LET’S MOVIE 440 da NYC commenta “PERSONA” di Ingmar Bergman

LET’S MOVIE 440 da NYC commenta “PERSONA” di Ingmar Bergman

Il mio cammino per i campi del cinema continua. Quanti straordinari oggetti trovo! Questa settimana mi sono addentrata nella regione Ingmar Bergman, una landa svedese che mi è particolarmente cara: mi sono resa conto che le questioni che affronta con il suo cinema profondo, spietato, onestissimo, orroroso, sono le questioni che da sempre m’interessano letterariamente. La famiglia come costrutto istituzionale da scardinare, per guardare cosa c’è veramente al suo interno. Le malsane dinamiche sottese a certi rapporti coniugali. Il desiderio. L’incomunicabilità. La morte. La psiche. Il ricordo.
Bergman ha firmato più di quaranta film, più o meno tutti capolavori.

Gran parte di loro sono in Kanopy, quindi la scelta è stata particolarmente difficoltosa. Tanti dei suoi classici classici, li avevo già visti, e ve li consiglio sopra ogni cosa, partendo da “Il settimo sigillo”, “Sussurri e grida”, “Scene da un matrimonio”, “Sonata d’autunno”, e l’amato, “Il posto delle fragole”. Ho deciso per “Persona” (1966), un’opera che ha scritto un’era.

Gli eventi. Una famosa attrice teatrale, Elisabeth Vogler (Liv Ullmann), si trova sul palco durante una rappresentazione di “Elettra”, e smette all’improvviso di recitare. Insieme a questo silenzio, la coglie anche un inspiegabile desiderio di ridere. Da quel momento Elisabeth non parla più. La donna viene ricoverata in una clinica psichiatrica, ma non sembra avere alcun tipo di disturbo e appare chiaro che la sua scelta è dettata da una lucida volontà. La dottoressa che l’ha in cura, comprendendo la natura della sua decisione, le consiglia di trascorrere del tempo nella propria casa al mare assieme a una giovane infermiera, Alma (Bibi Andersson), che avrà il compito di assisterla. Isolate dal mondo, le due donne instaurano un rapporto ambiguo: il silenzio di Elisabeth consente ad Alma di far uscire fuori una parte di sé che non aveva mai fatto uscir fuori: la sua partecipazione a un’orgia, e un aborto.

Dopo l’idillio iniziale, il rapporto fra le due cambia, si fa psichicamente e fisicamente violento. Raggiunto il livello di tensione massima, le due fanno ritorno sulla terraferma e riprendono le loro vite.

“Persona” è un’operazione meta-cinematografica. Cioè, lo spettatore sa, fin dal primo fotogramma, che ciò che sta guardando è un’opera di finzione. I primi sei minuti — passati alla storia — sono un una sequenza di immagini apparentemente slegate fra loro il cui intento è evocativo, non narrativo: un occhio, una pellicola che brucia, fotogrammi di slapstick comedy, un ragno, un vitello, una pecora sgozzata, un pene eretto, una mano cristologica in cui viene conficcato un chiodo. Come non vederci Bunuel? Come non vedere il futuro Lynch, qui?

E prima che il film cominci, si vede un ragazzino, sdraiato a letto. Quel ragazzino può essere lo spettatore sul punto di vivere un’esperienza di finzione. Ma può anche essere, molto verosimilmente, il regista, che ha sempre considerato il cinema come un mezzo per esplorare il proprio retroterra psichico. Il cinema come strumento per calarsi nell’abisso della propria mente.
Questa sequenza è ripetuta uguale a se stessa per ben tre volte durante il film, diventa una specie di sipario che divide in atti la rappresentazione e che, infine, la chiude, facendo di “Persona” una tragedia teatrale sul cui palco transitano anime, non-detti, rimossi.

E certo il teatro è centrale al film. Il titolo stesso si riferisce al significato che il termine assumeva nella Grecia classica: “persona” come “maschera teatrale”. Il film vuole proprio raccontare le maschere che l’individuo porta nel suo vivere. Elisabeth smette di parlare perché è stanca di interpretare un ruolo, di fare ciò che gli altri si aspettano che lei faccia. Durante il film, scopriamo che lei ha avuto un figlio, un figlio che non voleva avere, ma che ha dovuto avere per pura convenzione sociale.
La dottoressa che l’ha in cura le offre la diagnosi più chiara della storia della psicoanalisi: “Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te e vigile. E nello stesso tempo ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri, da ciò che sei per te stessa”.
Il mutismo è una via per superare questo iato esistenziale. L’altra via — che ve la dico a fare? — il suicidio.

Ricordate il ragazzino nel prologo? Ebbene, ritorna anche nel finale. Ed è struggente il modo in cui, proprio nel finale, lui accarezzi, in adorazione, una gigantografia di Elisabeth. Una specie di richiesta d’amore alla madre, una ricerca di contatto. E un’indifferenza siderale in risposta.

Sull’isola in cui Elisabeth e l’infermiera Alma si trasferiscono, le due cominciano una convivenza fatta di ore liquide — in riva al mare, fiumi, laghi. Alma esonda in un flusso di coscienza in cui confida alla paziente/amica segreti, paure, sogni, emozioni. Di contro, Elisabeth si serraglia dietro un silenzio che nasconde il diasagio verso l’assurdità di un’esistenza piegata alle convinzioni, su tutte, quella di aver accettato una maternità che non voleva accettare. Un destino simile a quello di Alma, le cui pulsioni l’hanno portata a cedere a un’orgia, e a liberarsi di una gravidanza.

Le due figure femminili, apparentemente così diverse, si scoprono similissime, e arrivano a con-fondersi visivamente. Questo anche grazie a una autentica somiglianza fra le due attrici, ma soprattutto, grazie al genio Bergman che sovrappone i due volti in un morphing ante-litteram strepitoso, e insieme terrificante.
Due persone divenute una, divenute l’una la proiezione dell’altra — a voi non viene in mente “Mulholland Drive”?!. Senza l’altro, non ci sarebbe bisogno di indossare maschere, parlare. Senza l’altro potremmo tacere ed essere — come ha scelto Elisabeth. Ma è solo nella relazione con l’altro che la nostra identità s’invera, viene alla luce.
Quindi si può dire che la relazione con l’altro è al contempo il problema e la soluzione dell’essere umano. È questo, il drammatico paradosso esistenziale, che Bergman porta sullo schermo, attraverso un black&white dolorosissimo: il black inonda, e il white ferisce, in parti uguali.
Nel film non ci sono soluzioni, se non una presa di coscienza dell’assurdo, e un confidare, forse, nel cinema, nell’arte.
In un’intervista, Bergman ha detto: “I have always felt lonely in the world out there. That’s why I escaped into film-making, even though the feeling of community is an illusion”.
Questo racchiude tutta la sua poetica alla perfezione.
E anche il nostro essere spacciati.

Se uno vuole capire un po’ della vita, deve assolutamente guardare Bergman.
Consigliarvelo, è il più grande dono che io possa farvi.

Questa sera l’ultimo video delle 7 pm con gli applausi ai first responders: domani New York City riapre. Cosa riapra non mi è ancora chiaro, ma lo scoprirò.
Poco prima del Biblical Garden, che ormai conoscete, c’è un giardino più grande, che del Biblical Garden conserva lo spirito britannico, ma dilatandolo nelle dimensioni. È un posto molto bello. Guardatelo.
Il video racchiude tutti i rumori di New York City. Pochi applausi — durante questa settimana di proteste, gli applausi si sono fatti comprensibilmente più fiacchi e radi — le campane, una sirena che spacca le orecchie come ogni sirena newyorkse, le pentole suonate da chi ha sostituito le pentole agli applausi.
E il cinguettio degli uccelli.

Anche stasera siamo arrivati in fondo, my resilient Moviers.

Quasi tre mesi di lockdown.
Un Covid italiano da remoto.
Un Covid americano di persona.
Un visto scaduto.
Un rinnovo penato.
Un rinnovo ottenuto.
Un libro slittato.
Un libro salvato.
Dieci giorni di sommosse.
Una settimana di coprifuoco.

Ho spuntato tutto dalla lista.
Adesso scriviamo nuove voci.

Un ringraziamento a tutti, e saluti, stasera, immaginariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board
 

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