LET’S MOVIE 441 da NYC commenta “DA 5 BLOODS” di SPIKE LEE

LET’S MOVIE 441 da NYC commenta “DA 5 BLOODS” di SPIKE LEE

Questa settimana ho interrotto il mio viaggio nei classici del cinema per Spike Lee. È uscito su Netflix il suo ultimo “Da 5 Bloods”. Spike va visto e commentato, sempre, e capita a fagiolo, visto il pippone appena pipponato. Ma certo non vi nascondo che passare da tre mesi di classici del cinema — Bunuel, Bergman, Welles, Pasolini, Rossellini — al cinema contemporaneo, è stato un salto tale che sto ancora precipitando.

“Da 5 Bloods” significa, letteralmente, “I cinque fratelli”, nell’accezione afroamericana di brother/bro/blood, fratelli nella genetica del colore, dove il legame di pelle si trasforma automaticamente in legame di sangue.
Questi cinque sono Paul, Davis, Otis ed Eddie. Norman non c’è più. Veterani afroamericani della Guerra del Vietnam, si ritrovano a distanza di quasi cinquant’anni, proprio in Vietnam. Non è una semplice reunion, i quattro hanno una missione ben precisa da compiere: disseppellire un tesoro e recuperare i resti del loro compagno Norman, morto nel conflitto proprio nel punto in cui si erano ritrovati per le mani una cassetta piena di lingotti. 45 milioni di dollari in oro massiccio: all’epoca servivano come ricompensa al popolo vietnamita che aveva collaborato con gli americani.

Ovviamente le cose non vanno via lisce. I quattro commilitoni, a cui si aggiunge David, il figlio di Paul, devono fare i conti con il loro passato tanto quanto con il loro presente — e con dei Viet-Cong che vogliono portargli via il tesoro. Il finale dovrebbe essere col botto. Ma per me non lo è stato molto.

Una caccia al tesoro perduto, quindi. Quale miglior motore per avviare la macchina di un film? Ma “Da 5 Bloods” non è un film di avventura. Non è nemmeno solo un film profondamente politico, come del resto ogni film di Spike. Il New York Times ha scritto che “È un western, una storia di avidità, onore, lealtà e vendetta. Ma anche una commedia amara su un gruppo di uomini che invecchiano e guardano al loro passato. È un film di commilitoni che affrontano una pericolosa missione, un dramma familiare, un’avventura, la storia di un “furto” e una provocazione politica”. Come potete vedere da queste righe, il film è piaciuto molto. Praticamente nessuna testata lo ha criticato.

Non vorrei pansar male, ma mi chiedo, non sarà che, in questo particolare momento post-Floyd, post-proteste, nessuno potrebbe mai scrivere alcunché di negativo verso il regista afroamericano più importante — e più potente — di Hollywood? In fondo è bastata una frase di uno sceneggiatore a smuovere un colosso come la HBO e fargli prendere una decisione in meno di ventiquattro ore.
Questo dubbio mi rimane.

Non fraintendetemi. C’è di buono nel film. Innanzitutto il progetto. Riportare in Vietnam quattro veterani di colore. Un Vietnam che si è visibilmente americanizzato da un lato — MacDonald’s, Pizza Hut, etc — ma che, dall’altro, si cura ancora le ferite lasciate da un conflitto tanto violento.
C’è di buono che i personaggi siano di colore perché — ci ricorda il puntuale Spike Lee — al finire degli anni ’60, i neri rappresentavano circa l’11% dell’intera popolazione americana, ma quelli spediti in prima linea contro i Viet Cong erano il 32% delle forze militari. I neri vivono sulla loro pelle un meschino paradosso. A casa combattevano il razzismo, in Vietnam combattevano per una patria che li discriminava. Danno e botte.

Se “Blackklansman”, l’ultimo film di Lee, si chiudeva con le immagini riprese dal vivo le proteste finite nel sangue di Charlottesville, Virginia, in “Da 5 Bloods” l’impegno civile del regista lo porta ad aprire il film con immagini di repertorio: dichiarazioni iconiche di Malcom X, Muhammad Ali e Angela Davis contro il potere bianco e la mancanza di riconoscenza verso le gli afromericani caduti in guerra. La scelta può piacere o può non piacere. Diciamo che a me è piaciuta più qui, più in testa che in coda, dove mi pare un’appendice mal riposta.

Un altro aspetto stilistico molto interessante è la scelta di come organizzare il movimento fra passato e presente, fra anni ’60 e contemporaneità. Scorsese, in “The Irishmen”, aveva scelto di affidarsi al ritocco digitale per far ringiovanire e dimagrire De Niro e Joe Pesci. Per rendere chiaro il passaggio temporale, Spike ha deciso di lavorare sul formato dell’inquadratura. Ha lasciato i personaggi tali e quali. Le scene ambientate negli anni della guerra sono in 4:3 — ovvero lo schermo è quadrato, nello stile delle riprese dell’epoca — mentre le scene del presente sono girate in widescreen, cioè lo schermo è rettangolare. Lo spettatore si trova davanti a questa fisarmonica che lo fa viaggiare nel tempo, e non si ritrova attori diversi che interpretano gli stessi ruoli, né trucchi posticci per ringiovanire gli stessi.
Mi è piaciuto molto navigare il tempo così.

Di tutti i personaggi, personalmente, ricorderò solo Paul, interpretato molto bene da Delroy Lindo. Paul è la carne rimasta dopo essere passata nel tritatutto di una guerra, ed aver passato altri quarant’anni in un’America finita sulla tavola di Donald Trump. Non a caso, Paul dice di aver votato per lui nelle ultime elezioni, e sfoggia un berretto con “Make America Great Again” scritto sopra. Trovata furba di Lee. Se prendi un uomo e gli fai passare quello che Paul ha passato, matematico che finisce a votare Trump.

Paul è il personaggio che combatte con i demoni, che vive tutta la vita con il fantasma di Norman appresso, tanto forte è il senso di colpa che prova nei suoi confronti per non essere risucito a salvarlo, a proteggerlo. Norman non era un semplice compagno, era una sorta di guida spirituale, a metà strada fra Malcolm X e il Dr King.
Commovente la scena di riappacificazione fra i due, e bellissimo — va detto — il monologo sul finale di Paul, con gli occhi dritti in camera.

Forse c’è troppo di detto in questo film. Per questo non mi ha conquistato. È tutto lì, alla luce del sole, tutto rivelato. Chiarissimo. Se mi spieghi tutto, se mi dici tutto, io, spettatore, che faccio? Prendo appunti come uno scolaro. Quando l’arte sfiora la didattica, mmm, l’arte è a rischio.
Forse l’America ha bisogno di questo. Messaggi chiari, diretti, per vedere sullo schermo quello che sta succedendo nella realtà. Ma allora, ripeto, facciamo pura scuola. Pura politica. Il cinema è altro.

Ho avuto questa sensazione di eccesso didattico per tutto il tempo del film — 154 minuti, non proprio un’oretta. E non l’ho nemmeno trovato coinvolgente. Il filone della ricerca del tesoro non è sfruttato come avrebbe potuto. Lo trova David, il tesoro, per puro caso, mentre cercava un posto tranquillo in cui far popò in mezzo alla foresta. Irriverenza spikiana, applausi. Ma avrebbero potuto cercare ancora un po’, i quattro amici.

Gli attori stessi sono un problema per me. Non c’è una vera chimica fra loro. A parte Lindo, che, come dicevo, ha dato una grande prova attoriale, gli altri rimangono sullo sfondo — in qualcuno ho proprio notato una cattiva recitazione.
Quindi sì, “Da 5 Bloods” è senz’altro un film contemporaneo, che racconta un’America ipocrita e malata. Questi film servono tutti, in quest’America ipocrita e malata, come no.
Ma se mi chiedete se questo è il miglior film di Spike Lee, no, questo non è il miglior film di Spike Lee.

E anche per stasera è tutto, miei amati Fellows.
Niente video oggi.
Oggi vi lascio questo regalo…  It made it all the way down here. My baby boy.
😉

Ringraziandovi tutti per l’attenzione, vi mando dei saluti, eolicamente cinematografici.

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