Posts made in Aprile, 2020

LET’S MOVIE 434 da NYC commenta “L’angelo sterminatore” di Luis Bunuel

LET’S MOVIE 434 da NYC commenta “L’angelo sterminatore” di Luis Bunuel

McEnroe, Moviers,

vanta un grosso centro sportivo a lui dedicato su Randall’s Island, dove spiccano diversi campi da tennis.
Il sabato lascio la ciclabile lungo l’Hudson, Central Park e Upper Harlem, e vado lì a correre.

È un’isola. Mi piace l’idea di lasciare l’isola di Manhattan e raggiungere un’altra isola passando per un ponte all’altezza della 103esima — quello pedonale che passa sopra la FDR Drive (Franklin Delano Roosevelt, naturalmente) e sopra l’Harlem River.
È un po’ lo stesso principio della mobilità a Venezia, quando prendi Rialto, o gli Scalzi e l’Accademia.
Island-hopping, insomma. Ma senza bisogno di barche e vaporetti.

Prima di arrivarci, se siete me, dovete spostarvi dal lato West di New York e raggiungere il lato East. Che non è tutta ‘sta distanza. Venti minuti circa, e ci siete.
Da quando sono qui sento dire che East Harlem è il quartiere più problematico di Manhattan.
Dicono tutti “edgy”.
Non ho mai la parola giusta per tradurre “edgy”. Può voler dire “all’ultimo grido” ma anche “suscettibile”.
Tipo, pronto a scattare. Coi nervi a fior di pelle.
Quando lo attraverso però, a parte un po’ più di spazzatura per terra rispetto all’Upper West, e un senso generale di fatico-a-campare, non sento tutta questa problematicità. Sarà forse che dopo un anno a West Harlem sulla 150esima, sono vaccinata — ricominciamo a restituire il figurato ai verbi, please.

Randall’s Island è un posto strano.
Prati, tantissimi prati — la misura extra-large di prati che piace tanto agli americani — vi accolgono appena mettete piede di là dal ponte. Campi da baseball, campi da calcio, aree ristoro. Piante, soprattutto lungo i due fiumi che la delimitano: se la guardi dall’alto, Randall’s è una piccola Sardegna schiacciata fra l’Harlem River e l’East River.
Hanno fatto un gran lavoro di divulgazione botanistica, disseminando lungo le stradine e i percorsi, quelle placche informative che trovate in Bondone, o in qualsiasi preparatissima montagna trentina, in cui vi si spiega che fiore è questo, che insetto è quello.
Il fatto che aggiungano anche il nome latino mi commuove da una parte, e mi fa ridere dall’altra.

Rudbeckia hirta.
Bombus impatiens.


Avete mai sentito il modo in cui gli inglesi pronunciano il latino?
E gli americani?
Ecco, adesso capite perché me la rido.
Io preferisco l’inglese.

Black-eyed susan.
Common eastern bumblebee.


Quindi sì, c’è un pochino di Bondone su Randall’s. Ma giusto quello che posso sopportare, una volta alla settimana. 😉
Per il resto, l’isola è esattamente quello che ripetono le placche informative, facendone vagamente una sorta di spot da resort vacanze.
A garden sanctuary in an urban environment.

Se alzo gli occhi davanti a me, a nord dell’isola, lo sguardo rimbalza contro una grossa tensostruttura azzurra, che collega Manhattan al Queens e al Bronx.
È uno di quei ponti molto americani, tutti fratelli del Golden Gate di San Francisco. Tutti sospesi, tutti a doppia campata, tutti coi cavi tiranti e le catenarie che dall’alto si appoggiano sul ponte raccontando una parabola che è entrata nell’immaginario collettivo.
Questo ponte avrebbe potuto benissimo prendere il posto di quello di Brooklyn sui pacchetti delle chewing-gum ai tempi della lotta Spandau Ballet vs Duran Duran.
Forse però il nome sarebbe stato un po’ scomodo. Questo ponte si chiama il Robert F. Kennedy Bridge. L’RFK.
Al fratello JFK l’aeroporto. Al fratello Bobby il ponte.
A ciascuno la propria infrastruttura.

Affinché il ponte possa gettarsi a volo d’angelo e atterarre nel Queens, è sostenuto da una serie di arcate. Ovvero, se ci passate sotto, da una fila infinita di portici giganteschi.
Mai visti portici così giganteschi. O forse sì, ma solo nei paesaggi urbani di Mario Sironi.
Se poche ore prima del vostro passaggio ha fatto brutto tempo, da queste arcate piovono giù delle gocce dalla grandezza preistorica.
Una goccia, una doccia.
Il mio divertimento, mentre passo sotto questo porticato moderno e quaternario insieme, è schivare le gocce docce che potrebbero colpirmi e farmi diventare come la terra sulla traiettoria di un grosso meteorite.

L’arte di Sironi è presente anche per la torre di mattoni rossi che svetta in mezzo all’isola. Quelle torri commerciali lisce e da industria malsana e alienante, come quelle che il pittore dipingeva così bene nelle sue desolanti periferie.
Proprio accanto a quella torre lì, c’è una cisterna dell’acqua panciuta e bianchissima, sostenuta da gambine magre magre tipo silos, che ti porta immediatamente nelle distese di mais dell’Arizona.
Il contrasto fra le due costruzioni, che stanno abbastanza vicine, il modo in cui il futurismo con derive metafisiche si affianca al profondo Sud Americano è violento, spiazzante.
Ogni volta perdo un po’ il respiro.

Mi rendo conto di essere una dei pochi runner che corre senza la mascherina.
Con quei pochi che non la portano, pratico il sorriso. Loro a volte me lo ritornano. A volte no, ma va be’. Giving first.
La mascherina è sempre una scocciatura, ma quando fate attività fisica lo è di più. A ogni modo, credo di lasciarla a casa per poter praticare il sorriso.
Per non perderlo.
La mascherina ci porta via la faccia. Gli occhi sono un bel lascito. Ma il sorriso rimane una perdita le cui ripercussioni si avvertiranno sul lungo periodo.

Continuando sotto i portici giganteschi, sulla bella ciclabile/pedonabile, si arriva al complesso aperto in onore di McEnroe.
Complimenti John, ma io ho una conoscenza assai meschina del tennis, quindi passo oltre.
Vado su su, finché Randall’s Island finisce, e un piccolissimo ponticello mi porta di là dal Bronx Kill, un fiumiciattolo dal nome di discendenza dantesca. O tarantiniana.
 
Arrivo nel Bronx, una parte di Bronx in cui non ho mai messo piede.
Passo a lato della sede del New York Post, con una quarantina di tir tutti verosimilmente in quarantena.
Continuo oltre, ed eccomi nel quartiere di Mott Haven.
Mi accoglie uno splendido graffito colorato su un muro.
Arte chiama arte. Un lavoro a maglia a forma di albero è intrecciato a una rete.
Quando la natura non c’è, la fabbrichi.
Un paradosso da cui non riesco a uscire.

Ci sono pochissime persone. Un paio, forse tre.
Un uomo pingue, con delle asticelle in mano. Una mascherina in faccia. “No fear” scritto sul cotone sopra la pancia.
Ho come la sensazione che il quartiere non abbia fine. Che se corressi miglia e miglia, troverei solo Mott Haven, Bronx.
È tutto chiuso. Portoni, finestre. Mi chiedo cosa ci sia dietro a tutte quelle saracinesche industriali.
Ho l’impressione di non voler sapere la risposta.
Faccio la strada a ritroso e rimetto piede su Randall’s Island.

Dell’isola ti rimangono impressi anche gli odori.
La primavera s’è portata con sé il suo carico aromatico. Gelsomini, certi fiori gialli di cui ignoro il nome. E poi i mughetti estivi, più grandi di quelli non estivi. C’è profumo nell’aria.
Poi da quando è in vigore la quarantena e le macchine sono tutte ferme, l’aria di New York è cristallina, fragrante.
Un’isola senza mezzi e abitazioni come Randall’s Island non fa che aumentare il cristallino, la fragranza.
 
Ma sull’isola c’è anche un depuratore. Quando ci passo accanto, vengo catapultata immediatamente a Linfano, Arco, Trento. Anche lì c’è un grosso depuratore.
L’odore è esattamente lo stesso. Liquami disinfettati.  
Cambi parte del mondo, ma il putrido depurato non cambia.
Shit happens all the time. It’s the same all over the place.

Ho detto che Randall’s è un luogo strano.
Se raggiungo il cuore dell’isola, da un vialetto bentenuto, da ciliegi in fiore e alberi che per me potrebbero essere tranquillamente dei peschi, sbuca fuori una struttura marrone.
Marrone fegato, ad essere precisi.
Il George Rosenfeld Center for Recovery.
Istituto d’igiene mentale.

Scopro che non è l’unico. Ce ne sono altri due, uno dei quali è il Manhattan Psychiatric Center, un complesso monumentale color cammello che sembra una costruzione di cartone, ma che in realtà ha qualcosa come 500 letti distribuiti su 17 piani di disagio.
L’altro, è il Kirby Forensic Psychiatric Center, dove si rinchiudono i carcerati con problemi mentali.
In mezzo al “garden sanctuary”, in mezzo alla Rudbeckia, ai bumblebees, alle mie felici e desolanti associazioni che uniscono geografia e pittura, Anni’ 20 di ‘900 e Anni ’20 di 2000, sorgono luoghi di follia e detenzione.

Ripenso ancora all’uso improprio che facciamo delle parole.
La settimana scorsa parlavo della necessità di smilitarizzarci la bocca.
Allo stesso modo, la nostra reclusione da Coronavirus non è propriamente una reclusione.
È un ritiro. Una forma di protezione.
Né la casa è una galera.

Se poi dal nord dell’isola, scendete giù giù fino al punto più a sud, trovate il Scylla Point. Punta Scilla.
Guess what? Nello stesso punto, sulla sponda opposta dell’East River, nel Queens, trovate il Charybdis Playground. Il Parcogiochi Cariddi.
Proprio come i mostri mitologici, alle due estremità dello Stretto di Messina.
Scilla e Cariddi fra Manhattan e il Queens.

Arcadia metropolitana con aree da picnic per famiglie e piccioncini. Un centro sportivo dedicato a Sir John McEnroe. Tre ospedali psichiatrici. Sironi e Arizona. Un depuratore che deturpa pulendo. Scilla e Cariddi.
Randall’s Island è uno dei luoghi più strani di New York.
Non posso fare a meno di tornarci, il sabato.

Ho creato questo Frunyc Junior dedicato a Randall’s. Poi, un giorno, vedremo di far tornare anche il Frunyc Senior.

Questa settimana avrei almeno quattro film di cui parlarvi. Ma ieri sera ho guardato una cosa assai titana nella storia del cinema. “L’angelo sterminatore” (1962) di Luis Bunuel. Se non ve ne parlassi, qualche angelo custode del cinema sterminerebbe me. Quindi ve ne parlo.

Prima però, devo fare pubblica ammenda. Poco più che ventenne, mi era capitato di guardare “Il fascino discreto della borghesia” e “Belle de jour”, due classici firmati dal regista. Entrambi con Catherine Deneuve come protagonista. Da lì, ho fatto rozzamente due più due, e ho cominciato a raccontarmi che Bunuel era francese, senza mai metterlo in discussione.
Ho dovuto aspettare ieri per capire che il quattro era un tre. Che Bunuel è spagnolo.
Bête de Board. Anzi. Burro Board.

Mi chiedo quali altri falsi mentali —degli autentici falsi storici personali — la mia psiche abbia costruito nel corso degli anni.
Vivere dovrebbe servire anche a demolire le bruttecopie di verità che, per svariate ragioni, fabbrichiamo accanto agli originali.

Alta borghesia spagnola — o messicana, visto che il film è girato in Messico, ma preferisco non aggiungere nazionalità, universalizzando. Dopo una sera all’opera, una ventina di alto-borghesi si ritrovano nella villa di uno di loro per la cena. Ma già dall’inizio c’è qualcosa di strado. Mentre la comitiva posh fa il proprio ingresso in casa, tutto il personale a servizio, camerieri, cuochi, garzoni, decide impulsivamente di lasciare la casa, senza dare spiegazioni. Rimane solo il capo maggiordomo.
In cucina si intravedono cinque o sei pecore vive che pascolano tranquillamente sotto il tavolo, e un piccolo d’orso. Vivo anche lui.
Lo spettatore comincia a intuire di essere finito in un posto strano. Molto più di Randall’s Island.

Dopo aver mangiato, il gruppo si trasferisce in una sala più piccola accanto alla sala da pranzo, dove un’ospite esegue una sonata al pianoforte.
L’ora è tarda, e qualcuno avanza un timido “S’è fatta una certa”, e fa per congedarsi. Ma senza capire perché, nessuno riesce a prendere l’iniziativa per primo e ad andarsene. Lì per lì, forse, per fare il classico balletto delle convenzioni per cui congedarsi per primi par brutto. Intrappolati in questa impasse collettiva, gli invitati finiscono per trascorrere la notte accampati nella saletta. Chi per terra, chi sui divani.
Okay, sarà stata stanchezza dei bagordi, pensano tutti, e sopra tutti, i due padroni di casa, che certo non potevano mettere alla porta gli ospiti, la sera prima, perché insomma, par brutto.

Al mattino qualcuno si appresta ad andarsene. Ci sono i figli da mandare a scuola che attendono a casa, le prove del concerto da fare. Ma forse, prima di andare, un caffè lo prendiamo… E così, tutti rimangono, di nuovo.
In casa si scopre non esserci più nulla da mangiare. Mezzogiorno è passato da un pezzo. Eppure nessuno riesce a uscire di casa. Nessuno avanza una spiegazione razionale per questa impossibilità a uscire. È come se ci fosse una forza che li tiene chiusi dentro e li obbliga a vivere il peggiore dei loro incubi.
Si esprimono tutti attraverso frasi tronche e sibilline, una serie di atti mancati da far impallidire Zeno Cosini.

Intanto la convivenza diventa pesante. Non c’è cibo. Non c’è più un goccio di vino, e nemmeno acqua. Una degli invitati avrebbe bisogno di medicinali, ma non si trovano. Penseresti, ma come, alta borghesia, un villone, e nemmeno un’aspirina? No, nemmeno un’aspirina: il gruppo è rinchiuso nel salotto, senza poter accedere ad altre stanze.
Comincia a far freddo. Gli invitati prendono a spaccare mobili e violoncelli per accendere un fuoco in mezzo alla stanza. Il degrado comincia a cogliere gli invitati, di solito tutti imbellettati e profumati. Iniziano a puzzare, a sfarsi — immaginate tenere lo stesso frac/vestito da sera per un numero non ben precisato di giorni, senza lavarvi…
Gli invitati si prendono a male parole, la padrona di casa comincia a tubare con un invitato, che è pure migliore amico del padrone di casa. Nel frattempo, per placare la sete, si prende a mazzate un muro, così da raggiungere una tubatura dell’acqua.
Per placare i morsi della fame, si sacrifica una delle pecore viste prima in cucina.

Fuori, sono accorsi la polizia e i giornali. Anche loro non si spiegano il perché di questo comportamento, ma non fanno irruzione in casa —non siamo in un poliziesco della Hollywood anni ’90, siamo in un Bunuel del Messico anni ‘60. Rimangono tutti a una distanza di sicurezza dalla casa, come se la casa fosse un luogo in cui si sta svolgendo un rituale sacro di qualche tipo. In effetti il film è ricchissimo di rimandi biblici, a partire dal titolo, e poi dalle pecore, oggetti sicraficali fin dal vangelo, e dalla vergine — c’è un’invitata che si professa tale.

All’interno si arriva al punto di massima entropia, e una delle invitate intuisce che per spezzare questo strano incantesimo che li tiene prigionieri, l’unico modo è ripetere le stesse azioni compiute la sera prima. Una specie di rito di rinascita, che permetta loro di tornare a quella normatività perduta inizialmente a causa dell’infrazione di un codice borghese: il mancato commiato a un’ora decente. Come se si fosse inceppato un meccanismo, e per farlo ripartire, bisognasse tornare indietro, e fare le cose comme il faut.

E così, ripetono paro paro, ciò che è successo la sera precedente. E lo strano incantesimo si spezza. Gli invitati escono dalla villa, finalmente liberi.
Il film però non si chiude in bellezza. L’ordine ricostituito avrà vita breve. Ritroviamo tutti quegli invitati e altre famiglie della borghesia bene in chiesa. La messa finisce, tutti fanno per uscire. Però qualcuno tentenna, uno si sofferma, l’altro indugia. Esattamente come nel post-cena alla villa.
E, immaginiamo, l’incantesimo della segregazione ricomincia.
Le ultime due scene mostrano scene di tafferugli tra l’esercito e il popolo, e una decina di pecore, che si dirigono verso la chiesa.

Profondamente ambiguo, certamente incongruo ed estremamente inquietante, “L’angelo sterminatore” è un’architettura allegorica a cui possiamo accedere da diverse porte, ma senza sapere se siamo arrivati nell’ultima stanza, quella che racchiude il significato ultimo. È come un testo sacro, la Bibbia, il Corano. La Divina Commedia, l’Ulisse di Joyce. Quei volumi cui continuiamo a ritornere per afferrane il significato, e nel frattempo, ci imbattiamo in sempre nuovi angoli.

Certo è che Bunuel ha scritto una delle critiche più feroci alla borghesia della storia. Fin dall’inizio, questi borghesi appaiono in tutta la loro ipocrisia, piccineria, bigotteria, repressione, volgarità — una volgarità sempre nascosta da un velo di pruderie e perbenismo. I loro discorsi sono vacui, superficiali, inconcludenti. Il regista trova un espediente efficacissimo per rimarcare questa loro sterilità: la ripetizione. Alcune scene sono ripetute due volte: l’ingresso in villa dei borghesi, e un brindisi. Il punto di vista è sempre lo stesso. Non c’è variazione.
Queste micro ripetizioni si riflettono poi — e l’abbiamo visto — nella macro ripetizione che tutto il gruppo deve simulare per uscire dalla casa. Come se questa classe sociale esistesse soltanto nel ri-inscenare gli stessi rituali, nel ri-recitare le stesse battute. Bunuel mostra il teatrino della borghesia attraverso le leggi sottese al teatrino stesso.

Ma il regista non si ferma lì. Inserendo noti simboli cristologici e concludendo il film in una chiesa, annovera nella critica anche la religione cattolica, un’espressione di quella stessa borghesia di cui al contempo si alimenta — file di banchi piene di pellicce e paltò di sartoria — e che avanza attraverso le medesime ritualità. A questa critica, Bunuel pare affiancare anche l’esercito, che sembra solo capace di rispondere al popolo usando la violenza.

Ne “L’angelo sterminatore” trovate una lettura molto spietata del mondo, una lettura che, inquietantemente riporta il film nel nostro preciso presente. Un mondo che non riesce a creare nulla di nuovo, ma che procede inerzialmente attraverso la meccanica ripetizione di rituali precostituiti, senza mai volersi fermare, o cambiare veramente. A un certo punto cosa può succedere — nel senso di “accadere dopo” — se non uno sterminio di massa?
Ci trovate niente di famigliare?

E quante domande ci lascia il film!
Con quale rito potremo — potremo?— ripristinare la normalità? Riusciremo a trovare alternative a questa falsa coazione a ripetere che ci riporta sempre al nostro punto di partenza invalidando qualasiasi tipo di evoluzione?
E noi, noi chi siamo? Siamo il personale di servizio che ha lasciato la villa in tempo, oppure siamo i borghesi? O forse, in ultima analisi, le pecore sacrificali?

Dopo aver guardato “L’angelo sterminatore”, mi sono resa conto di quanto il cinema della nostra modernità, a parte certi casi felici, manchi completamente di capacità allegorica. Un film del 1962 ci parla della nostra società e del Coronavirus con una chiarezza che ci fa distogliere gli occhi, tanto fa male. Possiamo dire lo stesso del cinema dei nostri tempi? Siamo drogati dallo schematismo della causa e dell’effetto. Tutto quello che non capiamo, che non sappiamo spiegare viene depennato, semplificato, reso a portata di mano. E questo è un problema dell’industria del cinema e dell’industria editoriale che danno al popolo quello che pensano il popolo voglia, ignorando che il popolo, se cominci a dargli roba di qualità, comincerà ad apprezzare la roba di qualità.

Ricordate le polemiche che scoppiarono quando, nel 2014, Roy Andersson vinse la Mostra del Cinema di Venezia con “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”? Ecco. Solo perché uno aveva scelto di imboccare la strada allegorica, discostandosi da quelle del facile causa-effetto, una valanga di polemiche. Incomprensibile! Da intellettualodi! Elitario!
Ma è la portata allegorica che fa sopravvivere un’opera d’arte nel tempo, non la facilità di fruizione.
È “L’angelo sterminatore” a parlarci ancora oggi.
“Cinquanta sfumature di grigio” parlerà da qui a sessant’anni?
Ha mai parlato??

Ecco Fellows, anche per stasera sono arrivata in fondo.
L’applauso delle 7 pm ai first responders continua. Giovedì, poi, è successo anche un gradito post-applauso.
Ho sentito salire dal basso le note famigliari di “Empire State of Mind”, di Alicia Keys featuring Jay-Zee. Mi sono riaffacciata e sì, la canzone proveniva da un appartamento del quarto piano, nella palazzina di fronte alla mia. Ho intravisto la sagoma di una persona, una donna, e l’ho applaudita, ho abbondato di thumbs-up, per mandarle tutto il mio gradimento — la canzone è uno spettacolo, oltre a essere considerata una sorta di inno di/a New York City. Così dopo un po’, lei ha tirato su la finestra, ha messo sul davanzale la sua Alexia e l’ha fatta ascoltare a tutta la 111esima Strada. Con grande apprezzamento, ne sono certa, di tutta la 111esima Strada.
Sono riuscita a registrarne una buona parte, e ve la regalo molto volentieri 🙂

Vi rigrazio dell’attenzione e delle vostre premure, e vi mando dei saluti, stasera, sportivamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 433 da NYC commenta “La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli

LET’S MOVIE 433 da NYC commenta “La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli

Militarizzare, Moviers,

il virus, non serve a un fico secco.
Sto ruminando questo boccone da giorni. Non mi va giù. Lo devo sputare fuori.
Avrete notato quanto si parli di guerra, di nemico, di trincea, prima linea.
Qui in America la rappresentazione bellica della pandemia è prediletta. E certo, alla Casa Bianca ci sta uno a cui piace molto giocare al Risiko con il mondo, in ogni settore, in ogni discorso.
Questo, tuttavia, non riguarda solo Trump e l’America. Riguarda un po’ tutti i paesi. La stampa, l’opinione pubblica.

Noi non stiamo solo vivendo ciò che stiamo vivendo, ma ce lo sentiamo raccontare e, a nostra volta, lo raccontiamo. Lo subiamo due volte e, al contempo, lo diffondiamo.
Le nostre parole, prima dei nostri droplets, contagiano.

Non dovremmo mai confondere la sensazione di sentirci abitare uno spazio nuovo, estraniante, come quello provocato dal virus, con certe esperienze che sono state vissute in passati molto più tremendi e tragici di questo.
So che in Italia, nelle scorse settimane, hanno fatto molto scalpore certe iniziative prese dalle forze dell’ordine per contrastare gli assembramenti. Soprattutto, il passaggio di camionette dei pompieri o della polizia per i centri cittadini, armate di megafoni. Ho visto quei video, quelle camionette. Ho sentito le voci passare attraverso i marchingegni anonimizzanti dei megafoni. Hanno fatto molta impressione, anche a me. Ci proiettano fuori dal nostro orticello di avanzati abitanti del terzo millennio.
Ma se ci proiettano fuori, dico io, non dobbiamo farci proiettare dentro una realtà comparativa che, pur essendo comprensibile emotivamente, è impropria, e nociva.
Dal cielo non piovono bombe. Le cantine, gli interrati non sono stati convertiti in bunker.
Quelle camionette, e quei megafoni, non sono quelli del tempo di guerra.
Noi non siamo in guerra.

Una guerra poggia su un’intenzione. Un progetto singolo o di gruppo. Il virus no. Il virus non ha un programma. E’ un fenomeno privo di finalità. Uccidendo migliaia di persone, non guadagna nulla, non annette stati, non conquista poteri. Non gode, né esulta.
Allora, cominciamo a smilitarizzarci il virus in bocca. A riportarlo a quello che è. Un fatto.

Dico questo, quando la quarantena italiana sta per terminare — quella newyorkese richiede ancora un po’ di tempo, fino al 15 maggio — perché sarebbe bene che ci mettessimo nell’ordine delle idee che, con questo fatto, noi ci si dovrà dividere il futuro.
Vogliamo condividere il futuro con un nemico o con un fatto?
Direi che è molto meglio la seconda che ho detto.

La lingua rende sopportabile il reale. Non solo. La lingua costruisce il reale. Pensate alle dittature del passato, a quelle del presente. Pensate al razzismo. Se io dico che il nero/lo straniero/l’altro sono un pericolo, una minaccia per il mio paese, io, attraverso le mie parole, fabbrico una nuova realtà. Se, insieme a me, lo fa un politico, due politici, venti politici, un partito, un capo di governo, un presidente (di Stati Uniti magari), allora quella nuova realtà si cementifica, e passa di grado. Diventa una verità.

Se io sento che siamo in guerra, che il virus è il mio temibile avversario, che io arranco in trincea, io sono pronta a mettermi in assetto bellico. A la guerre comme à la guerre. In guerra e in amore tutto è permesso. Lo dicono anche le espressioni idiomatiche, i detti più o meno popolari. E se io mi metto in questa modalità, sono pronta a fare tutto, e soprattutto, ad accettare tutto. Perché la guerra è una situazione di emergenza costante, e in una situazione di emergenza costante, tutto è permesso.
La guerra è la temporanea legalizzazione del caos.

Ricordate quando si giocava a nascondino e, a un certo punto, uno diceva “bandus” —dalle mie parti dicevamo bandus, chissà se anche in Puglia e in Valle d’Aosta. E quello voleva dire, stop, fermiamo il tempo. Per questo momento, le regole del gioco non valgono più.
Ecco, un’emergenza costante è un bandus collettivo. Con la differenza che non siamo noi, i giocatori. I players, sono quelli che stanno a Palazzo Chigi. Nello Studio Ovale. All’Eliseo o nella Cancelleria Federale. Sono loro che prendono le decisioni.
Noi siamo semplicemente degli esecutori, privati della nostra volontà singola dacché braccati da un male globale.
Oltre al sentirsi tagliati fuori, questo modo di articolare il virus ci indebolisce psicologicamente. Ci rende fragili, impotenti, ancor più di quanto già siamo.

Se cominciassimo a vedere e dire il virus come un fatto e un accadimento che succede così come nella storia dell’umanità fatti e accadimenti sono sempre successi, potremmo renderlo più neutrale — consapevolmente non dico “neutralizzarlo”.
Questo è un approccio per il lungo periodo, dato che, ormai è chiaro a tutti, il virus non sparirà con l’arrivo dell’estate, né con l’arrivo dell’autunno. Sarà una presenza regolare nella nostra società.
Regolarizziamolo, allora.

In questi giorni, sto cercando di spogliare dalla zavorra retorica tutto quello che ci passano i giornali, il web, e provo a fare un esercizio di prospettiva.
Se mi discosto da questo momento e guardo a ciò che è stato, trovo vantaggi, e certo, nuove sfide.
Il Covid-19, per quanto contagioso, insidioso e pervicace, non è la peste nera. Questo fatto, lo tengo sempre ben piantato davanti agli occhi, e mi aiuta. Infonde il sollievo di un pericolo scampato. Non lo sottovaluto né sminuisco mai.
Migliaia di persone sono morte, muoiono e moriranno. Questa è stata una tragedia, lo è e continuerà a esserlo. Ogni vita perduta è una di troppo. Così aveva detto il Commissario UE all’Immigrazione rammaricandosi per la morte dei migranti nel Mediterraneo, cinque o sei anni fa. Ho scordato il suo nome, ma non le sue parole. Valgono anche per le morti provocate dal virus.
Ma dobbiamo rassegnarci all’evidenza che non tutti saranno salvati. E’ terribile dirlo, ma non dirlo non cancella lo stato delle cose. Partendo da questo drammatico presupposto, dobbiamo iniziare ad accettare questo reale cambiato che ci aspetta. Pochi vogliono farlo o si stanno preparando in maniera seria.
Sento persone parlare di viaggi, di vacanze in terre lontane. Ho visto le code su certe tangenziali italiane che portavano al mare, nel weekend di Pasqua — fake o no, il dubbio che fossero vere, m’è rimasto. Viaggi e vacanze? Nemmeno una pandemia ci scolla dalle nostre abitudini da viziati del 21esimo secolo?

La zavorra retorica riguarda anche la Natura. Io non sono dell’opinione che la Natura si stia ribellando, che si stia vendicando dell’uomo indisciplinato e cialtrone.
La Natura è tale e quale al virus: non ha una volontà. E’ una meravigliosa macchina misteriosa. Se manomettiamo alcuni dei suoi ingranaggi, la Meravigliosa reagisce, ma non con un istinto omicida. La sua è una reazione meccanica che si adatta a dei contesti mutati: se io calo un gigantesco muro in mezzo al Mississippi, impedendo al suo corso di proseguire, il Mississippi risolverà esondando e spazzando via la Louisiana circostante. È il Mississippi che si vendica? No, sono io idiota che gli ho calato un muro in pancia.

E’ colpa della Natura se noi buchiamo l’ozono e ci riempiamo di melanomi?
E’ colpa della Natura se imbottiamo le mucche di solventi cancerogeni e quelle sviluppano encefalopatie spongiformi che le portano alla pazzia? (Quanto in fretta scordiamo il passato!).
Gli spillover sono colpa della Natura?
No.
Poi io sto di casa a Gotham City, quindi sono particolarmente solidale con il pipistrello cinese braccato dai bisturi di tutto il mondo.
Se noi continuiamo per la nostra strada — viaggi selvaggi, chianine alla brace, deforestazioni, economie spinte al massimo — noi saremo gli artefici della nostra stessa caduta.
La Natura, la guerra, non c’entrano un fico secco.
C’entriamo noi.

Allora, forse è il caso di aiutare noi stessi prendendo posizione nella prospettiva giusta. Di smetterla con il war-talk, la revenge-rhetoric, con i vittimismi, e di mettersi nell’ordine delle idee che accanto al sopravvivere c’è il cambiare. E che tutto questo aprirà a un nuovo sentire.

Il mio viaggio nel cinema italiano d’autore continua. Questa settimana mi ha portato da Mario Monicelli.
La grande guerra, I compagni, Casanova 70, Padri e figli, Speriamo che sia femmina, Il medico e lo stregone, La ragazza con la pistola, Amici miei (finalmente ho capito cos’è la Supercazzola!), Parenti serpenti. Una settimana di riso tiratissimo.

C’è da dire che uno dei film del mio cuore —lo ripeto sempre— è I soliti ignoti. Mi è capitato di vederlo spesso in passato, e l’ho sempre trovato non solo spietatamente comico — come proprio della Commedia all’Italiana— ma superbamente allegorico. A oggi, per me, nessuna scena finale eguaglia la scena finale de I soliti ignoti.
Banda di buffi ladri buoni-a-nulla che vogliono rapinare la cassaforte del monte di pietà, progettano la rapina nei minimi dettagli, il giorno del colpo fanno un buco in un muro credendolo quello giusto, il muro è quello sbagliato, si ritrovano in una cucina e, per consolarsi, si mangiano una pasta e ceci che trovano sul fuoco, e che sa molto di tarallucci e vino. Possono essere rappresentate, in termini più efficaci, la cialtroneria, la goffaggine, la buffaggine, la capacità di fare buon viso a cattivo gioco tipici degli italiani? Io penso di no.

Ma oggi vi parlo di un film che avevo sempre sentito nominare ma che non avevo mai visto — bestia che sono. La ragazza con la pistola (1968), con una suprema Monica Vitti, che in questo film mette per la prima volta il piede nel genere della commedia, e lo conquista — fino a quel momento era stata musa di Antonioni, quindi di un cinema introspettivo, letterario, direi aulico. Monicelli intravede il suo grande potenziale comico e le costruisce attorno un film in grado di metterlo in risalto. Riuscendoci alla grande.

Profonda Sicilia, anni ’60. Assunta Patanè è una giovane sedotta e abbandonata da Vincenzo Macaluso, mashculissimo ma codardissimo mashculo del paesello: per non assumersi le sue responsabilità, fugge in Scozia.
Assunta, tipica femmena tutta onore e rispetto, deve cancellare l’onta. L’unico modo previsto dalla “legge” del paesello, è uccidere l’infame. Si mette allora una pistola in borsa e parte alla volta del Regno Unito in cerca di vendetta.

Per le strade del Regno Unito, fra Bath, Brighton, Edimburgo e Londra, il film assume toni da road-movie. Assunta cerca il traditore in lungo e in largo, e nel frattempo incontra persone, incontra luoghi diversi —immaginate una sicula degli anni 60 che si ritrova in un pub scozzese, o per le strade della Swinging London…
Il caso “aiuta” Assunta. Ritrova Vincenzo all’ospedale di Bath, dove lui lavora come portantino, e dove lei si fa assumere come infermiera. Dopo averlo creduto morto, e ritrovandolo vivo, e nelle braccia di un’altra, tenta di ucciderlo, ma per farlo, ferisce l’altra.

Questo è il vero punto di svolta per Assunta: il medico suo capo, il Dr Osborne, le dà una lavata di capo di quelle colossali. Le fa capire che la violenza non è la strada, che quello è un approccio retrogrado di gestire l’emotività e l’amore, n retaggio della mentalità chiusa del paesello. Lui la introduce a un modo di vivere più moderno, libero dalle tradizioni e dalla bigotteriacon cui è cresciuta.

Assunta sboccia in una ragazza nuova, autonoma, indipendente. Si trasferisce a vivere Londra e comincia a lavorare nel mondo della pubblicità.
E ora è Vincenzo che va a cercare lei! Vuole riconquistarla — è stufo delle bottane inglesi… E qui, Fellows, assistiamo al momento di gloria dei momenti di gloria. La vendetta, piatto da servirsi freddo, senza violenza ma con intelligenza. Questa volta è Assunta che seduce Vincenzo e che lo abbandona, proprio come lui aveva fatto in Sicilia.
Le ultime risentite parole pronunciate da un Vincenzo sedotto e abbandonato, “Bottana eri, e bottana sei rimasta”, riverberano l’assoluta immobilità del suo personaggio che, nonostante il suo trasferimento oltremanica, non si è mosso di un solo centimetro dal paesello. Mentre Assunta, che in quel momento si trova su un traghetto che la condurrà fra le braccia dell’amato Dottor Osborne, ha fatto un percorso interiore — coinciso con quello geografico — che l’ha portata alla libertà, e, alla fine, all’amore.

La ragazza con la pistola non è solo un’educazione sentimentale sull’asse Mezzogiorno-Regno Unito. E’ anche un radiografia che espone le abissali differenze fra due paesi colti nello stesso momento storico. Il ’68 a Londra è minigonne, capelloni, Beatles, amore libero, un contesto cosmopolita ricco di stimoli, dove le donne possono lavorare, vivere da sole, innamorarsi oppure non innamorarsi.
Monicelli è molto bravo a contrapporre questi due mondi, ambientando le scene siciliane in un Sud che sembra sospeso nella sua antichità — le case bianchissime, le piazze deserte o piene di donne vestite di nero — e le scene d’oltremanica in una Gran Bretagna variegata, percorsa da un multiculturalismo autentico che non aveva bisogno di essere sbandierato come invece sarebbe successo nei decenni successivi.

La ragazza con la pistola è un film realista senza essere realista — tante sono le efficacissime scene oniriche e grottesche — e femminista senza essere femminista. Ci mostra la liberazione di una donna plasmata da un contesto conservatore e oppressivo, e scopre, per contrasto, lo status meschino occupato dall’uomo. Come se Monicelli dicesse, guardate uomini, quant’è ridicolo questo ometto. Guardate tutti, quant’era ridicola Assunta prima della sua evoluzione.

Non dimentichiamoci cosa succedeva nel 1968 in Italia, l’anno d’uscita del film. Il delitto d’onore era ancora in piedi. Il divorzio ben lontano. La donna, soprattutto nelle periferie —non solo nel sud— aveva il destino già scritto: casa, marito, figli, taci.
Uscire con un film del genere, era un gesto politico non da poco.
Quanto ci manchi, Mario!

Siccome magari pensate, beata te che hai Kanopy e trovi questi gioielli, sono lieta di informarvi che tutti i titoli elencati sopra sono disponibili in Youtube. Quindi, avanti! 🙂
 
Eccomi in fondo, Fellows.
Come ogni settimana, vi mando le 7 pm di New York, ormai appuntamento che va avanti da 22 giorni, aumentando d’intensità ogni sera che passa. Oggi s’è alzato persino il barrito di una di quelle trombe da stadio che fanno molto San Siro e Gialappa’s Band.

Ma l’amore per gli essentials workers spunta a tutte le ore, ovunque. Nel mio palazzo, su un tavolo della hall, qualche giorno fa è comparso questo biglietto per il nostro postino Chris e per tutti i postini che ci portano la posta — a tutte le ore del giorno e della notte, un mistero che ancora devo risolvere.
Alle finestre, sulle scale antincendio compaiono cartelli e striscioni.
La compattezza newyorkese si sente anche in queste piccole grandissime manifestazioni di gratitudine.

Vi ringrazio sempre dell’amore, che arriva tutto, e stasera, i saluti, sono pacificamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 432 da NYC commenta “IL PALLONCINO ROSSO” di Albert Lamorisse

LET’S MOVIE 432 da NYC commenta “IL PALLONCINO ROSSO” di Albert Lamorisse

Meadow Moviers,

Quello sul lato est di Central Park. L’East Meadow. Quello che l’estate accoglie le schiene di quelli che prendono il sole, e i frisbee di quelli che ancora negli anni 2000 si ostinano a giocare a frisbee. Quel prato lì, all’altezza della 90esima Strada è stato colonizzato dall’ospedale da campo offerto dall’associazione benefica Samaritan’s Purse.

Lo trovo lì lunedì mattina, quando esco per la corsa. È una giornata di cielo color grigio latte. Il bianco dei tendoni sbatte violento contro il verde vivo del prato. È così abbaccinante, quel bianco con il grigio latte sullo sfondo, che, pur sforzandomi di contare i tendoni, non ci riesco. La vista mi si annebbia, e non posso nemmeno strofinarmi gli occhi perché ai tempi del Coronavirus, se ti tocchi il viso con le mani, rischi di contagiare te stesso (!).
Ne conto dodici. Li riconto e sono quattordici. Ritento e sono ancora dodici. Desisto.

È una presenza aliena, questa. Necessaria, ma aliena. Un gesso attorno al braccio di un bambino. Questa è l’impressione che mi dà. Il lato sinistro del mio cervello, quello che regola i processi sequenziali, riconosce il valore di questa donazione. Il lato sinistro, quello che si occupa dell’elaborazione visiva e della percezione delle immagini, mi fa pensare a marziani, arti rotti e gessi.
Corro via da lì. E per qualche giorno evito di tornarci.

Cambio tracciato anche perché in certe ore Central Park è più affollato, e lo sarà sempre di più. Giovedì il Governatore Cuomo ha deciso di chiudere tutti i parcogiochi della città. Aveva molto perso la pazienza vedendo dei giovani assembrarsi in un parcogiochi di Manhattan.
Allora, enough, I’ll lock them up.
Qui Cuomo piace molto, il suo piglio deciso.
Prima o poi lo troveremo alla Casa Bianca.
Meglio prima che poi.
 
Mi oriento sul lato Ovest di New York. Prendo Riverside Drive, e costeggio l’Hudson, verso sud. E’ tantissimo tempo che non ci torno. Era il mio tragitto quando abitavo ad Harlem, sulla 150esima.
Prendo la Cherry Walk, la passeggiata che scrive il suo tracciato dritto parallelo lungo il fiume.
Arrivo all’altezza della 72esima. Il Café Pier-i incastrato sotto la sopraelevata è deserto. Ci sono venuta a luglio, a sentire un po’ di musica all’aperto. Suonavano una canzone che non ho più scordato —“C’est magnifique” di Cole Porter — e che è finita in un mio libro. Sembra passato un ventennio. No, di più.
Prendo atto del silenzio al posto delle voci. Non sono triste, né nostalgica. Ho la certezza che il silenzio cova le voci, quindi no, non sono triste.

La mia corsa non è priva di scopo — nessuna lo è. Voglio vedere la Comfort, la nave ospedale che la Marina Militare ha gentilmente donato alla città, come i Samaritan’s Purse l’ospedale da campo a Central Park. A bordo ci sono mille letti.
Lunedì ha attraccato al Pier 90. Ho letto che quando è arrivata, le persone, sulla sponda opposta, nel New Jersey, hanno applaudito e tifato. Il supporto è stato così forte che le persone sulla sponda di Manhattan riuscivano a sentirlo.

Arrivo al Pier 90, ma rimango delusa. Il molo è rientrante e protetto da muri, non ho modo di vedere la Comfort. Vedo solo dei soldati con addosso delle tute color sabbia che credevo s’indossassero solo in Iraq. Alcuni di loro sono assiepati all’ingresso, a mo’ di posto di blocco. Lasciano passare le ambulanze.
Mi spingo giù, e arrivo ad altezza Hudson Yards.
Par quasi bello, da questa prospettiva, il complesso.
Ho detto quasi.

Ci sono alcuni soldati con le uniformi sabbia che si fanno delle fotografie con i grattacieli, the Vessel, e la Highline sullo sfondo. Siamo in pandemia, ma la voglia di immortalarsi continua, specie magari se sei dell’Arkansas e la Marina ti ha mandato a sorvegliare i lavori intorno alla Comfort, attraccata a Manhattan, a due passi da Hudson Yards.

Lo scorso luglio scoppiò un caso qui ai moli di Manhattan. Al Pier 40, per la precisione.
Una “brunch cruise” doveva partire per Liberty Island e ritornare in mattinata. Una brunch cruise è una nave che vi ospita a bordo, vi rimpinza di food&booze e ha una meta — Liberty Island, in questo caso— giusto per dare una parvenza di credibilità itinerante all’iniziativa. Ebbene, a luglio, le cose sono sfuggite di mano all’equipaggio della Hornblower. La nave non ha nemmeno lasciato il molo: i passeggeri a bordo erano tutti talmente ubriachi ancora prima di partire che è stato necessario chiamare il 911 per far rinvenire i passeggeri in coma etilico. E per dare assistenza a quindici feriti — feriti da che o da chi o perché, ancora non si sa.
La notizia finì su tutti i giornali.
    
La brunch boat e la Comfort sono il ritratto galleggiante di due epoche separate da appena otto mesi.

Mi giro e torno indietro.
Nelle orecchie ascolto dibattiti sull’Europa, sui Coronabond, sui Frugal Four.
È da qualche giorno che li ho in testa, con o senza approfondimenti radiofonici.
 
Una pandemia non riguarda solo l’aspetto sanitario di un paese. È il banco di prova di un’unione.
Mai come prima quel banco ha scricchiolato sotto il peso di una situazione senza precedenti.
Ho guardato con grande apprensione, tristezza, sdegno e imbarazzo alla posizione presa da Olanda, Germania, Austria e Finlandia.
I quattro parchi.
Ritoccherei, i quattro tirchi.

Da sognatrice in perpetuo stato di veglia qual sono, non posso che essere un’europeista convinta. Nel mio piccolo, l’Europa vuol dire innanzitutto l’Erasmus che l’Europa mi ha permesso di fare, tanti anni fa. Nel mio grande, vuol dire condividere un passato di sangue e buio come quello di due guerre mondiali. Vuol dire riuscire a superarlo in nome di un legame che è più forte persino delle storiche ripicche, dei meschini nazionalismi. Quel legame è fatto di valori che non hanno nulla di religioso, ma che ho sempre creduto inscritti nel patrimonio gen/etico di ogni uomo e donna abitanti in Europa.

Un mattino di aprile 2020 mi sveglio e scopro che ci sono quattro stati europei ricchi che tirano indietro. Che dicono no.
Poi, anche loro, ritoccano.
No, ma non è che non vogliamo aiutarvi. Vi vogliamo aiutare alle nostre condizioni…”.
Quando la solidarietà mette delle condizioni, smette di essere solidarietà. È un prestito. Un prestito è una transazione economica.
Si chiamassero le cose con i loro nomi.

Allora mentre correvo, con questi pensieri in testa, e l’amaro in bocca, mi è venuto in mente il discorso che ho sentito qualche giorno fa pronunciato da Edi Rama, il premier dell’Albania. Ho pianto, sentendolo. È un periodo in cui le lacrime corrono spesso, a lungo, per nulla. Ma davanti a queste parole, anche Darth Vader avrebbe pianto. Anche Hitler.

Come sapete meglio di me, l’Albania ha fatto arrivare in Italia trenta medici per aiutare durante l’emergenza. L’Albania non è il Liechetenstein, non può permettersi grandi donazioni. Eppure ha donato trenta preziosissimi dottori in un momento di grande carenza di personale. A un’Italia che, certo ha accolto molti dei suoi cittadini negli anni ’80-90, ma che a tanti di loro ha fatto anche sentire il gelo del razzismo, riducendoli, molto spesso, a un punto in agenda di certi programmi politici — specie quelli di colore verde vivo sulle rive di un fiume, forse celtico, chiamato Po’.

Ho sentito da qualche parte questa cosa. C’è una divinità, si chiama Karma e ha un senso dell’umurismo perverso.
Io laicizzo e la chiamo Storia.
Ai Quattro Parchi Tirchi — e a Salvini — direi, guardate quelle mani albanesi che oggi curano un malato di Pontida, Bergamo.
Non aggiungerei altro.

Ho riascoltato Edi Rama e il suo discorso ai “fratelli italiani”, e ho provato ancora più imbarazzo per la classe di governo dei Quattro Frugal. In questo disagio, però, ho anche capito che devo evitare di imboccare una strada molto spianata e in discesa. Quella che porta a sovrapporre a una posizione di uno stato, quella dei cittadini di quello stato. Non dobbiamo mai confondere lo Stato con il popolo.
Così come gli americani non sono Trump, gli olandesi non sono Rutte, né i tedeschi Merkel.

Per quanto amareggiata, e anche, per qualche istante, scioccata, devo sforzarmi di non essere quella che ero. Il virus, Fellows, non dà solo l’occasione di passare più tempo in famiglia, per chi ha una famiglia con cui passarlo. O di leggere, guardare film e visitare musei online.
Il virus chiama nuovi noi.

La dieta a base di film d’essai del passato continua. Questa settimana, nella pancia della balena Kanopy, ho pescato “Il palloncino rosso”, o forse dovrei dire “Le ballon rouge”, di Albert Lamorisse, anno 1956.
Dura 35 minuti, con una manciata di parole. Un film poema, se così si può dire — tranquilli, ci ritorno su questo punto.
E’ un titolo talmente noto al mondo — ma ahimè, e ahivoi, non al vostro Board — che è disponibile anche qui su Youtube, per quelli che non hanno accesso alla pancia della balena Kanopy.
E’ passato alla storia anche perché ha incassato una fila di premi quando uscì. Palma d’oro a Cannes nel 1956. Premio Oscar nel 1957 per la migliore sceneggiatura originale. Un BAFTA Special Award e un Premio Luois Delluc.
Ed una storia minima, costruita intorno ad un’idea semplicissima.

Un giorno Pascal, che è pure il figlio del regista, trova un grosso palloncino rosso attaccato con una cordicella a un lampione. Il bambino si arrampica, lo libera e da allora diventano inseparabili. Non immaginatevelo come i palloncini comuni, ovali, oblunghi. Il palloncino di Pascal è molto grosso, tondo, d’un intenso rosso mela biancaneve.
Un palloncino così, ogni bambino, se lo sogna. E anche ogni adulto.

E già il sogno comincia qui. Una mela rossa senza peso che si sposta sopra un bambino per le strade grigie della città. Una Parigi degli anni successivi alla guerra, non una Parigi da Moulin Rouge e Folies Bergères. Il tono è dimesso, i cittadini camminano in fretta e a testa bassa. Immaginate come può stagliarsi un palloncione rosso mela su uno sfondo così fosco, così mesto.
La particolarità di questo palloncino, oltre la dimensione e la forma, è il fatto che sia senziente. Pensante. Ebbene sì, Moviers, il palloncino segue Pascal. Lo segue dappertutto. In casa, a scuola. Fa persino in modo di liberare il ragazzino dalla punizione a scuola, pur di star con lui. Lui e Pascal diventano two-peas-in-a-pod. Pascal a livello stradale, e il palloncino a un metro sopra di lui. E badate, Pascal non lo tiene per la cordicella. È proprio il pallone a seguirlo.
Un idillio.
Pascal felicissimo. Il pallone, anche: splende in tutto il suo rossore.

Però si sa, il mondo è un posto di bruti. Di bulli. E i monellacci del quartiere, che spiano la coppia felice, fanno di tutto per rovinare il quadretto, e impossessarsi del palloncino. Pascal scappa sempre e ogni volta salva il suo fedele amico. Ma i monellacci gli fanno la posta ovunque, finché, un giorno, riescono a prenderglielo.
Cercano di farlo fuori tirandogli i sassi con le fionde. Una scena davvero cruenta che mostra quanto adulti possano essere i bambini, o quanto degli adulti che diventeranno sia già dentro di loro.
Nessuno di quei proiettili raggiunge l’obbiettivo. Ma succede una cosa stranissima — stranissima brutta. Il palloncino, lustra mela rossa, con la pelle tesa e liscia, comincia ad avvizzire. Si sgonfia piano piano, si rattrappisce, fino ad agonizzare per terra, minuscolo. Nello stesso tempo un’altra cosa stranissima —stranissima bella— succede. Tutti i palloncini della città sfuggono alle mani dei legittimi proprietari. Bambini, adulti, negozi, feste. Si alzano in cielo, si raggruppano in un unico enorme grappolo colorato, che raggiunge il luogo dove si trova Pascal con i monellacci, e lo salva. Lo alza in volo, e lo porta via, lui attaccato a questa mongolfiera di palloncini colorati, vola via, sopra Parigi.

È una bellissima storia di affinità elettiva, “Il palloncino rosso”. Il palloncino segue Pascal e obbedisce solo a lui perché Pascal l’ha trovato, l’ha salvato dalla sua solitudine, dal suo confino in cima a un lampione, e si è preso cura di lui. E così, un po’ come il Genio della Lampada con Aladino, il palloncino decide di contraccambiare il favore, e di star dietro al suo nuovo padroncino. Quando Pascal molla la presa per lasciarlo andare libero, lui, di sua sponte, torna indietro e vuole stare con lui.

Simbolicamente, il palloncino è il compagno di giochi perfetto, burlone e fedele, birichino ma sempre presente. E’ l’amico immaginario che infila una guaina rossa e si fa visibile. E’ anche, la rappresentazione dell’immaginazione dei bambini, che tuttavia è presente, pur in forma sotterranea e occultata, anche negli adulti. La scelta di concretizzarlo in un palloncino è piùcheperfetta: cosa c’è di più aereo, giocoso, concreto e astratto, terreno e celeste, di un palloncino?
La parte drammatica, con la persecuzione del palloncino rosso e la sua morte, ma, anche il trionfo di tutti i palloncini colorati che giungono in soccorso di Pascal, riporta il film alla realtà della brutalità umana per poi mostrare come possa essere sempre trascesa, sublimata, da altro colore, altra levità.

Un film poema —eccomi di ritorno— nel senso che non c’è poesia nel film, come molto spesso si dice, a sproposito, di tanti titoli. Il film è una poesia. Funziona esattamente come funziona un testo poetico. Senza troppi nessi, senza un filo narrativo che costringe il film a una trama, il film avanza, leggero. Proprio come il palloncino protagonista.
Ve lo dice una che ha un debole per i palloncini e che sono finiti in un altro libro… Stay tuned 😉

Se non vi regalate la mela rossa del palloncino di Pascal, vi negate davvero un momento per cui vale la pena essere umani. Foss’anche solo per quella scena che è finita tra le mie scene preferite in assoluto della cinematografia mondiale: durante un giorno di pioggia, Pascal chiede ai passanti di riparare il palloncino sotto i loro ombrelli. E tu vedi tutti questi ombrelli neri d’un nero magrittiano, scortare sotto di loro questo grosso testone rosso, mentre Pascal lì accanto, cammina sotto la pioggia.
Guardandolo ho pensato a Totoro. Siamo infatti nel lessico visivo ed emozionale che siamo abituati ad ascoltare dai disegni di mastro Myiazaki.

Guardandolo da spettatori attenti del 2000, non possiamo fare a meno di tracciare anche una linea —una cordicella!— fra questo film e “Up”, il film d’animazione che conquistò tutti nel 2009. La scena in cui la casetta del protagonista Carl si leva nel cielo grazie alla forza di una nuvola di palloncini che spuntano dal camino di casa sua, salvandola dalla demolizione, è sorella della scena finale del film di Lamorisse.
Non parliamo di plagio, per carità. Diciamo solo parentela d’aria. 🙂

Ecco Moviers, sono arrivata alla fine anche oggi. Vi ringrazio per la pazienza con cui mi state sempre ad ascoltare. Vi ringrazio anche per il calore che mi state dimostrando, che scioglie ogni rigore, che stende qualsiasi virus. Corona e tutto.

Gli applausi di New York per i first responders, continuano, puntuali, da undici giorni, ogni sera alle 7 pm. Ogni sera più convinti. Mi tirano su un sorriso del valore di un milione di dollari. 🙂
Ve li mando, dalla finestra della mia camera, with much love.

E questa sera i saluti sono parcamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 431 da NYC commenta “LA STRADA” di Federico Fellini

LET’S MOVIE 431 da NYC commenta “LA STRADA” di Federico Fellini

Mani, Moviers,
 
le due che ho, cadono a pezzi. A furia di lavare, lavare, lavare. Come una stoffa che non tiene più e si sciupa, si slabbra. Le guardo e mi sembrano mani di lavandaie. Di operaie. Invece sono semplicemente mani di una che le lava il doppio di prima, e già prima se le lavava tanto.

I vestiti che indossi fuori casa, li tieni lontani dai vestiti che indossi dentro casa. La distanza tra fuori e dentro non è mai stata così netta. Stiamo tracciando confini che non avremmo mai pensato di tracciare.
Avete mai pensato a quanto stiamo riscrivendo il nostro spazio? A quanto la geografia soggettiva stia aggiungendo capitoli su capitoli all’atlante originale, quello che ci è stato dato in dotazione alla nascita, e che non abbiamo mai messo in discussione? Oltre al sovvertimento delle regole sociali — la lontananza dall’altro — ora stiamo anche mettendo mano — manomettendo? — gli spazi intimi. Quanta distanza devo frappore tra me e quella giacca, quel paio di scarpe, che sono state fuori, hanno toccato il mondo fuori, sono state contaminate?
Non si tratta più solo di collettività ed esteriorità, Fellows. Siamo entrati nella sfera dell’individualità, dell’initimità. Per questo sono così preoccupata del tempo di ripresa del dopo.
Quanto impiegheremo a cancellare quei confini? Quanto, a riposizionarli?
Quando un meccanismo diventa abitudine, e mette radici dentro di noi, è difficile estirparlo.

Le mani sono anche quelle che mi hanno raggiunto dall’Italia negli ultimi tre-quattro giorni. Tutte le persone preoccupate per quello che sentono in tivù o che leggono in internet riguardo a New York.
città che a tante testate piace definire “spettrale”.
Li/vi ringrazio tutti, di cuore. Mi fate sentire ricordata. Taken care of.

Quanto alla New York spettrale… In un servizio su Il Corriere della Sera online, che descriveva New York attraverso delle immagini con delle didascalie, leggo, “uno scorcio di Manhattan con il Chrysler Building sullo sfondo e in primo piano una strada deserta: ‘la città che non dorme mai’ si è scoperta vulnerabile per il suo cosmopolitismo e l’elevata densità abitativa, e ora sembra dormire anche di giorno”.

Che la quiete regni là dove prima regnava la tempesta, è un fatto. E fa impressione, certo, vedere le strade vuote quando di solito sono invase da fiumi giallo taxi. I marciapiedi sgombri dove prima sfrecciavano orde di persone dirette a fare chissacché. Ma questo non riguarda forse tutte le città colpite dal virus? Se guardate Milano, non vi pare la Milano di Antonioni? Silenziosa e sospesa come una tela di De Chirico? E anche se guardate il vostro piccolo paese, la vostra cittadina, quelli, sono forse meno impressionanti perché non assurgono alla definizione di metropoli? Ogni peasaggio urbano, piccolo o grande che sia, risulta straniante, quando nessuno lo circola. È pensato per noi, gli umani. Quando noi umani non ci siamo, diventa immediatamente minaccioso, perturbante. Questo non vale per la Natura — una spiaggia deserta o un bosco, non fanno lo stesso effetto. La Natura basta a se stessa.
Le città senza uomini sono involucri senza il regalo dentro.

A voler essere precisi, a New York le persone girano ancora per strada. Non c’è il domicilio coatto che è in vigore in Italia. Se vuoi fare quattro passi, li fai. Se vuoi andare a correre, vai a correre. Tutti cercano di mantenere il social distancing, ma la città, a guardarla bene, non è affatto vuota. Di persone, ne circolano fin troppe, a voler ben vedere.
Quindi la spettralità d New York è una cartolina dall’inferno che fa sensation, e aumentare i click su un articolo, più che un oggettivo dato di fatto.
La stampa newyorkese stessa contribuisce ad allarmare, sia chiaro. Il New York Times pubblica certi articoli da cui sembra che moriremo tutti da un giorno all’altro.
Quindi capisco che la stampa europea segua quella linea.

Poi mi rendo conto che l’America faccia paura dal punto di vista sanitario. Fa paura agli americani stessi, figurarsi a un’immigrata con un visto ballerino, e agli italiani che la guardano dal loro paradiso sanitario sopra cui scintilla il cartello “Healthcare-for-all”.
Ma anche in questo caso, New York è un caso a parte.

Sparsi per la città, spuntano dei totem interattivi in cui la Città comunica con i suoi cittadini. In tempi pre-pandemici, questi totem rivelavano informazioni curiose sulla città — tipo “The couple who owned Coney Island’s original Thunderbolt lived in a house beneath the rollercoaster”. Oppure condividevano citazioni celebri, sempre sulla città. La schermata è mobile, quindi è un continuo susseguirsi di informazioni curiose e citazioni. Mi sono sempre chiesta se fosse un loop infinito, oppure se ricominciasse, a un certo punto.
Mi sono sempre ripromessa, un giorno ti pianti davanti a uno di ‘sti affari e ci rimani fin quando non ti ripropone la prima scritta.
In tempi pandemici, questi totem sono diventati strumenti a servizio degli Healthcare Services per trasmettere ai cittadini messaggi relativi al virus. Incoraggiano allo stay-home, e alle buone pratiche per limitare il contagio.

L’altro giorno, sono riuscita a immortalare questo messaggio: “COVID-19 Info Healthcare Services: NYC will provide medical care regardless of immigration status or ability to pay”.
In questo, New York si distingue dal resto d’America. L’ha sempre fatto. La città è piena di cliniche noprofit in cui puoi farti curare, a prezzi da ticket italiano, un’influenza, una carie, una sciatalgia. È con il cancro, o patologie serie, che son dolori.

Certo, Moviers, io non posso prevedere come evolverà la situazione. Se precipiterà, e allora si sarà costretti a curare gli americani “first”, e tutti gli altri “second”. Questo, non posso saperlo. Ma non posso permettermi il lusso di pensare il peggio. È del possibile meglio che dobbiamo riempirci la testa adesso. Altrimenti non ne usciamo. Psicologicamente, intendo.

E non è facile, psicologicamente, riservare lo spazio mentale al meglio. Il dato che occupa maggiormente le mie preoccupazioni non è quello dei contagi, che sono impennati e continueranno a impennare nelle prossime settimane. Non sono le armi, le munizioni, l’assalto ai supermercati. No, no. Quella che mi spaventa, è la fascia più colpita, ben diversa dall’Italia. Qui la maggior parte dei decessi si verifica tra i 18 e i 44 anni. Ragazzi, giovani.
Mi spaventa anche il 17. A New York muore una persona ogni 17 minuti per il virus.     
Mi spaventa Trump. La sua ignoranza. Con un virus così, anche la mente più brillante si offusca, figurarsi la sua.
 
Mani, Moviers, sempre mani. Quelle che vedo in tasca, quando non sono nei guanti in lattice. Quelle che non si reggono più ai pali in mezzo al vagone della metro, oppure a quello che che corre in orizzontale sopra le teste dei legittimi proprietari.
La metropolitana è forse lo spettacolo più desolante della città. Adesso non la prende quasi più nessuno. In mancanza di passeggeri, gli homeless sembrano ancora più numerosi, e si aggirano per le fermate e per i vagoni. La maggior parte di loro sono inoffensivi. Ma alcuni sono imprevedibili, difficile capire quali demoni vedano al loro fianco e in quali direzione li porteranno.
Quando entro in un vagone, non mi siedo più, né tocco nulla. Mi pianto con i piedi per terra e faccio surfin’-USA, solo che al posto della tavola da surf c’è il pavimento del vagone.
La metropolitana è sempre stato un mio punto di riferimento qui. Vederla insquallidire così, giorno dopo giorno — e già prima era a livelli di squallore sopraffini — mi mette tristezza. Ho deciso che dalla settimana prossima, con l’arrivo, speriamo, di un po’ di caldo, vado nella bike-room al pianterreno, vedo di pompare le gomme della mia bici, e di risalire in sella. Scorrazzare in una New York con pochissime macchine sarà uno dei pochi privilegi concessi da questa situazione.

E mani, Moviers, ancora mani. Quelle che venerdì, alle 7 pm in punto, hanno cominciato ad applaudire.
Ero alla scrivania e ho sentito degli applausi, e il cheering tipico di qualcuno che incita, che tifa. Ho guardato fuori dalla finestra e, in basso, nei primi piani del mio dell’edificio di fronte, ho visto tante persone affacciarsi alla finestra e applaudire. Ho ricordato immediatamente i balconi cantanti le cui canzoni sono arrivate fino a qui dall’Italia.
Ho tirato su la ghigliottina della mia finestra e mi sono sporta — sempre il solito capogiro oddio-adesso-precipito. C’erano persone in strada, e persone alle finestre, che applaudivano. E anche dalla Broadway sentivo gli applausi. Allora, senza nemmeno sapere perché, mi sono messa ad applaudire anch’io, e ho sentito tutto quello che avete sentito voi con le canzoni dai balconi. Quella spinta che vi parte dentro, che vi scioglie tutti e vi fa confluire in un unico fiume di sentire comune. Applaudivo e piangevo e ridevo agli inquilini del palazzo di fronte, che mi sorridevano e applaudivano e anche loro erano visibilmente commossi.
Poi ho scoperto che è stata un’iniziativa collettiva per ringraziare quelli che qui si chiamano “first responders”, ovvero medici, infermieri, operatori del settore ospedaliero. Che tutta New York alle 7 pm si è fermata e ha applaudito per una decina di minuti.
Lo stesso applauso collettivo si è riproposto oggi, poco fa, sempre alle 7 pm.
Una metropoli che si ferma in mezzo a una pandemia, e rende grazie a chi salva vite.
New York spettrale?
No. Non per il momento.
 
In questi giorni di classici della cinematografia, dopo Antonioni, ho ripreso in mano Fellini. Perché non avevo mai visto “La strada”. E dovrebbero forse ritirarmi la cittadinanza italiana. Perché come fai a essere un italiano, un italiano totocotugnamente vero, senza aver visto “La strada” di Fellini?
Spero che un’amnistia generale mi grazi, e mi conceda ancora il beneficio del tricolore.

Il film è di una circolarità che richiama le giostre dei circhi, i pois sulle tute dei pagliacci. La fascinazione circense di Fellini comincia qui, con questo film, che di clownesco non ha nulla, di comico men che meno. Ma è il mondo degli artisti di strada che il regista romagnolo cattura in questo film del 1954, e che tre anni dopo, gli valse l’Oscar come miglior film straniero, il primo in assoluto in quella categoria.

Ragazza innocente, povera e piccola —nel senso proprio minuscola— Gelsomina (Giulietta Masina) vive con la madre e quattro sorelle in un’anonima periferia laziale. La madre la vende per 10.000 lire al saltimbanco Zampanò (Anthony Quinn), un murgugno a metà strada fra Barbanera e Barbablu con derive Mangiafuoco. Si guadagna da vivere itinerando con uno spettacolo in cui gurdate-gente-guardate-Zampanò-che-riesce-a-rompere-una-catena-di-ferro-con-la-sola-forza-dei-muscoli-pettorali. I due, Zampanò e Gelsomina, partono per un viaggio che li porta ad attraversare l’Italia del neorealismo. Le campagne poverissime, l’ignoranza, ma anche la solidarietà, una voglia di svago ritrovata dopo la quaresima della guerra.

Lungo questo viaggio, incontrano il Matto, un equilibrista un po’ filosofo un po’ enigma che è una sorta di doppio opposto di Zampanò. Tanto burbero e terragno Zampanò, quanto arguto e aereo il Matto — non a caso entra in scena camminando su una fune a dieci metri d’altezza.
Gelsomina serve a Zampanò da assistente, suona un po’ la tromba, introduce gli spettacoli, raccoglie le offerte dal pubblico, e, ovviamente, fa anche da sguattera.
Vedendola, piccina dentro un cappottone sformato, con la bombetta da Charlot calcata sulla testa, e un trucco vagamente pagliaccio su naso e occhi, e il suo talento con la tromba, capiamo immediatamente che è lei la vera artista del duo, non il rude Zampanò. E’ lei il folletto con il fuoco dell’arte che brucia dentro. Ma naturalmente siamo nel 1954, e l’omo è omo: lei, talentuosa, brillante, è l’assistente, lui, Zampanò, villico e bifolco, il capo — il femminismo era ancora lontano a venire.
Gelsomina sviluppa sentimenti contrastanti nei confronti del suo carceriere-padrone Zampanò. Dapprima ne è terrorizzata, poi se ne invaghisce e subisce in silenzio ogni sorta di soprusi dall’empio, poi lo sopporta, amorevole, quasi come una sposa dopo un matrimonio cinquantennale. Infine dopo un evento terribile che marcherà la svolta del film, lo ripudierà e, in qualche (triste) modo, si libererà di lui.

L’evento terribile riguarda il Matto. In una scazzottata con Zampanò, il Matto perde la vita. Questo delitto macchierà per sempre non solo Zamapanò, ma anche l’innocenza di Gelsomina. Uno sguardo azzurro oscurato da una cecità irreversibile. La ragazza si ammala, o meglio, si rifugia in un mondo mentale tutto suo dal quale non esce più se non per suonare la sua amata tromba.
Zampanò, che non può portarsi appresso zavorre con una rotella fuori posti, la abbandona, lasciandole proprio la tromba, quasi fosse una specie di buonuscita. Ma il senso di colpa per il delitto commesso, e lo spettro di Gelsomina, non lo abbandonano mai.
Un giorno ritorna nei luoghi in cui l’aveva abbandonata e chiede in giro di lei. Una donna gli dice che Gelsomina è morta, dopo che lei e la sua famiglia si erano presi cura di lei — la solidarietà dei poveri. Zampanò, in una straziantissima scena finale, si ritrova solo e disperato, a piangere su una spiaggia, di notte, con il mare in tempesta. Un finale che si riallaccia alla scena iniziale, ribaltandola. Il film si apre con Gelsomina che gioca spensierata, libera, in pieno giorno, su una spaggia, il mare tranquillo. Il film si chiude sul suo speculare contrario, con Zampanò, disperato e imprigionato dalle sue colpe, di notte, le onde grosse.

La strada del titolo è proprio la strada. Quella che percorrono in un viaggio senza meta i due girovaghi, e come loro, tutti i teatranti/saltimbanchi/circensi che si guadagnano da vivere itinerando per l’Italia del dopoguerra. La strada è un luogo ambiguo, dalle forti contraddizioni. È luogo di insidia, e di tentazione, di adiaccio e di perdizione. Ma è anche lo spazio della libertà, dell’assenza di costrizioni domestiche — anche, banalmente, delle mura. La strada è il posto di tutti, striscia democratica, spietata e onesta. Non regala nulla, ma offre sempre una via di scampo.
È proprio su questa strada che Gelsomina cresce e impara. E certo non da sola. Ma dagli incontri che fa. E soprattutto dal Matto, che per lei diventa una sorta di mentore, di Grillo Parlante.

Disperata dopo l’ennesima sfuriata di Zampanò, Gelsomina si chiede, e chiede al Matto, ma che ci sto a fare al mondo io?
(Quante volte ve la siete chiesti, questa domanda, voi? Io non smetto mai di.)
Il Matto le dice così: “Tutto quello che c’è al mondo serve a qualcosa, anche questo sassetto. Perché se anche questo sassetto è inutile, allora è tutto inutile, anche le stelle. E anche tu servi a qualcosa, con la tua testa da carciofo” — il Matto prende in giro Gelsomina per il capelli corti.

Per quanto Anthony Quinn incarni a meraviglia il bruto, la bestia, noi del pubblico rimaniamo ammaliati dal folletto Gelsomina, il clown felliniano, triste ma buffo, capace di far sorridere ma sempre custode di un’incurabile malinconia. Con tutta la carica di pura umanità che sprigiona, Gelsomina riempie il mondo gravido di problemi quotidiani con la leggerezza dell’artista, ma ahimé soccombe, quando si scontra con la brutalità dell’altro.

Il film è una pietra miliare perché parte dal Neorealismo e aggiunge elementi totalmente nuovi per l’epoca, come il fiabesco e il grottesco, pescandoli dal mondo del fantastico, e facendo di loro un marchio di fabbrica che contraddistinguerà tutto l’universo cinematografico felliniano.

E anche stasera, Fellows, eccomi giunta alla fine.
Fatevi sentire, mi fa piacere. Io sono sempre qui, vicinissima.
Ora vi ringrazio di tutto, e vi mando dei saluti, tattilmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board
 

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LET’S MOVIE 430 da NYC commenta “LA NOTTE” di Michelangelo Antonioni

LET’S MOVIE 430 da NYC commenta “LA NOTTE” di Michelangelo Antonioni

Munizioni, Moviers,

e fucili, ma soprattutto munizioni. È questa la lista della spesa di un bel po’ di americani del Midwest e dell’America meridionale.
Tanti di voi che in questi giorni mi hanno amorevolmente raggiunto per chiedermi news, mi hanno indicato, inorridditi, la lista della spesa all’odor di polvere da sparo. Credo che per capirla, uno debba andare molto indietro nel tempo, e guardare alla genesi di questo paese, che ha avuto luogo attraverso la violenza. La terra espropriata a forza dai nativi. La terra strappata a forza a una Natura sovrana e molto spesso inospitale, dal Far West alle paludi della Louisiana. Il patrimonio genetico storico americano è fatto per il 99% di “impiccalo più in alto”, di giustizia fatta con le proprie mani, sovente, appunto, a forma di cappio. Lo Stato, in America, arriva tardi.
Se alle elementari vi siete presi l’influenza durante la settimana in cui la maestra ha spiegato le moltiplicazioni, forse avete impiegato il doppio del tempo dei vostri compagni a capire il riporto. Ecco, l’America ha sofferto una mancanza, quella di res civica. Ovvero il senso che ci sia una forza istituzionale superiore che non solo regolamenta, ma anche che tutela, la vita dei cittadini.
Come essere orfani di un genitore. Te la cavi comunque, ma devi trovare il modo di colmare l’assenza.

Gli americani colmano quel vuoto riempiendolo di munizioni. Se le cose si mettono male, “if things go bad”, non posso permettermi di confidare nelle forze dell’ordine —se siete non-bianchi, quest’ipotesi sembra inquietantemente verosimile—posso solo confidare in me stesso e nelle mie forze. Se sono armate, avranno qualche possibilità in più di farcela.
Quindi, munizioni e AR-15.

Le persone in fila fuori dai gun-shop di mezza America, hanno risposto più o meno in questi termini agli intervistatori che chiedevano loro, il Coronavirus si combatte con le armi?
“No, it’s just to stay safer”. Per sentirsi più sicuri. Ovvero. Se l’ordine civile crolla, messo sotto pressione da un evento eccezionale come una pandemia, io devo badare a me stesso. Dietro quelle smozzicate parole, strappate a una bocca che molto spesso mastica risentimento e delusione, intravediamo una sfiducia totale nei confronti del proprio paese.
“Se l’ordine civile crolla”. Pensiamoci un po’. In Italia, per quanto messi male sotto tantissimi aspetti, non mettiamo in dubbio l’ordine civile della società. Forse il periodo delle Brigate Rosse ci era andato pericolosamente vicino, ma alla fine l’abbiamo scampata.

In più, gli americani —sto parlando di americani con un basso livello di istruzione e con una visione molto ristretta del mondo, non di tutti gli americani— quegli americani sovrappongono alla realtà, il cinema.
“Cioè, nei film, se arrivano gli zombi, non è che aspetti la polizia, giusto? Gli devi sparare tu”.
Anche questa è stata una risposta data a un giornalista.
Gli zombi.

Ora, è evidente che non possiamo fermare la fantasia degli sceneggiatori perché là fuori ci sono degli individui che credono che i morti viventi, un giorno, lasceranno le loro fosse e ci attacheranno. Però è altrettanto evidente che film apocalittici o post-apocalittici come Doomsday, The Road, Eli, hanno minato ancora di più la fiducia del cittadino-spettatore nella capacità delle autorità di gestire situazioni estreme, una fiducia che, come abbiamo visto, è sempre stata molto labile.

Poi c’è anche da dire che il governo americano ci ha messo del suo. Nei disastri seguiti a uragani come Katrina, Sandy e Harvey per citare i pezzi da novanta, il governo ha agito in maniera lenta e disorganizzata. L’americano medio avrà anche dei dubbi gusti cinematografici, ma non scorda certe scene viste a New Orleans che hanno segnato il suo paese.

Allora vedete, non mi stupisco —ma certo rabbrividisco— quando immagino il film che un cittadino del North Dakota si fa in testa all’idea di un imminente svuotamento di supermercati, oppure sovraffollamento degli ospedali. Se c’è un’ultima lattina di fagioli sullo scaffale, e ne va della mia vita o della tua, il mio AR-15 mi dà più probabilità che il contenuto di quella lattina finisca nel mio stomaco, non nel tuo.
E’ un esempio molto estremo, questo, ma illustra il modo mors-tua-vita-mea di (s)ragionare in una situazione di forte stress.

Avete notato come la percezione del tempo cambi, durante una pandemia di questo tipo? Mi sembra sia passata un’era geologica da domenica scorsa, quando avevo lasciato i newyorkesi a godersi, ignari, la loro prima domenica di primavera.
La città ha fatto i conti con la realtà del virus e da lunedì abbiamo assistito a un’escalation di provvedimenti. Prima la chisura delle scuole, poi dei ristoranti e dei bar, fino ad arrivare a ieri con lo shutdown degli esercizi commerciali non essenaziali.
 
E’ tutt’ora in corso un braccio di ferro tra De Blasio e Cuomo. Il sindaco vorrebbe lo shelter-in-place, il domicilio coatto sul modello italiano e californiano. Cuomo dice no way. Il timore è un fuggifuggi selvaggio dalla città che diffonderebbe ancora di più il virus. Quindi al momento tutto è chiuso, ma le persone possono ancora uscire, correre, fare due passi.
Ovviamente il numero di contagi è aumentato esponenzialmente, anche perché finalmente si cominciano a fare i tamponi —anche grazie a quelli arrivati da Brescia, e questa è un’altra grana di cui qualcuno dovrà rendere conto, prima o poi.

Anche qui i problemi sono gli stessi che in Italia. Carenza di respiratori, mascherine, posti letto. Si stanno prendendo misure straordinarie. Una di queste si è ripercossa sulla testa dei poveri studenti NYU. Li hanno evacuati tutti per riconvertire i dormitori dell’università, all’evenienza, in ospedali da campo. E lo stesso si sta facendo con vecchi alberghi in giro per la città.
I poveri studenti hanno imballato le loro cose e sono tornati da mammà.

Mercoledì dovevo passare alla biblioteca dell’FIT, e ci sono passata.
Prendo la metro alla 110ima, e arrivo alla 42esima. La fermata di Times Square non sembra più la stessa. Pochissime persone. Vagoni praticamente vuoti. Se la raffronto con la Times Square di sempre, in cui le persone sembrano lievitare tanta è l’energia che le ascisse e le ordinate dei loro tragitti incrociati sprigionano, questo sembra un altro posto.
Alla 28esima, scendo. Anche per strada le persone sono meno, molte meno del solito.
Tiro un sospiro di sollievo, e dico, i newyorkesi si stanno convincendo della serietà della situazione.
Appena aggiusto gli occhi, però, mi rendo conto che, per quanto le persone siano meno, ci sono comunque. Ce ne sono ancora troppe.

Di loro, si e no il 20% porta la mascherina. Molti, hanno la bocca coperta da una sciarpa, un foulard, da tutto quello che può mimare la funzione di una mascherina, ma senza scientificamente riuscirci.
Anch’io ne sono sprovvista —non si trovano più. Allora trattengo il fiato più che posso. E’ stupido e inutile, ma lo faccio.
Ora che non ho più accesso a una piscina, sarà questo il mio nuoto?

Percorro la 23esima tra la Settima Avenue e la Sesta.
Cammino come se fosse l’ultimo giorno in cui mi è liberamente permesso. Arriverà presto un’ordinanza, mi dico. E non potrò più farlo senza un bisogno da dimostrare, un’autocertificazione da esibire. 
Allora, vincerà la necessità.
 
Tutto mi arriva molto nitido. La consistenza delle cose. I loro profili. Noto quello che normalmente non noto. In alto, in basso.
Lassù certi cornicioni bianchi e terracotta che scrivono il cielo con callligrafia newyorkese.
Quaggiù, impresso nel cemento, il calco di una forbice. Sollevo di poco lo sguardo. Incontra l’ingresso di un barbiere. Made Man Barbershop.
Sorrido.
 
Lo stay-home che cerco di autoimpormi fino a quando non sarà legge, è bell’e infranto, quindi proseguo fino alla Libreria Rizzoli, nell’area NoMad, a due passi dal Flatiron Building. Giusto per toccare con mano un po’ di parole.
Troppo tardi.
Sulla porta mi accoglie un avviso.
Rizzoli Bookstore will be closed until further notice to help protect our customers
Faccio il percorso a ritroso e mi spingo giù fino alla 21esima, dove c’è Trader’s Joe. La fila, fuori dal supermercato è ordinata, silenziosa.
 
Ieri, sabato, sono tornata lì, fra la Sesta e la 21esima. Mercoledì avevo visto un pusher di mascherine.
Ai tempi del Coronavirus, sono le mascherine, le sostanze stupefacenti che si vendono sottobanco.
Non c’era più.
Mi maledico per non averlo avvicinato l’altro giorno.
“How much, bro?”, avrei dovuto chiedergli, guardandomi le scarpe e sperando che non sparasse una cifra da assicurazione sanitaria.
 
Ho notato la differenza con mercoledì. Le persone erano molte molte meno in giro, e molto più mascherinate. L’unica fila, era sempre quella fuori da Trader’s Joe. Molto rispettosa dei 6 feet di social distancing imposti dal virus, prima che dalle direttive sanitarie.
Sulla via del ritorno a casa, mi sono fermata a Times Square, luogo che di solito evito volentieri. Ho fatto due passi fino a Bryant Park.
Le strade, vuote. Il silenzio, assordante.
È proprio quello, più che l’assenza delle persone, a colpirmi come un pugno.
Non avrei mai pensato di rabbrividire sentendo gli uccellini a Times Square.
 
Sono anche i muscoli, che mi preoccupano, Moviers. La memoria che è inscritta in loro.
Da qualche giorno, ho cominciato ad allontanarmi dalle persone. Se un marciapiede è più sgombro del suo gemello di fronte, attraverso la strada. Correndo, schivo i passanti o gli altri corridori un bel po’ prima di incrociarli.
Le mie gambe hanno un cervello e vanno dove è sicuro prima ancora che lo pensi.
 
Penso a quanto tempo impiegheranno i muscoli a reimparare la nostra grammatica. Quella italiana. Che parla gli abbracci, i baci, il modo che abbiamo di starci vicini.
Poi penso a quando finalmente riporteremo alla luce quella lingua, sepolta viva, dentro di noi.
Dopo tutto, quel tesoro ci attende.

Visto che le sale cinematografiche ci sono negate, noi aggiriamo il problema con scioltezza e ci affidiamo a Kanopy, una piattaforma strepitosa con più di 30.000 film e documentari a disposizione. Nata inizialmente per essere gratuita, è stata poi resa disponibile a certe biblioteche del New Jersey, e a docenti e studenti universitari. Kanopy è il bengodi dei cinefili. Ci trovate classici italiani della serie “I vitelloni” e classici moderni tipo “Lo chiamavano Jeeg Robot”. E questo per il comparto italiano. Moltiplicatelo per tutti i paesi del mondo.

In questi giorni obliqui, in cui l’umanità è stata scossa nel profondo, ho fatto un tuffo nel cinema autoriale.
E ho visto la trilogia dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni.
Non guardatemi con gli occhi sei-matta-in-un-momento-del-genere??
È proprio in un momento del genere che bisogna riprendere in mano i classici, e interrogarli. Questo sono i classici, oracoli. E sì, anche miracoli.

Siccome avevo visto, ancora in Italia, “L’avventura” — uno dei capolavori insuperati del cinema mondiale, al sicuro nella mia personale rosa dei gioielli più amati — e siccome avevo visto al MoMA “Deserto rosso” — altro capolavoro, per quanto molto più provante — ho deciso di completare la tetralogia cominciata proprio con “L’avventura” e “Deserto rosso”, e di vedere “L’eclisse” e “La Notte”.

Vi parlo de “La notte” (1961) perché mi ha colpito di più. E anche perché fra Alain Delon e Marcello Mastroianni, decido di onorare Marcello — l’attore più bravo del cinema, l’uomo, obbiettivamente, più bello della terra. Monica Vitti, musa antoniana, è sempre lei. Sempre monumentale. Francamente, non mi spiego perché si tenda a dimenticarla, a non aggiungerla mai al trittico italiano Magnani, Mangano, Loren. Monica Vitti merita di diritto il quarto scranno.

Temporalmente, “La notte”, è più o meno come il romanzo “Mrs Dalloway” di Virginia Woolf. Dura un giorno, dal mattino fino all’alba del giorno dopo. Solo che nel film di Antonioni i protagonisti sono due, marito e moglie, Lidia (Jeanne Moureau) e Giovanni (il nostro Marcello), una coppia borghese, nella Milano del boom economico. Giovanni è uno scrittore di successo, ma in crisi di contenuti — Jep Gambardella potrebbe essere suo degno discendente, chissà se Sorrentino lo sa (certo che lo sa). Capiamo che Lidia è ricca di famiglia, quindi provvede un po’ a entrambi, e questo già mette Giovanni in una posizione di sudditanza nei suoi confronti.
Lidia è primariamente annoiata dalla vita, da tutto. Quell’ennui che percorre così tanta produzione letteraia e cinematografica coeava al film —si pensi al grande romanzo di Moravia, “La noia”. E che non coglie solo lei, ma anche il personaggio di Valentina, che incontreremo più avanti — “adesso sento che mi ripiglia: è come la tristezza di un cane” (come la tristezza di un cane…Ti amo, Michelangelo!).

La giornata che porta alla notte del titolo comincia con una visita in un ospedale dove è ricoverato Tommaso, noto scrittore, mentore di Lidia e amico di Giovanni. Poi si passa a una presentazione dell’ultimo libro di Giovanni con l’intellighenzia milanese riunita attorno a tartine e aperitivi, in cui la crisi dei contenuti esce fuori in una semplice fulminea battuta.
“Cosa ci sta preparando di nuovo?”
Il “niente” della risposta di Giovanni è il necrologio dell’ispirazione.

Nel frattempo Lidia prende a vagare per la città. Una flanerie che è una specie di film-nel-film, che la porta in vari quartieri della città mostrandone i vari volti. Il traffico del centro, il silenzio della periferia, lo squallore memore della guerra, la ruspanza di alcuni ragazzi di quartiere che si menano per passare il tempo —indubbiamente cugini dei borgatari ragazzi di vita pasoliniani.
Questa passeggiata urbana diurna per Milano di Lidia, mi ha riportato alla mente la passeggiata urbana notturna per Parigi che si concede sempre Jean Moureau, nei panni di Florence, in “Ascensore per il patibolo”, di Louis Malle. Osservandole, uno spettatore, ha la sensazione che siano più che semplice camminate per una città. Sono misurate espressioni di spaesamento e controllata angoscia esistenziale, che racchiudono e seminano, nei passi, un intero Zeitgeist.

E poi comincia la lunga notte del titolo. La coppia va prima in un locale notturno, dove una bella ballerina di colore si esibisce in una danza dalle forti tinte erotiche. Poi i due, annoiati, se ne vanno al party del Gherardini, un ricco cumenda brianzolo.

Villona, piscinona, l’alta borghesia di una Milano che negli anni ’80 sarebbe stata tutta da bere.
Lidia intravede Valentina, la figlia dell’industriale, e, in un piano tra il peverso e l’incomprensibile, cerca di spingerla fra le braccia del marito, riuscendovi, in parte. Giovanni è attratto da Valentina, tanto bella quanto tormentata, ma crede ancora di amare Lidia. Lidia, di converso, gli dice, no Giovanni, è troppo tardi. Ma non è fredda, aggiunge, lucidamente disperata, “Se stasera ho voglia di morire, è perché non ti amo più. Sono disperata per questo. Vorrei essere già vecchia per averti dedicato tutta la mia vita. Vorrei non esistere più, perché non posso più amarti.”
E Giovanni non è da meno. “Non ti ho dato niente. È strano come soltanto oggi mi rendo conto di quanto ciò che si dà agli altri finisca con il giovare a se stessi”.
I dialoghi sono talmente ricchi, nelle poche parole che impiegano, talmente letterari, che ti viene voglia di stoppare il film e segnarti tutte le battute.
  
Nella scena finale, e alla fine della notte, con l’alba ormai in cielo, una scena che concettualmente ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro, Lidia e Giovanni si allontanano dalla villa a piedi e siedono in un prato. Lidia gli legge una lettera d’amore. Giovanni chiede, “chi l’ha scritta?”. E Lidia gli risponde: “Tu”.
Non riconoscendosi nemmeno più nelle proprie parole —lui che per giunta è uno scrittore!— Giovanni tocca il punto massimo dell’alienazione, sancisce la resa della comunicabilità. Se nemmeno io, scrittore, riconosco le mie stesse parole d’amore, che speranza abbiamo di stabilire una connesione autentica con l’altro? Di comunicare con lui? Di capirci?
Nel frattempo Tommaso, il vero intellettuale, incontrato al mattino in un letto di ospedale, muore. Il custode della verità e della parola non è più.

Dopo questo momento di grande potenza concettuale, il momento di spinta carnale. I due giacciono in un amplesso convulso, quasi animalesco. Vista l’impossibilità di capirsi attraverso il dialogo —luogo cerebrale— Antonioni sembra dirci, non ci rimane che l’atto fisico, primitivo, il corpo —luogo carnale. Lo stesso aveva fatto Moravia ne “La noia”, dove l’unica parvenza di comprensione reciproca che riuscivano a stabilire Dino e Cecilia, era attraverso il rapporto fisico.
Si conclude il film qui, significativamente qui, in un’alba che è ben più dell’alba di Lidia e Giovanni. E’ l’alba dell’umano, il momento indefinito fra giorno e notte, tra fine e inizio — o inizio e fine. Un cielo bianco sopra, un silenzio vuoto —o pregno?— tutt’intorno.

Ai tempi del Coronavirus, in cui il social distancing impera, il luogo carnale di Antonioni non è propriamente agibile. Chissà se è possibile tornare a riempiere la parola, svuotata dai suoi significati, e usarla come strumento di vicinanza, di verità, come prima degli anni ‘60?
Io dico ci provo. Proviamoci.

Ecco Fellows, sono arrivata in fondo. Il mio viaggio all’interno del cinema d’essai continuerà la settimana prossima. Certo, mi manca la sala cinematografica — Lez Muvi è nato lì, in sala — ma ai tempi del Coronavirus, considero Kanopy una benedizione celeste. Magari riuscite a procurarvi anche voi questi classici, su qualche cine-piattaforma italiana.

So che è tutto molto difficile, my Moviers. Lo so. Ma non vorremmo perdere la fiducia proprio adesso, vero?
Per tirarvi su, soffio verso l’Italia un coriandolo, su cui ho scritto una minuscola poesia, ieri notte.
È minuscola, così potete portarla sempre con voi. 🙂

sotto uno stagno
di mota e morte
di alghe e gelo
incuba la terra
il giorno
mille leghe di cielo

Vi ringrazio dell’attenzione e dell’affetto, fortissimi Fellows, e vi porgo dei saluti, stasera, a(r)matamente cinematografici.

Let’ Movie
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