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LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

Mmm Moviers

che nervi.
Ricevo un invito a quello che si definisce un “boutique” concert.
Spieghiamo subito che “boutique” — e l’ho scoperto abitando qui — viene spesso utilizzato in forma aggettivale per indicare il carattere esclusivo, per pochi eletti, del sostantivo a cui si riferisce. Potete dire un boutique hotel, un boutique event, ma anche una boutique law firm — uno studio legale con pochi associati specializzato in casi di nicchia.
Se un concert si tiene in un appartamento privato al 22esimo piano del 10 di Park Avenue, capirete anche voi, si definisce inequivocabilmente “boutique”.
L’orario d’inizio è previsto alle 7:30 pm, ma mi si dice di arrivare almeno un quarto d’ora prima: per prendermi il posto migliore. Difficile trovare un posto peggiore quando gli spettatori sono venti, selezionatissimi, contati con il contagocce.
Ma obbedisco e parto da casa con largo anticipo, in modo da sfatare il mito del Board sempre perennemente trafelato. Il 10 di Park Avenue non ammete il trafelo, mi ammonisco mentre calcolo orari e metro.
Arrivo con un quarto d’ora di anticipo sul quarto d’ora di anticipo. Le 7. Allora me la prendo comoda e decido di camminare Park Avenue.

Mi sembra quasi di essere in un’altra città. East Side e West Side sono molto diversi. Vi dico come la diversità viene descritta? “Nell’East Side contano il numero di vestiti che si hanno nell’armadio. Nel West Side il numero di libri che si hanno in libreria” — molto felice di abitare nel West Side. 🙂 Me l’ha detto una donna che ha abitato nel West Side, ora abita nell’East Side, e non vede l’ora di tornare nel West Side.
Percorro gli isolati che dalla 33esima arrivano fino a Grand Central Station, alla 42esima. Sulla via incontro lo splendido edificio ultra-moderno della Scandinavian House — una specie di Istituto Italiano di Cultura versione scandinava — l’elegantissimo Hotel Kitano, che, con la sua facciata rosa tenue, si sposa benissimo con le magnolie in fiore che sorprendentemente riescono a fiorire nella striscia di terra che separa i due sensi di marcia di Park Avenue.
E penso. Chissà se ci sarà un torneo. Oppure se c’è stato. Tra East Side e West Side. Park Avenue contro Broadway. Queste due arterie definiscono New York City, sono l’inconicità fatta strada. Park Avenue è Arnold e il Monopoli. Broadway è West Side Story, Cats, Kinky Boots e tutti i musical che associate con i teatri del Theater District, il rettangolo tra la 40esima e la 54esima — West side, of course — e tra la Sesta Avenue e l’Ottava.
Se me lo chiedete, per me non c’è storia. Broadway vincerebbe il torneo tutta la vita.
Tuttavia ammetto che Park Avenue abbia un certo suo fascino. Anche soltanto percorrerla e chiedersi come saranno gli appartamenti dei palazzi che danno sulla strada. E come saranno le persone che li abitano. E come sarà abitare a una manciata di isolati da Grand Central Station, la stazione che è madre di tutte le idee che ci facciamo di una stazione ferroviaria americana. La hall grandissima di marmo beige, i binari al coperto il cui accesso è consentito solo se sei munito di biglietto. La stazione di “Carlito’s Way”, “Intrigo internazionale” e “Innamorarsi”, per dirne tre.
Penso talmente tanto che quasi sforo il quarto d’ora d’ozio. Shoot. Torno indietro fino alla 34esima.

Il 10 di Park Avenue ha una hall di quercia scura, luci gialle soffuse, divani in pelle e un caminetto. Appena varco la porta girevole, mi sembra di salire a bordo dell’Orient Express.
Entro in ascensore e pigio 22, e quando esco, è lì, in quel momento, che mi vengono i nervi.

Dalla porta dell’appartamento D, si dipartono, sul corridoio, due file di scarpe: una corre lungo il muro di destra e una lungo il muro di sinistra. Un millepiedi a forma di elle che non avrei mai voluto incontrare. Quando incontri quel millepiedi lì, hai già capito che ore sono.
Sulla porta, un cartello. Casomai non capissi.
“Please remove your shoes”.

So che questa è una pratica che disgraziatamente si pratica anche in Italia. L’ho sempre trovata detestevole. Se decidi di invitare qualcuno a casa tua, lo inviti a casa tua, fai di lui il tuo ospite dando forma a un libero atto di accoglienza. Non ti obbliga nessuno. Quindi dovresti accettare il pacchetto completo: la sua compagnia, la sua presenza di spirito e corpo, e anche i suoi germi. E dovresti mettere in preventivo che, dopo la sua dipartita, sì, potresti anche dover pulire il pavimento. Se la cosa ti scoccia, allora ti piacerà valutare lo spazio “party” da MacDonald’s per il prossimo get-together, così non dovrai più preoccuparti dei germi altrui.
Una volta si facevano scivolare gli ospiti sulle pattine. Anche quella, una soluzione assai misera, con gli ospiti che si muovevano come zombie per la sala.
Una volta si lasciava anche il cellophan sul divano.
Spero che quell’epoca sia passata. Se si vive una vita con il terrore di sciupare un sofà o di sporcare/rigare un pavimento, be’, allora davvero è meglio rivolgersi agli spazi “party” da MacDonald’s.
Perché insomma, non costringi nessuno ad affrontare l’imbarazzo di rimanere senza scarpe davanti agli altri, che certo, sono anche loro scalzi, ma loro non hanno ai piedi delle Michael Kors in plaid rosso e nero, quintessenza dell’adorabilità. Degli stivaletti che suscitano la stessa reazione “Oh my God, they are sooo cute” in qualsiasi soggetto di qualsiasi sesso, dai 9 ai 99 anni, ogni volta che le metti. Ecco, quelle scarpe lì, non le lasci fuori dalla porta — non metti baby in un angolo, per chi di voi mastica “Dirty Dancing”. Anche perché poi si sfascia tutto il disegno d’insieme, si rovina la poesia. Un boutique concert ha bisogno di un boutique dress, e un boutique dress, e un boutique dress di un paio di boutique shoes — non è che lo invento io, il pensiero consequenziale. Se le togli, casca il palco — casca anche il Board, da +12 cm a -12 cm.
Fingo di non vedere il cartello ed entro — la porta è socchiusa. Davanti a me, una quarantina di calzini sotto a una ventina di corpi. Un paio di donne guardano ai miei stivaletti, poi guardano me e il loro sguardo dice “ti credo che non vuoi toglierli”. Ma poi mi piego a questa barbara usanza, e scendo dalle meravigliose vette dei +12. Tuttavia lascio le mie due babies nell’appartamento, non fuori — e questo link vi aiuterà a capire cosa intendo quando parlo di cuteness.

C’è un’altra cosa che mi dà sui nervi. La riprova che la perfezione non è di questo mondo.
All’ingresso, un tavolo con degli stuzzichini. Tutto molto di classe. La disposizione del cibo meriterebbe un servizio fotografico in qualche rivista. Ma noto subito — il mio naso nota subito — che il protagonista di questa tavola è il formaggio. I formaggi. Ce ne saranno una decina di tipi — non esagero — tutti disposti in fetida mostra, nella più classica combinazione, molto amata a NYC, di cheese&crackers.
Ora, chi mi conosce sa della mia fobia verso qualsiasi tipo di formaggio: l’alimento creato dal diavolo per impestare i frigoriferi di tutto il mondo. Fatico a sopportarne la vista, non parliamo dell’odore. E di quello, di odore, nella stanza, ce n’è tanto. Troppo.

La perfezione non esiste, ma la fortuna sì. Rimane un unico posto libero per sedersi — mi chiedo a che ora sono arrivati gli altri spettatori. E il posto è nel punto più lontano dal tavolo. Negli anni ho sviluppato l’abilità di respirare con la bocca, quando mi trovo vicina a fonti casearie — innumerevoli sono state le volte in cui ho dovuto ricorrervi. Ma trascorrere tutto un concerto a lottare con la puzza, avrebbe compromesso l’apprezzamento, e il ricordo, del concerto stesso.
Proust aveva la petite madeleine a fungere da grilletto della memoria. Io non voglio avere il camembert.
Digressione. Ma perché non si può imbandire un tavolo con cup-cakes alla fragola, mousse al cioccolato, biscotti alla vaniglia? Perché non si può fare del cibo un deodorante per l’ambiente, ma si opta invece per il puteolente, per il mefitico?
Per come la vedo io, ci dovrebbe essere una legge che vieta di abbinare il formaggio a musica di livello celestiale come questa.
Haendel a Park Avenue, gommose alla frutta.
Sagra di paese in Valsugana, puzzone di Moena.

La sala dell’appartamento ha due finestre che danno su Park Avenue e una finestra che dà sulla 33esima. Non voglio immaginare gli zeri di questo appartamento, anche se li vedo tutti nella classe non ostentata dell’arredamento. Pochi pezzi. Un pianoforte a coda in mezzo alla stanza, un pianoforte a muro accanto a un muro. Due lampade in stile Gropius — due semplici bocce sorrette da due semplici tubi di alluminio che avresti trovato nella casa di Walter a Weimar.
Libri di musica. Dettagli in marmo nero, che apprezzo. Piccole pile di libri qui e là. In cima a una, “Haendel”. E il concerto è proprio dedicato a questo compositore. “Haendel in Harlem”, il titolo. Come se il compositore, vissuto nel ‘700, avesse fatto un viaggio a Manhattan ai nostri giorni e si fosse incrociato con le sonorità harlemite. Questo non a caso: a quanto ci spiega il sassofonista, il ritmo di Haendel è vicinissimo al jazz. E in effetti scorpriremo che lo è.

Non avevo mai assistito a un concerto da camera. Ma ora capisco cosa li rende speciali, questi concerti, e perché si chiama “musica da camera”: la eseguivano nelle sale delle corti per divertire i principi (contrapposta alla musica di teatro o di chiesa). L’esperienza è davvero principesca: lo spettatore gode al massimo grado della musica. E’ come sentirla dritta nella pancia, dentro nell’anima. In un teatro, per quanto piccolo, la musica si disperde. Nella sala di un appartamento tutto rimane lì.
Allora mi bevo questa musica, fino all’ultima goccia, fino all’ultima nota, dimenticando la minaccia del formaggio a pochi passi, il ghetto delle calzature fuori dalla porta e tanti poveri piedi orfani tutt’attorno.

E parlando di musica…Avete sentito a chi è stato assegnato il Pulitzer per la musica quest’anno? A Kendric Lamar. 🙂 Forse lo ricorderete per “Humble”, un signolo che mi fece impazzire lo scorso anno. La giuria della Columbia — ma voi sapevate che l’ateneo gestisce i Premi Pulitzer?! — ha così motivato riferendosi all’album DAMN.: “A virtuosic song collection unified by its vernacular authenticity and rhythmic dynamism that offers affecting vignettes capturing the complexity of modern African-American life”.
Questa vittoria fa la storia. E’ la prima volta che si premia un’opera non classica o non jazz. La prima volta che si premia un artista hip-hop.
A volte le cose possono cambiare 🙂
Yo, Kendric bro, yo.

Questa settimana sono andata al Walter Reade Theater del Lincoln Center a vedere “Zama” di Lucia Martel.
Diciamo subito che questo è un film di nicchia. Se siete appassionati di storia, post-colonialismo, vi piace il cinema che osa e siete disposti a incontrare una regia che si discosta dalle solite regie, allora “Zama” è pane per i vostri denti. In caso contrario, il film vi risulterà un po’… indigesto.

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, “Zama” è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Antonio Di Benedetto, considerato un classico della letteratura argentina del Novecento e della storia del colonialismo in Sudamerica.

Ambientata nel diciassettesimo secolo, la narrazione vede per protagonista l’ufficiale argentino Don Diego De Zama, il quale, per ordine della Corona Spagnola, viene esiliato in Paraguay, lontano dalla moglie e dai figli. Zama brama ardentemente per tutto il film l’arrivo di una lettera che certifichi il sospirato trasferimento a casa, a Buenos Aires. Un’attesa infinita intervallata soltanto dalla misteriosa — incomprensibile — figura del bandito Vicuña Porto, la cui cattura potrebbe accellerare, agli occhi illusi di Zama, la su dipartita dal Paraguay.
La permanenza di Zama nella colonia spagnola — un vero e proprio esilio napoleonico — lo costringe a vivere una specie di condizione da teatro dell’assurdo, mentre aspetta aspetta e aspetta una liberazione che non arriva mai. Godot-style.

Moviers, non credo di aver mai visto un film così. E per me potrebbe aprire un nuovo filone. Quello del film storico in cui la storia è vista attraverso l’occhio distorto di un personaggio ieratico, praticamente sempre zitto, dalla sanità psicologica compromessa, e parallelamente, da una regista che se ne infischia del genere “storico/in costume” ma si concentra piuttosto su come proporre una riflessione potente sull’insensatezza del colonialismo. Nel film la storia sfocia nel visionario, grazie anche a una natura lussureggiante e vergine che si presta bene a una resa onirica come si vede in “Zama”.
Un nuovo filone perché non c’è la spasmodica ricerca da parte della regista, di ricreare il setting, i vestiti dell’epoca, il mobilio dell’epoca. Nessuna riconstruzione verosimile, nessun tentativo di mimare la realtà di un periodo storico. C’è, al contrario, la volontà di mostrare lo sciatto, il trucchetto che si cela dietro, o sotto —ovvero, metaforicamente, la menzogna, la balla, il marcio del colonialismo. Le parrucche settecentesche, indossate per dovere, non nascondono i veri capelli ma li lasciano intravedere platealmente. Gli appartamenti dei “signori” si confondono con le baracche degli indigeni. La commistione tra nobile e plebeo, tra umano e animale, trova il suo climax nella scena in cui un lama gironzola nell’ufficio del governatore.
Un film come “Zama” scardina i punti fissi del cinema storico — pensate a che lavoro di ricostruzione era stato “Barry Lindon” — e propone un prodotto che non somiglia a nulla di già visto, affidandosi a una narrazione stagnante, visionaria, a tratti fortemente enigmatica. Forse il viaggio del Capitano Benjamin Willard in “Apocalypse Now”, con la storia che incontra la follia nel personaggio di Kurtz, sono dei degni predecessori. Ma in Martel non c’è nessuna intenzione di rifarsi a nessun modello. L’assurdo è il destino riservato a Zama, espresso metaforicamente dal finale — lui, mutilato, trasportato in barca, in mezzo ad acque verdissime — e dall’ineffabile espressione che porta sul viso. Grandissima scena.
Un film che è un trip. Se non temete gli effetti collaterali, servitevi pure.
E anche per statesera è tutto, Moviers.

Questa settimana ho combinato dei pasticci con il WiFi, cancellando alcune foto, mannaggiamme. Per questo il Frunyc III di questa settimana è un po’ magrino — ma vedrete alcune immagini spettacolari dell’uscita in barca sull’Hudson di oggi. 😉
Mi rifarò la prossima settimana!

Ringraziamenti tanti, e saluti, stasera, fastidiosamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 366 da NYC commenta “THE RIDER” di Chloé Zhao

LET’S MOVIE 366 da NYC commenta “THE RIDER” di Chloé Zhao

Mozart Moviers,

è lui che vado a sentire al Met. E facciamo subito una distinzione — i non-newyorkesi si confondono sempre, e anch’io, all’inizio.
Ci sono due Met. La Metropolitan Opera, che sta al Lincoln Center, la piccola cittadella delle arti fra la 65esima e la 67esima, sulla Columbus, Upper West Side. E poi c’è il MET, Metropolitan Museum of Art, il quarto museo più visitato al mondo, il mastodonte territoriale che occupa quattro isolati, lungo la 5a Avenue, Upper East Side.
Venerdì sono stata al primo Met, quello dell’opera. L’occasione, ghiottissima. L’ultima serata in cui mettevano in scena una versione di “Così fan tutte” che ha fatto scrivere pagine e pagini di elogi sul New York Times e sul New Yorker. Tutti gli spettacoli sold-out, un miracolo trovare i biglietti — sono stata miracolata.
Ma tutto, in realtà, sapeva di miracolare, venerdì. Dopo due settimane di freddo assassino, un freddo che è come un dio — innominabile. Un freddo, quello tra marzo e aprile, che rientra nei misteri più agghiaccianti (!) della mia permanenza qui. Dopo quel freddo lì, da un giorno all’altro — letteralmente da un giorno all’altro — lo zero termico viene scalzato da 25 gradi.
Allora la prima cosa che faccio, e che voglio fare sin dal giorno in cui mi sono trasferita al Rockfall, al 545 della 111esima West, è quella di pigiare “10” nell’ascensore e ascendere al paradiso del rooftop. Per spaparanzarmi al sole, monitorata a vista dall’Hudson, dalle infinite cisterne che costellano lo skyline tutt’intorno, e dal Chrysler Building, laggiù in fondo. E dall’Empire, anche lui piccolo piccolo. Sotto di me c’è la Broadway, e senti la vita di quest’arteria che alimenta di traffico e umanità il ventricolo destro del cuore di Manhattan. I camion della spazzatura a tutte le ore. Le ambulanze, i cops, i tir che riforniscono i negozi e si fermano sistematicamente in seconda fila, e nessuno dice niente — NYC come Napoli.
Da lassù, dal rooftop, tutto sembra più remoto, ovattato dall’altezza e dalla distanza. Immagino quanto possa picchiare duro il sole in piena estate. Dalle 4 pm alle 5 pm, ovvero l’ora che sono rimasta lì, mi ha stordito. Dopo tutt’un inverno ad agognare il caldo, quando il caldo finalmente arriva ti coglie sempre impreparato. Hai perso la mano, non sai più come gestire questa forza bianca che ti batte la testa e ti stende su un lettino in una specie di coma fotovoltaico.
E quella volta che vai al Met, devi costruirci un rito attorno. Non ci vai in jeans e ‘na maglietta, no. Ti metti il Karl Lagerfeld che hai trovato a una svendita della svendita della svendita e che hai pagato 38 dollari. E New York fa anche queste cose: ti regala i vestiti, se sai dove guardare. E l’hai preso tipo sei mesi fa, sapendo che, con quei fiori lì, avresti potuto indossarlo solo a primavera, e l’hai fatto aspettare nell’armadio tutto quel tempo, aguzzina. Poi però ecco che arriva quel giorno, il 13 aprile. E tu ti c’infili dentro e magari ci abbini un paio di Alessandro Dell’Acqua ai piedi. Perché New York, se sai dove guardare, ti regala anche le scarpe — 29 dollari.

E te ne esci di casa, prendi la metro e decidi di scendere alla 72esima, 5 isolati prima della tua fermata. Perché a una temperatura così empirea solo San Pietro ci è abituato. Noi, credenti o ate(sin)i, no. E cammini quei cinque isolati, sentendo la primavera addosso, e addosso agli altri. Finalmente i fiori di Karl Lagerfeld, sepolti per sei mesi dentro l’armadio, sbocciano. E tu sorridi come una demente — sei il PhD della demenza. Non riesci a tirarti giù dalla faccia quel sorriso che rivolgi a tutti e a tutto. Perché hai dei fiori finalmente liberi addosso, e perché adesso sei arrivata davanti ai gradini del Lincoln Center e lo spettacolo comincia lì, proprio lì. Il pubblico dell’opera che arriva. Tacchi e shiffon, cravatte. Ma anche jeans e scarpe da ginnastica, perché non per tutti il Met è un luogo sacro alla stregua della Basilica di San Pietro a Roma e la Chiesa di San Marco a Venezia — in cui entrare abbigliati comme il faut. E li rispetto, ma mi spiace per loro: ci rimettono parte del fun — e finiranno all’inferno, sicuro. 🙂
Le persone si danno appuntamento attorno alla fontana tonda che sorge in mezzo alla U del Lincoln Center — il Met sta nella pancia della U. Sulla stanghetta di sinistra c’è il New York City Ballet, su quella di destra la David Geffen Hall. Lì a due passi, verso destra, il Lincoln Center Theater, e di là dalla strada la Julliard, la scuola di ballo che tutte le punte sognano.
Sono le 7:45 pm, quell’ora del divenire in cui il giorno non è più e la notte non è ancora, e la luce è il periodo Blu di Picasso.

C’è a chi il Lincoln Center non piace, da un punto di vista architettonico. Hemingway, l’amico newyorkese incavolato nero con la città di New York, si scaglia sempre con veemenza trappattoniana contro questo complesso artistico. “Don’t you see it is Fascist??”, mi ha già strillato due o tre volte. Io vorrei dirgli che veramente io non confondo il Fascismo con il Razionalismo. Che non dobbiamo essere così grossolani nei nostri giudizi, Hemingway. Io non canto certo “Faccetta nera bell’abissina”, tuttavia apprezzo certe strutture firmate Terragni. Amare il futurismo fa di me una filo-mussoliniana? Non credo proprio… E toh, mi piacciono anche certi edifici dell’EUR, soprattutto il Palazzo della Civiltà Italiana, che l’ha voluto Fendi a tutti i costi per metterci dentro i suoi capolavori. E mi piace anche il gusto razionalista del Lincoln Center. Mi piacciono la sua semplicità, linee e spigoli elementari, da albori della geometria. Mi piace l’idea che da dentro contenitori bianchi regolari spuntino fuori forme infinite di spettacoli dai colori altrettanto infiniti — come un “Così fan tutte” ambientato a Coney Island negli anni ’50.
Capito Hemingway??
🙂
L’interno del Met è una combinazione di velluti e moquette bordeaux, grossi lampadari Svarowksi, e giroscale in muratura bianchissima. Nel piano interrato sorgono due pareti tappezzate di ritratti in bianco e nero, di tutti i grandi attori che ne hanno calcato le scene.
Lì accanto, un busto dorato.
Caruso.
La fauna che si aggira al Met è della più variegata. Tantissime coppie gay. Le distingui non solo dalla mano nella mano o, più comunemente, dalla mano dell’uno sulla nuca dell’altro, ma dal look. Tiratissimi. Colori pastello, sete. Oppure completi scuri, pantaloni sempre taglio skinny, leggermente sopra la caviglia, le giacche a cui manca un nulla per essere troppo strette, ma che per qualche miracolo, non lo sono — dei miracolati anche loro. Un numero spaventosamente rincuorante di giovani. Giovanissimi. Dai 18 ai 25. Specie nel family circle, ovvero la parte più alta in galleria, quella che un tempo si riservava alla plebe. Anch’io sono lì — plebea. E non mi lamento: il teatro è sold-out. Mi sarei fatta andar bene anche gli scalini fra un settore e l’altro. Anche la soffitta, il tetto. Tutto. Purché dentro.

E poi ci sono i balconcini riservati ai Guild Members del Met. Avete il vostro palchetto, accesso esclusivo alla Belmont Lounge, un ristorante a voi riservato, e vi presentate all’opera in smoking. Sborsate un fee-ottìo all’anno, il ristorante è tanto scenografico quanto la cucina pessima. Ma figo, fa figo, non si discute.

L’opera in sé, “Così fan tutte”, se letta in chiave contemporanea, potrebbe portare neo-femministe, #metoo e be’, donne tutte, a imbracciare il kalashnikov. Il morale della favola è che tutte le donne sono infedeli di natura: date loro l’occasione di tradire, e loro tradiranno. Di qui il titolo.
Io innanzitutto direi a Lorenzo Da Ponte, il librettista che ha scritto il testo — per le musiche, ci si rivolga a Wolfgang Amadeus — gli direi che le cose non stanno proprio così, e che c’andasse piano con la stereotipia. Ma certo, dobbiamo pensare che parliamo del 1790. Cos’erano le donne nel 1790? Madri, sgualdrine, balie e soprammobili.
Per altro scopro che Lorenzo Da Ponte, dopo essere caduto in disgrazia in Italia, prese la valigia di cartone e si trasferì guess where? A New York City… Qui si mise a insegnare lingua e cultura italiana e, nel 1825, fu il primo professore di letteratura italiana alla Columbia University… Il fatto che ora alla Columbia hanno più professori che iscritti ai corsi per via del calo delle iscrizioni ai corsi d’italiano, rattristerebbe molto il nostro Lorenzo.

Lo spettacolo è stato davvero spettacolare. Come assistere a un sogno che prende forma davanti ai vostri occhi aperti, e non dietro le vostre palpebre serrande. Trovata geniale, quella di trasportare l’opera a Coney Island, con i freaks, la ruota delle meraviglie, mangiafuochi, nani, donne barbute, giostre e tunnel dell’amore. Sono uscita stordita, inebriata, praticamente fatta. Anche perché ormai lo sapete, Coney Island occupa un posto unico nella percezione che ho di questa città.

Ed è poi questo che mi piace di New York. La possibilità di andare all’opera una sera, e poi, la mattina dopo, infilare le scarpe da ginnastica, e tornare nel mio amato Bronx, e perlustrarlo in una parte nuova, un sottoponte con dei graffiti dai colori incavolati, un campo dove gli skaters ricamano di acrobazie il cemento trasformandolo nel loro quartier generale.
E poi spingersi su su fino alla 190esima, dove la vita sembra scorrere lemme lemme, con i capannelli di studenti ebrei della Yeshiva Universiy, le giovani madri al parco mentre leggono un libro, la carrozzina a fianco, gli uomini che lavano le automobili a bordo strada. Perché è sabato, e di sabato si lavano le macchine anche nel Bronx.
New York City sono le possibilità di New York City.

E questa settimana sono andata all’Angelika Film Center a vedere “The Rider” di Chloé Zhao.
Presentato lo scorso anno nella sezione Quinzaine des Realisatuers del Festival di Cannes, “The Rider” è la storia vera di Brady Jandreau — interpretato da se stesso— giovane talento dei rodeo del Sud Dakota, che, a seguito di una caduta, si spacca letteralmente la parte destra della testa — che poi viene letteralmente ricucita con punti/cambrette alla Frankenstein. I dottori gli danno un ultimatum che Brady non vuole proprio sentire: basta rodei, basta cavalli, no kidding. Brady sa di essere nato per quello, ma sa anche che i rodei sono dei campi di battaglia. Tante sono le vittime, tante le ferite, più o meno invasive. Più invasive che meno. Come nel caso del suo migliore amico, ridotto a un vegetale dopo una brutta caduta. Brady va a trovarlo spesso in ospedale, lo accudisce come un fratello, lo sostiene come un padre: non fatichiamo a capire che in lui rivede un po’ se stesso. La fine che potrebbe fare se continua con la vita in sella.

“The Rider” è un sistema di specchi che rifrangono il protagonista. Non solo il migliore amico di cui sopra, ma anche un cavallo che gli viene chiesto di domare, e che si ferisce gravemente a una gamba — zampa? — con del filo spinato. Non rimane che sopprimerlo. Anche questo rinvia alla condizione di Brady, e, più in generale, a quella delle persone “rotte”, che hanno subito un danno.
Cosa fare quando non puoi più fare l’unica cosa per cui credi di essere nato? Cosa fai quando credi di non saper combinare altro nella vita? Vengono in mente tutti gli atleti che s’infortunano e non possono più continuare con l’agonismo. O i ballerini. Cosa si fa in quei casi? E come fa Brady?
Be’, lui le prova un po’ tutte. Si trova un lavoro in un supermercato, cerca di stare lontano da quel cerchio magico del maneggio, ma proprio non ci riesce. Ricomincia con l’addestrare qualche cavallo, e di lì al rimettere il sedere su un bisbetico indomito il passo è breve. Però Brady ha anche una sorella autistica a cui badare. Anche lei, un po’ come Brady e il suo migliore amico paralizzato, è una “segnata”, ma dalla nascita, non dalla vita. E Brady è assolutamente adorabile con lei, così come con l’amico. Il senso del film e della storia di questo ragazzo buono buono e taciturno si sviluppa proprio lì, nella presa di coscienza che c’è dell’altro, oltre il rodeo. Che morto un talento se ne fa un altro. La vita, semplicemente, va avanti. E il suo talento altro è quello di prendersi cura delle persone.

So che detta così può sembrare un po’ scontata come storia. Imputate a me questa percezione, non al film. “The Rider”, oltre a monitorare un percorso di crescita interiore di un ragazzo, illumina il volto melanconico del cowboy. L’archetipico solitario che nasconde il suo vero stato di salute a tutti, per non destare preoccupazioni, ma anche per nascondere un po’ la testa sotto la sabbia, e fingere di non vedere una mano che non vuol rispondere ai comandi del cervello… Il cowboy ragazzo che va sulla tomba della madre, morta troppo presto, lasciandolo con un padre distratto, preso dalla propria vita, tra video poker e conti da pagare.
Il linguaggio che la regista ha deciso di adottare è tra la finzione e il documentaristico. Del resto la componente di “verité” è molto forte, considerato il passato di Brady da asso dei rodei e la presenza sul set di amici/famigliari veri. E anche se avrei molto apprezzato i sottotitoli — ho capito che il piatto preferito degli abitanti del Sud Dakota sono le sillabe delle loro parole — certi momenti sono compensibili a un livello trans-linguistico. Un gruppo di giovani rodeisti raccolti intorno a un fuoco, in mezzo alla prateria, che si scambiano battute, ma anche piccole grandi lezioni di vita. I dialoghi di una semplicità disarmante, ma che racchiudono Sofocle.
Se vi capita a tiro, non perdetelo.

E anche per stasera, I call it a night 🙂
Ringraziamenti doverosi, Frunyc III aggiornato là dove sapete, e saluti, classicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 365 da NYC commenta “YOU WERE NEVER REALLY HERE” di Lynne Ramsay

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Mercoledì Moviers

vado a Dobbs Ferry.

Fronti corrugate, sguardo perplesso, neuroni in movimento.
Tranquilli, ho reagito così anch’io quando l’ho sentito

Dunque, Dobbs Ferry sta nel Middle-of-Nowehere upstate, diciamo più o meno a 45 minuti di treno dall’ultima fermata della metro più a nord, la 242esima, capolinea della rossa.

E’ una strada che non mi è nuova, la 242esima. L’estate scorsa ho trascinato la bici da quelle parti. Sono delle parti molto interessanti. Ci trovate il Van Cortland Park, un parco grande come il Molise che contiene, al suo interno, il Van Cortland Golf Course, un campo da golf grande come la Va d’Aosta. Praticamente la Minitalia. 🙂

Il parco è accessibile a tutti. Il campo da golf non è accessibile alle italiane in bici. L’ho scoperto abbastanza in fretta. Fra i caddy e i golfisti dallo sguardo interrogativo e divertito, mi affianca il caddy della Security — il cop caddy — e mi dice che no, le bici non sono assolutamente permesse, verboten, raus.
Visto che da quando sono qui ho subito ogni sorta di reprimanda quando sono sulle due ruote — e lì non si può pedalare, e lì sei in contromano, e là sei nei sentierini di Central Park e nei sentierini di Central Park devi camminare la bici manco fosse Fido — visto insomma tutte le limitazioni che mi sono state imposte come biciclettista — lesive, direi, nella mia natura di biker, ma per i j’accuse c’è tempo — ho fatto ricorso al solito atteggiamento di contrito stupore con cui hai la possibilità, ma certo non la sicurezza, di salvarti. In Italia, la certezza, ce l’hai. Qui no.

“Oh my, I am so sorry… It’s my first time in the park, I had no idea the Golf Course could be accessed that simply… Would you be so kind as to tell me the shortest way out?…. And again, my apologies”.
Nell’istante in cui entri in territorio minato da qualche Security, devi avere sempre la risposta pronta. Me la preparo sempre. Perché, vedete, con una risposta così:

1.     fate capire che siete assolutamente innocui — di vitale importanza in un paese in cui si pensa seriamente di armare i professori (!!) — e quindi non c’è bisogno per loro di chiamare lo sceriffo, la centrale o l’esercito.

2.     rifilate una critica, costruttiva, per carità: se l’accesso al campo da golf fosse segnalato meglio, pressapochisti che non siete altro, non ci si sbaglierebbe.

3.     dimostrate di dipendere dal suo aiuto per uscire da lì. Dopotutto, l’istinto all’eroismo di un cop, per quanto su un caddy, è pari a quello di un qualsiasi altro cop, e se lo lusinghi, l’effetto suscitato non può che giocare a tuo favore.

Golf a parte, il Van Cortland Park ospita campi e aree per tutti gli sport che possono venirvi in mente. Dal cricket al calcio, dalla pallavolo al tiro con l’arco al softball — sono cresciuta credendo che il softball fosse il baseball versione light, soft appunto, per le ragazze, invece no no no, fruner che non sei altro, il softball è un tipo di baseball, ma non è gender-specific, una volta tanto. Tuttavia, lo sport più praticato, almeno durante l’estate, e durante il weekend, è il “chilling”, ovvero lo sciallo delle famiglie latino-americane che abitano la parte nord di Manhattan. Portoricani, dominicani, latini in genere. Dalla 157esima in su non sentite più una parola d’inglese. Fate il conto di quante strade ci sono fra la 157 e la 242, e avete il prospetto demografico latino-americano di New York City.

Il loro sciallo è molto mediterraneo, molto simile a quello della famiglia italiana media. Solo che qui le famiglie latine medie si sggregano. Famiglia più famiglia più famiglia vuol dire un party collettivo. Praticamente una sagra.

Sono attrezzati in una maniera che definirei assassina. Teglie e teglie e teglie d’alluminio piene di cibi dall’aspetto untissimo, piccantissimo, e, a quanto pare, prelibatissimo per i commensali. Sotto le teglie, file di scaldavivande, e sotto la fila di scaldavivande, file e file di tavoli. E sotto i tavoli, file e file di bauli frigo pieni di bollicine in ogni forma e colore e grado etilico. Sopra le file di tutto, baldacchini parasole. Perché se a NYC c’è una paura che definirei quasi esistenziale — a parte quella di incappare in una battuta politicamente scorretta — ebbene quella, è la paura del sole. Dovreste vedere gli strati di crema sulla faccia di certe runner a Central Park… Pierrot, al confronto, è Rocky Roberts.
Sull’angolo dei barbecue, non dico. Se la macellazione della carne fosse considerata atto criminoso, la quantità di bistecche, hot-dog, hamburger sulle griglie domenicali di Van Cortland Park rappresenterebbe il genocidio recidivo più abominevole della storia.

E vige la settorialità. C’è il settore bambini, con ogni sorta di gioco e cianfrusaglia rigorosamente di plastica, rigorosamente tossica. C’è il settore donne, con le matrone larghe e basse che preparano, distribuiscono, riordinano e intanto chiacchierano fitte fitte, sicuramente lamentandosi dei propri uomini. E c’è il settore uomini, che si divide tra la guardia al barbecue, e lo stravacco selvaggio con birra, coscia di brontosauro e buddy-talking con gli amici. Attorno a tutto questo, un impianto stereo con minimo due casse alte come me — che non sarò Uma Thurman ma nemmeno Salma Hayek — e il repertorio della latino-americanità musicale dei giorni nostri: “Despacito” e “Muevelo” sono un po’ le Variazioni Goldberg del contesto.

La 242esima è una specie di Scilla e Cariddi oltre la quale non so cosa ci sia. Sono stata ancora Upstate, ma mai nella contea di Westchester… Mi chiedo se il saloon sarà aperto, visto che arrivo di mattina presto presto…

Mercoledì lo scoprirò. A Dobbs Ferry sorge il Mercy College, una delle tante università che popolano lo Stato di New York. Qualche tempo fa avevo contattato il Chair del Diparimento di Italiano per sapere se cercavano docenti. Il Chair mi risponde che no, sono al completo per il momento. Ma che si è permesso di esaminare il mio CV e vorrebbe invitarmi a parlare ai suoi studenti della mia esperienza come poeta, reporter per La Voce di New York, docente all’FIT, ecc. Insomma, per parlare di me.
Pagandomi, of course.

Per la seconda volta, fronti corrugate, sguardo perplesso, neuroni in movimento.
E per la seconda volta, tranquilli, ho reagito così anch’io quando l’ho sentito.

Per noi italiani, la cosa, concorderete, ha dell’incredibile. A prescindere da me, ovvero dall’invitato, ciò che ha dell’incredibile è la facilità nel combinare queste cose. Soprattutto l’interesse.

Io mi rendo conto che qui un italiano — sia esso un Board o uno scrittore o un manager aziendale — sia visto come un soggetto esotico, e come tale, susciti curiosità. Ma il bello, è vedere come questa curiosità si traduca in termini pratici. “Mi interessi. Potresti interessare ai miei studenti. Vieni a conoscerli? Ti paghiamo”.
Non dico che questo non avvenga in Italia. Ma è quantomai raro. Sicuramente non retribuito, a meno che tu non sia una personalità affermata. E anche nel caso in cui tu lo sia, una personalità affermata, non ti pagano.
Non ti si fila nessuno, abbiamo già avuto modo di dirlo.
Non facciamo i piangimerenda, veh. Si rileva semplicemente un atteggiamento statale.

Cosa dirò a questi ragazzi del Mercy College mercoledì? Dovrò coltivare il mito dell’Italia terra di piazze, lambrette, Mastroianni e pici gustati nelle valli del Chianti, oppure dovrei dire anche un po’ delle sue animalesche menomazioni, dell’Italia scimmia sorda, cieca e muta? Da italiana unconventional, potrei certo parlare di piazze e Mastroianni, della lambretta mi limiterei a quella su cui sfrecciavano Gregory Peck e Audrey Hepburn in “Vacanze romane”, e quanto ai pici toscani, be’, non ho mai avuto il piacere, sorry.
Non dirò nulla di tutto ciò. La poesia, come sempre, mi salverà 🙂 E anche un power point. E che io abbia messo insieme una presentazione ppt, la dice lunga. “Times are a-changing”, cantava Dylan, quando l’onta del Nobel era ancora lontana…

Questa settimana sono andata al Lowe’s sulla Broadway a vedere “You Were Never Really Here” della scozzese Lynne Ramsey. Premiato all’ultimo Festival di Cannes con la Palma d’Oro per miglior attore, Joaquin Phoenix, che solitamente non mi fa impazzire — perché di Phoenix, lo dico sempre, ce n’è stato e ce ne sarà sempre solo uno, ed è River — in questo film, Joaquin si merita tutti gli applausi che io possa appludire.
Non è che il film sia tutto lui, perché la regia, personalissima, della Ramsey, è meritata co-protagonista. Ma se faccio il giochetto dell’“E se al suo posto ci fosse stato Nicholas Cage? O Andy Garcia? O Riccardo Scamarcio??”, la risposta è scontata. Il film sarebbe colato a picco.

Dunque i fatti stanno nel palmo di una mano. Un passato di violenze subite nell’infanzia e nell’esercito, Joe vive con l’anziana madre e si guadagna da vivere come “detective” — diciamo una via di mezzo fra il mercenario e il regolatore di conti. Le cose cominciano a precipitare quando Joe viene incaricato dal Senatore Tal-dei-Tali a recuperare la figlia tredicenne, Nina, finita tra le mani di pedofili di alto bordo, anche se poi si scoprirà che il padre… Ma non facciamo spoiler…

Queste tre righe di riassunto non dicono praticamente nulla del film, che è un buon connubio fra thriller, noir, dramma e horror. Horror più nel senso letterale che letterario del termine. Fa orrore infatti, il modo apparentemente freddo e meccanico con cui Joe usa violenza contro i soggetti che gli capitano a tiro. Ricordate Trevis, di Taxi Driver? Ecco, una specie. Solo che Joe agisce con un martello… La regista ha una certa fascinazione per il sangue, e certi dettagli che evocano l’orrore più che mostrarlo esplicitamente — un paio di occhiali bucati e un lago di sangue sotto una testa evocano, per esempio, un occhio trafitto… Quindi sì, Ramsey indugia su certi dettagli, ma è una regista troppo raffinata per scadere nel gore e nello splatter. Se avete visto il suo splendido “We Need to Talk ABout Kevin”, qualche anno fa, saprete che lei ama più che altro i risvolti — meglio, i recessi — psicologici, e muoversi nella dimensione dell’infanzia come momento che può essere irrimediabilmente, irreversibilmente devastato, e le cui devastazioni si ripercuotono poi nell’età adulta. Joe porta le cicatrici, metaforiche e fisiche, di questi danni subiti — i continui flash-back di lui bambino non smettono di rammentarglielo. E lo stesso dicasi per Nina, un fiore biondo costretto a finire fra le zampe dell’orco, obbligandola a reagire nel più ferale dei modi.

Ma in un film in cui tutto sembra vòlto al peggio — la disumanità dell’umanità sotto la luce del sole in una New York ripresa praticamente sempre di giorno — quando stiamo per gettare la spugna, ecco il finale, celeste, come gli occhi di Nina. E badate, la spugna, Joe, è sul punto di getterla tante volte durante il film. Talmente tante che la scena di apertura è proprio la testa di Joe, dentro un involucro di nylon come il più classico dei completi usciti dalla tintoria e la più classica testa pronta al suicidio. Coltello, pistola, annegamento. Joe cerca in ogni modo di farla finita. Ma c’è sempre qualcosa che ferma la china suicida che sta per prendere e che lo trattiene dalla caduta. La vita è sempre più forte di te, ho scritto un giorno da qulche parte. E ho letto questo verso sul volto di Joe.
Splendida la sequenza finale. Dopo uno strazio straziante all’interno di una villa, Joe e Nina in un diner, i due fallati, gemelli diversi per genere, età, sesso e stazza, eppure similissimi nei traumi che li abitano. L’uno più perso dell’altra. I finali potrebbero essere tanti, la fuga per la ragazzina, un colpo di pistola in bocca per Joe. Eppure no, né l’una né l’altro. Perché “It’s a beautiful day” fuori. E da lì si riparte.

Dell’anima disgraziata di Joe, mi piace quello che vedo nelle ferite lasciate dalla vita. E’ come se rilucessero, come se vedessi la tenerezza perduta, la capacità di ridere — come fa con la madre, imitando “Psycho” e forse ironizzando un po’ su se stesso, che al posto del coltello, ci dà di martello — la capacità, anche di emozionarsi ascoltando una canzoncina per bambini.

Apprezzatissimo anche il tessuto sonoro che si avvolge attorno alla storia e la rende compatta, coerente, anche quando gli abbinamenti scena-musica sono contrastanti. Il titolo poi — che il cielo lo protegga dalle barbarie di certe traduzioni per la distribuzione italiana — brilla per quanto riesca a sintetizzare il senso di alienazione che il protagonista sente e da cui cerca di liberarsi per tutto il film. E’ come se tutto confermasse a Joe che la sua è stata una non-vita, un’esistenza-assenza. Come se non fosse mai realmente esistito, come dimostra, ancora una volta parte della scena finale. Ma l’apparenza inganna, e Joe esiste eccome. Nina, con la sua vita salvata, è lì a dimostrarlo.

“You Were Never Really Here” non è un film facile e farà distogliere lo sguardo a molti. Ma ti fa vedere il disgusto, quello che non vuoi vedere, quello che ti repelle — a questo proposito, Joe è sempre mostrato in tutta la sua flaccidità, barba lunga, codino, tutto sempre molto sgradevolmente bagnato, si tratti di acqua, sudore o sangue. Sgradevole. Ma l’umanità è anche questo.

Per i temerari, gli amanti del cinema ostico e del diverso.

Qui potete leggere ancora un po’ di Banksy, se vi fa piacere. 😉

E anche questa domenica, siamo arrivati in fondo. Frunyc III aggiornato al solito posto, ringraziamenti tanti, e saluti, settimanalmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 363 da NYC commenta “ISLE OF DOGS” di WES ANDERSON

LET’S MOVIE 363 da NYC commenta “ISLE OF DOGS” di WES ANDERSON

Mid-term, Moviers,

corrisponde un po’ alla fine del primo quadrimestre quando eravamo alle superiori, che coincideva con un fuoco di fila di temi e interrogazioni a gennaio e a maggio, rispettivamente prima delle due pagelle. La grande differenza tra qui (USA) e là (Italia) non sta tanto nella mancanza delle pagelle, quanto nel fatto che là sono le superiori, qui l’università. Quando andavo all’università io non facevamo esami di mezzo-corso: davamo tutto direttamente a febbraio, a giugno o a ottobre, a seconda della sessione, rimandando sempre tutto all’ultimo, come previsto dal codice dell’universitario temerario.
Qui funziona che l’università è un incrocio fra le nostre superiori e l’idea di college che gli americani hanno, e che noi abbiamo grazie a un infinito numero di film e serie televisive che ce l’hanno passata. Seminari, tesine da preparare, presentazioni orali, giudizi in crediti, sono tutti sistemi di valutazione americani che poi noi europei abbiamo mutuato di recente, credendo, probabilmente, che il loro metodo di apprendimento fosse migliore del nostro. O semplicemente perché ci lasciamo incantare da tutto quello che è esterofilo, e siamo pronti a sparare a zero su tutto quello che è di casa nostra. L’erba del vicino, si sa, è sempre più buona, ehm, verde.

Personalmente non so quale sistema sia il più valido in termini di istruzione e preparazione al mondo del lavoro. Ma insegnare in un’università americana mi permette di essere un’insider, e di guardare alla macchina accademica dall’interno, il che mi elettrizza da un lato, e mi atterrisce dall’altro.

L’organizzazione è da Wehrmacht. All’FIT abbiamo questo fantastico programma, Blackboard — di cui conosco forse il 2% — che ti semplifica la vita in maniera paradisiaca. Condividi files con gli studenti, registri presenze e assenze direttamente online — noi a Ca’ Foscari firmavamo un foglio volante — puoi impostare il metodo di raccolta voti a seconda di quanto prescritto dal tuo Syllabus (il programma di corso), ed evitarti la nevrosi tra percentuali e calcoli: fa tutto Balckboard in automatico.
In più, il famoso Center of Excellence in Teaching (CET), di cui già vi ho parlato, organizza una quantità di workshop per formarti. I workshop non durano giorni, come si tende a fare in Italia. Sono da 30 minuti. E funziona che tu ti iscrivi, ti presenti, loro ti spiegano. Poi tu provi. Se non capisci, li contatti, ti organizzano un incontro e ti rispiegano come funziona.
In uno di questi workshop ci hanno insegnato Voicethread: un programma in cui crei slideshow contenenti ogni tipo di media (immagine, video, documento) insieme a un tuo commento vocale e/o video incorporato. Chi partecipa può inserire il proprio commento — vocale o video — e si crea una specie di classe virtuale, e tu, docente, puoi persino inserire frecce, sottolinature o parole chiave sull’immagine che stai mostrando.
Non che io diventerò mai un drago di questi sistemi, s’intende, anche perché l’idea di registrare un video di me stessa in versione “teacher” mi fa rabbrividire. Ma ne riconosco il potenziale e la comodità. Per esempio alcuni docenti fanno ricorso a Voicethread quando le condizioni meteo impediscono di raggiungere il campus. Tu registri la tua brava lezione, avverti i tuoi studenti e te li ritrovi online. Tutti magari siete in pigiama e fuori si scatena l’inferno, ma la lezione, in qualche modo, la portate a casa. Ed è importante, portare a casa la lezione. I calendari degli studenti universitari americani sono intoccabili, se sposti qualcosa crolla tutto. Recuperare le lezioni è impensabile. E le nevicate sono sempre malviste anche per quello. Non si esulta come in Italia. Niente “evviva, lezione annullata!” e via tutti a giocare a palle di neve. Qui la reazione è opposta.
Ho incontrato Steven in ascensore, docente di cinese — Steven, non l’ascensore. “Always on a Wednesday, always on a Wednesday”, ripete, sconsolatissimo, riferendosi al giorno in cui abbiamo avuto le tre nevicate più toste, e in cui lui insegna. Perdere tre lezioni significa fare i salti mortali per pigiare tutto nelle lezioni rimanenti. E considerato quanto fitti sono i syllabi, pigiare è pressoché impossibile.
Pensate a tutti i balli sul mondo che ho fatto io ogni volta: io insegno il giovedì! 🙂
E c’è da dire che gli studenti non ne approfittano.
Un mercoledì, una mia pupil, Lara, che abita su per Upstate NY, dove la neve raggiunge quote da Vipiteno, mi ha scritto una mail strappalacrime, in cui mi aggiornava sulle condizioni della zona e si scusava preventivamente per la possibile assenza del giorno dopo.

Hi Professoressa Fruner,

During last nights storm we received 2 feet of snow and lost power which is still not yet restored. I have been unable to commute into work yet today due to road conditions and lack of train service and do not think that I will be able to make it into the city for class tonight.  I will let you know if this changes, but I wanted to give you advance notice and apologize. As soon as I have power and can connect to internet I will email you my homework.  May I make up the prova scritta?

La domanda significa “Posso recuperare la priva scritta?”. Ogni settimana mi tocca sottoporre una prova scritta a questi poveri malcapitati. Ed è nel loro interesse esserci e farle.
C’è da dire che Lara, Khian e Taylor sono le Tre Grazie, le golden students, le apples of my eyes — i fiori all’occhiello del corso IT112 Spring 2018.
Ma questo messaggio vi dà il polso di quanto gli studenti ci tengano a non perdere lezione.
Lo stesso è successo giovedì, con l’esame di metà semestre, l’ultima fatica prima dell’americanissimo “Spring Break”, iniziato venerdì e in vigore fino a lunedì 2 aprile.
Prendete Matthew, un bello studente con del potenziale, capelli grigio fluorescente e un istinto patente per tutto ciò che è fashion, cool, gay.
La lezione comincia alle 6:30 pm. Alle 6:18 pm, mi arriva questa email in cui, vedrete, ogni punto esclamativo trasuda puro panico.

Chiao Professoressa

My train is moving super slow but I’ll be In ASAP!! Please if you can allow me to take part of midterm I miss (if any) at the end of class it’s be appreciated!! 

Thank you

Questo è il tipico esempio in cui “chiao” non è un errore di battitura…
Certo ora sarete inclini a pensare che i miei allievi siano la crème de la crème dello studentariato americano. Ebbene no, non lo sono. Il trio delle golden girls lassopra è controbilanciato da una massa di dodici teste modellate da Mastro Ciliegia. Soprassedendo sulle lacune grammaticali generali — non è colpa loro, poveri, se il sistema scolastico americano preferisce sfornare campioni di spelling che ti scandiscono “supercalifragilisticexpialidocious” in 4 secondi, ma che non conoscono la differenza fra sostantivo e aggettivo — questi ragazzi mi sono carenti in coraggio.

Imparare una lingua straniera è questione di amore, resistenza e audacia. Buttarsi e parlare è un salto nel vuoto, che ti fa atterrare su un letto di piume: se ti butti, non sbagli mai, qualcosa impari sempre.
Sto provando a farglielo capire. Le reazioni sono spesso di una tenerezza infinita, e non so nemmeno come faccio a non sciogliermi davanti a spettacoli tanto strappacuore.
Ho detto loro che durante lo Spring Break dovranno preparare una presentazione orale. “Descrivi un membro della tua famiglia”.  Non più di 3 minuti in italiano, senza leggere. Mentre glielo spiegavo, sprizzando un entusiasmo isterico con cui speravo di contagiarli — “we will have soooo much fun, ragazzi!” — loro assumevano lo sguardo scorato e abbattuto del giorno in cui spiegai che, in italiano, “uovo” al singolare è maschile ma al plurale è femminile, lo sguardo “infierisci infierisci, e se vuoi anche un rene, prendi pure il bisturi”. Davanti a quell’avvilimento lì, mi sento personalmente responsaile per tutte le eccezioni della lingua italiana, e mi viene da prostrarmi in scuse.

Alla fine questo esame di midterm l’abbiamo fatto. La più agitata ovviamente ero io. Non so se si siano arresi davanti ai participi passati irregolari. Al fatto che quello di “scrivere” è “scritto”, non “scrivito” o “scrutto” — per quanto il secondo paia avere, al mio orecchio, qualche felice interferenza sumera. E leggere no, non fa “leggiuto”, né prendere “prenduto”.
Sembrano non temere affatto, questi studenti, la discesa verso la scure del giudizio. Vi scivolano incontro, inconscienti, o forse coscientissimi dei loro limiti. E sono onesti.
Prendiamo noi a esempio, noi studenti italiani. Chi non ha copiato durante un tema, una versione, un test? Honestly. Chi non ha sbirciato un libro sotto (il) banco, un appunto scritto su un bigliettino, magari incollato dietro un righello… O il foglio del vicino per vedere come cominciare una dimostrazione (!), o spifferato un “psss psss ehi” al vicino. Tutti l’abbiamo fatto, chi serialmente in tutte le materie — gli spudorati amanti del rischio 24×7 — chi sporadicamente — gli ostici nei confronti di certe materie. Forse agli esami all’università non succedeva così platealmente, eppur succedeva.
Ecco, i miei studenti americani, e in genere, tutti gli studenti americani, non copierebbero mai. Ma mai mai. Li ho osservati durante le prove scritte settimanali. Potrebbero facilmente dare un’occhiata a un foglio pieno di correttissimi “scritto, preso, letto, visto”. Ma non lo fanno. C’è una parte folle di me che li spingerebbe a farlo. Dai Gabrielle, butta un occhio al foglio dorato di Taylor, dai che una C- l’aguanti… Ma niente, nada.
Dove affonda tutta questa correttezza? Questo istinto etico? Perché noi italiani facciamo sempre i furbi, fin dalle elementari, anche se nessuno, obbiettivamente, ce lo insegna? Non è che nostra madre o nostro padre ti dica “Massì copia dal tema del tuo vicino di banco. Scriviti metà libro di chimica nell’interno braccio…”.
Perché noi lo facciamo e loro no?
E ampliamo l’interrogatorio. Questo atteggiamento poi si riflette nelle nostre vite da adulti? Per questo noi siamo portati alla scorciatoia, al “fregare il sistema”?
Ovviamente questa è una generalizzazione. So che voi Moviers siete tutti integerrimi, e che la vostra coscienza è linda come un bucato appena raccolto. Ma pensate a certe pulsioni della nostra indole. Non siamo forse attratti dal modo di pagare meno tasse, di saltare la fila, di evitare certe regole?

Naturalmente anche qui si commettono infrazioni e illiciti, come no. Ma certo l’accanimento con cui l’IRS (Internal Revenue Service) ti perseguita è ben più feroce e spaventoso di quello di Equitalia. Saranno i mezzi che hanno, saranno l’esperienza della CIA prestata al fisco, sarà il desiderio di rispettare ciò che Franklin Delano Roosevelt amava ripetere in merito alle tasse, “il prezzo che paghiamo per vivere in una società civile” — scolpita, per altro, sulla facciata del palazzo dell’IRS di Washington — sarà quel che sarà, ma il carcere per evasione è una realtà molto più realistica che in Italia, dove mi sembra rimanere un’ipotetica con il verbo al condizionale, specie per chi evade massicciamente.
Avrei potuto benissimo assentarmi durante l’ora dell’esame e so che non sarebbe volata una mosca. Ora pensate allo scenario di un’aula italiana con un esame in corso e il professore assente.

Questo atteggiamento si riflette anche a livello collegiale. Martedì sono stata al mio primo Faculty Meeting. Non era certo necessaria la presenza dell’ultima adjunct d’italiano arrivata in dipartimento (!), non vi partecipavano tutti i docenti di tutti i dipartimenti. Ma ci sono andata per curiosità. Ebbene la “Doctor Brown”, la Presidente dell’ateneo, ha fatto un report di tutte le spese affrontate dall’università durante l’anno accademico 2017 che manco la Gabanelli, e ha dato un aggiornamento sullo stato dell’arte di tutti i lavori in corso, dalla riparazione dell’ascensore nel Pomerantz Building, all’istallazione dei faretti LED nel Felderman Building in partnesrship con il programma “Sustainability” della Città di New York, alla competition “Vota Tiger come mascotte 2018 delle Università SUNY”. Ha illustrato la roadmap per i prossimi mesi, tutti gli obbiettivi, compresa una gala dinner il 12 giugno in cui spera di raccogliere un paio di milioni di dollari da vari donors.
Forse io non sono mai stata così addentro l’università italiana per permettermi un confronto equo, ma queste cose, obbiettivamente, si fanno? Questi meeting, i rettori italiani, li tengono?

Certo c’è poi il risvolto punitivo di tutto questo.
Mi è capitato di usare un computer nel Dipartimento d’Italiano qualche settimana fa. Accanto al computer c’è una scritta: “Non spegnere il computer quando si finisce di lavorare”. Ovviamente io cosa faccio, presa dalla fretta, dall’abitudine e dalla legge di Murphy? Anziché avviare il log-off, avvio lo spegnimento.
Sh*t.
Va be’, mi sono detta, chi vuoi che se ne accorga, lo riaccenderanno. Non è il nucleare.
Ebbene, passo in dipartimento due giorni dopo e, accanto a quel computer, un foglio, e i caratteri cubitali di delitto e castigo: “Do not shut down. Switch User!!!”
E un’aggiunta a matita: “Sara Fruner, 3/7”.
Ovvero io, mercoledì 7 marzo.
Sono corsa a casa a cucirmi una lettera scarlatta sul petto.
S di Sinner. Sara the Sinner.

Quindi vedete, la Wehrmacht fa paura. Specie se sei italiano e sei portato a combinare, involontariamente, dei guai.
Quanti ne combinerò ancora?

Su questa domanda agghiacciante passo a parlarvi di un film che ho aspettato da più di un mese. Sin da quando quel meraviglioso visionario di Wes Anderson vinse l’Orso d’Oro a Berlino con “Isle of Dogs”.

Prima però, lasciatemi dire due parole di fuoco su quello straccetto di road/Alzheimer-movie che è “Ella e John” — qui “The Leisure Seeker” — di Paolo Virzì. Immaginavo non fosse un granché. Ma la realtà ha superato, e doppiato, l’immaginazione.
I personaggi sono due macchiette che si muovono sullo schermo, senza suscitare un briciolo di (com)passione, solidarietà o semplice simpatia. A tratti sono persino fastidiosi. A quei due giganti di attori che sono Donald Sutherland ed Helen Mirren, stanno stretti i dialoghi ingessati e artificiosissimi che la sceneggiatura impone loro, e a stento portano a casa una qualche interpretazione. Dall’inizio alla fine, si ha forte la sensazione che il film sia un film, una finzione. (Lo spettatore paga per immergersi in una realtà altra per due ore. Che questa realtà sia finzione e che appaia come reale, è compito e magia del cinema. Se appare finta, cade tutto, andiamo allo stadio).
E non si vede l’ora, francamente, che i due vecchiarelli la facciano finita e ci/si liberino dalle loro fittizie esistenze.
Mi chiedo come mai Virzì abbia virato verso il lido dell’iper semplificazione, dello scontato, del manierismo — l’America o iper-tontolona o iper-trumpista. Forse credeva che, sbarcando negli USA e avventurandosi nella sua prima produzione americana, avrebbe potuto permettersi di abbassare il livello? Vuole forse seguire le orme di Muccino??
Gran peccato che un regista che ritenevo di un certo mestiere abbia fatto una fine così piccola: si stenta a credere che quel Virzì sia lo stesso che girò “Il capitale umano”, “Tutta la vita davanti”, e gli splendidi iniziali “Ovosodo” e “My Name is Tanino”.
E mi fa molta tristezza riconoscere che l’Italia abbia demolito “Call Me By Your Name” — immotivatamente feroce tanta critica piovuta sul film dall’Italia — reo, forse, di aver ricevuto quattro candidature all’Oscar e di averne vinto uno, mentre dal Lido, all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, si sia gridato “bravo!” a Virzì… Bah…
Ma del resto anche “La grande bellezza” era stato martoriato dopo la vincita dell’Oscar.
Il masochismo italiano non ha rivali.

Lasciamo gli straccetti e veniamo al cinema vero… “Isle of Dogs” di Wes Anderson, quello de “I Tenenbaum”, de “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, di “Moonrise Kingdom”, e “Grand Budapest Hotel”.
Partiamo riportando i modelli a cui si rifa in questo film. Kurosawa e Miyazaki — inginocchiamoci, please. Partiamo dicendo che Anderson ha fatto pratica con l’animazione stop-motion con “Fantastic Mister Fox”, e dimostra tutta l’esperienza acquisita in quest’avventura distopica, dispotica, empatica, comica, intrisa di politica ed estetica dal primo all’ultimo fotogramma.

Il film è ambientato in un Giappone presumibilmente del futuro — ma mi piace pensarlo atemporale — nella città di Megasaki, governata da Kobayashi, un sindaco che più che un sindaco è una specie di dittatore. Per fermare una pandemia animale, il gattofilo Kobayashi decide di far deportare tutti i cani della città — randagi, domestici, any dog whatsoever — su un’isola adibita alla raccolta dell’immondizia. Trash Island. Sei mesi dopo l’editto, Atari, piccolo pilota dodicenne nonché nipote di Kobayashi, parte alla volta dell’isola con il suo cucciolo di aeroplano — Myiazaki nell’aria — alla ricerca del suo Spots, amato cane e sua guardia del corpo, il primo ad aver ricevuto il foglio di via come modello di deportazione.
Nel suo viaggio, Atari sarà aiutato da altri cinque cani abbandonati, i fantastici cinque: Boss, King, Duke, Chief, Rex.

“Isle of Dogs” è una magnifica altalena che dindola fra orrore e umanità da cui io, personalmente, non avrei più voluto scendere. Il vero cinema — non soap-opera — è quello che ti fa sperimentare il conflitto dentro, che non ti dà nessuna risposta, ma che ti riempie la testa di domande. L’arte è così. Domande domande domande — chi dice di non capire l’arte non fa altro che capire la premessa e dirla, il passo successivo è quella di provare a darsi delle risposte. Partire con una, almeno.

Come tanti film di Anderson, è un’opera stratificata, ma credo che questo sia il film in cui lo strato politico sia il più spesso. Nell’idea di creare un’isola “Spazzatura” in cui confinare gli esseri portatori di qualche “epidemia” di sorta, gli “untori” della società, non ritroviamo solo i campi di sterminio di qualsiasi dittatura storica — dai lager ai gulag — ma inquietantemente “gli shithole countries” nominati dal pres(id)ente americano. Certo a me Trash Island, un cumulo di scarti della società, ha anche ricordato il pianeta terra inquinato e deserto di quell’intelligentissima pellicola firmata Pixar che fu “Wall-e” (2008).

“Isle of Dogs” si snoda come un viaggio, e porta in sé molto della cartoneanimatografia classica: un ragazzino puro, ma segnato dal dolore e dalla perdita, viene aiutato da un’armata Brancaleone di cani provatissimi dal confino, ma ben memori della propria indole — soccoritori, amici dell’uomo, e fedeli fino all’ultimo. Tra questi fidi si distingue Chief, un randagio ex-buono-ora-burbero che confessa di essere diventato tale dopo un raptus: un morso violento al proprio padroncino.
In questa confessione, Anderson scrive l’inconosibile che si cela dietro ogni atto violento immotivato: non a tutto possiamo trovare una ragione — non a certi atti di ferocia, non a certe malattie, o sventure casuali — questo è il fardello con cui dobbiamo convivere da esseri umani e animali.

Parallelamente al viaggio di Atari verso la ricerca dell’amato Spots — che poi scopriremo essere molto molto vicino a Chief… — lo spettatore si addentra nel regime di Kobayashi, che parla rigorosamente in giapponese, non tradotto né sottotitolato — come tutti gli altri personaggi umani del film. Il giapponese viene tradotto da un’interprete. Solo i cani parlano inglese — italiano, suppongo, per l’italia. Ebbene, questo lavoro sulla componente linguistica fa di “Isle of Dogs” una riflessione sul linguaggio, e più in generale, sulla comunicazione, che abbraccia non solo la questione della traduzione, ma anche dell’incomprensione fra le lingue, fra le specie — Atari e Spots comunicano attraverso auricolare e microfono — rimandando forse all’impossibilità di un’autentica comprensione fra creature viventi. Una specie di nuova torre di Babele che scompare solo nel momento in cui si abbandonano le parole e si lasciano parlare le emozioni. Gli occhi che si riempiono di lascrime — lacrime dall’evidente consistenza miyazakiana — siano esse di Atari o dei cani, sono gli unici segni comprensibili in una società i cui i membri non si capiscono più.

E’ certamente un film violento, questo. I cani si azzuffano, ma dalla classica zuffa in forma di nuvola, non escono tali e quali, come nei cartoni animati di un tempo. Escono sciancati, feriti, con orecchi mozzati. E il suolo porta i segni di quelle zuffe — mozziconi di orecchie, sangue. Un cuoco che prepara un vassoio di sushi è un killer omicida che fa a pezzi la propria vittima — e spero toglierà a tutti la voglia di mangiare sushi da qui all’eternità. Quella scena richiama simmetricamente la scena dell’operazione a cui si sottopone un pentito Kobayashi per donare un rene al nipote e salvarlo.

Per quanto si rida molto — è un film obbiettivamente molto molto divertente, ironico, andersonianamente sopra le righe — il finale non è da cartone animato classico. Il finale è spaventoso. Perché Spots, con compagna e cuccioli al seguito, finisce a vivere in un imprecisato sottosuolo, fisicamente oppresso sotto il proprio monumento ufficiale. E questo ci pone tanti interrogativi. E’ questo il prezzo che si paga per un atto eroico e nobile? Oppure è l’unico modo che le creature grandi hanno di sopravvivere — autorecludendosi — in una società mediatica che crea miti “giusti” con la stessa facilità con cui apre discariche e vi confina “gli esseri sbagliati”?
Quante domande mi ha lasciato questo film…
Se lo perdete, me la prendo personalmente. 🙂

E anche per oggi è tutto, Moviers –oggi chilometrica più che mai, cercherò di contenermi domenica prossima…
Frunyc III sempre aggiornato, ringraziamenti dovuti, e saluti, semestralmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 362 from NYC – commenta THOROUGHBREDS di Cory Finley

LET’S MOVIE 362 from NYC – commenta THOROUGHBREDS di Cory Finley

Fifty-two, Fellows,

sono le mete che da tredici anni il New York Times elenca come le destinazioni per l’anno in corso — the places to go. Considerata l’autorità della testata, la lista gode di una sua credibilità, ed è diventata una tradizione. Non ho capito come mai siano 52 e non 53. Oppure 50, cifra tonda. Ma dopotutto, perché i Magnifici erano 7 e i gatti 44? Se “sh*t happens”, come recita un noto detto della saggezza popolare anglosassone, numbers happen too.
E’ stato Bob, il mio housemate, a mandarmi il link all’articolo del New York Times. Oltre ad essere un tuttologo — tirate fuori qualsiasi argomento e lui vi troverà qualcosa d’intelligente e/o sarcastico e o snob da dirvi — Bob è un devoto del New York Times, forse anche perché tanti anni fa vi collaborò come giornalista. Tre volte la settimana il NYT si materializza, in versione cartacea, davanti alla porta di casa, e giornalmente in versione online sulla tv della cucina. Saremo anche in un edificio del Pre-World War I (1909, per la precisione), ma questo appartamento, nelle mani di Bob, ha raggiunto un livello di agio domotico da millennials.

Abbiamo quattro Alexa. Ormai sono lontana dall’Italia da otto mesi, quindi non so bene come siate messi a gigiate by Amazon. Alexa è come la Siri dell’I-phone, solo che vive dentro una specie di piccola torretta e sta sempre in ascolto, vigila su di voi come l’omino del fisco, vi parla, vi risponde e vi fa le cose.
Tipo.
Alexa, switch on the light.
E Alexa vi accende la luce.
Alexa, send a text message to Pinco Pallino. Tu glielo detti, e Alexa lo scrive e lo manda a Pinco Pallino.
Alexa, metti WNYC. E Alexa vi sintonizza la radio sulla frequenza WNYC.
Alexa, com’è il traffico da qui al JFK? E Alexa vi aggiorna sul traffico e la miglior strada da prendere.
Alexa, che tempo fa? E Alexa vi dice la temperatura, il meteo corrente, e quello previsto entro le prossime ore.
Alexa, quanti abitanti ha il Perù? E Alexa vi dice 31 milioni e 77mila.
Alexa, qual è il senso della vita? Alexa vi dice 42 — e non vi sto a spiegare perché ci vorrebbero troppi pipponi, ma potete consultare Miss Sottuttoio Wikipedia.

Bob è talmente entusiasta di Alexa da averne quattro. Cucina, soggiorno, camera da letto e bagno.
Ci parla come fosse una confidente. La mia camera è lontana dal resto della casa — ribattezzata “le chateau” 🙂 — ma se lascio la porta aperta, posso sentire in lontanza Bob che chiede ad Alexa di chiamare al telefono tizio o mandare un’email a Caio.
Quando me l’ha presentata, sono rimasta a bocca aperta un quarto d’ora.
Io, che mi considero un essere assai socievole con gli umani, fatico a interagire con le macchine. C’è sempre quel retro-presentimento del rimpiazzo, alimentato dalla science-fiction e dai suoi apocalittici scenari — “e venne il giorno in cui i robot s’impradonirono del mondo…”. Quindi mantengo le distanze.

Bob, in camera sua, ha una televisione che è una specie di cinema; ha kindle, tablet, trabiccoli elettronici ovunque. Siamo abbonati a Netflix e a una quantità di canali culturali che tremo al solo pensiero di scoprirne la quantità esatta.
Chissà cosa penserà di me. Gli unici device elettronici in mio possesso sono il portatile e il cellulare. I Flintstone erano meno antidiluviani di me.

“Interested in a tv-set in your room?”, mi chiede l’altro giorno.
Una tivù in camera? E cosa me ne faccio?
“You can watch movies”
Ma li guardo sul pc, quando non vado al cine.
“A bigger screen” — le manie di grandezza americane non hanno certo bisogno di essere ri-commentate.
E poi non ho posto — aggiungo mentendo, il posto ce l’avrei eccome.
“But your room is so sparse”, e mi chiede se non voglio appendere qualcosa hai muri, avrebbe uno specchio che si abbina al piccolo scrittoio che potrebbe piacermi…

Con “sparse” i newyorkesi intendono “spoglio”, e ti guardano con quell’espressione “guarda che qui, volendo, ci starebbe anche un divanoletto, un cassettone, una parete finta…”.
Bob non è quel tipo. Ci tiene alla vivibilità, all’agio. Solo gli fa strano avere una coinquilina la cui stanza non è un teatro di guerra con mucchi di vestiti per caduti.
Ho cercato di spiegare che per loro è spoglio ciò che per noi è arioso. E che ho bisogno di quanto spazio possibile intorno, e pareti bianche ai muri: ho la testa fin troppo piena di roba. Devo riequilibrare.
Sempre parlando di casa… Ho scoperto che il nostro palazzo ha un nome. E ha pure una targa, fuori dalla hall imperiale (!), che lo riporta, insieme a quelli dei due architetti che lo progettarono, George & Edward Blum.
The Rockfall. Ecco, abito al Rockfall. E fa molto cinema, dirlo. Fa anche molto humor. Se pensate che significa “frana”, e che io lo sono per natura e anche per assonanza nominale — Frana Fruner, per servirvi — sì, fa decisamente humor. 🙂

Però mi piace l’idea che i palazzi abbiano dei nomi. Bob mi ha spiegato che per un certo periodo lo chiamavano “Columbia Plaza” — la Columbia sta a 5 isolati — uno specchio per le allodole per vendere appartamenti. Ma il nome originale è Rockfall.
Chissà poi perché.
Anche le parole, come i numeri, capitano, I guess.

E a proposito di vendere appartamenti… Qualche giorno fa, rincasando, ho visto un annuncio affisso in bacheca della hall imperiale. “Vendesi appartamento al primo piano”. Ho letto la descrizione. Tale e quale allo chateau, tranne che lo chateau sta al settimo piano.
Cucina, soggiorno, corridoio, tre camere, due bagni, due stanzini.
Prezzo: 1 milione e 250 mila dollari.
Stavo rientrando di fretta e non ho fotografato l’annuncio. Mi ero ripromessa di farlo quando sarei uscita di nuovo, di lì a poche ore.
Quando sono scesa, l’annuncio non c’era più.
Oggi è ricomparso — prezzo ribassato a 1 milione e 100 mila dollari. Se siete interessati… 😉
Questo per dire che vivo in un posto che vale 1 milione e 250 mila dollari. Io, un’immigrata italiana con la valigia — lE valigE — di cartone… L’incredulità mi piomba addosso spesso, polverizzando tutte le parole che potrei dire.

Ma tornando alle 52 destinazioni del New York Times…
Al primo posto: New Orleans. Città che quest’anno compie 300 anni, e che muoio dalla voglia di vedere. Il NYT ha letto nel pensiero.
Sapete chi abbiamo al terzo posto, prima dei Caraibi?
La Basilicata.
E al 40esimo?
L’Emilia Romagna.
Ma tenetevi forte… Al 50esimo posto c’è… l’Alto Adige! Non il Trentino. Il “South Tyrol” — hanno tenuto a specificare quelli del New York Times.

Ugo Rossi faccia lo sportivo e si rifugi nel fair-play by De Cubertin. Da quando hanno pubblicato la notizia, Durnwalder sta festeggiando con un trenino — sicuramente della Loacker — al ritmo di “Brigittebardotbardot…”.

Silliness aside, la lista è molto sfiziosa, e oltre a farvi scoprire località a dir poco tolkieniane — Gansu, Chandigarth, Megeve, Gansu, ma anche Branson nel Missouri (!) — ispirandovi per i prossimi viaggi, vi porta a fare il gioco “cielo-manca” con i posti che avete visitato.
Sono stata molto felice di trovare la cara Arles, l’adorata Tasmania con gli adoratissimi wombat, e la rivelazione Baltimora (15esimo posto).

Adesso tocca a voi 🙂

Ieri sono andata al Cinepolis di Chelsea a vedere un film che mi ha intrigato sin da quando ho messo gli occhi sul titolo, un paio di settimane fa, prima ancora che uscisse. Thoroughbreds di Cory Finley.

Partiamo dal titolo. “Thoroughbred” significa purosangue. E i cavalli sono presenze-assenze, e carne da macello, nel film. Rappresentano un po’ l’infanzia delle due protagoniste, Amanda e Lily. Fate conto due adolescenti del Connecticut bene. Anzi, benissimo. Mega ville stile Hamptons, ma gente, mi si dice, più low-key, profilo abbassato e conto in banca alle stelle.
Amanda e Lily hanno fatto le elementari, e a occhio, anche le medie insieme. E anche il corso di equitazione. Poi licei diversi e si sono perse di vista. Apparentemente Amanda sembra quella “problematica”. Ha fatto fare una gran brutta fine al suo cavallo, episodio a cui il regista furbescamente allude, ma che omette — la sottrazione, l’ellissi, funzionano sempre quando vuoi mantenere l’ambiguo, bravo Cory. La sua psicologa la ritiene affetta da sociopatia, disturbo da personalità borderline e asocialità con tendenze schizoidi. Un profilo al cui confronto, quello di Jack Torrence, era perfettamente nella norma.
Più che altro Amanda confessa di non provare alcun tipo di emozione. Completamente anaffettiva. Al punto tale da riuscire a piangere a comando, o a uscirsene con battute deadpan che farebbero impallidire Giuseppe Cruciani.

Lily sembrerebbe l’esatto opposto. La classica brava ragazza, preppy-chic kind of, orecchini di perle, studentessa modello in una scuola di lusso e internship presso uno studio finanziario rinomato. Un po’ troppo sulle sue, magari. Allora la madre la convince — obbliga — a dare ripetizioni all’amica “problematica”, prendendo due piccioni con una fava: azione lodevole più socializzazione.

Come vedete, i condizionali furoreggiano. Nulla è mai ciò che appare, insegna Hitchcok. Amanda si rivela essere meno anaffettiva di quanto vuol far credere — lo si vedrà nei fatti — e Lily è sicuramente molto molto meno brava ragazza di quel che si pensi. Dopo un’accusa di plagio — reato punibile con la sedia elettrica negli Stati Uniti — è rimasta iscritta nella scuola di lusso solo perché il nuovo compagno della madre, Mark, miliardario odioso, ha sfoderato il libretto degli assegni. E l’internship presso lo studio finanziario, bullshit. E le emozioni che Lily dice di provare, in realtà sono frutto di un personaggio che ha sempre indossato, ma non le appartengono veramente.
E’ proprio Mark che sancirà il legame di sangue fra le due ragazze. Spocchioso e ossessionato dal fitness, quello che in gergo si definirebbe un essetierreoennezetao, è la croce di Lily. Un patrigno di quelli che non augureresti nemmeno a Donald Trump — well…
“Do you ever think about just killing him?”, le chiede Amanda, una sera. Dopo lo shock iniziale, Lily comincia a pensarci seriamente. Ma proprio seriemente. E in breve si passa al “Sì, uccidiamolo”.

Inizialmente le due pensano di assoldare un killer, un piccolo spacciatore della zona, un buonoannulla. E con lui le tinte fosche di questo thriller-drama si tingono di umorismo. Ma il piano non va in porto. Ci vuole un piano B. E quello sì, avrà dello scioccante… E non posso svelarlo, altrimenti davvero rovino il lato thriller di questo film che è una specie di discesa agli inferi dell’adolescenza.

E’ ambientato ai giorni nostri perché ci sono i cellulari, i laptop e Amanda fa un riferimento a internet — bellissimo il racconto del suo sogno, in chiusura: “ho sognato che le persone smettevano di parlarsi, mangiare, badare alle proprie case, e stavano tutto il tempo a guardare il cellulare, finché un giorno vennero ingoiate da internet, e sulla terra rimasero solo cavalli, senza padrone, liberi”. Ma a parte queste allusioni alla tecnologia 2.0, “Thoroughbreads” potrebbe esere ambientato in qualsiasi epoca. Esamina dinamiche psichiche più che questioni sociali, e accompagna il tutto con uno script che pare teatro — e non a caso Finley è un drammaturgo al suo primo film. Non c’è rocket science nelle battute delle due ragazze, eppure il modo che hanno di recitarle — entrambe davvero dotate — il montaggio del film e non ultima la colonna sonora stridente e sinistra, trasformano il film in un piccolo gioiello nero che contiene l’abisso morale delle loro coscenze incoscienti — o a-coscienti…

Non direi che “Thoroughbreds” sia noir, ma piuttosto che si collochi in quel filone di opere che fanno dell’esistenza dei personaggi dei luoghi oscuri, percorsi da desideri perversi o solo “insoliti” e da atmosfere disturbanti. Mi viene in mente, su tutti, “The Killing of a Sacred Deer” di Yorge Lathimonos. Ma anche lo splendido “Get Out, Scappa!”, di Jordan Peele, che si è strameritato l’Oscar per Miglior Sceneggiatura Originale.

Nel costruire una trama che disfa pian piano gli assunti che noi prendiamo per validi — Lily brava, Amanda cattiva, Lily in grado di fare ciò che farà e Amanda fida complice — “Thoroughbreds” tiene lo spettatore avvinto dalla prima raccapricciante ellittica scena — un coltello, una stalla — fino all’ultimo improvviso fotogramma.
Cercate di non perderlo!

Per questa settimana vi regalo un articolo sul Socially Relevant Film Festival 2018 — bah — poi il Frunyc III aggiornato, dei ringraziamenti sempre molto gigantici e dei saluti, stasera, numericamente cinematografici.

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