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LET’S MOVIE 423 da NYC commenta LA RAGAZZA D’AUTUNNO (BEANPOLE) e propone la WISH LIST per gli OSCAR 2020

LET’S MOVIE 423 da NYC commenta LA RAGAZZA D’AUTUNNO (BEANPOLE) e propone la WISH LIST per gli OSCAR 2020

Fastidi, Fellows,

di carattere idraulico.
Prendete un venerdì di febbraio in cui piove una pioggia non invernale, ma tutta primaverile. Quegli scrosci da climate change con cui ci ha lavato la capa la nordica Greta, che forse, avesse avuto un suo Hansel per giocare, oggi farebbe altro. Ed ecco che la Broadway esplode. E non di traffico, in senso figurato. Esplode la strada. L’asfalto. Una crepa di quelle che vedete in Italia, nord e sud, da Castelfranco a Gallipoli — la cardinalità non conta, quando si parla di strade che si aprono.
Un po’ di pioggia e l’arteria pulsante di New York, una via che s’è fatta persino quartiere, abbracciando il teatro, il musical e pure generando la sua controparte alternativa “Off”, un venerdì mattina di febbraio, erutta.

Quando riemergo dalla metro, post-piscina, i fumi del cloro negli occhi miscelati alla nebbia della pioggia, stento a credere ai miei occhi. In tre anni newyorkesi ho visto scene di pessima manutenzione stradale, infrastrutturale e simile, ma mai un crepaccio di queste proporzioni aprirsi in mezzo alla strada. In una strada di queste proporzioni.

Mi piazzo in mezzo alla corsia ovest, momentaneamente chiusa al traffico da nastri gialli CSI. Una quantità di addetti ai lavori stanno attendendo ai lavori. Un nugolo di operai dell’MTA, si grattano l’elmetto, indecisi se chiudere la fermata della metro da dove sono appena sbucata. Oltre al crepaccio che si è appena aperto tra la 111esima e la 112esima, la Broadway è completamente allagata. In alcuni punti l’acqua scorre tipo torrente caffelatte. Noto alcune chiazze infangate e penso all’Antico Egitto, quando il Nilo esondava e benediva la terra con il suo sacro limo. Quello newyorkese ne conserva forse il colore. Sulla sacralità, nutro forti dubbi.
Allora sì, mi piazzo in mezzo alla carreggiata bordata con il nastro adesivo e scatto un paio di foto, prevedendo il sopraggiungere della solita forza dell’ordine che mi intimerà di muovermi, di non scattare nulla, di non fare niente, come ordinaria amministrazione comanda. Invece no, nessuno mi dice nulla. Tutti troppo impegnati a grattarsi gli elmetti e a capire come tirare fuori la città da questo impiccio nel più breve tempo possibile.

Mi avvio a casa ed ecco che sullo specchio nell’ascensore, con una prontezza newyorkese, un avviso mi comunica che, a causa della rottura di una grossa tubatura sulla 111esima, la qualità dell’acqua del palazzo potrebbe risentirne. “You may be experiencing brown water”. Poi il solito rassicurante “vi terremo aggiornati” dopo lo spiacevole annucio che la Città sta valutando se chiudere l’acqua nella zona per le prossime 24 ore.
In realtà, ero già informata di tutto. Mentre scattavo le foto, il mio housemate Bob, mi avvisava via sms di quanto sopra.

Mi colpisce sempre molto, questa contraddizione: da un lato la prontezza con cui i disagi si notificano, dall’altro, la città che, infrastrutturalmente, sta cadendo a pezzi. Come se la celerità della notifica potesse in qualche modo attenuarne il contenuto.
Comunque, no, nessuna attenuante.

Se un antico romano degli anni d’oro dell’Impero, in uno balzo temporal-quantico, potesse passare da queste parti, si metterebbe le mani nei capelli. Anzi, più probabilmente, se la riderebbe. “Anvedi questi”, e scrollata del capo direttamente da un’epoca che vantava due fiori all’occhiello: le strade e gli acquedotti.
Se una mattina di pioggia riduce in ginocchio la viabilità newyorkese, forse c’è qualcosa da sistemare nel sistema idrico newyorkese.
Di sicuro c’è molto da sistemare nel sistema idraulico del mio palazzo.

La sera prima di partire per l’Australia, noto una piccola pozza ai piedi del lavandino del mio bagno.
Non faccio nulla, non tocco nulla. Non come a Trento, dove smontai tutto l’apparato digerente di tubature sotto il lavandino, e lo rimontai con precisione chirurgica, stupendomi che una persona tanto manualmente inetta come me potesse riuscire in un’operazione tanto delicata.
Ma qui ho capito che se abiti in un palazzo gestito da una Co-op, tu non tocchi nulla. La Co-op tocca per te.
Suona paradisiaco, vero? Niente più scocciature. Una telefonata al “super”, il tuttofare che pensa alla manutenzione del palazzo, e tutto si sistema. Voi infilate le vostre Manolo Bhlanik, e tutti vissero quintastrada e contenti.
Ebbene no, le cose non stanno così. Nella New York reale, il vostro tuttofare fa da semplice ambasciator-non-porta-pena tra la ditta che gestisce l’immobile e il Board — non io— che detiene le quote dell’immobile.
Nella New York reale, lo store di Manolo Bhlanik sulla 53esima ha chiuso da quasi sei mesi, cancellando l’ipotesi del giorno in cui, armata di 5-600 dollari da buttare, avrei fatto una pazzia.

Prima di partire dico a Bob, Bob, il lavandino del mio bagno perde. Mentre sono via, fagli dare un’occhiata da qualcuno per favore.
Il sottinteso era, sto via un mese. Hai un mese di tempo. Vedi di fare qualcosa.
Mai consegnare ai sottintesi l’agibilità del vostro bagno.

Dopo un mese d’Australia torno, apro l’acqua e sotto la colonna che sostiene il lavandino si forma la stessa pozza della sera prima della mia partenza. Ma con maggior rapidità.
Alzo gli occhi al cielo, inspiro, ed espiro un “Booob” lungo un quarto d’ora.
Non voglio rovinarmi il mood post-rientro, in più ho un viaggio di trenta ore sulle spalle, e le famose 14 ore di jetlag — che avrei impiegato dieci giorni a smaltire.
Boooob candidamente ammette tutta la sua colpevolezza, “Sorry, I should have taken care of it”.
Detesto il condizionale passato.

Ora, Bob non è Amministratore Delegato della CNN. Non è nemmeno il mio settantaduenne iperattivo pupil Stephen, la cui agenda è coperta da yoga, italiano, nuoto, volontariato, maratone, viaggi tra Azerbaigian e Puerto Vallarta, e, due weekend fa, pure matrimonio — il suo — a Las Vegas. Bob si divide fra la poltrona di camera sua, il tavolo della cucina, il football il sabato mattina a Central Park, qualche sciata sulle Catskills e l’opera il venerdì sera.
Certo io non sono andata nel Darfur a portare sollievo ai sofferenti.
Ma comunque per un mese ho lavorato alle mie cose.
Ho anche appreso la filosofia del surf. Assumendo la nuova identità di Lady Doodle.

Da quel giorno, il 19 gennaio, comincia un imbarazzante balletto fra tra la ditta che gestisce l’immobile e il Board che detiene le quote dell’immobile. Prima si rimbalzano il lavoro con scioltezza tutta italiana — questo spetta a te, no guarda, questo spetta a te.
Una volta giunti a un accordo, arrivano un paio di individui, che non ho il piacere di vedere, che staccano il lavandino dal muro, rimuovono le piastrelle dalla parete e tolgono il tubo dell’acqua. Ma lasciano tutto lì così, in un perverso esempio di cucina destrutturata dove gli ingredienti sono il lavandino per terra e il buco nel muro. Bisogna sostituire il tubo, mi si dice.
Altri giorni passano.

Finalmente arriva un idraulico afromericano grosso come Mike Tyson, ma con un sorriso pezzo di pane, che finalmente sostituisce il tubo, rimette il lavandino al suo posto.
Però, I am very sorry for the inconvenience, ma non può coprire il buco nel muro, rimettendo le piastrelle al loro posto perché quello è un lavoro che compete alla ditta che gestisce la manutezione dell’immobile — evidentemente lui fa parte del team avversario.
Noto che la danza delle competenze prosegue.

“But at least you can use the sink”. Mi dice vedendo la mia esasperazione montare e cercando di farmi vedere il bicchiere mezzo pieno — americani campioni di bicchiere mezzo pieno.
La mia esasperazione non è proprio un capriccio. Ho passato venti giorni con il cadavere del mio lavandino a guardarmi, arto, morto, dal pavimento del bagno. Un omicidio rivissuto ogni volta che, per venti giorni, sono entrata in bagno.
Per venti giorni mi sono lavata la faccia, le mani, i denti nella vasca da bagno, con le macerie tutt’intorno.

A oggi, domenica 9 febbraio 2020, sono ancora in attesa che il buco, temporaneamente rattoppato con cartone e nastro adesivo — quello grigio con cui si legano le persone rapite, o i di loro cadaveri — venga sostituito dalla pila di piastrelle che giacciono da qualche parte, ma certo non nelle vicinanze del mio lavandino.
Venerdì Bob mi ha comunicato che gli operai verrano martedì.
“Probably”.
Il pavimento del mio bagno, di solito d’un bel bianco pulito, è sembrato, per venticinque giorni, la metropolitana di New York. E nemmeno il lavanda alle pareti di cui tutti sapete, può nulla contro la metropolitana di New York.

Ho detto a Bob che sono senza parole. Che in Italia certi lavori si fanno coi piedi, certo, ma se succedesse una cosa del genere, un rimpallo del genere, il cliente andrebbe su tutte le furie con tutti, dal primo incompetente all’ultimo. Qui invece gli inquilini assumono una sorta di fatalistica rassegnazione.
“È un palazzo vecchio”, si arrampica sugli specchi Bob. Io lo guardo con sguardo “Ti sembra la Reggia di Caserta? Palazzo Pitti?”. Ma so che il 1909 è praticamente il Rinascimento in America, e il Rockfall, dove abitiamo, è del 1909.
Bob ritenta, senza essere più fortunato. “Due anni fa è capitata la stessa cosa anche al lavandino del mio bagno”, dice. “Ho aspettato tre mesi”.
Al che io rispondo, impassibile come un coma farmacologico, fair enough, tu hai aspettato, io no. E se c’è da chiamare un idraulico esterno, lo si chiama e me lo pago.

Allora ho capito che una grossa componente di questa fatalistica rassegnazione è di carattere economico. Questi lavori di manutenzione sono coperti da mamma Co-op. Quindi gli inquilini, tacciono, convivono con le magagne domestiche da riprare, e aspettano che mamma Co-op si decida.
Ho fatto presente a Bob che New York City non è il terzo mondo, e che modi di fare di questo genere non me li sarei aspettati da New York City. Ho aggiunto che tutto ciò mi ha fatto rivalutare la rinomata disorganizzazione italiana. Perlomeno, me l’ha fatta inserire in un quadro di disorganizzazione internazionale. Italia disorganizzata nella media. Il che non è elogiare nessuna. È ridimensionare tutti.
Il disfunctional non conosce ius soli.

Bob, newyorkese da cento generazioni, è sempre molto critico nei confronti della sua città, quindi ha capito perfettamente le notevoli proporzioni del mio splendido scazzo. Ma ho visto una parte di orgoglio americano andare in frantumi sotto il bulldozzer dei dati di fatto.
C’è questa cosa, negli americani, che è terribilmente americana. Se qualcosa va male, s’incassa e si aspetta. Non si fa il diavolo a quattro.
Noi italiani facciamo il diavolo a quattro.

Ma ho molti dubbi in proposito.
E’ una questione legata all’impazienza, alla passione — molto spesso accostata, anche a sproposito, all’italianità — oppure a un senso di torto subìto da dover raddrizzare?
E ancora, parlo per il popolo italiano, oppure per me medesima, insofferente sopra ogni cosa alle lavar-di-denti nella vasca da bagno?
Quanto c’è di me nelle situazioni, e quanto c’è della mia italianità?
E’ molto difficile rispondere a queste domande. Ci sto pensando sin da quando il calvario idraulico è cominciato, e sto monitorando la mia intollerabilità, vedendola montare e montare.

Vediamo come concludono i lavori. Se prevarrà la castroneria, oppure se dovrò ricredermi.
A occhio, la prima che ho detto.
Questo messaggio oggi vi arriva prima del solito perché mi appresto a raggiungere il cinema del Roxy Hotel, a TriBeCa, dove, per il secondo anno consecutivo, presenzierò alla Oscar Night 2020.
Ovviamente, come un decennio a questa parte, in sync dall’Italia, l’Honorary Member Mic, per commentare a caldo vittorie, sconfitte, outfit. 🙂

Dunque il 2019 è stato un anno ricco di grossi film. Basti prendere la categoria Miglior Film. La statuetta, se la contendono 1917, The Irishman, Piccole donne, Jojo Rabbit, Joker, Storia di un matrimonio, C’era una volta… a Hollywood, Parasite, Le Mans 66 – La grande sfida. A parte quest’ultimo, che non ho visto, ma che mi si dice essere assai divertente, gli altri, sono tutti dei film di valore.

Io voglio che il Joker stra-vinca, perché se lo stra-merita, e anche Phoenix come miglior attore. Ma se decidono in qualche modo di boicottarlo, si premi Adam Driver, please. Cavallo di razza della recitazione, che tira fuori grandissime interpretazioni da film di nicchia — tutti a vedere Paterson, subito!

Un premio deve andare sicuramente a Jojo Rabbot, film rivelazione della stagione — quando la scorrettezza politica incontra l’estro comico e l’intelligenza.
Come miglior attrice, spero con ogni grammo del mio essere che l’Oscar NON vada a René Zellweger per Judy. Cantare, canterà anche bene, ma quanto alla recitazione, è una smorfia dietro l’altra. Ho passato due ore a rigirarmi nella poltrona manco fosse quella delle torture.

Direi che sia giunta l’ora di premiare la Scarlet Johansson nazionale, che ci ha regalato bellissime interpretazioni in questo ultimo decennio, partendo dal sonnolento L’uomo che sussurrava ai cavalli — sì, era lei, la bambina — per arrivare a Match Point — sì, era lei, schianto degli schianti. Faccio notare che concorre come miglior attrice protagonista, e non-protagonista — è una meraviglia, in Jojo Rabbit!
Almeno uno dei due, please.

Miglior attore non protagonista, direi Brad Pitt in C’era una volta a Hollywood. Così premiamo anche Tarantino. Che è pur sempre Taranino.

Miglior attrice non protagonista, assolutamente Laura Dern per Storia di un matrimonio. Personalità e carisma in un personaggio indimenticabile.
In più, il film di Baumbach deve vincere qualcosa. Come ebbi modo di dirvi, è una riuscitissima riscrittura di Kramer contro Kramer.

Come miglior film straniero, vincerà sicuramente Parasite, con tutta l’eco che ha avuto. Anche se mantengo le mie perplessità verso il film in sé. L’importante comunque è che non premino Dolor y Gloria di Almodovar, perché la lacrimevole storia del regista sul viale del tramonto è d’una sonnolenza da Tavor. Non fosse per il guizzo finale, il film, per me, trionfa solo nella categoria B-movie.

Miglior colonna sonora, se la jokano il Joker e 1917. Quest’ultima, più che sonora è una colonna infame, tanta è l’angoscia che ti mette addosso. Ma rende l’idea delle peripezie belliche del protagonista.

Miglior canzone, “(I’m Gonna) Love Me Again” di Rocketman, film purtroppo penalizzato: è uscito in estate e dopo l’isteria collettiva per Bohemian Rapsody — ricordiamo tutti l’affronto dello scorso anno con la vittora dello sconosciuto Rami Malek.

Raggiungere i bassifondi dell’edizione 2019 con la vittoria di Green Book a miglior film, sarà difficile. Ma si sa, il peggio non ha mai fine.
Magari il mediocrissimo, politically correct, super partes Piccole donne sbanca tutto. E sarebbe davvero “Scandal Part II”.

Il premio più difficile è per la regia. Scorsese, Mendes, Tarantino, Philips, Joon Ho hanno fatto tutti il loro dovere.
Ma io tifo Philips.

Questa settimana sono stata a vedere La ragazza d’autunno, in inglese Beanpole (spilungona), che s’è aggiudicato il Premio alla regia nella sezione Un Certain Regard a Cannes. I 28 nni del regista russo, Kantemir Balagov, lo accostano all’enfant prodige canadese Xavier Dolan. Se a 28 anni Kantemir gira un film così, chissà cosa ci propone quando arriva alla maturità dei trenta.

Leningrado, 1945, città stremata dalla Guerra appena finita.
La prima scena ci presenta subito la spilungona del titolo — che l’inglese conserva, l’italiano perde per strada.
Una ragazza alta alta, e in preda a uno dei suoi attacchi, che, vedremo nel film, la bloccano nel mezzo di qualsiasi cosa stia facendo. Qualsiasi, anche abbracciare un bambino… Probabilmente un disturbo post-traumatico da stress: lei, Iya, è stata infermeria sul fronte, e di magagne, deve averne viste tante. Proprio a causa di questi suoi momenti di alienazione, viene allontanata dal fronte e ricollocata in un ospedale della città.

Iya è legatissima all’amica Masha, della quale accudiva il figlio mentre lei, Masha, era ancora al fronte. Ma quando Masha torna per riprenderselo, il bambino non c’è più. Un abbraccio troppo stretto, se l’è portato via… Masha è una della scuola, morto un papa se ne fa un altro. Dopo aver scoperto di non poter più avere figli, intima a Iya, ricattandola con machiavellica spietatezza, fammi un figlio. “Voglio una vita dentro di me, qualcosa a cui aggrapparmi” — e come richiesta ci sta, se pensiamo al contesto in cui tutto questo ha luogo.
Iya lì per lì si rifiuta, ma poi, visto che la ama, e la ama di un amore passionale, non amicale, accetta di andare a letto con il Caporeparto dell’ospedale per rimanere incinta e “risarcire” così l’amata.

“Beanpole” è un film con una personalissima estetica visiva a cui corrispende un’altrettanto personalissima etica interna, costruita attorno a due personalità agli antipodi. Tanto Iya è enigmatica, chiusa, algida, ma capace di una devozione e di un sacrificio autentici, nonché marchiata da quella altezza eccessiva che la diversifica fisicamente da tutti gli altri, quanto Masha è rossa, carnale, istintiva, calcolatrice e spietata, ma, allo stesso tempo, rasa al suolo dal dolore: apprendiamo che al fronte, per sopravvivere, dava conforto sessuale ai soldati dopo i combattimenti. Il corpo femminile, un oggetto incastrato fra dolore e piacere.
Quando torna a casa, Masha non fa che perpetrare su Iya il male subito, nel perverso ciclo innescato dal macchinario della guerra.

La cosa davvero notevole di questo film — e che non ho mai visto in nessun film — è la sostanza del nucleo attorno a cui ruota, e lo spazio e il tempo dentro cui ruota. Al centro ci sono questioni come l’amore tra due donne e la maternità surrogata. Ma non siamo nell’alta borghesia romana di Ozpetek all’inizio degli anni 2000. Siamo nella Russia del 1945! Eppure questo non ci sconvolge. E’ assolutamente naturale come una madre che ha perso un figlio, che ha perso tutto durante la guerra — inclusa la possibilità di generare ancora — voglia una creatura a cui aggrapparsi. Ed è naturale che la donna che la ama, faccia di tutto per soddisfare questo suo desiderio. L’amore funziona anche al tempo di guerra.

“Beanpole” tratta anche da vicino il dramma dei veterani, rottami umani in cui non si ravvede un briciolo di eroismo. I corpi che zoppicano o giacciono mutilati nei letti dell’ospedale in cui Iya lavora sono proiezione fisica delle ferite interiori che tutti quelli che la guerra ha toccato, si portano dentro, Iya e Masha incluse.

Stilisticamente, è un film rigoroso, creativo, con un linguaggio sottile tutto suo. Siamo quasi sempre chiusi dentro negli interni squallidi della pensione in cui Iya e Masha alloggiano, dove dominano il rosso mattone e l’ocra, ma dove c’è anche spazio per uno sprazzo di verde, in forma di vernice sui muri e di un vestito che, infilato, porterà Masha ha una sorta di intima epifania. È uno stile molto personale e riconoscibile, e per questo si è applaudito così convintamente a Balagov. Tanto giovane, e tanto riconoscibile. Sarà bellissimo assistere, negli anni che abbiamo davanti, a una lotta tutta cinematografica, fra lui e l’amato Dolan.

Ed eccoci al termine, Fellows.
Io mi avvio al Roxy Hotel, scongiurando qualsiasi colpo di scena dettato dalla political correctness e dalla mediocrità.
A voi dico sempre tantegrazie, e mando dei saluti, irritantemente cinematografici.

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LET’S MOVIE 423 da NYC commenta “GRETEL AND HANSEL” di Oz Perkins

LET’S MOVIE 423 da NYC commenta “GRETEL AND HANSEL” di Oz Perkins

Ma Moviers,

voi ce l’avete un incubo, un mostro di situazione da cui vi sentite minacciati e che temete da sempre? Una specie di spauracchio ancestrale, che vi perseguita sin dalla tenera età?
Io ne ho.
Più di uno.
Parecchi —se dici la verità, dilla tutta.

Due di quelli più longevi e inveterati sono la perdita del passaporto, e la perdita del portafoglio. Il primo, a seguito del mio trasferimento qui, è peggiorato. L’idea di perdere il passaporto con dentro il visto, di trovarmi faccia a faccia con l’Immigrazione americana, un gigante senza cervello ma con infinite braccia (armate), mi fa rabbrividire fin nel midollo.
Anche la perdita del portafoglio ha sempre rappresentato un grado di livello “Shining” nella mia personale scala delle situazioni orrifiche in cui ritrovarmi.
 
Poi quando è capitato, il giorno del mio compleanno del 2019, dopo nemmeno 24 ore dal mio arrivo in Australia, ho capito che c’è una bella differenza tra l’horror della paura e la realtà delle cose.
Che la realtà è molto meglio dell’horror.
Immaginavo che sarei rimasta disintegrata sotto il peso degli eventi. Sola, in Oceania, senza il becco di un contante se non una stropicciata banconota da 5 dollari americani —che non valgono un becco di niente nella terra dove quelli australiani valgono tutto — con la prospettiva di 30 giorni davanti in cui sopravvivere.
Quando è successo, ho tracciato un’associazione molto riuscita tra me e le migliaia di galeotti che, nell’‘800, il Vecchio Mondo scaricava con oliata regolarità nell’immacolata Australia.
Sarei stata anch’io come loro, confinata a vita nella periferia del Nuovo Galles del Sud.
Invece no, le cose sono andate diversamente. E io, al momento, non sto né picconando una miniera, né posando binari in mezzo al bush.

Nell’istante in cui mi sono resa conto di aver lasciato il portafoglio in una busta della spesa in un parchetto, dove mi ero attardata ad ascoltare dieci minuti di musica live sgangherata, in quel momento, il mondo non si è staccato dall’asse terrestre, non è rotolato via.
Sono rimasta incredibilmente calma. Una calma che non avrei mai pensato di poter generare all’interno del mio corpo elettrico. Certo sono volata sul luogo incriminato, certo ho chiesto a tutti i negozianti tutt’intorno con un fare concitato se avessero visto una borsa nera ai piedi di una panchina. Certo ho fatto tutto questo crivellandomi con una mitraglia di Fu*k Fu*k Fu*k Fu*k Fu*k.
Ma la terra ha continuato a girare. Il cielo non è caduto giù.

Nulla è irreparabile. Nemmeno perdere tutti i soldi, tutti i documenti — tranne il passaporto! — nemmeno se vi trovate letteralmente all’altro capo del mondo.
L’accettazione dell’idea che non avrei ritrovato il portafoglio, e soprattutto, avendo accettato che la cosa sia successa a me, a me, che tendo ad essere attentissima a queste cose, mi ha messo ammollo in un bagno di umilità lungo 30 giorni, da cui sono emersa con la remissività d’una Chiara d’Assisi. Perché sì, queste cose possono succedere anche a me. Perché no, non sono infallibile, protetta da qualche grazia divina, risparmiata da qualche potere soprannaturale.
Sono umana, fallace, smemorata, distratta, sventata. Frana.
Ma così come ho capito quello, ho capito anche che le cose si risolvono. Che non è la fine del mondo.

Dopo la tappa ai negozianti, la seconda tappa è stata alla Centrale di Polizia, per sporgere denuncia.
Mentre coprivo i cinque minuti di strada a piedi che separavano la mia residenza dalla Centrale, mi chiedevo, ma che razza di crimini potranno mai registrare, a Newcastle? Furto di una tavola da surf? Contrabbando di tavole da surf? Contraffazione di tavole da surf?
Esisterà qualche infrazione che non coinvolga le tavole da surf?
E certo quando sono entrata nella Centrale, il panorama è stato quello che avevo immaginato.
Deserto.
Certo, mi dico, le tavole da surf si proteggono a costo della propria stessa vita, figurarsi se succede loro qualcosa.

Spiego all’ufficiale William Lorrie quello che mi è successo.
Mi chiede dove alloggio.
A The Lock-Up, rispondo io.
“Lock-Up” in inglese significa galera. Dire a un poliziotto che abitate in una galera spiega la sua espressione perplessa. Capisco che non conosce il museo/spazio artistico a 5 minuti di distanza dalla Centrale (!), e mi affretto a spiegargli di cosa si tratta.
Emette un suono simile ad “Ah yoah”, che immagino sia un “ah sì”. Il mio primo assaggio dell’Australian English, una lingua forse celtica, forse fenicia, che non ha nulla a che vedere con l’inglese britannico, americano o standard che io abbia mai sentito, studiato, immaginato.

Mi parla e io non capisco nulla. Letteralmente nulla. Allora metto in pratica la mossa che insegno a tutti i miei studenti. Prevenire il contenuto delle sue domande.
Cosa può chiedermi… Quando ho perso il portafoglio, e dove.
La mossa funziona. Gli spiego tutto.

Quando parla, mi rendo conto che nell’Australian English le vocali vanno per conto loro, in un posto molto lontano dal posto in cui finiscono quelle italiane o quelle dell’inglese comune. È un posto nuovo, dai contorni sconosciuti. E’ lo stesso posto in cui sono finite le vocali dello spazzino che ho fermato nel parchetto dove ho dimenticato la borsa. Quando mi ha risposto, le sue vocali sono corse esattamente nel posto delle vocali dell’ufficiale. Che poi è il posto in cui immagino corranno tutte le vocali di tutti gli australiani.
La corsa delle vocali, in sé, potrebbe essere un fenomeno buffo da osservarsi, se non aveste smarrito il portafogli e steste cercando di uscire dal capolavoro di pasticcio che vi siete cucinati con le vostre mani.

Dopo le formalità di rito, William mi chiede di descrivergli il portafoglio.
E qui io parto in quarta perché sono fissata con i dettagli e le descrizioni mi sono sempre piaciute. In più, ho avuto modo di descrivere solo la mia bici rubata ai Carabinieri di Trento, nel 2014, che non apprezzarono molto il mio “d’un color bluette metallizzato tendente all’indaco con scritte bianco ghiaccio e manopole all’apparenza rigide, ma morbide quando le impugni”.
Allora parto all’attacco. “Ok, it’s a big purse, on the fat side, black in color, but with tiny wee white doodles, in the shape of little bows…”
Il sergente mi guarda e vedo succedere qualcosa ai suoi occhi azzurri e al suo viso da australiano bonaccione.
Capisco di aver detto qualcosa che non va. Ma cosa?
“Sai cosa vuol dire ‘doodle’ in Australian English?”, mi chiede.
Per me “doodle” ha sempre significato disegnino, scarabocchio. Ma non solo per me, per tutto il mondo. Cioè, il Doodle di Google me lo invento io o cosa?
“No”, rispondo io, in un soffio di voce.
Lui scoppia a ridere
“Small penis”.

Allora.
Io, in poco meno di venti secondi, ho annaspato nell’Australian English, ho detto che abito in una galera e che il mio portafoglio è ricoperto di piccoli peni bianchi a forma di fiocco.
Tanti anni di studio buttati alle ortiche.
William, che è un burlone, lo dice alla collega seduta alla scrivania poco distante. E anche lei esplode in una risata da martedì grasso.
Io, che, ricordo, ho da poco realizzato di aver perso il portafoglio con tutti i miei averi e la mia identità a metà fra Italia e America, provo a scusarmi con un “OMG, I am sorry… I couldn’t really know…”, sicuramente sul mio viso transitano tutte le centocinquanta sfumature del rosso, dal vermiglio al rosa cipria, ma nulla sembra fermare le risate di questi due burloni.

Finito il siparietto, io ringrazio per l’assistenza, saluto e mi dirigo a casa. Dopo un paio di minuti, però, mi viene in mente un dettaglio che avrebbe potuto essere utile alle indagini (!). Torno indietro, il Sergente mi vede e prorompe in un “Ehi guys, the doodle lady is here again!”.
Da dietro le finestre che dividono l’open space da un altro open space, si alzano, dalle rispettive scrivanie, quattro energumeni fasciati in divise molto molto strette, impazienti di vedere Lady Doodle, la Signora dei Piccoli Peni.
Mi vedono, scoppiano a ridere, William con loro, e anche la poliziotta alla scrivania.
Io penso di essere finita nella Centrale di Polizia del Benny Hill Show. E cosa posso fare se non ridere anch’io?

Il giorno prima di partire per Sydney, passo alla Centrale per farmi stampare una copia della denuncia da portare in Italia per il giorno in cui dovrò rifare la patente, la Motorizzazione farà storie e vorrà liquidarmi con un “senza denuncia non possiamo far nulla”, e io la produrrò con prontezza Houdini.
Appena William mi vede, “Ehi guys, the Doodle Lady is back!!”.
Stessa scena del 22 dicembre. Energumeni che spuntano su dalle loro scrivanie, poliziotta che riemerge da dietro il computer, risate.

Dunque, per ricapitolare. Ho perso il portafoglio, non l’ho ritrovato, e per le forze dell’ordine di Newcastle sono la Signora dei Piccoli Peni.
Ma almeno il mondo non è rotolato giù nello scarico dell’universo.
Se vi chiedete come ho fatto a evitare un mese senza contanti, un bonifico alla molto-umana direttrice di The Lock-Up, che mi ha dato cash, vi toglierà ogni dubbio.

Una cosa mi dispiace.
Nel mio portafoglio conservavo una banconota da 1.000 lire. Non quelle Newage con la Montessori colorata, quelle con Marco Polo da una parte, e Palazzo Ducale dall’altra — e quale valuta al mondo si porta un esploratore-sognatore in copertina, dico io?!
La tenevo con me sin dalle elementari, le ho fatto traslocare anni di portafogli.
Sull’angolo in alto a sinistra qualcuno aveva stampigliato due lettere, FS. In caratteri gotici, antichi, quelli che vi fanno pensare a regni, interregni, vassalli e valvassori.
Quelle due lettere lì, FS, dicevano a me bambina che quella banconota era destinata a me.
FS, Fruner Sara.
Wow.
Solo più tardi avrei appreso che in Italia, FS è per tutti “Ferrovie dello Stato”, e forse qualche zelante impiegato a corto di post-it aveva provato un nuovo timbro sull’angolo di una banconota a portata di mano.
O forse erano davvero destinate a me.
Wow.
Ho conservato quella banconota per tutti quegli anni.
Ora è da qualche parte in Australia.
Forse un giorno, da qualche parte in Australia, spunterà un albero che in primavera sboccerà fiori di mille lire, e profumerà arie di paesi lontani.
C’è un senso recondito dietro tutto.

Questa settimana, vuoi per mancanza di film d’un certo peso, vuoi per il mood dell’horror di questo Lez Muvi, sono andata a vedermi proprio un horror. Gretel e Hansel, di Oz Perkins.
Ricordo di aver visto il trailer un paio di mesi fa al cinema, e di essere rimasta colpita dal titolo, che ribalta l’ordine classico e mette per prima Gretel. Chissà perché Hansel retrocede, mi sono detta, facendomi l’appunto mentale di non perdermi il film.

Si capisce subito, la pole position di Gretel e la retrocessione di Hansel. E’ Gretel, la vera protagonista. A differenza della fabia dei fratelli Grimm — che anche loro, quanto a horror, non avevano nulla da imparare — la Gretel di Perkins non è una bambina. E’ un’adolescente di sedici anni, che deve badare al fratellino Hansel — buffo, adorabile nei suoi otto-nove anni, assolutamente inutile ai fini della sopravvivenza. Sì perché, proprio come nella fiaba, i due vengono cacciati di casa dalla matrigna cattiva, ma non per gelosie interne, ma per fame. Il mondo è raziato dalla carestia, e un fabbro e una matrigna non riescono a sfamare due giovani bocche.
Gretel rifiuta anche un posto di lavoro come governante da un sudicio individuo, che, con sudicia insistenza le chiede, “Are you untouched?”.
Gretel, ragazzina che non si fa mettere i piedi in testa, e certo non le mani in parti dove nessun sudicio deve metterle, dice no. Dice sì alla prospettiva della fame, ma dice no al molestatore. Bello quando una fiaba riverbera la contemporaneità in maniera tanto lugubremente radiosa.
Allora i due fratelli s’inoltrano nel bosco. Che non è il bosco delle meraviglie. E’ il bosco delle brutture. Ombre, bambini dispersi, veri o solo immaginati. Strane presenze. Finché i due, stremati dalla fame, arrivano davanti a una casetta dal tetto a punta — che, a dirla tutta, fa più progetto di Mies Van der Hohe, che casa di marzapane. La casa non è letteralmente di marzapane come quella dei Grimm, ma ci viene detto che profuma di torta, e lo scivolo di bacon.
Ci vive una vecchia, di nero vestita, con le punta delle dita ugualmente nere, magra come un chiodo, misteriosa come la notte. Davanti a un tavolo ricco di prelibatezze, i due cominciano a mangiare di gusto. L’idea è quella di pernottare e poi proseguire il cammnino. Ma la vecchia è così gentile, così accogliente, che i due rimangono.
Dopo poco, Gretel e Hansel, scopriranno però che la vecchina non è una semplice vecchina, e che devono pagare un prezzo per la loro permanenza… Perché quando si prende qualcosa, qualcosa bisogna ritornare. Sempre.

Il film è davvero originale nel modo in cui sposa la fiaba classica e al contempo ci divorzia, proponendo una lettura nuova — un finale nuovo — al racconto dei Fratelli Grimm, aggiungendo anche uno strato narrativo nuovo: c’era una volta una bambina che portava un cappello rosa, la bambina più bella del mondo, e con il potere di vedere le cose. Una bambina che, anche, si portava il male dentro. Gretel racconta sempre al fratello la storia di questa bambina, abbandonata nel bosco dai genitori perché cattiva. Sente una particolare affinità con lei: anche lei, Gretel, vede le cose. Vede prima che succedano. Alla fine del film, capiremo chi è questa bambina dal cappello rosa. Chi è la vecchia straga nella casa di Mies Van der Hohe.

Le atmosfere sono inquietanti, i colori lividi e certe riprese davvero macabre. Tutto perfetto per un horror. Il sangue è più che altro solo immaginato e, tranne una scena di interiora, non si trova un solo secondo splatter in tutti i 127 minuti di girato. Questo lo rende un horror di classe rispetto a quelli che puntano tutto sui sensazionalismi gore. Il difetto che gli trovo sta nell’uso poco bilanciato della musica. Eccessiva. Non c’è un solo secondo in cui regni il silenzio. Per come la vedo io, non c’è nulla di più orrorifico di un minuto di silenzio nel punto giusto — magari in pieno giorno. Invece la colonna sonora, certo molto paurosa, ma sempre pompata, finisce per estenuare, rovina la suspence: se tutto è suspence, nulla è suspence.  

E ancora, l’idea di trasformare Gretel in un’adolesente con una testa pensante sulle spalle, che agisce per sé e il fratello, che salva entrambi da situazioni di pericolo e scopre la sua vera vocazione — per quanto non proprio rosea — trasforma questa lettura della fiaba classica in un percorso di formazione nuovo e al tempo stesso atavico. Gretel non vivrà felice e contenta con la ritrovata famiglia. Gretel vivrà quello che la sua natura ha in serbo per lei.
In questo momento pre-Oscar, in cui non si parla che di Oscar a René Zellwegger per “Judy” — no ma seriously?? — “Gretel e Hansel” è un felice, e fatale, antidoto che porgo a tutti voi, malefici Moviers. 🙂
In Italia dovete aspettare fino a fine mese, ma non scordatevelo.

E anche per oggi abbiamo toccato il fondo, e ora risaliamo nel lunedì.
Come sempre ringraziamenti a tutti, e saluti, questa sera, dubbiosamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 421 da NYC commenta LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMAO di KARIM AINOUZ

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Fire, Fellows,

di questo non s’è fatto altro che parlare in questi ultimi due mesi riguardo all’Australia.
E io, dove potevo andare in residenza, se non nell’occhio del ciclone?
Tutto ciò mi ricorda molto il mio trasferimento negli Stati Uniti. Mi trasferisco io, ed eleggono Trump. Vado in Australia, e l’Australia finisce letteralmente su per il camino.
Credessi agli uccelli del malaugurio, crederei di esserne l’esemplare reale. Imperiale.

Voglio tranquillizzare tutti, come ho fatto con tutti quelli che, preoccupatissimi, mi hanno chiesto, “ma stai bene?!?!?”, con molti punti di domanda e molti punti esclamativi. Credo che l’effetto delle immagini passate in tv avrebbe spaventato chiunque.
L’apocalisse, ha davvero quei connotati. Ed è vero che la regione in cui mi trovavo, il New South Wales, era —è— quella più piagata. Ma io avevo la fortuna di trovarmi a Newcastle, una cittadina appollaiata sull’oceano. Non so se la posizione abbia influito, oppure se si sia trattata di mera fortuna. Sta di fatto che per me, Newcastle ha rappresentato un angolo di Paradiso, braccato dall’Inferno. L’incendio più vicino stava a 25 km di distanza.
25 km non sono proprio mille miglia. Quindi la sensazione di precarietà, di essere in balia di qualcosa contro cui nulla può, ha un po’ caratterizzato il mio mese australiano. Tuttavia, ci ho vissuto ragionevolmente bene.
Da quando abito a New York, ho imparato che la precarietà è una condizione dell’esistenza. Che tutto è molto effimero e passeggero. Che le certezze, non devi trovarle, né tantomeno ricercarle, in un posto di lavoro, in una casa, in una persona al tuo fianco. Le devi trovare dentro di te. Accettarlo, è la cosa più difficile da fare, e al contempo, la più sana.

Allora quando qualche mattina sentivo nell’aria odore di barbecue, cercavo di non pensarci troppo. Andavo a correre lungo il mare, e scansavo il sentore di fumo con i discorsi allo iodio che l’oceano —quel Polifemo!— mi urlava all’orecchio.
Il Pacifico non bisbiglia tenere litanie come potrebbe fare il mite Mediterraneo. Il Pacifico ti fa capire chi comanda dal modo in cui ti rovescia addosso tutta la sua millenaria presenza. Se poi lo avvicinate, se vi azzardate a cavalcarlo —da surfista— o a nuotarlo —da nuotatore— capite che voi non avete nessuna speranza di spuntarla. La sua dialettica blu vi sovrasta, vi mangia, vi spolpa e vi risputa fuori nudo come un semino.
I neocastellani e i sydneyiani lo sanno benissimo. Ma sanno benissimo anche quanto loro siano un popolo di nuotatori e amanti dell’acqua. Loro, l’oceano, vogliono viverlo. Allora hanno costruito —sin dagli anni ’50— delle immense vasche a bordo mare, in cui il mare può defluire, portandosi appresso il suo moto ondoso, ma non i suoi marosi assassini, e in cui il neocastellano e il sydneyano —o il Board in trasferta— possono nuotare in tutta sicurezza.
Non mi stufavo mai di quelle vasche da Polifemo.

I surfisti, quelli, sono una specie umana a parte. Non temono nulla, non temono nessuno. Con “nessuno” intendo gli squali.
Un commesso di un negozio di costumi e attrezzature da surf —dalle origini italiane, perché gli italiani arrivano dappertutto— mi ha detto che gli squali non amano molto le acque di Newcastle, quindi, che stessi pure serena. Però ha aggiunto che quando le amano, arrivano vicinissimi alla riva. Basta anche un metro d’acqua, per loro.
 
Io: Ma di che misure stiamo parlando?
Rob: Ah no, sono piccoli, tranquilla.
Io: Ma quanto piccoli, di preciso?
Rob: Bah, due-tre metri, non di più.

Io non so voi con quale scala giudichiate lo squalo che nuota nelle vostre acque di fiducia, ma in base alla mia scala, due-tre metri rientrano nella fascia “are you joking?”.
Siccome per l’australiano il surf è una filosofia di vita più che un semplice passatempo, stanno cercando di renderlo il più sicuro possibile. E questo Rob ha messo a punto delle mute mimetiche, delle tute che vi fanno confondere con il mare e impediscono agli squali di vedervi e attaccarvi. “Be like water”, lo slogan. “If you can’t be seen, you can’t be approached”, il payoff.
Da bravo italiano, mi ha tirato un pippone senza fine sull’infallibilità di questa trovata. Comunque, per tutta la mia permanenza australiana, io ho beneficiato delle mie vasche da Polifemo, e mi sono arrischiata nell’oceano solo due volte. Una delle quali a Bondi Beach.
Se vai a Sydney, non puoi non andare a Bondi, e se vai a Bondi, non puoi non fare il bagno. L’acqua è di un azzurro maldiviano. Ma, al contrario delle Maldive, il mare non è una piatta cristallina che da decenni attira l’ammollo di milioni di turisti. Il mare a Bondi è una catena di montaggio di onde di media e alta altezza, su cui i surfisti scrivono i loro tentativi di decifrarle.

Cogito ergo surf.
Surfilosofia di vita.
La prima cosa che ho notato, arrivata a Newcastle, sono stati i ganci porta-tavole, sul tram. E poi l’onnipresenza del board —per una volta non io— ovunque. Parcheggiato ovunque. Un mezzo di trasporto, senza targa, senza emissioni inquinanti, che vi porta sul mare e, per non più di 12 secondi, vi fa volare.
Sono rimasta ad osservarli, questi surfisti. E il massimo che rimangono in piedi è 12 secondi. Poi giù, nel blu. E bisognerebbe davvero scriverlo, un saggio sul surfismo. Conoscete Sisifo? Il poveraccio costretto dagli dei a spingere un macigno in cima a un monte, vederlo rovinare giù, andargli dietro e riportarlo su. Per l’eternità. Ecco, il surf è un po’ così. Aspetti la tua onda — e l’attesa può essere anche lunga, e voi siete lì nell’acqua fredda, con i piedi che vi penzolano giù dalla tavola e che potrebbero invogliare qualche creatura marina più o meno squaloide a farsi uno spuntino, muta mimetica o meno — e aspetti. Poi l’onda giusta arriva — di solito è la settima, così m’è stato detto — e voi la cavalcate per una manciata di secondi, che sono quei secondi in cui Sisifo tira il fiato e dice, ce l’ho fatta, il macigno è finalmente in cima. E poi rovinate giù nel mare. Il macigno rotola a fondo valle. E così come Sisifo, il surfista è condannato a farlo per l’eternità.
Per Camus, nella sopportazione di questa condizione, e nel suo costante tentativo di ribellione ad essa, Sisifo vive con intensità, e quindi, trova la libertà, e, in ultimo, la felicità.
Io non posso parlare a nome di Sisifo. Ma senz’altro il surfista, trova libertà e felicità nel suo eterno saliscendi dalla groppa delle onde.

Continuando con l’australità, quando si parla di Australia, non si può non parlare di koala. E mai scorderemo le immagini che ci sono arrivate, dei cadaveri carbonizzati di questi esseri discesi dall’empireo dell’adorabile. Il koala è come il panda, come il wombat. Piccole divinità che hanno deciso di benedire il pianeta terra con la loro tenerezza.
Sono stata in una riserva di animali aborigeni, alle porte di Newcastle. E c’erano tre esemplari di koala che ronfavano alla grande, aggrappati ciascuno al suo ramo di eucalipto. Sono rimasta imbambolata per venti minuti.
Prima di vederli, mi era stato detto che l’uomo bianco —britannico prima, australiano poi— dall’800 in avanti, ha sterminato qualcosa come 25 milioni di koala. Sono finiti tutti in Europa, a scaldare colli e piedi e tutto ciò che l’europeo poteva aver bisogno di scaldare con la loro pelliccia. Fino al giorno in cui, una ventina di anni fa, ci si è accorti che, oops-ma-tu-guarda, il koala era pressoché estinto.
Vorrei tanto che i telegiornali, riferendo degli 8000 esemplari carbonizzati tra dicembre e gennaio, ricordassero anche i 25 milioni sterminati dal colonialismo. La storia s’impara anche così.
E questo non sarebbe che un piccolo sanguinoso capitolo della storia sanguinosa dell’Australia. Gli aborigeni, li ho visti solamente sui manifesti, affissi a riprova che il paese sta facendo di tutto per trattarli equamente —prima si sterminano, poi si proteggono, esattamente come i koala.
Avrò visto si e no tre persone di colore in un mese. Probabilmente turisti.
Mai visto tanto bianco nemmeno in Italia.
Se ci piace il multietnico, no, l’Australia non fa per noi.

La mia permanenza a Newcastle non sarebbe stata la stessa se non avessi conosciuto Nora. Oltre a essere la zia di un vostro Fellow Movier — il Presidente 🙂 — è una talentuosissima artista ceramista. Una di quelle donne che vorresti invadessero il mondo a frotte, a flotte. Tina Modotti, Rossana Rossanda, Alice Guy-Blaché, per capirci.
Nora ha 87 anni. A 83, ha preso il dottorato con una tesi sull’infrazione del concetto di simmetria nella forma e nella dinamica della forma in ceramica. Una tesi che brilla per lucidità, leggibilità, genio.

Nora si è trasferita a Newcastle nei primi anni ’60. Quando l’Australia era davvero allo stato brado. “Non avrei potuto fare nulla di quello che ho fatto se fossi rimasta in Italia”, mi dice un giorno, nel salotto di casa sua.
Sono le parole che uso io quando parlo del mio trasferimento a New York. Il denominatore comune, lo vedete, è sempre quello. Cambiano i decenni, cambiano le destinazioni, ma la sostanza è la stessa. Le porte delle possibilità, e del sé, che si aprono quando emigri.

Ho passato ore a chiacchierare con lei, questa donna dall’eleganza innata e dal pensiero sottile. Della sua arte, del mio scrivere, dell’Italia, dell’Australia, dell’America. A 87 anni si può essere lucidissimi, sveglissimi. Con tanta voglia ancora di esplorare.
Se penso alla maggioranza degli 87enni italiani, vedo pantofole, nugoli di nipoti tutt’intorno, e la vita appesa al chiodo.
Nora mi ha insegnato che no, la vita non si appende mai al chiodo. Che è lunghissima. Che finisce quando finisce. Che la ricerca continua.

Se poi mi chiedete “com’è Sydney?”, vi guarderei con un’espressione un po’ perplessa.
C’è l’Opera House, va bene. E il ponte che tutti conosciamo per i fuochi d’artificio l’ultimo dell’anno, va bene. C’è Bondi Beach. Anche quella, bene. Però. È una città molto coloniale. O post-coloniale. O comunque, un luogo urbano in cui il colonialismo si respira forte e chiaro, molto più di qualsiasi fumo di qualsiasi incendio.
Il Queen Victoria Building, una specie di Harrods in pieno centro, è oggettivamente molto bello, ma altrettanto molto British, con davanti la stuatua della regina Vittoria, in tutta la sua anfibia stazza a presidiarla. C’è un Hyde Park che non ha nulla dell’Hyde Park londinese. C’è un grattacielo in via di costruzione, a Darling Harbour, che è il gemello omozigote del 30 St Mary Axe di Norman Foster, nella City di Londra.
Non ho ben capito se questo wannabe-ism sia voluto oppure inconscio. Se sia retaggio di un passato che il presente sta tentando di cambiare, oppure se sia un fenomeno inestirpabile di un paese che, tutt’oggi, si chiama Commonwealth of Australia, e che è, tutt’oggi, una monarchia parlamentare a cui fa capo, tutt’oggi, Queen Elizabeth II.

E in effetti un quartiere suggestivo è The Rocks, la parte “antica” della città, un conglomerato di grandi edifici e piccole casine che nell’800 ospitavano rispettivamente magazzini di stoccaggio della lana, e casa dei poveracci. Oggi, tutto è stato riconvertito in musei, gallerie d’arte, negozi di tendenza e villette da milioni di dollari.
Nelle parti più “indi” della città, come Oxford Street e Paddington, si respire un po’ di quello che si respira nell’East Village qui a New York. Ma in versione molto molto blanda.
Se mi chiedete qual è il mio posto preferito di Sydney, vi dirò per tutta la vita, i Royal (aridaje) Botanical Gardens.
Sono grandi più o meno come l’Umbria, e si trovano nel cuore della città, modalità Central Park. Ospitano una quantità inverosimile di piante e fiori. Un’Arcadia in centro città, una natura addomesticata, a portata di mano, che registra sempre il modello conquistato-conquistatore, ma che almeno vi permette di imparare i nomi delle piante, i tipi di fiori.

Se correte per i giardini, smarrendo la via, vi potrebbe capitare di ritrovarvi davanti all’Art Gallery of New South Wales, il museo d’arte di riferimento della città. Avevo una mezza idea di visitarlo, ma poi, passandoci per caso, mi sono accorta di una cosa.
Lungo il frontespizio, su in cima, sono incisi i nomi degli artisti classici che hanno fatto la storia dell’arte.
Mi fermo a leggerli, con quel senso di orgoglio tricolore che spunta fuori quando noto che la stragrande maggioranza dei nomi sono italiani.
Donatello, Tintoretto, Giotto, Botticelli, Cimabue, Correggio, Bellini… Michael Angelo.

Michael Angelo??
Ma chi? Il nipote australiano di Don Vito Corleone??    

Questo è il classico dilemma del rettificare vs preservare. Correggiamo lo strafalcione, consapevoli che l’errare human est, oppure manteniamo l’errore perché si tratta pur sempre di un palazzo antico, e quindi intoccabile?
Per rispetto all’ortografia, e ribellione contro il preservare diabolicum, non sono andata a visitare il museo.

Forse Sydney sarebbe stata diversa ai miei occhi se non abitassi a New York?
Ho avuto 22 ore di volo per chiedermi questa domanda. Non che le 22 ore mi abbiano dato una risposta definitiva. Ma è indubbio che abitare a New York alzi l’asticella delle aspettative di una metropoli. Ti permette anche dei paragoni pratici.
Il cinema, per esempio.
Un biglietto a New York costa in media 15 dollari. A Sydney 22 dollari. E sono andata in due cinema considerati “d’essai”, non in sale blockbuster, dove il prezzo sale.
Se poi volete vedervi un film sotto le stelle, cosa che si può fare benissimo —hanno eretto una piattaforma sul mare, nei Giardini Botanici, vista Opera House e skyline della città che mi ha fatto salivare per mezz’ora — se volete concedervi un film lì, preparatevi a sborsare 40 dollari. A New York, i film all’aperto sono gratis.

Ma certo se si va in Australia, non si va per le città. Si va per l’outback, per la NATURA, e lo scrivo così perché la sola N maiuscola non basta. Perché lei, lì, è onnipotente, schiacciante, e varia. In Australia trovate la barriera corallina più estesa del pianeta, le Alpi ricoperte di neve, la steppa, la giungla, il deserto. Forse anche la pampa (!). Insomma, è il paradiso del viaggio d’esplorazione. L’urbano è un accessorio, il tettuccio apribile in una berlina che monta tutto di serie.
Purtroppo io sono urbana, quindi, a un certo punto, sento il richiamo del calcestruzzo.

Quanto a Newcastle, è una grande ghost-town, un mistero. Molto pulita, in ordine, tranquilla, ma tremendamente spopolata. Mi hanno detto che il movimento che caratterizza le città australiane è molto diverso da quello che caratterizza le città europee o americane. Il centrocittà non è ambito. L’ambizione è andare ad abitare in periferia, nei quartieri residenziali in cui potete farvi il giardino con il vialetto.
Il centro di Newcastle è pressoché disabitato, la maggior parte dei negozi, sfitta. Quindi dopo un mese lì, ero molto curiosa di testare l’urbanità australiana con Sydney. Ma anche a Sydney, il movimento è lo stesso. Moltissimi abitano nelle periferie. Se avete i milioni, a Balmain, un quartiere a ovest del centrocittà che, once again, in passato era abitato dai proletari che non potevano permettersi di abitare in città, e che, da qualche anno a questa parte, è diventato il gota del posh, con ville i cui prezzi rasentano il Greenwich Village newyorkese.
Se sia nato prima lo stilista Pierre Balmain, o il quartiere, e/o se cia sia una correlazione, è un dubbio che ancora mi attanaglia.

Di un fatto che mi è capitato a Newcastle durante la mia permanenza, vi parlo nel prossimo Lez Muvi. Quindi, stay tuned.

A Sydney, sono stata al Verona Cinema a vedere “Little Women” di Greta Gerwig, e al Dendy Theater a vedere “Bombshell” di Jay Roach. Non vi parlerò di nessuno dei due. Io amo molto Greta Gerwig, e vado a vedere tutto ciò che ella tocca, ma questo “Piccole donne”, per quanto ben fatto e ben recitato, non mi pare nulla di speciale.
“Bombshell”, invece, lo consiglio, per una questione storica. Io mi ero appena trasferita in America quando lo scandalo delle molestie all’interno di Fox News scoppiò. All’epoca ero troppo ubriaca di New York per prestare attenzione alla vicenda. Ma oggi, mi è piaciuto vedermela spiegata sul grande schermo, pur filtrata dalla fictionalizzazione — il film è “ispirato a”.
Charlize Theron, non pare nemmeno lei, tanta è la malta make-up che le hanno spalmato in faccia. E lo stesso dicasi per la quantità di botox finita sottopelle a Nicole Kidman. Me se il trucco dal viso di Charlize, una volta tolto, ha riportato alla luce, lo splendore della dea sudafricana Charlize, il botox di Nicole continua a farla sembrare una bambola di celluloide.
Di Margot Robbie, non serve che aggiunga nulla se non, quando la bravura incontra Afrodite.

No, oggi vi parlo di un film che ho visto la sera stessa del mio rientro a New York. La voglia della mia sala al Lincoln Center era così forte da mettere in stand-by le 14 ore di fuso che dividono New York e Sydney — solo in stand-by: dopo una settimana, sto ancora smaltendo…
Sono stata a vedere “La vita invisibile di Eurídice Gusmão” di Karim Aïnouz, regista brasiliano che si è portato a casa da Cannes il premio “Un Certain Regard”.
Siamo a Rio de Janeiro nel 1950. Eurídice e Guida sono due sorelle inseparabili, con dei genitori molto vecchia scuola — tu, femmina, occhi bassi, tu, femmina, scostumata. Ma nonostante questa vita di clausura, o forse proprio per quella, entrambe bruciano di sogni: Eurídice vuole andare a studiare pianoforte al Conservatorio di Vienna, mentre Guida vuole l’amore: crede di averlo trovato nel bel marinaio greco che l’ha da poco sedotta. Tutte e due ardono di passione, ma in modo diverso. Quella di Guida è irrefrenabile e la porta a imbarcarsi con il bel marinaio alla volta della Grecia. Euridice rimane a casa, a piangere la sorella e a sognare il conservatorio.
Purtroppo il cliché del marinaio farfallone si dimostra essere tutt’altro che un cliché. Dopo qualche mese Guida torna a Rio, incinta. Potete immaginare la reazione del padre. Tu svergognata, non esisti più per questa famiglia, vattenn’.
Porta chiusa in faccia.

Nel frattempo Euridice obbedisce ai genitori e sposa Feliciano, un uomo goffo, emotivamente rozzo, che cerca di amarla, ma che proprio non ci riesce. Euridice continua a studiare per iscriversi al conservatorio, e nel frattempo ingaggia un investigatore privato per rintracciare l’amata sorella: non può accettare il fatto di non rivederla più.
E così la vita delle due sorelle scorre parallela, vicinissima e distante. Guida trova una nuova casa dalla prostituta Filomena, che diventerà una sorta di madre acquisita, a riprova che le famiglie d’elezione sbocciano sulle macerie delle famiglie di sangue, nei posti più impensati. Continuerà a inviare lettere alla sorella, lettere che la madre delle due non farà pervenire a Euridice. E quest’ultima continua a studiare pianoforte, ma a un certo punto, schiacciata da un ambiente famigliare costrittivo e retrogado, esplode, o implode, impazzisce. Nel momento massimo di autodistruzione, fa qualcosa che le impedirà per sempre di suonare.
La vita passa. Le due sorelle sempre vicine e sempre lontane. Finché la verità viene a galla. E forse non è troppo tardi.

Il regista è un maestro a dividere in due il film e raccontare il cammino parallelo di queste due donne, costrette a vivere i soprusi della società maschilista del Brasile degli anni ’50. Due anime sottili, appassionate, che finiscono nel tritacarne dell’omertà, del perbenismo, del valori piccolo borghesi. Non c’è, tuttavia, il pietismo, la lacrimosità, né il femminismo strillato. Tutto è mostrato così com’è, porto allo spettatore senza alcun tipo di confezione, abbruttimento, abbellimento. Tutto è realisticamente abominevole. Come le prima notte di nozze di Euridice. L’incubo di ogni donna che prende forma davanti ai tuoi occhi. E soprattutto, la meschinità, la piccolezza di un modo di pensare meschile che voleva la donna asservita, chiusa e rinchiusa. Un corpo ambulante senza cervello, senza voce, senza nulla che possa uscire da se stessa se non figli e manicaretti.

E Guida, Guida, tragica Guida! Che subisce l’onta dell’abbandono dal suo amore, la vergogna dell’esser ripudiata dal padre, e la beffa della sorte che tiene distanti due sorelle che abitano a una manciata di chilometri di distanza.
È una storia straziante, questa di Euridice e Guida, che parla alle donne in una lingua che ogni donna di ogni generazione può capire. Ma che parla anche in maniera straordinariamente efficace agli uomini. Che dice, “ecco, vedete? Non fatelo mai più, veh”, ma senza gridarlo, senza tirar fuori femminismi spaventa-maschi e #metoo spaventa-tutti.

Saranno state le 14 ore di fuso, oppure l’impatto emotivo, ma io, Sara Fruner, Board dal cuore cinematografico di ghiaccio ma solo in superficie, ho pianto come non piangevo da “Titanic” —dove si piange per rabbia, non per emozione, perché se Rose si faceva un po’ più in là, su quella porta-zattera, ci stava pure Jack, dai.
Quindi lo consiglio a tutti, non perdetelo!

Se volete dare uno sguardo all’Australia tra 2019 e 2020, qui trovate il FruAussie, che sembra un malanno del cavo orale, e invece no, è un album fotografico 🙂

E anche per stasera, dalla bifora di questo 2020 alla quale finalmente possiamo affarci, vi ringrazio tanto per l’attenzione, e vi porgo dei saluti ardentemente cinematografici.

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LET’S MOVIE 420 da NYC con un cine-potpourri degli ultimi 2 mesi

LET’S MOVIE 420 da NYC con un cine-potpourri degli ultimi 2 mesi

Ho avuto l’onore di vedere “The Irishman” al Belasco Theater, una sala storica sulla 44esima, a due passi da Times Square, una sala riaperta apposta per proiettare l’ennesimo capolavoro di Scorsese, il Martin che qui a New York è più che amato. E’ venerato come un nume. Tanto da far riaprire addirittura quel teatro molto 20s, metter su le tre ore e trenta di film e farle andare dal pomeriggio alla notte, dalla notte al pomeriggio, a circolo continuo. Il film in sé è ineccepibile, a mio parere, anche se è un po’ già visto. Ripropone tutti gli ingredienti che troviamo in “Good Fellas” e i mob-movies che hanno reso Scorsese, il nume Scorsese. Che ha pensato bene, questa volta, di chiamare all’appello divinità della recitazione come Bobby De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, facendoli ringiovanire e re-invecchiare attraverso qualche miracolo — o magari solo banali effetti speciali. Aggiungete a questo il “basato su una storia vera”, i milioni di dollari a disposizione, la mano sapiente di un genio del cinema, e be’, il risultato non può che essere garantito. Personalmente, amo Scorsese quando lascia la Mano Nera, perlustra altrove e se ne esce con capolavori del tipo “Re per una notte”, “Hugo Cabret”, “The Wolf of Wall Street” e “Silence”.

Ho visto anche un film che spero arrivi in Italia e che non piacerà alla maggior parte dei Moviers, ma che spero che qualcuno veda comunque. 🙂 “The Lighthouse” di Dave Eggers. La locandina dice molto di quello che vi attende. Bianco e nero, un faro in lontananza, gabbiani neri vorticanti nel cielo, i due attori, Robert Pattinson e Willem Dafoe (eccelsi), dallo sguardo alluccinato.
Perché vai a vedere un film così? Perché il cinema è anche cercare di scovare storie scomode, lontane, che apparentemente sono anni luce da noi, dal nostro vivere protetto, comodo.
New England del 1890. Thomas Wake ed Ephraim Winslow vengono ingaggiati per occuparsi della manutenzione di un faro. Una nave li scarica lì, su questo posto dimenticato da Domenedddio, sprofondato dalla nebbia e battuto dalla tempesta. Sono due tizi taciturni, tormentati e instabili, Tom e Ephraim.
Tom è un ex marinaio con una gamba zoppa — molto cliché — ed è l’ufficiale senior. Ephraim ha lasciato il suo lavoro di boscaiolo in Canada per questo nuovo incarico in mare. Fa tutta la manovalanza, Ephraim, tutti i lavori più umili. Tom lo tratta letteralmente da sguattero. Il rapporto fra i due comincia a discendere una strana, contradditoria china. Sembrano sempre sul punto di diventare amici e confidenti, ma finiscono per azzuffarsi tutte le volte. Questo è dovuto anche alla mancanza di acqua potabile e di provviste: la nave che doveva rifornirli non si fa viva. Tom ed Ephraim, allora, cominciano a bere alcol. E questo, determina l’ingresso in una dimensione etilica in cui visioni, presagi, ossessioni si mescolano e finiscono per portare i due alla follia.
In “The Lightohuouse” trovate Samuel T. Coleridge con la sua “Ballata del Vecchio Marinaio”, Melville con la sua dimensione di colpa e punizione, l’orrore luminoso di Edgar Allan Poe, il mito di Prometeo, sirene maledette ed echi gaelici. Non direi mai no a tutto questo… 😉

E poi “Marriage Story”, l’ultima fatica di Noah Baumbach, che finalmente l’ha piantata con le commedie piacione tipo “The Meyerowitz Stories” e si è concentrato sul corpo agonizzante di un amore e su come sia complesso e doloroso scrivere “divorzio” sul certificato di morte.
Adam Driver — entrato nella rosa dei miei attori preferiti — e Scarlet Johansson — che vincerebbe un meritatissimo Oscar — portano sullo schermo i coniugi Kramer e Kramer, trent’anni dopo Dustin Hoffman e Maryll Streep. Dialoghi spettacoloari, recitrazione teatrale. Grandissimo pathos.

Ho visto naturalmente “Parasite” il film che ha fatto parlare di sé tantissimo, non solo perché si è aggiudicato la Palma d’Oro a Cannes, ma anche perché è stato un successo di pubblico inaspettato — difficile che la Palma d’Oro porti in sala orde di spettatori. Il film di Bong Joon-ho ha lo straordinario pregio di raccontare una storia disgustosa, tingendola di humor nero. Una famiglia di parassiti sociali s’insinua nel menage agiato di una famiglia benestante e per un po’, se ne approfitta alla grande — mangiare a sbafo alle spalle dei ricchi, cosa può esserci di più gudurioso? Ma il divertimento finisce quando dall’interrato della villa riemergono parassiti dal passato…
Il film ha senz’altro tutti i numeri per piacere al pubblico: comicità sopra le righe, ironia dissacrante, horror dal chiaro sapore coreano e forte retrogusto gore, critica di un certo tipo di società. “Parasite”, a mio parere, regge bene fino più o meno a metà, poi s’incarta, s’inceppa, s’in-qualcosa, non so bene cosa, ma perde energia, quota, e mi perde come spettatrice. Ma certo è un must-see del 2019.

Un piccolo capolavoro di comicità che rientra nella categoria “facciamoci beffe di Hitler” è “Jojo Rabbit”, di Taika Waititi. Se nel 2014 avete visto “Er Ist Wieder Da” e vi era piaciuto, “Jojo Rabbit”, vi piacerà uguale, e forse di più. Il film è una commedia satirica che vede al centro della storia un adorabile ragazzino tedesco che ha un amico immaginario: Adolf Hitler, o meglio, una versione bizzarra e ridicolissima di.
Timido bambino di dieci anni, Jojo, soprannominato “Rabbit” dai compagni bulli, appartiene alla Gioventù hitleriana durante la Seconda guerra mondiale. Immaginate. Germania 1944. Il padre di Jojo combatte in Italia e lui è allevato dalla madre — una Scarlet Johansson sempre più brava. Jojo trascorre le sue giornate frequentando un campo per giovani nazisti. Con un amico immaginario come Hitler, è convinto di essere il numero uno dei nazisti: odia gli ebrei — nonostante non ne abbia mai visto uno — ed è fermamente convinto che sia giusto ucciderli.
La sua visione nazista del mondo cambia completamente quando scopre che sua madre nasconde in soffitta una ragazza ebrea. Da quel momento, Jojo deve fare i conti con il dubbio.
Era tanto che non assistevo a un film così mortalmente divertente, politicamente scorretto, emotivamente coinvolgente come “Jojo Rabbit”. Spero che esca presto in Italia, e che accompagni la tradizione di film che hanno cercato di raccontare il Nazismo, attraverso la satira, primo fra tutti “Unglorius Basterds”.

Infine, ieri sera, sono andata a vedere un altro picolo gioiello, “Little Joe” di Jessica Hausner — l’attrice protagonsita ha vinto la Palma d’Oro a Cannes come miglior attrice.
Alice fa la fitogenetista in un laboratorio di ricerca la Planthouse. Insieme al collega Chris, ha creato una pianta in grado di donare felicità agli esseri umani: il fiore, d’un rosso brillante, sprigiona un profumo che rende felici grazie a un ormone della maternità. Alice è molto fiera di questo suo esperimento, e lo battezza “Little Joe” in onore del figlio, il tredicenne Joe, e ne porta a casa un esemplare. Non vede l’ora che il fiore sia messo in vendita.
Dopo poco però iniziano a verificarsi strani avvenimenti nel laboratorio, e il figlio di Alice comincia a comportarsi in modo strano. Ma non solo lui. Tutti quelli che respirano il polline di quel bellissimo fiore rosso, diventano strani. Alice, l’unica a non averlo (ancora) annusato, comincia a dubitare della propria scoperta. E se Little Joe cambiasse davvero le personalità di chi lo annusa?

Prima di tutto il film è una festa per gli occhi, se avete particolare riguardo per i colori e la composizione scenica. Tutto quest’ordine cromatico e geometrico riflette l’idea di un mondo in cui l’uomo può controllare tutto, fare il bello e il cattivo tempo con la natura, modificare a piacimento geni, creare nuove specie senza preoccuparsi delle conseguenze. Ebbene, le cose non stanno proprio così, e “Little Joe” ce lo dimostra, ma senza esplosioni chimiche, invasioni aliene o proteste ambientaliste. Lo fa con il garbo dell’inquietante, proponendo un concetto nuovo e interessantissimo di fantascienza dell’intelletto più che del(l’ ultra) corpo.
Una superficie di tinte pastello, colori neutri, interni da Architectural Digest e laboratori asettici, per nascondere il marasma etico che l’esser umano in cui l’essere umano sta affogando…
Da non perdere.

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LET’S MOVIE 419 da NYC commenta “JOKER” di Todd Phillips

LET’S MOVIE 419 da NYC commenta “JOKER” di Todd Phillips

Sono stata a vedere “Joker” di Todd Phillips, e proprio non posso tacere. Soprattutto con i tanti articoli pubblicati che massacrano il film, in Italia e qui. La stessa giuria della Academy of Motion Pictures che valuta i papabili per gli Oscar, si è espressa in termini critici nei confronti del film. Così come il Guardian e il New York Times.
Siccome colloco “Joker” fra i dieci film che salverei degli ultimi dieci anni, non potevo proprio starmene zitta nel mio sabbatico.

“Joker” è quello che succede prima che Arthur Fleck diventi Joker. Prima che Bruce Wayne diventi Batman.
Nelle prime scene del film, Arthur, di professione clown ma con il sogno di sfondare come comico, viene bullizzato e malmenato per strada da un gruppo di teppisti. Già in questo attacco — fisico e figurato — è inscritto il senso del film e la direzione che finirà per prendere la vita di Arthur.
Nel corso del film, incontriamo altre storture. Le possiamo chiamare tranquillamente ingiustizie, angherie, soprusi. Ma storture rinvia alla deviazione che il cammino psichico di Arthur subisce, e che metaforicamente si registra nel suo corpo consunto. Nella sua spalla deforme.
Quindi, storture.

Arthur accudisce amorevolmente la madre Penny. Che però non è poi così amorevole nei suoi confronti — “per diventare comici bisogna saper far ridere, Arthur…”.
Gli ha nascosto molto della sua infanzia. Gli ha mentito. Lo ha esposto agli abusi dei tipi con cui finiva a letto.
L’infanzia di Arthur non è latte caldo e cartoni animati.

Arthur frequenta un centro di salute mentale pubblico, che gli fornisce le medicine di cui ha bisogno. A un certo punto, Gotham City decide di tagliare i fondi all’assistenza. Il centro chiude. Niente più supporto, niente più medicine.
Arthur ha anche un mito. Si chiama Murray Franklin, e fa il presentatore. Tipo David Letterman, o adesso, Stephen Colbert. Quegli anchorman comici tanto idolatrati qui in America. Murray si prende gioco pubblicamente di Arthur. Trova il modo di farne uno zimbello televisivo.
Arthur, che stupido non è, capisce il suo gioco, e troverà il modo di vendicarsi.

Lo sceneggiatore è stato molto capace nel costruire l’ambiente fuori dal quale spunta il Joker. Accompagnando passo passo lo spettatore in questa discesa nel baratro dell’abuso, è come se gli dicesse, guarda un po’? E lo spettatore non si meraviglia che da quel corpo scarno, consumato dalle miserie della vita, esca fuori il guitto matto e omicida del Joker.

Ciò che è interessantissimo di questo “Joker”, è come rifletta la dimensione sociale. Quando tre uomini sulla metropolitana rimangono uccisi per mano di un uomo travestito da pagliaccio, in una Gotham City sull’orlo della guerra civile, l’opinione pubblica comincia a inneggiare al Joker come a un loro eroe. Diventa il portavoce del malcontento sociale, il leader di sbandati e reietti. Ed è questo, il punto interessante che collega il film al momento storico che stiamo vivendo.
Il populismo non si manifesta perché il popolo è stupido. Si manifesta perché ne ha subite di tutti i colori e cova un sentimento di rivalsa che è lo stesso sentimento che porta Arthur a covare dentro di sé il Joker.
Non ho mai visto un film che parli, allegoricamente, in maniera così precisa, diretta e al contempo indiretta, della situazione sociale e politica attuale. L’avvento del trumpismo è scritto tutto lì, nero, anzi, rosso, verde e giallo, su bianco.

Per l’interpretazione di Joaquin Phoenix non c’è premio che possa bastare. Si è parlato molto della sua risata. Di quanto tempo abbia impiegato per trovarla, per crearla. Una risata che è un grido di dolore, un conato dalle viscere del malessere. E una disfuzione. Arthur è affetto da degli attacchi di riso che lo prendono all’improvviso e verso i quali non può nulla, se non lasciare che gli scuotano il petto e gli deformino la faccia in un ghigno diabolico. Fa un’infinita tenerezza quando mostra il cartellino con scritto “this is a condition” (questo è un disturbo), alle persone che assistono a quegli scoppi di riso inconsulto.
Si sta male, quando si sente quella risata. All’inizio sembra buffa, il pubblico ride con lui, ma poco a poco ti porta dritta dritta nel baratro di dolore e angherie che Arthur ha vissuto. E tu sei lì, intrappolato in quella che da sempre è considerata la massima espressione di gioia e allegria. Sei lì, in quella perversione, e non ne esci fin quando non smette. E la risata del Joker non smette mai. Perché mai smette il suo dolore.

Anche sulla fisicità Phoenix ha lavorato molto. Arthur è magrissimo, ha una specie di gobba sulla spalla —che lo avvicina molto a Quasimodo hugoiano, il deforme per eccellenza — ha il volto smunto, scavato, le costole in bella vista. La vita l’ha spogliato di tutto, l’ha ridotto pelle e ossa. Il costume che indossa e la maschera di trucco da Joker sono i panni che gli permettono una nuova identità, una riconoscibilità e una protezione. Se Arthur è stato mondato dal mondo, il Joker ha una corazza di colori che lo rendono intoccabile.

Mi sono molto piaciute anche le scene in cui Joker accenna a passi di danza. In strada, o in bagno pubblico. Come una farfalla del male che si libera dal suo guscio di grigiume e sboccia in tutta la sua colorita follia. Come se assurgesse, finalmente, alla libertà —per quanto perversa — e la esprimesse ballando.
Sappiamo che Phoenix ha improvvisato gli inserti danzati; non erano nella sceneggiatura.

Ci sono anche dei momenti indiscutibilmente tarantiniani nel film. La scena del nano nell’appartamento di Arthur, per esempio.
Arthur ha appena fatto qualcosa di estremamente pulpfiction a un suo ex collega clown — qualcosa che coinvolge un coltello, uno stipite, tanta emoglobina… E il nano, anche lui suo ex collega, davanti a tutto quello scempio, vuole tagliare la corda.
Vai, gli dice Arthur, graziandolo, indicandogli la porta. Ma la porta è chiusa con la catenella, e il nano, essendo nano, non arriva fin lassù. Quindi il Joker si scusa con lui, va e gli apre la porta.

La scena è di un’ilarità grottesca di rara perfezione. Il pubblico in sala è esploso in una risata isterica. Farsi beffe di un nano nell’era della correttezza politica esasperata in cui stiamo vivendo… Semplicemente geniale.
Il pubblico, visibilmente a disagio, non ha potuto non ridere. Di qui la punta isterica delle risate, che, per come la vedo io, celava qualcosa di liberatorio.

“Joker” è un film profondamente disturbante, necessariamente utile. Non mi stupisco che sia criticato da mezzo mondo della critica cinematografica. L’arte, come dico sempre, questo deve fare. Scuotere, disturbare. La narcosi dell’omologazione deve scontrarsi con l’acqua gelida dello sguardo diverso, che ci sveglia, e ci fa vedere le cose da un’altra prospettiva.
Le stolide, idiotiche misure di sicurezza adottate qui a New York dalla polizia in occasione della prima, mi hanno fatto venire il voltastomaco. Si è temuto che il film potesse “agitare gli animi” e spingere ad atti di emulazione. Significativamente, questi benpensanti dell’ordine pubblico fanno esattamente quello che viene fatto al Joker nel film. Considerano la gente un branco di dementi. Ma nessuno vorrà mai emulare il Joker. Nessuno vuole essere oggetto di abusi, scherno, bullismo. E’ proprio lì, la potenza del racconto: innesca il tuo sentimento empatico, e ti fa venire voglia di eliminare tutte le cause che portano alla creazione di ogni potenziale Joker. Per questo è un film che dovrebbe essere visto da tutti, soprattutto dai ragazzi. Ti insegna la civiltà, guardando nel pozzo della barbarie.
Cosa può fare di più un film?

Se poi andiamo a guardare il lato musicale e fotografico, non possiamo che levarci, ancora, tanto di cappello. La colonna sonora, studiata dalla compositrice islandese Hildur Guðnadóttir, che l’ha fatta ruotare tutta attorno al tema centrale “That’s Life”, pezzo iconico il cui ribaltamento ironico, quando la canticchia e la balla il Joker, la tinge di una tinta tutta oscura.

Se un difetto devo trovargli, forse, è nel dialogo finale tra il Joker e Murray. Avrebbe potuto essere più incisivo, più profondo, più sibillino anche — è il momento verso cui converge tutto il film. Invece suona scontato, quasi banale.
Ma questo è un dettaglio in un film che altrimenti è di rara deforme bellezza.

Let’s Movie
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