Let’s Movie 429 da NYC commenta “Never Rarely Sometimes Always” di Eliza Hittman

Let’s Movie 429 da NYC commenta “Never Rarely Sometimes Always” di Eliza Hittman

Mountsinai Moviers,

che si pronuncia Mauntsainai, è un grosso complesso ospedaliero che si trova tre isolati dietro casa mia, sulla 113esima e Amsterdam Avenue. Ha altre sedi sparse per Manhattan, e le sirene delle sue ambulanze con il logo stilizzato di una montagna rosazzurra spaccano i timpani ai cittadini sin dal 2013.

Ieri pomeriggio scendo di casa, e ai quattro angoli della mia strada, dove la Broadway incrocia la 111esima, scorgo quattro persone armate di borse Mount Sinai che distribuiscono qualcosa in piccoli pacchetti azzurri. Nel breve tratto che percorro per raggiungere la giovane donna con la sporta celeste in mano, faccio delle ipotesi che dalle vette dell’utopico scendono al pianoterra del realistico: un tampone to-go per le elite dell’Upper West Side!
Una mascherina pret-à-porter per i fortunati dell’Upper West Side!

Quando mi avvicino, la giovane donna, mi sorride e mi porge una piccola confezione azzurra.
“Ne puoi prendere ancora dai miei colleghi di là dalla strada, se vuoi”, mi dice il suo sorriso.
Sopra l’azzurro del pacchettino, galleggia il marchio Mount Sinai, e la scritta Morningside, che è il nome del quartiere in cui si trova l’ospedale.
La consistenza del pacchettino mi conferma che dalle vette dell’utopico e dal pianterreno del realistico, sto precipitando nei bassifondi della prevenzione USA.
Per combattere il Coronavirus, fazzoletti di carta per tutti!

C’è da dire che mi trovo in un paese in cui i fazzoletti di carta in pacchetto NON esistono. Se volete vi portate appresso la scatola dei kleenex che nei film usano i raffreddati e le donne che combattono le pene d’amore. Oppure vi arrangiate con i fogli di carta assorbente che trovate nei bagni per asciugarvi le mani. Se nei bagni trovate l’asciugamani ad aria, la cartaigienica è la vostra ultima spiaggia.
Quindi mi rendo perfettamente conto che vedersi regalare questo nuovo ritrovato sanitario portatile possa passare, agli occhi dei cittadini, come una prova inoppugnabile che il paese e la città si stanno muovendo per contrastare quest’epidemia. Non solo l’Europa, quindi, ma anche New York sta attuando misure cautelative. Tiriamo un sospiro di sollievo. We are being taken care of.

Rigirandomi il pacchettino in mano, ho realizzato quanto pericoloso fosse il messaggio che mandava. State tranquilli, stiamo pensando a voi.
Gli americani, popolo di bambinoni, ci credono. Credono a queste idiozie. È il paese che ha inventato il marketing, che crede nel suo potere come forza succhia-soldi, ma anche, come veicolo di verità. Quindi pensano, se questi mi regalano dei fazzoletti, siamo a posto. Rimaniamo tranquilli.
È lo stesso principio alla base delle carte di credito che promettono trattamenti fiscali da Cayman, delle megaofferte o megaprestiti a tasso zero, e tutte le altre fregature travestite da grossi affari in cui gli americani si lasciano incastrare.
Ieri, con il pacchetto di fazzoletti in mano targato Mount Sinai, mi è rovinato addosso, con tutto il suo peso morto, lo stato d’impreparazione di questo paese nei confronti di quello che sta succedendo.

Ora, c’è da dire, che alcune misure sono state prese. Mercoledì Broadway, e Off-Broadway, hanno spento le luci, tirato i sipari. Broadway aveva continuato a menar sederi e far sognare anche il 12 settembre dopo l’11 settembre. L’effetto domino non è tardato a manifestarsi. MET Opera, MET Museum, MoMA, Lincoln Center, Whitney Museum, Guggenheim, quasi tutte le sale cinematografiche, hanno chiuso con effetto immediato e fino al 30 marzo. Eventi saltati in tutte le principali sedi della città. E naturalmente il Madison Square Garden e il Barclays Center.
Queste sono tutte misure che, uniti ai fazzoletti di carta distribuiti gratuitamente (!), hanno dato un segnale chiaro ai newyorkesi.

Allora ho pensato, vedrai che il numero di persone in giro per la città diminuirà, i newyorkesi capiranno l’antifona. In più avranno letto quello che sta succedendo in Italia — le notizie sull’Italia hanno sempre trovato molto spazio sui giornali americani, questo va detto. E non solo in Italia, perché da qualche giorno a questa parte, dopo la dichiarazione di pandemia da parte dell’OMS, le cose sono precipitate anche in tanti altri stati, Gran Bretagna inclusa, nonostante quella cima del suo Primo Ministro e le cavolate che gli sono spuntate dalla bocca un paio di giorni fa. Quindi mi sono detta, vedrai che i newyorkesi, gente ligia, malata d’informazione e interessata al bene pubblico molto più dell’americano medio di Tulsa, recepiranno il messaggio e sfrutteranno gli insegnamenti che l’Italia ha imparato a caro prezzo.
Un granchio così grande credo di non averlo mai preso nella storia della mia vita.

Venerdì sera, una sera particolarmente tiepida d’inizio primavera, rientrando a casa, ho notato che tutti i tavolini fuori di tutti i locali erano stipati di persone. E anche i locali stessi. Ieri pomeriggio, un sabato soleggiato e azzurro, con il mio prezioso pacchettino salvavita in borsa, le strade erano piene di gente in cerca di aria fresca, di primavera, di hang-out. Le metro sono un tantino meno affollate. Vedi qualche paio di guanti in lattice in più, qualche pezzo di scottex fra i palmi e i pali che afferri per reggerti nei vagoni, qualche mascherina in più —comunque pochissime in tutto— ma tutto procede bene o male come sempre. Esattamente come in Italia prima dello shutdown.

Mi rendo conto di non poter voltare milioni di coppie di occhi newyorkesi verso l’Italia e ordinare, guardate. Millequattrocento morti. Diciottomila contagi. Allora provo nel mio piccolo, con le persone che conosco. Racconto la piega repentina che ha preso la situazione in Italia, dico, ero scettica anch’io, volevo credere che si sarebbe risolto tutto a breve, che non avrebbe assunto proporzioni di questo tipo, perché nessuno vuole predire le sventure, nessuno vuole vedere il nero dentro il grigio.
Le persone mi guardano, e lo vedo benissimo —lo leggo come una pagina stampata— dentro di sé pensano, poverina, sta patendo per il suo paese, ma tanto qui è diverso, qui non capita.
Io guardo loro e penso, poveretti.
Penso, poveri noi.

È vero. Sto patendo per l’Italia. Mi trovo in questa situazione bipolare per cui ho un paese sotto i piedi e intorno, e un altro paese nella testa, che duole. La dualità, di fatto, è sempre esistita sin da quando sono qui, ve l’ho detto tante volte. Quando vivi all’estero sei sempre scisso. Solo che prima, l’Italia continuava a essere l’Italia di sempre. Con i suoi problemi, le sue ridicolerie, i suoi limiti. Ora l’Italia rantola. E questo suo stato, visto e sentito da lontano, è molto penoso. Mi dà una pena che non avrei mai pensato di poter provare. Il virus ha aperto in me questa nuova vena di sentire. Per il momento fa male. Ma arriverà il momento in cui potrò sondarla con un occhio più lucido.
Ora però fa male.

Attorno a me ho un paese che cura un virus subdolo come questo con i fazzoletti di carta. Fortunatamente le università si sono mosse veloci. Da mercoledì insegno online per l’NYU. L’FIT, che fa parte della rete dei college SUNY (State of New York), segue le direttive impartite dal Governatore Cuomo: la settimana prossima, lezioni cancellate per tutti, preparazione dei docenti per il teaching from remote, e da lunedì 23, lezioni online fino alla fine del semestre.
Di poche ore fa anche la tanto attesa chiusura di tutte le scuole pubbliche.

L’insegnamento da remoto è un gran sistema per aggirare il problema della presenza. All’NYU ci affidiamo a Zoom, una specie di Skype, molto più avanzato, in cui vedo gli studenti, gli studenti si vedono tra loro, sento gli studenti, e gli studenti si sentono tra loro. Come stare in classe, ma da casa. Puoi condividere lo schermo —quindi ppt, videoclip, documenti, film, ecc. — e anche una lavagna virtuale. C’è persino l’opzione di creare dei gruppetti che possono lavorare in autonomia, e che tu, come “host”, puoi visitare per vedere come se la cavano. In più puoi registrare la lezione, e gli studenti poi possono ascoltarsela quando e quanto vogliono.
Meglio di così?

Però c’è un però. L’insegnamento online richiede uno sforzo diverso. Sono sempre all’erta. La riuscita della lezione dipende moltissimo dall’audio, dai rumori. Anche se chiudo porte e finestre, e le faccio chiudere agli studenti, siamo sempre in balia del martello pneumatico, del camion, della sirena, di qualsiasi evento acustico di turno che possa frapporsi tra me e loro. Ogni volta che sento l’audio di uno studente gracchiare, rimango con il fiato sospeso finché non si stabilizza.
All’NYU le lezioni durano solo un’ora e un quarto. Mi chiedo come sarà la mia lezione di advanced conversation all’FIT, che di ore, ne dura quattro.

A ogni modo, ho avuto la riprova che gli italiani — anche quelli all’estero — hanno questo senso innato di gestire le situazioni di emergenza.
Il Presidente dell’NYU ci ha scritto lunedì sera e ci ha detto, di punto in bianco, da mercoledì insegnate online. Ventiquattr’ore di tempo hanno mandato nel panico centinaia di professori.
Noi dodici del Dipartimento di Italiano, ci siamo arrangiati, scambiati consigli, aiutati a vicenda in tempo zero, e tutto questo in maniera spontanea. Stando alla Dean di Liberal Arts — la capo dei capi — eravamo in assoluto quelli messi meglio.
E guardate un po’ la lingua, magistra vitae. In inglese, il verbo “arrangiarsi”, non esiste nemmeno. Potete usare un vago “get by”, ma non si avvicina minimamente alla complessità semantica del nostro ricchissimo riflessivo.

Gli americani sono delle macchine ad attuare un plan-in-place. Gli italiani, in qualche modo, riescono a orientarsi nello spazio buio del prima e del senza piano d’azione. È un istinto. O ce l’hai, o non ce l’hai. Noi, per qualche motivo che non so spiegare, ma che attribuisco alla storia, all’estro, alla furbizia e al cu*o, ce l’abbiamo.

Per quello che presumo essere il mio ultimo film in sala per i prossimi tempi, sono andata all’Angelika Film Center, una della pochissime sale aperte, che ha dimezzato le presenze in teatro del 50%. Per ulteriore precauzione, sono andata allo spettacolo delle 2 pm. In sala eravamo quattro persone, sedute agli antipodi.

Premiato alla Berlinale con il Premio della Giuria, e al Sundance, “Never Rarely Sometimes Always” di Eliza Hittman, racconta di Autumn, una diciassettene della Pennsylvania — profonda, rurale Pennsylvania — e della sua gravidanza indesiderata. Autumn è un’adolescente come tante. Va a scuola, lavora part-time in un supermercato, le piace cantare. Scopre di essere incinta alla diciottesima settimana e deve trovare il modo di abortire. Insieme alla molto perspicace cugina coetanea Skylar, che capisce tutto senza bisogno di parole, le due affrontano un viaggio per New York City, dove l’aborto è legale per tutte, anche le minorenni. In Pennsylvania avete bisogno del consenso dei genitori, genitori che Autumn non vuole assolutamente interpellare, con una madre poco presente e un padre che non ci piace nemmeno nel modo in cui accarezza il cane.

Allora partono per la City, questi due pulcini travestiti da giovani donne. E questo viaggio ha tutte le difficoltà che incontra Pinocchio quando attraversa il Paese dei Balocchi, con la differenza che nella New York del film, i gatti e le volpi sono più o meno tutti molestatori pronti ad approfittarsi delle due ragazze, soprattutto Skylar — biondina, occhi azzurri, faccia d’angelo dietro mascara nero.

La forza di questo film potente, scarno e durissimo parte già dal titolo. I quattro avverbi “mai, raramente, a volte, sempre”, sono quelli che si trovano sul questionario a cui ogni ragazza decisa ad abortire deve rispondere per riportare un’eventuale violenza subita.
Una delle scene più forti del film, e che rivela la grande bravura dell’attrice eseordiente Sidney Flanigan, è proprio il momento in cui, durante la visita nella clinica di Manhattan, la dottoressa le chiede alcune domande, pregandola di rispondere con uno degli avverbi. Domande che sono mazzate, per Autumn, ma anche per le spettatore, che, grazie alla macchina da presa puntata fissa sul volto della ragazza, si immedesima completamente, senza vie di fuga, con lei.
“Hai mai subito un rapporto contro il tuo volore? Rispondi. Mai, raramente, a volte, sempre.”
Pensate di avere diciassette anni, di essere incinta di tre mesi, di dover affrontare un aborto di lì a poche ore. Di essere in una città sconosciuta e inospitale. Di non avere soldi.
Pensate di dover rispondere, prendendo consapevolezza, con quell’avverbio, che sì, avete subito un rapporto contro il vostro consenso — prima lo negavate fino alla morte.

Di film sull’aborto, ne sono stati fatti tanti. Ma non ne avevo mai visto uno così asciutto, senza incursioni di alcuna sorta nel melodramma, senza lacrime, senza sporcature sentimentali, che sono comunque sempre tollerate perché l’argomento è oggettivamente di grande impatto emotivo.

“Never Rarely Sometimes Always” è, anche, un ritratto impietoso di un’America figlia di Trump, in cui le isole felici dove i vostri diritti sono tutelati, assumono comunque i contorni minacciosi di una New York, mai così meschina come in questo film. Autumn e Skylar, senza un becco di un quattrino si trascinano tra il Port Authority Bus Terminal —la stazione delle corriere sulla 34esima, che si presta benissimo, è uno dei posti più squallidi di tutta Manhattan— e sale giochi in zona Times Square, dove cercano di ingannare il tempo nell’attesa che il mattino dell’intervento arrivi.
Skylar dovrà anche sacrificare i suoi baci con un mezzo sconosciuto per racimolare i soldi per tornare in Pennsylvania. La legge del do ut des, imparata per aiutare la cugina, le “permette” di stare al passo con Autumn sul sentiero che le porta a essere donna.
Ogni film è sempre un viaggio. Ma questo lo è davvero, doppiamente. Un’andata-e-ritorno a New York, e un’andata-senza-ritorno nel mondo adulto, in cui le due acquisiscono quella consapevolezza che il vissuto ti riserva, ma il cui prezzo —la perdita dell’innocenza— non ammette sconti.

L’unico difetto che riscontro nel film è l’eccesso di molestie. Il datore di lavoro al supermercato, il ragazzo incontrato sulla corriera, il pervertito nella metro, il padre che ha del viscido. Ecco, forse troppo. Il film avrebbe potuto benissimo farne a meno, o tenerne uno o due.
L’eccesso annulla l’effetto.

Ecco Moviers, sono arrivata alla fine.
Immagino che non avrò accesso al cine in sala nelle prossime settimane. Ma sto confabulando per voi… Stay tuned.
Per il momento, cercate di star forti, tenete la mente lucida. La splendida iniziativa delle canzoni dal bancone alle 6 pm, mi ha fatto piangere di speranza. Continuate così!

Per ora grazie mille, e mille saluti, stasera, nosocomicamente cinematografici.

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