LET’S MOVIE 433 da NYC commenta “La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli

LET’S MOVIE 433 da NYC commenta “La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli

Militarizzare, Moviers,

il virus, non serve a un fico secco.
Sto ruminando questo boccone da giorni. Non mi va giù. Lo devo sputare fuori.
Avrete notato quanto si parli di guerra, di nemico, di trincea, prima linea.
Qui in America la rappresentazione bellica della pandemia è prediletta. E certo, alla Casa Bianca ci sta uno a cui piace molto giocare al Risiko con il mondo, in ogni settore, in ogni discorso.
Questo, tuttavia, non riguarda solo Trump e l’America. Riguarda un po’ tutti i paesi. La stampa, l’opinione pubblica.

Noi non stiamo solo vivendo ciò che stiamo vivendo, ma ce lo sentiamo raccontare e, a nostra volta, lo raccontiamo. Lo subiamo due volte e, al contempo, lo diffondiamo.
Le nostre parole, prima dei nostri droplets, contagiano.

Non dovremmo mai confondere la sensazione di sentirci abitare uno spazio nuovo, estraniante, come quello provocato dal virus, con certe esperienze che sono state vissute in passati molto più tremendi e tragici di questo.
So che in Italia, nelle scorse settimane, hanno fatto molto scalpore certe iniziative prese dalle forze dell’ordine per contrastare gli assembramenti. Soprattutto, il passaggio di camionette dei pompieri o della polizia per i centri cittadini, armate di megafoni. Ho visto quei video, quelle camionette. Ho sentito le voci passare attraverso i marchingegni anonimizzanti dei megafoni. Hanno fatto molta impressione, anche a me. Ci proiettano fuori dal nostro orticello di avanzati abitanti del terzo millennio.
Ma se ci proiettano fuori, dico io, non dobbiamo farci proiettare dentro una realtà comparativa che, pur essendo comprensibile emotivamente, è impropria, e nociva.
Dal cielo non piovono bombe. Le cantine, gli interrati non sono stati convertiti in bunker.
Quelle camionette, e quei megafoni, non sono quelli del tempo di guerra.
Noi non siamo in guerra.

Una guerra poggia su un’intenzione. Un progetto singolo o di gruppo. Il virus no. Il virus non ha un programma. E’ un fenomeno privo di finalità. Uccidendo migliaia di persone, non guadagna nulla, non annette stati, non conquista poteri. Non gode, né esulta.
Allora, cominciamo a smilitarizzarci il virus in bocca. A riportarlo a quello che è. Un fatto.

Dico questo, quando la quarantena italiana sta per terminare — quella newyorkese richiede ancora un po’ di tempo, fino al 15 maggio — perché sarebbe bene che ci mettessimo nell’ordine delle idee che, con questo fatto, noi ci si dovrà dividere il futuro.
Vogliamo condividere il futuro con un nemico o con un fatto?
Direi che è molto meglio la seconda che ho detto.

La lingua rende sopportabile il reale. Non solo. La lingua costruisce il reale. Pensate alle dittature del passato, a quelle del presente. Pensate al razzismo. Se io dico che il nero/lo straniero/l’altro sono un pericolo, una minaccia per il mio paese, io, attraverso le mie parole, fabbrico una nuova realtà. Se, insieme a me, lo fa un politico, due politici, venti politici, un partito, un capo di governo, un presidente (di Stati Uniti magari), allora quella nuova realtà si cementifica, e passa di grado. Diventa una verità.

Se io sento che siamo in guerra, che il virus è il mio temibile avversario, che io arranco in trincea, io sono pronta a mettermi in assetto bellico. A la guerre comme à la guerre. In guerra e in amore tutto è permesso. Lo dicono anche le espressioni idiomatiche, i detti più o meno popolari. E se io mi metto in questa modalità, sono pronta a fare tutto, e soprattutto, ad accettare tutto. Perché la guerra è una situazione di emergenza costante, e in una situazione di emergenza costante, tutto è permesso.
La guerra è la temporanea legalizzazione del caos.

Ricordate quando si giocava a nascondino e, a un certo punto, uno diceva “bandus” —dalle mie parti dicevamo bandus, chissà se anche in Puglia e in Valle d’Aosta. E quello voleva dire, stop, fermiamo il tempo. Per questo momento, le regole del gioco non valgono più.
Ecco, un’emergenza costante è un bandus collettivo. Con la differenza che non siamo noi, i giocatori. I players, sono quelli che stanno a Palazzo Chigi. Nello Studio Ovale. All’Eliseo o nella Cancelleria Federale. Sono loro che prendono le decisioni.
Noi siamo semplicemente degli esecutori, privati della nostra volontà singola dacché braccati da un male globale.
Oltre al sentirsi tagliati fuori, questo modo di articolare il virus ci indebolisce psicologicamente. Ci rende fragili, impotenti, ancor più di quanto già siamo.

Se cominciassimo a vedere e dire il virus come un fatto e un accadimento che succede così come nella storia dell’umanità fatti e accadimenti sono sempre successi, potremmo renderlo più neutrale — consapevolmente non dico “neutralizzarlo”.
Questo è un approccio per il lungo periodo, dato che, ormai è chiaro a tutti, il virus non sparirà con l’arrivo dell’estate, né con l’arrivo dell’autunno. Sarà una presenza regolare nella nostra società.
Regolarizziamolo, allora.

In questi giorni, sto cercando di spogliare dalla zavorra retorica tutto quello che ci passano i giornali, il web, e provo a fare un esercizio di prospettiva.
Se mi discosto da questo momento e guardo a ciò che è stato, trovo vantaggi, e certo, nuove sfide.
Il Covid-19, per quanto contagioso, insidioso e pervicace, non è la peste nera. Questo fatto, lo tengo sempre ben piantato davanti agli occhi, e mi aiuta. Infonde il sollievo di un pericolo scampato. Non lo sottovaluto né sminuisco mai.
Migliaia di persone sono morte, muoiono e moriranno. Questa è stata una tragedia, lo è e continuerà a esserlo. Ogni vita perduta è una di troppo. Così aveva detto il Commissario UE all’Immigrazione rammaricandosi per la morte dei migranti nel Mediterraneo, cinque o sei anni fa. Ho scordato il suo nome, ma non le sue parole. Valgono anche per le morti provocate dal virus.
Ma dobbiamo rassegnarci all’evidenza che non tutti saranno salvati. E’ terribile dirlo, ma non dirlo non cancella lo stato delle cose. Partendo da questo drammatico presupposto, dobbiamo iniziare ad accettare questo reale cambiato che ci aspetta. Pochi vogliono farlo o si stanno preparando in maniera seria.
Sento persone parlare di viaggi, di vacanze in terre lontane. Ho visto le code su certe tangenziali italiane che portavano al mare, nel weekend di Pasqua — fake o no, il dubbio che fossero vere, m’è rimasto. Viaggi e vacanze? Nemmeno una pandemia ci scolla dalle nostre abitudini da viziati del 21esimo secolo?

La zavorra retorica riguarda anche la Natura. Io non sono dell’opinione che la Natura si stia ribellando, che si stia vendicando dell’uomo indisciplinato e cialtrone.
La Natura è tale e quale al virus: non ha una volontà. E’ una meravigliosa macchina misteriosa. Se manomettiamo alcuni dei suoi ingranaggi, la Meravigliosa reagisce, ma non con un istinto omicida. La sua è una reazione meccanica che si adatta a dei contesti mutati: se io calo un gigantesco muro in mezzo al Mississippi, impedendo al suo corso di proseguire, il Mississippi risolverà esondando e spazzando via la Louisiana circostante. È il Mississippi che si vendica? No, sono io idiota che gli ho calato un muro in pancia.

E’ colpa della Natura se noi buchiamo l’ozono e ci riempiamo di melanomi?
E’ colpa della Natura se imbottiamo le mucche di solventi cancerogeni e quelle sviluppano encefalopatie spongiformi che le portano alla pazzia? (Quanto in fretta scordiamo il passato!).
Gli spillover sono colpa della Natura?
No.
Poi io sto di casa a Gotham City, quindi sono particolarmente solidale con il pipistrello cinese braccato dai bisturi di tutto il mondo.
Se noi continuiamo per la nostra strada — viaggi selvaggi, chianine alla brace, deforestazioni, economie spinte al massimo — noi saremo gli artefici della nostra stessa caduta.
La Natura, la guerra, non c’entrano un fico secco.
C’entriamo noi.

Allora, forse è il caso di aiutare noi stessi prendendo posizione nella prospettiva giusta. Di smetterla con il war-talk, la revenge-rhetoric, con i vittimismi, e di mettersi nell’ordine delle idee che accanto al sopravvivere c’è il cambiare. E che tutto questo aprirà a un nuovo sentire.

Il mio viaggio nel cinema italiano d’autore continua. Questa settimana mi ha portato da Mario Monicelli.
La grande guerra, I compagni, Casanova 70, Padri e figli, Speriamo che sia femmina, Il medico e lo stregone, La ragazza con la pistola, Amici miei (finalmente ho capito cos’è la Supercazzola!), Parenti serpenti. Una settimana di riso tiratissimo.

C’è da dire che uno dei film del mio cuore —lo ripeto sempre— è I soliti ignoti. Mi è capitato di vederlo spesso in passato, e l’ho sempre trovato non solo spietatamente comico — come proprio della Commedia all’Italiana— ma superbamente allegorico. A oggi, per me, nessuna scena finale eguaglia la scena finale de I soliti ignoti.
Banda di buffi ladri buoni-a-nulla che vogliono rapinare la cassaforte del monte di pietà, progettano la rapina nei minimi dettagli, il giorno del colpo fanno un buco in un muro credendolo quello giusto, il muro è quello sbagliato, si ritrovano in una cucina e, per consolarsi, si mangiano una pasta e ceci che trovano sul fuoco, e che sa molto di tarallucci e vino. Possono essere rappresentate, in termini più efficaci, la cialtroneria, la goffaggine, la buffaggine, la capacità di fare buon viso a cattivo gioco tipici degli italiani? Io penso di no.

Ma oggi vi parlo di un film che avevo sempre sentito nominare ma che non avevo mai visto — bestia che sono. La ragazza con la pistola (1968), con una suprema Monica Vitti, che in questo film mette per la prima volta il piede nel genere della commedia, e lo conquista — fino a quel momento era stata musa di Antonioni, quindi di un cinema introspettivo, letterario, direi aulico. Monicelli intravede il suo grande potenziale comico e le costruisce attorno un film in grado di metterlo in risalto. Riuscendoci alla grande.

Profonda Sicilia, anni ’60. Assunta Patanè è una giovane sedotta e abbandonata da Vincenzo Macaluso, mashculissimo ma codardissimo mashculo del paesello: per non assumersi le sue responsabilità, fugge in Scozia.
Assunta, tipica femmena tutta onore e rispetto, deve cancellare l’onta. L’unico modo previsto dalla “legge” del paesello, è uccidere l’infame. Si mette allora una pistola in borsa e parte alla volta del Regno Unito in cerca di vendetta.

Per le strade del Regno Unito, fra Bath, Brighton, Edimburgo e Londra, il film assume toni da road-movie. Assunta cerca il traditore in lungo e in largo, e nel frattempo incontra persone, incontra luoghi diversi —immaginate una sicula degli anni 60 che si ritrova in un pub scozzese, o per le strade della Swinging London…
Il caso “aiuta” Assunta. Ritrova Vincenzo all’ospedale di Bath, dove lui lavora come portantino, e dove lei si fa assumere come infermiera. Dopo averlo creduto morto, e ritrovandolo vivo, e nelle braccia di un’altra, tenta di ucciderlo, ma per farlo, ferisce l’altra.

Questo è il vero punto di svolta per Assunta: il medico suo capo, il Dr Osborne, le dà una lavata di capo di quelle colossali. Le fa capire che la violenza non è la strada, che quello è un approccio retrogrado di gestire l’emotività e l’amore, n retaggio della mentalità chiusa del paesello. Lui la introduce a un modo di vivere più moderno, libero dalle tradizioni e dalla bigotteriacon cui è cresciuta.

Assunta sboccia in una ragazza nuova, autonoma, indipendente. Si trasferisce a vivere Londra e comincia a lavorare nel mondo della pubblicità.
E ora è Vincenzo che va a cercare lei! Vuole riconquistarla — è stufo delle bottane inglesi… E qui, Fellows, assistiamo al momento di gloria dei momenti di gloria. La vendetta, piatto da servirsi freddo, senza violenza ma con intelligenza. Questa volta è Assunta che seduce Vincenzo e che lo abbandona, proprio come lui aveva fatto in Sicilia.
Le ultime risentite parole pronunciate da un Vincenzo sedotto e abbandonato, “Bottana eri, e bottana sei rimasta”, riverberano l’assoluta immobilità del suo personaggio che, nonostante il suo trasferimento oltremanica, non si è mosso di un solo centimetro dal paesello. Mentre Assunta, che in quel momento si trova su un traghetto che la condurrà fra le braccia dell’amato Dottor Osborne, ha fatto un percorso interiore — coinciso con quello geografico — che l’ha portata alla libertà, e, alla fine, all’amore.

La ragazza con la pistola non è solo un’educazione sentimentale sull’asse Mezzogiorno-Regno Unito. E’ anche un radiografia che espone le abissali differenze fra due paesi colti nello stesso momento storico. Il ’68 a Londra è minigonne, capelloni, Beatles, amore libero, un contesto cosmopolita ricco di stimoli, dove le donne possono lavorare, vivere da sole, innamorarsi oppure non innamorarsi.
Monicelli è molto bravo a contrapporre questi due mondi, ambientando le scene siciliane in un Sud che sembra sospeso nella sua antichità — le case bianchissime, le piazze deserte o piene di donne vestite di nero — e le scene d’oltremanica in una Gran Bretagna variegata, percorsa da un multiculturalismo autentico che non aveva bisogno di essere sbandierato come invece sarebbe successo nei decenni successivi.

La ragazza con la pistola è un film realista senza essere realista — tante sono le efficacissime scene oniriche e grottesche — e femminista senza essere femminista. Ci mostra la liberazione di una donna plasmata da un contesto conservatore e oppressivo, e scopre, per contrasto, lo status meschino occupato dall’uomo. Come se Monicelli dicesse, guardate uomini, quant’è ridicolo questo ometto. Guardate tutti, quant’era ridicola Assunta prima della sua evoluzione.

Non dimentichiamoci cosa succedeva nel 1968 in Italia, l’anno d’uscita del film. Il delitto d’onore era ancora in piedi. Il divorzio ben lontano. La donna, soprattutto nelle periferie —non solo nel sud— aveva il destino già scritto: casa, marito, figli, taci.
Uscire con un film del genere, era un gesto politico non da poco.
Quanto ci manchi, Mario!

Siccome magari pensate, beata te che hai Kanopy e trovi questi gioielli, sono lieta di informarvi che tutti i titoli elencati sopra sono disponibili in Youtube. Quindi, avanti! 🙂
 
Eccomi in fondo, Fellows.
Come ogni settimana, vi mando le 7 pm di New York, ormai appuntamento che va avanti da 22 giorni, aumentando d’intensità ogni sera che passa. Oggi s’è alzato persino il barrito di una di quelle trombe da stadio che fanno molto San Siro e Gialappa’s Band.

Ma l’amore per gli essentials workers spunta a tutte le ore, ovunque. Nel mio palazzo, su un tavolo della hall, qualche giorno fa è comparso questo biglietto per il nostro postino Chris e per tutti i postini che ci portano la posta — a tutte le ore del giorno e della notte, un mistero che ancora devo risolvere.
Alle finestre, sulle scale antincendio compaiono cartelli e striscioni.
La compattezza newyorkese si sente anche in queste piccole grandissime manifestazioni di gratitudine.

Vi ringrazio sempre dell’amore, che arriva tutto, e stasera, i saluti, sono pacificamente cinematografici.

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