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LET’S MOVIE 413 da NYC – commenta “MEETING GORBACHEV” di Werner Herzog e André Singer

LET’S MOVIE 413 da NYC – commenta “MEETING GORBACHEV” di Werner Herzog e André Singer

Mistero, Moviers,

per me questo che vi sto per raccontare rientra nella categoria degli X-files, quei casi che Mulder e Scully si dannavano l’anima a risolvere negli anni ’90, ignari che gli spettatori non aspettavano altro che i due scoprissero la reciproca chimica, piuttosto che quella nel tessuto cellulare rinvenuto su un possibile corpo alieno.

La prendo larga, e mi avvicino a poco a poco.
Il mio palazzo sta subendo tutta una serie di lavori di manutenzione esterni di cui non capisco né la natura né il senso. Siamo stati allertati di tutto ciò da quello che qui chiamano “Super” — credo stia per “Superintendent” — una specie di tuttofare che sovrintende al buon funzionamento del palazzo.
In Italia non abbiamo nulla di simile. Per questo tradurlo risulta così arduo. “Tuttofare” è impreciso, anche se la versatilità della sua figura lo spingerebbe a pieno diritto dentro quell’etichetta.
Il Super si occupa di tutt’un po’, quindi. Il problema può riguardare l’idraulica o l’elettricistica. Può trattarsi del pavimento in tek del rooftop da verniciare — tan season approaching… pista!— oppure gli ascensori gemelli da mettere a posto. Per ogni cosa, ecco il Super pronto a intervenire.

Mi documento un po’, e capisco che il nostro Super non lavora unicamente per il nostro palazzo. Lavora per un’impresa, la Century NYC, che si occupa di amministrare gli edifici a gestione coop. Faccio un giro sul loro sito, e non ti ritrovo il mio roftop in bella vista?? — che è sempre una bella vista 🙂
Da quanto capisco, questi di Century NYC gestiscono tutto. Anche i lavori di manutenzione alla facciata del mio edificio, il Rockfall.
Al mio occhio, miope magoo in opere murarie ma discreto falco in estetica, nulla sembrava richiedere l’istallazione di un ponteggio al livello del primo piano, e l’avvolgimento nel Domopack della nostra bella tenda tondeggiante sopra il portone dell’ingresso, che fa molto New York anni ’20 — e adesso fa solo molto Domopack. Non mi pareva fosse nemmeno il caso di chiamare una squadra di operai e di impegnarli nella ristrutturazione. Tutto sembrava a posto.
Poi mi è stato detto che questi lavori sono imposti dalla Città di New York. E quando un’imposizione s’impone, in questo paese, non trovi — come in Italia per esempio — una strada alternativa.
Qui esegui.
Il Rockfall esegue.

Allora da un mesetto a questa parte siamo presi d’assedio. L’obbiettivo è quello di rimuovere la calce dei davanzali e sostituirla con della calce nuova. Posso assicurare che la calce del mio davanzale non aveva nulla di male, che avrebbe potuto farsi un’altra decina d’anni d’intemperie newyorkesi senza batter ciglio. Ma again, qui si fa come la Città di New York vuole.
Il Super ci aggiorna sullo stato dei lavori tramite messaggi che affigge negli ascensori.
I lavori non vanno per piani. Vanno per linee, ovvero per file alfabetiche di appartemanti: la finestra della mia camera appartiene alla linea J. Quando sulla nota affissa in ascensore, oppure sullo zerbino, trovi la tua linea, devi aspettarti il montacarichi carico di operai far fermata fuori dalla tua finestra, e lì sostare e lavorare al tuo davanzale.
Se sei in camera, la convivenza, sulle prime, risulta assai imbarazzante. Tu dentro che cerchi di lavorare facendo finta di nulla, e loro fuori, che lavorano, facendo finta di nulla. Se trovate la differenza tra queste due proposizioni, trovate anche il perché dell’imbarazzo. Io mi sforzo di fare come se nulla fosse. Loro fanno come se nulla fosse.
Nei giorni che hanno preceduto il montacarichi davanti alla mia camera, il montacarichi ha sostato davanti ad altre linee, davanti ad altri piani. E il trapano l’ha puntualmente annunciato.

Non sentirete lamenti, ora, circa i rumori molesti. Vivere a New York significa convivere con un cantiere aperto che non conosce chiusure. Se non sta bene, quello è il JFK, tanti saluti.
Impossibile contare il numero di lavori in corso attualmente in corso d’opera a Midtown, oppure a Hudson Yards, oppure intorno all’FIT.
Nella pausa durante le mie lezioni, mentre gli studenti cercano di riaversi un po’ ingurgitando una quantità di cibo che potrebbe risolvere i problemi alimentari dell’Angola, io uccido il tempo guardando giù dall’ottavo piano. Vedo queste formichine d’uomini guidare ruspe e armeggiare terra, foderare palazzi, e cercare di tirare fuori da mattoni e cemento, l’idea che un architetto ha messo nero su bianco.
Il mio pensiero va ogni volta agli appartamenti circostanti. La pazienza che gli inquilini portano come un peso, tutti i giorni, e il lavoro in ufficio, che ringraziano, perché li porta fuori casa.

Una mia conoscente ha un loft da favola a Hell’s Kitchen, tre isolati da Times Square. Disposto su due piani, mobili italiani di pregio, stile ricercato ma non sfrontato — la casa dei sogni. Il tutto infranto in un incubo dall’orchestra di martelli pneumatici che fanno del circondario il loro teatro e degli inquilini, spettatori forzati a sorbirsi quella sinfonia in loop. La volta che andai a trovarla, parlare fu un’avventura. Capirsi, tutto di guadagnato.
“Vanno avanti giorno e notte”, mi disse, rassegnata.

Pertanto, il piccolo Black&Decker che fa il proprio dovere sulla facciata del Rockfall, è giusto un flauto magico. La cosa che mi dava noia, non era, quindi il trapanio, quanto l’imprevedibilità del montacarichi.
Se il tempo si guastava, guastava i piani agli operai, che non potevano operare. E questa primavera matta — voi, in Italia, mi par ne sappiate qualcosa — ha guastato molto, nelle ultime settimane.
Quindi un giorno, sentivi il cigolio del montacarichi passare accanto alla tua finestra, e poi il lamento del trapano. Il giorno dopo, se pioveva, nulla. Silenzio, deserto. Questo on-and-off poteva verificarsi anche durante il giorno. Mattina motacarichi, pomeriggio niente montacarichi. O viceversa.
Mi sono ritrovata a vivere in balia del meteo, e della tabella di marcia degli operai.

Il giorno in cui il mio davanzale è stato sottoposto alla trapanatura e alla stesura della nuova calce, era un venerdì, e l’FIT mi ha reclamato in facoltà.
La sera, rincasata, ho notato il lavoro fatto. Se mi chiedete di quantificare la differenza tra prima e dopo da 0 a 10, in cui 10 è il massimo della differenza, direi -1. Ma me ne sono stata zitta e non ho detto nulla. Quando, l’anno scorso, mi avevano ritinteggiato il bagno — 3 metri per 2, non la Domus Aurea — e io avevo avanzato delle perplessità circa i quattro giorni pieni impiegati dall’imbianchino latino Mario, Bob aveva buttato lì un laconico “Ci mette il tempo che serve”.
Allora stavolta, zitta e muta.

Il mistero, che ho preso il giro largo per raccontare, riguarda una piantina di rose che avevo sul davanzale.
Dunque, io non possiedo piante. Nulla di vivente. Non perché non mi piacciano. Il contrario semmai, mi piacciono troppo, e non voglio vedermele morire tra le mie goffe mani.
Perché io uccido. Nulla di premeditato, Vostro Onore. Sono semplicemente incapace. Inetta, o forse solo distratta. Ho ucciso ripetutamente. Orchidee, basilico, persino la salvia. Anche i cactus, che sopravvivono nel deserto. Mi sono chiesta spesso come si comporterebbe un esemplare di ginestra in casa mia: probabilemente sognerebbe le lave dell’Etna coi versi di Leopardi in sottofondo.
Visti questi precedenti, mi guardo bene dal portare dell’altra morte nel mondo, e resisto alla tentazione di colorarmi la stanza con delle primule, che fanno rima con tremule anche senza il mio intervento, figurarsi con il mio.
Ma quella piantina di roselline rosse, una settimana fa, da Trader’s Joe, se ne stava lì con quell’aria smarrita, fra le tronfie orchidee, con quella spocchia da Miss Orchidee che si ritrovano, quella divinità nel nome, come a dire, ce l’abbiamo scritto addosso, che siamo dee.
Peggio di così, a questa piantina alla deriva in un mare di smorfiose, non può andare, ho pensato. La morte sarà la più dolce delle ultime spiagge, ho aggiunto.
Allora ho portato la piantina di roselline a casa, e ho fatto del davanzale con la calce nuova di zecca, la sua nuova casa.

Il problema in passato con le altre piante di mia proprietà stava nell’acqua. Non che mi scordassi di dar loro da bere. È che ogni volta pensavo, be’ ma può resistere ancora un giorno. Sicuro che ce la fa. E così poi i giorni passavano. E poi sì, Vostro Onore, a volte, lo confesso, capitava che mi scordassi. E mi rendo conto che l’associazione di oblio e privazione scriva praticamente l’ora del decesso sul certificato di sopravvivenza di una pianta.
Anche qui, sul suolo americano, ho commesso lo stesso errore.
Lo scorso inverno Bob è andato a sciare per cinque giorni.
Una volta tornato, trovando lo stato agonizzante delle piante in casa, se n’è uscito con un’interpretazione antigonea. “My plants! You let my plants die!”
Io, che sono più da commedia all’italiana, ho cinguettato “They are not dead, Bob, they are just experiencing… the thrill of thirst”…
Evidentemente l’ebrezza della sete non l’ha convinto.
Tornata seria, gli ho detto, “La prossima volta ricordamelo, e lo faccio”.
E così è stato. Lo scorso febbraio, nei suoi quattro giorni di sci nelle Catskills, io ho annaffiato le piante ben due volte.
Al suo ritorno, niente Sofocle.

Con questa rosellina, in quel suo vaso di latta bianca dai bordi traforati — più il colletto di una camicetta che il bordo di un vaso — mi sono ripromessa di scacciare l’oblio, e soprattutto, la prova di endurance: la rosellina non deve affrontare nessun thriatlon, non deve prepararsi a nessua carestia, quindi può anche permettersi dell’acqua tre volte alla settimana.
I primi due giorni ho guardato la sua chioma verde e rossa far capolino dal colletto bianco. Il terzo giorno pareva più mogia, quindi le ho dato dell’acqua. Tempo due minuti, riecco il capolino fiero.
Bene, andiamo, bene, mi sono detta.

Sono stata parecchie volte sul punto di fotografarla, così come facciamo un po’ tutti con tutto, da un po’ di smart-phone a questa parte. Ma qualcosa mi ha sempre frenato. Scaramanzia, oppure, solo il semplice desiderio di godere di un soggetto soltanto con gli occhi, senza l’interferenza di un corpo estraneo, che, con il suo click, inserisce il tempo nel rapporto spaziale.
Dopo una settimana, sembrava proprio essersi acclimatata. E anch’io. Giravo la testa dalla mia scrivania, e la vedevo lì, sul supporto di acciaio che d’estate supporta un condizionatore che non voglio — forse proprio lui, il supporto può essere responsabile di quanto seguirà.
Lei se ne stava lì, accoglieva il mio sguardo senza pretendere nulla, se non un goccio d’acqua ogni tanto.

Poi un giorno di bizze metereologiche, ma nemmeno troppo accentuate, rincaso. Raggiungo la mia camera, e lei, la rosellina, non c’è più.
Sparita.
Mi ci vuole qualche minuto per riprendermi. Mi ero abituata alla sua presenza tricolore fuori dalla finestra. Ogni presenza che diventa assenza richiede un tempo di elaborazione, anche se il soggetto è un vegetale.
Dopo il senso di perdita, rammarico, riconoscimento di essere fatalmente legata a un destino di killer in fatto di natura d’appartamento, comincio a valutare le ipotesi.
Suicidio, omicidio, rapimento.
Ritengo di poter escludere il suicidio. Troppo presto. Non aveva ancora raggiunto lo stadio di malnutrizione e depressione delle mie condannate del passato.
Il rapimento per mano di uno degli operai è un’ipotesi che regge. L’occasione rende l’uomo flower-snatcher, quando un montacarichi ti scarica dritto dritto davanti a quella Lolita di piantina tutto rosso e pizzi.
Il movente? Be’, magari portarla alla propria bella. O alla propria mamma — vista la Festa di, molto sentita qui in America. O magari farla semplicemente atterrare sul proprio davanzale: i fiori fanno gola a tutti.   

L’omicidio, solo il vento avrebbe potuto commetterlo. Abito al settimo piano, e non è agevole raggiungerlo al solo scopo di buttar di sotto una pianta di roselline.
Quanto agli operai, è vero che la letteratura investigativa insegna che bisogna sospettare di tutti, ma honestly, degli operai che buttano di sotto una piantina di rose for fun? Seriously??
No, l’omicidio preterintenzionale è da escludersi. Quanto al vento, quel giorno, non era così forte. Forse la posizione rialzata sul supporto porta-condizionatore potrebbe aver agevolato zefiro, e il suo caratteraccio. Ma lo dubito.
Ho tirato su la mia finestra a ghigliottina e mi sono affacciata per perlustrare con lo sguardo il ponteggio montato dagli operai, e vedere se il cadavere della rosellina fosse lì, insieme al vaso bianco.
Niente.
Ho setacciato ogni centimetro, controllato ogni tettuccio di macchina parcheggiata in strada, ogni pezzo di marciapiede in vista.
Niente.
C’è da dire che ero sporta fuori in maniera tanto sconsiderata che, una volta resamene conto, sono rientrata di scatto e ho panicato per cinque minuti buoni.

Per me questo rimane un mistero irrisolto. Le piante non spariscono nel nulla. Se è caduta, deve essere da qualche parte.
Ma non c’è.
Nei giorni seguenti ho chiesto a tutti i miei doormen, che hanno alternato reazioni scettiche, scocciate, incredule, solidali, divertite, senza mai azzeccare quella che avrei voluto ricevere. Quella “andremo in fondo a questa storia”.

L’altro giorno e anche oggi, passando davanti allo scaffale dei fiori, da Trader’s Joe, non ho potuto fare a meno di notare, che quelle roselline non sono più in vendita. Timidissimi tulipani, orchidee da schiaffi, mazzi di fiori confezionati, tremule primule. Ma di roselline, neanche l’ombra.
Ricapitolando. Nessuno ha visto la mia pianta di roselline, e queste roselline non si vendono più. Non ho una foto che ne provi l’esitenza. Non ne ho parlato a nessuno.
Un dubbio mi assale. Un dubbio armato da una fondatezza di ferro.
E se la piantina non fosse mai esistita?
La materia, gli oggetti, esistono in sé, oppure è la nostra esistenza che li fa esistere?
La filosofia si arrovella su questo dilemma da qualche bell’anno.
Se un albero cade in mezzo alla foresta, fa rumore?
Se un albero cade in mezzo alla foresta, esiste?
Se una piantina di roselline ospitata da un davanzale al settimo piano di un palazzo dell’Upper West Side, scompare in mezzo a una città di otto milioni e mezzo di persone, e non ci sono prove del suo transitare nella vita del soggetto ospitante, essa ha transitato oppure no?

Non so se rivolgermi, con questo mistero filosofico, al Dipartimento di Filosofia della Columbia, alla Centrale di Polizia del mio distretto, oppure all’Octagon, il New York Lunatic Asylum, che ospitò questi dubbi, e molti altri, nella seconda metà dell’800, su Roosevelt Island.

Questa settimana sono stata al Film Forum a vedere “Meeting Gorbachev” di Werner Herzog e André Singer. Un documentario che è meglio di qualsiasi film di finzione visto ultimamente. La Storia meglio della storia.

Fate conto di vedere Herzog che si siede davanti a uno dei più importanti leader politici del ‘900, e gli pone delle domande. Il leader politico in questione ha 87 anni. Non è più il Michail della Perestroika e del Glasnot che riempiva gli schermi televisivi negli anni ’80. È un anziano che si divide tra l’ospedale e la Fondazione a lui intitolata. È solo, anche. La morte dell’amatissima moglie, Raissa, ha lasciato un vuoto incolmabile nella sua vita.
Per me il documentario è stato utilissimo per conoscere una parte della Storia che mi ha visto troppo piccola per ricordare, e che era troppo recente per essere scritta e studiate nei libri di scuola. Quindi trovarla sfilare sullo schermo, è stato come apprenderla per la prima volta. Sarà per questo, anche, che “Meeting Gorbachev” mi ha colpito tanto positivamente. Ha riempito una pagina piena di righe bianche.

Herzog comincia con l’infanzia del leader, in un paesino sperduto della Russia, in cui la gente moriva di fame — come successe, letteralmente, a una coppia di suoi zii. Michail intuisce che c’è altro oltre piatti vuoti e stalle fredde. Studente molto dotato, si trasferisce a Mosca, frequenta l’università, si laurea in legge, ma capisce subito che il suo destino è la politica.
Diventa responsabile del comitato centrale per l’agricoltura del Partito Comunista. E fa una cosa che nessun politico russo aveva mai fatto prima. Comincia a viaggiare. Inghilterra, Germania, Francia, Italia, Stati Uniti, Canada. Gorbachev vuole capire come gli altri stati affrontino certi problemi, che soluzioni applicano. Domanda, chiede, s’informa, studia. Dietro quell’atteggiamento di apertura e interesse, si può intravedere il suo porsi politico degli anni successivi, improntato al dialogo, all’apertura, all’incontro.

Tanti funerali attraversano il documentario. Funerali russi — riuscite a pensare a qualcosa di più agghiacciante di un funerale russo? Temperature siberiane — appunto — parate militari con austere marce in grado di tingere di nero anche la più rossa delle piazze. E poi il kitsch, la pompa magna, lo sfarzo baccano dell’estetica socialista in versione a lutto. Le esequie sono quelle di Breznev, Andropov e Černenko, i suoi predecessori. Ma c’è un altro funerale cardine nella vita di Gorbachev: quello di Raissa, morta di leucemia nel 1999.
Al suo funerale, si vede un giovane Putin, rendere omaggio alla sua bara.

La morte è molto presente, nel documentario. Tutti i personaggi che vediamo Gorbachev incontrare — la Thatcher, Reagan, Busch Senior, Kohl — sono tutti morti. E purtroppo lo spettatore sa che anche per lui, Gorbachev, il tempo è contato.
Si vede che Herzog è innamorato — intendo intellettualmente — di quest’uomo. Pone le domande giuste, attorno alle quali il documentario si sviluppa, ma risparmia le più scomode.
Ho atteso tutto il film che gli chiedesse “Cosa ne pensa, Presidente, di Putin?”.
Ma forse anche Herzog avrebbe voluto porgliela, quella domanda, e forse, per rispetto, pudore, o buon cuore, si è autocensurato. Oppure Gorbachev non ha voluto rispondere. Chissà.
Ovviamente non ricordavo il Colpo di Stato del 1991, i tre giorni in cui Gorbachev rimase chiuso nella villa presidenziale in Crimea, mentre Eltsin cavalcava il malcontento russo e prendeva il potere.
Riguardo proprio a quell’evento, che cambio la storia russa e non solo, “Meeting Gorbachev” svela un interessante dietro le quinte della ripresa televisiva del discorso di dimissioni di Gorbachev, che si rifiutò di firmare le dimissioni in onda, e non si piegò, così, alle esigenze mediatiche.

C’è anche posto per parlare di nucleare. Michail fu una delle forze politiche che negli anni ‘80 spinse con convinzione al disarmo. Ed è ancora convinto della necessità che le potenze mondiali la smettano di sostenere il nucleare. Se uno sceglie il disarmo, anche l’altro lo fa. Se uno sceglie di armarsi, anche l’altro lo fa. Così dice, Michail. Semplice. Eppure così difficile.

Nel film sono inserite anche immagini di Raissa, e il dolore di Gorbachev, dopo la sua scomparsa. “La vita è morta quel giorno”, ha commentato, quando Werner gli ha chiesto della perdita della moglie. Non è stato solo questo, a farmi piangere — io che non piango mai al cinema. Ma Gorbachev in sé, l’uomo e il personaggio storico, una figura tragica: guardato in modo molto positivo in Occidente, criticato spietatamente in Russia. Un uomo sul cui capo pesa lo smembramento dell’URSS.
“È il mio più grande rimpianto”, confessa, candido, quasi indifeso, a Herzog. “Non me lo perdonerò mai”.
Davanti alle figure tragiche arrivate al tramonto della loro vita, io non so trattenere il pianto.

Il documentario ha aperto il Trieste Film Festival di quest’anno, e penso verrà distribuito presto in Italia. Se avete modo, non perdetelo. Sia perché Herzog è pur sempre Herzog. Sia perché conoscere la Storia attraverso il cinema è un otttimo modo per imprimersela ben bene nella mente.

Eccoci in fondo, anche questa domenica, my Moviers.
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti di rito e saluti, inspiegabilmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 412 from NYC – commenta “NON-FICTION” (“Il gioco delle coppie”) di Olivier Assayas

LET’S MOVIE 412 from NYC – commenta “NON-FICTION” (“Il gioco delle coppie”) di Olivier Assayas

Mark, Moviers,

ma come ho fatto a non saperlo, per quasi tre anni, da quando sono qui?? Quasi tre anni passati ignorando, nella più bifolca ignoranza, che Samuel Langhorne Clemens, altrimenti noto come Mark Twain, visse un anno della sua preziosa vita al numero 14 della Decima Strada, in pieno Greenwich Village?
Non stiamo parlando del primo scribacchino che passa, eh. Un tale di nome William Faulkner, che sulla mensola del caminetto, fra i vari premi, teneva la targa del Nobel, sosteneva che Mark Twain fosse “il primo scrittore americano”. Un altro tale, anche lui con la targa del Nobel sopra il caminetto e sotto un fucile, accanto alla bottiglia di brandy, di Mark e del suo capolavoro successivo a “Le avventure di Tom Sawyer” diceva: “Tutta la letteratura americana moderna discende da un libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn”.

L’isolato della Decima Strada tra la Sesta e la Quinta Avenue — siamo a due passi da Washington Square Park — è pieno di storia della letteratura. Anche quello ignoravo. Scopro tutto giovedì, uno di quei giorni in cui ti senti particolarmente benedetto a vivere a New York. Ma nello stesso tempo maledetto.
Giovedì c’erano quattro eventi imperdibili, tutti oscenamente accavallati l’uno sull’altro dalle 6 pm alle 9 pm. Una conferenza sulla scrittrice Louise DeSalvo al Calandra Institute. L’inizio di “In scena!”, un festival teatrale che porta il teatro italiano a New York, la proiezione di “New Rose Hotel” al MoMA, alla presenza del regista Abel Ferrara e dell’amatissimo attore Willem Defoe. Un reading con due mostri sacri della letteratura contemporane, Edmund White e Colm Toibin, alla Creative Writers House dell’NYU.
Tutto questo, ci tengo a precisarlo, gratis. Giusto per ricordare che New York ha un animo filantropo che convive in maniera straordinariamente easy con il suo coté capitalista.

Benedetti e maledetti, quindi. Una cuccagna, un mare di cultura e fun in cui tuffarsi e da cui riemergere con quella sensazione d’ebbrezza che solo l’apprendimento di qualcosa di nuovo t’infonde. Ma al contempo una sciagura. La scelta dell’uno che elimina tutti gli altri. Darwinismo allo stato puro. Non hai scelta: devi scegliere.
In queste situazioni, io cerco di resistere all’appeal di un grosso nome — Abel Ferrara in conversazione con Willem Defoe, per esempio — e di affidarmi piuttosto al sesto senso. Scarto a malincuore tutte le opzioni e rimango con il reading dei mostri sacri. Per i mostri sacri, certo. Ma anche perché, mentre controllo su Googlemaps il luogo preciso da raggiungere, il numero 58 sulla Decima Strada, vedo che, a poche decine di passi da lì, al numero 14, c’è la Mark Twain’s house.
Holy moly! La casa di Mark Twain??

Una volta fatta questa scoperta, le altre opzioni in agenda sono state spazzate vie.
Ho capito che se scopro qualcosa di sensazionale — la casa dove abitò Mark Twain è indubbiamente una scoperta sensazionale — devo correre quanto prima sul campo. Non posso rimandare. Data la sua infinitezza, New York vieta il lusso della procrastinazione. Se devi visitare un posto ma ti dici che lo visiterai un’altra volta perché qualcos’altro si è frapposto tra te e lui, quel sito lì finirà nell’oblio. Sommerso prima da quell’unico qualcos’altro, e poi da una quantità innumerevoli di altri, che lo seppelliranno nel cimitero del Nonfatto.
Allora, visto che la casa di Mark Twain non può finire tra le tombe del Nonfatto, decido per i mostri sacri, e scarto tutto il resto. Il MoMA non se la prenderà: ho prenotato, il giorno seguente, un posto in prima fila per “Pasolini”, il film di Abel Ferrara con Willem Defoe. Alla presenza, sempre, dei due. 🙂

Mi avvio verso la mia destinazione con un po’ di anticipo. Così posso gironzolare in zona Casa Twain con calma, prima di andare dai mostri sacri.
La zona è molto molto bella. È la New York che amiamo. Le brownstones, le porte ad arco spesse ed eleganti, nere notte, rosso carminio o verde scuro. Signorili e senza scrostature. Quei sette-otto scalini che portano al loro cospetto, che si chiamano con l’intraducibile stoop.
Le finestre dietro cui immagino musica concettuale, candele, libri, uno scialle in cashmere sopra un paio di spalle sotto una testa che legge libri ascoltando note incomprensibili ai più.
Gli alberi sono verdissimi. Più verde del verde. Forse per via di una strana luce che si cela dietro alle nuvole. E i mattoni arancionissimi. Più arancio dell’arancio. E anche questo, forse, sempre per via di quella strana luce. Il cielo è coperto, quindi questa vividezza non trova una spiegazione fotocredibile. Ma accetto di buon grado l’effetto prodotto. È come passeggiare dentro un disegno appena colorato da un bambino con dei pennarelli nuovissimi.

Prima di raggiungere il numero 14, mi fermo davanti al numero 18. Lì, sul muro di un’elegante casa che, fosse a Londra, sarebbe in tutto e per tutto Vittoriana, spicca un tondo di ceramica azzurra. M’informa che Emma Lazarus (1849-1887) visse lì. “Poeta, saggista, e filantropa”. Sotto, alcuni versi del suo sonetto più famoso…

Give me your tired, your poor,
Your huddled masses yearning to breathe free,
The wretched refuse of your teeming shore.
Send these, the homeless, tempest-tost to me,
I lift my lamp beside the golden door!

Questi versi sono incisi sul piedistallo della Statua della Libertà.
Ecco perché il sonetto è famoso. Lady Liberty non è una testimonial da poco.

Dopo aver presentato gli omaggi a Emma, proseguo il mio cammino. Fatico a mantenere un passo tranquillo,
che non dia nell’occhio. Fosse per me, correrei. E non solo perché lì dentro ha abitato un genio, ma anche per dell’altro che, se un poco pazientate, presto scoprirete. Tuttavia mi trattengo, m’impongo di fare la flaneuse che da sempre aspiro a essere, e mai sarò.

Arrivo davanti a Casa Twain. La maggior parte dei comuni mortali farebbe un sorrisetto, scatterebbe un selfie, e andrebbe avanti per la sua strada. Io, che mortale lo sono di certo, ma comune non so di preciso, mi piazzo lì, con un’espressione beata, e naturalmente beota. Anch’io scatto delle foto, ma certo non includono me. L’obiettivo è tutto per il luogo, e quello che contiene. La casa. Bella. Quattro piani, finestre, un uscio interrato, inferiore al livello stradale. E poi la targa.

“In this house once lived Mark Twain (Samuel Langehorne Clemens), author of this beloved American classic The Adventures of Tom Sawyer.”

La vaghezza della targa dice molto più di quello che non dice, stimolando una serie di interrogativi da Simenon.
Perché il testo è così vago? Perché glissa sul fatto che Mark ci abitò solo un anno? Perché non nomina quell’anno, fra il 1900 e il 1901, che avrebbe permesso una miglior contestualizzazione dell’edificio e del rapporto dello scrittore con esso?
Forse con “once lived/un tempo visse”, si mirava a ricreare uno stile letterario e ricalcare — per tribuatare — la natura letteraria dell’illustre inquilino?
La targa, inoltre, non riporta il secondo nome della casa.
The House of Death.

Ebbene sì.
Questa casa, che include i numeri civici 14 e il 16 della Decima Strada, è stata ribattezzata così perché, sin dal momento in cui fu eretta, negli anni ’50 dell’800, ha registrato qualcosa come ventidue decessi. In circostanze misteriose o macabre.

Il New York Post vi ha dedicato un bell’articolo, nel 2012, che ho letto in metropolitana nel tragitto che mi porta sul posto.
A quanto pare, alcuni residenti, negli anni, hanno raccontato di aver visto lo spettro di Mark Twain, vestito di bianco, aggirarsi al primo piano. Nello specifico, negli anni ’30, una madre e una figlia sostennero di aver visto lo scrittore in forma di fantasma, seduto accanto alla finestra. Stando alla loro testimonianza, lo spettro avrebbe detto: “My name is Clemens and I has a problem here I gotta settle”, per poi svanire.

Se avete un po’ di dimestichezza con l’inglese, sapete che “has” dovrebbe essere “have”, e che “gotta” è molto gergale.
Chi ha letto “Le avventure di Tom Sawyer” e “di Huckleberry Finn”, sa benissimo che una delle peculiarità dei due romanzi è l’uso di un linguaggio colloquiale, parlato, molto vivace, preso direttamente dalla strada. Questo, fra gli altri, fu uno dei tratti che marcò il carattere rivoluzionario dei due romanzi. Uno scrittore che scriveva come si parlava. Non era mai successo prima.
Questo, è anche uno dei motivi che rendono la lettura dei due romanzi così spassosa.
Quando ho letto le parole del presunto spettro di Twain, ho sorriso, molto compiaciuta: parla esattamente come Tom o Huck parlerebbero.

Spettro di Twain a parte, sempre negli anni ’30, una coppia, Jan Martell e marito, affittarono l’ultimo piano della casa, un tempo quartiere della servitù.
Da subito cominciarono ad avvertire delle presenze, unite a passi sulle scale, fruscii sul collo, ondate di odore di marcio, mobili spostati anche se nessuno dei due li spostava. La coppia fece ispezionare la casa da un esperto di fenomeni paranormali, che avvertì qualcosa di funereo sotto le assi del pavimento, la presenza di una donna vestita di bianco, di un bambina con gli occhi azzurri e di un gatto grigio. 
Siccome queste presenze non accennavano ad andarsene, fu la coppia a farlo. A malincuore, immagino, era pur sempre il Greenwich Village — oggi come oggi, potresti tranquillamente condividere la casa con il fantasma di Jack Torrence, pur di vivere in quella strada…
Jan, però, scrisse un libro su quell’esperienza — “Spindrift”.

Il New York Post riporta anche le parole di un certo Dennis, un inquilino che vive — o perlomeno viveva — al numero 16, quando l’articolo fu scritto, nel 2012. Dennis ha preferito tacere il proprio cognome: troppo l’imbarazzo di raccontare storie di fantasmi nel terzo millennio.
Questo Dennis, musicista e appassionato di fotografia, dice di aver visto spesso, con la coda dell’occhio, strane figure di donne muoversi fra le stanze di casa. Una sera, mentre fotografava una ballerina nel suo soggiorno, la ballerina vide una donna vestita di bianco, seguita da un gatto, entrare nella stanza, e se la diede a gambe levate.
Dennis dice di aver trovato una copia di “Spindrift” per caso, da Strand. Dice di credere al resoconto sulla casa infestata che Jan fece nel testo. Ma dice anche di aver dovuto ricomprare il libro una decina di volte: non si spiegava bene come, ma il libro continuava a sparire…

Il paranormale finisce dove il macabro comincia.
Al numero 14, proprio nella fetta di casa di Mark Twain, l’inquilino Joel Steiberg, nel 1986, picchiò a morte la figlia adottiva di sei anni, ridusse in fin di vita il figlio di due anni, e la moglie. Quando la polizia arrivò, trovò una scena da film dell’orrore. La bambina morta in bagno, accanto alla moglie intontita, e il bambino con una corda attorno alla vita, legato al box, in un mare di sudicume.
Joel faceva l’avvocato. Come secondo lavoro, sniffava coca.
Dall’esterno, sembravano la famiglia perfetta.
Joel ha scontato sedici anni di galera.
Ora si dice viva ad Harlem.

Il nome “House of Death” non è proprio proprio fuori luogo, quindi.
Ma meglio non scriverlo sulla targa.

In realtà, tutto l’isolato è un po’ infestato.
Oltre al fantasma di Twain, si dice che quello di Emma Lazarus, la poeta del sonnetto per Lady Liberty, si aggiri intorno a casa sua.
Inoltre al numero 17 visse, poco prima di morire, nientepopodimenoche Edgar Allan Poe, che sul soprannaturale e l’occulto ci ha costruito una carriera letteraria. Mentre abitava lì, presso un amico dottore, corteggiò la di lui sorella tanto da chiederla in moglie. Lei — pazza!— rifiutò la proposta di matrimonio.
Un minuto di silenzio per il cuore rotto di Edgar Allan.
Non ci fossero le date a smentirmi, sosterrei che Edgar scrisse “Il cuore rivelatore” dopo aver visto il suo ridotto in frantumi.
Che il suo spettro si aggiri nei dintorni, è più o meno una bufala.
Tuttavia, resta il fatto che questo isolato sulla Decima Strada, fra la Quinta e la Sesta, ospiti una carica letteraria e un viavai ectoplasmatico notevoli.
Mi piace credere che il fascino di queste storie tocchi tutti, empiristi convinti e votati ai logaritmi, oppure possibilisti, disposti ad aprire la porta verso l’inspiegabile.

Io credo nell’esistenza di Tom Sawyer e Huck Finn. Credo in Madame Bovary, Raskolnikov e Humbert Humbert. Credo, insomma, nella religione della letteratura, che crea ciò che non è.
Credo, anche, ai racconti che avvolgono le brownstone in quell’isolato.
Che poi i fatti siano veri o presunti, che gli spettri popolino stanze e scale, non importa molto.

Dopo il tuffo nell’occulto, riemergo al talk dei mostri sacri. Si tratta del lancio di un’antologia di saggi sull’opera di Edmund White, presente anche lui all’incontro.
Ogni saggista legge parte del suo saggio. E alla fine Edmund legge qualche passaggio dal suo libro meno amato, “Charcoal”.
Romanziere, critico letterario, saggista, professore a Princeton, White è considerato il maggiore scrittore gay americano.
Tutti i saggisti che hanno contribuito alla raccolta sono gay.
L’editore è gay. Il pubblico in sala, al 99,99 è gay — lo 0,1% rimanente sono io.
Il mio corpo è lì, nella sala, ascolta saggi personali grondanti esperienze personali e tributi sperticati al mostro sacro.
La mia testa è là fuori, piazzata davanti al numero 14, e strizza l’occhio a una figura di bianco vestita.

Questa settimana sono stata al Walter Reade Theater a vedere “Non-fiction” di Olivier Assayas, che sarà tradotto in italiano con “Il gioco delle coppie”.
Assayas è il regista di “Sils Maria” e di “Personal Shopper” — il primo disdegnato quanto il secondo apprezzato.

Presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, e al Sundance, “Non-fiction” è una commedia satirica, molto parlata, molto francese, molto cerebrale, molto raffinata, molto alto-borghese, molto franco-intelligentia che inscena un upgrade del gioco delle coppie dove le coppie sono lì per portare sul tavolo le loro defaillances ma soprattutto, questioni con cui la contemporaneità si ritrova a confrontarsi.

Alain — una bellezza che di così poderose non se ne vedevano da anni (Gauillame Canet, segnatevelo) — fa l’editore in una prestigiosa casa editrice — fate conto Adelphi — ed è sposato con Selena — la sempre poderosamente bella e brava Juliette Binoche — attrice fra teatro e serie tv, più serie tv recentemente.
Coppia solida, con reciproche corna.
Uno degli autori pubblicati da Alain è Leonard, uno scrittore scarruffato e assai buffo, che traduce in letteratura le sue avventure clandestine con donne famose — tutte per altro riconoscibili nei suoi scritti — mentre la compagna Valerie, assistente di un politico, fa un po’ spallucce e si affida al comandamento dei traditi: don’t ask, don’t tell.
Questi personaggi hanno tutti una doppia vita: Leonard ha una relazione con Selena, Alain ha una relazione con Laure, giovane imprenditrice nel campo dei nuovi media che ha il ruolo di digitalizzare la casa editrice in cui lavora Alain.

Nelle immancabili cene che popolano le commedie francesi — come loro nessuno mai — e anche “Non-fiction”, questa sofisticata borghesia parigina si ritrova a dibattere — senza venirne a capo, ovviamente — sulle grandi questioni che gravano sulle nostre spalle, nello specifico, la relazione fra supporti tecnologici (tablet, smartphone, e-book) e prodotti tradizionali (il libro cartaceo, la carta stampata), fra la comunicazione ragionata e i 140 caratteri di un twit. Un fiume di domande scorre fra le mani di questi parigini. Qual è il futuro del libro, in una Francia in cui si legge sempre meno? L’e-book è davvero la soluzione? Dati recenti, nota il film, direbbero di no. Molto meglio l’audiolibro — ve l’avevo detto io! Ma che fine farà l’editoria? Soprattutto, in un’era in cui tutto verrà digitalizzato e reso alla portata di un click, che fine farà il diritto d’autore, e non solo per quanto riguarda i libri, ma anche i film, la musica? Scrivere un blog equivale a scrivere un articolo in un giornale? L’impegno è lo stesso? La lingua la stessa?

Assayas fa sviscerare ai personaggi questi argomenti, e molti altri, in un fuoco di fila di discorsi, contro-discorsi, cene a casa, pranzi al ristorante, caffè al bar, grigliate al mare. Ogni occasione è buona per innescare lo scambio dialettico. Il regista si diverte un mondo — e lo vediamo! — a prendere in giro questi suoi personaggi, che siamo senz’altro anche noi.
Per farci capire quanto ridicolo sia il chiacchiericcio, il nostro sbrodolarci addosso con ogni modo e mezzo, soprattuto telematico, cita “Luci d’inverno” di Bergman — conoscete? Un prete che ha perso la fede predica in una chiesa vuota: il problema, però, non sta nella la chiesa vuota, né tantomeno nel prete. Sta nel credere… E cita anche “Il Gattopardo” di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Insomma, sembra dirci il regista, anche se a sentire i nerd di tutto il mondo pare che stiamo vivendo una rivoluzione copernicana mai vista, non sta succedendo tutto sto granché. Non sta capitando nulla di veramente nuovo, né in quest’epoca che riteniamo tanto rutilante, né nelle vite dei personaggi. Certo, nelle loro dinamiche di coppia, ci sono passi indietro, separazioni e ricollocamenti, ma nessuna vera rottura.

È una festa dialettica, “Non-fiction”. Un gioco di rifrazioni. Leonard fa della verità finzione, e la finzione è perfettamente riconoscibile — come riconoscibili sono le persone a cui si ispira per i suoi personaggi. Un po’ come succede oggi con i social network, Instagram, facebook: vetrine in cui postiamo un’immagine di noi che nella maggior parte dei casi non corrisponde al vero di ciò che siamo noi. Eppure continuiamo con i like, anche se sappiamo benissimo che ciò che stiamo laikando, è frutto di un photoshop, oppure l’ennesimo retwitting di un twit originario partito chissà dove.
La parlantina che tanto piace al regista, non fa che riprodurre la logorrea con cui vomitiamo noi stessi addosso agli altri attraverso i tanti canali che internet e il 2.0 ci propongono.

Un film intelligente, per palati sottili, pieno di battute, situazioni e gag buffissime che ingaggia il cervello e fa bene allo spirito. Certo, con “Non-fiction” non dovete andare al cinema sperando di staccare la mente. La mente vi andrà, piuttosto, in fiamme.
Approved!

E anche per oggi è tutto, my Moviers.
Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti di cuore, e saluti, occultamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 411 da NYC commenta “THE WHITE CROW” di Ralph Fiennes

LET’S MOVIE 411 da NYC commenta “THE WHITE CROW” di Ralph Fiennes

Mm, Moviers,

sono i millimetri, compressi in due lettere.
In questo paese di votati al sistema consuetudinario di unità, che si oppone strenuamente al nostro caro sistema metrico decimale, i millimetri sono stati banditi e rimpiazzati dai points o pica. Conosciamo piedi, pollici, iarde e miglia, ma i points, quelli non si nominano mai — figurarsi i pica poi.
Allora cosa ne è stato dei poveri reietti mm?
Come tutti i reietti, sono finiti a New York, dove approda di tutto. Sono finiti in un posto che davvero solo questa città di strampalati poteva immaginare: in un museo. Il Mmuseumm.

Il Mmuseumm si trova in un vicoletto di Lower Manhattan incastrato fra TriBeCa e Chinatown.
Lo confesso, la teoria dei mm è una mia teoria: nessuno sa cosa stia per Mm all’inizio e alla fine di Mmuseumm. Ma è una teoria più che mai credibile e sostenibile. I millimetri risultano essere l’unità di misura più adatta per nominare un museo che si trova dentro un ascensore.
Un museo dentro un ascensore?
Sì, un museo dentro un ascensore.
Welcome to New York CIty, regno di strampalati, asilo per millimetri.

Ci vado venerdì, all’opening della nuova mostra. A quanto pare cambiano mostra ogni tre mesi.
Scopro l’invito per caso. Scopro anche del museo, di cui non avevo mai sentito parlare.
È una giornata sottratta all’autunno e portata nell’antro oscuro della primavera. Una pioggia fredda intermittente che smette ogni venti minuti, e ogni venti minuti riprende, illudendoti ogni venti minuti.
La stanchezza della settimana e l’on-and-off della pioggia, quasi quasi hanno la meglio su di me. Sono lì lì per dare forfait, preferire l’in-casa al fuori-casa. Ma come ogni volta, non riesco a zittire quella vocina che bisbiglia “Eh ma è un peccato però…”
A causa di quella vocina lì, mi sono trascinata in ogni sorta di posto. Alcune volte, non andarci non sarebbe stato affatto un peccato. Ma devo ammettere che fare quel tipo di violenza su stessi, nella maggior parte dei casi, ripaga. Se non altro anche solo in termini di vittoria personale: nel titanico scontro tra volontà e sofà, vince, per un nulla, la volontà.

Allora vado, sotto un ombrellino da cartoni animati e la sensazione di essere spazzata via da un momento all’altro, raggiungo Van Cortland Alley.
I vicoli, a New York, sono merce rara. Diciamo che popolano la New York cinematografica, quella piena di stradine malfamate dove i teppisti ti derubano, o i senzatetto si scaldano le mani sopra un bidone con del fuoco dentro.
New York non è proprio così. So che così è stata, nel passato, oltreché nei film. Me lo raccontano tutti tutti quelli che l’hanno vissuta. E non occorre pensare ai primi del ‘900, o al 1960. New York era così fino agli anni ’80, quando persino all’altezza della 72esima Strada — pieno Upper West Side, oggi super ambìto — era meglio non mettere il naso fuori di casa dopo il tramonto. E non per i vampiri, ma per i delinquenti.
Oggi New York è il giardino della legalità. E quel vicoletto, il Van Cortland Alley, non è che un piacevole ricordo di rapine a mano armata e di “sgancia il grano e non fiatare”.

Quando arrivo, trovo lo stesso spettacolo che mi si para davanti ogni volta che c’è un evento di qualsiasi tipo in questa città. Da quello più istituzionale a quello più idiota. Il pienone.
New York, città di istituzioni e idiozie.
Ormai non rimango più scioccata come i primi tempi. Devo ammettere, tuttavia, che il maltempo mi aveva fatto ipotizzare l’involarsi dei partecipanti — mi sarebbe piaciuto assistere a un dumping generale, per una volta, un fuggifuggi colossale e il deserto tutt’intorno. Invece no. I newyorkesi si riconfermano immuni alle meteo malìe.
In casa New York, la volontà vince sempre sul sofà.

Una folla di persone attende l’apertura delle porte dell’ex ascensore merci che dal 2015 ospita un museo al pianterreno di un edificio assai anonimo. Ma vedete di non applicare il sistema metrico italico nell’immaginare il vicolo. Immaginate due piccoli marciapiedi e, al centro, lo spazio necessario per far transitare, con agio, una macchina. Insomma, nulla di paragonabile ai vicoli italiani.
In questo spazio, staranno in attesa qualcosa come duecento persone.

Non sbuffo e non rollo più gli occhi al cielo, come facevo i primi tempi, Rossella O’Hara che o’ero (!). Cerco di non pensare a quanto tempo mi ci vorrà per entrare fisicamente nel museo e vederlo, con tutte queste persone che aspettano di fare la stessa cosa.
Questa città mi ha insegnato il fatalismo. Mi ha insegnato il we cross that bridge when we get there.
In qualche modo farò.
Ho anche compreso che questo è l’ordine universale delle cose metropolitane. Che se abiti in una metropoli, devi digerire il milioname di cittadini con cui dividi l’urbano suolo.

Ringrazio la provvidenza edile che ha posato sopra le nostre teste delle lamiere di zinco, lassù, in alto.
New York è la città dell’istituzione, dell’idiozia, del fatalismo e dei lavori in corso.
Quindi, se non altro, siamo al coperto.
L’invito diceva che l’evento avrebbe avuto inizio alle 7 “sharp”, in punto. Ho fatto del mio meglio e sono arrivata alle 6:58 sharp. Ma l’evento non comincia alle 7 in punto. Far montare l’attesa è parte del gioco. Siccome apprezzo il ludico, aspetto e gioco.
Dopo una decina di minuti, dall’imbocco della stradina, spuntano due carretti, uno del gelato, e uno degli hotdog. Dietro di loro due macchine.
Capiamo che questo è parte dell’evento e non una processione gastro-mobile perché il deejay, dalla sua postazione a fianco del museo, ha attaccato con una musica molto cool da opening museale.

La folla, a quel punto, si divide in due per lasciar passare il corteo, modello Mosè col Mar Rosso. E questo è il momento in cui io mi sono ritrovata sulla sponda giusta, ovvero, quella degli isrealiti, accanto alla porta del museo. Gli altri, i disgraziati egiziani aldilà delle due macchine, sono anime perdute nel mare della iella.
Una delle due macchine è una jeep gialla senza capotta, da cui spunta, in piedi, una bambina. Non più di otto anni. L’hanno infilata in una vistosa gonna di tulle bianco, le hanno dato una borsa di coriandoli, che lei ha cura di spargere tutt’intorno. E, una volta finiti i coriandoli, le hanno detto di prendere il microfono, e leggere un discorso stampato su dei fogli rosa.
È la versione del Mmuseumm di una conferenza stampa. Viste le dimensioni del museo e del vicolo, scegliere un bambino, esemplare in miniatura di umano, mi sembra molto coerente.

Le mani che hanno scritto il discorso sanno il fatto loro: è il giusto blend di burloneria, profondità, surrealismo e leggerezza che può uscire dalla penna di un curatore, passare per quella di un bravo PR e fuoriuscire dalla bocca di un bambino.
Tra le risate generali — la bambina è davvero buffa — e tra le cose buffe che dice — “non so bene cosa ci facciate tutti qui, ma del resto nemmeno io so cosa ci faccio qui” — dice una cosa che suona tipo così: si pensa che il perché dei musei siano gli oggetti. Ma il vero perché dei musei sta nelle persone, che vanno nei musei e provano emozioni, tutte le emozioni, gioia, tristezza, stupore, paura, allegria. E poi le condividono.
Il museo non sta negli oggetti, sta nelle persone che vivono quegli oggetti.

Sembra un truismo, oppure un’idea anni ‘60 alla “John Lennon meets Patti Smith”, “power to people” and “people have the power”. Ma mi sbaglio. È un atteggiamento molto millennial. L’evento avant tout. L’experiencing, l’immersing, il viverlo in prima persona, per poi condividerlo in real time via social media, è la cifra di questo nostro tempo. Che poi lo si voglia vivere solo per condividerlo via social media, è il dubbio che rode il cuore di questo approccio. Ma questo è un timore personale di chi, come me, guarda ai social media con un misto di scetticismo e condiscendenza.

Dietro la jeep con a bordo la bambina, una Mini nera, il cui scopo presumo essere quello di far semplicemente corteo. E contribuisce a definire lo spartiacque tra noi israeliti vicini alla porta del museo, e loro, gli egiziani, dall’altra parte.
La porta del museo finalmente si spalanca.
Alleluja.

Vengo spintonata da tutte le parti. Cerco di fare del mio meglio per non finire alla deriva.
Una signora, che mi arriva più o meno all’ombelico, ma che potrebbe uccidermi con tutto l’acido che ha in corpo, mi fa notare che lei era arrivata prima di me, che lei c’era prima di me, che lei aveva la precedenza… Usa tutta la sinonimia possibile per esprimere il concetto, e io le dico, con una calma buddista, “Look, I ambeing pushed here, I am not pushing”, quando avrei potuto benissimo cominciare una guerra santa.
Nel frattempo, la fortuna, o la fisica con le sue leggi, mi fanno finire tra una coppia: il marito dietro di me, la moglie davanti di me. Un sandwich in cui il ripieno sono io, di troppo. Lei, la moglie, vuole visitare il micromuseo insieme al marito, quindi mi dice se voglio passare avanti.
Io spalanco un sorriso, e le passo ben volentieri il mio posto.

Questo mi fa passare avanti alla signora ombelicale al mio fianco, che assiste alla scena e che mi guarda con uno sguardo passato dal cagnesco all’assassino. Con un sarcasmo color verde invidia, sibila “Well, good job…”
Io dico “thank you”, cercando di moderare il sorriso. Perché detesto le guerre sante, specie quelle ingaggiate contro le popolazioni ombelicali.
Di lì al mio turno dentro il museo-ascensore, passano sei miseri minuti. Lo so perché il buttafuori accanto all’ingresso — l’unico nero presente, siamo pur sempre a Lower Manhattan, e questa è pur sempre l’America capanna dello Zio Tom — il buttafuori cronometra ogni visita: quattro persone a volta, e ogni quadriumvirato, tre minuti.

Quando è il mio turno, un’ansia da prestazione senza precendenti mi assale. È vero che il museo è un museo millimetrico, ma è anche vero che ci sono parecchi oggetti, e le didascalie da leggere. Quindi, dopo un breve istante di panoramica generale, prendo a fotografare, così una volta fuori dallo spazio millimetrico, potrò riguardare tutto con calma.
Anche la sensazione di essere osservati da una calca di persone che vorrebbe essere al tuo posto e che ti considera causa della loro attesa, non è una bella sensazione.

Time’s up. E in men che non si dica, devo guadagnare l’uscita. “Guadagnare” è quanto mai corretto, per quanto comico possa sembrare viste le dimensioni ascensoriali in cui sono confinata. Penetrare la ressa di persone accalcate all’ingresso, e raggiungere l’imbocco di Van Cortland Alley, ricorda “Platoon” e l’addentrarsi dei soldati nelle verzure vietnamite.
Mentre affronto il primo metro di foresta umana, la signora ombelicale, sprofondata in un bagno di bile, mi minaccia apertamente “I hope to find you in another event”.
Sa molto di “Vendetta dei Sith”.
Ma lei non sa che io sono una Jedi, con tanto di Certificato della Jedi Academy.

E io, in quel momento faccio una cosa che non si dovrebbe fare. Ricorro a quell’espressione da faccia da cu*o a cui mi vieto di ricorrere, perché quell’espressione lì è tossica al massimo grado, e quando ti viene proposta, ti fa saltare i nervi come poche cose al mondo. E se la proponi tu, prima o poi qualcuno la proporrà a te, perché funziona con lo stesso meccanismo del karma.
È l’espressione trionfante di Trump dopo le elezioni 2016. Quella di Salvini dopo le elezioni 2018. Quella dipinta su tutta la Corea del Sud dopo l’operato di Byron Moreno e il golden goal che escluse l’Italia dalla corsa ai Mondiali nel 2002 — e il fatto che io ricordi l’episodio non dimostra la mia ferratezza nel calcio, bensì quanto cocenti siano certe emozioni collettive.
E io la propongo tale e quale alla signora. Quel sorriso di superiorità nato dall’avercela fatta, ma servendosi in gran parte della fortuna e del propizio predisporsi degli eventi, un successo, pertanto, gratuito, abbondantemente immeritato. Quel sorriso sopra quel collo che ti verrebbe voglia di afferrare e scuotere come un albero di susine. E come vorrebbe fare la signora ombelicale con me e il mio collo.

Lo ripeto, so che mi si rivolterà contro: io credo nel “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”, non per via della Bibbia, ma perché è un monito emesso dalla bocca dell’universo per sintetizzare la sua giustizia. So che presto dovrò subirlo io, quel sorriso, come da contrappasso.
Ma in quel momento, sorriso e occhi tra Bambi e demonio, oh boy, so much fun!
🙂

Quando arrivo all’imbocco del vicolo, mi giro e guardo la calca di gente che attende i tre minuti d’ingresso — ora le persone saranno 250, suppergiù. Io me la sono cavata per le 7:52 pm. Loro, per quanto tempo ne avranno?
Avrei apettato se il corteo gastro-mobile non avesse separato le acque e io non fossi finita con gli israeliti, dalla parte fortunata del mondo?
La signora ombelicale avrà trovato un altro albero di susine da scrollare? Sarà annegata nella sua bile? Racconterà alle amiche — amiche? — di una bitch che le è passata davanti, e che poi ha avuto anche il coraggio di trionfare?

Oltre a queste domande, seduta in metro, ripenso al MMuseumm, scorro le fotografie scattate nei miei tre minuti, e leggo le didascalie.
Il Mmuseumm rovescia tutta la sua mission identitaria sul cartello affisso all’ingresso, “il museo è dedicato a uno story-telling del mondo moderno. È un museo di storia naturale contemporanea. È un museo del design che riguarda le persone. È giornalismo dell’oggetto. È dedicato a esplorare la moderna umanità e gli eventi contemporanei attraverso oggetti provenienti da tutto il mondo.”
Quello che all’inizio, assai superficialmente, avevo liquidato come la solita trovata newyorkese probabilmente piena di paccottiglia eletta ad arte, si rivela in tutta la sua composita natura. L’Mmuseum non è solo un micro-museo pigiato in un ascensore: il suo highlight non nasce e muore lì, dentro le sue dimensioni. L’intento è un altro: fotografare l’adesso, il contemporaneo, attraverso gli oggetti che lo abitano.

Gli oggetti sono disposti per tema sui diversi ripiani. Su un piano ci sono “Oggetti personali appartenuti a persone, di solito di colore, nel momento in cui sono state sparate, e di solito uccise, dalla polizia americana”. Tra loro una patente, un accendino, una croce, un portafogli.
Tra gli “Effetti personali dell’immigrazione”, un piegaciglia, un pettine, un calzino da bambini, un lucchetto, un vecchio Ipod, un cinque di bastoni.
In “Oggetti del tracollo”, prodotti come dentifricio, shampoo, deodoranti, biscotti di brand famigliari — Colgate, Head&Shoulders, Oreo — se guardati da vicino, si scoprono essere dei tarocchi — Colcote, Hoed&Shouders, Oieo. Questo per denunciare lo stato di povertà del Venezuela, in cui questi sottoprodotti, più convenienti degli originali, da un lato sembrano famigliari agli acquirenti, ma dall’altro li ingannano. E questo rappresenta un po’ il tracollo che 31 milioni di venezuelani stanno subendo attraverso la falsificazione.
“Diabetes Suicide” propone una sfilza di focaccine glassate. Non è l’ennesima imitazione di Claes Oldenburg, ma si riferisce al fatto che le prigioni americane cercano in ogni modo di evitare che i carcerati si suicidano. Nello specifico, amplificano una storia che ha un po’ dell’incredibile: un prigioniero, che non ce la faceva più in galera, ha comprato 15 hot buns allo spaccio della prigione — l’hot bun è un paninetto tuttoburro che ti manda al creatore solo a guardarlo — e li ha divorati, lasciando dietro di sé una scia di involucri. È stato trovato in coma diabetico, da cui, di lì a qualche giorno, la morte l’ha svegliato. Da allora lo spaccio non vende più hot bun.
C’è il ripiano “Religioni moderne”, su cui stanno in bella mostra un Iphone, un telecomando dell’aria condizionata, una macchina fotografica, e una tabella nutrizionale di un cibo gluten-free.
E poi maschere anti-gas fatte in casa, e gli scontrini dell’ultima cena dei condannati nel braccio della morte.

Questo è molto più che paccottiglia, il solito museo pop, una rielaborazione in odor di Worhol e startup, che spreme un’idea, anche assai banale, e vi stilla del fatturato. Il Mmuseum è gratuito: non punta al fatturato. E l’unica cosa che spreme, semmai, è il tuo cervello, sperando di cavarci della riflessione.
Ci tornerò con meno calca. Senza la signora ombelicale.
Magari di notte: nella porta del Mmmuseum hanno ricavato uno spioncino che permette ai passanti di guardare dentro l’ascensore, a tutte le ore del giorno e della notte.
Mi chiedo se questo faccia di lui, del Mmuseumm, più un’istallazione artistica che un museo…

Questa settimana sono stata all’Angelika a vedere “TheWhite Crow”, di Ralph Fiennes — il protagonista de “Il paziente inglese”, scivolato, per la terza volta, dietro la macchina da presa. Non vedevo l’ora di spararmi un bel biopic su Rudolf Nureev, il controverso genio della danza di tutti i tempi. Anche un biopic classico, di quelli assai didascalici, sarebbe andato bene. Non avevo troppe pretese. Ma non ho trovato affatto quello che mi apettavo.

Nureev appare da subito in tutta la sua arroganza: un ego smisurato tanto quando la sua ambizione, la sua voglia di farcela. Detta fuor di diplomazia, ti dà sui nervi sin dall’inizio. È difficile gestire un personaggio che ti dà sui nervi così tanto. Ci devi stare insieme per più di due ore. Non è un tempo breve. Riconosciamo pertanto la gatta da pelare che Fiennes si è preso fra le mani accettando un soggetto tanto ostico. Purtroppo non è stato in grado di evocare in noi altro oltre l’irritazione, che, nel film, supera di gran lunga l’ammirazione per il suo talento. E già qui il film fallisce. Un biopic su uno dei più grandi danzatori di tutti i tempi, dovrebbe certo farci uscire dalla sala con emozioni contrastanti, accendere il riflettore sulle parti più oscure della sua personalità, ma non dovrebbe farci scappare dalla sala per non stare un minuto in più con lui. Questo succede perché il personaggio è stato tagliato grossolanamente, e ricostruito sullo schermo in modo da far risaltare il suo lato più insopportabile. Credo che questo faccia proprio un torto alla storia del personaggio e della persona Nureev.

Il film sviluppa e intreccia, assai tradizionalmente, tre linee narrative. L’infanzia di Rudolf, con i tradizionali colori desaturati tra il bianco e l’antracite che spesso raccontano il passato lontano al cinema; la giovinezza di Rudolf, gli anni della formazione, che trascorre accanto a un premuroso insegnante interpretato dallo stesso Fiennes, e dalla di lui moglie, anche lei assai premurosa con il giovane pupillo — you know what I mean… E infine il presente di Rudolf, da stella nascente della danza mondiale, un giovane uomo che arde di sete di sapere, di successi e libertà, e che non riesce a tollerare i paletti imposti dal regime comunista dell’Unione Sovietica, che gli impediscono, figurativamente e non, di spiccare il volo.

Sopportiamo Nureev solo nella sua infanzia, anche qui, la classica infanzia spietata che spesso accomuna i geni. Nato a bordo di un treno, la Transiberiana — la cui fissa gli durerà tutta la vita — e cresciuto in una famiglia povera, vediamo il distacco dalla madre e i primi passi di danza di un bambino schivo, solo, soprannominato “il corvo bianco”, appellativo con cui si battezza solitamente un individuo unico, che si distingue dagli altri — in italiano noi manteniamo il colore e usiamo la mosca, la mosca bianca: chissà se la traduzione del titolo del film per l’Italia manterrà il volatile o passerà all’insetto.
Questa linea narrativa è molto simile a quelle nelle soap-opera. Le scene rincorrono un pathos che purtroppo non afferrano mai, e si accontentano di raccontare l’ovvio.

Le altre due linee narrative mostrano un Nureev pressoché identico. Non si ravvisa una cresciuta del personaggio tra gli anni di studio e gli anni in cui comincia ad affermarsi come ballerino. Questo in parte è dovuto all’attore che lo interpreta, che non cambia una virgola nell’espressione dall’inizio alla fine. In parte è dovuto anche alla sua fastidiosa somiglianza con Gianni Morandi da giovane, che mi ha causato delle spiacevoli intereferenze, ma questo non è da attribuire a Fiennes, e riguarderà solo gli spettatori italiani, che si ritroveranno davanti tutto il tempo il ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. In calzamaglia.
Il film si conclude prima del vero trionfo del ballerino, ovvero quando decide di chiedere asilo alla Francia, abbandonare per sempre l’Unione Sovietica ed emigrare in America. La scena dell’aeroporto avrebbe potuto puntare a una suspense alla “Argo”. Rudolf è a Parigi insieme alla compagnia del Teatro Kyrov ed è in procinto di partire alla volta di Londra per continuare la tourné. Ma il KGB lo ferma all’aeroporto e gli dice, no, tu non vai a Londra, tu vai a Mosca perché ti devi esibire per Krushev al Cremlino. Inviso da sempre al KGB, per via delle sue uscite notturne e la frequentazione di promiscui locali e amicizie dell’intelligentia occidentale, Rudolf sente puzza di bruciato in quel cambio di rotta dell’ultimo minuto. Teme che non lo lasceranno mai più partire dalla Russia.
Con un che di rocambolesco, sfugge al KGB e si consegna alla polizia francese chiedendo asilo politico.

La chiusura del film davvero non rende giustizia al personaggio, e al film stesso. È come se, dopo due ore di girato, Fiennes si fosse sentito crollare la stanchezza addosso, avesse messo insieme quattro scene e scritto “fine”, per correre a dormire.

Occasione perduta. Capisco che raccontare tutta la vita di Nureev sarebbe stato troppo. Ma come nel caso di Freddie Mercury, ci sarebbe bisogno di un film che la racconti. Dalle stalle alle stelle, dalla culla alla tomba. I successi a Parigi, a Londra, a New York, l’AIDS, e la fine. Tutte cose che mi suggerisce Wikipedia, ma su cui il film tace.
La scelta registica ha privilegiato una fetta temporale della vita del ballerino. Vi avesse tirato fuori tutto quello che avrebbe potuto tirarvi fuori, l’avremmo supportata. Così, onestamente, usciamo dal cinema con una visione parziale, unilaterale e deviata di Nureev.
Per quanto di carattere irascibile, impulsivo, egocentrico e insofferente alle regole, Rudolf poteva anche essere premuroso e comprensivo. Nel film, questo lato non solo non compare mai, ma appare persino impensabile.
Again, quando ci si imbarca in un biopic — terreno sempre minato — bisogna fare i conti con la biografia, e ogni scollatura o deformazione da essa, fa torto all’immagine dell’artista.
Quanto alla poesia e al muscolo della danza, manca completamente.
E non mi pare che debba aggiungere altro.

E anche per stasera è tutto, Moviers.
Nel Frunyc IV trovate le foto dell’Mmuseumm — foto ansiose, la cui qualità tradisce il mio stato ansioso — e di New York in questi giorni.
Per ora ringraziamenti vividi, e saluti, metricamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 410 da NYC – commenta “HAIL SATAN?” di Penny Lane

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Flora e Miles, Fellows e Moviers,

li ritrovo dopo averli persi di vista per anni.
Sono due personaggi di un romanzo breve di Henry James. Una delle opere migliori mai scritte su questa terra benedetta dalla letterattura e condannata ai social networks.
Magari Henry James lo conoscete, autore inglese della fine dell’‘800, nato a New York e morto a Londra — quale fortunato pendolo esistenziale, dico io. Se studiate letteratura inglese in qualche punto della vostra vita, Henry James incrocia sicuramente il vostro percorso.

I fratelli Flora e Miles sono due personaggi de “Il giro di vite”, ovvero “The Turn of the Screw”. Se siete più per gli adattamenti cinematografici, ne hanno fatti parecchi. Dal più classico dei classici del 1951, al più “ispirato a”, come “The Others” (2001) di Alejandro Amenabar, che fa assai sgomento e propone una piacevolmente spaventosa Nicole Kidman.
Come sono ripiombati nella mia vita newyorkese, Flora e Miles?

Qui devo fermarmi un attimo e dire dell’abitudine che ho ripreso da un paio di mesi a questa parte. Era già in auge in Italia. Poi l’ho smarrita. Poi è tornata.
Le abitudini hanno molto, in loro, del noumeno kantiano.

Mentre corro, o faccio le pulizie, o lunghi tratti in metropolitana — tipo Upper West e Brooklyn, oppure 215esima e Upper West — io ascolto i libri. Classici della letteratura. Grazie ad Alta Voce, piattaforma della RAI che mette a disposizione una bella selezione di testi, letti e interpretati da autori teatrali o cinematografici — da Massimo Popolizio a Toni Servillo, da Iaia Forte ad Anna Bonaiuto.
In Italia ero un’affezionata dell’audio-libro.
Ho impresso nella memoria un mio rientro in bicicletta Riva-Trentoville, con Remo Girone nelle mie orecchie, i capitoli conclusivi de “La peste” di Camus nella sua bocca, le lacrime nei miei occhi.

New York è città delle opzioni. Non smette mai di mettertele nel piatto. E tu, appena arrivata, non puoi far altro che ingozzarti. È l’ordine naturale delle cose. Quindi, come sapete, ho cominciato subito ad ascoltare WNYC, oppure l’hip-hop sulla frequenza 97.7. E poi a fare zapping tra le tante stazioni radio offerte in questo paese composto da 50 stati, e un numero imprecisato di stazioni radiofoniche.

Poi però, ultimamente, mi mancavano, i miei audiolibri. Anche perché New York, oltre a essere la città delle opzioni, è la città delle distrazioni. Spesso, il tempo per la lettura, è cannibalizzato da altri eventi, e ridotto all’osso. Quello per i classici poi, è il desaparecido numero uno.
I classici rimangono sempre in fondo alla lista. Ma dovrebbero essere su, ai primi posti, altroché nuove uscite.
Gli audiolibri ti permettono una gran libertà: agire con il corpo e impegnare la mente. Sono un oggetto del multi-tasker, o meglio, del double-tasker. Due azioni contemporaneamente. Camminare e ascoltare. Correre e ascoltare. Pulire e ascoltare. Viaggiare e ascoltare.  
La seconda, è la mia combo preferita.
Correre e ascoltare.

Quando dico di questa abitudine, la reazione di molti è, ah io non riesco a fare due cose contemporaneamente.
Spesso lo si dice degli uomini: avrebbero delle difficoltà definite “congenite” con la pratica del multi-tasking. Io dico sempre che la genetica non c’entra un tubo, che nessuno nasce imparato in qualcosa. Che la miglior pratica è la pratica.
Dico anche che la tendenza di tutti è distrarsi — anche la mia, che sono una fra tutti. Corri e vedi qualcosa che ti colpisce. Allora la tua attenzione viene deviata. Allora cosa fai mentre l’audiolibro continua la narrazione? Ricominci dall’inizio del capitolo. Lì per lì ti frustra. Ma poi, come con tutto ti abitui, e impari ad apprezzare il riascolto, a ritornare su certi dettagli che magari ti erano sfuggiti.

La gioia che provo durante l’ascolto di un classico mentre corro Central Park, oppure Harlem, oppure mentre la metro mi scarrozza da nord a sud e da sud a nord dell’isola più trafficata del mondo, quella gioia è semplice, basilare. Non deriva da grandi acquisti, da complicati apparati tecnologici o fenomenali incontri. È frutto di una voce e due orecchie. In mezzo, una penna gigantesca che ha scritto parte della storia della letteratura.

Allora in questi ultimi due mesi, ho potuto capire cosa c’è dietro alla sete di vendetta di Edmond Dantes, che tutti, a un certo punto, presero a chiamare “Il Conte di Montecristo”. Oppure ridere con le storie surreali che Gogol dedica al naso, o a un mantello. Oppure stupirmi dell’amore assurdo di Dostojevsky nelle “Notti Bianche”. Oppure finire nel mondo perverso di Anthony Burgess e del suo best-seller “Arancia Meccanica”, sempre ignorato perché quello che Kubrick ha fatto di quella storia ti basta e avanza fino al 2080, ma in realtà il libro ti dà tanto in più, iniziandoti a una nuova lingua — Floriana Bossi, la traduttrice che ha tradotto quello slang slavo britannico chiamato Nasdat in italiano, dovrebbe essere beatificata seduta stante.
Oppure le sinistre avventure di Gordon Pym, il suo tribolato vagabondare per mare e il suo approdare davanti a un’oscura creatura bianca. Oppure Bartleby lo Scrivano, una micro storia di Melville — sì sì, proprio lui, quello di “Moby Dick” — che è minuscola, non più di quattro capitoli, ma che è un trattato sull’impossibilità di sondare l’animo umano. E fino ai classici contemporanei. Quelli buffissimi e micidiali, come il saggio che Dio David Foster Wallace scrisse sulle navi da crociera, “Una cosa divertente che non farò mai più”, oppure il romanzo buffissimo e altrettanto micidiale che Sir Alan Bennet s’inventa trasformando la Regina Elisabetta, notoria non lettrice, nel suo opposto in “La sovrana lettrice”.
Oppure “Dracula”, l’originale di Braham Stocker, che sto ascoltando in questi giorni, e che è un esempio di come la suspense si costruisce esattamente come il desiderio: alludendo all’oggetto bramato in maniera periferica, non mostrandolo in maniera diretta.

Non so dire se i libri mi accompagnino per New York, oppure se New York mi accompagni in questi viaggi. Preferisco vederlo come un eccitante peregrinare del corpo e della mente.
La settimana scorsa ho deciso di schiacciare play su “Il giro di vite”. L’avevo studiato, al primo anno di università, in un corso di storia del teatro e dello spettacolo. Fu lì, in quel corso, più che in qualsiasi altro corso di letteratura, che credo di aver capito il potere della parola letteraria.

La storia è apparentemente molto semplice. Una sontuosa — ma sinistra — residenza di fine ‘800 nell’Essex, cuore dell’Inghilterra. Una giovane istitutrice è assunta per prendersi cura dei due piccoli di famiglia, Flora e Miles, orfani di genitori. Due pargoli da pubblicità: intelligentissimi, istruiti, bellissimi. Il quadretto sembra roseo. E più il quadretto sembra roseo, più l’ombra avanza scura. L’istitutrice comincia a vedere delle strane figure aggirarsi per la proprietà. Un uomo e una donna. L’uomo sarebbe l’ex maggiordomo dello zio dei due bambini, e la donna sarebbe Miss Jessel, ex istitutrice dei due bambini.
Il problema è che entrambi sono morti.

E qui il lettore-ascoltare è preso in un dilemma, che poi è lo stesso che prende l’istitutrice. Ma come? Se sono morti, allora quelli sono… fantasmi?? Ma può essere? L’istitutrice comincia anche a credere che i bambini stessi li vedano, e che siano stati in qualche modo corrotti da queste presenze.
Sempre più in preda al terrore, l’istitutrice si perde nei suoi deliri fino a un finale tragico.

La straordinarietà del racconto sta in quello che il mio prof all’università aveva definito “incertezza di giudizio”. James ha calibrato il racconto in modo tale che entrambe le letture siano possibili, ovvero: non esiste nessun fantasma e tutto si trova nella testa dell’istitutrice, una matta esaltata che forse si è letta troppi romanzi gotici. Oppure sì, i fantasmi esistono eccome, i bambini sanno tutto, li hanno incontrati e chissà quale rapporto hanno avuto con loro.
I dialoghi tra i personaggi possono essere letti assecondando entrambe le interpretazioni — genio James. Alla fine della lettura-ascolto, voi rimanete sprofondati nell’incertezza di giudizio, e non c’è modo di uscirne.
È proprio “Il giro di vite” che mi torna in mente quando assisto al meeting annuale dell’International Authors Forum (IAF), lunedì scorso.
Anche lì, m’inabisso nell’incertezza di giudizio più totale.

L’IAF è un’associazione internazionale che rappresenta oltre 700.000 autori in tutto il mondo, promuovendone e tutelandone gli interessi in materia di diritti d’autore. L’IAF è supportato dalla Authors Guild, che fa un po’ quello che fa l’IAF: cerca di proteggere i diritti degli autori, offre consulenza legale gratuita ai suoi membri e si batte per un uso corretto della proprietà intellettuale.
Sono molto fiera di essere stata fatta professional member della Authors Guild 🙂

Il meeting annuale dell’IAF è itinerante nel mondo. Cambia città ogni anno. Nel 2019, tocca a New York City. Posso io, residente a New York City, non andarci? Evidentemente no, quindi lunedì ci vado.

La sede prescelta è il Grolier Club, 60esima tra Madison e Lexington — più Upper East Side di così, si muore. Il Grolier è il club di bibliofili più vecchio d’America — aperto nel 1884, che per l’America corrisponde alla nostra Età dei Comuni. Lo scopo è quello di promuovere lo studio e la raccolta e l’apprezzamento delle opere su carta, e i suoi membri sono librai, stampatori, grafici, tutti quelli che operano nel mondo del libro. Il Club in sé è la quintessenza dell’Upper East. Pavimenti a scacchi bianchi e neri, fiori freschi in vasi di porcellana, maniglie dorate su porte bianche, stemmi e marchi un po’ ovunque. Libri antichi in bella mostra. Scale rivestite di moquette spessa e pareti con quadri dai soggetti neutri. Si respira un’aria della vecchia New York.

Vado al meeting sia per mettere il naso nel Grolier, sia per capirci qualcosa in più del PLR, il Public Lending Right, argomento clou dell’incontro. Ma prima dell’argomento clou, mi sorbisco un panel con un argomento davvero boo: “Views from Across the Pond: The Proposed New EU Copyright Directives and Brexit”. Nemmeno la spigliatezza e l’humour della speaker londinese hanno potuto nulla contro le direttive UE sui diritti d’autore in contesto Brexit.
Ma poi è arrivato Jim Parker, Coordinatore della PLR International Network. E ha fatto luce sulla questione del diritto al prestito pubblico.
Cos’è il PLR? È, appunto, il diritto degli autori di ricevere un pagamento dal prestito pubblico. Io non avevo idea che una tal manna esistesse.
Nella maggior parte degli stati europei, e in qualche altro paese in giro per il mondo ma non ancora negli USA, si è deciso che all’autore di opera d’ingegno vada corrisposta una quota in denaro per ogni prestito che l’opera accumula nelle biblioteche.
Una manna.

Alla domanda che rimbalza nella testa di tutti, ma da dove arrivano questi soldi? La risposta è, dalle regioni, dalle province, dai comuni e dallo stato — una cordata comune.

La mia bocca acquolina quando afferro la portata win-win di questa direttiva. L’autore è contento perché si vede ripagato del suo lavoro, le biblioteche sono contente perché possono far circolare i libri con l’animo in pace. Lo stato è contento perché finanzia la cultura in maniera concreta. Tutti contenti.

Jim ci spiega che il PLR esiste dal 1946: la prima a istituirlo fu la Danimarca, seguita dalla Norvegia e dalla Svezia — evidentemente i paesi nordici non sono avanti solo quanto a libertà sessuale, asili nido, differenziazione dei rifiuti.
A oggi, hanno aderito ai sistemi di PLR 30 paesi dell’Europa, l’Australia, il Canada, la Nuova Zelnada e Israele. Sono lì lì per aderire al progetto, Grecia Malawi, Turchia e Hong Kong.
“Direi che sia giunta l’ora anche per gli Stati Uniti, giusto?” Questo è il commento frustrato della Direttrice dell’Authors Guild, che sta studiando il modo di portare la questione a Washington e far votare un disegno di legge al Congresso: a vedere il livello battagliero che sfoggia, ho piena fiducia nella riuscita della sua missione — sui tempi però, non posso dire.

Siccome Jim ha citato tutti i maggiori stati europei — Francia, Germania, UK (sempre che l’UK possa considerarsi Europa), Belgio, Paesi Bassi — ma siccome non ha mai nominato l’Italia, ho pensato, ahia, qui c’è puzza di Italietta. Le presentazioni power-point seguono le stesse regole del Risiko: vuoi mettere in bella mostra quanti più paesi hai conquistato, e poi vuoi dirli ad alta voce. Le bandierine bastano fino a un certo punto: ci vuole la voce per sbandierare davvero l’impresa.
Perché l’Italia non trova la voce di Jim?
Ormai un po’ mi conoscete.
Aspetto il Q&A.
🙂

Dopo Jim, sale in cattedra un olandese che ci parla della situazione in Olanda, snoccialando dati che volano i cieli del segno positivo, ma con quel low-profile da paese nordico che apprezzo tanto.
Il confronto con l’Italia mi getta in un imbarazzo tale da farmi tenere gli occhi bassi tutto il tempo. Gli olandesi leggono in media 8 libri all’anno. Vedete un po’ la fonte del mio imbarazzo: in un’intervista dell’ISTAT del 2017 in materia lettura, 23 milioni di italiani hanno dichiarato di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti.
In Olanda non ci sono più di 8 km senza una biblioteca. Anche in Trentino è così, ma nel resto dell’Italia, mi chiedo, come siamo messi?

Quando è ora del Q&A, presento a Jim il mio caso, e chiedo dell’Italia.
Visto che non l’hai menzionata, caro Jim, posso considerarla nel progetto oppure ha dato forfait?
Mi aspetto il secondo scenario, e invece no, sbaglio.
Jim si apre in un sorriso e mi dice, certo, l’Italia ha aderito al PLR.

E io, in quell’istante ho visto dolci colline ondeggiare per tutto il corpo del nostro Bel Paese, e mari ricchi di pesci e tesori e monti verdeggianti e botteghe d’artista sfornare Cosmè Tura e Piero della Francesca e Antonello da Messina, prima ancora dei soliti noti che hanno prestato i nomi alle Tartarughe Ninja. E poi vedo i paradisi della lingua abitati da Petrarca e Cielo d’Alcamo, lo scranno su cui è seduto l’Alighieri, ma anche il parco giochi della lingua in cui si sono divertiti Aldo Palazzeschi, Guido Gozzano e Tommaso Marinetti. Vedo anche le acque salpate dagli eploratori italiani, i cieli solcati da navicelle spaziali con la targa NASA, ma il brand Made-in-Italy. Vedo apparecchi telefonici inventati in Italia e trafugati in America, e passerelle calcate da architetture uscita da mani Ferré, Ferragamo, Gucci e Pucci. Vedo Fellini salutare Antonioni, e Renzo Piano a spasso con Carlo Scarpa.
Una frazione di secondo di orgoglio italiano.

Il mio sorriso si spalanca all’unisono con il suo. Pregusto i futuri proventi che un giorno mi arriveranno dalle biblioteche. Nulla che renderebbe ricco alcuno, intendiamoci — in Olanda pagano 13 centesimi per ogni prestito, che non è male, ma comunque non ti paga l’affitto — ma tanto di cui essere fieri: far parte di un sistema che finalmente riconosce il lavoro dello scrittore, e il ruolo delle biblioteche.

But…
Ecco il rintocco della sveglia che mi riporta alla realtà.
Jim spiega che però, l’Italia ha optato per un altro tipo di gestione. Al posto della retribuzione a ogni autore da parte delle biblioteche, ha istituito un fondo generale per la promozione culturale.

Io, in quell’istante, vedo mani grasse agguantare fette di torta comune, acrobazie descrittive per far passare questo per quello e pigiare un progetto in una categoria a cui non appartiene. Vedo patti non detti ma sanciti con una pacca sulla spalla. Vedo telefonate piene di opportunismo e tornaconti personali. Vedo i do ut des che rendono felici due parti, escludendo tutte le altre.
La frazione di orgoglio italiano spazzata via dalla solita trovata italiana di stampo statalista. Facile far rientrare qualsiasi tipo di attività in “attività di promozione” all’interno del fondo, e mungere la mammella collettiva.

Una volta a casa avrei approfondito l’argomento, e scoperto di più su questo fondo. Istituito nel 2006 dal Ministero per i beni e le attività culturali per un totale — quell’anno — di 250.000 Euro, il fondo è ripartito dalla SIAE tra gli aventi diritto, e può essere utilizzato per vari scopi. Tra questi, cito, “il finanziamento di attività di promozione e sostegno di autori, traduttori, artisti e anche iniziative volte a promuovere attività di conoscenza del diritto d’autore”.
Ovvero, invece di retribuire i singoli autori in maniera mirata e diretta come fanno tutti gli stati aderenti al programma, facciamo una cassa comune da cui si può più o meno liberamente pescare.
Italian style, insomma.

Jim sembra sinceramente contento del sistema alternativo che l’Italia ha trovato per “personalizzare” la legislazione europea sul PLR.
Ma lui non sa bene come vanno queste cose in Italia.
Io, che qualche anno di esperienza italiana ce l’ho, non posso fare a meno di vedere la manipolazione nel disegno italiano, il complicare una cosa nata semplice per dotarla d’inghippi e scappatoie, quell’azzeccagarbuglismo proprio delle nostre istituzioni, e quel detto che tanto bene descrive un lato della nostra personalità legislativa e comportamentale: fatta la legge, trovato l’inganno.

Dopo il Meeting dell’IAF, io leggo l’Italia e mi ritrovo con due interpretazioni contrastanti, valide entrambe. Esattamente come con “Il giro di vite”, dove l’istitutrice poteva essere completamente pazza, Flora e Miles due bambini normalissimi, nessun fantasma dai-siamo-seri. Oppure altrettanto valida poteve essere la lettura per cui l’istitutrice aveva proprio ragione, Flora e Miles due anime perdute dalla testa ai piedi, e la casa infestata dagli spettri.

La cosa positiva di tutto ciò è la riconferma che la letteratura vive nella vita di tutti i giorni.
Nella mia, di sicuro.

Certo, un giorno qualcuno dovrà spiegare a Jim cos’è l’azzeccagarbuglismo.

Questa settimana sono andata all’IFC a vedere un documentario diabolico “Hail Satan?” di Penny Lane.
Presentato con grandissimo successo al Sundance, il documentario s’interroga — e ci interroga — su un fenomeno che ha preso piede nel 2013 e che da allora conta più di 50.000 iscritti e sedi in tutto il mondo. Il fenomeno è quello del Satanic Temple, un gruppo religioso — o anti-religioso — che si pone contro la monocrazia cristiana imperante negli USA, e propone un proprio culto per Satana, attraverso la rivisitazione del Satanismo storico.
Adesso so cosa state pensando. La solita banda di pervertiti esaltati con la fissa di Belzebù. In realtà, nulla è mai semplice, nemmeno i pervertiti esaltati con la fissa di Belzebù.

Perché i membri di questa congrega non bevono il sangue, non fanno messe nere e non inneggiano al male. Sono piuttosto delle persone che combattono una battaglia personale, quella contro le autorità, contro il canone, contro chi dice che esiste una religione, un dio, un modo di vivere la propria vita, e che lo applica alle leggi del paese.
In sostanza, sono dei diversi che hanno visto in Satana un simbolo di ribellione, l’espressione dell’altro da sé, e l’hanno fatto loro. Satana come “l’anti” per eccellenza.
Dal momento che non sgozzano animali — anche se la frangia più estremista, infila teste di maiale come olive sugli stuzzicadenti… — e perseguono la non-violenza, i satanisti sembrano, paradossalmente, dei paladini della pluralità e del rispettare chi la pensa in maniera diversa da te, piuttosto che dei votati al 666.

Capeggiati da tale Julian Greaves — il cui occhio di vetro, qualcosa di luciferino lo ha — i membri del Satanic Temple, per alcuni giornalisti intervistati nel documentario, “sono un gruppo che sfida le autorità per avere parità di diritti”. Ma il documentario non ascolta solo la campana — rovesciata! — di Mefisto. Ne ascolta anche altre. Alcuni li vedono come degli sballati che vogliono portare morte e distruzione.
A sentire i protagonisti stessi, però, voler combattere l’ingiustizia è una delle espressioni di questa loro fede. Si oppongono alla teocrazia cristiana, giacché si fa largo nel governo degli USA, governo che dovrebbe essere laico. E sentono come un loro dovere fare qualcosa.

Questo punto sulla cristianità degli Stati Uniti è molto molto interessante, ed è difficile non dar loro ragione. Come ben mostra il documentario, gli Stati Uniti si considerano una nazione cristiana, ma così non è. Primo perché la pluralità religiosa di questo paese è sotto gli occhi di tutti. Secondo, perché la Costituzione non reca alcun riferimento a Dio o al Cristianesimo. L’associazione tra stato e Cristianesimo è cominciata negli anni ’50, quando ci si voleva difendere dal pericolo rosso del Comunismo. Allora si sono presi dei provvedimenti per avvicinare stato e cristianesimo. Sulle banconote si è cominciato a scrivere “In God We Trust” (nel 1957, per la precisione), così come all’interno dei tribunali. Si cominciano a piantare tavole della legge con i Dieci Comandamenti in giro per l’America. Ma non si dice mai che queste statue raffiguranti le tavole della legge, hanno cominciato a spuntare nel periodo in cui uscì, nel 1956, “I Dieci Comandamenti”, il colossal con Charlton Heston.
Quindi nacquero come materiale per far pubblicità al film, e non come momumento celebrativo al bignami preferito da Mosé.   

“Dovremmo essere una nazione che non lascia decidere al governo quale debba essere l’espressione religiosa appropriata”, dice un membro del Satanic Temple. E su questo, again, è difficile dar loro torto.
Così come è difficile dar loro torto quando tirano fuori tutte le turpitudine perpetrate dalla Chiesa, e citano soprattutto i casi di pedofilia insabbiati, gli alti prelati protetti, come si vede benissimo nel film “Spotlight”.
Dove sta il male, lì?

Per come la vedo io, a far acqua, non è la loro voglia di porsi contro il sistema e a favore di chi sta ai margini — facciano pure, in questo senso. A far acqua è il legame con Satana. È vero che Satana è il simbolo massimo “dell’anti”, ma non è Che Guevara. Non è Ghandi. Satana, oltre all’effige della ribellione, è l’effige anche dell’anti-bene. Non so quanto la riscrittura del diavolo possa riuscire, o essere interessante. Sarebbe forse più interessante scrivere da zero una nuova figura, che prenderne una già così pesantemente connotata, e riversare su di lei il proprio desiderio di giustizia.

Detto questo, “Hail Satan?” rimane un documentario di grande interesse, che mostra cosa muove questi outsider spesso presi per matti, e soprattutto la volontà di una parte sempre crescente della società di mettere in dicussione certi luoghi comuni su cui la nostra società poggia.
Chissà se il documentario arriverà mai in Italia…

Non so se avete notato che questo pippone intriso d’oscuro, gotico e satanico vi arriva, assai perversamente, a Pasqua…
Coincidenze?
😉

E su questo, Fellows, concludo qui…
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi e saluti, ambiguamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 409 da NYC commenta “TEEN SPIRIT” di Max Minghella

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Michael, Moviers,

potrebbe essere Jackson, il povero Jacko massacrato dall’ultimo vile documentario “Leaving Neverland”, che lo dipinge come un Barbablu affamato di fantolini. Tornerà a risplendere, quel Michael, perché le stelle vere, non le oscuri nemmeno con la tenebra della calunnia. E tutti quellli che si sono lasciati ottenebrare il giudizio — da Louis Vuitton che ha cancellato la linea di moda ispirata a lui, alle tante emittenti radiofoniche che si rifiutano di suonare la sua musica — tutti quelli, sentono già il rossore della vergogna imporporare la loro bella faccia(ta) perbenista. Difficile spogliare un paese — una cultura tutta — dall’istinto alla caccia del cattivo.

Comunque non è quel Michael, il Michael di oggi. È Bloomberg, noto per i suoi tre mandati da sindaco di New York dal 2002 al 2013. Undici anni ci dicono che è stato un sindaco assai rispettato — se non amato — dai newyorkesi. L’unico a non aver lasciato casa sua nell’Upper East Side e a trasferirsi nella Gracie Mansion, dimora fissa dei sindaci newyorkesi, tipo Casa Bianca per i Presidenti. No, Michael, si recava alla Gracie Mansion ogni mattina in metropolitana.
Uno di noi.
La differenza tra noi e lui sta in circa 40 bilioni di dollari, la fortuna che Michael sa di avere, assai sfacciata, intestata a suo nome, che fa di lui l’ottava persona più ricca del pianeta.
Quindi diciamo che il primo lavoro di Bloomberg non è stato esattamente quello di fare il sindaco. Bensì l’imprenditore. Dopo la lunga parentesi da Mayor, Michael è tornato dietro la scrivania del suo colosso commerciale, e a investire qui e là per recuperare gli undici anni perduti.
È un businessman tycoon, Michael, ma gli piace la cultura. Quindi l’ultimo investimento che si è concesso, è stata la costruzione dello Shed, nel controverso nuovo quartiere di Manhattan, Hudson Yards.

Ci vado martedì, per la prima volta.
È una giornata di primavera morta sul nascere, e martedì si è celebrato il suo funerale. Freddo pungente, transilvanica nebbia, pioggerella del Northumberland.
Stando a New York ho imparato, con indicibile fatica, a trascendere le nefandezze che il meteo può perpetrare nei confronti del tuo giorno, riponendo la mia attenzione in altro. Questo altro, martedì, è l’esperienza di vedermi spuntare, dalla High Line, da dove arrivo, questo enorme scatolottone dedicato alle arti performative, intensamente voluto da Michael, l’ex sindaco a cui piacciono la metro e la cultura.
“The Bloomberg Building” è impresso nella pietra dell’edificio — un marchio di fabbrica che nessuna intemperia potrà mai stingere.

Lo Shed è un centro culturale che vuole offrire allo spettatore esperienze artistiche in vari campi fra cui teatro, musica, arte, danza, e tutte quelle contaminazioni fra le arti che fanno tanto impazzire i direttori artistici di oggi. Il concept che muove lo Shed, è più o meno lo stesso che la strega capo-curatrice del MoMA si era dannata l’anima a spiegare a quell’incontro al MoMA, in cui anticipava la nuova identità del museo. Dopo aver visto lo Shed, capisco la direzione che il MoMA vuole prendere. Capisco anche che forse il MoMA non voglia essere da meno, e quindi sia corso ai ripari.

La struttura dello Shed è un marchingegno architettonico che farebbe brillare gli occhi di meraviglia Leonardo, figurarsi gli architetti. Quindi, Moviers architetti, fate particolare attenzione: oggi voi siete i bambini, e questo Lez Muvi è il vostro Natale. 🙂     

Immaginate un grattacielo all’estremo ovest di Manhattan, a poche decine di metri dall’Hudson. Lo chiamano 15 Hudson Yards. Da una sua facciata, per una ventina trentina di metri, fuoriesce un corpo estraneo che si sviluppa verso midtown e il cuore del quartiere di Hudson Yards —una specie di L, dove la stanghetta lunga sta per il grattacielo e quella corta per il corpo estraneo. Questa struttura che si diparte è un capannone retrattile — “shed” significa capannone — che, grazie a delle enormi ruote — enormi significa grandi come una persona — si può spostare su dei binari.

Immaginate un mastodonte con l’animo ballerino che si muove su delle punte rotonde, e questa sua mobilità gli permette dei numeri mai visti prima. Tipo creare uno spazio, chiamato McCourt, che può ospitare quasi 4000 spettatori per spettacoli, installazioni e qualsiasi evento si voglia organizzare. Poi un teatro con più di 500 posti e due piani di spazi espositivi.
L’idea è un po’ quella dello spazio on-demand: se ce n’è bisogno, lo spazio viene creato. Se non ce n’è bisogno, via con il “fold n go”: si ripiega e si ripone — praticamente un passeggino.
Io vi consiglio di scorrere fino a metà di questa pagina, investire 4 minuti della vostra vita e guardare il video su come funziona lo Shed. È fatto da Dio — volevo dire da un grafico. 🙂

L’occasione per andare allo Shed, me la offre Griselda, la nuova amica dall’identità boccaccesca conosciuta quella famosa favola di sera al MoMA. Griselda si sta rivelando una persona d’oro. Curiosa, divertentissima, di quell’umorismo di stampo britannico che dà il meglio di sé con l’ironia, centrifuga e centripeta: verso il mondo ma prima di tutto verso se stessi.
Griselda ha due biglietti per uno spettacolo che, apprendo ora, risulta già soldout fino a giugno. Come abbia fatto a trovarli, i biglietti, rimane un mistero — del resto lei è fatta della stessa materia della letteratura, quindi un po’ di magia, ci sta.

“Reich Richter Pärt” è il titolo dello show. Non è una marca di Crauti Wurstel Gulasch di Francoforte, anche se può suonare come tale.
Gerhard Richter è un pittore tedesco. Arvo Pärt, un compositore polacco. Steve Reich, un compositore americano. Stiamo parlando di grossi nomi della scena artistica contemporanea, ma non fa nulla se non li conoscete: la scena artistica contemporanea è un casino. Difficile destreggiarsi.
I tre non si sono mai incontrati, ma conoscono il lavoro gli uni degli altri. Allo Shed viene in mente di farli incontrare, e di pensare a una loro collaborazione. Gli viene in mente quattro anni fa, quando la struttura era ancora un puntino sulle planimetrie di Diller Scofidio + Renfro, lo studio di architettura che lo ha partorito — il che la dice lunga sulla vista lunghissima dello staff. Lo Shed traccia un’associazione fra i tre artisti, li fa incontrare, e ne esce questa performance live che unisce pittura, musica e video, e che credo sarà da considerarsi una nuova evoluzione immersiva dell’esperienza museale.

La performance comincia con un 150 persone di spettatori a rimirare dei grandi arazzi in una sala enorme del museo. Gli arazzi sono multicolore, bellissimi. Io e Griselda li esaminiamo da vicinissimo, ma non riusciamo a capire se si tratti di pittura su tessuto, oppure se i colori siano intessuti nell’arazzo. Rimaniamo con gli occhi a due centimetri dagli arazzi, scandiamo ogni centimetro, ma ci diamo per vinte.
Non capire, dopotutto, è parte dell’esperienza: ti caccia nella dimensione del fantastico.
Questi stessi colori sono ripresi in lunghe strisce colorate alle pareti. E anche in quel caso, non si capisce se siano dipinte sul muro, applicate sul muro, stillate dal muro, realizzate al laser sul muro? Tutto risulta molto misterioso.
Questa inintelligibilità aumenta quando, dal nulla, parte una musica, e in mezzo agli spettatori che guardano arazzi e strisce dipinte/applicate/chissà, dei cantanti vestiti in borghese, come fossero dei semplici spettatori, prendono a cantare, girovagando tra la folla. Una decina. Non badano a nessuno di noi, e fissano un punto all’orizzonte dentro cui chissà cosa vedono.
È una musica medievale, un canto gregoriano — una specialità di Pärt. E sembra di trovarsi in un’abbazia benedettina, tipo Cluny o Melk. Anche se io penso immediatamente al non ben precisato monastero in cui un monaco matto ammazzava i monaci e Guglielmo da Baskerville, attraverso la penna di Umberto Eco, doveva scoprire chi fosse.

È l’estraniamento, la sensazione che si prova. Quello che i formalisti russi, da Sklovskij in avanti, chiamavano “ostranenie”. Spostare cose comuni e note in contesti diversi dai loro abituali, per creare stupore, sconcerto, perturbanza.
I tre artisti ci riescono alla grande, specie nel secondo stanzone in cui veniamo gentilmente accompagnati. Due lunghissime bande di strisce sottilissime colorate profilano le parete. Anche qui, stessa domanda di prima. Come diamine hanno fatto? Laser? Pittura a mano? Ma come creare delle linee così lunghe e sottili e così dritte senza interruzioni, senza sbavature?
Nella parte a nord della sala c’è un’orchestra con il suo bravo direttore giapponauta che fa accordare gli strumenti.
Degli assistenti ci porgono gentilmente delle seggioline pieghevoli che sono un perfetto connubio tra ergonomia e leggerezza. Il diavolo sta nei dettagli, diceva Mies Van de Rohe. E aveva ragione. I dettagli di questo posto sono diabolicamente ineccebili.
Tutte le persone posizionano la seggiolina verso l’orchestra, ma quando la musica attacca, attacca anche un video, proiettato sull’enorme parate dal lato opposto dell’orchestra. Sicché tutto il pubblico, assai sgualdrinamente, ruota i seggiolini e dà le spalle all’orchestra per concentrarsi sul nuovo oggetto da studiare: la parete con il video.

La stessa banda colorata di cui supra, subisce nel video un morphing che riprende i colori e anche le forme strane degli arazzi. Tutti, chi più chi meno — io più, molto più — rimaniamo ipnotizzati dai colori, le righe, le forme, un nastro che non conosce interruzioni. Non riesco a distogliere gli occhi dallo schermo, e la musica che nel frattempo l’orchestra suona, traduce in suoni i mutamenti cromatici e formali. C’è un legame profondo, ctonio, fra le due espressioni artistiche, difficilmente articolabile a parole, ma puoi sentire che c’è. Come se le due forme artistiche fossero due propaggini di un unico organismo. Come il cervello, che è un solo universo, ma diviso in due emisferi distinti.
Tutta la performance dura un’ottantina di minuti, e quando finisce io dico a Griselda, “more”. Lei ride. Vorrebbe dirmi “ingorda”, ma è troppo educata per farlo.

Con la netta sensazione di aver assistito a qualcosa di divino ma profondamente terreno, io e Griselda andiamo a visitare gli spazi che ci è consentito di visitare. Il mega teatro, che, all’evenienza, può diventare anche sala da concerti. E poi uno spazio espositivo in cui dormono due enormi tronchi d’albero. In sottofondo, una musica importante. Azzarderei Beethoven.

Quando usciamo, esaltata dalla performance, mi soffermo a valutare la disposizione dello spazio circostante. Cosa che avrei rifatto sabato, ieri, con più calma — con una giornata di temperatura mite.
C’è qualcosa che non mi torna.
Davanti al Vessel, il grande inutile vaso di metallo lucido color bronzo costato 150 milioni di dollari, che sorge davanti al centro commerciale Neiman Marcus, si apre quella che hanno chiamato “Public Plaza”, un enorme spazio libero lastricato che dà verso la 12ima Avenue, e più in là, sull’Hudson.
La Public Plaza è un fake. Quello spazio ovale avrebbe potuto essere una piazza con la P maiuscola di Piano, Renzo. Spero che lui non ci metta mai piede. Dall’alto della sua Pianura, rabbrividirebbe nel vedere una siffatta camionata di metri cubi di spazio libero senza uno straccio di panchina, una zona dedicata alla convivialità, allo scambio.
Ci sono dei muretti che delimitano l’aerea, e le persono sono costrette a sedersi lì, oppure sui gradini che scendono verso il livello stradale. Dubito fosse l’intenzione degli architetti, ma le persone, dopo il milione di fotografie scattate, e il milione di pose per i milioni di selfie autoscattati, sono stanchi. La voglia di sedersi supera tutto.
Mi chiedo cosa succederà in estate, su una distesa lastricata di quel genere, senza alberi — quelli che ci sono sono fuscelli — senza uno straccio di copertura.
Forse qui, i turisti, vogliono cuocerli alla brace. O più semplicemente, non farli sostare afatto.

Nei quadrati di ghiaino che alternano il lastricato, lungo i fianchi della Plaza, sorgono fierissimi dei cartelli “Please refrain from walking on rocks”.
Una volta, erano le aiuole a non poter essere calpestate. Oggi è il ghiaino. Domani ci vieteranno di deambulare sull’asfalto, perché patrimonio dell’UNESCO.

I grattacieli che sorgono tutt’intorno sono diversi gli uni dagli altri. E va bene, non voglio fare la solita pedante d’antan che cerca un qualche disegno escatologico nella disposizione degli elementi. Come sono sorpassata! Oggi è al disorganico, che si deve guardare. Certo però che un grattacielo è nero. Io l’ho ribattezzato La Morte Nera.
Avete mai visto un grattacielo nero? È spaventoso. Un monolite sganciato sulla terra da qualche civiltà evoluta, che attende solo il momento di venirselo a prendere, e noi con lui.
Lì vicino, un altro grattacielo, con un po’ di pietra di Vicenza color panna, che, se non altro, ha il merito di stemperare un po’ il rigore del monolite.

Gettando l’occhio verso nord-est, c’è l’area in via di costruzione.
Ma come, dite voi? Ancora lavori?
Sì. Hudson Yards ha aperto i cantieri alla fine del 2014. Il 5 aprile di quest’anno, si è festeggiata la fine della Fase 1, che include cinque grattacieli, il centro commerciale e lo Shed. Ma c’è ancora la Fase 2, che prevede la costruzione di sette — sette! — torri di appartamenti, un grattacielo di uffici, una scuola (dall’asilo fino alle medie) nonché la ristrutturazione dell’ultimo tratto della High Line. Tra i nomi degli architetti coinvolti, due sconosciuti tipo Santiago Calatrava e Frank Gehry…
La fase 2, se tutto procede come deve procedere, si concluderà nel 2024.
Insomma, dieci anni di sbattimento edile senza precedenti.

Ai newyorkesi, Hudson Yards non va giù. Il New York Times, che intercetta e amplifica il malessere dei suoi cittadini, si è dismostrato estremamente critico nei confronti del nuovo quartiere. Ma magnanimo nei confronti dello Shed — è pur sempre cultura.
Un articolo della settimana scorsa titolava, con una domanda retorica che sanciva la sentenza emessa dal giornale, “Will the Shed be enough to rescue Hudson Yards?”.
L’accusa che i newyorkesi scagliano con maggior veemenza contro l’operazione è: Hudson Yards non fa parte della città. È una gated community per ricchi, milionari che non abiteranno stabilmente nel quartiere ma che ci faranno qualche puntatina ogni tanto. Quindi non contribuiranno alla community — qui “community” è un cavallo di battaglia come “territorio” per il Trentino. La città ha sborsato milioni, per cosa? Soprattutto per chi? Mogul che si dividono fra Dubai, Londra, Hong Kong e, ogni tanto, New York?

Se volessi aizzare ancora più gli animi dei newyorkesi, mi basterebbe far notar loro che la fermata della metro di Hudson Yards, il capolinea della linea 7, potrebbe tranquillamente far parte della metro di Stoccolma, tanta è la pulizia, l’aerosità, la sensazione di nuovo e tecnologico.
Se, per dire, andate alla stazione di Chambers Street della linea blu — in piena TriBeCa, non il Bronx, non Bushwick — la stazione vi rimane in mano anche solo a guardarla.

Ieri sono tornata nel quartiere per vedere chi frequenta il nuovo quartiere. Turisti. Nessun newyorkese. Ho messo anche piede nel centro commerciale di superlusso. I soliti marchi noti. Patek Philip, Cartier, Kate Spade, Dior e Tiffany prossima apertura. Che male, la banalità.
Quanto al Vessel, apprendo che per salirlo e scenderlo bisogna acquistare il biglietto online. Ovviamente è tutto “fully booked” per le prossime due settimane.
Siccome una mia recentissima conoscenza si sta trasferrendo a One Hudson Yards in questi giorni — il primo grattacielo che hanno costruito nel complesso —  io conto sul suo appoggio per fare un giretto sul vaso più inutile della storia.

E comunque. Quelli di Hudson Yards hanno tutto — persino uno store tutto loro di Muji, i maledetti.
Ma guess what? Non hanno il cinema.
Che poveVacci.

Questa settimana sono andata al cine sulla 68esima, a vedere “TEEN SPIRIT”, opera prima di Max Minghella.
Presentato al Toronto Film Festival, non ho saputo resistere. Ho un debole per la cinematografia che mostra e riflette sull’adolescenza. Forse perché sono cresciuta con “Il tempo delle mele”. Oppure perché l’anagrafe mi permette, ora che ne sono fuori, di dimostrare dell’attrazione per quel periodo verso il quale, quando lo vivi, provi solo repulsione.
In più la protagonista del film è Elle Fanning, sorella di Dakota — e tra le due, la minore Elle surclassa la maggiore Dakota su tutta la linea.
Elle Fanning ha un faccino stranissimo. Sembra un folletto, o un alieno, o una bambina cresciuta. O tutte e tre. Perfetta per la parte, con quei capelli di fieno, il broncio incavolato e il corpo in bilico fra ragazza e donna.

Violet Valenski è una ragazza di origini polacche introversa e talentuosa che vive con la madre in una fattoria sull’Isola di Wight — non quella dei Dik Dik, quella vera. Violet aiuta nei campi, fa la cameriera, studia. Si fa il cosiddetto mazzo per aiutare la madre. Ma soprattutto, Violet canta. Ogni occasione è buona. Il coro della chiesa, certo, ma anche in camera sua, e nel bar tristissimo con i soliti due clienti che affogano i dispiaceri nell’alcol e di cui solo uno applaude, a fine performance. Quest’uno si chiama Vlad, un ex cantante d’opera diventato ex per via, probabilmente, dell’alcol. Vlad crede che Violet abbia talento da vendere e si offre di farle da manager e da mentore.

La routine della ragazza s’interrompe quando in città arrivano i casting per Teen Spirit, un talent-show ante-litteram in tutto e per tutto progenitore di X-Factor e American Idols.
Violet decide di partecipare. Aiutata da una squalifica ai danni della prima arrivata, finisce alle finali. Che si tengono a Londra.
Immaginate una nativa dell’Isola di Wight, che non ha mai messo piede sulla terra ferma, figurarsi nella swingin’ London, arrivare nella swingin’ London. L’atmosfera le dà alla testa, non ci stiupiamo. E quasi quasi Violet sta per fare una scelta avventata e buttare tutto all’aria… Ma alla fine no, non la fa.
Sale sul palco, e canta — e balla — da urlo.
E io penso. Ottimo, più lei canta bene, più la sua performance è da standing ovation, più la delusione sarà cocente, più il film potrà scavare nel buco nero in cui Violet finirà.
Ero convinta che Violet avrebbe perso, ci avrei scommesso sopra i 150 milioni di dollari del Vaso di Pandora di Hudson Yards.
E invece, cosa mi combina il regista? La fa vincere!

Max Minghella, sei al primo film, capisco il legame ancestrale con gli happy-ending, ma cavolo, in un mondo dominato dai talent-show, in una società che coltiva il mito del farcela a tutti i costi, dell’elogio alla vittoria manco fossimo tutti discendenti di D’Annunzio, Wagner e Nietzsche, non puoi anche tu cavalcare quel cavallo. Quel cavallo sta sprofondando, è sfinito.
Perché non cavalchi invece un ronzino di nome Fiasco, che forse potrebbe anche aiutare i tuoi spettatori a ridimensionare il (mis)concetto di sconfitta e vittoria?
In quelle competizioni chi vince è uno, il numero di chi non vince è infinito. Per una buona volta, mettiamo da parte quell’uno, e guardiamo alle strade che si aprono davanti a infinito?
Per altro, Max Minghella, tu sei anche inglese, non sei americano, non hai tatuata l’ansia da succeeding nel DNA. Puoi permetterti anche un film su una sconfitta, che magari si trasforma in altro, in meglio.

A ogni modo, diamo a Elle Fanning quel che le spetta. Non è solo una bravissima attrice, sempre in parte in ogni parte che interpreta — guardatevi il capolavoro “The Neon Demon” di Refn, e vedete quant’è talentuosa la ragazza. Ma sa pure cantare! Ha interpretato tutte le canzoni del film senza ricorrere a voci altrui. In più, ha quella presenza scenica da inconsapevole Lolita che la rende perfetta per il personaggio di adolescente micino indifeso e incavolato con il mondo.

“Teen Spirit” si comporta bene più o meno fino a metà. Ha un suo ritmo, una certa raffinatezza nel modo in cui indugia su certi particolari. Violet con il suo amato cavallo. Violet nei campi. Violet a scuola.
Poi ti fa sognare andando a ripescare “What a feeling” di Flashdance, e tu, chiunque tu sia, quando senti quelle quattro note di pianola elettrica iniziali, già ti senti infilato in una felpa strappata sopra l’ombelico, scaldamuscoli sugli stinchi, e pronto a conquistare “Fame” e New York City — altroché Maria de Filippi!
La scena in cui Violet balla da sola in camera, con l’Ipod nelle orecchie, richiama le camere dell’adolescenza di ciascuno. Chi non si è scatenato almeno una volta nella solitudine della propria stanza, una fila di peluche per astanti, la lampadina da 60 watt sopra la testa al posto della palla stroboscopica di Saturday Night Fever?
Tutti l’abbiamo fatto.
Se non l’avete fatto, fatelo.

Però poi il film si perde nella sua superficialità. Reitera il modello della Cenerentola di campagna che va alla conquista della City, e la conquista.
È strano, ma per quanto gustosa sia il tropo della ragazza innocente con un talento e un sogno da realizzare, quel tropo risulta maledettamente difficile da raccontare senza scadere nel melò, nel melenso e in tutte le salse a base di miele che ci vengono in mente. Gli ultimi due esempi visti, “A Star Is Born” e “Vox Lux”, hanno fallito entrambi. “Teen Spirit” si aggiunge alla lista.
Speriamo che i registi non si fermino qui, e che cerchino altri modi di esplorare quella narrazione.
Prima o poi qualcuno ci riuscirà, no?

E anche per stasera è tutto, Moviers.
Nel Frunyc IV trovate molte foto di Hudson Yards, e molti fiori della primavera schizofrenica newyorkese. Central Park si sta trasformando nell’arlecchino che tutti attendiamo per tutto l’inverno. Speriamo rimanga  a lungo 🙂

Ora ringraziamenti d’ordinanza, e saluti, milionariamente cinematografici.

Let’s Movie
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