Let’s Movie 427 da NYC commenta “GREED” di Michael Winterbottom

Let’s Movie 427 da NYC commenta “GREED” di Michael Winterbottom

Fendi, Fellows,

ha creato una mascherina marchiandiola con il brand.
Costa 190 euro.
Affrontare la pandemia con classe ha il suo prezzo.

Assisto a quello che sta accadendo con occhi disincantati e increduli. Ma per impedire al disincanto e all’incredulità di prendere il sopravvento, ho fatto il giro sul sito del Ministero della Salute per capire un po’ di cosa stiamo per morire tutti. Ho scelto il Ministero perché, più autorevole di così?

Come altre malattie respiratorie, l’infezione da nuovo coronavirus può causare sintomi lievi come raffreddore, mal di gola, tosse e febbre, oppure sintomi più severi quali polmonite e difficoltà respiratorie. Raramente può essere fatale.
Generalmente i sintomi sono lievi ed a inizio lento. Alcune persone si infettano ma non sviluppano sintomi né malessere.
La maggior parte delle persone (circa l’80%) guarisce dalla malattia senza bisogno di cure speciali. Circa 1 persona su 6 con COVID-19 si ammala gravemente e sviluppa difficoltà respiratorie.
Le persone più suscettibili alle forme gravi sono gli anziani e quelle con malattie pre-esistenti, quali diabete e malattie cardiache.
Al momento il tasso di mortalità è di circa il 2%. (Fonte OMS)


Il tasso di mortalità per cancro è del 29%, per farvi un paragone.

Così come non voglio rientrare nei 60 milioni di italiani che durante il Mondiali di calcio si trasformano in allenatori, non voglio rientrare nei 60 milioni di italiani che durante l’isteria coronavirus si trasformano in virologhi. Mi baso sui numeri, i fatti. E quelli che trovo in fonti istituzionali come quella riportata sopra — qui c’è pure l’AGI, se volete favorire — non mi dipingono l’apocalisse che invece moltissimi altri contesti dipingono, e non solo in Italia.

Non ho accesso a Barbara D’Urso e Federica Panicucci, Domeniche in, e tutti quei contenitori di trash travestito di paillettes che si sono messi a fare politica, giustizia, educazione sanitaria, virologia. Nell’era in cui il mezzo ci permette di dire tutto ciò che vogliamo, ci sentiamo tutti in diritto di dire tutto ciò che vogliamo. Tutti allenatori, tutti dottori. Con la differenza che prima, quel tutto, rimaneva chiuso dentro le porte dei Bar Sport, o delle cucine di casa. Oggi, è online nel giro di un click, di un tap.
Questo è il grande cataclisma che i social media del terzo millennio hanno generato.

Non starò qui a criticare le decisioni di chiudere scuole, cinema, teatri. Decisioni che hanno coinvolto anche l’NYU, pensate. L’NYU vanta sedi in tutto il mondo, da Abu Dhabi a Shanghai, da Tel Aviv a Firenze, dove la sede sta nella ambitissima Villa La Pietra. Ebbene, cinque giorni fa, gli studenti americani che studiavano lì, sono stati fatti reimpatriare, a metà semestre, Villa La Pietra, chiusa. Decisione mai successa nella storia.

Una volta si chiamavano “la cinese”, “la spagnola”, “l’australiana”. Ed erano influenze. Si cercava di farci sopra anche dell’umorismo. “E’ a letto con la cinese”, si diceva di un collega malato. E giù a ridere un riso da gonzi.
Oggi si usa il termine ufficiale, “il coronavirus”. Così come qualche anno fa si era gridato alla SARS.
L’ufficialità fa più paura, si sa.

Tutta questa psicosi mi fa guardare un po’ a che tipo di umanità siamo. Serve un virus che negli anni ‘90 sarebbe stato trattato come una normale influenza, per ricordarci che noi vivi, guess what?, muoriamo.
Ma guarda te, nella vita, si muore.
Certo, ci sfondiamo di saccarosio — le malattie cardiocircolatorie e il diabete, di cui lo zucchero è la causa prima, uccidono 35 milioni di persone all’anno; fumiamo come le ciminiere — e ci inventiamo pure il vaping, che è persino più cancerogino dello smoking, geni che siamo — abbiamo rapporti non protetti — nell’80,7% dei casi, l’HIV si contrae ancora così — calchiamo sugli acceleratori delle nostre belle macchine, magari whatsappando al volante — 9 italiani al giorno muoiono sulle strade — e ce ne sbattiamo, ce ne sbattiamo come se fossimo delle divinità, degli esseri soprannaturali.
Ci sentiamo immortali, dei gran fighi. Tanto a noi non tocca, giusto?

Poi arriva il coronavirus, e cambia tutto: oddio, allora muoriamo anche noi. Allora non siamo immortali. E diventiamo l’opposto. Iniziamo a passare le giornate strofinandoci litri di Amuchina sulle mani, compriamo scorte di mascherine usa e getta — che fine hanno fatto gli ambientalisti in tutto ciò? — non usciamo smascherati nemmeno per ritirare la posta. Cominciamo a guardare in cagnesco tutti quelli che starnutiscono, o che si lasciano sfuggire un colpo di tosse: eccoli, gli untori, eccoli, è per gente così che siamo nella situazione in cui siamo, se poi sono cinesi, dovrebbe scattare l’esplusione dal paese.
Che triste spettacolo, questa umanità.

Immagino le risate che, in questo momento, una popolazione aliena, o anche solo gli dei dell’Olimpo, si stiano facendo guardandoci in questo panico istituzionalizzato e pressoché mondiale.
Le teste verdi scrollate, i triclini scossi dalle risa.
Ma anche fosse la peste del nuovo millennio — che non è — questi umani, si chiederanno gli alieni e gli dei, preferiscono passare gli ultimi momenti delle loro vite rinchiusi ciascuno nella propria casa, a telelavorare? Ad avere paura di tutto?

L’alieno o il dio, ci vedono giusto.
E’ ovvio che qui sia la paura, a dilagare, più che un virus. La paura che tutto questo possa avere fine da un momento all’altro. Poco importa che stiamo distruggendo il pianeta in ogni modo possibile — non serve alcuna Greta a ricordarcelo. Poco importa che ci devastiamo di droghe, alcol, donuts, e tutte le dipendenze nocive che si possono elencare.
No, a metà febbraio del 2020 abbiamo scoperto che si muore. E la morte fa una paura del diavolo. 2000 anni di civiltà e non abbiamo fatto un solo passo avanti in questo senso.
Certo, potreste dirmi, ma uno non vuole morire nel pieno della vita, e di coronavirus!
Ah invece i soldati diciottenni che sono morti sul Carso tra il ’15 e il ‘18, combattendo una guerra che i francesi ribattezzarono giustamente drôle, che vuol dire farsa? Volevano morire, quelli? E quelli a Coventry nel ’40? Nelle Torri Gemelle nel 2001?
Nessuno vuole morire. Ma c’è modo e modo di affrontare l’idea della morte. E guardate, tutti dobbiamo affrontarla. L’idea, intendo.
La psicosi scoppiata a causa del coronavirus ci mostra che nascondiamo la testa sotto la sabbia di cinema e teatri chiusi, gite rimandate, voli cancellati. In qualche modo, quelle misure, ci fanno stare tranquilli.
Che illusi.

La cosa buffa di tutto questo è che non parliamo di colera. Che aveva anche una certa sua letterarietà — L’amore ai tempi del colera non è minimamente paragonabile a L’amore ai tempi del coronavirus, su questo converrete. Si parla di un’influenza. Da cui, nell’80% dei casi, si guarisce senza nemmeno accorgersene, come dice, saggio, il Ministero della Salute.
La figuraccia, ormai, come umanità, l’abbiamo fatta.     

Per quanto mi riguarda, faccio a me stessa questa domanda, prendendo spunto da quella degli dei e degli alieni. Ma se davvero fosse una pandemia letale — che non è — preferiresti passare gli ultimi giorni della tua vita rinchiusa in casa, a telelavorare —i geni idioti che siamo! — sepolta viva dietro una maschera, disinfettata e solitaria come un bisturi, oppure preferiresti andare al cine, sentire il sole caldo sulla pelle, fare due chiacchiere con uno sconosciuto, respirare l’aria delle sei, quando il giorno finisce il turno e lascia i comandi alla sera?
Io rispondo la seconda.
Siamo tutti terminali, Moviers. I giorni sono sempre ultimi.
Si chiama vita.

Questa settimana sono andata a vedere “Greed”, l’ultimo film di Michael Winterbottom, che tutti ricordiamo —o che solo io riordo— per il magnifco “Jude” (parliamo del 1996).

Il film racconta la storia di Sir Richard McCreadie, pluri-miliardario britannico “fattosi da solo” nel settore della vendita al dettaglio —oggi si dice retail anche a Carate Brianza.
Per trent’anni ha governato incontrastato, costruendo e disfando brand che riecheggiano nomi molto i familiari tipo H&M, Zara, Mango. Ma un’inchiesta pubblica sui suoi tramacci finanziari corre il rischio di infangare la sua fama.
Cosa si fa, allora, quando la legge sta per infangarti la fama? Decidi di organizzare il party per il tuo 60esimo compleanno più lussuosa, publicizzata e “glam” della storia, affittando mezza Mykonos, in Grecia, costruendo un finto colosseo con un vero leone, e inviti tutte le celebrities i cui cachet riesci a coprire.

Inoltre, inviti il tuo biografo, il giornalista Nick, per documentare il tutto, e far rientrare “il party del secole” nella biografia su McCreadie di prossima pubblicazione.

Winterbottom architetta una satira abbastanza grottesca sulla disuguaglianza della richezza all’interno del settore della moda e sulle conseguenze del capitalismo esasperato.
E si ride di gusto, in alcuni punti. Sia perché il personaggio calza a pennello a Steve Coogan (quello di “A Trip to Italy/Spain”) sia perché certi tratti dei ricchi milionari dal sapore Briatore, ci rendono il personaggio molto molto familiare — la spavalderia, la superbia ai limiti dell’insolenza, l’egoismo, il narcisismo, il machismo, il trumpismo insomma.
Mentre ridevo di McCreadie, mi chiedevo tuttavia quanti avrebbero continuato a vedere in lui un figo, un self-made man che si è fatto da solo, e l’avrebbero scagionato, in un’America che è riuscita a eleggere un Donald Trump.

Il finale cerca di punire McCreadie attraverso la legge della tragedia greca, in cui il fato, per mano di qualcuno, libera il mondo dal male — diciamo che il vero leone di cui vi dicevo farà la sua parte…
Ma ovviamente, morto un Sir se ne fa subito un altro, soprattutto sei ha una prole di tre figli che possono portare avanti il tuo impero, e sono ancora più affamati di te.

L’intento del regista è nobile: criticare il fashion-system, mostrare come, anche certe celebrities prestino le loro belle facce e i loro bei corpi per pubblicizzare marchi che poi sfruttano il lavoro di persone sottopagate, o di minori. Oppure far vedere come anche i rifugiati possano essere facilmente monopolizzati dalle logiche dell’apparire — sulla spiaggia di Mykonos che garantisce la vista spettacolare da megaparty, approda un barcone di rifugiati che rovina il panorama a McCreadie.
Però Winterbottom ha dimenticato che alle persone toccate e dannegiate dall’avidità del titolo, ovvero i poveri, gli sfruttati, deve essere concessa la voce. E nel film, a parte qualche battuta stereotipata qua e là, queste voci non si sentono. Sono solo comparse sbiadite che si perdono nel clamore di bling-bling e yacht chilometrici.
Quindi al regista dico, ritenta ancora Michael!

E anche per oggi è tutti, miei fedeli Fellows.
Vi ringrazio sempre della cortesia, vi dico stay-out-of-the-corona-whatever folly, e vi mando dei saluti, viralmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply