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LET’S MOVIE 358 da NYC – commenta “LOVELESS” di Andrey Zvyagintsev

LET’S MOVIE 358 da NYC – commenta “LOVELESS” di Andrey Zvyagintsev

Members-only Moviers,

Come tutto quello che di cinematografico NYC offre al nostro immaginario, anche questo doveva succedere prima o poi. Il mio passaggio per la porta di uno di quei club newyorkesi il cui accesso è strettamente riservato ai soli membri, oppure ai guest dei membri. Quante volte, guardando i film o anche solo le telenovela del passato — “Sentiri”, “Dallas”, “Dinasty” — sentivi parlare di “Country Club” o di “Golf Society”. Ecco, queste realtà elitiste, snobbiste, e demodé assai, esistono e, a quanto capisco, godono di ottima salute.
L’associazione in questione è la Down Town Association (DTA). Si trova al 60 di Pine Street, e Pine Street si trova nel FiDi — Financial District, per i parchi di consonanti. La DTA è a due passi dall’11 di Wall Street, la sede dello Stock Exchange, e venne istituita nel 1859. Ora voi capirete che per un americano “1859” suona un po’ come il triassico per noi europei, ma lasciamoli pure a sguazzare, con tutta la loro tenerezza, nel loro brodo primordiale.
Si pregiano molto, questi della DTA, anche di essere il primo club aperto a Lower Manhattan, e il quinto più vecchio di NYC. Non vi dico poi la coda di pavone che sfoggiano quando tirano fuori il pezzo da 90: il Presidente Roosevelt era un DTA Member.
Faccio tanto la sciocca ma in realtà c’è poco da scioccare. Mi spiegano che il motivo originale per cui l’Associazione fu fondata era tutt’altro che posh. Il posto aprì per rispondere a un bisogno. Gli impiegati della Borsa — che gli americani differenziano dalla sottoscritta chiamandola “Big Board” 🙂 — avevano bisogno di un locale per la pausa pranzo. Un posto vicino, che non richiedesse carrozze, tram o lunghi tragitti a piedi e che permettesse loro di rientrare in fretta al lavoro. Se guardate in Googlemaps, oppure se vi trovate nel FiDi e calcolate il percorso, 3 minuti di passi separano la DTA dallo Stock Exchange. Un isolato e mezzo. Problema pranzo risolto!
Poi chissà, a un certo punto anche a Frank Delano sarà cominciato a garbare il posto, e anche agli amici di Frank Delano, e agli amici degli amici. Il passaparola, non l’ha inventato Zuckerberg, faremo bene a ricordarlo sempre.

La cosa che mi fa ridere, e mi fa ridere solo perché sono un’europea dalla risata facile e dal passato autenticamente triassico, è il fatto che la DTA abbia mantenuto tutte le “amenities” che offriva nel passato. La sala dei sigari, dove l’ingresso è strettamente riservato agli uomini — cielo, un sigaro nella bocca di una donna, si chiami la Buoncostume! — il barbiere, la sala da lettura, e la sala biliardo. In più hanno aggiunto una trentina di camere da letto, caso mai al member di turno venisse voglia di schiacciare un pisolino. Più una sala fitness e un centro spa. Perché nel 1859, i soci saranno stati anche uomini che non chiedevano mai, ma nel 2018 gli uomini chiedono sempre. Quindi bisogna accontentarli. Quindi, via di architetti, ampliamenti, e membership fees che schizzano alle stelle.

Oltre ad aver allargato la struttura, questi del DTA, hanno anche allargato l’ingresso, concedendo alle donne di varcare il soglio dell’edificio. Non so di preciso a quando risalga questa modifica nello statuto, ma le donne ora sono ammesse ovunque tranne che nella citata stanza dei sigari, e forse non tanto per lo scandalo di un sigaro su una bocca di rosa, quanto per mantenere quell’apartheid fra mondo maschile e mondo femminile, e lasciare nel mondo maschile quei discorsi “da maschi” che non competono al gentil sesso.
Mi chiedo quale sia la policy nei confronti dei gay. Vista l’alta concentrazione presente in città, cosa faranno? Li ammetteranno? Saranno banditi? La stanza dei sigari vietata anche alle loro orecchie? In ogni caso il Mastro Cerimoniere o come diamine si chiama il tizio che mi ha accolto all’ingresso, aveva un fondotinta applicato con talemente tanta cura e un vago accenno di eyeliner da farmi pensare che forse le regole sono cambiate anche per la machissima DTA.

A ogni modo, mi domando anche quali siano i requisiti d’ammissione, visto che so di alcuni club che non ammettono, a oggi, gli ebrei. E ce ne saranno sicuramente anche di quelli che non ammettono i neri. Le donne, l’abbiamo visto, sono sempre a rischio eliminazione. Ce ne saranno anche di quelli che non ammettono certe nazionalità, certe religioni. Arabi, musulmani, magari. Magari anche italiani. “Blacks who cannnot speak English” era il modo — ho scoperto — con cui gli italiani venivano definiti nel primo ‘900. Non dubito quindi che l’ingresso a loro fosse vietato, e magari chissà, è rimasto tale — forse non siamo più così scuri di carnagione e peli-capelli come i siciliani del 1910, ma l’inglese, ahimè, lo parliamo sempre in maniera catastrofica, tocca ammetterlo.
La sala da lettura è quanto più ‘800 New England possiate immaginare. Caminetto, quercia, quercia e ancora quercia. Velluti, tappeti, luci soffuse nel giallo, cervi impagliati alle pareti. Lo stesso vale per la sala da biliardo. Ma lì, d’impagliato, ci sono anche un orso e un leone. Voglio dire, un orso e un leone! Balù e Simba. Così talmente fuori contesto, se pensiamo che la giungla newyorkese è fatta di acciaio, vetro e cemento, che nemmeno un club nato in pieno Rudyard Kipling trova giustificazione. Se poi vi intrufolate nella Main Dining Room al terzo piano potreste sentire lo spettro di Frank Delano e di tutti gli impiegati di banca e Borsa durante la pausa pranzo di un secolo fa aleggiare nell’aria. Le sedie sono le stesse. Le tovaglie, pure, credo.
Ho rubato gisuto un paio di scatti che trovate nel Frunyc III. E intendo proprio nel senso letterale del termine “rubati”. L’uso del cellulare è proibito alla DTA. Chi vuole farne uso deve rintanarsi in una cabina — di quercia naturalmente — che ospita, a ogni piano, un vecchio telefono di bachelite assolutamente non funzionante, che è stato messo lì solo per ricordare che quella cabina è l’unico posto in cui si può accedere al proprio telefono. Se i membri rispettino questa regola, è un mistero che vorrei risolvere prima o poi.
Mi è stato spiegato anche il dress-code. Giacca a cravatta per lui nella sala da pranzo il mercoledì e il giovedì sera. “Business casual” accettato in tutto il resto dell’edificio — business casual vuol dire “tutto purché col colletto”, la polo la si fa passare, ma la camicia è meglio. Assolutamente verboten jeans e scarpe da ginnastica, pena la cacciata dal paradiso alpestre — si tratta pur sempre di Pine Street (!).
Mi piacerebbe tanto sollevare un punto sulle Paciotti o le Todd’s. Lasciamo fuori quel po’ po’ Made-in-Italy perché rientra nella categoria sneakers??
Anche per le donne, niente jeans, infradito e scarpe da ginnastica. Potete anche farvi fare delle infradito personalizzate da Mr Svarowsky in persona, ma sempre infradito sono, e niente, rimanete fuori. E potete anche portare un paio di jeans di Maison Margela da 645 dollari, ma anche quelli pur sempre jeans sono, quindi, rimanete fuori. Niente Maison Margela. Très desolée.
Le donne che ho visto portavano tutte degli outfit apparentemente eleganti, ma di quella eleganza un po’ scialba&sciatta che caratterizza la popolazione americana — ebbene sì, anche a New York City. Quei colori troppo vivi, quelle borse-pochette gioiello che ricordano uova di Fabergé ma partorite da galline cubiste. I gentlemen molto ossequiosi, quel modo d’inchinare il capo e accennare un sorriso ossequioso quando magari mezz’ora prima hanno realizzato una qualche fusione che lascerà a casa migliaia di lavoratori — ossequiosamente, s’intenda. Le donne ti scrutano con quel misto di meraviglia, diffidenza e invidia che si riserva in parti uguali agli oggetti esotici.

Quindi sappiate tutti, Fellows, che questi posti esistono ancora e ancora brillano. Fortunatamente il cielo newyorkese è abbastanza esteso per ospitare molto altro. Una sera alla DTA per motivi esplorativi — e vestiti da gara — va bene, due potrebbero essere decisamente troppo.

Il film della settimana — e speriamo della vittoria nella sezione “Film straniero” ai prossimi Oscar —è “Loveless” del russo russissimo Andrey Zvyagintsev. Si è già aggiudicato il Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, quindi l’Oscar sarebbe la ciliegina sulla trojka (!).
Inutile menar il can per l’aia: c’è tutto quello che potete aspettarvi da un film russo. Gelo — morale, emotivo, meteorologico. Sparizione quasi totale dei colori e presenza assoluta del bianco steppa. Irrimediabile desolazione e impossibilità di redenzione per i personaggi. Mettete insieme Karamazov, Potemkin ed Eisenstejn passando per Tarkowski e Sokurov e avrete “Loveless”. Questo non spinga, tuttavia, al fuggi-fuggi. Il film è assolutamente meritevole, grazie proprio alla sua spietatezza, al suo rigore e all’assenza di sconti per ciascuno.
Noi Moviers siamo abituati al cinema coreano di Kim-Ki-Duk. Considerate Zvyagintsev una sorta di fratello a distanza, cresciuto in una dacia con un’inifinita tundra esistenziale tutt’intorno.

“Loveless”, senza amore, è Alexey, un ragazzino di 12 anni, “cresciuto” da una coppia sul punto di divorziare. “Cresciuto” tra virgolette perché i due genitori, Zhenya e Boris, non fanno altro che scannarsi dalla mattina alla sera in attesa solo di vendere l’appartamento, firmare le carte dell’avvocato e cominciare ciascuno la propria nuova vita — Zhenya con un facoltoso belloccio perfetto con un appartamento strepitoso, Boris con Masha, la nuova compagna, che è in procinto di renderlo padre per la seconda volta. Alexey è decisamente di troppo e i due, oltre alle ore di reciproche recriminazioni, stanno pianificando il modo di sbarazzarsi di lui. Colleggio ed Esercito è l’abbinamento che va per la maggiore, soprattutto per la madre. Il padre propone anche “parcheggiamolo-dalla-nonna”, variante che convince poco Zhenya, visto il rapporto pessimo con la madre megera. Immaginate tutto questo in una cucina di un appartamento della periferia di Mosca. Immaginate che nel letto della camera del piccolo Alexey non ci sia nessuno perché lui, Alexey, non è addormentato nel suo letto, ma è sveglissimo dietro la porta del bagno, e sente tutto tutto quello che i due genitori si stanno tirando addosso in termini di insulti. Soprattutto, sente la discussione su come farlo fuori dalle reciproche vite. Il pianto soffocato di Alexey — con quel pugno premuto sulla bocca per non far eruttare il dolore e renderlo udibile soprattutto a se stesso — è quanto di più struggente a cui io abbia assistito nell’ultimo anno cinematografico.
Cosa fa a questo punto un bambino cresciutosi praticamente da solo, non voluto fin prima della nascita — Zhenya, rimasta incinta, voleva abortire, ma per andarsene dalla madre, ha tenuto il bambino come scappatoia — un bambino non amato e fatto sentire un fardello? Un bambino in quello stato scappa di casa.

A questo punto i due genitori sembrano accorgersi di lui, ma solo come scocciatura, come intralcio alle loro singole vite. Man mano che il film evolve, la disperazione dei due sembra aumentare — culminando nella scena all’obitorio in cui devono riconoscere la salma di un bambino. Ma in realtà capiremo che è tutta scena. Quando le ricerche non portano a nulla di fatto e le squadre di volontari si danno per vinte, tutto sembra tornare alla normalità. Una normalità apparente. In una scena dall’alto contenuto tabù, Boris afferra la nuova figlioletta di un paio d’anni che lo infastidisce mentre guarda la tivù. La solleva come si solleva un bambino per farlo volare e giocare, e tu pensi, ma tu guarda, è diventato un padre amorevole, ha imparato la lezione, allora c’è speranza… E invece, il secondo dopo, fram, la scarica giù nel box peggio di un sacco di patate. E tu spettatore rimani annichilito. Primo perché è difficile vedere scene di violenza sui bambini in un film, e poi perché tutte le speranze che avevi riposto in un eventuale ravvedimento vengono spazzate via in un secondo. Lo stesso dicasi per Zhenya. Dopo essersi trasferita nell’appartamento fico del nuovo compagno, sembra che fra i due non ci sia più quella chimica fisica che li vedeva sempre flirtanti e avvinghiati nella prima parte. Come se si fosse materializzato un distacco. E badate, è tutto relegato a una scena. Ma da quell’unica scena si capisce tutto. Lui sul divano a guardare il telegiornale. Lei smanetta con il cellulare e dopo poco si dirige sul balcone, dove c’è un tapis-roulant. Comincia a correre, ma dopo qualche istante si ferma, come se, d’un tratto le piombasse addosso la vacuità di quell’azione — il tapis-roulant è un simbolo perfetto di vacuità, corri corri e rimani sempre on that same fuc*ing point — come se in qualche modo sentisse che qualcosa d’irreparabile è capitato nella sua vita, e nessun appartamento fico, nessun innamorato premuroso potrà mai aggiustarlo. Non arriva fino alla coscienza, alla piena realizzazione di questa intuizione. I personaggi di Zvyagintsev non hanno quella profondità autocritica, sono talmente immersi in loro stessi, nel loro strabordante io di bambinoni 2.0, da non vedersi. Da non vedere il nulla in cui sono sprofondati. Possono aspirare a coglierne degli sprazzi, ma per il resto, continuano a flottare in quello stato d’ignara egocentrata stolidezza che non li porterà da nessuna parte. Non sono baciati da un rinsavimento, da un pentimento: non c’è speranza d’un vero cambiamento. Tutto prosegue incolore, in uno stato di grigia tecnologica asettica routine.

Come avrete capito gli adulti escono massacrati da “Loveless”. Infantili, egoisti, narcisi, preoccupati solo di se stessi e del proprio individuale benessere. Fedifraghi, flirtanti, impazienti, riottosi. I grandi, nel 2kk, sono bambini con accesso a soldi e cellulare. E i bambini? I bambini come Alexey sono destinati al nulla, quello in cui li gettano genitori viziati e viziosi come Zhenya e Boris. Sono lost, perduti, perduti per sempre. In senso letterale — Alexey non sarà ritrovato — e in senso figurato: chi non riceve amore perde l’accesso a diventare un essere umano completo, e si perde, spesso, per strade sbagliate, oppure sviluppa delle valvole che sfogano quella mancanza. Dipendenze di sorta, autolesionismi.
Chi è fortunato, l’arte.

Il film denuncia anche la meschina circolarità che affligge i rapporti, in base alla quale un genitore che da figlio non ha ricevuto amore ed è destinato allo stato di lovelessness, diventa a sua volta un genitore incapace di dare amore, come nel caso di Zhenya. Cresciuta da una madre infernale, diventerà ella stessa una madre infernale, in una implacabile coazione a ripetere — io confido sempre che un anello della catena, magari quello più debole e inaspettato, finisca per spezzare la catena e cominciare da zero.
Quanto alla mise-en-scène, fredda e spietatissima. Il linguaggio di Zvyagintsev si alterna fra piani sequenza e riprese fisse che catturano la china amorale lunga la quale stanno scendendo i protagonisti.
E la scelta di contrappuntare la storia privata della famiglia con quella dello sfacelo vissuto dalla Russia dal punto di vista politico — la Grande Madre che non c’è più — lega il micro al macro, ravvisando nel micro il male endemico presente nel macro. Così da dramma famigliare, “Loveless” si trasforma in un’allegoria in cui leggere, senza troppa fatica, la crisi della Russia contemporanea, a livello geopolitico, statale, morale, umano.
Assolutamente imperdibile. E tutto il tifo diretto a lui durante la notte degli Oscar, il 4 marzo prossimo.

Se vi va di viaggiare un po’ per NYC e scoprire in cosa sono riusciti un gruppo di lazzaroni trentini alla Carnegie Hall, leggetevi questo articolo 😉

E anche stasera abbiamo fatto una certa, quindi come sempre vi ricordo di fare un giro nel Frunyc III aggiornato, vi ringrazio dell’attenzione e vi mando dei saluti, esclusivamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 357 da NYC commenta “THE PHANTOM THREAD”, “IL FILO NASCOSTO”, di Paul Thomas Anderson

LET’S MOVIE 357 da NYC commenta “THE PHANTOM THREAD”, “IL FILO NASCOSTO”, di Paul Thomas Anderson

Finezza e Follia Fellows,

è quello, il lavoro di fino, a latitare nel carpentierato newyorkese. Sì, il carpentierato. Quei lavori tipo tinteggiare, sistemare i cartongessi, riparare pavimenti. Qui si va a spanne, vige il pressapochismo. Ho pensato che forse questo è collegato alle proporzioni. Il dettaglio finisce calpestato dal gigante del tutto americano. Anche quello del mio bagno, nella casa nuova.
Ho ultimato il trasloco, e sono ufficialmente una dell’Upper West Side.
Quando dici che sei dell’Upper West Side, la reazione è sempre questa “Wow!”, e occhi sognanti. Quando dicevo che ero di Harlem la reazione erano queste, dall’estremo entusiastico all’estremo scettico:
“Ah Harlem è troppo cool!”
“Adoro Harlmen! Ci vado spesso, è cambiata molto da com’era anche solo due, tre anni fa”
“Ho sentito che è molto migliorata!”
“Mi si dice che sia abbastanza sicura adesso…”
“Ma com’è la sera adesso, si può uscire?”

Io non ho mai avuto alcun problema nella mia cara Harlem. Sono rientrata a qualsiasi ora del giorno e della notte. C’è sempre gente in giro, tutti si fanno gli affari loro. E poi figuratevi se si potrebbe mai far qualcosa a una bianca — praticamente l’unica. Si ritroverebbero con l’esercito a pattugliare il quartiere 24 ore su 24 — questo per dire come sono cambiate le cose dagli anni ’70…
Devo ancora capire bene come fosse “anche solo due o tre anni fa”, ma poco importa. Sempre gli dedicherò caro mi fu quest’Harlem colle.

Quindi sì, ho terminato il trasloco, e mi sto acclimatando alla mia nuova casa, al settimo piano del 545 W 111. Dalla finestra della mia camera, da sdraiata a letto, vedo la cisterna dell’acqua del palazzo di fronte. Sta lì seduta pacifica e silenziosa, un po’ austera, anche. E’ il mio Budda. Un nume che, acquatico, mi sorveglia da vicino.
C’è tanto spazio e tanta luce. Dalla finestra del soggiorno, della cucina e del mio bagno vedo il tetto piatto dell’edificio di fronte — un salto da nulla e sei di là, 007— mattoni rossi e la St John’s Cathedral, la chiesa gotica più grande di NYC. C’è qualcosa di veneziano. Forsa la combinazione guglie e mattoni rossi.

Quella buon anima di Bob, il mio nuovo housemate, mi dice che vuol far ridipingere il mio bagno e se ho preferenze. Il fatto di aver voce in capitolo fa correre l’immaginazione verso abbinamenti, parure di asciugamani antracite da abbinare alle piastrelle grigio perla… Ci troviamo sulla 102esima, al negozio di pittura, per decidere la tinta. Lui parteggia per un “misty rosy”, un rosa da divano della zia Tilde. Capirete che io non voglio nessuna zia Tilde nel mio bagno newyorkese. Schierando un esercito di armi di distrazione di massa, riesco a spuntare un “lily lavander”, una nuance tra lavanda e pervinca. Vittoriosa, penso all’antracite, alla perla, all’armonia del tutto.
In più Bob mi dice che il pittore rifarà anche la stuccatura delle fughe tra le piastrelle.
“La stuccatura delle fughe??”, devo aver capito male, mi dico. Noi in Italia ci sputiamo l’anima per pulire le fughe, ma di rado ridiamo lo stucco. Che lusso, Fruner.

Mario, il pittore, arriva già quando io ho traslocato. E per due giorni il mio bagno diventa il suo cantiere. Mario non ha l’aria da pizzaiolo. Ha, invece, il portabiciclette che gli esce dai jeans quando si piega, e no, non è un bello spettacolo. Quanto alla faccia, latina, sa di delinquenziale. Non mi ha mai rivolto la parola. Nemmeno un grugno. Per lui sono il nulla con della carne intorno, tutto lì. Del resto sono una dell’Upper West Side che vuole le pareti del bagno “lily lavander”… Dell’astio è comprensibile.
Quelle tre quattro volte che l’ho intravisto, ho intravisto le sue scarpe antifortunistiche con una suola anfibia nera nerissima. Le mie piastrelle sono bianche bianchissime, così come la vasca da bagno. Mi sono raccontata la balla che certo, farà attenzione, metterà un telo, qualcosa… E poi certo, pulirà lui “il grosso”…

Venerdì ha finito. E il mio bagno sarà anche lily lavander dalla metà in su, ma dalla metà in giù è un macello di bianco e nero. Le fughe sono effetivamente state rifatte, ma è come se avesse preso un Uniposca bianco e avesse seguito i bordi delle mattonelle…Ma capita a tutti di andare storti ogni tanto, e Mario è uno fra tutti. Non solo il bianco fuori pista, sarà oggetto del mio sabato mattina, ma anche tutte le gocce lily lavander finite sul pavimento — senza uno straccio di telo! Di quel meraviglioso scotch di carta che gli imbianchini italiani usano con quelle manine sante da Buonarroti per dividere due colori di tintura o il colore e le piastrelle, di quello, neanche l’ombra. Così tutto sconfina nel tutto.
E mi ritrovo ieri mattina a dover riesumare il mio bagno dalla morte che l’ha investito. In più Bob se n’è partito per Cuba. Questo vuol dire che sì, ho casa tutta per me per i prossimi 12 giorni. 🙂 Ma vuol dire anche che non posso spiegargli che in Italia, se sei un imbianchino e restituisci una stanza in quelle condizioni, ti attende il 41 bis. Non posso aggiungergli, ebbene sì, Bob, in Italia i mafiosi rimangono impuniti, ma i carpentieri che sgarrano no.
Visto che non potevo prendermela con nessuno, mi sono armata di ogn strumento che potesse rimuovere stucco, pittura e gomma degli scarponi antinfortunistici modello Goodyear di Mario.
Frugo nel bagno di Bob — e voi non glielo direte, vero? — e trovo della Calinda risalente agli anni ’90, e una specie di bruschino con un manico da ferro da stiro. E il resto, è tutto olio di gomito, e io ginocchioni, che sogno il bruschino vero, quello di legno con la setola di sorgo, quello di mia nonna, quando doveva pulire qualcosa d’impulibile, che alla fine però, dopo ore di dai-e-dai, passava dalla parte del pulito. E poi sogno anche un secchio e uno straccio — il Mocio è troppo in alto, troppo inarrivabile persino nell’onirico. Perché con bruschino, secchio, dell’Ajax e uno straccio, puoi tirare a lucido una discarica.
Invece nulla di tutto coiò.
Qui hanno un modo di pulire light. Swiffer e via.

Prima che partisse, ho chiesto a Bob se non avesse uno scopettone, e un secchio. “Ah no, it is too much for an apartment… Those are for big spaces”, mi dice. E in effetti ho capito. Qui gli unici esemplari di Mocio e secchio che vedete, sono quelli appresso agli inservienti — solitamente di colore — addetti alle pulizie di uffici, biblioteche, atrii, supermercati. Nelle case no.
L’equazione americana è semplice: casa=sporco piccolo=Swiffer, fuori=sporco grande=Mocio.
Insomma, ho trascorso tutta la matttina di ieri, sabato, a rimediare alle malefatte di Mario, con fuori NYC che scalpitava. Per gli standard americani, il risultato è un ambiente talmente igienizzato pronto per ospitare un intervento a cuore aperto. Se lo facessi vedere a una qualsiasi massaia italiana, mi guarderebbe con un misto di disprezzo e tenerezza, e mi direbbe “Da’ qua che faccio io, dai”.

Allora sì, qui c’è carenza di finezza, di cura del dettaglio, ma c’è abbondanza di follia. Quella bella. Quella che ti porta a vederti realizzare, in quattro e quattr’otto, l’idea di questo spettacolo, “An Art Pot from the World”, nato sul format di ART POT.
Ricordate l’estate scorsa, a maggio, durante il mio esilio trentino? ART POT, lo spettacolo che avevamo messo in piedi con il nostro Fellow Lumière, e il fantastico duo dei Radiodays? Melting-pot artistico e calderone dell’arte, ART POT era un contenitore, in cui io e i Radiodays avevamo mescolato e servito musica, cinema e poesia, un tributo a tre forme d’arte di cui siamo follemente innamorati. Avevamo unito la mia poesia, il trombone e il pianoforte dei Radiodays, a spezzoni di cortometraggi dei primi del ‘900 rimusicati dal vivo. Successone al Social Stone e alla Bookique. 🙂

Qui a NYC, ho conosciuto Magda Gartner, una vulcanica mezzo soprano berlinese che ama le mie poesie e che gestisce anche l’agenzia creativa Gramercy Opera. In un lampo abbiamo organizzato “An Art Pot from the World” in cui alle mie poesie s’intrecceranno danza, con la ballerina Dani Goldberg, pianoforte con la pianista Kanae Matsumoto e canto lirico con Magda Gartner: realizzeremo quindi una vera “Choréia una e trina”, il concetto estetico greco che vedeva l’unione di suono, parola e movimento. Tutto questo al Cell Theater a Chelsea, centro.

Sono rientrata ora dalle prove, in un basement di un appartemento di Chelsea. Un signor basement. Con pianoforte, insonorizzazione, impianto audio da far invidia a una casa discografica, posto per ballare.
La follia sta nel fatto che questo sia successo, e nella mia incoscienza. Perché non so minimamente come sarà calcare un vero palco, in una vera Chelsea, di una vera New York City.
Ma ci provo, giusto?
Tutto questo avrà luogo venerdì 16, alle ore 8 pm. Se capitate da quelle parti, palesatevi. Ma anche tanti pensieri d’incoraggiamento basteranno, Moviers 🙂

E ora veniamo a the real deal… Questa settimana sono andata al Cinepolis di Chelsea — molto Chelsea in questi giorni — per vedere “The Phantom Thread”, “Il filo nascosto”, di Paul Thomas Anderson, con Daniel Day-Lewis — in uscita in Italia a fine febbraio. Stando a quanto l’attore ha dichiarato, questo sarà la sua ultima fatica. A quanto pare Daniel è uscito distrutto dal film, che, a suo dire, “gli ha lasciato una tristezza infinita”, e non è nemmeno riuscito a vederlo… Magari le sei candidature agli Oscar gli faranno cambiare idea…

Londra, anni ‘50. Raynolds Woodcock è uno stilista di haute couture per la Londra d’alto bordo. Star, reali, riccone varie, tutte aspirano a indossare un Woodcock. Lui, lo stilista, è stato disegnato sul (carta)modello dello stilista Cristobal Balenciaga. Dedito in tutto e per tutto al lavoro, perseguitato dalla ricerca della perfezione e incapace di aprirsi verso l’altro. Una specie di Misantropo, un monaco devoto al dio stile, maniacale al limite dell’ossessione-compulsione. Finché un bel giorno, incontra Alma, una semplice cameriera, e tutto cambia — l’amore cambia sempre tutto. Prima Alma diventa la sua musa, poi sua moglie. Ma il modo in cui Alma lo porta alla proposta è quanto di più perverso si possa immaginare. E il filo nascosto del titolo è quel legame indicibile che unisce i due innamorati in un patto al limite del sado-masochistico, in cui la vita dell’uno è stretta nelle mani dell’altro, e l’altro lo sa, e ci gode.

Dopo “The Master” — che non ci era piaciuto, dopo “Il petroliere” — che ci era piaciuto ma eravamo forse troppo giovani per apprezzarlo veramente — e dopo “Vizio di forma” — che ci aveva colpito per la sua lisergia anni ’70 — Paul Thomas Anderson ci confeziona un film d’alta sartoria. Va a perlustrare il lato scuro dell’amore, quello che non ha nulla a che fare con il rosa e il romance, ma che stringe due soggetti in una dolce morsa — dolce, ma pur sempre morsa — dove l’uno vuole prevaricare sull’altro e dove la soluzione migliore per non soccombere, è quella, per Reynolds, di accettare il cambiamento, e lasciarsi andare ad Alma, e per Alma, di diventare una sorta di figura materna per Reynolds, una donna che sappia prendersi cura di lui e a cui lui si possa affidare. Alma ha scarpe grosse ma cervello fino: sa che per ottenere l’amore di Reynolds deve rendersi a lui indispensabile. E quale modo migliore di rendersi indispensabile se non quello di spingerlo vicino al baratro, e mentre lui sta per scivolare, salvarlo? Chiaro esempio, questo, di sindrome di Munchausen per procura, dove colui che accudisce un paziente causa un peggioramento delle condizioni del paziente per poterlo salvare in extremis. Ecco, fra Reynolds e Alma funziona un po’ così… Solo che alla fine Reynolds lo capisce, e sta al gioco.

“The Phantom Thread” scava anche nell’argomento della maledizione artistica — ed è proprio questo che avrebbe dsitrutto Daniel Day-Lewis. La consapevolezza che l’essere artista è più una croce che una delizia, giacché ti costringe a votarti completamente al tuo mestiere, chiudendo fuori tutto il resto. Il fuoco sacro fa terra bruciata tutt’intorno. E’ un’ossessione totalizzante che ti fa essere insofferente verso le più piccole distrazioni che portano via tempo prezioso alla tua arte. Il lavoro diventa una religione, un dio, e la quotidianità, i rapporti con gli altri, le piccole cose domestiche sono solo un intralcio all’alto scopo del creare. L’interpretazione di Lewis è eccelsa, sentita, provata. Non stupisce che l’abbia prostrato tanto. Il film parla di quei risvolti di amore e talento di cui nessuno parla mai. Si parla poco, pochissimo, del peso che gli artisti si portano sulle spalle. Ma il regista non si è tirato indietro, e il suo coraggio si sposa a una cinematografia visivamente ineccepibile. Il film è artigianato puro, e fa da controparte alle splendide creazioni firmate da Woodcock che vedete indossate nel corso del film. Certe riprese sono dei piccoli capolavori. Anche solo un piatto di asparagi, o un abito di raso cipria con pizzo vintage. Se siete appasionati di moda, o comunque di estetica, “The Phantom Thread” non può mancare nella vostra lista. E anche se lo siete di animo umano, di rovelli interiori, e di amours foux

Anche per oggi siamo arrivati in fondo.
Frunyc III aggiornato, ringraziamenti come se piovesse, e saluti dettagliatamente, pazzescamente, cinematogrfici.

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LET’S MOVIE 356 da NYC – commenta “COCO”

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FIT Fellows,

lo siete, in forma — straordinaria forma — lo so. Non c’è bisogno quindi, che rimarchi l’ovvio. FIT in questo caso è il felice acronimo — per una volta felice — di Fashion Institute for Technology, ovvero l’università dove questa settimana ho iniziato a insegnare italiano 🙂 Quello che in gergo bellico, ovvero accademico, si chiama Adjunct.
L’FIT — che si pronuncia EffAiTi, quasi che questi bambinoni di americani non avessoro fatto caso alla felicità del doppio significato dell’acronimo, ma avessero semplicemente messo una lettera dietro l’altra, inconsapevoli. Perle ai porci. Dicevo, l’FIT sta a Chelsea, tra la 7ima e l’8ava Avenue, altezza della 28esima Strada. Tre edifici con annessi studentati per far dormire sonni tranquilli agli studenti. Praticamente un campus nella city. Perché a New York City non ci sono solo la Columbia e l’NYU, ma molte moltissime strutture universitarie, a cominciare dalla già citata e apprezzata New School, la Cooper Union, il Baruch College, il Mercy College, l’Hunter College, e college via.
Da quando so dell’incarico all’FIT, me ne vado in giro per NYC spinta dalla propulsione della mia coda da pavona. Lei coda e io pavona. Non vi dico poi da quando mi hanno dato il tesserino, e aperto l’account di posta. E se scrivete a [email protected], non è una mia omonima. Sono incredibilmente io! 🙂

Al Fashion Institute of Technology non insegnano solo “la moda”, ma tutte le materie che satellitano intorno ad essa. Disegno tessile, fotografia, business, grafica, progettazione giochi, legge, Health Education (?), cinese, giapponese, e tanto altro. Accanto al giapponese, al cinese, lingue che hanno a che fare con l’industria della moda — da Kenzo a Made-in-China il passo è linguisticamente breve — il francese, perché in fondo Louis Vuitton, Christian Delacroix e Yves Saint-Laurent non erano di Carate Brianza e l’italiano, perché ammettiamolo, uno dice moda, e il primo paese che gli viene in mente è Carate Brianza! Ovvero, Italia, e non solo perché in Italia Re Giorgio ci ha costruito il suo impero. Ma anche per figure di rielievo millennial tipo Chiara Ferragni — mai avrei pensato di citarla e invece, dopo le sue lecture ad Harvard e la classifica Forbes che la vede influencer numero 1 del 2017, ho dovuto rassegnarmi — e Alessandro Michele, della maison Gucci, uno degli stilisti più influenti al mondo. Quindi italiano, lingua della moda.
In più l’FIT è statale. Le famiglie degli studenti non devono svenarsi per dare un’istruzione ai figli. La retta media annuale è di 4.000 dollari. Certo non sono noccioline, ma nulla a confronto dei 60-70.000 della media privata. Il problema per gli studenti dell’FIT è vivere nella City, con gli affitti alle stelle. Per questo la maggior parte di loro pendolano da paeselli sconosciuti del Long Island o della contea di Wechester, tipo Scardale. Anche la sua statalità mi rende fiera. Forse non è tutto perduto per questo paese che mette istruzione e sanità fra i lussi che il cittadino si può pagare, non fra i diritti che gli spettano.

E poi c’è questo modo americano grandioso di dar forma alle cose. Esempio. In Italia l’Aula Computer per i Professori è l’Aula Computer per i Professori, giusto? Qui è il “Center for Excellence in Teaching” (CET, ovviamente…), dove ti senti fiero anche solo loggandoti nel sistema.
Capite la differenza?
E poi i corridoi. I corridoi sono tappezzati di bozzetti, cartamodelli, giralamoda, idee strampalatissime. Tante aule sono piene di macchine da cucire, busti e manichini. Io che sono cresciuta accademicamente in una facoltà di lingue, in cui non c’era alcun dio all’infuori del libro, ritrovarmi con laboratori in cui si colora, si taglia, si cuce, si riprende — un orlo, o una scena per un documentario — mi fa sentire come dentro una fabbrica del fare, non solo dello studiare.

Ecco, quando mi hanno dato l’incarico pensavo che avrei dovuto concentrarmi sulla microlingua usata nel settore. Impararlo, prima di insegnarlo, tutto il lessico specifico che ruota attorno alla moda, passando le notti a capire se per la fantasia “pied-de-poule” si tiene il termine francese, oppure si traduce “piede di pollo”, col rischio che esca fuori il classico “porco” da Lupin III. Invece eccomi cominciare giovedì scorso e incontrare i miei studenti. Ventenni. Persi. Silenziosi che più silenziosi non si può. Non una chiacchiera dietro quelli della prima fila. Nemmeno un whatsupp, in modo da agevolarmi un rimprovero, prima bonario, e poi via via sempre più perentorio fino ad arrivare alle minacce d’inizio secolo scorso. Zitti e immobili come la morte. Ora, io mi rendo conto che trovarsi davanti una madrelingua intenzionata a parlare italiano dal primo secondo, deve averli scioccati a livello anafilattico (!). Però di solito funziona come col bagno al lago: il primo minuto è dolore, poi ti abitui alla temperatura e diventi Michael Phelbs. Almeno con i miei studenti che imparavano l’inglese in Italia era così: trauma iniziale seguito da una lenta ma continua ripresa verso la padronanza del verbo.
Ho capito, con la mia classe del giovedì, dalle 6:30 pm alle 10:20 pm, che devo volare molto più basso. Ma talmente molto più basso da rasare l’asfalto del sapere — il ground zero dell’apprendimento. C’è anche da dire che non è esattamente la lezione più semplice del dipartimento. “The graveyard”, è soprannominata. Ahimé. Cimitero non solo per l’ora — dalle 9:45 pm in avanti gli studenti ti cadono fra le mani come d’autunno dagli alberi le foglie… Cimitero anche per la classe in sé. Niente finestre, soffitto basso, neon tossici. Certo, sono l’ultima arrivata. Non posso pretendere lezione alle 11 e classe vista Highline.
Mi ero fatta un film della mia prima lezione. Gli studenti timidini all’inizio, mai poi via via più coinvolti. Tutt’uno sfogliare di libri e appunti, mani alzate “non ho capitou”. Invece no, nessun libro sfogliato. Nessun libro, a parte il mio, con gli esercizi rigorosamente fatti, perché volete mettere, Moviers, per una volta, sapere tutte le risposte a occhi chiusi, non avere un’ombra di dubbio e andar via spediti come il vento?
Insegnare italiano è il meglio che ti possa capitare. O meglio, sapere l’italiano. Di default. Ma ve l’immaginate cos’è per uno straniero capire, interiorizzare, riformulare e pronunciare uno sputo di forma verbale come “dargliele”? Quando vi ritrovate a litigare con l’inglese, pensate a “dargliele”, e vedrete che il present perfect continuous non vi farà più dannare… Quindi, per una volta, beati NOI, che sappiamo l’italiano da madrelingui — madrilingue??
Insomma, nessun libro. Silenzio di tomba — del resto siamo in pieno graveyard — qualche timidissimo monosillabo quando leggiamo l’alfabeto. E lì capisco che mai mi diranno “non ho capitouu”, con quella O che diventa sempre U come Stanlio, a fine di parola. Non lo diranno mai perché quello è un passato prossimo, e noi siamo ancora a A come Avventura, B come bravura C come Canaglia che con me verrà in questura — e gliel’ho cantato, Fellows, ho cantato l’alfabeto, pur di tirar su quei morali millennial perennemente depressi!
Eppure nutro della tenerezza verso di loro. La mia coordinatrice mi ha spiegato che hanno praticamente tutti i giorni e tutte le sere pieni di lezione dalle 8:30 am alle 9-10 pm. In più devono studiare e lavorare ai loro progetti. E infatti li vedi per i corridoi, seduti per terra, davanti al portatile, gli occhi allucinati. L’FIT è aperto 24 ore su 24, ma per entrarci devi avere un tesserino. Se non ce l’hai, puoi anche essere Miuccia Prada in scarpe e ossa e rimani fuori. Prima di dirigermi in sede, ricontrollo la borsa dalle dieci alle venti volte: l’angoscia di dimenticare il tesserino è grande e grossa.
Quindi li devo comprendere, questi ragazzi ignari che wow, la traduzione di “Venice” in italiano è “Venezia” — e arriverà il giorno in cui capiranno che la traduzione di “Venezia” è “Venice”…

Ovviamente in tutto questo, c’è stato il mio trasloco. E ringrazio la buon’anima dell’amico Erik, che da Williamsburg, Brooklyn, era diretto in Minnesota, passando per Detroit via Chicago con la sua monovolume, e sul tragitto, si è fermato alla 150esima Broadway, ha caricato quanto più materiale boardiano possibile e l’ha scarrozzato alla 111esima. Ora faccio “La ragazza con la valigia” — ancora un po’ di spola — e dovrei finire domani. I traslochi sono dei cataclismi dai quali hai la certezza di uscire vivo, ma durante i quali ti dai sempre per spacciato.
Ho caricato le foto di casa nuova nel Frunyc III se volete favorire 🙂

Questa settimana sono andata a vedere un film di animazione della Pixar, che so essere uscito anche in Italia. “Coco” di Lee Unkrich. E mi piace già dall’inizio inizio perché il titolo depista, e le depistazioni giocano con i bambini e solleticano gli adulti. Il riflettore dovrebbe essere puntato su Miguel — lui è il piccolo protagonista del film, a lui ne accadono di ogni. Eppure, alla fine, capiamo che il vero anello di congiunzione è Coco, la sua bisnonna.
Miguel ha un sogno: diventare un musicista, come il suo idolo, Ernesto de la Cruz, un mito nazionale, una specie di Bobby Solo messicano (!). Però, sciaguratamente, non può dar seguito a questa sua vocazione: la sua famiglia ha ripudiato per sempre la musica da quando la sua trisavola Imelda venne abbandonata, insieme alla figlioletta Coco, dall’uomo che preferì seguire la fama e il successo musicale, piuttosto che restare legato alla famiglia palla al piede. Ma Miguel sente questo impulso insopprimibile verso la musica e farà di tutto per assecondarlo, persino rubare la preziosa chitarra del mitico Ernesto de la Cruz e partecipare a un talent-show… Si ritroverà, per questo, catapultato nel dia de los muertos, il giorno dei morti, quando il confine tra terra e aldilà sparisce, e affronterà un viaggio alla ricerca del suo idolo, ma anche alla scoperta del mistero che si nasconde dietro alla sua famiglia e al veto verso la musica. Un viaggio, anche, verso la verità, che può indossare panni imprevedibili — come quelli di uno scheletro buffo dimenticato dalla famiglia — e smitizzare i miti — come Ernesto de la Cruz.

“Coco” è un film che tira in ballo tanti temi, primo fra tutti, la morte e il suo tabù. Non come cessazione del tutto, ma nemmeno come passaggio in un paradisiaco Eden, la morte è rappresentata sia come parte integrante della vita, sia come continuazione di un viaggio che non finisce con la fine della vita, ma che prosegue oltre. Indispensabili, in questo “andare avanti”, i vivi, e il ricordo che conservano dei morti. E’ il ricordo che li tiene in vita dopo il trapasso, e che vieta l’oro di cadere nella tenebra dell’oblio. Perché la vera fine, dopotutto, sovviene quando nessuno si ricorda di noi. Tuttavia il regista è sufficientemente scaltro da mostrarci che i ricordi possono essere falsati, sbagliati, manipolati, storpiati e, se questo succede, be’, porte aperte al revisionismo storico! Vanno raddrizzati. I palloni gonfiati sgonfiati — come nel caso della mongolfiera Ernesto de la Cruz — e i colpevoli scagionati, come nel caso di Hector, ben più di uno strampalatissimo scheletro che perseguita Miguel… Il film omaggia Coco come il vero trait-d’union fra Miguel ed Hector. Se la figlia di Coco, l’irruente burbera Abuelita, non ha conosciuto il nonno, lei, Coco, sì. Ha conosciuto la sua vera anima, attraverso la musica — la canzone che Hector le cantava prima di partire per le sue tourné. Coco collega Hector e Miguel, e Miguel riuscirà, attraverso Coco, a salvare Hector, salvando il suo ricordo attraverso la stessa Coco, in un circolo virtuoso di memoria ripristinata.
Il film è anche un invito a “Seize the moment”, cogliere l’attimo, non rinunciare ai propri sogni. Ma questo, mai a scapito della correttezza. La fama del bell’imbusto de la Cruz, è stata costruita sulla menzogna e l’egoismo. Miguel scoprirà tutto questo, e riuscirà a dare a Cesare quel che di Cesare, restituendo a Hector la paternità dei testi delle canzoni di de la Cruz. Come dire, la storia è piena di falsi miti. Non cadiamo in trappola. Viriamo su ciò che è giusto.

Un’ultima cosa. Quando ho visto la strada arancio che collega il regno dei vivi con quello dei morti, ho pensato immediatamente ai Floating Piers di Christo a Sulzano, sul Lago d’Iseo, nel 2016. Forse perché — magari lo ricorderete — ero andata molto in fissa per l’istallazione, tanto da sfidare ressa, colonne, treni imprendibili e tutto ciò che di scoraggiante potreste nominare, pur di camminare sul percorso galleggiante nel bresciano. Non ho trovato nulla in proposito in rete, se non un articolo che ribadisce l’estraneità del regista all’opera dell’artista. Io, ripeto, vedendo la strada arancio, non ho potuto non associarla a quella di Christo. Sarebbe interessnte approfondire…
Fatevi un regalo e andate a vederlo. Sì va be’, c’è il lieto fine, ma vogliamo non volerlo proprio mai?! 🙂

E anche per stasera è tutto, Moviers. Dalla settimana prossima vi scriverò dal 545 W 111th, con il mio nuovo sole, la mia nuova vista, la mia nuova New York City.

Qui trovate un articolo su Sam Pollard, volevo dire Sam-I-love-you-Pollard… Per gradire, dopo il dolce e l’ammazzacaffè…
E qui c’è il Frunyc III aggiornato con commenti, e poi ci sono i saluti, accademicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE da NYC – commenta “A CIAMBRA” di JONAS CARPIGNANO

LET’S MOVIE da NYC – commenta “A CIAMBRA” di JONAS CARPIGNANO

Mitrasferisco Moviers

no no, tranquilli, non ritorno a Trentoville (!), né punto a Miami Beach — per quanto sapere di averla a 2 ore e 50 minuti di aereo è un pensiero molto ghiotto con cui solleticarsi l’immaginazione. Mi trasloco, ovvero, trasloco me medesima e tutti i miei effetti/affetti personali, sapete dove? Nel quartiere a cui guardo con la bocca bavosa e lo sguardo sognante si da quando abito a New York City.
C’è da dire che questo mi capita con parecchie zone di questa città. E mi piace l’idea di trasferirmi, prima o poi, in tutti questi quartieri e di viverli da inquilina, non solo da soggetto ambulante che li attraversa in lungo e in largo. La classifica di questi quartieri include, in testa, la santa trinità delle mete abitative newyorkesi. Inarrviabili, e non geograficamente. Finanziariamente. SoHo, Chelsea, Greenwich Village. Belli e impossibili più di qualsiasi macho con gli occhi neri e al sapor mediorientale. La santa trinità la lasciamo, per il momento, a popolare il regno dei cieli immobiliari… Seguono a ruota il l’East Village, quartiere storico in cui tutti gli artisti/aristoidi, intellettuali, veri/presunti/mancati, dimorano e operano sin dagli anni ‘60. Anche se credo che il vero Est Village, che sconfina nell’altrettanto storico Lower East Side (LES) non esista più. Chi l’ha vissuto ne racconta in termini mitici. Quando c’erano la Factory di Andy Warhol — Decker Building, al 33 di Union Square West — e Allen Ginsberg, che bazzicava Washington Square Park decantado le sue poesie e tutti i locali che ancora esistono, il Caffè Wha?, la Minetta Tavern, il Caffè Reggio. E poi Madonna, Basquiat, Keith Haring, Kerouac, Bob Dylan, William S. Burroughs, Jackson Pollock, Tennessee Williams — devo continuare?? — bazzicavano tutti il Village. Ve l’immaginate come doveva essere? Quindi capirete che vivere lì, anche solo per tributo storico, è quasi un obbligo per chiunque abbia un briciolo d’arte nel cuore. Anche lui però come la santa trinità, è abbastanza off-limits. Se una volta gli affitti dei suoi loft post-industriali raggiungevano le poche centinaia di dollari, oggi sono schizzati a cifre stratosferiche. Persino i divi non si possono più permettere Manhattan e da qualche anno preferiscono Brooklyn, anche la Brooklyn profonda di Park Slope e dintorni, complice il maggior spazio a disposizione e la privacy — tra queste Anne Hathaway, Michelle Williams, Sarah Jessica Parker, Paul Giamatti e John Turturro.

Un altro quartiere in cui spero di poter piantare le tende, un giorno, è DUMBO, Down Under the Manhattan Bridge Overpass, quel pugno di strade ai piedi del Manhattan Bridge dalla parte di Brooklyn e affaccio sull’East River. Lì tutto sa di Sergio Leone e Martin Scorsese. Abitarvi è quasi impossibile, come abitare a SoHo, ma si spera sempre, you know.

Ma veniamo a quello che, dal 2/3 febbraio, sarà il mio nuovo quartiere. UWS. Upper West Side. Altezza 111esima e Broadway, quindi sostanzialmente rimango fedele alla parte West, e alla Broadway, googlatelo pure, 545 West 111th Street :-). Ma scendo a sud di 39 strade. Questo vuol dire che sarò a quattro isolati — QUATTRO — dal mio amor di Central Park, a un isolato dall’altro parco, quello sull’Hudson, il Riverside Park — con la mia amata ciclabile — e a un isolato dal Morningside Park — una fetta di limone di parco accanto alla Columbia University. Lei, la Columbia, è a cinque isolati 🙂

L’Upper West Side è un quartiere tranquillo e vivissimo con tanti locali, tante elegantissime brownstones, tanti elegantissimi palazzi Pre-World War I. Quelli con la tenda a cupola fuori, e il portiere dentro, in livrea. Non so come, ma è in uno di quelli che mi trasferisco. O meglio, so come. Craigslist. Craigslist è la piattaforma per annunci in cui trovate di tutto. Ma proprio tutto tutto. Dal bracciolo sinistro del divano IKEA tal dei tali, al loft in cui si celebra il poliamore (!). Tutte le case statunitensi che ho avuto in vita mia, le ho trovate su Craigslist, facendo slalom fra annunci farlocchi —i cosidetti “scam”— e gli annunci spassosissimi (“condivido monolocale con doccia in cucina a giorni alterni”).
I punti a favore dell’appartamento sono tanti. Ma due sono quelli che io definisco “killer” e che mi hanno steso appena lessi l’annuncio, in Florida. Stanza con bagno e “garden on rooftop”.
Ora voi dovete uscire dal vostro mindset immobiliare italiano in cui si dà per scontato quello che scontato, a NYC, cari Moviers, non è. Condividere un appartemanto con qualcuno e avere un bagno ciascuno è considerata una grazia di categoria “San Gennaro”. Altri doni divini che noi italiani ignoriamo, sono lavatrice e l’asciugatrice nell’appartamento. Ecco, finalmente non dovrò più scendere in nessun basement, con quelle luci al neon che prima o poi illumineranno qualche omicidio.
Nel nuovo appartamento, lavatrice e asciugatrice in cucina. E poi soggiorno pieno di luce, così come la mia camera, che ha una panca sotto la finestra, da cui si vede una di quelle cisterne dell’acqua che fanno di New York City, la città delle cisterne sui tetti. Lei sarà il mio nuovo faro — stay tuned for the pics, next week. 😉
In tutto questo, pagherò la metà dell’affitto che pago ora. Pagherò meno dell’affitto che pagavo a Trentoville. E questo perché è uno dei famosi e concupitissimi “rent-stabilized”, gli appartamenti a cui la città di New York ha pensato bene di congelare l’affitto, che altrimenti schizzerebbe a cifre assurde. L’Upper West Side è un’area molto ambita, e per questo molto molto MOLTO cara.
Il mio nuovo housemate è un agente letterario in pensione che naviga, va all’opera, viaggia tre mesi all’anno — questo significa casa libera tre mesi all’anno… — e che, in sostanza, si gode la vita.
Ovviamente il punto di forza sta tutto nel punto più in alto. Il rooftop. Arredato con sedie, sdraio, BBQ — in caso abbiate voglia di una grigliata. A me ovviamente interessano le sdraio — io ho sempre voglia di tintarella. 🙂 Specie se a vista Empire State Building, Chrysler Building e scorci di Hudson…
Ora lo so che mi odiate… Ma non fatelo! Ho passato molto tempo, nelle notti insonni newyorkesi, a cercare — e questo mi fa capire che l’insonnia, più che un punto storto da raddrizzare, sia una strada spianata verso il poter fare. Quindi prima o poi il premio doveva arrivare. E no, non avevo urgenza di cambiare. Casa mia ad Harlem mi piace. E il quartiere in sé, lo sapete, occupa una parte importantissima dentro di me. Sugar Hill mi ha adottato. Mi ha dato una raccolta di poesie. E’ la collina di zucchero su cui ho mosso i primi passi newyorkesi. Non scorderò mai la sua dolcezza. Il suo retrogusto amaro, anche — “Bitter Bites from Sugar Hills” viene da lì.
Ma vedete, a NYC ci si muove perché tutto si muove attorno è te, e perché vuoi migliorarti. E’ come essere parte di un sistema solare in cui l’immobilità non è data. Allora si passano le notti a fare mille cose, e in mezzo a quelle, cercare un nuovo spazio, perché lo spazio è il petrolio di questa città. Si cerca, si trova, si parte e si comincia una fase nuova. L’idea di comprare casa e rimanere per sempre in quella casa — “per sempre”, sentite il peso specifico presuntuoso, e illusorio, di queste parole? — l’idea di possedere “il mattone”, mi rimaneva incomprensibile anche quando ero in Italia. Mi sembra un po’ contronatura, o per lo meno prima dei 60 anni. Qui ancora di più.

Come dicevo, non è piovuta dal cielo, la nuova sistemazione. Ho visitato qualcosa come una decina di stanze. Venendo a contatto con individui tra la commedia dell’arte, la bipolarità e la depressione livello crack del ‘29.
Martzia, afroamericana sovrappeso che si vede tornare a casa il figlio divorziato, lo mette a dormire su una brandina nella sua camera da letto, e affitta quella che un tempo fu la di lui stanza. Siamo sulla 97esima e Columbus Avenue, un isolato da Central Park.
“Hai accesso al bagno, certo” — moltoumana Martzia — “Ma alla cucina no…. Certo ti procuro un mini-frigo e un micro-onde da tenere in stanza… Mica posso lasciarti morire di fame, giusto?”, aggiunge, con una risata che ha del malefico.
“Ma veramente io sono una muschi&licheni, al massimo bollo — bollisco?? — delle verdure…”
“Ah ecco perché sei così magra! Io sono a dieta, ma non ce la faccio sai… Non riesco a fare a meno dei dolci…”.
E lì io comincio tutto uno spiegone sull’importanza del movimento e l’aberrazione dei cibi spazzatura.
E concludo con un “Go for it, Martzia, you can do it!”. E lei mi guarda con quegli occhi mammiferi e spenna-coinquilino che non mi avranno mai.

Poi c’è stato David, israeliano, che fece fortuna in Florida, per poi perdere tutto e tornare a NYC, amareggiato come il Lucano. Anche in questo caso, sono stata attirata dalla location: 83esima strada e Broadway. Mi presento. Dopo avermi detto cinque volte che non vuole un’inquilina che si porti uomini in camera, e dopo averlo rassicurato dieci volte che non c’è pericolo, mi mostra un tugurio buio e lugubre in cui probabilmente sono morte delle persone. Ammazzate dal buio, s’intende: emorraggia fatale di vitamina D per mancanza di sole.
Mi racconta del suo falliemento, e di come detesti NYC.
Io guardo l’orologio che non ho e cerco di andarmene. Non tanto per il tugurio. Quanto per l’amarezza. Non voglio trasformarmi anch’io in un Lucano.

Poi è toccata a Uttara, ragazza indiana adorabile, con un bilocale pulito e luminoso sull’84esima, dietro Central Park. Con il terrazzino e la scala antincendio — che, capirete, fanno la cinematografia di NYC. Tanto adorabile, Uttara, quanto picchiatella.
Pratica newyorkese è quella di trasformare il salotto di un bilocale in una camera per un secondo inquilino, per dividere l’affitto — quello che si dice un “converted”. Solo che un salotto non è esattamente una camera… Quindi i newyorkesi, che lo sanno, s’industriano con paraventi, pareti mobili, e delle idiozie simili per creare della privacy laddove la privacy non è possibile. Lei, inamorata dell’Italia, era così entusiasta all’idea di averne una portatrice sana sotto il tetto, da essere tutt’un “we can do this, and you can put the bed here, and the desk there, and we will be all fine!”, tanto che poco poco mi convinceva. Poi, dopo l’estasi iniziale di pensarmi Audrey Hepburn sulla scala antincendio a intonare “Moon River”, ho realizzato che uno può certo rinunciare a tanto, ma non a tutto, soprattutto, non alle pareti. Alle pareti, Uttara, no!
Dopo essere rinsavita, mi sono liquidata nel nulla newyorkese.

E poi lui, lo psicopatico travestito da documentarista. Anche qui, mi innamoro della location. UWS, 79esima strada. Il che vuol dire 5 isolati dal Lincoln Centre, che è un po’ la mia terza casa — la seconda è il MoMA. Michael è sui 45, alto, magro, capello disgustoso raccolto in una coda bassa. Occhialetti con bordo di alluminio da pazzo intellettualoide. La casa puzza di fumo, d’incolto e di anni di ramazza mancata, di olio di gomito risparmiato e aria fresca bandita.
La camera sarebbe anche passabile, in sé. Ha anche lo sbocco su un piccolo terrazzo — a NYC una rarità tanto quanto la lavatrice in casa. Ma davanti alla porta finestra c’è uno strato di Domopack.
“La finestra non è isolata e il vetro è troppo sottile. La mia ultima coinquilina si lamentava degli spifferi…”, e così hai spacciato il Domopack per l’ultimo degli isolanti, ebbravo Michael, il delinquente dal braccino corto aggiungo io, rigorosamente fra me e me.
Apre un armadio di quella che dovrebbe essere la MIA stanza e mi mostra circa una spanna e mezza di spazio fra i SUOI vestiti. Io soffoco una risata circense.
Lì dovrebbero stare le mie sei valigie di vestiti. Scarpe escluse.
Ora capite la risata circense.
Su una parete del salotto in cui lui avrebbe dormito — sfruttando l’idea insana di Uttara e la filosofia “converted”— campeggia, a mo’ di quadro, un’uniforme da cameriera anni ’50.
“Mi serviva per un documentario… Poi mi piaceva e non sono più riuscito a disfarmene… Credo stia bene lì, non trovi?”
Un’uniforme da cameriera anni ’50 appesa al muro del salotto non è esattamente un Van Gogh.
Il cucinino e il bagno conservano talmente tanti strati di sporco che credo Michael stia prendendo parte a un esperimento archeologico in cui si monitora la stratificazione del sudicio nel corso dei decenni.
Farà delle scoperte sensazionali, ne sono certa. Ma io non presenzierò.
Quindi capite, Fellows, trovar casa non è semplicissimo. Ma ti permette di entrare in contatto con tutta la strana umanità che popola questa città. Chissà se qualche università ha mai pensato a un corso di antropologia immobiliare nello Stato di New York.

Ma veniamo a quello per cui dovrei scrivervi… Questa settimana sono stata al Lincoln Cinema Plaza — prima che lo chiudano, sigh — a vedere “A Ciambra”, dell’italo-americano Jonas Carpignano.
Presentato a Cannes alla Semaine de la Critique nel 2015 — nel 2015! — “A Ciambra” racconta della comunità rom di Gioia Tauro, in Calabria, e lo fa attraverso la vita di uno di loro, il quattordicenne Pio. Dopo che il fratello maggiore e il padre finiscono in galera, Pio incomincia a provvedere alla numerosissima famiglia. Per farlo, conosce un solo modo: rubare. Sale sui treni e scende alla fermata successiva con i bagagli dei passeggeri — l’incubo avverato di ogni viaggiatore. A piazzare poi gli oggetti rimediati gli dà una mano Ayiva, immigrato del Burkina Faso con il quale costruisce un rapporto d’amicizia, e che gli permette di entrare anche nella comunità africana, che occupa una parte di Ciambra.
Ma a un certo punto Pio si trova davanti al dilemma della coscienza. Tradire o non tradire l’amico per fare il bene suo e della famiglia? Amicizia nel giusto o famiglia nell’errore?

“A Ciambra” è un racconto di formazione che non fa sconti a nessuno, soprattutto al protagonista che subisce il processo della crescita e accoglie, quasi fatalisticamente, quello che esso comporta: il silenzio anche quando bisognerebbe gridare — denunciare, sarebbe il verbo. Fermare un ladro che ruba al tuo migliore amico, anche se quel ladro è tuo fratello. Ma ci sono gesti giusti che non si fanno, denunce che rimangono taciute, perché la famiglia è pur sempre la famiglia, ed è più forte di tutto, anche nella comunità rom, non solo a Corleone.
“A Ciambra” cammina su un filo di lana: quello tra il documentario e il film di finzione. Gli attori sono tutti non professionisti in pieno stile neorealista, ma il film non è un documentario. E’ fiction, c’è un copione: un esempio riuscito di cinéma vérité che ricorda da vicino quello dei fratelli Dardenne. Oppure dei Taviani di “Cesare non deve morire”.
Facciamo fatica a capire Pio. Parla una lingua meticcia fra italiano, dialetto calabrese e rom che mescola tutte queste derivazioni in un pastiche molto contemporaneo. L’empatia, però, ci permette di capire i gesti che compie. I furti, gli espedienti che trova per mandare avanti la famiglia mentre il pater familias è in galera. Pio attraversa quella terra di mezzo che è l’adolescenza —in cui non sei più bambino ma non sei nemmeno un uomo — vivendo in una terrra di mezzo tra Italia e non-Italia, un luogo in cui le regole sono scritte a voce dal clan, dalla tradizione. E’ un film difficile, con un finale da romanzo verghiano, reso cinematograficamente in maniera molto efficace. Un bivio, l’infanzia da una parte, l’età adulta dall’altra, Pio in mezzo. Incedere verso l’età adulta sarà quasi scontato. E il peso di questa scelta obbligata, la nostalgia che sappiamo comporta, rimanda a quella che tutti noi abbiamo provato, lasciando andare l’infanzia per buttarci nel mondo dei grandi, dove tutto è più fosco, più complesso, più faticoso.

Per due ore siamo sprofondati nello squallore di questi condomini abbandonati e occupati illegalmente, siamo tra indumenti dozzinali e frusti, grida, polvere e sporcizia. Carpignano non censura la macchina da presa, e sa regalarci una fotografia splendida, pur nel degrado. Guarda tutto, registra tutto, ripropone tutto.
Non ci meravigliamo che il film non sia entrato nella rosa dei candidati ultimi per miglior film straniero ai prossimi Oscar. E’ un film troppo spiccatamente non americano per farcela. Con tempi allungati — direi troppo — con una lingua che rende la comprensione assai difficoltosa, persino l’italiano.
Eppure c’è un certo lato visionario, che si manifesta attraverso la figura di un cavallo, simbolo di una libertà che Pio sogna, e che si allontana da lui, man mano che il film procede. Che la sua vita procede.
Se volete un film che catturi uno spaccato sociologico dell’Italia contemporanea, “A Ciambra” è il film che fa per voi. Ma non vi aspettate di uscire dal cinema con il cuor leggero.

E anche per oggi è tutto, Fellows.
Siamo arrivati a esaurire lo spazio del Frunyc II — a cui ho aggiunto alcuni commenti, nelle ultime foto — quindi inauguriamo solennemente il Frunyc III. E per i nostagici, il Frunyc I… 🙂

I miei ringraziamenti sono qui fra le mie mani, e i mie saluti, quelli, sono locatariamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 353 FROM NYC – commenta “TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI”

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Physical Physical Fellows

I wanna get physical, physical… Ve la ricordate la hit degli anni ’80? Olivia Newton John — mai avrei pensato fosse lei — che cantava in fuseux viola dentro un’improbabile disco-palestra? Ecco, questa è la prima canzone che ho sentito uscire da un pub, su Washington Avenue, Miami Beach, la sera che sono arrivata.  E ho pensato che fosse la canzone giusta. E non tanto perché a Miami sono tutti coi muscoli di Popeye di fuori, ma perché c’è comunque un certo culto del corpo, una certa californication nel modus vivendi: shorts, pants, cappellino, centrifughe multivitaminiche to-go. Eppure Miami Beach NON è Los Angeles, e South Beach nello specifico NON è Venice Beach. Sarebbe come paragonare Portofino a Ostia (con tutto il rispetto) — dove Los Angeles è Ostia.
Qualche newyorkese mi aveva messo in guardia, dicendomi che avrei trovato Miami “wacky and tacky”, stramba e cafona. Nulla di più falso — rintraccerò quei newyorkesi e li smentirò uno per uno all’ombra di un qualche grattacielo, in un mezzogiorno di fuoco. C’è da dire che io stavo su Ocean Drive, che, per mantenere il paragone con Portofino, è un po’ la Piazzetta del posto. E’ il viale principale, che dà direttamente sull’Oceano — ma no, Board, dici davvero? — ed è il cosiddetto quartiere Art Deco. Una fila di edifici dai colori pastellati che ricordano le architettture dell’Art Deco europeo, ma con delle interferenze tropicali, che forse derivano proprio dalla specificità del posto. Insomma, prendete uno stile sviluppatosi in Europa intorno al 1920, e aggiungetegli quello che una terra florida di nome e agrume di fatto poteva offrire. Il risultato è un’architettura dall’impianto europeo ma dai fronzoli presi in prestito da questa terra riglogliosa che è la Florida — fenicotteri, palme, i colori Hello Kitty ante-litteram come il rosa, il giallo, il turchese, il celeste, il lilla, il verde menta, i motivi nautici, le facciate asimmetriche, gli inserti in vetro, le finestre a oblò, bordi e angoli bombati, neon stilizzati, neon corsivi, neon in tutte le forme… Siamo molto borderline con il kitsch, lo confesso: un milligrammo di verde menta in più, di rosa pesca in più, e si potrebbe rischiare la nausesa. Ma questo, fidatevi, non succede. Si rimane meravigliosamente sul filo, e si gode di questa strana commistione, respirando un’atmosfera di anni dorati, le frange degli abiti delle flapper a balzellare a ritmo di bebop, i panama in testa agli uomini, le Caddillac bicolore parcheggiate a pochi passi, lustre e golose. E per una volta, mi sono vista uomo! Un abito di lino, un sigaro pronto in tasca, una camminata verso un whisky d’annata e una serata su un portico, mentre l’oceano, là davanti, ti porta donne incredibili…

I nomi degli hotel in fila lungo Ocean Drive rinviano esattamente a quel passato. Lo Starlite, il Cavalier, Il Barbizon, il Carlyle, il Crescent, Il Colony fanno pensare non solo a quegli anni mitici, tra speakeasy e jazz, ma anche agli anni ’80, in cui Miami e Vice facevano coppia fissa come i detective Don Johnson e Philip Michael Thomas, in un tripudio fluò, spalline assassine, manate di gel sui capelli e vite mai così pericolosamente alte sopra l’ombelico.
Ma devo ammettere che il mio primo contatto cinematografico con Miami Beach avvenne grazie a un film che ricordo con tenerezza, “Piume di struzzo”, featuring una coppia tanto improbabile quanto riuscita: Robin Williams e Jene Hackman. Il film è ambientato proprio su Ocean Drive, in un trionfo di gaytudine, musical, boa rosa e camice fiorate.

E quanto al rosa, fatemi dire. O ci fate pace, oppure siete spacciati: direi che è il colore del posto: dagli scontrini fiscali, a certe palme finte fuori il Museo del Gelato (!), alle tubature lungo case più o meno catapecchie. Tanto è rosa. Non tutto, ma tanto. Quindi se non lo sopportate, Miami Beach non fa per voi, anche perché si sbizzarrisce in tutto lo sfumabile possibile, dal cipria, al polvere, dal fucsia al lilla, dal lavanda all’amaranto, dal corallo all’aragosta, dal pervinca al viola Elisabetta II — se vi chiedete perché “Viola Elisabetta II” forse v’è sfuggita la sua mise natalizia…
Potrei continuare all’inifinito, ma ho pietà di voi.

Pink a parte, c’è un senso di ariosità e pulizia generale che credo derivi molto dal mio raffronto con la giungla New York City. Nel paradiso Miami Beach tutto sa di lindo, ordinato, al profumo di cup-cake appena sfornati: bianco-azzurro-verde fanno il tricolore della città. NYC, lo sapete, è l’apocalisse. La bolgia, l’umanità colta nel suo farsi, nel sudore che cola, nello sforzo e nel puzzo. Miami Beach è l’umanità che tira il fiato. Che si prende cura del proprio coté physical, physical. Questo essere spensierata, nel senso proprio di “priva di pensieri”, si sente tutto. Le palme svettano filiformi, il mare è un’orchestra che suona il turchese, uno strumento musicale più che un colore. I prati sono tappeti e le sequoie, esseri animati al cui cospetto sentirsi gnomi.

Per quanto riguarda la mia residenza, poi, cosa dirvi? Il Betsy non è solo un hotel super classy. E’ un luogo storico. Sia per l’architettura — ha una sezione “coloniale”, e una sezione “art deco” — sia per il ruolo di catalizzatore culturale che, mi si dice, svolge da sempre. I corridoi non sono tappezzati di nature morte o di stolidi paesaggi provenzali. Sono un inno al rock mondiale, con foto — originali! Primi piani di Mick Jagger, i Beatles, i Rolling Stones. E tu non t’immagineresti che un hotel sprofondato tra aria coloniale e natura art deco, srotoli metri e metri di corridoi intestini rockettari. Nel basement, tra le altre cose, una mostra di Val Kilmer. Sì, lui, Iceman, Jim Morrison, o come volete chiamarlo. Da quando ha scoperto di essere malato — sigh — si è dato all’arte, e il Betsy ospita le sue creazioni.
Un’ultima cosa. L’idea d’istituire la “Writer’s Room”, una stanza che gli scrittori si tramandano, come un libro o una storia, dovrebbe essere scopiazzata anche in Italia. Perché mamma PAT non pensa a mettere a disposizione un piccolo appartamentino dei tanti in suo possesso, a un artista? E’ così che si coltiva una comunità artistica internazionale.
Sulla scrivania della Writer’s Room del Betsy c’è un diario. Ogni scrittore dei più di 500 che sono passati al Betsy, ha lasciato un suo segno. E’ come ideare una genealogia creativa, puramente elettiva. Ma perché l’Italia non ci pensa??

Nota stonata numero uno.
L’ultimo giorno lo shuttle per l’aeroporto mi carica a bordo in perfetto orario e, nel più classico dei chitchatting, l’autista mi svela ciò che non sono bastati sei giorni a farmi scoprire, io che mi sento una Livingston sottratta alle esplorazioni.
“So you’ve been staying at the Betsy…”
“Yep”
“I figure you have been there”, mi chiede, accennando a una portone di legno e a una piccolo folla di persone assiepate davanti. Ha appena scoperto che no, non sono americana. Sono italiana.
“No, I’ve not, what’s that?”, chiedo io. Siamo fermi in coda, quindi ho tempo di rendermi conto che quella casa ha l’aria molto familiare. Come se l’avessi vista tantissime volte. Ma questa, cavolo, è la mia prima volta a Miami Beach…
“It’s the sylist’s house. VersacI’s!”
“You must be kidding me”, faccio io, sentendomi una cretina.
Scoppia a ridere.
Impiego non più di due secondi a maledirmi. Se prendete sei giorni a quattro passi dalla casa di Gianni Versace senza saperlo e moltiplicate il tutto, quanta idiozia fa???
“Can I get off and take a picture?”, chiedo, approfittando dell’imbottigliamento, sperando, invano, di rimediare a questa perdita. E da vicino la riconosco. Riconosco il portone in legno con la parte finale a forma di ogiva, così iberica, così medievale. E poi i gradini. E’ lì che Gianni è stato freddato, il 15 luglio del 1997.
Scoprirò poi che la casa si chiama Casuarina.
Non so se l’avrei mai riconosciuta. In tv sembra più maestosa, più grande. Dal vivo, ha l’aria di una villetta piccola piccola.
Scusami Gianni.

Nota stonata numero due.
Il ritorno a -8 gradi dopo che il tuo corpo ha impiegato dieci secondi a riambientarsi al caldo, al salso, al piscinato sul rooftop, con quell’acqua riscaldata lì, e la brezza marina al posto delle zaffate artiche della cara meschina NYC. C’è da dire che Miami Beach mi ha salvato dalla bomba polare che quest’inverno spitfire ha lasciato cadere sulla costa orientale degli USA. E mentre in Massachussets le temperature picchiavano contro i meno 28 e a NYC il fiume Hudson ghiacciava, io pendevo dalle labbra morbide e tiepide di mamma Miami. Poi naturalmente sono stata punita una volta rientrata da papà New York. Perché se fate passare un corpo per 10 giorni con una temperatura di -8 a una settimana con una temperatura a +24, e poi lo riemmergete fra i pinguini del -8, quel corpo non riconoscerà più alcun dio all’infuori dello shock termico, e svilupperà un’influenza da bisonti. Bisonti, sì. Perché dopo tutto è nelle praterie di questo paese che loro, i bisonti, brucavano l’erba dei nativi, e la mia influenza è stata un omaggio alla loro estinzione. Come vedete è nell’alluccinazione che si è conclusa l’avventura fuoriporta.

Di film, in questo Christmas break, se ne sono guardati tanti. Ma l’ultimo che mi è rimasto nella testa è “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, visto in un Lowe due isolati sopra Union Square. Film in cui è scritta tutta l’America che sta arrancando — dietro a un Presidente che la sta affondando. Quei tre manifesti fuori Ebbing, middle-of-nowhere Missouri, prima vuoti e poi pieni del dolore e della vendetta di una madre ferita, sono i sogni infranti di un paese che sembra girare a vuoto.
Presentato a Venezia dove ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura e vincitore, la settimana scorsa, di quattro Golden globe, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri esce fuori dalla testa del regista londinese Martin McDonagh — ve lo ricordate “In Bruges”? Ecco, era suo.
La figlia adolescente di Mildred viene stuprata e uccisa. La polizia del posto, invece di sbattersi a cercare il colpevole, si rigira un po’ i pollici e si diverte a giocare sul filo di lana tra razzismo e political correctness. Mildred allora cosa fa? Affita i tre tabelloni sfitti all’ingresso della città e su di essi incolpa pubblicamente lo sceriffo della città, Willoughby. Caso vuole che Willoughby sia malato di cancro, e stia vivendo gli ultimi giorni della sua vita. Sam, un altro poliziotto che all’inizio detestiamo, poi compatiamo e alla fine comprendiamo, sarà in qualche modo protagonista della vendetta di Mildred, e alla fine, suo compagno di strada… Decido di non dirvi troppo perché ci sono dei colpi di scena ben architettati che sarebbe un vero peccato rovinarvi.

E’ un film estramamente brutale nella sua essenzialità. Il dolore quado è intenso brucia tutti i fronzoli, gli orpelli prefici, fa tabula rasa. Come Mildred. Un carroarmato che prende a botte gli adolescenti compagni del figlio, dà fuoco alla centrale della polizia e trapana un dito al dentista — scena molto “Fargo”, molto Coen. E lei, Mildred, altri non è che Frances McDormand, moglie di Joel Cohen e straordinaria interprete di tanti dei film by the Bros — e by the way, se quest’anno non le arriva l’Oscar come miglior attrice protagonista, facciamo un quarant’otto.
Mildred cerca di venire a patti con il suo lutto, ma per farlo deve trovare un colpevole. Visto che la polizia, al cazzeggio con le caz*ate — a suo dire — non è stata in grado di trovarlo, allora lo trova lei, momentaneamente, nello sceriffo. Quando lo sceriffo viene a mancare, Mildred dovrà fare i conti con la sua perdita, e anche Sam, il poliziotto scemo, simbolo di un’America rozza e ignorante, che tuttavia, se destinataria di un discorso semi-serio e accorato — splendida la lettera di Willoghby a lui indirizzata — può anche capire, e forse, rinsavire.

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è un felice modo cinematografico per far capire quanti sia difficile — impossibile — giudicare gli altri. I personaggi in scena sono tutti persone, e come tali, multisfaccettati, complessi, difficili da circoscrivere dentro i facili contorni degli stereotipi. Il film sa anche irrimediabilmente di western. Un po’ per la location — il middle-of-nowhere fa sempre molto John Wyne — un po’ per il personaggio di Mildred, che sembra uno di quei cowboy fatalmente destinati al tribolare, in forma di rodìo interiore, oppure di deserti da percorrere, steppe innevate sotto cui non soccombere. Mildred è così, un cowboy che non ha più nulla da perdere, e che si aggrappa disperatamente all’idea per cui, catturando il colpevole della morte della figlia, il cerchio potrà in qualche modo chiudersi.
Quindi prendiamo e portiamo a casa un film pesante, ruvido, ma anche amaramente comico, a tratti, proprio come la vita, che nel momento in cui fa di tutto per spingerti a lasciarla, se ne esce con una buccia di banana sotto un piede di Buster Keaton, o, come nel film, un nano che t’invita a cena.
Spero non l’abbiate perso, in Italia…

E anche per stasera è tutto, Moviers. Chissà se un po’ vi sono mancata. Chissà se tutto questo regge ancora, oppure sono io che mi ostino, come il cowboy Mildred…
Anyway, consiglio di dare un’occhiata nel Frunyc II, se volete vedere un po’ com’è questa Miami Beach…. 😉 Consiglio anche di leggervi un articoletto su un bel libro di critica letteraria che mi è capitato di leggere… 😉
E poi grazie, e poi saluti, fisicamente cinematografici.

Let’s Movie
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