’interno del New Latin America Film Festival, e mi sono accaparrata un biglietto in tempo. Il soldout è stata una certezza. Larrain è molto amato, e non solo da me.

Passato per la Mostra del Cinema di Venezia, “Ema”, è un film di quelli che mi piacciono tanto. Quelli in cui il regista osa, porta la sua storia ai limiti e ti chiede di seguirlo. Tu spettatore, devi lasciarti tirare per la manica, e dargli fiducia. Il posto dove ti porta è nuovo e inesplorato, lo capisci e non lo capisci.
Questo fa un artista.
Osa. Scopre.
Questo fa un bravo spettatore.
Si fida. Si lascia trascinare.

Sono uscita dalla sala con il solito sorriso che sorrido quando cammino quello spazio e quelle sensazioni. Ogni volta che mi succede, e sono al Lincoln Center, non prendo mai la metro sulla 66esima, ovvero, appena uscità dal cine. Raggiungo a piedi la fermata alla 72esima. E questo perché camminare sei isolati in quello stato d’animo —che definisco a tutti gli effetti trance— mi permette di sentire l’arte in circolo, e a pieno regime.
Prima o poi qualche passante accorto chiamerà gli sbirri e implorerà, ve lo giuro, aveva il tecnicolor nelle vene, ve lo giuro… Ema è una giovane ballerina di reggaeton che lavora nella compagnia di danza sperimentale diretta dal fidanzato, il coreografo Gàston —Gael Garcia Bernal, invecchiato e bellissimo. La coppia si sta scannando per via di Polo, un bambino che i due avevano adottato, con tanto amore e buone intenzioni. Ma Polo si era dimostrato un bambino problematico, e dopo il suo ultimo gesto violento — incendiare la faccia della zia — Ema e Gaston l’hanno riportato all’orfanotrofio, che gli ha trovato un paio di genitori amorevoli di scorta.
Ema e Gaston sono divorati dal senso di colpa e se ne cantano di tutti i colori. Pur amandosi. È un rapporto complesso, quello di questi due personaggi, ma è Ema, a spiccare per “originalità”, e follia.
La vediamo flirtare indifferentemente con uomini e donne, intessere relazioni con loro, e lì per lì pensiamo, certo, deve compensare al grande vuoto lasciato da Polo. Certo, è un po svitata. Poi alla fine capiamo che Ema non fa nulla per niente, che è una stratega nata, e che ha un piano in mente sin dal primo minuto del film. Il piano è, voglio riprendermi mio figlio. Se possibile, ne voglio pure un altro.
Allora intesse una relazione amorosa con i genitori di scorta —entrambi!— con esiti davvero soprendenti…

Perché ti è piaciuto così tanto, Board?
Perché è un inno alla giovinezza, senza avere nulla di dannunziano o mocciano. È anche un caos ordinato da cui emerge una famiglia splendidamente alternativa — se leggerete L’istante largo, capirete che sono in fissa con la famiglia alternativa.
Ma questo senza avere nulla di ozpetekiano. Per carità.

Larrain s’inventa un linguaggio tutto suo, che partorisce una donna nuova, Ema, eroina non-eroina, che passa le serate a incendiare semafori e altalene, lanciafiamme in spalla. Che è tutto e il suo contrario, tutto nello stesso tempo, nello stesso corpo, volitiva, tenera, insolente, gentile, insopportabile, lucida, amante, sposa, dovorziata, madre, infantile, amica, ballerina, nemica. È eliocentrica: lei il sole, e tutto ruota attorno a lei. Come il sole, brucia — vedi il suo rapporto costante con il fuoco — ma, anche, illumina le vite degli altri. Gaston lo sa, e non può fare a meno di lei.
Un personaggio femminile così diverso, poliedrico, complesso, non si vedeva dai tempi di… Di chi? Onestamente non ricordo.

Larrain si è preso un gran numero di rischi. Il film, per la buona prima metà, non ha un intreccio chiaro, e sembra una catena di scene di ballo, finemente coreografate tanto da farvi chiedere “ma è un musical questo?”, alternate a liti furibonde tra Ema e Gaston, ed Ema e gli altri — Ema testacalda, naturalmente.
Ma questo perché al regista non interessa raccontarci una classica storia di famiglia disastrata. Vuole raccontarci un nuovo tipo di femminile. Che non si piange addosso, non è gatta morta, non è la Princesse des Clèves. Ema è Black Mamba vent’anni dopo, al netto della katana, ma con un lanciafiamme sulle spalle. A differenza dell’eroina di Tarantino, Ema non usa violenza fisica verso gli altri. Usa se stessa, il suo corpo, macchinario portatore di eros, danza, energia e amore. Questo per ottenere i propri scopi: riprendersi il figlio e creare un tipo di nucleo nuovo, che non ha nulla della famiglia normativa propagandato dalla regola e dal perbenismo. Ma questo non significa che l’amore su cui essa è fondata sia meno forte di quello di una famiglia normativa.

“Ema” è una festa per gli occhi e per gli orecchi. Lei e le sue amiche riempiono lo schermo con i loro corpi belli, giovani, seducenti, mentre ballano per strada, in periferie degradate, in riva al mare. Sanno quello che vogliono, e quando non lo sanno, semplicemente se ne fregano. Ema le guida, perché è una natural born leader. Dea dell’antitesi e della volontà di potenza, rivuole suo figlio dopo averlo abbandonato, riesce a ridiventare madre anche se il marito è sterile, accende di vita la città. Distrugge e crea.
Non si può non amare questo sogno di personaggio, così vero e mitico.

“Ema” non è un film per tutti. È qualcosa di nuovo e inaspettato. Qualcosa che solo un grande regista può concepire.
Per questo vi chiedo di dargli fiducia quando uscirà in Italia.
Lasciatevi trascinare.

E per oggi è tutto, miei Moviers.
Vi ringrazio come sempre per l’ascolto, e vi porgo dei saluti, finalmente cinematografici.

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