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LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

Finisco Fellows

in un appartamento a Bushwick, la zona di Brooklyn immediatamente sotto Williamsburg, più o meno a sud di Flatbush Avenue. Segmentizzare Brooklyn e definire i suoi quartieri è un compito al quale persino i geometri comunali di New York City hanno rinunciato. Ogni volta che chiedo a qualcuno dove comincia Bushwick e dove finisce Bed-Stuy, oppure qui è ancora Ridgewood o siamo a Greenepoint, ottengo solo risposte vaghe “mmm dunno exactly”.
Il profilo di Bushwick somiglia molto a quello di Bed-stuy —che di secondo nome, lo ricordo, fa “Do or die”. Mi dicono che le Bushwick Houses sono gemelle delle Marcy Houses di Bed-Stuy, quelle che chiamano “public housing projects”. Da quello che mi spiegano sono le nostre case ITEA, però con molto molto spaccio, fancazzismo, microcriminalità. Mi dicono anche che lì è nato Jay-Z. Cerco di mascherare la mia bocca spalancata con del campanilismo tutto made in Sugar Hill. “Are you sure? I thought he was born in Harlem”.
Sì, sì, mi assicurano. Right there.
Quando ascolti il rap di NYC, e poi ti ritrovi in quelle strade sputate da quelle voci, e vedi certi spettacoli, capisci quello che quei testi ti riversano addosso. L’altro giorno correvo nella parte assolutamente non turistica del Bronx, tra Plimpton e Jesup Avenue. Sono passata davanti a un tratto di strada da fegati preparati. Una fila di rifiuti, lattine, sporcizia, avanzi di cibo, pantofole del 1998, cuscini gonfi con chissà quanti incubi, cerchioni di automobili orfani di pneumatici, e scheletri di biciclette senza sella né ruote. Accanto a questa striscia di macerie del nostro millennio, o meglio, in mezzo a questa striscia, delle persone. Non so se definirle senzatetto. Magari un tetto lo hanno, e passano la giornata a guardare le macchine passare — come il train-spotting di Danny Boyle — e poi tornano sotto quel tetto, a guardare le pareti. Sono uomini e donne dai contorni indefiniti. Hanno visi serissimi e tetri. Può capitare che si aprano in un sorriso, vedendo una bianca correre per quella parte di NYC che certo non conosce corridori, tantomeno bianchi. Ma sopravvivono un metro sotto il livello di povertà che noi italiani abbiamo in mente quando prendiamo le misure della povertà. E se ne stanno lì, in mezzo alla spazzatura, senza fare nulla, senza dire nulla. Da quanto? Per quanto? In quanti? Sono tutte domande a cui non trovo risposta. Non so nemmeno a chi rivolgerle, per il momento.
Correndo per quel tratto sventurato di Plimpton Avenue, mentre in cielo si staglia un sole da 30 gradi, ripenso a una conversazione con Erik, un amico newyorkese, originario del Minnesota. Gli racconto di quanto NYC mi sorprenda, spesso, per il livello di degrado in certe sue zone. Specifico che l’Italia non è da meno, che abbiamo esempi raccapriccianti in fatto di incuria e rapporto “difficoltoso” con l’immondizia. Ma che stiamo imparando, piano piano piano, a differenziare, a riciclare. E a cominciare a fare quello che in Germania e nel Nord Europa fanno da trent’anni.
“Why is it so?”. Chiedo, rimarcando che siamo nella città che dovrebbe trainare tutti nel futuro, per lo strardinario patrimonio di etnie e nazionalità che la popolano, facendo di lei il modello vivente di convivenza possibile. New York patrimonio DI umanità, come amo dire.
Concordiamo insieme su una possibile ragione.
Rage.
Rabbia. Verso un sistema che non li considera, o peggio, che li considera feccia. E che non si pone il problema di prevenire il loro disagio, ma che lo ignora, fomentandolo. Se convertiamo in potenziale elettorale questi individui, che presentano livelli diversi di degrado — fisico, psichico, fisico-psichico — avremo, come per magia, gli elettori di Trump. Quelli che distruggono tutto ciò che sta loro intorno perché altri l’hanno costruito per loro: altri che li hanno sempre collocati ai margini. Spazzatura a bordo strada. Quindi è lì, paradossalmente, che sono destinati a stare, realizzando la profezia che si autoavvera. Rottami e macerie, organico e inorganico. Un unicuum senza distinzioni.
“America is a country of angry people”, dice, più a se stesso che a me, Erik.

Scendendo dalla metro sopraelevata di Myrtle Avenue, a Bushwick, non penso alla rabbia, che non trovo negli occhi delle persone che incontro. Ma guardando verso le Bushwick Houses, quei condomini dalle dimensioni disumane che hanno dato i natali al re del rap, non posso fare a meno d’immaginare gli anfratti, i sottoscala, gli appartamenti sgangherati, e quel cuore che pulsa incandescente.
L’orizzonte, là in fondo, è rosso rabbia.

Ma non posso portare tanta serietà in un party! Specie in un party così stereotipicamente alternativo che rido solo all’idea della fauna umana che incontrerò. E quando poi la incontro, ci rido sopra una seconda volta.
Patrick è un fotografo che, nella sua carriera ne ha fotografati di tutti e di più. Mick Jagger, Ray Charles, Kate Moss, Salman Rushdie e Viggo Mortensen, per dirne alcuni. E’ un tipo di poche e strampalate parole che fatico ad afferrare. Il suo studio è casa sua, o casa sua è il suo studio. Un grosso telo grigio copre tutt’una parete, e quello è il set. Macchine fotografiche, qualche riflettore, un divano di pelle nera, una cucina a vista molto sciatta, un soppalco che nasconde un letto, l’immancabile bici parcheggiata in corridoio e il caschetto accanto alle scarpe — previdente Patrick. Al terrazzo si può accedere da una finestra del salotto, oppure passando per il corridoio esterno all’appartamento. E il terrazzo è qualcosa che tutti sognano, a New York City. Quello di Patrick è incastonato fra altre brownstones, quindi non c’è panorama o vista o alcunché. Ma fa comunque scena. Mattoni in vista, barbecue, vicini permissivi che tollerano una musica strana, fra il tribale e l’indie, valla a definire se sei capace…
Ah sì, la fauna umana è tipicamente newyorkese. Due ragazze dietro il lavandino stanno tagliando dei peperoni e delle melanzane in un modo assolutamente bbq-unfriendly. Ma chi sono io per dire come tagliare cosa a chi.
Scordo i loro nomi nell’istante in cui li pronunciano, e lo stesso avverrà per tutti quelli che incontrerò, tranne due. Anka, immigrata dalla Russia con la famiglia a 13 anni e a NYC da trenta. Fa qualcosa nell’ambito della moda e della fotografia, ma non ho capito bene cosa.
Spero di ritrovarla, ha un modo di parlare pacato e dolce. C’è Europa in lei. Ma anche nuovo mondo, e la combinazione è molto gradevole.
L’altro di cui mi ricordo il nome è June.
“Like the month?”, diciamo in coro io e Anka, quando ce lo presentano.
Sì, come il mese. Biondo berlinese, secco come un nerd, gay che più gay non si può. Dice di occuparsi di PR, ma lascia tutto sul vago.
Ho capito che esistono due tipologie di newyorkesi. Quelli arrivati, che ti scandiscono a chiare lettere il loro lavoro e per chi lavorano, e se per caso non l’hai capito ti fanno pure lo spelling. E quelli che sono ancora per strada, e stanno cercando il modo di arrivare. La strada, meglio occultarla, per ora, in una nebbia indistinta. Tanto prima o poi arriverà il momento. Sure as hell.
Io e Anka ci avviciniamo a Liv, o forse Luke, per capire cosa diamine stia facendo. All’apparenza sta piantando due assi di legno alle estremità di un tavolo, per trasformarlo in una specie di U. Liv/Luke ci assesta un abbraccio di quelli hippie: molto fumo prima, molto nonsense dopo, sguardo volante e sorriso beato nel mezzo.
Anka chiede “Does Patrick know what you are doing?”.
Liv/Luke annuisce e se la ride.
Mentre Anka va ad accertarsi che Patrick sappia davvero cosa Liv/Luke stia facendo, io gironzolo tra la folla. So già che non rimarrò molto. I due bbq accesi stanno mandando esalazioni tossiche che in nessun modo uccideranno l’outfit da Annie Hall che indosso.

Quando dico che sono italiana, noto che una delle possibili reazioni dell’interlocutore medio newyorkese è quella di dimostrare quanta conoscenza dell’Italia possiede. E via che mi si sciorinano piccoli borghi della Toscana e specialità emiliano-romagnole e angoli dispersi della Sicilia… Io, che vanto un “gravemente insufficiente” in geografia e usi&costumi dell’Italia centro-meridionale, a volte lo faccio presente “Mai messo piede in Sicilia, shame on me” — e quel “shame on me” racchiude davvero tutta la mia vergogna.
A volte faccio la spavalda e indago per vedere fino a che punto si spinge tanta conoscenza del bel paese. Di solito l’interlocutore si arena cercando di ricordare il nome del borgo e della specialità. A volte invece ti trovo il batterista di una jazz band che canta le lodi degli Autogrill italiani, come quella sera a casa di Patrick. Mister X — potrebbe essersi chiamato Joe, ma non metterei la mano sul bbq — mi racconta che quando è in tour in Europa con la band, di solito si fanno tre-quattro tappe italiane e si fermano molto lungo le autostrade. “I love the autogrill!”, esclama, reggendo insalata di cavolo nero e torta di mirtilli tutti nello stesso piatto (l’orrore senza fine). Io naturalmente scoppio a ridere perché per noi italiani, il camogli all’autogrill ti ricorda gli 883 in rotta per casa di Dio (!!), oppure camionisti solitari che tentano di soffocare in un panino la tristezza della lontananza da casa.
Ecco, mi sono resa conto di non sopportare molto quelli che se la tirano perché conoscono il Mirto sardo oppure Santa Margherita Ligure. La gara a chi ce l’ha più lungo — l’elenco di cose-viste-mangiate in Italia, maliziosi! — non sortisce alcun effetto su di me. Ma del resto quella del showing-off turistico è una pratica universale che non riguarda solo i newyorkesi, ma tutti quelli che in un viaggio vedono il modo — assai piccino — di impressionare il prossimo.
Una newyorkese dai tratti asiatici che non avrà più di 35 anni, discorre con Anka.
“I try to work less now, to do what I really like to do. And to enjoy life, d’ you know what I mean? I’ve got a house in the Catskills. Now everyone has a house in the Catskills… You grow up, you know. You don’ wan’ to mess around with the party shit anymore. And it is so fuc*ing quite up there. I really need it. I need a break from the City. To enjoy life, d’ you know what I mean?”. Accanto a lei una splendida lesbica nera con la casacca dei New York Yankees annuisce. Ha i capelli rasati ai lati, una birra in mano, sneakers ai piedi.
Le Catskills sono le montagne appena fuori New York City. Un po’ come comprarsi una seconda casa sul Bondone, immagino.
Qualche settimana fa ho abilmente rifiutato un invito ad andarci, nelle Catskills.
Non è che chiedi a Mandela di visitare Robben Island dopo 27 anni di prigionia. Capitemi. Per il momento, le uniche vette che riesco ad affrontare, sono quelle del Chrysler e dell’Empire, che mi fanno da bussola in caso mi perda nella selva oscura di Gotham City.
Saluto il padrone di casa, che prima di andarmene mi illumina su cosa serviva la U che Liv/Luke stava costruendo. Liv/Luke ha aggiunto un’asse in cima, in modo da formare una specie di cubicolo. Ha sistemato uno spargi-fumo in fondo, creando così una specie di strano sfondo misty-hazy per foto. Patrick mi dice sit down there.
I sit down there.
Scatta una foto. Chissà che fine farà.
La 35enne asiatica mi abbraccia prima che me ne vada “It was so great meeting you”.
Non ci siamo nemmeno rivolte la parola.
It was great meeting you too, Lady Catskills. Enjoy the fuc*ing quiet.

Dunque, questa settimana, a rigor di NY Film Festival, dovrei parlarvi di qualche film che ho visto durante la kermesse. Tipo l’ultimo di Woody Allen, “Wonder Wheel”, girato nella mia amata Coney Island. Uscirà a dicembre nelle sale. Stavolta Woody raggiunge la sufficienza, e si discosta da certe pellicole di dubbio gusto degli utlimi anni. Diciamo che sembra una pièce teatrale che ribalta “Blue Jasmine”, ci butta dentro un po’ di “Match Point” e aggiunge la patina nostalgica di “Café Society” lucidata dalla mano di Vittorio Storaro, che dirige una fotografia al sapor di luci color miele e azzurro. Oppure dovrei raccontarvi di “Piazza Vittorio”, lo splendido documentario che Abel Ferrara — il figlio ribelle del cinema indipendente newyorkese trapiantato in Italia — ha girato nelle piazza romana. In un’ora di documentario ha riassunto la questione dell’immigrazione a livello locale e globale, l’identità italiana “messa a rischio” dai flussi migratori, l’istinto di apertura dell’animo italiano verso l’accoglienza ma la frustrazione di convivere con situazioni al limite della decenza.
Abel ha pure mandato a fancubo il Lincoln Center nel Q&A. E detto da dentro il Lincoln Center, be’, it is no peanuts.

Invece decido di parlarvi di “Loving Vincent”, di Dorota Kobiela e di Hugh Welchman, perché è il primo film d’animazione interamente dipinto a mano. Ci hanno lavorato 125 pittori ad olio —di gomito anche— che si sono messi letteralmente a dipingere il film, fotogramma per fotogramma, pennellata su pennellata. 62.450 inquadrature, 12 dipinti a olio per ogni secondo. 80 minuti di film. Fate voi i vostri conti e ditemi se l’olio non è anche di gomito.
I due registi hanno fatto prendere vita alle tele del pittore olandese, portando in scena i protagonisti di quei quadri. Dalla tela allo schermo, insomma. Se amate l’arte di Van Gogh, e la persona di Van Gogh, tanto quanto li amo io, “Loving Vincent” è assolutamente imperdibile: materializza davanti ai vostri occhi i ritratti di personaggi che vi sono familiarissimi. Il postino Roulin, il Dottor Gachet e la figlia, i contadini, l’Arlesiana. E poi ancora i corvi, gli iris, le case dalle imposte verdi sotto un cielo altrattanto verde, le caffettiere, le bottiglie, le notti stellate… E tranquilli, non è una sviolinata all’opera dell’artista e alla sua triste fine. “Loving Vincent” è costruito come un giallo, una detective story — non un biopic.
E’ ambientato nel 1891, un anno dopo la morte di Vincent. Ve lo ricordate Roulin, il postino? Ecco, Roulin incarica il figlio Armand di consegnare una lettera che il pittore scrisse al fratello Theo prima di morire. Armand, assai riluttante, si mette in viaggio, ma ben presto scopre che, nel corso di quell’anno, anche Theo è morto. Allora deve trovare un nuovo destinatario per questa lettera… E si mette sul cammino degli ultimi giorni di Vincent a Auvers, passando per Arles e Saint-Remy-de-Provence, incontrando tutti i personaggi che hanno popolato la vita — e le tele — del pittore. E qui comincia il giallo. Chi ci assicura che Vincent si sia tolto la vita? Dopotutto il foro del proiettile nel fianco è innaturale: chi si suicida puntandosi una pistola in area fegato? E come può un paziente essere dimesso da una clinica psichiatrica come “guarito” e, nel giro di poche settimane, ripiombare nella depressione e decidere di togliersi la vita? Che rapporto aveva il dottor Gachet con Vincent? E la figlia di Gachet?
Armand infila i panni del detective e ripercorre le ultime settimane di vita del pittore, e noi con lui. In posti, per altro, che mi sono personalmente molto cari. Il mio agosto 2016 è trascorso ad Arles, dove Vincent visse il suo penultimo anno di vita. E certo non potevo farmi mancare la visita al manicomio di Saint Paul de Mausole, a Saint-Remy-de-Provence, a un’oretta di distanza.
In “Loving Vincent”, troverete tutto. Soprattutto la lotta dell’artista contro i propri demoni, la furia della creatività, che lo colse a tarda età — 28 anni — e che lo portò a dipingere più di 800 tele in dieci anni scarsi. Troverete tutte le ultime 150 tele che dipinse nel cortile di lavanda e nei dintorni di grano del manicomio. Snocciolo cifre perché nei giorni arlesiani mi sono documentata in maniera febbrile su Vincent, e lui, Vincent, mi è stato accanto in una maniera quasi fisica. Quei colori feroci, spesso inconsueti — cieli verdi, campi blu. Il giallo che ferisce gli occhi, tanto è abbacinante, i cieli vorticanti che vorticano e inghiottono. Van Gogh cammina sul filo e dalla tenebra salva degli spettacoli inquietanti e incantevoli. Così è la bellezza, talvolta. Una donna splendida con addosso un manto nero.
Centrale anche lo sguardo degli altri su di lui, l’altro per antonomasia, zimbello e bersaglio di critiche, angherie di ogni sorta. Coloro i quali lamentano il bullismo, più o meno cyber, del mondo 2.0, mitizzando il passato, forse non ricordano la lunghissima lista di artisti presi di mira nel corso dei secoli dai benpensanti. Vincent era lo straniero matto. Dylan Thomas l’inglese ubriacone. Oscar Wild il debosciato perverso. Ed è stato un sollievo che i due registi abbiano accennato giusto en passant all’orecchio tagliato e al rapporto controverso di Vincent con Gaugain, ben consci che quella è la parte di bio-letteratura che riempie le bocche delle cronache ma che rivela solo in minima parte chi fosse veramente Van Gogh. Ancora oggi Vincent viene ancora additato come quello che si è tagliato l’orecchio e che faceva il diavolo a quattro con Gaugain. Sad but true.
Questo film è un modo per conoscere di più di lui, ma anche del rapporto con il fratello. Se non l’avete fatto, procuratevi la raccolta di lettere che si scambiarano. E’ un libro prezioso. E se c’è una cosa che mi manca dell’Italia, Moviers, ve lo confido, è la mia libreria. Perché quando ti trasferisci dall’altra parte dell’oceano puoi portarti tanto, ma non tutto. I tuoi libri, rimangono dalla parte sbagliata dell’oceano. E i libri che ti hanno formato sono la tua spina dorsale. Lasciandoli, lasci un po’ di te.
Anyway, reputatevi fortunati che non abbia sottomano la mia copia delle lettere, altrimenti vi seppellirei di citazioni. 🙂
Spero di avervi convinto ad andare nelle sale a vederlo. In Italia esce solo per tre giorni, oggi, domani e dopodomani.
Vi vorrei anche parlare di “Visages/Villages”, di Agnès Varda e JR, credo il documentario più bello degli ultimi anni, ma vedo che uscirà in Italia a maggio 2018 (!), quindi c’è tempo per pipponi.

In onore di Vincent, mon amour, ho aggiunto nel Frunyc II alcune fotografie che scattai lo scorso anno ad Arles e a Saint-Remy-de-Provence. So di fare la felicità degli amanti della Provenza 🙂

E anche per oggi è tutto, Moviers. Grazie della pazienza, della resilienza, della costanza, e saluti, (in)finitamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 342 from NYC – commenta “CALL ME BY YOUR NAME” di Luca Guadagnino

LET’S MOVIE 342 from NYC – commenta “CALL ME BY YOUR NAME” di Luca Guadagnino

Mascotte Moviers,

la mia di New York è indiscutibilmente il piccolo di faro rosso che spunta sotto il George Washington Bridge — lo trovate nel Frunyc II.
Un anno fa, appena arrivata, avevo cercato di avvicinarmi, forse lo ricorderete… Ricorderete il cop spuntato dal nulla, che mi ammoniva “You cannot take pictures!”, con quell’apertura al dialogo tipica dei cops. Io che infilavo il cellulare nella fondina, con l’espressione serafica “I didn’t know I was doing something wrong”, ma sapendo, diabolica, che lui era arrivato tardi e il mio cellulare conteneva l’incontenibile 😉
Ricorderete quanto mi aveva colpito, quel piccoletto rosso sotto il gigante tensostrutturale grigio che tiene unita Manhattan al New Jersey. Ebbene ora ne so un po’ di più, quindi mettetevi comodi e godetevi questa favola newyorkese, che comincia con “C’era una volta un ottobre a forma d’estate in cui gli Urban Park Rangers decisero di aprire la porticina del faro rosso agli abitanti del regno di New York” e che si conclude con il capitolo “The buddy and the bitch”.

Chiariamo un punto. I Rangers, per me, sono il lato amato della Legge. Niente abusi di potere, niente bullismi travestiti da “sto solo facendo il mio dovere”. Niente “you cannot take pictures here!”.
I Rangers vivono nei parchi e nelle zone verdi dei 5 boroughs di NY, hanno sempre il sorriso ma non nascondono nessun io represso da taxi driver sotto il cappello. Salvano i passeri caduti dal nido, si assicurano che gli scoiattoli non finiscano flambé nei falò degli homeless e insegnano alla popolazione della City che questo è un platano, quello un pioppo, mentre quello laggiù un bosso. Oltre a salvaguardare la natura in ambito urbano — cosa non da poco, data la tendenza della città verso l’abuso edilizio e l’uso massiccio di sostanze cementificanti — i Rangers organizzano una serie di eventi tale che la Forestale Italiana dovrebbe farsi un semestre di aggiornamento da loro per imparare come comunicare la natura.
Del resto siamo a NYC: organizzare eventi è un’abilità scritta nel dna di qualsiasi istituzione, Rangers inclusi. Tra questi eventi, l’apertura straordinaria, sabato 7 e domenica 15 ottobre, del faro rosso sotto il ponte George Washington.
Vengo a sapere di quest’occasione più unica — o duplice — che rara da TheSkint.com, il mio solito pusher di eventi free a cui devo tanta ma tanta gioia nel corso di quest’anno passato — sì, è quasi passato un anno, altri nove e posso considerarmi una newyorkese. Ora, siccome ho imparato che a New York la regola “non rimandare a domenica prossima l’evento a cui puoi partecipare oggi”, ho fatto slittare il Jewish Museum nell’Upper East Side alla settimana prossima, e ho mandato in cima alla priorità del sabato la visita al nanetto rosso.
E siccome i newyorkesi sono attivi e reattivi, l’ipotesi “ma chi vuoi che si presenti, a visitare un faro, un mezzogiorno di fuoco di un sabato d’ottobre con 28 gradi” non può sussistere. Pertanto arrivo sul posto alle 11:49 am, immaginando di fregare l’attività-reattività newyorkese, piazzandomi tra i primi arrivati. Ovviamente sbaglio. Ci sono già più di una trentina di persone in fila davanti a me.
Quindi aspetto il mio turno col terzo gruppo, chiedendomi se prima o poi succederà che io arrivi al primo posto di una fila newyorkese.
E mi rispondo.
No, non succederà.
Il Ranger che raccoglie i nostri nominativi — i Ranger fanno le cose per bene — s’intrattiene amabilmente con noi visitatori. Leggo sul distintivo il cognome. Sergent MASTRAIANNI. Peccato storpiare così la memoria di Marcello, ma ha un viso così buono, così disneyiano, che non è il caso di inserire l’ombra di una storpiatura nel suo universo fatato.
E attacco con tutta una serie di domande che avrebbero fatto fuggire Piero Angela & Son. E invece lui, il Sergente Mastraianni, risponde a tutte tuttissime le mie curiosità con il sorriso sulle labbra e un usignolo sulla spalla destra — no, be’ l’usignolo forse non c’era.
Mi spiega che il faro fu costruito nel 1880, e che stava a Sandy Hook, nel New Jersey, una penisola amena le cui spiagge distano una mezz’ora in ferry da South Manhattan. Viste che le acque del fiume Hudson, all’inizio del ‘900 si fecero sempre più trafficate, fu deciso, nel 1921, di spostare il faro all’altezza della 181esima strada, il punto in cui le sponde di Manhattan e del Jersey sono più vicine. Serviva più lì che a Sandy Hook nel Jersey.
Poi però nel ’42, eccoti spuntare il colosso del George Washington Bridge esattamente sopra il nanetto rosso. Con tutta l’illuminazione del ponte, il faretto perse la sua ragion d’essere e la Guardia Costiera ne decise la demolizione. Anzi, la fusione — e per una volta Lucky Luciano e la sua passione per l’acido, non c’entrano.
A questo punto la narrazione del Sergente s’interrompe. E’ arrivato il turno del mio gruppo, e veniamo passati in consegna al Ranger Baisley, che ripete quanto sopra e aggiunge dei dettagli che faranno conquistare al racconto la dimensione del favoloso — come promessovi.
Il Sergente Bailey, oltre a passarci la chiave del faro — una chiave gigante che lascio a malincuore alla bambina dopo di me, non prima di averla fotografata — ci passa anche una copia di un libro per bambini, “The Little Red Lighthouse” che lo scrittore Hildegarde Swift scrisse per raccontare la storia del piccoletto rosso. Pubblicato nel 1942, il libro ebbe talmente tanto successo da diventare un bestseller in tutta l’infanzia del paese. Nel 1948 quando la sentenza di morte che spettava al faro fu resa pubblica, si creò un tamtam di protesta tra i bambini di tutti gli Stati Uniti che avevano letto e amato il libro. Ma cosa potevano fare dei bambini? Be’, organizzare collette e scrivere petizioni su carta quadrettata. E per una volta tutto questo funzionò. La Guardia Costiera, che possedeva il faro e che aveva condannato il piccoletto alle fiamme della fonderia, intenerita dalla reazione appassionata dei bambini, decise di donare il faro alla Città di New York, consentendogli di vigilare, di rosso vestito, sulle acque dell’Hudson, happily ever after.
Ogni ottobre, decenni dopo questo dono, si celebra il “Little Red Lighthouse Festival” ai piedi del George Washington Bridge, con visite al faro, musica live, lezioni di pesca, lettura di “The Little Red Lighthouse” e tante attività lungofluviali per le famiglie.
Saliamo la micro scala a chiocciola all’interno del faro, ci imbattiamo nella lampada del faro, e usciamo sul pianerottolo che cinge la somma del faro. E da lassù Moviers, what a view!
Laggiù c’è downtown, con i suoi Chrystler ed Empire, con le sue Freedom Tower e Seagram Building. E sopra di voi, la strada ferrata del George Washington che permette a milioni e milioni di pendolari di pendolare tra l’isola di Manhattan e la terraferma. E alla vostra destra c’è il Jersey, con quei grattacieli che, per quanto cielo possano grattare, non saranno mai sui 3.7 km quadrati più ambiti del mondo, e li guarderanno di là dall’Hudson con l’amarezza dell’I-wish-I-were-there che possiamo immaginare. E a destra avete il quartiere di Washington Heights, appena sopra Harlem, e giù di sotto l’Hudson, il fiume con le velleità d’un mare — e i numeri per diventarlo. E se non fosse per quelle acque marroni, e quei mostri fluviali che si celano fra le sue onde chimiche, farebbe venire voglia di nuotarci dentro e raggiungere la sponda opposta.
A parte il panorama realmente stunning, e l’indubbia bellezza di quest’oggetto rosso tra le acque marroni e sotto uno stradone grigio, quello che affascina del Jeffrey Hook’s Lighthouse è lo scampato pericolo. E’ un sopravvissuto, il nanerottolo. Ed è sopravvissuto perché qualcuno ha raccontato la sua storia. E quella storia è stata letta e riletta e conosciuta. E salvata.
Il potere della parola.
Forse gli americani saranno semplicioni in tante cose. Ma hanno un modo tutto loro di relazionarsi con la memoria recente che a noi europei, francamente, sfugge. Le nostre commemorazioni tendono a essere o ufficiali o religiose o molto nazionali. Monumenti, processioni, santi e militi.
Noi non festeggiamo il salvataggio di un faretto rosso grazie a uno scrittore che ne ha scritto la storia. Però nemmeno rinneghiamo ciò che la storia ha lasciato sul nostro percorso demolendo il nostro patrimonio storico-artistico — avrete sentito delle critiche, francamente discutibili, che ci piovono addosso dal New York Times.
Quindi USA-Italia, uno pari palla al centro.
Certo è che forse la nostra storia è troppo mastodontica per occuparsi anche di questi piccoli episodi, che tuttavia sono grandi occasioni di aggregazione civica.

Mentre me ne stavo in cima al faro, chiedendomi tutto ciò, rimirando il paesaggio, ho notato che di sotto, il prato lungo l’Hudson si stava popolando di famiglie, bambini, coppiette, di tutte le forme e colori.
Oltre a rallegrarmi di aver scampato una fila che, a quel punto, raggiungeva lunghezze inaffrontabili per la mia insofferenza, mi sono detta che la comunità si costruisce anche così. Soprattutto così.

Scesa dal nanetto miracolato, ancora incredula per essergli entrata in petto, saluto il Sergente Mastraianni e prometto che frequenterò gli eventi organizzati dai Rangers. Ecco, magari non le hikes sul Mount Moses, ma sicuramente le serate “Astronomy”, che promettono le fasi lunari sabato 14 ottobre e “Conjunction of Venus and Jupiter”, l’11 novembre. Mi guardo bene dal ridere davanti al programma “Outdoor Kills”, in cui si insegnano a bambini e famiglie tips&tricks per: accensione fuoco, preparazione dello zaino, organizzazione provviste, orientamento&bussola, abilità di sopravvivenza.
Se sento nominare orientamento e sopravvivenza a New York City, penso immediatamente a come imbroccare una buona volta l’uscita giusta dalla metro a Union Square. O a come pagare gli affitti stratosferici di questa città. Ma certo un giorno magari i piccoli newyorkesi potranno avere bisogno di accendere un fuoco — e non in un bidone, speriamo — oppure di ritrovare la via perduta —e non dall’analista, speriamo.

Risalgo in bici per tornare a casa. La fortuna di vivere a Sugar Hill è vivere a un miglio scarso dal faretto rosso. 🙂 Nel frattempo hanno transennato la parte di ciclabile che serve al Festival. La mia abitudine di pedalare sempre e ovunque, mi fa commettere una delle infrazioni più riprovevoli della storia del codice stradale delle ciclabili americane: pedalare su un tratto reso pedonabile.
E dopo aver pedalato non più di due metri — non esagero — vengo fermata immediatamente da una coppia di Rangers, the buddy and the bitch. Stavolta non sono il braccio amato della Legge. Sono quello aRmato.
Sentite lei come mi si rivolge.
“Is there any reason why you are biking in this area?”
“Is there any reason why?” ripeto nella mia mente, compiacendomi di quanta ostilità possa nascondersi dietro a un “is there any reason why?”.
Io dico che ho pedalato esattamente per quel tratto quando sono arrivata, un’ora prima.
“Which way did you come from?”. Terzograda lei.
Le indico da dove sono arrivata.
“She must have arrived when the place was still accessible to bikes”. Traduce il buddy, come se non avessi appena detto la stessa cosa.
“Don’t you see there is an event going on, people walking by? You must dismount your bike”.
Quando dal “supposed to” si passa al “must” hai capito già che ore sono.
Io penso che a questo punto lei voglia tirar fuori le manette e portarmi in prigione, laggiù, oltre il saloon.
Mi piacerebbe dirle, senti bella — non “bitch” perché sono una signora — guarda che non sono una che si getta tra la folla con un tir a due ruote, sono una che potrebbe sostenere una lectio magistralis sul Jeffrey’s Hook Lighthouse dopo lo spiegone del Sergente Baisley. E per inciso, io e il Sergente Mastraianni siamo pappa e ciccia, e non solo perché condividiamo un bagaglio di italianità che ci porta a sviluppare una naturale avversione verso certe regole discutibili del codice stradale delle ciclabili americane in vigore durante certi eventi pubblici, ma anche perché siamo fun people. You get it? FUN people!
Ma noto da me medesima la debolezza della mia tesi, e faccio la cittadina modello.
“Not a problem, I’ll walk my bike”.
Scendo dalla bici e la spingo per quei 4 metri — non esagero — che mancano alla transenna oltre la quale alla mia bici è consentito spargere morte e terrore tra la folla.
E mi chiedo. La mia insofferenza nei confronti delle regole stupidine americane e del modo prepotente che hanno di fartele notare e rispettare, sarà prima o poi rimpiazzata da una qualche forma di accettazione? Il giving-in avrà la meglio sul mio standing-up, un giorno?
Conosco già la risposta. E anche voi.

Quanto a cine, si è conclusa la prima settimana del NY Film Festival. I film visti sono tanti, i talk sentiti pure. Ho vissuto una settimana dipinta al Lincoln Center, tra i suoi tre Theater, contro tre Theater — tongue-twister 🙂 — del Lincoln Center.
No, non è un brutto vivere 🙂 E mi attende un’altra settimana simile.

Tra tutti i film devo parlarvi di “Call Me By Your Name” di Luca Guadagnino. E questo perché avrete occasione di vederlo nelle sale italiane il 24 novembre, quindi una preview potrebbe esservi cosa gradita.
1983, Crema. Villa da Giardino dei Finzi-Contini. Alta borghesia ebraica internazionale: padre americano professore classicista, madre franco-italiana sensibile e acculturata, Elio, il figlio diciassettenne, gran lettore, piccolo genio del pianoforte e della chitarra, poliglotta. Ecco che arriva Oliver, ventiquattrenne, figo, americano, figo — l’ho già detto? — visiting PhD student che deve lavorare con il padre di Emilio per sei settimane.
Il film racconta il desiderio che monta e monta fra Elio e Oliver e sfocia nel primo vero amore — sicuramente per Elio, ma anche per Oliver: la tegola dell’amore che si vede arrivare in testa è bella grossa.
“Call Me By Your Name” è tratto dall’omonimo romanzo di Andres Aciman, ed è stato co-sceneggiato da James Ivory. Se avete visto “Camera con vista”, oppure altri film di Ivory, riconoscerete la sua mano, a cui piace indugiare sull’estate non tanto come stagione metereologica, ma esistenziale, e mai come in questo film, in cui le sei settimane di soggiorno di Oliver presso la villa dei Perlman coincidono con la formazione/educazione sentimentale di Elio, che prende coscienza del proprio corpo e della propria omosessualità. Un coming-of-age, come si dice in inglese il Bildungsroman. Una crescita, che tuttavia, in questo caso non riguarda solo Elio, ma anche lo stesso Oliver, che non immagina minimamente, all’inizio, di potersi invaghire di un ragazzino di diciassette anni.

E’ un film che sprizza languore da tutti i pori. I lunghi pomeriggi assolati a bordo piscina, i pranzi domenicali all’ombra di grande albero, i giochi con gli amici, i bagni al fiume, chi arriva prima a quel muro — suggerisce Baglioni. Quel particolare e irripetibile senso di mollezza che si vive solo nelle estati adolescenziali, quando tutto sembra immobile, e il silenzio è interrotto solo dalle cicale, dall’acqua di una fontana. E dallo scricchiolio delle tue ossa che cercano la loro via verso l’età adulta. Con il languore, naturalmente, arriva il desiderio.
Non si vede nulla, nel film, di trivialmente sessuale. Pochissima pelle, nulla di scandaloso. Ma Guadagnino è abile a catturare tutto quello che sta intorno, e a immortalare sguardi, silenzi, mani che si sfiorano, piedi che si sovrappongono e stillano più eros di qualsiasi amplesso. Certo la scena della pesca passerà alla storia per la sensualità che evoca molto esplicitamente… E mi saprete dire cosa ne pensate.
E’ come se la villa pulsasse, rossa, bollente.
Ma non c’è solo quello. C’è un bellissimo — ancorché poco realistico purtroppo — monologo finale del padre al figlio. Una dichiarazione di rispetto nei confronti di ogni forma di amore, di comprensione totale verso l’orientamento sessuale del figlio, e di incoraggiamento a vivere fino in fondo quello che ha vissuto, e a considerare l’amicizia con Oliver qualcosa di speciale e unico.
Dico poco realistico perché sentiamo molto spesso storie di adolescenti che si uccidono — e questa, purtroppo, non è un’iperbole — piuttosto che rivelare ai genitori la propria “diversità”, o di genitori che, con la loro freddezza/violenza fisica o anche solo verbale, li spingono via. Ecco, il padre di Emilio è tutto ciò che un padre dovrebbe essere. E così la madre: discreta, comprensiva, perdutamente innamorata del figlio, ma libera dalla morbosità delle madri italiane.
Nella conferenza stampa Guadagnino ha detto che con questo film — l’idillio — ha completato la sua trilogia, cominciata con “Io sono l’amore” — la tragedia — e “A Bigger Splash” — la farsa.
Che “Call me by your name” sia un idillio, è evidente. Tutto si compie nell’universo chiuso e protetto della villa. Non c’è relazione con il mondo fuori, con la discriminazione, i problemi a cui sono sottoposti gay, lesbiche, trans e LGBT nella società. Quindi se cercate quello, la dimensione politica e sociale della diversità di genere, non la troverete. Troverete, invece, la versione homo dell’inarrivabile “Vita di Adèle” di Keschich, in cui due ragazze trovavano l’amore l’una nell’altra, e il dolore, l’infinito dolore quando la storia finisce.
E anche in “Call Me By Your Name”, c’è, il dolore. Perché l’estate è tragica di per sé nella sua finitezza. Agosto è un felice ozioso dai giorni contati. E infatti arriva il momento in cui Oliver deve tornare in America. E credo che la scena più toccante, per me, quella in cui senti il cuore pulsarti in gola e ricacci indietro a forza le lacrime, sia dopo i titoli di coda. Rimanete in sala fino alla fine fine, e non fate come me: lasciate correre le lacrime! Oscar alla miglior interpretazione a Elio, Timothée Chalamet, in una prova da attore navigato dentro un corpo diciassettenne.
Per me — e per chi come me si porta un po’ di Lago di Garda nelle vene — sarà piacevole assistere al ritrovamento di una statua classica, da parte del padre e di Oliver, proprio nelle acque del lago, vicino a Sirmione. Quella scena, con la statua che riemerge dai flutti, ammirata da padre, figlio e amante del figlio, quello stupore estatico che colpisce l’uomo davanti al bello e all’inaspettato — come ritrovare una statua — unisce i tre in un rapporto di complicità che nessun rito maschio alfa potrebbe mai eguagliare. Credo che quello sia un punto centrale del film, che rimarca la dimensione idilliaca auspicando che le cose possano essere così, un giorno. E che un padre e un figlio possano condividere un istante di bellezza, anziché uno strip in un club o una partita di calcetto.
E infatti Guadagnino ha tenuto a dire che questo, per lui, è un film sulla famiglia, e sulla transizione di valori da una generazione all’altra. Quindi, Moviers, non fermatevi solo alla pesca, okay? 🙂
Mi piacerebbe raccontarvi di Noah Baumbach, di Greta Gerwig e di Leon Vitali… Ma come si fa, avete una vita voialtri, oltre a Lez Muvi, se non erro! Quindi ne scriverò in un articolo per La Voce di New York, e vi manderò il link.
Mentre subito vi ri-fornisco quello al Frunyc II, con il reportage sul nanerottolo rosso, sooo cute.
E anche per oggi è tutto. Infinite grazie, sempre, per l’attenzione e saluti, adorabilmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 341 from NYC – commenta LUCKY di John Carroll Lynch

LET’S MOVIE 341 from NYC – commenta LUCKY di John Carroll Lynch

Marriage Moviers,

No tranquilli, non il mio. Quello di Mary.
La vedo al PS1, la versione del MoMA nel Queens, a Long Island City, che non deve essere confusa con Long Island.
Perché Long Island senza City è quel foulard che svolazza al collo di New York, verso destra, se guardate una Googlemap dall’alto. Long Island è dove il Grande Gatsby teneva casa, e dava quelle feste strepitose raccontate nel suo libro e messe in scena nel film di Bass Luhrman. Se poi superate Long Island, finite negli Hamptons, che sicuramente avrete sentito nominare in quelle commedie brillanti/rosa/posh in cui donne belle, intelligenti, in genere di mezza età e in simbiosi con il loro analista, si trasferiscono nella casa delle vacanze per ritrovare se stesse. Di solito, non si sa bene come, trovano anche un uomo — fascinosissimo, ma introverso, oppure fascinosissimo ma reduce da un dolore indicibile, oppure fascinosissimo e basta — e ritornano felici e contente a New York City, col fascinosissimo al loro fianco. Tutto questo sempre nei film, e la finzione non è mai come la realtà, e mai come nel caso degli Hamptons, che il destino ha voluto farmi visitare un paio di settimane fa.
Certo se siete il tipo che va via di testa per le ville Costazzurra e, negli anni, avete accumulato pagine e pagine di story-telling dal titolo “Me and the Hamptons”, con voi per protagonisti, e una villa all-comfort come inseparabile compagna, la Bentley nel vialetto, la sala da pranzo con il caminetto ed eleganti ospiti selezionatissimi, la colazione servita in veranda, fra nuvole di cuscini color corda e in tutte le tonalità di azzurro, la spiaggia privata, i teli mare spessi quattro dita, e tante tantissime candele bianche a tutte le ore del giorno e della notte, allora il posto, sì, vi farebbe andar via di testa, e decidereste di staccare un assegno da 2 milioni fino a 19 milioni di dollari per acquistare quella villa. I prezzi sono affidabili: mi sono procurata un catalogo e ho constatato che quello è il range: da 2 milioni, e vi portate via una casina modesta con tre camere da letto e due miseri bagni, fino a 19 milioni e 999 mila dollari, e lì andiamo su 8-10 stanze da letto e 6-7 bagni, piscina, vialetto (Bentley esclusa) e, se siete fortunati, anche un design che oscilla tra il Padiglione di Barcellona di Mies Van der Rohe e le case presidenziali stile John-Kennedy-goes-to-Martha’s Vineyard che sono certa abbiate ben presente.
Se foste invaghiti degli Hamptons, probabilmente godreste il mare — obbiettivamente un gran bel mare, focoso ma pulitissimo, e caldo, le spiagge larghe ma non losangeline, gli steccati di legno che delimitano la sabbia — e probabilmente non fareste caso che non c’è un centro città, che se volete andarvi a fare un cinemino, dovete rimontare sulla 27, la Sunrise Highway, farvela tutta a ritroso fin quando non vi ritroverete con la skyline di Manhattan in lontananza e le centinaia di sale cinematografiche che ospita — dio l’abbia in gloria. Non notereste nemmeno che dopo un po’ uno può anche stufarsi di Bentley e vialetti, così come uno si stufa in fretta di Beverly Hills e Bel Air.
Molto meglio, forse, pensare a come doveva essere il posto negli anni di Gatsby, dei Vanderbilt, degli Astor, dei Rockfeller e dei Guggenheim. Pensare alle macchine sans capote che nelle estati ruggenti sfrecciavano sulla 27 solo per farsi una notte folle di jazz, booze and sex, per poi tornare al lunedì della City.
Tutto questo per dirvi di non confondere Long Island con Long Island City, l’estremità del Queens che si affaccia, nell’ordine, sull’East River, Roosevelt Island e l’East Side di Manhattan. Il PS1 è proprio lì, e anche la casa di Mary, che da febbraio condivide con Ahmed.
Non sta più nella pelle, e le scappa fuori già nella mail.
“My big news is that I’m engaged!!”.
Mary è una donna discreta, riservata, che parla sottovoce e abbassa gli occhi quando sorride. Davvero sweet. A volte mi chiedo come possa sopportare stare accanto alla mia voce sempre troppo alta, le mie braccia mulinanti, e la mia risata taurina.
Del resto è Mary. Porterà nel nome la pazienza mariana.
“I’m engaged!!”. Quanta gioia dentro due punti esclamativi, che tuttavia, da newyorkese no-drama, ridimensiona subito con un “Never thought that would happen ;)”.
Sono contenta per lei, e decido di alimentare la mongolfiera su cui sta volando con tutto l’entusiasmo di cui sono capace. I sogni vanno sempre fatti volare. Ho imparato a guardare con sospetto quelli che vanno in giro con lo spillo in mano, pronti a far saltare i sogni altrui. Molto spesso non ne hanno di propri — sciagura delle sciagure — o se li hanno, hanno rinunciato a perseguirli. Quindi diffido.
E metto da parte i dubbi filosofici che mi colgono quando penso all’istituzione matrimonio.
L’amore non dovrebbe avere bisogno di istituzioni. Quando ci sono di mezzo le istituzioni, si sa come va a finire, no? Si regolamenta, si ordina, si disciplina. E tutto questo scartoffiare, cos’ha propriamente a che fare con l’amore? Certo, poi ci sono le convenzioni sociali, i riti che fanno di noi i membri che si riconoscono in una comunità che condivide determinate usanze. Ma vedete, piuttosto che formarmi sul Diritto Civile/Canonico che legifera in materia di matrimonio, ho preferito votarmi a quello Sentimentale scritto da quei sommi legislatori degli U2, che cantavano “Love is a temple. Love the higher law”.
Amen.
Ma sto andando fuori tema.
Una volta guadagnata l’entrata del PS1, sbrigato il più e il meno della conversazione che in inglese si dice “small talk”, ecco che Mary lo sfodera. E anche qui, come nei film, in cui la futura sposa non aspetta altro che sfoggiare l’anello di fidanzamento.
“It’s a lab diamond”, m’informa, raggiante.
Lab diamond. Lab diamond. Lab diamond. Mmm. Mi manca — questo corrisponde al parsing del mio cervello.
“Lab diamond?”, chiedo io, ferma ai De Beers.
E Mary, che mai potrebbe indossare un De Beers per via del sangue che ne macchia la tratta — e mi fa sentire una criminale perché io non ho pensato al lato blood dei diamonds, nonostante il film con Di Caprio  — mi spiega che la novità degli ultimi tempi, è quella della produzione dei diamanti in laboratorio.
In vitro, se vi piace la terminologia uterina.
“But how?”, chiedo sempre io, sempre ancorata all’idea delle miniere di diamanti.
Mary mi spiega che ora i diamanti vengono fatti crescere in laboratorio. Come le piante in serra.
In questo modo il brillante non è collegato a traffici illeciti, sfruttamento dei lavoratori, mercato nero, ecc. In più i lab diamonds costano molto meno rispetto a quelli in miniera, e possono anche essere più brillanti.
“I’ll send you a link… It’s sooo interesting”.
E mantiene la promessa — Mary è anche ligissima. Mi manda il link, che vi giro qui.
In breve funziona così. I gemmologi mettono un seme di diamante in una diamantiera — ok, “diamantiera” l’ho inventato io — cioè in una “vacuum chamber”, in cui viene poi nutrito con dei gas, specie il carbonio, che si depositano sul seme, e lo fanno crescere, piano piano, trasformandolo in un diamante. Come quando a 7 anni mettevi un fagiolo su un letto di cotone imbevuto d’acqua e aspettavi che diventasse Raperonzolo.
L’articolo dice che oggi come oggi è molto difficile distinguere un diamante vero da uno di laboratorio e che una delle sfide del futuro sarà proprio quella di trovare il modo per differenziare i diamanti veri dai “fake but real”.
Per quanto interessante possa essere la bagarre fra diamante extrauterino e diamante del Klondyke, non mi interessa molto. Ciò che mi lascia piena di interrogativi riguarda la foga di Mary nel dirmi del fidanzamento, e in quanto le faccia ancora strano chiamare Ahmed “fiancé”.
Qui funziona così. Prima del brillocchio lo chiami “boy-friend”. Dopo il brillocchio, “fiancé”.
“It feels weird, calling him ‘fiancé’”, mi confessa Mary, così sottovoce che devo ricorrere all’immaginazione per capire.
Possono una manciata più o meno consistente di carati incidere sul linguaggio? Evidentemente sì.

Avevo già avuto sentore che il brillante al dito fosse una conquista per tante newyorkesi. Ma non avevo mai avuto la prova diretta che lo fosse. Gli occhi di Mary che brillano riflettendo il suo brillante di laboratorio, mi confermano le voci.
Anche Pi, un’altra amica, italiana e qui da un decennio, mi conferma che le newyorkesi sono fissate su questo punto e tengono in modo particolare a farti sapere marca e numero di carati.
“He got me a Tiffany, 2 C”.
Allora faccio il punto. Cazzute, indipendenti, tough. Con la tabella dei carati stampata in testa.
What for? Mi chiedo? C’è bisogno di quello? Abbiamo ancora bisogno di quello? L’anello di fidanzamento e la proposta? Fiancé al posto di boy-friend? First lady negli Hamptons?
Mah, forse vogliamo essere semplicemente la first, non la second, mi viene da dire.
O forse tante donne vivono ancora il sogno del principe con il De Beers/lab diamond in tasca.
E certo non sarò io a sgonfiare i loro sogni. Ma mi piacerebbe che si insegnassero alle bambine che esistono anche altri sogni, oltre a quello dell’anulare a sei zeri.
Non che la sottoscritta disdegni i diamanti in sé —portare un bracciale di diamanti credo equivalga, idealmente, all’avere una Grace Kelly intorno al polso — ma il punto è un altro. E credo l’abbiate capito.
Quando le chiedo dove si sono conosciuti, Mary mi fa una confessione, la voce ridotta a un filo.
“I met him online… Cupid.com”.
A parte il nome del sito, non trovo nulla di male a conoscere qualcuno online, specie se abiti in un maso chiuso della Val Brembana e non hai molte occasioni di vita sociale. Ma a NYC? 8 milioni e più di persone? Cupid.com?
Considerando che un buon 3 milioni sono gay e gli altri probabilmente occupati forse Cupid.com è la soluzione.
Ma for real?
Con questa domanda che mi rimbalza in testa tutto il tempo, giriamo le sale del museo, che sono ex classi della ex scuola PS1 — PS non sta per Post Scriptum, sta per Public School.
Ma for real??

Questa settimana è toccata a “Lucky” di John Carroll Lynch, e davvero la fortuna è stata davvero tutta mia, raggiungere il QUAD cinema nel Greenwich Village, a due passi da Union Square, e guardare questo piccolo trattato di filosofia della vita fra cactus e camperos.
Presentato con successo al Festival del Cinema di Locarno, “Lucky” è il genere di film per il quale inanelli una fila di partecipi presenti. Commovente, struggente, inquietante. E un participio passato. Spietato. La storia di Lucky, un gigantesco Harry Dean Stanton, in una parte che gli regala il posto nell’olimpo della recitazione e anche l’ultimo ruolo da protagonista della sua carriera: il 15 settembre Harry se n’è andato.
Lucky è un novantenne arrivato al capolinea della sua vita, anche se non vuole rendersene conto. Per lui è normale badare a se stesso, essere un solitario. Perché come ha modo di far notare, “being alone is different than being lonely” — e su questo, Moviers, mi batterò da qui all’eternità.
Vive in un paesino in mezzo al deserto, fra distributori di benzina deserti e saloon ancora aperti. Potrebbe essere il New Mexico, oppure l’Arizona. Uno di quegli stati di confine che sembrano congelati in un passato da Far West in cui i televisori sono ancora degli scatoloni e i jukebox funzionano a dovere.
Lucky è un po’ Lucky Luke invecchiato, un po’ Scroodge — all’inizio — un po’ Mister Magoo per via del suo lato involontariamente fun e un po’ Alvin, il nonnetto che attraversava l’America a bordo di un trattorino tagliaerba in “Una storia vera” di David Lynch.
Lucky compie un percorso di comprensione. Perché chi lo dice che a novant’anni hai capito tutto e sei saggio? Solo quelli convinti che un certo punto della vita si vada in pensione anche dalla vita e non ci sia più nulla da imparare e da capire. Silly them. Anche Lucky, all’inizio del film, ha la presunzione di aver capito tutto. Ma i piccoli fatti che gli accadono gli fanno comprendere che no, c’è altro.
Tutto comincia da una banale caduta. Il dottore gli dice, guarda Lucky, tu sei un’anomalia già solo per il fatto di essere sopravvissuto per 90 anni fumando un pacchetto di sigarette al giorno.  Goditi questo tempo che ti rimane.
Questo piccolo incidente dice a Lucky che forse non è immortale — quanto ci sentiamo immortali, noi umani! — e lo mette davanti al buio, al vuoto. Sto parlando del buio e del vuoto dell’eterno. La fine. E sì, Lucky ha paura. E per la prima volta, a 90 anni, lo ammette. A se stesso e a una cameriera del diner in cui negli ultimi 50 anni ha bevuto il caffè e compilato il suo cruciverba tutte le mattine.
“I am scared”.
Nei panni di Lucky siamo tutti noi: è la strada che tutti prima o poi percorriamo. Ma siamo anche nei panni della cameriera: prima o poi, come lei, proviamo i lacci dell’impotenza intorno alle mani.
Da quel momento, Lucky cerca risposte. Agisce. Si tratta di piccolissimi dettagli e azioni, ma che nella quotidianità di un novantenne, capirete, sono cambiamenti copernicani. Registra il timer della macchina del caffè. Accetta l’invito a una festa di compleanno. Si mette a cantare “Volver” in pubblico — una scena che credo svolti il film. E capisce il potere del sorriso, che negli ultimi anni, a quanto intuiamo, è sbocciato di rado sulle sue labbra. Lo capisce anche grazie a degli amici davvero speciali. Uno di questi, nientepopodimenoche David Lynch — e no, non ha nessuna parentela con il regista John Carrol.
Lynch interpreta Howard, un personaggio memorabile, e parla con un accento buffo da pieno Sud che ti farebbe venire voglia di ascoltarlo per delle ore.
Howard è affranto perché ha perso President Roosevelt, la sua tartaruga (turtle), anzi, testuggine (tortoise), come precisa. Strano, perché non gli ha mai fatto mancare nulla, gli ha sempre voluto bene. Eppure Roosevelt è scappato.
Significativamente, “Lucky” si apre e si chiude con Roosevelt che attraversa il deserto. E’ il modo in cui Howard fa riflettere lo spettatore, e gli avventori del saloon, a rapirci.
E vi prego, seguitelo parola per parola in questo pezzo di storia del cinema sul significato di una tartaruga, no testuggine, nel cosmo: Nobile come un re, pezzo di pane come una madre, nasce in un buchetto nel deserto, affronta il mondo, non più grande d’un dito pollice, e arriva a me. Si pensa che le testuggini siano lente, ma io penso al peso della casa che si portano appresso, che è per loro protezione, certo, ma anche alla fin fine, la loro bara. “He affected me. You know what I am sayin’. He affected me. There are some things in this life, ladies and gentlemen, that are bigger than all of us, and a tortoise is one of them!”.
Sentite come dice “He affected me”. Potrà mai un doppiaggio rendere tutto ciò?
Lucky lo segue benissimo in questo ragionamento. E anche il pubblico. Spesso ci troviamo davanti a spettacoli di una bellezza sfuggente. Oppure davanti a una testuggine di 200 anni, e ci cambiano a vita, tutto diventa relativo. E anche solo questi miracoli che ci vengono concessi dovrebbero riempirci l’esistenza e la testa di domande e farci affrontare anche il mare di brutto che ci si riversa addosso nel corso dell’esistenza — Lucky, e anche un altro personaggio, avventore del diner, hanno fatto la guerra, hanno visto l’orrore. Eppure si può.
“Eppure” potrebbe essere un titolo alternativo del film. Ma “Lucky” è più che perfetto. Fortunato. Siamo fortunati, ci dice il film, ma senza ricorre alla famigliola del mulino bianco, all’innamorato che sfodera un Tiffany da 2 carati e s’inginocchia davanti a una newyorkesa schiava dell’orologio biologico (!). Ricorre a un novantenne solo sull’orlo della fine. Se poi vi piace la semantica del Far West. L’eterno presente — o il passato congelato — rappresentato dai cactus. I personaggi che popolano le cittadine deserte di un’America che non so bene se esista ancora. E poi i silenzi interrotti da un’armonica, o una ballata spaccacuore sull’oscurità. I camperos, i cappelli da cowboy e quella luce rosa-gialla-azzurra del cielo prima che l’escursione termica sganci la notte nel deserto, rimarrete incantati davanti a “Lucky” — e riderete, anche: il film è pieno di chicche deadpan, battute-non-battute che Lucky o Howard snocciolano, inconsapevoli, al loro pubblico e a noi.
Allargando lo sguardo, noto che il tema della senilità e della transitorietà, del rapporto dell’uomo con la fine, e con se stesso, conquista sempre più il cinema. A Venezia sono passate le pellicole “Le nostre anime di notte” — storia d’amore tra due anziani — e “Ella & John” di Paolo Virzì, sullo stesso tema. Ricordo lo splendido “Amour” di Haneke, e il già citato “Una storia vera” di David Lynch.
Mi piace pensare che il cinema serva anche a questo. A prepararci a quello che sarà.

E anche per stasera, Fellows, è tutto. Che siate uomini in procinto di sposarvi o donne che non ci pensano nemmeno. Vecchi sull’orlo di una nuova vita, o giovani con l’animo millenario, sappiate che c’è un posto in cui vi troverete sempre a vostro agio. Quel posto è il cine. Quivi rappresentato da Lez Muvi 🙂

E pensatemi questa settimana. Qui ha preso il via il NYFF, la 55esima edizione del New York Film Festival. E c’è anche l’Italia, con Guadagnino, Storaro e Abel Ferrara. 🙂
E voi pensate davvero che io non abbia fatto la testa così a Beryl, povero malcapitato del NYFF, per farmi avere dei pass stampa?
Pensate davvero troppo bene di me. 😉

E adesso, Frunyc II aggiornato e saluti, coniugalmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 340 da NYC – massacra “IT” di Andrès Muschietti

LET’S MOVIE 340 da NYC – massacra “IT” di Andrès Muschietti

Fashion Fellows,

Succede prima o poi nella vita di ciascuno, quell’evento che ti fa dire, sì, doveva succedere prima o poi.
Non sapevo né quando né come, i contorni che avrebbe assunto, né l’indirizzo in cui avrebbe avuto luogo. Ma tra le infinite cose che non so, questa, la sapevo.
L’indirizzo è quello del Pierre Hotel, struttura non propriamente low-budget dell’Upper East Side, a otto passi da Central Park.
La forma è quella del First Ladies Luncheon per Fashion 4 Development. Ovvero quando le Nazioni Unite incontrano la moda. E quando le Nazioni Unite incontrano la moda c’è da perdere la testa perché si fondono alti principi — i Commissariati ONU, dopotutto, sono sempre Alti —  insieme a raccolta fondi, insieme a iniziative benefiche, insieme a glamour — tanto, tantissimo glamour — insieme a bellezze di una bellezza illogica, insieme a macchine organizza-eventi che riescono a mettere insieme stampa, first ladies, ex-modelle, modelle Co.Co.Co, first ladies che si credono modelle, Ufficiali ONU trasformati in imprenditori illuminati, stilisti, editori.
Tutto questo in un semplicissimo martedì di settembre. Dalle 11 am alle 2:30 pm. Con la città fuori blindata perché, mentre al Pierre Hotel si sta tenendo l’evento più ethic-cool dell’anno, in cui si parla di moda equo-sostenibile — e il bello è che alla chiacchiere fanno seguito i fatti — Donald è alle Nazioni Unite a illustrare la sua “linea” in politica estera, soprattutto nei riguardi della Corea del Nord, paese a lui completamente sconosciuto fino a poche ore prima, quando un nordcoreano con una messaimpiega ben più temeraria della sua — ma con lo stesso vuoto cosmico sotto la messaimpiega — ha avuto l’ardire di dargli del “demente”.
La macchina organizzativa del First Ladies Luncheon era talmente in ansia per questa questione delle strade bloccate e dei ritardi che si sarebbero potuti creare nel raggiungere l’Hotel, che ha comunicato a noi invitati che, qualora avessimo preso la 61esima tra la Quinta e la Madison, chiusa al traffico, avremmo potuto dire al cop di turno che ci stavamo dirigendo al Fashion 4 Development First Ladies Luncheon, e il cop ci avrebbe lasciato passare.
Quando anche la polizia è dalla tua parte, vuol dire che son cose grosse. Peccato che io, rientrando nella categoria metropolitana — che sta per “pendolare-in-metropolitana” — non abbia potuto beneficiare dell’abuso di potere conferitomi. Sarà per il Luncheon dell’anno prossimo. 🙂
L’evento si inseriva nella 72esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che fa il punto sui progressi nel cambiamento sociale a supporto degli Obbiettivi dello Sviluppo Sostenibile dell’ONU attraverso la sinergia tra diplomazia e moda. Ma perché il “Pranzo per le First Ladies”? Perché le mogli dei funzionari dell’ONU sono tutte impegnate in azioni benefiche, tra cui figura anche quella di Fashion 4 Development, un’iniziativa molto nobile che incentiva la crescita sostenibile della moda e che è supportata da grossissimi nomi della moda stessa.
Una delle più grandi supporter era Franca Sozzani, compianta Capo Editor di Vogue Italia, che spero ci guardi da qualche parte e ci protegga sempre dal cattivo gusto. E questo evento, oltre a celebrare i nobili valori di Fashion 4 Development, è stato tutt’un tributo a Franca — che, se volete il mio parare, era due spanne più avanti rispetto ad Anna Wintour, nostra Signora di Vogue America.

Non ve la voglio fare troppo lunga. Anzi sì, ve la voglio fare lunga (!) perché prima del Lunch, c’è il red carpet — per l’occasione green, vista la sostenibilità tanto sostenuta — e prima del red/green carpet c’è il cocktail, e durante il cocktail ci sono io che mi ritrovo a intervistare Beatrice Borromeo Casiraghi (!) e poi sempre io che mi ritrovo ad essere sfiorata da Naomi Campbell.
Sì, Naomi, LA Naomi. E il momento è stato mistico. Ho capito in quell’istante che esistono degli esseri che un qualche dio dall’animo buono ha lasciato cadere sulla terra per pura bontà d’animo. Ma prima li ha mandati a stringere un patto con il diavolo, per pura meschinità divina. Così questi esseri dal DNA griffato Dorian Gray, mantengono la loro bellezza inalterata per centinaia d’anni e rimarranno per sempre tali e quali e senza ricorrere al botox — che negli zigomi delle First Ladies, Moviers, scorreva copioso come le acque nel Rio Lobo.
Naturalmente sono rarissimi, questi esseri. E uno di questi è Naomi Campbell.
Gli occhi sono tra il viola e il verde, ma pare siano lenti a contatto, chissà. Sta di fatto che quello che mi ha colpito sopra ogni cosa, mentre il suo corpo passava accanto al mio, è stata la pelle del viso. Non una ruga d’espressione. Non un’imperfezione. E sapete, Goddess Campbell non è più proprio al liceo: ha compiuto 47 anni. Ma la pelle è quella di una liceale. Il corpo ha perso certe asperità della gioventù — francamente non so se il corpo di Naomi sia mai stato aspro, nemmeno all’età di dieci anni, ma si dice sempre così. Ora è una donnona, una Giunone. E non dico che sorride celestiale come una specie di Madonna per non mettere insieme troppe divinità.

Finisco la mia intervista alla Borromeo. E fatemi dire. Lei è nobile di nascita, sposata con un super nobile tipo Pierre Casiraghi della stirpe monacò. Potrebbe benissimo starsene a dormire sugli allori di Montecarlo preoccupandosi, al limite, di scegliere la tappezzeria della plancia del Pasha III. E nessuno gliene farebbe una colpa, anzi, si complimenterebbero tutti con lei per la tinta scelta. E invece no. Questo giunco di figliola dalla faccia d’angelo e dal temperamento Fallaci, gira un documentario sulla condizione drammatica in cui vivono i bambini a Caivano. Per dimostrare che le violazioni dei diritti civili non avvengono solo nel terzo/quarto mondo, ma anche a 14 km da Napoli, e per dire che in Italia “il sistema protegge sempre il sistema”.
Ebbrava Beatrice.

Dopo l’intervista, e dopo essere stata sfiorata dalla divina — e immagino, per un istante, che al suo sacro passare, il mio mignolo guarirà de tutto e mi spunteranno anche sette magnifici centimetri così da poter raggiungere il metro e 77 — scorgo movimento intorno a quella che chiamano Great Ball Room, una stanza blindata da guardie del corpo, personale dell’hotel, vigilanza varia. Lì sta per svolgersi il luncheon, e la premiazione di tutte queste personalità. Lo show, insomma.
Guardo il mio polso, a cui manca il bracciale che dà accesso al Luncheon. Okay, festa dei plebei finita, mi dico, mentre di là dalle porte, i patrizi cominciano il party. Poi però penso che sono lì per raccontare tutto ciò — e questa è la versione ufficiale — quindi devo PER FORZA avere diritto al braccialetto e alla Great Ball Room. Un diritto inalienabile, I’d say. E infatti ce l’ho. E come per magia etica, compare, intorno al mio polso, il bracciale rosso che pochi minuti prima avevo visto intorno al quello di Beatrice.
E allora entro. In mezzo ai tavoli rotondi imbanditi da matrimonio, vedo spuntare lei. La passerella.
Prendo posto al mio tavolo, circondata da first ladies discretamente sorridenti, impegnatissime a scattare, twittattare, far tutto con il cellulare. E io ascolto tutti i discorsi. Diane Von Furstenberg, Naomi Campbell, Iman, Afef, Beatrice (ormai è Beatrice), e altre donne che hanno dedicato la vita a cercare di cambiare in meglio il destino delle donne, come Precious Moloi-Motsepe. Passano due videomessaggi di due donne che avrebbero dovuto essere presenti ma che non hanno potuto.
Due qualunque.
Alicia Keys e Donna Karan.
E io ascolto. Ascolto. E prendo anche degli appunti. Ma la mia mente corre a quel momento. Quello che sai che prima o poi succederà.
Ed è sul punto di succedere.
E succede. Io davanti a una sfilata.
Finiti i premi e i discorsi, la presidentessa è lieta di comunicarci che Elie Saab ha scelto dei capi dalla collezione autunno-inverno 2017-18 che sfileranno per noi.
Ed eccoli i capi Eli Saab dalla collezione autunno-inverno 2017-18 apposta per noi. Un trionfo di trasparenze, voile, gli immancabili contrasti con borchie, pelle, Svaroswsky. Musica da sfilata. Modelle incazzate e magrissime, come tradizione vuole. E un cappotto blu ciano che, è evidente, Eli Saab ha disegnato per me. 🙂
Tutto questo doveva succedere prima o poi. Carrie Bradshaw. Per 3 ore.
Ma come Carrie Bradshaw insegnava — quella della serie televisiva, i film lasciamoli perdere — c’è sempre qualcosa che non va e che sdrammatizza tutto.
Esco fuori credendo di trovare il cielo terso che mi aveva accompagnato al mattino. E invece, monsone estivo —qui siamo in piena estate, con giornate fra i 30 e i 35 gradi, l’autunno può aspettare.
Abbasso lo sguardo sulle mie Rem Koolhaas rosse. Coraggio ragazze, un po’ di pioggia non ha mai ucciso nessuno, mento. E sotto un ombrellino di nulla, con la gift bag piena di velina e gift che fanno la felicità di ogni donna da che mondo è mondo, Nilde Iotti e Angela Merkel comprese, mi butto nel monsone, pensando che prima o poi avrebbe dovuto succedere.

E corro non già verso casa ma verso sabato, ieri, all’incontro con cinque giganti della poesia internazionale, alla Poets House. Uno in particolare Raul Zurita. Dietro di lui scorgo chiaramente Pablo Neruda.
Alla fine dell’incontro, combattuta se andare a rendere grazie a un gigante o liquidarmi nel nulla, faccio vincere l’incoscienza e vado da lui perché quello che ho sentito non sarà mai scordato dalla mia memoria uditiva, e lo devo ringraziare per questo dono dal valore incalcolabile. El Canto a su amor desaparecido. Fatemi un piacere, ascoltatela tutta, fino alla fine, anche se non parlate spagnolo.
Raul ha la gobba e cammina a stento. Non parla inglese e io non parlo spagnolo. In un italiano che pare una sangria gli dico che sono italiana, e lo ringrazio.
Non servono le parole.
Mi stringe la mano e non la lascia più.
Rimaniamo così per un tempo lunghissimo, ma mai abbastanza.
Negli occhi dei poeti vecchi vedi tutto. L’acqua sporca delle fogne, il mare grosso di novembre e i grani di sale sfuggiti alle lacrime. Vedi tutto, negli occhi dei poeti vecchi.
Non riuscirò mai a scordare le onde della sua poesia. La scala di dolore che sale e scende pronunciando “Pegado, pegado a las rocas, al mar y a las montañas”.
E anche questo, doveva succedere.
Naomi e Raul. Bellezze diverse.
Due volte nell’Olimpo questa settimana.

Per consistency con la mia giornata fashion, avrei dovuto andare a vedere “Manolo: the Boy Who Made Shoes for Lizards”, il biopic su Manolo— Blanhik of course — il ragazzo che faceva le scarpe per le lucertole. Ma poi mi sono lasciata prendere dal sentimentale. Volevo vedere cosa combina questo tale Andrés Muschietti — ma chi è, Andrés Muschietti?? — con “It”.
A “It” mi lega un controverso sentimento di odio e amore. Nel 1990, la miniserie in due episodi che uscì in TV contribuì a farmi guardare le lenzuola stese in giardino in modo diverso e tremebondo, e a stare alla larga, molto alla larga, dai canali di scolo, dalle barchette di carta e dai circhi. Perché non è che vai a cercare Pennywise proprio a casa sua.

La trama immagino la sappiate: Pennywise è uno spirito malvagio antichissimo che assume le sembianze delle paure dei bambini del paese di Derry, e se ne nutre ogni 27 anni, quando si sveglia dal suo letargo.
Un gruppo di ragazzi del paese, i cosidetti “Losers”, ciascuno con la sua bella fobia al seguito, uniscono le forze per combattere il clown e liberarsi, al contempo, delle loro paure. La trama è tutta qui. Come ogni horror che si rispetti, gli ingredienti sono pochi e devono essere di qualità — chef King sa come cucinarsi i lettori, lo sappiamo.
Il regista che si cimenta nella resa di un horror che ha fatto la storia della paura degli anni ’90 — pensate a “Misery non deve morire” — non può assolutamente permettersi di ridurre la complessità del personaggio di “It” dentro un pagliaccio con la faccia da chipmuck. Il regista di un film del genere deve prima leggersi e guardarsi tutto Hitchcock, tutta l’opera omnia, scritta e filmata, dalla prima riga all’ultima scena. Il segreto, per Alfred, era terrorizzare lo spettatore non usando il buio e i luoghi paurosi, bensì la luce e le situazioni comuni. Perché la miniserie — specie la prima puntata, la seconda è assai ridicola — ci aveva terrorizzato tanto? Perché Pennywise appariva in pieno giorno fra le lenzuola stese in cortile — quelle che non sarebbero MAI più state le stesse, mannaggia. Non c’era bisogno di mostrare arti strappati, bocche con dentature da pescecane e occhi spiritati platealmente al computer. Il regista di un horror così deve creare l’angoscia, perché è delle angosce di ognuno di noi che sta parlando. Siamo noi, i protagonisti del film, non i sei ragazzini. Siamo noi, i losers che devono superare le proprie paure — nello specifico, quella di Pennywise, ma più in generale, le paure tutte. Muschietti invece si preoccupa solo del colpo di scena. E così, in base al principio per il quale quando cerchi una cosa non la trovi mai, così Muschietti non trova mai il colpo di scena. Urla “al lupo! Al lupo!” troppe volte per attirare la nostra attenzione. E già dopo il quarto minuto, speri in una svolta, perché se tutto il film è così, allora, oh my God, let me get out of here…

E’ un film pornografico, nel senso che ti svela tutto, ti dice e pre-dice tutto. Quando Georgie, il fratellino di Ben, uno dei “loser”, si avvicina al canale di scolo, e dentro c’è It, lo spettatore non dovrebbe vedere It che strappa il braccio di Georgie e Georgie che arranca, senza braccio, per la strada. Perché allora sconfiniamo in un banalissimo gore. Non devo vedere. Se vedo, tutto si spiega — per quanto sia un tutto orroroso. Ma è l’inspiegato, ciò che non si comprende, che innesca la strizza. E questo Kubrick e Lynch lo sanno alla perfezione. Se vuoi mostrarmi tutto, allora, perdi la parte irrazionale, inconscia, di me, che è proprio la parte in cui sbocciano e lussureggiano — lussureggiano?? — le paure.
Non c’è una sola cosa che funzioni. Questo “It” sembra uno di quei filmetti che mandavano in seconda serata su Italia Uno, l’estate. La paura che qualche zanzara vi stia ronzando nel soggiorno, supera di gran lunga quella suscitata dal film. Uno “Stand by me” in cui l’unico vero orrore scaturisce dal fatto che non c’è nessun River Phoenix da ammirare.
A questo punto rivaluto di gran lunga l’“It” del 1990, persino la parte che mi aveva fatto ridere, quella in cui It assume le forme di un ragno. Lì se non altro It sembra un vero clown, non l’ennesimo personaggio fuoriuscito da un videogioco dell’horror.
Se mi chiedete perché il film stia avendo così tanto successo qui, non ve lo so dire. Forse l’idea di tornare al passato è più appealing del film stesso. Ma è un vero peccato. Il tema del male che non muore ma che sistematicamente ritorna, la paura che non si sconfigge mai veramente del tutto, ma che ti aspetta sempre, acquattata nell’angolo. Sono delle idee universali e lunga vita a King per averci scritto sopra un romanzo fiume come “It”. Ma senza una vera riflessione su come trasferire tutto ciò in chiave cinematografica, non possiamo sperare — Muschietti non può sperare — di raggiungere alcunché.

E dopo questo bel massacro, Moviers, è tutto. 🙂
Frunyc II aggiornato, ringraziamenti sentiti, e saluti, stasera, divinamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 339 da NYC – commenta “MOTHER!” di Darren Aronofsky

LET’S MOVIE 339 da NYC – commenta “MOTHER!” di Darren Aronofsky

Mercoledì Moviers

è stato da leoni. Niente devastazioni anfetaminiche o trip nei territori di Las Vegas — lo scudo termico ci protegga dalla Strip. I miei leoni sono stati liberati a seguito di un’iniziativa tutta newyorkese che farebbe impazzire il più williamwallace degli scozzesi, il più trota dei padani. “One Film One New York”. Sentite cosa si sono inventati, all’Ufficio Media Entartainment del Sindaco de Blasio in questa città baciata da Batman. Ve lo spiego tutta d’un fiato.
Cinque film con New York per protagonista, proiettati durante il mese di agosto nei parchi della città, i newyorkesi chiamati a votare il migliore dei cinque, e il film decretato vincitore, proiettato gratuitamente il 13 settembre in sync nei cinque borough della città, sia all’aperto sia nelle maggiori sale cinematografiche indipendenti.
La cinquina dei film, scelta  da due critici cineamtografici del NY Times, comprendeva Crooklyn di Spike Lee (1994), Un giorno a New York (On the Town), di Gene Kelly e Stanley Donen (1949), New York, New York di Martin Scorsese (1977), Cercasi Susan disperatamente (Desperately Seeking Susan) di Susan Seidelman (1985) e Il banchetto di nozze (The Wedding Banquet), di Ang Lee (1993). Il 6 settembre scorso l’annuncio del film vincitore…
And the winner was… “Crooklyn”, by Spike Lee!

Quanto ai parchi della città usati a mo’ di cinema all’aperto, sono talmente tanti e talmente ovunque che non basterebbero tutti i giorni da giugno a ottobre (compresi) per passarli tutti. Dal Bronx, a Central Park, da Brooklyn a Coney Island, dal Queens a Staten Island. Le location oltre ai parchi pubblici e ai parco giochi (o parchi gioco??) includono anche rooftop di bar, rooftop di centri culturali, rooftop abbandonati e okkupati. Insomma rooftop. Oppure gli scalini antistanti alla Columbia. Oppure i Chelsea Piers. Oppure i Brooklyn Piers, con il po’ po’ della skyline di Manhattan a far da sfondo. Ogni location è buona. Ovviamente tutto gratuito. I film possono essere recentissimi oppure classici. Bianco e nero o technicolor, cartoni animati o muti. Da “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi” a “Il conformista”. La proiezione comincia all’imbrunire, verso le 7:30 pm, e i newyorkesi arrivano, prendono il posto, stendono la coperta, aprono il cestino con i viveri — che rimanere due ore senza mettere qualcosa sotto i denti, si sa, potrebbe portare all’estinzione della specie — e si preparano alla visione.
L’esperienza a Bryant Park è particolarmente spettacolare e non solo perché allestiscono un palco vero e proprio e perché siete delimitati sul davanti dalla Sesta Avenue e dietro dalla New York Public Library, e per me già questo basterebbe-e-avanzerebbe. Ma perché hanno istallato due enormi fari sui due grattacieli davanti al parco, puntandoli sul parco, e rimangono accesi fino al momento del “play”. Nel momento in cui fanno play, i due grossi riflettori vengono spenti. L’effetto è strabiliante. Di colpo ti crolla il buio addosso, anche se il cielo ti direbbe che non è ancora propriamente sera. E ti senti dentro una sala cinematografica. Ma sei all’aperto, tra la Sesta Avenue e la New York Public Library, Times Square a due passi.

Tornando a “One Film One New York”, cosa può esserci di più elettrizzante di vedere un film su NYC in sync con tutta NYC? E’ una specie di Lez Muvi, ma senza la dittatura del Board! 🙂
E quanto alla location in cui andare a vedere il film vincitore, non c’era che l’imbarazzo della scelta. il BAM Rose Cinema a Brooklyn, il QUAD Cinema di recente riapertura nel Greenwich Village, il Nitehawk di Williamsburg o ancora il Simphony Space nell’Upper West Side. La scelta è caduta sulla Film Society del Lincoln Center, presso il Walter Reade Theater.
Per un unico motivo.
Mister Shelton Jackon “Spike” Lee in persona a introdurre il film.

La vita di ciascuno è costellata di sogni ad occhi aperti, che sono poi le gocce che vanno a riempire la bucket list di ciascuno. Nella mia, da sempre, Spike Lee. Già sapere di vivere nella sua New York, è un bell’achievement di per sé, ma certo vederlo da qualche parte…
Perché Spike Lee? Perché il suo cinema ha scritto una pagina del cinema, nero su bianco — il doppio senso non è casuale. “He got game”, “Jungle Fever”, “Clockers”, sono film visti intorno ai 20 anni, che mi hanno sventrato il cervello.
Il cervello è una fila di pareti, una dietro l’altra, tirate su a furia di modelli imposti, ambiente sociale e famigliare, pregiudizi scambiati sin dall’infanzia con la stessa foga delle figurine Panini. Poi un giorno apri un libro, vedi un film, conosci una persona e babum, giù una parte. Babum, giù un’altra.
Aria. Spazio. Big picture.
Per me, sapere che Mister Shelton Jackon “Spike” Lee in persona sarebbe stato al Walter Reade Theater alle 6 pm del 13 settembre, è stato più che sufficiente a farmi fare due cose che tendo sempre a evitare di fare: arrivare in anticipo al cine e mettermi in fila — questa mia seconda deficienza mi costerà il visto, prima o poi, lo so.
Alle 5:04 pm avevo già davanti a me una cinquantina di persone.
Ma io ero la cinquantunesima. Un biglietto è mio.

E come promesso, Mr Lee arriva. Con la sua tenuta d’ordinanza. Giubbino di jeans con una X enorme sulla schiena — e non posso non pensare al suo Malcolm, che valse a Denzel Washington l’Orso d’Argento a Berlino, ma non certo l’Oscar, Jim Crow is always alive, dopotutto — sneakers da basketballer, una quantità di stemmi e marchi ovunque, occhiali cerchiati di arancio e l’immancabile cappellino con visiera.
Sembra un teenager. Ma l’anagrafe mi ricorda che proprio quest’anno ha compiuto sessant’anni.

Una volta che gli passano il microfono si percepisce chiaramente che il pubblico è rapito dalla sua presenza. Parla subito di Crooklyn, la cui sceneggiatura fu il frutto di una scrittura collettiva con i fratelli e la sorella. È la storia della sua famiglia quando Spike era un bambino, e viveva con i genitori, i quattro fratelli e la sorella a Fort Greene, Brooklyn.
“Il quartiere è cambiato radicalmente. Ora la nostra gente, neri e portoricani, è costretta ad andarsene per via della gentrificazione”, e, aggiunge, con ironia affatto velata, “Mai vista tanta polizia in vita mia… E ora, guarda caso, le scuole si sono messe a funzionare…”.
Incalzato dal critico del NY Times che lo intervista, Spike racconta qualche aneddoto sugli zii “down South”, ovvero in Alabama. “Una volta andai giù al sud a trovarli. Portavo i capelli afro all’epoca. Non feci nemmeno in tempo ad arrivare, che mi spedirono dritto dal barbiere, un nazista di un nero che mi rapò la testa ai lati, lasciandomi, per ricordo, una cresta da punk…”.
La sala è piena, il pubblico ride, si diverte. Ma è ora del film, e Spike prima di andarsene confessa che è diretto alla location di Fort Greene — a salutare la sua gente, my folks. Al Fort Greene Park non sanno che arriverà nientepopodimeoche Shelton Jackon “Spike” Lee in carne e ossa ad augurare loro buon film. Ve l’immaginate l’accoglienza che avrà ricevuto?

Anche se mi piacerebbe parlarvi approfonditamente di “Crooklyn”, di cui consiglio la ricerca — il film è del 1994, e non so se sia stato distribuito in Italia. Ma oggi avete i potenti mezzi di Netflix a cui appoggiarvi, quindi magari lo recuperate. Oppure, se non lo trovate, guardatevi “Bamboozeled”, ma non “Miracolo a Sant’Anna”… anche a Spike capitano le cantonate 😉
Non vi parlo di “Crooklyn” perché giovedì nelle sale newyorkesi è uscito “Mother!”, l’ultimo di Darren Aronofsky. Quello de “Il cigno nero” e “The Wrestler”, per intenderci. Avevo sentito dire che alla Mostra del Cine di Venezia i critici l’avevano fischiato pesantemente alla proiezione per la stampa. Questo non fa che aumentare l’urgenza di vederlo. E sono contenta di averlo fatto: io sono uscita dal Village East Cinema con un livello di adrenalina nel sangue che temo di essere stata fluorescente per tutto il tragitto dal Lower East Side ad Harlem.
Chiariamo subito un paio di punti. E’ un film per pochi. E’ un’allegoria distopica. Quindi non vi aspettate storia lineare, realismo, trama 1+1. Mollate gli ormeggi e lasciatevi andare in questo viaggio per acque scure e sempre più scure fino ad arrivare nella tenebra più profonda, e forse, forse, in fondo, vedere un po’ di luce….nera… So che tutto questo suona apocalittico. Ma “Madre!” ospita una specie di Apocalissi, e in più, già dal titolo — e anche dalla locandina — si capisce subito che il film è attraversato da interferenze bibliche più o meno esplicite.

Una splendida casa in mezzo a un campo di grano non ben precisato. Potrebbe essere l’Arkansas come la Toscana. Lui uno scrittore che ha perso l’ispirazione e lei, moglie devota che lo accudisce e riverisce mentre, nel frattempo, si occupa di ristrutturare la casa — i due non hanno nome, quindi per comodità li chiamerò Jennifer (Lawrence) e Javier (Bardem).
Tutto apparentemente benissimo finché una sera bussa alla porta un individuo che chiede ospitalità. Un presunto ammiratore della poesia di Javier. Di lì a poche ore, lo raggiunge anche la moglie. E tutto, tutto quanto comincia inesorabilmente a crollare.
L’inizio è gemello omozigote dell’inizio di “Funny Games” di Haneke, in cui due ragazzi all’apparenza per bene bussano alla porta di una famiglia veramente per bene e gliene combinano di tutti i colori dell’arcobaleno — film nella mia top ten personale in assoluto.
In “Mother!”, l’invasione della casa da parte di questa coppia, porta alla corruzione dell’equilibrio tra i due protagonisti, di cui tuttavia ne subirà le conseguenze lei, Jennifer, che nel frattempo fa anche delle scoperte inquietanti relative all’amata abitazione da lei definita “il paradiso”.
La strana coppia viene raggiunta dai figli, che, per motivi d’eredità, finiscono in una zuffa furibonda.
Cosa vi ricorda una coppia di genitori che s’introducono in un paradiso e hanno due figli maschi? Due fratelli di cui uno ammazzerà l’altro?
Too easy, dudes. Please help me welcome the Biblicals, Adamo, Eva, Caino e Abele…
Passato tutto questo scompiglio, l’ordine sembra ristabilirsi. Jennifer rimane incinta, Javier ritrova l’ispirazione e compone l’opera d’arte delle opere d’arti. Il parto di lei, tuttavia, coincide con il momento di massimo successo di lui. E qui davvero, Moviers, comincia l’inizio della fine…

“Mother!” dipinge con tinte rosso sangue e nero pece — tenete a mente queste tinte per la primissima scena — la deriva verso cui il mondo di oggi sta andando. La smania di apparire a tutti i costi, di essere riconosciuti, idolatrati che porta all’ipervisibilità attraverso i social e i media, si traduce, per Javier, nella sete di fama che ottiene come poeta. Un poeta-messia che porta il verbo (=la verità) al popolo e che il popolo venera alla stregua di un Dio. Il passo è talmente breve che dall’ammirazione si passa all’esaltazione, e dall’esaltazione al fanatismo, e nel giro di poche scene ci troviamo in un vero e proprio scenario babelico-terroristico. E tutto questo dentro la casa — capite ora l’accoppiata allegoria-distopia.
Parallelamente a questo filone della necessità della società di costruirsi sempre e nuovi idoli, prima da adorare e poi da distruggere, corre anche la riflessione su come funziona la creatività. Javier sembrerebbe creare facendosi ispirare dalle storie che gli arrivano in casa, ovvero prendendo spunto dalla vita, dal mondo. Ma solo alla fine capiamo dove prende la vera ispirazione. La “estrae” dal cuore delle persone — dico proprio in senso letterale… L’artista, ci dice Aronofsky, è colui che ruba l’anima agli esseri umani — quanto di più puro e cristallino e prezioso ci sia in loro — e lo rinchiude nella sua casa. E ogni nuova storia, è come se tutto ricominciasse da capo — dico proprio in senso letterale…

“Mother!” si presta anche a un’altra lettura, forse più cosmogonica, planetaria, eco(il)logica. La casa della coppia è come il pianeta terra che viene invaso in continuazione dall’avidità, dalla prepotenza e dal menefreghismo degli esseri umani, che se ne infischiano della sua salvaguardia, un po’ come tutte le persone che invadono la casa della coppia, e la devastano. Jennifer, la sintesi perfetta del triangolo mariano madre-madrenatura-madonna, cerca di accoglierle e sopportarle, prendendosi cura di loro e mettendo pezze ai guai che combinano, ma a un certo punto, quando le toccano il figlio, scoppia. Diventa una furia devastatrice pronta a incenerire tutto.
Javier, dal canto suo, incarna la sintesi altrettanto perfetta del poeta-messia a cui aggiungiamo il terzo polo: Dio. Un Dio despota e concentrato su stesso, incurante della compagna e disposto a sacrificare il figlio pur di innalzare la sua gloria.
Il linguaggio che Aronosfky ha scelto per raccontarci questo Vecchio Testamento dei giorni nostri riprende le atmosfere verosimili ma distorte de “Il cigno nero”, in cui la realtà, così come siamo abituati a vederla, salta, e una nuova realtà, deformata, prende il suo posto, e ce ne mostra il lato mostruoso.
Lo stesso dicasi per “Mother!”, dove l’abominio più grande — la morte di un figlio — è generato dalle mani del padre.
Ora forse è più chiaro il motivo per cui il film riesce ostico. Chi è disposto a sopportare una lettura così spietata del mondo contemporaneo, della religione, dell’uomo narciso e della donna asservita? Chi non s’infastidisce davanti a scene che svelano un’epica su cui sappiamo benissimo essere imperniato il mondo moderno?
Personalmente, posso considerare la lettura di Aronofsky un tantino troppo apocalittica — ma solo perché sono nel periodo polyanna, in cui i cerbiatti trotterellano nei prati di Central Park e gli uccellini intonano “Amazing grace” quando esco di casa. 🙂 Ma a guardare i fatti, la prospettiva verso cui Aronofsky guarda allo stato delle cose va considerata e mostrata. Così come va apprezzato il suo indubbio talento nel trasferire questa prospettiva in un racconto allegorico più o meno comprensibile/accettabile — la più/meno comprensibilità/accettabilità è legata alla disponibilità del singolo spettatore. Alla sua volontà, anche, di infilare al testa dentro un buco nero e lasciarcela per un paio d’ore.
L’idea della casa verso la quale tutti mancano di rispetto, ma anche della casa-oceano che inghiotte tutto, digerisce, e poi risputa in forme atroci tutta la spazzatura assorbita, dovrebbe farci riflettere in maniera seria su quello che stiamo facendo, e non scagliarci contro “le esagerazioni di Aronofsky”…
Io confido molto in voi, Fellows, sappiatelo. E mi auguro che quando il film uscirà in Italia, vi armiate di buona volontà e andiate a vederlo.
Essere fluorescenti richiede un po’ di lavoro, dopotutto.

Prima di lasciarvi, un’altra goccia nella mia bucket list.
Domani.
Carnegie Hall.
E il mondo si fermò e sorrise.
🙂

Anche per stasera è tutto, my Moviers.
Frunyc al solito posto, ringraziamenti totalizzanti, e saluti, stasera, ferocemente cinematografici.

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