LET’S MOVIE 434 da NYC commenta “L’angelo sterminatore” di Luis Bunuel

LET’S MOVIE 434 da NYC commenta “L’angelo sterminatore” di Luis Bunuel

McEnroe, Moviers,

vanta un grosso centro sportivo a lui dedicato su Randall’s Island, dove spiccano diversi campi da tennis.
Il sabato lascio la ciclabile lungo l’Hudson, Central Park e Upper Harlem, e vado lì a correre.

È un’isola. Mi piace l’idea di lasciare l’isola di Manhattan e raggiungere un’altra isola passando per un ponte all’altezza della 103esima — quello pedonale che passa sopra la FDR Drive (Franklin Delano Roosevelt, naturalmente) e sopra l’Harlem River.
È un po’ lo stesso principio della mobilità a Venezia, quando prendi Rialto, o gli Scalzi e l’Accademia.
Island-hopping, insomma. Ma senza bisogno di barche e vaporetti.

Prima di arrivarci, se siete me, dovete spostarvi dal lato West di New York e raggiungere il lato East. Che non è tutta ‘sta distanza. Venti minuti circa, e ci siete.
Da quando sono qui sento dire che East Harlem è il quartiere più problematico di Manhattan.
Dicono tutti “edgy”.
Non ho mai la parola giusta per tradurre “edgy”. Può voler dire “all’ultimo grido” ma anche “suscettibile”.
Tipo, pronto a scattare. Coi nervi a fior di pelle.
Quando lo attraverso però, a parte un po’ più di spazzatura per terra rispetto all’Upper West, e un senso generale di fatico-a-campare, non sento tutta questa problematicità. Sarà forse che dopo un anno a West Harlem sulla 150esima, sono vaccinata — ricominciamo a restituire il figurato ai verbi, please.

Randall’s Island è un posto strano.
Prati, tantissimi prati — la misura extra-large di prati che piace tanto agli americani — vi accolgono appena mettete piede di là dal ponte. Campi da baseball, campi da calcio, aree ristoro. Piante, soprattutto lungo i due fiumi che la delimitano: se la guardi dall’alto, Randall’s è una piccola Sardegna schiacciata fra l’Harlem River e l’East River.
Hanno fatto un gran lavoro di divulgazione botanistica, disseminando lungo le stradine e i percorsi, quelle placche informative che trovate in Bondone, o in qualsiasi preparatissima montagna trentina, in cui vi si spiega che fiore è questo, che insetto è quello.
Il fatto che aggiungano anche il nome latino mi commuove da una parte, e mi fa ridere dall’altra.

Rudbeckia hirta.
Bombus impatiens.


Avete mai sentito il modo in cui gli inglesi pronunciano il latino?
E gli americani?
Ecco, adesso capite perché me la rido.
Io preferisco l’inglese.

Black-eyed susan.
Common eastern bumblebee.


Quindi sì, c’è un pochino di Bondone su Randall’s. Ma giusto quello che posso sopportare, una volta alla settimana. 😉
Per il resto, l’isola è esattamente quello che ripetono le placche informative, facendone vagamente una sorta di spot da resort vacanze.
A garden sanctuary in an urban environment.

Se alzo gli occhi davanti a me, a nord dell’isola, lo sguardo rimbalza contro una grossa tensostruttura azzurra, che collega Manhattan al Queens e al Bronx.
È uno di quei ponti molto americani, tutti fratelli del Golden Gate di San Francisco. Tutti sospesi, tutti a doppia campata, tutti coi cavi tiranti e le catenarie che dall’alto si appoggiano sul ponte raccontando una parabola che è entrata nell’immaginario collettivo.
Questo ponte avrebbe potuto benissimo prendere il posto di quello di Brooklyn sui pacchetti delle chewing-gum ai tempi della lotta Spandau Ballet vs Duran Duran.
Forse però il nome sarebbe stato un po’ scomodo. Questo ponte si chiama il Robert F. Kennedy Bridge. L’RFK.
Al fratello JFK l’aeroporto. Al fratello Bobby il ponte.
A ciascuno la propria infrastruttura.

Affinché il ponte possa gettarsi a volo d’angelo e atterarre nel Queens, è sostenuto da una serie di arcate. Ovvero, se ci passate sotto, da una fila infinita di portici giganteschi.
Mai visti portici così giganteschi. O forse sì, ma solo nei paesaggi urbani di Mario Sironi.
Se poche ore prima del vostro passaggio ha fatto brutto tempo, da queste arcate piovono giù delle gocce dalla grandezza preistorica.
Una goccia, una doccia.
Il mio divertimento, mentre passo sotto questo porticato moderno e quaternario insieme, è schivare le gocce docce che potrebbero colpirmi e farmi diventare come la terra sulla traiettoria di un grosso meteorite.

L’arte di Sironi è presente anche per la torre di mattoni rossi che svetta in mezzo all’isola. Quelle torri commerciali lisce e da industria malsana e alienante, come quelle che il pittore dipingeva così bene nelle sue desolanti periferie.
Proprio accanto a quella torre lì, c’è una cisterna dell’acqua panciuta e bianchissima, sostenuta da gambine magre magre tipo silos, che ti porta immediatamente nelle distese di mais dell’Arizona.
Il contrasto fra le due costruzioni, che stanno abbastanza vicine, il modo in cui il futurismo con derive metafisiche si affianca al profondo Sud Americano è violento, spiazzante.
Ogni volta perdo un po’ il respiro.

Mi rendo conto di essere una dei pochi runner che corre senza la mascherina.
Con quei pochi che non la portano, pratico il sorriso. Loro a volte me lo ritornano. A volte no, ma va be’. Giving first.
La mascherina è sempre una scocciatura, ma quando fate attività fisica lo è di più. A ogni modo, credo di lasciarla a casa per poter praticare il sorriso.
Per non perderlo.
La mascherina ci porta via la faccia. Gli occhi sono un bel lascito. Ma il sorriso rimane una perdita le cui ripercussioni si avvertiranno sul lungo periodo.

Continuando sotto i portici giganteschi, sulla bella ciclabile/pedonabile, si arriva al complesso aperto in onore di McEnroe.
Complimenti John, ma io ho una conoscenza assai meschina del tennis, quindi passo oltre.
Vado su su, finché Randall’s Island finisce, e un piccolissimo ponticello mi porta di là dal Bronx Kill, un fiumiciattolo dal nome di discendenza dantesca. O tarantiniana.
 
Arrivo nel Bronx, una parte di Bronx in cui non ho mai messo piede.
Passo a lato della sede del New York Post, con una quarantina di tir tutti verosimilmente in quarantena.
Continuo oltre, ed eccomi nel quartiere di Mott Haven.
Mi accoglie uno splendido graffito colorato su un muro.
Arte chiama arte. Un lavoro a maglia a forma di albero è intrecciato a una rete.
Quando la natura non c’è, la fabbrichi.
Un paradosso da cui non riesco a uscire.

Ci sono pochissime persone. Un paio, forse tre.
Un uomo pingue, con delle asticelle in mano. Una mascherina in faccia. “No fear” scritto sul cotone sopra la pancia.
Ho come la sensazione che il quartiere non abbia fine. Che se corressi miglia e miglia, troverei solo Mott Haven, Bronx.
È tutto chiuso. Portoni, finestre. Mi chiedo cosa ci sia dietro a tutte quelle saracinesche industriali.
Ho l’impressione di non voler sapere la risposta.
Faccio la strada a ritroso e rimetto piede su Randall’s Island.

Dell’isola ti rimangono impressi anche gli odori.
La primavera s’è portata con sé il suo carico aromatico. Gelsomini, certi fiori gialli di cui ignoro il nome. E poi i mughetti estivi, più grandi di quelli non estivi. C’è profumo nell’aria.
Poi da quando è in vigore la quarantena e le macchine sono tutte ferme, l’aria di New York è cristallina, fragrante.
Un’isola senza mezzi e abitazioni come Randall’s Island non fa che aumentare il cristallino, la fragranza.
 
Ma sull’isola c’è anche un depuratore. Quando ci passo accanto, vengo catapultata immediatamente a Linfano, Arco, Trento. Anche lì c’è un grosso depuratore.
L’odore è esattamente lo stesso. Liquami disinfettati.  
Cambi parte del mondo, ma il putrido depurato non cambia.
Shit happens all the time. It’s the same all over the place.

Ho detto che Randall’s è un luogo strano.
Se raggiungo il cuore dell’isola, da un vialetto bentenuto, da ciliegi in fiore e alberi che per me potrebbero essere tranquillamente dei peschi, sbuca fuori una struttura marrone.
Marrone fegato, ad essere precisi.
Il George Rosenfeld Center for Recovery.
Istituto d’igiene mentale.

Scopro che non è l’unico. Ce ne sono altri due, uno dei quali è il Manhattan Psychiatric Center, un complesso monumentale color cammello che sembra una costruzione di cartone, ma che in realtà ha qualcosa come 500 letti distribuiti su 17 piani di disagio.
L’altro, è il Kirby Forensic Psychiatric Center, dove si rinchiudono i carcerati con problemi mentali.
In mezzo al “garden sanctuary”, in mezzo alla Rudbeckia, ai bumblebees, alle mie felici e desolanti associazioni che uniscono geografia e pittura, Anni’ 20 di ‘900 e Anni ’20 di 2000, sorgono luoghi di follia e detenzione.

Ripenso ancora all’uso improprio che facciamo delle parole.
La settimana scorsa parlavo della necessità di smilitarizzarci la bocca.
Allo stesso modo, la nostra reclusione da Coronavirus non è propriamente una reclusione.
È un ritiro. Una forma di protezione.
Né la casa è una galera.

Se poi dal nord dell’isola, scendete giù giù fino al punto più a sud, trovate il Scylla Point. Punta Scilla.
Guess what? Nello stesso punto, sulla sponda opposta dell’East River, nel Queens, trovate il Charybdis Playground. Il Parcogiochi Cariddi.
Proprio come i mostri mitologici, alle due estremità dello Stretto di Messina.
Scilla e Cariddi fra Manhattan e il Queens.

Arcadia metropolitana con aree da picnic per famiglie e piccioncini. Un centro sportivo dedicato a Sir John McEnroe. Tre ospedali psichiatrici. Sironi e Arizona. Un depuratore che deturpa pulendo. Scilla e Cariddi.
Randall’s Island è uno dei luoghi più strani di New York.
Non posso fare a meno di tornarci, il sabato.

Ho creato questo Frunyc Junior dedicato a Randall’s. Poi, un giorno, vedremo di far tornare anche il Frunyc Senior.

Questa settimana avrei almeno quattro film di cui parlarvi. Ma ieri sera ho guardato una cosa assai titana nella storia del cinema. “L’angelo sterminatore” (1962) di Luis Bunuel. Se non ve ne parlassi, qualche angelo custode del cinema sterminerebbe me. Quindi ve ne parlo.

Prima però, devo fare pubblica ammenda. Poco più che ventenne, mi era capitato di guardare “Il fascino discreto della borghesia” e “Belle de jour”, due classici firmati dal regista. Entrambi con Catherine Deneuve come protagonista. Da lì, ho fatto rozzamente due più due, e ho cominciato a raccontarmi che Bunuel era francese, senza mai metterlo in discussione.
Ho dovuto aspettare ieri per capire che il quattro era un tre. Che Bunuel è spagnolo.
Bête de Board. Anzi. Burro Board.

Mi chiedo quali altri falsi mentali —degli autentici falsi storici personali — la mia psiche abbia costruito nel corso degli anni.
Vivere dovrebbe servire anche a demolire le bruttecopie di verità che, per svariate ragioni, fabbrichiamo accanto agli originali.

Alta borghesia spagnola — o messicana, visto che il film è girato in Messico, ma preferisco non aggiungere nazionalità, universalizzando. Dopo una sera all’opera, una ventina di alto-borghesi si ritrovano nella villa di uno di loro per la cena. Ma già dall’inizio c’è qualcosa di strado. Mentre la comitiva posh fa il proprio ingresso in casa, tutto il personale a servizio, camerieri, cuochi, garzoni, decide impulsivamente di lasciare la casa, senza dare spiegazioni. Rimane solo il capo maggiordomo.
In cucina si intravedono cinque o sei pecore vive che pascolano tranquillamente sotto il tavolo, e un piccolo d’orso. Vivo anche lui.
Lo spettatore comincia a intuire di essere finito in un posto strano. Molto più di Randall’s Island.

Dopo aver mangiato, il gruppo si trasferisce in una sala più piccola accanto alla sala da pranzo, dove un’ospite esegue una sonata al pianoforte.
L’ora è tarda, e qualcuno avanza un timido “S’è fatta una certa”, e fa per congedarsi. Ma senza capire perché, nessuno riesce a prendere l’iniziativa per primo e ad andarsene. Lì per lì, forse, per fare il classico balletto delle convenzioni per cui congedarsi per primi par brutto. Intrappolati in questa impasse collettiva, gli invitati finiscono per trascorrere la notte accampati nella saletta. Chi per terra, chi sui divani.
Okay, sarà stata stanchezza dei bagordi, pensano tutti, e sopra tutti, i due padroni di casa, che certo non potevano mettere alla porta gli ospiti, la sera prima, perché insomma, par brutto.

Al mattino qualcuno si appresta ad andarsene. Ci sono i figli da mandare a scuola che attendono a casa, le prove del concerto da fare. Ma forse, prima di andare, un caffè lo prendiamo… E così, tutti rimangono, di nuovo.
In casa si scopre non esserci più nulla da mangiare. Mezzogiorno è passato da un pezzo. Eppure nessuno riesce a uscire di casa. Nessuno avanza una spiegazione razionale per questa impossibilità a uscire. È come se ci fosse una forza che li tiene chiusi dentro e li obbliga a vivere il peggiore dei loro incubi.
Si esprimono tutti attraverso frasi tronche e sibilline, una serie di atti mancati da far impallidire Zeno Cosini.

Intanto la convivenza diventa pesante. Non c’è cibo. Non c’è più un goccio di vino, e nemmeno acqua. Una degli invitati avrebbe bisogno di medicinali, ma non si trovano. Penseresti, ma come, alta borghesia, un villone, e nemmeno un’aspirina? No, nemmeno un’aspirina: il gruppo è rinchiuso nel salotto, senza poter accedere ad altre stanze.
Comincia a far freddo. Gli invitati prendono a spaccare mobili e violoncelli per accendere un fuoco in mezzo alla stanza. Il degrado comincia a cogliere gli invitati, di solito tutti imbellettati e profumati. Iniziano a puzzare, a sfarsi — immaginate tenere lo stesso frac/vestito da sera per un numero non ben precisato di giorni, senza lavarvi…
Gli invitati si prendono a male parole, la padrona di casa comincia a tubare con un invitato, che è pure migliore amico del padrone di casa. Nel frattempo, per placare la sete, si prende a mazzate un muro, così da raggiungere una tubatura dell’acqua.
Per placare i morsi della fame, si sacrifica una delle pecore viste prima in cucina.

Fuori, sono accorsi la polizia e i giornali. Anche loro non si spiegano il perché di questo comportamento, ma non fanno irruzione in casa —non siamo in un poliziesco della Hollywood anni ’90, siamo in un Bunuel del Messico anni ‘60. Rimangono tutti a una distanza di sicurezza dalla casa, come se la casa fosse un luogo in cui si sta svolgendo un rituale sacro di qualche tipo. In effetti il film è ricchissimo di rimandi biblici, a partire dal titolo, e poi dalle pecore, oggetti sicraficali fin dal vangelo, e dalla vergine — c’è un’invitata che si professa tale.

All’interno si arriva al punto di massima entropia, e una delle invitate intuisce che per spezzare questo strano incantesimo che li tiene prigionieri, l’unico modo è ripetere le stesse azioni compiute la sera prima. Una specie di rito di rinascita, che permetta loro di tornare a quella normatività perduta inizialmente a causa dell’infrazione di un codice borghese: il mancato commiato a un’ora decente. Come se si fosse inceppato un meccanismo, e per farlo ripartire, bisognasse tornare indietro, e fare le cose comme il faut.

E così, ripetono paro paro, ciò che è successo la sera precedente. E lo strano incantesimo si spezza. Gli invitati escono dalla villa, finalmente liberi.
Il film però non si chiude in bellezza. L’ordine ricostituito avrà vita breve. Ritroviamo tutti quegli invitati e altre famiglie della borghesia bene in chiesa. La messa finisce, tutti fanno per uscire. Però qualcuno tentenna, uno si sofferma, l’altro indugia. Esattamente come nel post-cena alla villa.
E, immaginiamo, l’incantesimo della segregazione ricomincia.
Le ultime due scene mostrano scene di tafferugli tra l’esercito e il popolo, e una decina di pecore, che si dirigono verso la chiesa.

Profondamente ambiguo, certamente incongruo ed estremamente inquietante, “L’angelo sterminatore” è un’architettura allegorica a cui possiamo accedere da diverse porte, ma senza sapere se siamo arrivati nell’ultima stanza, quella che racchiude il significato ultimo. È come un testo sacro, la Bibbia, il Corano. La Divina Commedia, l’Ulisse di Joyce. Quei volumi cui continuiamo a ritornere per afferrane il significato, e nel frattempo, ci imbattiamo in sempre nuovi angoli.

Certo è che Bunuel ha scritto una delle critiche più feroci alla borghesia della storia. Fin dall’inizio, questi borghesi appaiono in tutta la loro ipocrisia, piccineria, bigotteria, repressione, volgarità — una volgarità sempre nascosta da un velo di pruderie e perbenismo. I loro discorsi sono vacui, superficiali, inconcludenti. Il regista trova un espediente efficacissimo per rimarcare questa loro sterilità: la ripetizione. Alcune scene sono ripetute due volte: l’ingresso in villa dei borghesi, e un brindisi. Il punto di vista è sempre lo stesso. Non c’è variazione.
Queste micro ripetizioni si riflettono poi — e l’abbiamo visto — nella macro ripetizione che tutto il gruppo deve simulare per uscire dalla casa. Come se questa classe sociale esistesse soltanto nel ri-inscenare gli stessi rituali, nel ri-recitare le stesse battute. Bunuel mostra il teatrino della borghesia attraverso le leggi sottese al teatrino stesso.

Ma il regista non si ferma lì. Inserendo noti simboli cristologici e concludendo il film in una chiesa, annovera nella critica anche la religione cattolica, un’espressione di quella stessa borghesia di cui al contempo si alimenta — file di banchi piene di pellicce e paltò di sartoria — e che avanza attraverso le medesime ritualità. A questa critica, Bunuel pare affiancare anche l’esercito, che sembra solo capace di rispondere al popolo usando la violenza.

Ne “L’angelo sterminatore” trovate una lettura molto spietata del mondo, una lettura che, inquietantemente riporta il film nel nostro preciso presente. Un mondo che non riesce a creare nulla di nuovo, ma che procede inerzialmente attraverso la meccanica ripetizione di rituali precostituiti, senza mai volersi fermare, o cambiare veramente. A un certo punto cosa può succedere — nel senso di “accadere dopo” — se non uno sterminio di massa?
Ci trovate niente di famigliare?

E quante domande ci lascia il film!
Con quale rito potremo — potremo?— ripristinare la normalità? Riusciremo a trovare alternative a questa falsa coazione a ripetere che ci riporta sempre al nostro punto di partenza invalidando qualasiasi tipo di evoluzione?
E noi, noi chi siamo? Siamo il personale di servizio che ha lasciato la villa in tempo, oppure siamo i borghesi? O forse, in ultima analisi, le pecore sacrificali?

Dopo aver guardato “L’angelo sterminatore”, mi sono resa conto di quanto il cinema della nostra modernità, a parte certi casi felici, manchi completamente di capacità allegorica. Un film del 1962 ci parla della nostra società e del Coronavirus con una chiarezza che ci fa distogliere gli occhi, tanto fa male. Possiamo dire lo stesso del cinema dei nostri tempi? Siamo drogati dallo schematismo della causa e dell’effetto. Tutto quello che non capiamo, che non sappiamo spiegare viene depennato, semplificato, reso a portata di mano. E questo è un problema dell’industria del cinema e dell’industria editoriale che danno al popolo quello che pensano il popolo voglia, ignorando che il popolo, se cominci a dargli roba di qualità, comincerà ad apprezzare la roba di qualità.

Ricordate le polemiche che scoppiarono quando, nel 2014, Roy Andersson vinse la Mostra del Cinema di Venezia con “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”? Ecco. Solo perché uno aveva scelto di imboccare la strada allegorica, discostandosi da quelle del facile causa-effetto, una valanga di polemiche. Incomprensibile! Da intellettualodi! Elitario!
Ma è la portata allegorica che fa sopravvivere un’opera d’arte nel tempo, non la facilità di fruizione.
È “L’angelo sterminatore” a parlarci ancora oggi.
“Cinquanta sfumature di grigio” parlerà da qui a sessant’anni?
Ha mai parlato??

Ecco Fellows, anche per stasera sono arrivata in fondo.
L’applauso delle 7 pm ai first responders continua. Giovedì, poi, è successo anche un gradito post-applauso.
Ho sentito salire dal basso le note famigliari di “Empire State of Mind”, di Alicia Keys featuring Jay-Zee. Mi sono riaffacciata e sì, la canzone proveniva da un appartamento del quarto piano, nella palazzina di fronte alla mia. Ho intravisto la sagoma di una persona, una donna, e l’ho applaudita, ho abbondato di thumbs-up, per mandarle tutto il mio gradimento — la canzone è uno spettacolo, oltre a essere considerata una sorta di inno di/a New York City. Così dopo un po’, lei ha tirato su la finestra, ha messo sul davanzale la sua Alexia e l’ha fatta ascoltare a tutta la 111esima Strada. Con grande apprezzamento, ne sono certa, di tutta la 111esima Strada.
Sono riuscita a registrarne una buona parte, e ve la regalo molto volentieri 🙂

Vi rigrazio dell’attenzione e delle vostre premure, e vi mando dei saluti, stasera, sportivamente cinematografici.

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