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LET’S MOVIE 383 da NYC commenta “WE, THE ANIMALS” di Jeremiah Zagar

LET’S MOVIE 383 da NYC commenta “WE, THE ANIMALS” di Jeremiah Zagar

Florence Fellows,

ormai hanno esaurito tutti i nomi per gli uragani, quindi pescano nella toscanità.
Florence.
Gli americani non conoscono Dante, ma Firenze popola i loro sogni e adesso, nomina i loro incubi.
Io ho incolpato moltissimo Florence per gli otto giorni più meteorologicamente provanti da ché sono qui a New York. Persino più dell’inverno, persino più della primavera travestita da inverno, o dell’autunno travestito da estate ma che sotto sotto è inverno.
Otto giorni fa si boccheggeva alla grande con 35 gradi, umidità al 98% — una pacchia. I newyorkesi immusoniti a livello Voldemort; io due spanne sopra il suolo panificio che sfornava pagnotte umane cotte a fuoco lento — loro.
Poi è arrivato venerdì 7 settembre, e tutto è precipitato. In modo particolare venti, venti gradi centigradi capitolati, da 35 a 15. E la mia incapacità di celebrare funerali di venti caduti.
I giorni successivi hanno riconfermato pioggia fredda e cielo rovinoso, pur con una temperatura sensibilmente più mite.
Io arrivo da un mese spagnolo con una media intorno ai 34 gradi, clima secco e ventilato. New York mi si scaraventa addosso così, con una caparbietà, una virulenza da rimanerne quasi perversamente affascinati.
Cerco di farmene una ragione.
Ecche diamine, un po’ di UK a New York, che sarà mai? Non sopravvivono lì, a Londra? E nel Nottinghamshire? Quelli sì, son posti plumbei! Non fosse per il Trooping the Color e per il verde Robin Hood, passerebbero mesi e mesi senza vedere un colore.
Cerco di convincermi, ok, me la faccio passare. I can do it.

Ma la realtà è che no, non ce la faccio, I can’t do it!
Ho una faccia da funerale. E i newyorkesi — i maledetti! — si godono la loro vendetta, con dei sorrisoni da orecchio a orecchio. Perché adesso possono tornare a respire, a non avere l’affanno ogni quattro passi, a non sentire più una galletta italiana che tuba tutto il tempo con il dio sole.

Conversazione in ascensore con un inquilino del mio piano — che sa il mio nome, ma io non so il suo, quindi sono già in difetto.
Io, esterrefatta: “What’s happening to the weather??”
Lui: “Ah at last, it cooled off”, un’espressione da Beato Angelico.
Io: “But it’s soooo cold!”, un’espressione da compianto sul Cristo morto.
Lui: “You know what we say here, Sara? ‘Sweater weather is better weather’”.
Come ribatti a uno che ti dice “tempo da maglioni, tempo da campioni”?
Non c’è margine di dialogo.
Allora lo lascio andare, e mi getto, funerea, nella nebbia.

Poi, quando ho sentito dell’Uragano Florence, ho immediatamente incolpato lui, scagionando così New York: ma certo! È la perturbazione portata da lui che arriva quassù al nord!
Così, in questi giorni di allucinante insofferenza e di insegnamento selvaggio, comincio a vedere New York come affetta da un malanno: New York soffre di maltempo.
Ogni mattina per otto giorni ho guardato fuori dalla finestra e lei era lì, agonizzante come il giorno prima, e quello prima ancora. Nessun miglioramento. Nessuna cura somministrabile.
C’è qualche dottore a bordo che sa come si cura il mal tempo?
In otto giorni, nessuna mano alzata.

Sono stati otto giorni mai visti perché di solito, a New York, il sole non manca mai più di tre giorni consecutivi. La temperatura può precipitare a meno 15, e rimanere lì per giorni e notti, ma il cielo è terso, e il sole, per quanto dewattizzato, risplende. Otto giorni consecutivi senza un raggio, senza un po’ di giallo, mi hanno fatto pensare a tutti gli expat italiani expatriati in nord Europa.
New York senza sole è pur sempre New York.
Oslo è un palindromo mal riuscito.

La questione è migrata dal medico alla zona principio.
No perché siamo ancora tecnicamente in estate e questi abusi di potere da parte del sesso forte — l’inverno è il sesso forte — non si tollerano.
Dopo otto giorni di sorrisi gloriosi su volti newyorkesi in trionfo, dopo otto giorni di requiem nella colonna sonora della mia giornata, ecco che l’Indian Summer arriva, ieri, sabato, spalancando i cieli al ritorno del sole.
Di solito l’Indian Summer arriva a fine ottobre. Quest’anno, vista l’urgenza, ha anticipato il volo, ed è giunta in nostro soccorso.

E il lutto finisce.
Per celebrare il ritorno dagli inferi, vado Upstate, nella cittadina di Mountainville, a circa un’ora da Manhattan. Ci vado, a Mountainville, perché lì sorge lo Storm King Art Center, che si chiama così per via dello Storm King Mountain, un monte alto la bellezza di 400 metri — location da Olimpiadi invernali, eh…

Lo Storm King Art Center ospita quella che si ritiene essere la collezione di sculture in esterna più grande degli Stati Uniti. Una specie di Fattoria Celle, la villa che ospita, al chiuso e all’aperrto, la ricchissima Collezione Gori, vicino a Pistoia. Solo che a Storm King, tutto è all’aperto. E tutto è di grandezze e proporzioni e numeri americani. 500 acri e 150 sculture, di ogni misura, con particolare predilizione per il gigantico.
Ora vi elenco gli artisti. Vedete un po’ chi conoscete.
Alexander Calder, David Smith, Mark di Suvero, Henry Moore, Douglas Abdell, Isamu Noguchi (my love), Richard Serra (my super love), Louise Nevelson, Magdalena Abakanowicz, Alice Aycock, Andy Goldsworthy, Alexander Liberman, Ursula Von Rydingsvard (ricordarsi il nome è un casino, ma lei un dio con il legno, e per dio ci si può anche ricordare il casino di un nome), Sol LeWitt, Roy Lichtenstein.

Viste le dimensioni, il noleggio di una bici è caldamente consigliato. Così pedalate fra sculture pazzesche e impensabili. Parallelepipedi in ferro che da vicino sembrano imponenti e be’, ferrosi, e da distante acquisiscono la leggerezza e l’evenescenza del volatile. Strutture tubulari da Paese dei Balocchi, stecchati di specchio, tre gambe che schiacciano la testa di un Buddha gigantesco, lavori site-specific, costruiti in loco, come un muro in tutto e per tutto simile alla Muraglia Cinese, o forse a qualche Nessie lochnessiano e preistorico che scivola in acqua su un lato del fiume, per riemergere dall’altro lato e continuare il suo (per)corso.
Un parco giochi in cui i giochi sono arte.

Anche in Trentino c’è una struttura simile, Arte Sella. Ma quella è una rassegna, e in più le opere sono create con elementi naturali. A Storm King le opere sono statue che potremmo vedere in un museo, e accanto a loro, opere create appositamente in loco.
Un posto come Storm King potrebbe originare delle perplessità. Ma la arte, che è già di per se tanta roba, come può stare in un contesto dominato dalla natura, che anche di per sé è tanta roba? Non sarà uno scontro troppo fra titani, fra prime donne?
No. Le opere non si integrano nel paesaggio. Non c’è una ricerca di armonia, o di rispondenza fra arte e natura. Le opere interrogano costantemente il paesaggio, oltreche lo spettatore.
Se state ziti, le sentite, forti e chiare.
Non ho mai visto e sentito nulla del genere in vita mia.
Consultate il Frunic IV. 😉

Parco a parte, è il viaggio stesso a Mountainville che vale la pena fare. Entrate nell’americanità più quintessenziale. Le casottine di scandole color pastello, con il portico, il tetto a punta, doppia porta per riparare dal freddo, zanzariera l’estate. I bussolotti portalettere a forma di sfilatino che tanto ho invidiato nella mia vita perché il postino ti avvisa in silenzio quando c’è posta, alzando la bandierina. La bandierina strilla per lui. Ogni volta penso a quante corse gli abitanti di una casa hanno fatto, dalla cucina al vialetto, vedendo, in lontananza, la voce di una cassetta portalettere.

Davanti a tanta immacolatezza, davanti a tanto ordine, mi sono chiesta se quella è ancora l’America del milkman che ti consegna il latte sullo zerbino, oppure del newspaper-boy che ti lancia la copia del Gazette locale nel giardino. Mi chiedo se quella è ancora una realtà, oppure se questa architettura molto grantwoodiana, molto “American Pastoral”, fosse l’anacronostico risultato di una volontà radicata. La volontà di non volere altro all’infuori di me.
L’architettura è rimasta sempre la stessa, la disposizione delle cose, i colori. Tutto tale e quale a centocinquanta anni fa.

Mi viene da dire che questi hanno votato Donald anche nelle primarie democratiche fra Andrew Cuomo e Cynthia Nixon. C’è aria di “questa è casa mia e qui comando io”. E di fucili riposti in bella mostra nella vetrinetta in salotto. In un ambiente appena uscito su Elle Decor.
A proposito di Cynthia, ci dispiace per la sua sconfitta, ma questo le/ci dice che smantellare un’istituzione familiare come quella dei Cuomo non è impresa facile, nemmeno se hai l’appoggio dell’Intellighenzia progressista, della comunità LGBT e delle minoranze. Cynthia Nixon è stata la Bernie Sanders dello Stato di New York. Troppo leftista persino per New York City. E poi l’America ha la fascinazione per le famiglie al potere. Kennedy, Bush, Clinton. Le eccezioni ci sono, ma sono rare e forse capitano una volta ogni cent’anni, e noi, con Barack, ci siamo giocati il nostro giro.

Ho terminato il mio sabato Upstate cimentandomi in un otto buche di golf, non perché io abbia mai posizionato il mio corpo sopra un par, ma perché  sono dell’avviso che se capiti dentro l’occasione di provare le cose, tu provi le cose. Sono anche dell’avviso che se per tutta la vita hai coltivato il mito dell’outfit da golf, un giorno devi riuscire a toglierti lo sfizio di indossarlo. E fa niente se poi ogni tanto la mazza si trasforma in zappa, e tu sollevi talmente tante zolle che il green diventa un campo pronto per la semina…
Innanzitutto, per studiare l’anatomia del golf, bisogna spogliarlo dagli strati d’elite che lo rivestono.
È uno sport inafferrabile, e questo, come tutto ciò che sfugge alle definizioni e alle comprensioni, lo rende intrigante.
La sua intrinseca contradditorietà comincia già dalla definizione. È davvero uno sport? Non proprio. Non ci metti la fatica e i muscoli, e persino nel curling (!), altra disciplina discutibile, un po’ di fatica, di muscoli, ce li metti. Anche solo in versione olio di gomito.
Sembra facile, il golf, ma non lo è. Però non è nemmeno rocket science. La via di mezzo fra pratica, esperienza e coordinazione. Io non disponevo di nessuna delle tre, ma questo almeno ti permette di buttarti senza troppe aspettative.

E che ci sarà, nel golf, che attira tante persone a praticarlo? Cerchiamo sempre di toglierne i contorni Country Club e members-only. Il golf è una gara con te stesso. Sei tu che devi completare una buca in un tot numero di lanci. Il tuo avversario, sostanzialmente, sei tu: devi battere la tua incapacità. È come una maratona — devi arrivare alla fine — ma al contempo differisce dalla corsa, dove il tuo corpo è il tuo unico alleato, non il tuo nemico.
A livello intellettuale, è un po’ come gli scacchi, dove si può addirittura giocare da soli.
Devi avere la forza d’animo per crederci. Ridotto ai minimi termini, si tratta di buttare una pallina in una buca. È pari al calcio, al football, a qualsiasi sport. Le dimensioni della palla cambiano, ma la loro costituzionale insensatezza, è la stessa. Se s’intende praticarlo, quindi, bisogna superare il cinismo, e vederlo un po’ come un’alternativa alla vita quotidiana. Per due ore di tempo, chiudi via i pensieri e ti concentri a infilare una stupida pallina in una stupida buca — dopotutto il calcio non è forse infilare uno stupido pallone in una stupida rete? Lo sci non è infilare delle stupide assi ai piedi e scivolare in fondo a uno stupido monte? Potremmo andare avanti all’infinito con le costituzionali insensatezze del quotidiano sportivo ed esistenziale.
Per chi pensa troppo, il golf potrebbe essere terapeutico. Se tu possa permettertelo — e non parlo tanto finanziariamente quanto intimamente — è tutto da vedere.

Quanto allo Storm King Golf Course, è uno dei più “antichi” degli Stati Uniti. Quando me lo dicono, con quella punta di malcelato orgoglio “wanna-be Europe”, abbasso lo sguardo e soffoco un sorriso, pensando all’Old Course di St. Andrews, in Scozia, dove ero stata portata grazie a un ERASMUS — iniziativa che il capolavoro della Brexit forse riuscirà ad affossare nei prossimi anni…
Ecco, quello lì, soprannominato “the Cathedral of Golf” e nato nell’Anno del Signore 1552, quando l’America era ancora in fasce, è un campo da golf antico — il più antico del mondo, actually.
Vorrei dirlo, allo squinzio dietro il computer dello Storm King Golf Course. Ma poi desisto.
A che pro millantare così, gratuitamente?

Questa settimana sono stata all’Angelika Film Center a vedere “We, the Animals”, di Jeremiah Zagar. Presentato con successo all’ultimo Sundance, e visto un po’ come l’erede di “Moonlight” — ricorderete, due anni fa— il film racconta la storia di tre fratelli portoricani, Manny, Joel e Jonah che, lì per lì, a inizio film, ti sembrano vivere a Portorico, ma poi capisci che no, quella è Utica, Upstate New York — non troppo distante dalle Storm King Art Center, di fatto — una zona sciatta e depressa.

Una storia d’infanzia in cui la dolcezza dei pomeriggi passati a giocare, sonnecchiare sul tappeto del divano o a pancia all’aria in mezzo a un prato, si mescola all’amaro di liti furibonde fra i genitori, botte da orbi, momenti di tensione e abuso domestico, del marito manesco verso la moglie, vittima e al contempo complice, della moglie verso i figli, del martito verso i figli.
Per buona parte del film, i tre fratelli sono un sodalizio, un unicuum. Sempre insieme, sempre complici. Ma mentre Manny e Joel si avviano a seguire le tracce bulle del padre, Jonah è portato a seguire una sua via che lo distanzia inevitabilmente da quel machismo esibito. Jonah è il diverso, quello più legato alla madre, quello che vede cose che altri non vedono. E si rintana, Jonah, sotto il letto, per scrivere i suoi pensieri e aggiungerci dei disegni che prendono vita sullo schermo in sequenze animate molto suggestive e violente — solo come certi disegni dei bambini sanno essere — alternandole a un girato in pellicola da 16 mm. Quei video dell’infanzia, a grana grossa, non tutti puliti e perfetti come i video di oggi. Il film usa quella pellicola perché quella è la pellicola dei ricordi, del passato. E funziona benissimo perché le immagini sono calde, soffuse, così come le albe e i tramonti che per buona parte del film ti fanno pensare a qualche stato del Sud degli Stati Uniti, come la Virginia, o l’Alabama.
Il regista Zagar scende spesso in mezzo alla scena, fra i personaggi, con la telecamera in spalla, come se volesse suscitare la compartecipazione dello spettatore attraverso riprese fortemente ravvicinate. Questo anche per farci entrare nel ludico dei tre bambini che, simbiotici al pari di tre gemelli, affrontano tutto insieme e creano tutto insieme. Il più artistico di tutti è naturalmente Jonah, che si serve dell’arte come scappatoia: la realtà che subisce, insieme ai fratelli, è troppo. Cosa gli resta, se non nascondersi sotto il letto, armato di torcia e matite, e disegnare la sua versione del mondo?

I tre bambini sembrano tre selvaggi — nell’accezione positiva del termine. Non sono attori professionisti e ho letto che Zagar li ha lasciati molto liberi di improvvisare. Eppure “We, The Animals” è anche un film molto studiato, con una simbologia ben definita. La natura è molto presente, molto viva, si può quasi avvertirne il respiro caldo, nelle giornate di nulla estivo.
Ma è anche la natura dell’acqua torbida dello stagno in cui il padre sguazza come un bambino, e in cui Jonah e la madre hanno il terrore di metter piede. La scena in cui il padre “convince” Jonah e la madre a nuotare, è di una crudeltà e di una precisione rare. Il meccanismo del trauma è disvelato attraverso accadimenti come questo — il bagno forzato, oppure scene pornografiche guardate in tv, oppure scene troppo erotiche fra mamma e papà — che però finiscono per marchiare a fuoco la psiche di un bambino. Verso la fine del film pensi che Jonah sia spacciato, che non riuscirà a cancellare ciò che i suoi occhi hanno visto. E invece, nonostante tutto, Jonah ce la fa. Non soccombe a quella vita, sballata e bruta. Ne cerca una tutta sua, per la strada che intraprende per conto suo.

È un film parlato con gli sguardi e i corpi, pochissime sono le parole. E questo, anche, credo, sia il motivo della pellicola 16 mm. La grana grossa restituisce una corporeità molto spiccata e definita che si sposa con l’idea di film fisico che il regista sembra proporci con convizione.
Se “We, The Animals” raggiunge l’Italia, fatemi un piacere. Andate a vederlo.

E anche per oggi è tutto. Il Frunyc IV è farcitissimo oggi — oltre allo Storm King Arts Center e il golf (!), Liberty Park, di fronte a Manhattan, in New Jersey.

Ringraziamenti come se piovesse e saluti, anche quelli, pluvialmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 382 da NYC – commenta “THE WIFE” di BJORN RUNDE

LET’S MOVIE 382 da NYC – commenta “THE WIFE” di BJORN RUNDE

Mercy Moviers,

Ve la chiedo sempre la misericordia, quella specie di polverina magica che Manzoni chiamava grazia e che faceva scendere sugli umuncoli che siamo, nello specifico, Fra Cristoforo che era. Qui la misericordia è planata su un College che sta a Dobbs Ferry, a una ventina di minuti di treno da Upper Manhattan.
Ve ne avevo già parlato lo scorso aprile, del Mercy College. Per via di quell’invito, ricordate?
“No, non abbiamo posizioni aperte al momento, ma visto il tuo profilo, ti va di venire a parlare ai nostri studenti di quello che fai a New York?”.
Come no, corro, avevo risposto io. Ed ero corsa al Mercy College, la cui immagine si sovrappone a — e combacia con — l’immagine cinematografica che noi europei abbiamo del college americano.
Il corpo dell’università frammentato in tante piccole particelle, che sono i singoli dipartimenti, e che se ne stanno rinchiusi dentro a casette di mattoni, o di legno tinto di bianco, tutte a una ragionevole distanza dalla Main Hall. E tutt’intorno, verde, verde, verdissimamente verde. E alberi, alberoni, alberissimi. E quel silenzio della campagna, interrotto solo dal ronzio amico — benché molesto — dei tosaerba, che cercano di domare tutto quel manto, tutta quella ricrescita.
E se arrivate una sera d’inizio setttembre con 35 gradi, sentite i grilli e il loro frinire, non le cicale — le cicale, la loro bolgia nascosta, l’abbiamo lasciata a Castellvì de la Marca. E se vi chiedete cos’è quell’altro strano rumorino di fondo che vi giunge all’orecchio, oltre ai tosaerba e ai grilli, quel rumorino che non sapreste definire — e non solo perché definire i rumori è impresa ardua tanto quanto tentare di riprodurli — quel rumorino di scrocchio attutito è il crescere costante delle menti giovani, avvolte nel doppio strato della loro inconsapevolezza.
Ed ero corsa a Dobbs Ferry, ero sprofondata in Arcadia dopo un anno di giungla meccanica newyorkese, in una mattina freddissima ma soleggiata di aprile. Mattina presto presto, nessuno in giro. Solo io e il campus. Il parcheggio vuoto, il campo da basket vuoto, il dipartimento di lingue straniere, Maher Hall, deserto. Io che entro, scatto foto a tradimento di divanetti bonton, caminetto, del davanzale sopra il caminetto e la cornice con dentro la suora a cui il College è dedicato — il Mercy College non è esattamente un luogo devoto a Maometto. E poi tengo la mia presentazione su chi sono e cosa faccio davanti a studentoni grandi e grossi, ma intimiditi, un paio di ragazze sul Goth andante, annoiate o solo stanche, probabilmente dal turno di lavoro della sera prima. Perché, scoprirò, tantissimi studenti del Mercy lavorano, quindi non sono proprio dei fiori di freschezza al mattino.

Ebbene, a fine anno, si apre una posizione per insegnare un corso. Il Chair mi chiede se mi va, e anche in quel caso rispondo, come no, corro. Ed eccomi a correre di nuovo, mercoledì scorso a Dobbs Ferry, verso la mia prima lezione al Mercy College. Un corso di beginners che più beginners non si può. E il mercoledì si preannuncia essere il mio giorno campale. FIT a Chelsea fino alle 3 pm. Poi, se immaginate di essere me, prendete la metro, e dalla 28esima e Broadway, risalite tutta Manhattan, e scendete alla 225esima, sulla terraferma, immediatamente di là dall’Harlem River — Manhattan è pur sempre un’isola, la terraferma va raggiunta prima o poi. Lì scendete dalla metro e prendete il trenino che vi porta Upstate. Un regionale sciattarello, color argento vivo con la scritta blu “Metro-North”, che tante volte vedete in tanti film. Venti minuti di paesini Upstate, tipo Riverdale e Glenwood e scendete nello shakespeariano Ardsley-on-Hudson — il Bardo, bazzicava Stradford-upon-Avon, le due località se la giocano tutta sul fluviale. Lì, vi lasciate l’Hudson alle spalle. E credetemi, non ha nulla da invidiare all’Avon. L’Hudson può essere un fiume-mare inquietante per la sua ampiezza, e le ventimila leghe che immagino definiscano la sua profondità, ma se arrivate in un giorno sereno, col sole che ci gioca sopra, e lo scorrere lento lento di certe barcone un po’ chiatte che lo solcano, be’, l’Hudson fa la sua figura.

Dopo aver percorso un ameno sentiero tra il folto degli alberi, sbucate nel campus, che è quella culla verde di cui ho parlato poc’anzi. Ovviamente siete in largo anticipo, perché questa è la prima volta, e volete accertarvi che tutto fili liscio, soprattutto, che troviate la vostra aula, che il computer funzioni, e anche il proiettore. Raggiungete il secondo piano della Main Hall, la vostra aula, dove, ad accogliervi, c’è un tecnico, pronto prontissimo a spiegarvi come loggarvi nel sistema, e come maneggiare la console dei comandi per gestire lo schermo.
Rimanete impressionati. All’FIT siete a New York, e a New York ci si arrangia. Anche se avete sempre il numero salvezza tatuato sulla scrivania — il numero salvezza lo chiamate se qualcosa di tecnico/logico non funziona, e possono essere le 9 am o le 9 pm, il tecnico compare dopo due minuti e vi salva dall’imbarazzo di un apparato tecnologico che non funziona.

Dopo aver capito come pilotare il proiettore, ecco che arrivano i miei studenti. New York sta in un’altra galassia, e con lei, il fenotipo degli studenti FIT: strambi, creativi, gayissimi pure gli etero, esubero di studentesse, maschi in via di estinzione.

Qui al Mercy la mia classe conta 16 iscritti, le ragazze sono tre, di cui una è Nita, un colosso di donna che studia legge, e che, quando ho chiesto “cosa fai nel tempo libero”, ci ha tenuto a far sapere “sollevamento pesi e calcio. In una squadra maschile”.
La popolazione maschile della classe del Mercy è variegata.
C’è X, il secchione in giacca e cravatta, che prende appunti come se “IT 115” fosse il corso più importante del suo piano di studi — so che farà lo stesso per ogni corso del suo piano di studi, e che “cum laude” coronerà la sua laurea, fra qualche anno. Poi c’è Garrone, perché lui è incontrovertibilmente Garrone di De Amicis. Grande, grosso, gli occhi verdi, le gote ciliegia, il sorriso timido. Una ragazzo che è un pandolce. Quando gli chiedo cosa fa nel tempo libero, mi dice che lavora in un’impresa edile. Poi c’è Pel di carota, secco, bianchissimo, un folletto che suona la chitarra. Abbiamo una Candy Candy di Long Island che per l’occasione si chiama X: lei nel tempo libero lavora in un ospizio. Ho un X da Buenos Aires e un X dall’Ecuador. X l’italoamericano che non parla l’italiano e X che mi sa di ragazzo che ha convertito le difficoltà famigliari in sensibilità.

All’inizio sono molto intimiditi dall’italiana che si ritrovano davanti. Lo vedo da come mi guardano di sotto in su, temendo che chieda loro qualcosa — sanno benissimo che lo farò da un istante all’altro.
Quel momento di disagio e paura deve avere vita breve nelle mie classi. Ricordo benissimo come mi sentivo nei loro panni. Ricordo benissimo un paio di professori all’università che cavalcavano quel sentire, invece che stroncarlo sul nascere. Ogni lezione era una piccola agonia per tutti.
Dico subito che una lingua s’impara sbagliando e cadendo, e che non devono avere paura di sbagliare e cadere. E una lingua s’impara parlando. Quindi, noi si salta e si parla.
Dopo due frasi, giusto due frasi, l’atmosfera cambia completamente, si scioglie. Vedo che hanno tutti il sorriso facilissimo.

Una lezione di lingua è una coltura in cui brulica il buffo. Io ci metto del mio, naturalmente, perché nonostante l’anticipo con cui arrivi, i tecnici pronti ad aiutarti, c’è sempre qualcosa che sfugge.
La cosa che è sfuggita la mia prima lezione al Mercy, è stato il libro. Se non ci sono i gessi, oppure il proiettore fa le bizze, il problema si risolve in fretta. Se invece entrate in una classe con la lezione preparata su un libro che gli studenti dovrebbero avere, ma che non hanno, be’, il problema necessita di un plan B in tempo zero.
L’istante in cui realizzate che l’unica copia di “Oggi in Italia” è la vostra, e tutt’intorno ci sono solo block-notes immacolati, somiglia all’istante in cui uscite di casa vestiti di nulla, sta per avvicinarsi un fronte freddo di proporzioni dolomitiche e voi lo vedete arrivare, e siete lì, nude-look. Finiti.

Loro mi guardano un po’ colpevoli, un po’ innocenti. Perché insomma, sì, il libro dovevamo comprarlo, è vero, ma aspettavamo la prima lezione per essere sicuri che servisse… Io guardo loro e loro non pensano che io sono stata loro un tempo, e che conosco in anticipo tutte le scuse che stanno per buttarmi lì. Innocenti perché il libro costa la bellezza di 204 dollari. E non chiedetemi perché i libri costino così tanto qui, ma costano così tanto. E questi sono quasi tutti studenti lavoratori, e 204 dollari per uno studente lavoratore sono un sacco di soldi — anche per un’insegnante lavoratrice eh.
Allora faccio buon viso a cattivo gioco.
No problem, we will find something, dico.
Avere un computer in classe vi salva. Ripesco e proietto un paio di power-points che usiamo all’FIT a livello beginners et voilà, la lezione è fatta.
La prossima volta però, il libro s’ha da portare, metto in chiaro.

Sono reattivi, sorridenti ed entusiasti, questi studenti del Mercy. Bonariamente campagnoli, basic. Anni luce dall’universo glamorous dell’FIT, in cui i pupils vi si presentano con degli outfit sofisticati e avveniristici.
Questo semestre insegno due corsi lì, all’FIT. Italian Conversation. E finalmente sono passata dalla “graveyard”, l’aula sprofondata nel cemento buio del notturno, a due aule diurne con due finistre cadauna.
Ci sono quelli che masticano un po’ d’italiano e che si credono l’Alighieri — parentesi: di questi millennials Americans nessuno conosce Dante Alighieri… cioè, cavolo, l’Alighieri!
Ho chiesto perdono al Sommo a nome loro perché non sanno quello che fanno.

Ci sono quelle da cui non caverò nemmeno una goccia di italiano corretto, X e X, la coppia di bionde che sembrano due cloni di Kelly appena uscite da Beverly Hills 90210 – Vent’anni dopo — top, unghie fluò gialle, capelli ultra sleek e inchiostro rosa nella penna, immagino. Poi c’è X, dal Perù, che è già grande, lo vedo dalla vita che ha già visto dentro i suoi occhi giovanissimi. E poi X, una bellezza del Bronx con gli occhi azzurri, il sorriso più puro che possiate immaginare, e la voglia di compiacermi a tutti i costi attraverso compiti perfetti e lezione studiata — riuscendoci, ovviamente. E poi l’allampanato, perso, sbadatissimo X, che non ne azzecca mai una, ma che per il “VIP Misterioso: descrivi un vip che ti piace ma senza rivelarne il nome” descrive Mariah Carey con “Esce sempre a Natale” — io mi piego in due dalle risate, e la classe, vedendo me, si piega a sua volta e finiamo tutti piegati. E c’è chi, nel VIP misterioso, presenta Chiara Ferragni, magari pensando di colpirmi, ma in realtà affondandomi. E poi c’è chi crede di fregarmi, nascondendosi nell’ultima fila, credendo che io non veda il cellulare con cui whatsappa mentre io spiego la differenza tra “simpatico” e “sympathetic” — il cellulare e i laptop sono verboten da regolamento. Purtroppo sul suo cammino X ha avuto la sfortuna di trovare i miei occhi, che hanno delle aquile dentro a cui difficilmente sfugge qualcosa. Quindi ho lasciato passare mercoledì scorso, ma certo non lascerò passare mercoledì prossimo. E poi c’è lei, la ragazza misteriosa con gli occhi bassi e il broncio da Belen Rodriguez: quando la interpelli, lei sorride timidissima. Sai immediatamente che avrà davanti una strada cosparsa da cuori infranti.
Insegnare non ti farà diventare ricco, ma ti apre uno spiraglio sul presente e sul futuro dell’umano.

E se non vi va di scrivermi a [email protected], ora potete farlo a [email protected], perché faccio ufficialmente parte dei Mavericks — i dissidenti — del Mercy.
Sempre meglio dei Bulls di Chicago, dico io.

Un po’ di mercy, di misericordia, ve la chiedo anche perché, da peccatrice, infiniti sono i modi in cui pecco. Per esempio sono stata vaga e indefinita — qui mi ruggisce il Leopardi con la sua poetica — nell’illustrare cosa si fa in una residenza per artisti. E alcuni di voi mi hanno chiesto, ma cosa si fa in una residenza per artisti, è come una vacanza?
No, una residenza per artisti non è una vacanza. Il rischio che possa diventarlo, andando in posti paradisiaci come La Gomera è alto, e dovete stare molto attenti. Di solito, comunque, gli artisti non aspettano altro che il momento in cui dedicarsi alla loro arte senza le scocciature del quotidiano.
Io ho bisogno delle residenze perché mi regalano tempo ininterrotto, e certo la possibilità di conoscere un posto nuovo e stringere nuove amicizie sono parte del fun, ma io ci vado per il tempo ininterrotto.
Ci vuole disciplina, in una residenza. E quella, in casa Board, come immaginate, non manca — teniamo Lez Muvi ogni domenica sera, da nove anni, Vostro Onore… 🙂
Io lavoravo praticamente sempre, tranne un tre/quattro ore giornaliere in cui facevo il Tom Sawyer della situazione, correvo, nuotavo o andavo in giro per l’isola, oppure per i campi catalani. Per gli insonni, poi, anche la notte, è campo di lavoro.
Questo rigore mi ha fatto portare a casa più di 130 poesie per la seconda raccolta in inglese. 130 fanno impressione, lo so. Ma vedete, come dico sempre, non si va in un posto per farsi ispirare dal posto. Lo sai prima ancora di partire ciò su cui lavorerai: ho passato un anno e mezzo a raccogliere materiale. Non ho fatto altro che portarlo con me, tirarlo fuori e lasciar andare le parole. L’ispirazione funziona con il frammento d’idea iniziale, ma poi la poesia è lavoro. Si riveda, quindi, il falso mito della poesia momento d’estasi. L’idea in nuce parte da lì, dal mistero, ma poi sono ore di lima, olio di gomito, ricerca, e be’, ore.
Quindi no, non me ne sono stata con la pancia all’aria nel mese spagnolo. E non lo dico per mettere i puntini sulle i, ma per amettere una mia incapacità. Non so starci, a pancia all’aria, senza far niente. Mi viene l’ansia. Sono inetta!

Questa settimana sono andata al Paris Theater, accanto al Plaza Hotel, per vedere “The Wife”, dello svedese Bjorn Runde.
Non so se fosse per la location posh, ai piedi di Central Park, due passi dal Plaza e quattro dall’Upper East Side, o se fosse per la seniority dei due protagonisti del film, ma ero circondata da anziani.
Anziani Upper East Side. Ovvero bianchi, colti, snob.
Gestibilmente insopportabili.

Scrittore di successo, Joseph Castelman è in procinto di ricevere il premio Nobel per la letteratura. È a letto con Joan, la moglie devota con cui è sposato da trent’anni. Ecco che arriva la telefonata. Siamo lieti di comunicarle che è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.
Joseph e Joan si mettono a saltare sul letto dalla felicità, malgrado l’età avanzata di entrambi.
Dopo anni e anni di lavoro e scrittura, finalmente il coronamento massimo.
Gli amici, i parenti, i giornali, tutti in visibilio. Eppure intravediamo del marcio, oltre le rose e i fiori.
La coppia parte per Stoccolma, accompagnata dal figlio, David, scrittore in erba che capiamo non avere vita facile con un padre premio Nobel.
Sul Concorde che li porta in Svezia, la coppia è avvicinata da un tale che vuole scrivere la biografia di Joseph, ma che Joseph liquida con un no, grazie.
Una volta a Stoccolma, Joan appare sempre più insofferente nei confronti del marito. E non è solo per sana invidia. Piano piano veniamo messi al corrente di quello che la coppia ha nascosto per anni. Una frode bella e buona. Sì perché, guess what, lo scrittore di casa non è Joseph. È Joan!
Lui era il suo professore all’università, uno scrittore con tante idee brillanti, ma incapace di metterle insieme. Lei, una studentessa dotata, capace di mettere insieme le idee brillanti sue e altrui. I due si innamorano, si sposano, e be’, decidono di compiere il passo che porta Joan dal fargli da editor a diventare il suo ghost-writer. Così tutti i successi finiti sullo scaffale sotto il nome di Joseph Castelman, in realtà dovrebbero portare il nome di Joan Castelman.

Ma perché Joan non ha perseguito una sua carriera come scrittrice, ci chiediamo?
Be’, perché negli anni 60-70, quando Joseph e Joan erano giovani, nessuno dava credibilità alle scrittrici. Quindi tra una non-carriera e una carriera da ghost-writer, Joan sceglie la seconda. Troppa era la voglia di scrivere.
Intanto, a Stoccolma, capiamo che Joseph non è mai stato uno stinco di santo — adultero e bambino, l’accoppiata che caratterizza la vita di tanti artisti.

Arriva la serata della premiazione, e succede che Joan non ce la fa più a tenere quel segreto. Si arriva alla resa dei conti. E il finale, be’, il finale è tutto da vedere… Diciamo che, a un certo punto, c’è una qualche giustizia divina che scende a regolare i conti… Ma non posso dire altro altrimenti vi rovino tutto.

“The Wife” è un film con una grandissima storia nel cuore e un corpo mingherlino a sostenerla. Stilisticamente troppo semplice, troppo lineare. Il regista, peraltro svedese, avrebbe fatto bene a ripassare un po’ di Bergman prima di affrontare la regia. Io tremo alla sola idea di ciò che un regista come Ingmar, oppure Stanley, avrebbe potuto fare con un conflitto intra-coniugale come questo. Kubrick alle prese con una coppia che nasconde un segreto così… Pensiamo alla monumentalità di “Eyes Wide Shut”… Oppure Ruben Ostlund, giusto per rimanere nel Nord Europa…

Rund si affida al flashback per raccontare gli anni in cui Joseph e Joan erano professore e allieva, e l’evoluzione del loro patto segreto. Ma i flashback risultano irritanti —risultano posticci— e superflui. Lo spettatore non ha necessariamente bisogno di vedere ciò che è stato in passato per capire il presente. Qualcuno dice che il flashback è per sua stessa natura non drammatico e spezza la tensione scenica. Il che è vero, e succede puntualmente in “The Wife”.

Con un po’ più di immaginazione, un po’ più di coraggio, il film sarebbe entrato di diritto nel memorabile, categoria in cui facciamo tuttavia rientrare la prestazione attoriale di Glenn Close, che interpreta Joan. Be’, Fellows, se volete vedere come si recita, recuperate “The Wife”. Spesso nominiamo la solita, ineccepibile Meryl Streep quando cerchiamo un talento femminile nella recitazione. E ci scordiamo un’attrice della grandezza di Glenn. Praticamente il film è lei. Guardarla muoversi nei panni di questa moglie servizievole con un immenso talento intrappolato nelle menzogna, guardarla nel suo divincolarsi dalla menzogna ed uscire fuori, finalmente, merita il biglietto.

C’è poi una scena particolarmente vera e toccante. Durante la resa dei conti fra moglie e marito, Joseph le chiede “Perché sei stata con me tutti questi anni allora, perché hai sopportato tutto questo?”.Joan lo guarda affranta e persa. “Non lo so”, risponde, come se in quel preciso momento capisse l’errore commesso. Quel “non lo so” contiene tutta l’irragionevolezza dell’amore, tutto quello che d’insano l’amore ci fa fare e che va contro il nostro stesso bene. Eppure lo facciamo, puntualmente, romantici masochisti che siamo.

Ed eccomi raggiungere il traguardo della fine anche stasera.
Inauguriamo ufficialmente il Frunyc IV, con le nuove foto da New York, tra cui spiccano i due scatti a Ethan Hawke, che per un attimo fuggente durato un’ora, ci ha deliziato in un talk al Lincoln Center 🙂

Grazie per avermi riaccolto così calorosi, e saluti, stasera, benevolmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 381 da NYC commenta “BLACKKKLANSMAN” di Spike Lee

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Ferragnez Fellows,

tornando in Europa, il cellulare invaso da buzzfeed italiani, non ho fatto che assorbire, giorno dopo giorno, il fiume di dettagli circolanti sui due reali di casa nostra che si apprestavano al matrimonio. Non avevo idea, da New York, che tanta stampa ruotasse intorno alla coppia.
A quanto pare i piccioni impazzano sempre, di qua e di là dall’oceano. Dalla versione per teenager influencer&rapper, a quella per adulti, Amal&George Clooney, la moglie e il marito che in tanti, almeno qui in America, vorrebbero vedere, un giorno, alla Casa Bianca — l’incarnazione dell’edutainment che sbarca in politica. Entrambi impegnati, entrambi belli. Cosa volere di più?

Se me lo permettete, io eviterei di aggiungere commenti sui dettagli matrimoniali che con tanta dovizia il duo Ferragnez si è premurato di pubblicizzare.
Io faccio sempre l’errore di prendere tutto troppo sul serio e di interrogarmi sul futuro: penso, ad esempio, agli studenti posteri venturi che tra un centinaio d’anni studieranno la Storia Italiana dal 2000 al 2100 e dovranno scrivere tesine sulla maniacale compulsività alla spettacolarizzazione della generazione 2K, legandola al kitch: l’ondata storica di kitch che si abbatté sul secolo trasformandolo nel pitale d’oro per i bisogni dei giovani ricchi del millennio…
Allora facciamo che lascio povere barocche cittadine siciliane trasformate in set nuziali, e passo a dirvi un po’ del mese spagnolo. 🙂

Le residenze in cui sono stata erano due, la prima a Castellvì de la Marca, 40 km da Barcellona. Can Borni, per la precisione, un piccolo casolare nel middle of Mediterranean nowhere della campagna catalana, dove lo spettacolo naturale è da ricondursi principalmente al mare di vigneti che vi circondano e in cui navigar v’è dolce, ve lo garantisco.
Appena sono scesa dalla macchina, quando sono arrivata, odore di fichi e uva dolce. La mia petite madeleine, se Proust mi presta il suo sistema decimo sensoriale per elaborare il risveglio della memoria.
Da piccola trascorrevo i primi dieci giorni di settembre dai miei nonni materni. Gli adulti vendemmiavano e io, bambina, giravo fra viti, prugni, fichi, sperimentando le consistenze diverse delle cose —il nulla rosso dei papaveri, le bucce ostili delle prugne, i graffi sui miei ginocchi da maschiaccio. I giorni erano i giorni graziati dal tempo dilatato dell’infanzia, quando un pomeriggio sembrava eterno e la sera un antro misterioso.
Lì, all’Hannah Creative Center, ho ritrovato la stessa dimensione olfattiva e temporale.

Quanto agli artisti ospiti, eravamo un’italiana che abita a New York, due coreane trasferite a Parigi, un portoghese emigrato ad Amsterdam e una polacca in cerca del suo posto nel mondo. Detta così suona praticamente come una barzelletta, ma immaginate l’intreccio di lingue! L’inglese era la nostra salvezza, anche se ho capito che le coreane trasferite a Parigi fanno una gran fatica, ma davvero una gran fatica con qualsiasi lingua all’infuori del coreano. Molto spesso, ve lo confesso, desistevo dall’impresa di capire e spalancavo un sorriso sconfitto.

La vita, a Can Borni, scorreva lemme lemme, proprio come la immaginate. E c’era una cosa che mi dava particolarmente ai nervi. Il melodico iberico che mandano alla radio —io correvo molto, quindi molta radio, quindi molto melodico.
Il melodico iberico non si regge, è insostenibile. Tipo Bobby Solo, versione spagnola.
Solo che almeno lui, Bobby, era solo! Niente mariachi al seguito!
Il melodico iberico ti stende un manzo.

Ma una sera è stata ravvivata — be’, incendiata — dai correfoc. I correfoc sono un gruppo di pazzi che si travestono da diavoli, invadono le strade di qualche paese, ballando musiche tribali e dandosi fuocodartificio. Proprio così, hanno, attorno al loro corpo, dei candelotti di fuochi d’artificio versione stellefilanti, che fanno scoppiare mentre si scatenano come dei posseduti. Il tutto, nella via principale, che viene percorsa per tutto il paese, una processione pirotecnica seguita dagli oh-ah-oh-ah degli autoctononi e dall’incredulità dei turisti — pochissimi, a dire il vero… chi conosce la zona del Penedès, vi chiedo io?
In America, ma anche in Italia, uno spettacolo del genere sarebbe bandito per ovvi motivi di sicurezza. Immaginate una sfilata di correfoc, che si danno fuocodartificio, e si scatenano liberamente, con tanto di carretto di polvere da sparo al seguito, a meno di due metri dalla folla.
Io me ne sono rimasta a una certa distanza, il naso pieno di zolfo e la sensazione di trovarmi in qualche posto della mia immaginazione letto da qualche parte, ma certo non vissuto.
Ecco, questo rito pagano del correfoc — il cui nome, tuttavia mi ha stregato sin da quando l’ho sentito — credo sintetizzi al meglio cos’è la Spagna. La terra in bilico fra il tradizionale, il crudele, il mistico e il masochistico. Pensate alla corrida, ma pensate anche alla corsa dei tori a Pamplona. Pensate, ora, al correfoc.
Fuoco, sangue, terra.

Ora, non ne abbiano a male gli spagnoli o i filo-iberici.
Ricordate i temi d’italiano a scuola? Si faceva la brutta e poi la bella.
Ecco, io trovo la Spagna la brutta copia dell’Italia; l’Italia, la bella copia della Spagna. Nel senso che i contenuti, quelli mediterranei, sono gli stessi. Il mare tranquillo, da bambini. Le viti e i fichi. Il paesaggio a tratti toscano, a tratti sardo. C’è moltissima Italia in Spagna, ma a un livello primevo, rudimentale. Manca assolutamente la raffinatezza stilistica che si respira in Italia — e che, popolo di Moviers, non ha eguali al mondo, riconosciamolo — manca quella parte di ragionamento estetico che si fa sopra un ragionamento pratico: è lì, in quella fascia, che caglia lo stile. Insomma, è come se l’idea di fondo fosse la stessa, ma il modo in cui viene presentata — lo svolgimento — mancasse completamente, o fosse allo stato grezzo.

L’ambiente urbano fa un po’ eccezione — un po’. Barcellona, già conosciuta anni fa, è una città amabile e vivibile. Maneggiabile. Arte, tanta. Vita, anche. Uno splendido museo nuovo che è il Museu del Dessiny (che sta per Design), dalle forme architettoniche assai intriganti e mostre da acquilina in bocca — immaginate l’estasi del Board a una mostra intitolata “Dressing the Body. Silhouettes and fashion (1550-2015)”…
Ma certo, adesso che ho New York come riferimento metropolitano, anche Barcellona si inserisce nel piccolo. Non necessariamente provinciale. Ma piccolo.

Tutt’altra impressione ho avuto di Madrid. Ariosa, chiara, metropolitana. Lo si capisce in uno sguardo che è la capitale, appena scendete dal treno, nella stazione che se la gioca con la Gare de Lion, quanto a monumentalità. Non scorderò mai il giardino tropicale all’interno della Estacio Antochia, piante dai fusti altissimi, contenuti sotto un tetto di vetro Liberty. Avrei voluto avere le frange di un vestito anni ’20 a solleticarmi le gambe, al posto delle mie braghette corte millennial.
Ma non si può avere tutto, claro.

Madrid per me è stata solo una giornata: per permettermi il tanto agognato Museo Thyssen-Bornemisza e, ovviamente il Reina Sofia, per vedere “Guernica”. E lasciatemi dire. È grande “Guernica”. No, è giaigantica. 3,50 m x 7,87 m — ho appuntato le misure. In testa, la fantasia sfrenata e scema di averla appesa in corridoio nell’Upper West Side.
Malgrado il divieto tassativo di scattare fotografie, ne ho rubate due, con il flusso di folla davanti, che immagino scorrere perenne, come davanti alla Monnalisa.
Me ne sono rimasta piantata lì per un po’. A differenza della Monnalisa, però, la grandezza fa di “Guernica” una narrazione piena di dettagli, in parte anche solo abbozzati, e bisogna far attenzione per individuarli.
Per esempio, vi siete mai accorti che i pezzi degli animali si fondono con gli arti degli umani? Che una zampa equina diventa un braccio umano? E che c’è un fiore che sboccia su una spada? E che c’è una lama sopra un’oca che piange? Che il lampadario in alto sembra un occhio umano, più che un lampadario? Che nell’angolo in alto a destra c’è una finestra vuota, bianca?
Avete mai pensato che Picasso è riuscito a far parlare l’orrore, attraverso immagine fisiche di orrore — le donne piangenti, i corpi feriti — e, al contempo, attraverso immagini metafisiche — come, appunto, una dechirichianissima finestra vuota bianca?
La tappa al Reina Sofia è da farsi.

Tornando alla città, una scrittrice molto stimata in Spagna, Montserrat Cano, che avrei conosciuto di lì a pochi giorni su La Gomera, mi ha parlato di lei, di Madrid.
Ho abitato per tanti anni in Portogallo, dice Monserrat. Sei mesi fa mio marito è morto, e non potevo più stare nella nostra casa. Troppi ricordi. Così l’ho venduta. Ora vivo sei mesi a Madrid, e sei mesi su La Gomera. Madrid è la città aperta. Nessuno ti chiede da dove vieni per capire se sei catalano o spagnolo, come invece succede a Barcellona. A Madrid la gente è da tutto il mondo.
Come a New York?, chiedo io.
Sì, come a New York, dice lei, l’altra città in cui mi piacerebbe abitare.

Credo che Montserrat abbia ragione da vendere. Madrid e New York hanno quell’ampio respiro urbano che poche città riescono a restituire. Io ci sono stata una manciata di ore, ma quell’afflato l’ho avvertito immediatamente, e quando Montserrat me l’ha confermato, ho pensato che avrei dovuto illuminare questo legame sotterraneo fra le due città, anche solo in un pippone lezmuviano.

E poi, Moviers, è toccata La Gomera, quel tondino d’isola delle Canarie che è come la mosca bianca delle Canarie: con loro condivide solo la natura vulcanica, ma certo non quella turistico-baccana che ha snaturato le altre isole dell’arcipelago.
Perché diciamocelo, uno dice “Canarie” e immediatamente la cartolina sbiadita di spiagge superaffollate, discoteche moleste e natura violata plana nell’immaginario — almeno nel mio. La Gomera è un mondo a sé che, grazie alla mancanza assoluta di tratti balneabili per famiglie e tardo adolescenti in cerca di ebrezza, non risulta sulle mappe turistiche, dove invece pulsano, in tutta la loro artificiale fluorescenza, Tenerife, La Palma e Lanzarote.
Il turismo è quello degli hikers, grazie alla rete di sentieri che la mappano meglio di Google. Se siete appassionati di natura e camminate, l’isola vi farà andare via di testa — e ve lo dice un’urbana.

È un paesaggio del tutto peculiare, La Gomera. C’è forte l’odore della preistoria, o di quel ‘600 pre-Conquistadores che rende l’isola un luogo della memoria. E poi una vegetazione talmente variegata e schizofrenica davanti alla quale tutte le coronarie di tutti i geografi, scienziati, botanici — Von Humboldt compreso — dal ‘700 in avanti devono essersi fermate.
Lui, Alexander Von Humboldt, il papà della geografia moderna, vi arrivò nel 1799, proprio per studiarne la flora così unica.
Tratti aridi come l’Arizona si alternano a macchie rigogliose da foresta tropicale, con palme colossali e fiori technicolor. Poi, d’improvviso, aree alpine, con pini marittimi e mughi che ti scaraventano dritto dritto in Trentino.
“Me ne vado con le lacrime agli occhi. Vorrei trasferirmi qui”, si legge nei diari di Humboldt — ettecredo, Alexander.
So di lui non perché io abbia studiato storia della biologia, ma perché Donna, un’artist-in-residence a Casa Tagumerche, era una ricercatrice gallese che si occupava di “Romantic science”, ovvero la disciplina che si interessa al rapporto tra scienza e arte — soprattutto scienza e poesia — nell’‘800.

E poi naturalmente il mare. Il Mediterraneo è il bagnetto per bimbi, calmo e tiepido. L’Atlantico è la malìa degli adulti, muscolare e muscoloso. Ricco di pesci, di scale di colori dal cobalto all’acquamarina, ma parco di zone da ammollo.
È un animale irruento e divino, e ogni volta che m’immergevo, sapevo che lui mi stava accogliendo e che, francamente, poteva fare di me ciò che voleva. Strapazzarmi, trascinarmi al largo, risputarmi a terra. Lo approcciavo con umiltà fantozziana e attenzione svizzera.

Nonostante “paradisiaco” sia l’aggettivo più immediato con cui descrivere quell’Eden, c’è la componente vulcanica, che ti spinge in qualche girone dantesco. La sabbia è nera come la notte, e così sono certe macchie di roccia. L’infernale è senz’altro lì.

Casa Tagumerche si trova a 400 m sul livello del mare. Pertanto gode di una vista mozzafiato, ma paga il pegno di essere esposta. E il vento soffia ininterrotto —è lui, credo, il vero padrone dell’isola. La piccola depandance che mi avevano assegnato, un po’ staccata dalla residenza, era battuta da folate che solo in Tasmania avevo conosciuto, su Flinders Island. Tutto questo vento ha trasformato le mie notti in viaggi per mare, in cui la mia camera era una barchetta al largo, e io dentro, a chiedermi se sarei riuscita a tornare a riva.
Non so bene come, ma ogni mattina mi sono svegliata a riva… 🙂

C’è stato un periodo della mia vita, appena trasferita a Trento, in cui non volevo partire. Per il terrore di ritornarvi — il terrore del ritorno. Poi l’ho superato, e sono sempre partita. Ma ogni volta che dovevo rientrare, era una specie di piccolo lutto.
Ecco, da quando abito a New York, questo lutto non è più. Tornare a New York è come continuare il viaggio. Perché New York è la città che non finisce mai. Ricomincia, nuova, ogni giorno.
Quindi, per quanto sia stato triste lasciare il mio soldino d’isola, in cui ho fatto tutte le cose ragazzine che potete immaginare — corse, nuotate, esplorazioni in foreste salgariane con gambe mocciose e graffiatissime — atterrare al JFK è stato naturale e piacevole.
Persino il rapporto con la Dogana è cambiato.

“What are you doing here in New York?”
“I teach Italian at the Fashion Institute of Technology”
“I see”
“…And well, I am a poet too”
“Oh really? I should have studied you in the books at school, then! Welcome back!”

Welcome back.
Pensare al “follow me”, dieci anni fa, quando sbarcai al LAX, e l’agente di turno non voleva saperne di spalancarmi le porte di Los Angeles. Pensare all’ora di interrogatorio che seguì, dopo che lo seguii in un ufficio con un altro agente al suo fianco, perché le rogne non vengono mai sole.
Un visto O1 cambia tutto.

E questa settimana, dopo un mese di astinenza cinematografica al quale sono incredibilmente sopravvissuta, sono andata all’ACM Magic Johnson Harlem 9, la sala cinematografica di Harlem, su Fredrick Douglas Blvd e la 124esima, che mi mancava all’appello. Aspettavo il film giusto. Il film giusto è stato “BlacKkKlansman” di Sir Spike Lee.

Il film è l’adattamento cinematografico del libro Black Klansman scritto dall’ex poliziotto afroamericano Ron Stallworth, del distretto di Colorado Springs: Ron è stato il primo uomo ad essersi infiltrato nella divisione locale del Ku Klux Klan — stiamo parlando di una storia vera, quindi. E già avete capito che questo gesto è eroico e al contempo assurdo, esilarante — un nero infiltrato nel Ku Klux Klan!
Da un lato Ron deve tener monitorate un gruppo di Black Panther, militanti che vogliono diffondere gli ideali “Black Power” nella tranquilla Cold Spring. Dall’altro però Ron vuole fare qualcosa contro i movimenti di suprematisti bianchi che stanno prendendo piede nel paese.
Dopo aver letto un annuncio sul giornale, telefona al Ku Klux Klan, e dice, sono un vostro simpatizzante, voglio entrare nell’Organizzazione. La voce al telefono suona convincente, ma capirete che Ron ha bisogno di un corpo bianco che si spacci per lui: ed ecco quindi il collega, bianchissimo ed ebreo, Flip Zimmerman (il sempre bravo Adam Driver), che si infiltra fisicamente nel gruppo, previ accordi telefonici col capo presi da Ron, che se la ride e ci fa ridere, decantando il suo profondo razzismo contro i nigga.

Il film si apre su un monologo farneticante di Alec Baldwin che fa il verso a Donald Trump, e che ci fa capire immediatamente dove siamo: il territorio dell’ironia, dei riferimenti continui all’attualità, dialoghi paradossali, azioni con intenti brutali ma agite in maniera goffa, vòlte a ridicolizzare un gruppo che predica la superiorità a parole ma esercita l’idiozia nei fatti.
Il feeling fra i due attori principali si sente, così come la componente umoristica, ciononostante c’è qualcosa che appesantisce — il film è troppo lungo, e per quanto a tratti esilaranti, è troppo troppo lungo.
Ed è una storia naturalmente sul razzismo, ma troppo bianco-o-nero — e perdonerete il gioco di parole. C’è una rappresentazione scontata degli siocchi meschini incappucciati, e una rappresentazione scontata dei neri che si battono per i giusti ideali. In altri film Spike Lee aveva tentato di mostrare il complicato sfumato che si cela dietro alla quastione della razza, dal punto di vista sociale, personale, psichico e di coppia — l’avevamo trovato riuscito in “Jungle Fever”, “Bambozleed”, “Do the Right Thing”, “Clockers”, “He Got Game”, “Crooklyn”.
Qui forse Spike è rimasto incastrato nelle maglie della storia vera, e non ha potuto lavorare più di tanto d’immaginazione. Questa, l’immaginazione, manca al film. Se brilla in certi scambi linguistici, il film rimane incolore in fatto di trovate — anche visive, non solo narrative — che mi hanno lasciato a bocca asciutta.
La delusione maggiore è arrivata, tuttavia, nel finale. Spike Lee ha deciso di chiudere inserendo immagini di repertorio sugli scontri fra suprematisti bianchi e manifestanti a Charlottsville, lo scorso anno, dove morì una ragazza e si contarono venti feriti.
Ho trovato l’aggiunta, per quanto di effetto, un’appendice a se stante, che poteva essere inserita nel tessuto narrativo. Perché non far comparire Ron oggi, mentre osserva, magari in tv, gli accadimenti di Charlottesville?
In fondo, il presente è costantemente presente nel film, con i suprematisti che ripetono “Let’s make America great again” e “America first” — i ritornelli trumpiani che ci fanno ridere e inorridire.

Ma questa è un’opinione del tutto personale. Sono andata a vedere il film con Gretchen — ricordate l’artista che avevo conosciuto al 44esimo piano dell’appartamento vicino a Columbus Circle? A lei è piaciuta, invece, l’idea di inserire le immagini vere di Charlottesville.
“Perché dimentichiamo. E tutto quanto ci fa ricordare che Charlottesville è accaduto, è benvenuto e necessario”.
Ma l’arte, mi chiedo io? L’arte non è forse prendere la realtà, spremerla, e farne uscire un succo sconosciuto, mai assaggiato prima, che contiene quella realtà e altro?

Bah, forse ho una visione troppo alta delle cose, e mi dovrei accontentare del lavoro passabile di Spike Lee. E ringraziarlo perché almeno lui l’ha fatto.
Dovendolo comparare a “Sorry to Bother You” di Boot Riley, il film rivelazione di cui parlammo prima della mia partenza, “BlacKkKlansman” è meno innovativo, molto più prevedibile, sia nello sviluppo narrativo che stilistico. Certo gli obbiettvi dei due film sono diversi, ma entrambi si concentrano, per esempio, sull’uso della lingua dei due neri — entrambi i protagonisti si fingono bianchi al telefono. Quindi diversi sì, ma anche avvicinabili, per certi versi.
A ogni modo, il film di Spike, al momento, è alla Mostra del Cinema di Venezia — e Spike con lui. Immagino quindi che uscirà presto anche in Italia.
E naturalmente voi andrete a vederlo… 🙂

E siamo arrivati alla fine.
Ho creato un album con le foto della Spagna e de La Gomera — così vedete un po’, e mi vedete anche un po’, se volete.
Si chiama Fruspain. Ma ad avercene, di dolori così… 😉
Dalla settimana prossima, inaugureremo il Frunyc IV!

Ah, un’ultima cosa. It’s good to be back…

E ora ringraziamenti e saluti, socialmediaticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 380 da NYC commenta “GENERATION WEALTH” di Lauren Greenfield e augura HAPPY SUMMER!

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Forty-four Fellows,

appartamento N, al 124 della 60esima Strada, West Side. Questo è l’indirizzo.
Arrivando all’edificio, mi chiedevo se, essendo quarantaquattro, vigesse la regola dei gatti in fila per sei. Poi mi sono fatta distrarre dalla categoria “oro zecchino” del palazzo, e lo Zecchino d’Oro è slittato in secondo piano.
Se dico 60esima Strada West Side, ora che siete un po’ pratichi della città, sapete dove collocarlo. Columbus Circle, Warner Center — quel palazzo di vetro che dà sulla tanto problematica statua di Cristoforo Colombo — e naturalmente l’ingresso a sud di Central Park, la zona più battuta dai turisti che affliggono, ehm affollano, la città. I calessi partono da lì, così come i pedicab — quei risciò a pedali importati direttamente da Saigon, ma orfani di Mekong — e le bici a nolo partono da lì. Mano a mano che vi spostate al centro e al nord di Central Park, il parco diventa sempre più local, sempre meno global. Meno selfie, meno stick. Praticamente un ritorno graduale all’analogico dopo isolati digitali.

Mi s’invita per interposta persona, che non può presenziare all’evento. Questo significa che non conosco nessuno, e non so assolutamente cosa aspettarmi. A dirlo con il senno di poi, fa sempre molto Miami Vice, ma con il senno del durante, fa sempre molto, chissà dove capito adesso.
Le perplessità, tuttavia, sfumano appena infilo la testa nella fessura della porta lasciata socchiusa dell’interno N. Innanzitutto nessun cartello “please remove your shoes” — una rarità che potrebbe finire in qualche rubrica del New Yorker.
Con i tacchi ben ancorati ai piedi, entro nell’appartamento.
Mi accoglie Gretchen, un’artista di video istallazioni che comincia subito a parlarmi della sua arte, con termini tipo “intersection of aloneness and togetherness”, puntualizzando che recentemente si sta occupando di “narrative multisfaccettate che rimandano a vicende umane e di violenza, insistendo sulle lotte di potere attorno ai concetti di razza, classe genere e sessualità” — o qualcosa del genere.
Il talento degli americani di farti un pitch tutto d’un fiato in sessanta secondi mi sbalordisce ogni volta. Capisco da subito che è un cervello con del corpo intorno.
Mi piace da subito.
Se questo è l’inizio, cosa avrà in serbo il proseguio?, mi chiedo, mentre prendo le misure dello spazio in cui mi trovo.

Lo spazio in cui mi trovo non è un loft da mille metri quadrati. E’ un loft con uno zero, in meno, 100 metri quadrati, o qualcosa in più, ma organizzati talmente bene, talmente intelligenti, che qui si vede la mano di un esperto.
La parete a ovest è tutta di vetro. Il che significa che soltanto quella parete di vetro vi separa dalla Columbus Avenue, dalla Broadway, da Columbus Circle.
Mentre Gretchen parla, noto, sulla destra, una porta finestra. No kidding…, mi dico. E da quel momento non faccio altro che pensare al balcone di fuori, e ai 43 piani di dislivello sotto, e alla voglia carnale che ho di sperimentare il trovarmi sospesa nel vuoto urbano, con una misera ringhiera come riparo.

Ricerco sempre l’ebrezza dell’altezza metropolitana — non essendo interessata a quella montana, ho trovato la sostituta cittadina. Tante città hanno la loro brava torre o il loro bravo marchingegno verticale, su cui poter testare la (forza di) gravità delle vertigini. Torino ha la sua Mole, Venezia ha San Marcocon la sua Torre, Vienna la Donau Turm, Parigi l’Eiffel, Londra il Millennium Wheel, Amsterdan l’A’DAM Lookout, Boston ha la colonna del Bunker Hill Monument, Chicago la Willis Tower, Toronto la CN Tower, Auckland la Sky Tower. A New York non avete che l’imbarazzo della scelta, ma la lotta è un po’ fra il passato e il presente, fra l’Empire State Building e la Freedom Tower.
Quelle altezze mi hanno attirato tutte tutte. La più spaventosa — e la più fun — è la Willis di Chicago, che ha degli inserti di vetro nel pavimento che ti permettono di sostare sostanzialmente nel vuoto. Anche la Sky Tower di Auckland non se la cava male: le vetrate a sbalzo sul nulla sono inclinate, quindi i turisti che non soffrono di vertigini posso semisdraiarsi sui vetri e immaginare di riposare lì, sul nulla.
Ma in tutti i casi di cui sopra, c’è sempre un vetro o una grata a proteggervi dal sottostante.
Non mi è mai capitato un appartamento al 44esimo piano con un balcone.

Prima di uscir fuori però, conosco il padrone di casa, Carlos. Dato che è stata Gretchen a darmi il benvenuto, deduco sia lei, la first lady. E invece prendo un granchio grande e grosso quanto quelli del Maine.
La first lady è Jeff!
Avrei dovuto capirlo immediatamente: un allestimento impeccabile come quello che mi si para davanti può essere solo frutto di menti e mani gay.
Ho raggiunto questa conclusione. Qui a New York, il massimo di raffinazza si ha solo da menti e mani gay. Gli etero newyorkesi potranno sforzarsi per tutte le generazioni a venire, ma commetteranno sempre quell’errorino, quell’imperfezione, che li farà retrocedere di uno scalino rispetto alla vetta raggiunta dai gay. Se questo vi sembra discriminatorio, va be’, mi si consideri una discriminatrice.

Innanzitutto l’arredamento non ha nulla di immediatamente riconoscibile e per questo replicabile ad infinitum dall’IKEA. Niente Mies Van Der Rohe, niente lampade Floss. Niente dèjà-vu, per quanto di classe. Lo stile è moderno, ma ha qualcosa di caldo. Certe forme smussate, certi legni dolci, che il minimal di massa che siamo abituati a vedere non osa. Il divano non è bianco: i padroni di casa sanno che il bianco è il peggior colore per l’ospitalità: se vuoi invitare gli amici, il bianco ti schiavizza. Meglio un tabacco che si sposa con delle sedie in legno dalle linea contemporanee, but again, morbide, anni luce da Rietveld.

Il cibo è disposto con cura certosina. Di quella che solo in certi ristorante in Italia. La coppia si è appoggiata certamente a un catering perché non c’è odore di cibo, eppure il tavolo ospita gamberoni alla griglia, bocconcini vari e finger food che certo non sono usciti dalla cucina di Jeff e Carlos.
Le fragole sono disposte a ottaedro — grazie Momath! — su un alzata di vetro, in religiosa attesa della vostra bocca.
Noto le porcellane. Mi viene da dire tedesche. Un filo d’oro percorre le circonferenze dei piatti e sfocia in due lettere: C e J. Plastica e carta banditissime: in casa di Carlos e Jeff si mangia sulla porcellana e si beve nel vetro — prendiamo tutti lezione.
Jeff si dà un gran daffare ad assicurarsi che gli ospiti abbiano il bicchiere pieno di quello che preferiscono. Rosso, bianco o rosé. Ma lo fa con discrezione, senza insistere. Quando mi si avvicina e fa per riempirmi il bicchiere, io chiedo perdono, come sempre faccio — l’avversione per il vino è una colpa urbi et orbi con cui convivrò per sempre — e gli chiedo dell’acqua. Lui mi rassicura e fa spuntare una caraffa d’argento con dell’acqua leggermente frizzante al suo interno.
L’acqua minerale nella caraffa d’argento.
Jeff, ti amo.

Una signora sulla -ina — sessantina? Settantina? Difficile dirlo — mi racconta di lui, Jeff. E’ un real estate broker che le ha trovato casa, nel Garment District, quartiere in cui non abiterei mai, se me lo chiedete, troppo vicino a Hell’s Kitchen, troppo vicino a Times Square, ma certo la signora sembra felicissima dell’acquisto. “Ho visto cinque agenti prima di lui. Niente da fare. A lui ho parlato dieci minuti, ha capito cosa io e mio marito cercavamo, e ci ha proposto tre case, fra cui, la nostra. Da allora ci frequentiamo sempre. E’ una persona magnifica”. E ho come l’impressione che lo sia davvero.
Con Carlos, fanno una coppia da rivista. E non per via dell’estetica — Jeff ha quella costituzione ovaleggiante di Humpty Dumpty prima della caduta dal muro e Carlos, qualcosa, ma non so cosa, di Robin Williams nei panni di Mrs Doubtfire. Ma la rivista sarebbe per immortalare la loro sintonia. Entrambi con camicia di lino, bordeaux per Carlos, verde oliva per Jeff. A loro agio tra la folla eterogenea che popola casa loro.
Carlos direttore di un programma di sostegno per artisti. Jeff il real estate broker. Un incastro perfetto.

Dopo una chiacchierata con un artista di Amsterdam — un Ronald qualcosa — in visita in città con la moglie, finalmente esco sul balcone. Ronald mi dice di no, che lui non se la sente. Anche gli altri, chi seduto sul divano, chi in piedi, non si avventurano fuori.
In effetti l’impatto è…impattante. Se tenete lo sguardo in orrizzontale, non ci sono problemi. Anzi, è una passeggiata dello sguardo en plein air. Davanti a voi, sulla sinistra, si stende Central Park, alla vostra destra spunta, vicinissimissimo, l’Empire — del resto da lì lo separano solo una ventina di isolati. Dritta avanti a voi, la Trump Tower, di cui tutti faremmo a meno. Se poi portate lo sguardo su, verso sinistra, incontrate il Lincoln Center e il MET. Se lo portate ancora più su, ecco l’Upper West Side, e poi il profilo di Harlem. Laggiù, davanti, l’East Side. E a destra intravedete la selva di grattacieli di Midtown.
So far so good, si dice così.
Il problema nasce se abbassate lo sguardo. Quarantaquattro piani senza una protezione davanti non sono come l’immaginavo. Immaginavo tanta altezza, ma non così tanta. Le macchine risultano grandi come il vostro dito mignolo — del piede. Il globo di Colombus Circle come una biglia.
La sensazione è quella dell’“e se”.
E se adesso la ringhiera crollasse e io la seguissi? E se mi sporgessi troppo e mi cappottassi? E se il cellulare mi sfuggisse di mano mentre scatto questa foto, povero cellulare, morto sul lavoro?
Sono tutte domande che tutti si fanno quando accostati al nulla, nothing special in them.
Ma io mi chiedo se non ci siano mani invisibili che ti reclamano da sotto e che ti trascinano giù, come in certi disegni medievali che raffigurano i cimiteri.
Il panorama è mozzafiato e la vista indicibile. Ma riuscirei a vivere con tutte quelle mani da sotto, tutti i giorni? Il rooftop di casa mia è solo al decimo piano, e ha dei muri di cinta che mi arrivano più o meno alle spalle: non c’è modo di sporgersi. Lo ringrazio per questo.

Rientro in casa e fingo di avere bisogno del bagno. I am curious as a cat, after all.
Fossi un pittore, avrei bisogno di quattro colori. Il bianco delle piastrelle, il grigio perla degli asciugamani, un viola magenta della dea orchidea che spunta sul trono massimo del WC, e il giallo “Acqua di Parma” — se in soggiorno avevamo l’acqua frizzante in caraffa d’argento, in bagno abbiamo ovviamente Acqua di Parma.
Uscendo, sbircio nella stanza di fronte, e no, non è una stanza per gli ospiti. E’ la stanza tv, con la tv, un divanetto e una chaise long davanti alla vista di cui sopra.

Torno da Gretchen, dall’artista olandese e parliamo di politica. Proprio quel giorno, lunedì, si è tenuto l’incontro fra Trump e Putin. Corsa volle, che io l’abbia ascoltato tutto, sentendo WNYC, su nel Bronx. E mentre correvo e ascoltavo, pensavo, be’, se Trump di qualcosa è maestro, è l’arte di leccare il cu*o ai russi.
Ridiamo del nuovo soprannome che a New York, in quelle poche ore, ha preso piede. Un soprannome che mai fu più azzeccato per Donald.
Putin’s bitch.
L’artista di Amsterdam continua a farmi notare che noi in Italia sappiamo cosa vuol dire.
Wuah ah ah.
“You have had twenty years of Berlusconi!”

Wuah ah ah.
Ogni volta che mi viene rivolto questo commento — e capita spessissimo — io mi trovo nella scomoda posizione, mai lontanamente immaginata prima, di togliere Berlusconi dalle peste del paragone, e puntualizzare che almeno lui, Berlusconi, di un qualche perverso talento e di un certo dubbio carisma è dotato. Con Trump navighiamo nel nulla cosmico. Non siamo nemmeno nella galassia del mono-neurone. Non c’è nessuna galassia in cui navigare.
Chi l’avrebbe mai immaginato che un giorno avrei dovuto “prendere le parti” di Berlusconi? E questo certo non lo faccio per salvare la faccia al Cavalliere. Lo faccio per salvare l’Italia. Gli italiani.
Tra le tante sfumature che tingono il mio rapporto con il balpease, c’è anche quella. Una sorta di protettività. Che capirete, fa a botte con certa selvaggia frustrazione che provo nei suoi confronti. Se doveste immaginare la posizione mia verso l’Italia in termini olimpici, utilizzate pure un campo di lotta libera.

L’artista di Amsterdam continua a ridere whuah ah ah di Berlusconi e a ripetere “How did you do, for twenty years? How did you cope?”.
Wuah ah ah. Wuah ah ah.
“We have coped with 2000 years of history, and a dictator in the 20th century. We have some experience on our side, you know…Wuah ah ah.
Wuah ah ah”. Rido-rispondo io, e non faccio nessun riferimento al colonialismo olandese in Africa e a come abbiano fatto loro, a sopportarlo. Non lo faccio perché sono una signora.
Gretchen, lì accanto, ha capito tutto, e viene in mio soccorso. “No one is in any way comparable to Trump”.
E questo per spiegarvi che la tenerezza per un paese esce fuori anche al 44esimo piano di un loft sulla Columbus.

Prima di passare al film della settimana, vi devo aggiornare su Lez Muvi. La settimana prossima il vostro Board vola alla volta del Vecchio Mondo, dopo un anno di Brand-New World. Come sarà, non è dato dire al momento.
Devo ringraziare due residenze per scrittori. Passerò la prima metà di agosto all’Hannah Creative Center di Castellvì de la Marca, nella crema di campagna catalana a 60 km da Barcellona. E la seconda parte di agosto salperò alla volta di La Gomera, che ho ribattezzato il soldino d’isola che è la più piccola delle Canarie.
Un movier a cui tengo molto, un po’ di tempo fa mi ha detto, farai Corto Maltese.
Sì, farò Corto Maltese! 🙂
Quindi, come ogni estate da nove anni a questa parte — nove!— Lez Muvi si prende una pausa e ritornerà a settembre, più forte e tonico che mai.
Non vi nascondo di avere una certa preoccupazione nel lasciare New York per quasi un mese. Non temo tanto il ritorno alla natura, quanto l’astinenza da metropoli. Quando hai ricevuto il morso della vita di New York, chi ti guarisce più?
Comunque, voi Moviers, nel frattempo, continuate a coltivare il cinema, e l’arte. E anche, soprattutto, l’umorismo. Siamo salvi anche grazie a loro.
Naturalmente spero di mancarvi fortissimamente. Così a settembre sarà ancora più bello ritrovarsi 🙂

Questa settimana sono stata al Lincoln Center a vedere un documentario che aspetto da febbraio — febbraio! “Generation Wealth” della celebre fotografa Lauren Greenfield. Quando aspetti da così tanti mesi, le aspettative schizzano alle stelle. E ci vuole un nulla a precipitare nel basement delle stalle. Non è questo il caso, ma ci sono dei ma.

Il documentario è un lavoro mastodontico che Lauren ha fatto riprendendo in mano qualcosa come mezzo milione di scatti realizzati nel corso di una vita professionale e personale. Greenfield ha sempre investigato, con sguardo antropologico, il ruolo della ricchezza nella società degli ultimi trent’anni, fotografando gli adolescenti di Beverly Hills (quelli proprio di 90210), oppure coppie di tycoon russi o cinesi immortalati dentro le loro magioni d’oro — che fanno passare Trump per un frugale. O ancora bambine di tre anni che ne dimostrano trenta, ai concorsi di bellezza in cui le madri sarebbero da denunciare. Anoressiche guarite, pornostar pentite, camioniste con la fissa della chirurgia plastica, businesswoman newyorkesi che hanno dedicato la vita ad accumulare soldi a palate e che, arrivate ai quaranta, fanno di tutto pur di avere un figlio.
Greenfield ha realizzato ottimi lavori fotografici nel corso degli anni su tutti questi soggetti, e ha deciso di tracciare un filo tra tutti e cercarvi un senso, partendo dal denominatore comune: la ricchezza. Dove ricchezza non è soltanto l’accumulo di denaro e possedimenti, ma anche un sistema per valorizzarci, darci valore. E il passo a vedere il corpo — e i corpi umani, ovvero le persone — come una merce, è brevissimo.
L’avete già capito: la carne al fuoco è tantissima. Giaigantico l’intento di Greenfield — una delle fotografe più stimate dell’ultimo ventennio, con mostre nei musei più importanti al mondo.
Le storie che vediamo sullo schermo e le domande che ci poniamo sono troppe, e non c’è il tempo di somatizzarle e digerirle in un’ipotesi di risposta perché subito siamo impegnati con il nuovo caso umano, il nuovo dilemma esistenziale.
Greenfield ha la foga di voler dire tutto, di voler far vedere tutto, e questo s’invera in una disorganicità che tuttavia comprendiamo. Scegliere cosa inserire e cosa scartare della propria carriera, progetti che l’hanno appassionata nel corso degli anni, dev’essere stata un’operazione molto faticosa. Come se non bastasse Greenfield ci mette del suo, nel senso che, parallelamente al discorso sulla ricchezza come fenomeno globale, inserisce la propria esperienza personale. Quella di una donna fotografa che, in nome della propria carriera ha sacrificato l’infanzia dei propri figli, affidandoli all’amato marito, e viaggiando per il mondo. Una fotografa figlia a sua volta di una fotografa altrettanto ambiziosa che aveva fatto la stessa cosa con lei, lasciandola al padre mentre inseguiva la sua carriera all’estero.
“Generation Wealth”, quindi diventa anche una specie di viaggio personale in cui la regista intervista la madre, il padre e i due figli adolescenti, per tirare un po’ le somme e capire come stanno le cose. Sua madre ha fatto danni con lei? Lei ha perpetrato questi danni con i suoi figli? L’ambizione è una trappola in cui entrambe sono cadute e che le mette sullo stesso piano dei ricchi che non riescono a uscire dalla spirale “I want more”?
Se da un lato la componente biografica della regista ci fa capire le rinuncie fatte e le perdite subite, dall’altro ci distrae dalla riflessione sul fenomeno wealth. E associare la dipendenza da lavoro alla dipendenza da denaro non fa che allargare ancora di più il girovita del corpo argomenti proposto. Per altro l’ultima mezz’ora risulta troppo smaccatamente nostalgica per i miei gusti: la nostalgia e il personale minano la lucidità con cui un documentarista dovrebbe guardare all’oggetto che sta trattando. E questo purtroppo succede anche a Greenfield che, in più, fatica a trovare dei legami fra le singole storie. E fatica anche a trovare una tesi che non sia la banale “i soldi non fanno la felicità”.

Forse una struttura a capitoli avrebbe conferito alla regista un contenitore in cui ordinare gli argomenti e le riflessioni. Invece così, siamo un po’ dei natanti trascinati nelle varie storie, senza una vera e propria direzione.
Malgrado tutti questi punti a sfavore, “Generation Wealth” è una grande radiografia che rivela quanto sia malato il mondo, e di quante malattie. Di tante dipendenze, soprattutto. Dal denaro, dallo status da mantenere, dal corpo — il rifacimento del corpo come versione del nuovo sogno americano è un punto molto interessante sollevato dal documentario — dal valore attribuito al voler rimanere eternamente giovani, ricorrendo alla schiavitù (inutile) della chirurgia plastica, dal sesso — sesso come estensione del commerciale e commerciabile in un contesto di cultura della pornografizzazione a cui siamo sottoposti — dalla dipendenza dalla tv e, oggi, dal web, che un esperto nel documentario definisce “forme di violenza per via del senso di inadeguatezza che si prova nei confronti dei modelli proposti.

Quindi quando arriverà in Italia, dateci uno sguardo. C’è sempre del piacere a vedere la decadenza nel suo farsi. E a proposito di decadenza, nel documentario uno studioso sostiene che le più grandi civiltà, dai romani agli egizi, hanno creato le loro più monumentali opere un momento prima di crollare. Questo ci fa guardare al livello di ricchezza a cui stiamo arrivando, con un occhio molto più preoccupato di quello occupato a valutarne la correttezza e il senso.

Qui trovate l’articolo su “Sorry to Bother You”, il film della settimana scorsa. Martedì il regista Boots Riley ha tenuto un talk al Lincoln Center. Non so per quale fortunoso meccanismo, ma sono riuscita a spuntare un biglietto tra la miriade di persone accorse. Che personaggio, Boots!

Ed eccoci arrivati alla fine. Tranquilli, un mese passerà in fretta e non vi accorgerete nemmeno che manco… O no? 😉

Frunyc III aggiornato al solito posto e saluti, stasera, vertiginosamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 379 da NYC commenta “SORRY TO BOTHER YOU” di Boots Riley

LET’S MOVIE 379 da NYC commenta “SORRY TO BOTHER YOU” di Boots Riley

Momath Moviers,

Sì, oltre il MoMA, il Momath. Che sta per National Museum of Mathematics. Cugini di primo grado, direi.
La matematica mi è sempre stata avversa, e le cose non sono cambiate con il mio trasferimento a New York. Certe cose non cambiano, anche se lo vorremmo. Cioè, davvero avrei sempre voluto appassionarmi a Eulero, ai logaritmi e alle equazioni esponenziali. Ma proprio non c’è mai stato verso. Dev’esserci un dente mancante nell’ingranaggio che regola l’apprendimento matematico nel mio cervello. Ci ho sempre litigato molto, con questa evidenza.
Ma andare al Momath qui, non è stato il mio modo per far pace con il mondo di seno e coseno. Sono stata attirata da un incontro.
“Calculated Movements: the Surprising Connections Between Maths and Dance”.

Anche la location ha fatto la sua parte. Il Momath sta sulla 26esima strada, in quel quartiere che si chiama NoMad — nome che, malgrado la negazione, è pazzesco. NoMad sta per North of Madison (Square Park). Tra la Quinta e la Madison. Detto così magari vi risulta anonimo. Ma se io vi dico Flatiron Building, magari nella vostra immaginazione spunta l’edificio triangolare a forma di ferro da stiro parcheggiato fra la Quinta e la Broadway. Da qualche anno la zona ospita anche una delle due sedi newyorkesi di Eataly — caso mai interessasse, a me non interessa, ma non voglio fare la censora. A parte il parco in sé, piccolo e raccolto, sempre arredato con pezzi di arte contemporanea intelleggibili ai pochi, la zona mi piace molto. C’è un triangolo di tavolini e sedie di fronte al Flatiron, come se l’edificio vi si rispecchiasse e il riflesso, per qualche strano effetto dell’ottica metropolitana, abbandonasse le sembianze edili, assumesse quelle cortili (!), e si trasformasse in un giardino in cui tutti sono liberi di sedersi. Li accanto spunta anche un orologio, dono di Tiffany&Co alla città, con il quadrante tondo, i numeri romani: vi fa pensare alla New York del passato, quella da cilindro e guanti di mussola, e degli amori sbocciati al tavolino di un caffè.
E poi a pochi passi c’è la Rizzoli Bookstore, dove trovate l’Italia in libreria. Così se vi viene voglia di un libro in italiano, basta che varchiate la soglia, e vi par di stare a Milano, con tutto quel legno scuro, quelle lettere dorate.
Un altro punto a favore del Momath? Sta a due isolati dall’FIT. Niente metro, giusto una passeggiatina.

Per quanto sia sempre stata attratta dalla danza, e per quanto sia stata spinta dai motivi di cui sopra, ci sono andata soprattutto per questioni antropologiche. Per vedere chi frequenta questi eventi nerdoidi nel seminterrato di un museo, in piena estate, quando New York, là fuori, è tutt’un tripudio di film e concerti all’aperto.
Naturalmente sono l’ultima ad arrivare — e stavolta non posso nemmeno incolpare la metro. La sala nel basement è gremita. Trovo un posto libero a circa metà della sala. L’età del pubblico copre tutte le generazioni dal pre-World War II in poi — pre-babyboomers, babyboomers, generazione x, millennials, post-millennials. La quantità di Birkenstock ai piedi di uomini, donne e bambini ti fa riconsiderare l’eleganza delle Espadrillas. Nella mia fila c’è una donna, sulla sessantina. Ha un viso che non ricorderò. Ma di certo ricorderò l’orologio al polso: sotto il quadrante c’è un pallottoliere d’oro.
Se voi ora mi chiedete di cosa ha parlato il conferenziere, io non ve lo saprei dire in modo esaustivo. Ho preso degli appunti, come tanti dei presenti. Ma mentre io lo facevo per Lez Muvi, loro lo facevano per chissà quali nobili matematiche ragioni.
Vi riassumo il tutto così. Il conferenziere Karl Schaffer, un matematico che fa anche il coreografo (!), ha cercato di far luce sui modi in cui matematica e danza si ispirano reciprocamente. Per farlo, è partito da “Rhythm and Dance Mathematics”, un saggio del 1964 di un tale Joseph Chia, che giaceva dimenticato in qualche biblioteca e che Karl ha riportato alla luce — quanto pattern americano anche solo qui!
Le intersezioni fra danza e matematica riguardano diversi settori. Forma e geometria, spazio e tempo, simmetria, struttura e ricorrenza, e ricerca di soluzioni eleganti, coerenti, in qualche modo logiche.
Fra le cose interessanti che ho sentito, dopo una fila di ovvietà molto ovvie, è che sia le arti che le scienze sono modi per comprendere il mondo, e che matematica e danza esplorano, e giocano con questo, con la metafora del mondo.
Ciò che più mi ha impressionato dell’evento, è stato l’approccio “let’s do it together” di Karl. Siamo partiti dimostrando delle tassellazioni ritmiche — la tassellazione è un concetto assai affascinante che indica la piastrellattura dello spazio atteaverso un insieme di poliedri adiacenti che lo ricoprono tutto senza lasciare buchi vuoti. Una specie di tappeto, con i poliedri al posto dei motivi cashemere. Attraverso la tassellazione ritmica, noi del pubblico alzavamo e muovevamo le braccia all’unisono a seconda delle istruzioni di Karl. Visti dall’esterno, dobbiamo essere sembrati una squadra molto affollata di nuoto sincronizzato in assenza di nuoto.
Poi siamo passati a riprodurre delle simmettrie in linea, e il concetto era più o meno lo stesso, ma qui, ripetevamo le figure suggerite da Karl attraverso riflessione, rotazione e scivolamento (reflection, rotation, glide — segnateveli) a noi del pubblico s’ingarbugliavano molto le braccia. Soprattutto alla sottoscritta — la mancanza del dente di cui sopra si fa sentire in momenti come questo.
E poi, non so bene come, siamo finiti a costruire un fingers octahedron, un ottaedro di dita, con il compagno di posto. Il mio compagno di posto era una specie di Mastro Lindo molto nerd e molto signore, che sull’assoluta mancanza di coordinazione digitale del vostro Board non ha proferito parola, arrivando persino a mentire. “There you go”, ha commentato, mentre le nostre dita non solo non formavano un ottaedro, ma nemmeno un misero cubo —che pure i ragazzini presenti all’incontro, e sicuramente iscritti alle Olimpiadi della Matematica, erano stati in grado di formare.

Vi racconto tutto questo più che altro per dirvi dell’entusiasmo e della partecipazione con cui il pubblico ha risposto a Karl. Una selva di mani alzate in corrispondenza dei due momenti di “cercasi volontario”. Persino io, avversa alla materia, mi sono fatta coinvolgere, e ho preso parte a queste strane danze matematiche da seduti, senza distinguere bene la luce alla fine del tunnel, ma riponendo fiducia in quelli accanto a me che evidentemente la vedevano eccome, la luce.

Questo vi spiega un po’ come sono i newyorkesi. Dei partecipatori attivi. Noi italiani siamo più passivi. Forse le cose stanno un po’ cambiando anche in Italia: i musei di ultima generazione ce la stanno mettendo tutta per cavare del coinvolgimento dalle persone. Il modello di Ted e TedX — modello americano, of course — ha dato una mano in questo senso. Ma diciamo che una conferenza, in Italia, è più o meno sempre ex cathedra. Il conferenziere lassù, noi quaggiù.

Però c’è un però. Se da un lato ai newyorkesi piace molto “il gruppo”, condividere con gli altri, fare squadra, possono essere anche estremamente critici e insofferenti verso gli altri.

Qualche giorno fa m’incontro con un amico, newyorkese da una vita. Talmente newyorkese da abitare all’Ansonia, quello splendidissimo palazzo sulla 74esima e Broadway che, nei decenni, ha ospitato Caruso, Toscanini, Rachmaninoff, Mahler, Stravinsky, fino ad arrivare ad Angelina Jolie e Natalie Portman.
Finiamo sull’argomento “metropolitana”.
The worst part of my day is the commute, dice.
Calcolate che il suo tragitto pendola tra l’Ansonia e il Chrsyler Building — vivere all’Ansonia e lavorare nel Chrysler Building: a volte la vita è davvero sciagurata, eh…
Intuisco dove vuole andare a parare, e lo incalzo, per vedere fin dove arriva. Soprattutto per vedere quanto regge la political correctness che perseguita ‘sti americani.

Regge molto poco.
Why so?, gli chiedo io.
People are crazy. I try to avoid eye contact as much as possible, keep my eyes down. You’ll never know how they are going to react.
..
E via su questo tono.

Forse avrete capito che per me, la metropolitana, è un luogo seminale della mia esperienza qui. Non dico bello, piacevole, pulito ed efficiente. La metropolitana newyorkese è tutto l’opposto. Ma è una finestra sugli infiniti mondi delle persone che abitano la città. Il mio libro di poesie si può dire sia nato lì. E tantissime foto che trovate nel Frunyc III — be’, in tutti e tre i Frunyc — sono istanti rubati ai passeggeri, al trantran — traintrain — quotidiano. Gurdate un po’ questa, intitolata “Covers”.

Cerco di spiegargli il mio punto di vista. Io non voglio vedere il mondo così. Pensare sempre il peggio, intuire solo il marcio. Quel tipo di atteggiamento è attivo e imitativo, cioè ricrea la situazione che tu temi. Se temi i brutti incontri, sarai portato a fare brutti incontri.
Credo molto nel potere catastrofico della paura, nel domino di disastri che provoca. E’ per quello che le faccio lo sgambetto, e assumo sempre un atteggiamento di stupore. Nella mia vita, questo atteggiamento mi ha sempre ripagato.
Tutto questo avviene mentre decidiamo cosa fare. Il film che dovevamo vedere è soldout e quindi urge un piano B. Propongo un paio di film all’aperto. Uno di questi è al Marcus Garvey Park, ad Harlem. Un altro al Transmitter Park di Greenpoint, Brooklyn.
“Never been to neither of them”, il suo comment, che vuol dire, manco morto ci metto piede.

Questa cosa mi capita abbastanza spesso. E non smette mai di sconvolgermi.
Cioè, mi dico. Abiti da anni e anni a New York, e non sei mai stato al Marcus Garvey, o a Greenpoint?
Per farvi capire. Il Marcus Garvey Park è all’altezza della 125esima. Stiamo parlando dell’Harlem storica, tranquilla, tranquillissima, gentrificata, non l’Harlem alta — quella in cui, per dirvi, ho abitato un anno (!), senza essermi mai sentita minacciata un solo secondo di quell’anno di vita…
Lo stesso dicasi per il Transmitter Park, un parco nuovo nuovo affacciato sulla skyline di Manhattan, davanti all’East River, che sorge accanto all’East River Park, dove ho visto i fuochi il 4 luglio. E’ una zona di Brooklyn rimessa a nuovo ormai da anni, abitata da famiglie e giovani professionisti, non da gang di pusher e discendenti dei Corleone.
Perché non ci sei mai stato?, chiedo, intuendo la risposta.
Non m’interessano, preferisco altre parti della città in cui c’è meno probabilità di fare brutti incontri…
“I know it sounds bad”, aggiunge, vergognandosi. La political correctness deve pur uscir fuori da qualche parte.

A me non interessa proprio se “par brutto da dire”. Me ne infischio proprio. Voglio solo capire cosa si muove dietro a questa paura.
Provo a spiegare che la New York post-Giuliani è una città sicura, in cui il tasso di criminalità è ai minimi storici. Provo anche a chiedergli se non sia curioso di esplorare quartieri che non conosce e che potrebbero soprenderlo.
Mmm, not really. I like where I live. I feel safe there.
Safe.
Al sicuro. Certo, in pieno Upper West Side il massimo che può capitarti è essere aggredito da un dodicenne che cerca di venderti i cookies per beneficenza.
Cerco di mantenere un contegno, ma sento dentro le solite fiamme della discordia. Cerco di spiegargli la mia teoria della paura che crea danni e della quantità di meraviglie che, così facendo, si nega.
Lui concorda, ma solo per gentilezza, e per non alimentare l’incendio che forse ha percepito montare dentro di me.

So che ci sono moltissimi newyorkesi che la pensano così. Anche vicini a me. Bob, il mio house-mate, in 60 anni di New York, non ha mai messo piede a Brighton Beach. Steven, il mio pupil con decenni di residenza a Chelsea, è stato a Coney Island un’unicaa volta, l’estate scorsa, e solo per arrivarci in bici.
Forse sono io quella troppo easy, quella che non si fa mai problemi di sorta a spingersi in zone che l’amico dell’Ansonia, o Bob o Stephen, considererebbero poco raccomandabili. Poi, guardacaso, è sempre in quei posti lì che trovo i sorrisi che ti sciolgono e ti accolgono, oppure gli occhi che contengono l’intera storia di un popolo.

Il film è saltato, il piano B naufragato, e rimaniamo a parlare del più e del meno, nella zona 100% safety del Lincoln Center.
Non vedo l’ora di andarmene a casa. La paura è contagiosa. E non voglio prendermi quella malattia. Non voglio vivere una vita menomata.

Il film di questa settimana sta facendo ridere e ammattire New York — e me. “Sorry to Bother You” di Boots Riley.
All’uscita della sala, questò è stato il commento di uno spettatore che camminava davanti a me
“What the f*ck did I just watch?!” E credo che possa riassumere bene l’esperienza. 🙂

“Sorry to Bother You” è una bestia che si muove fra la commedia surreale, il demenziale, così come la critica allo status quo sociale, razziale, economico.
All’inizio del film, l’afroamericano Cassius “Cash” Green è uno squattrinato millenial alla ricerca di lavoro. Pur di lavorare, farebbe carte false — premi falsi, nel suo caso, nel senso che falsifica trofei e targhe “Impiegato dell’anno” — e “fortuna” vuole che lo assumano in una società di telemarketing. All’inizio Cassius davvero non si vede nel ruolo, e arranca. Ma un collega gli insegna a fare “la voce da bianco” e gli assicura che con quella, riuscirà a vendere molto di più che con quella da nero remissivo. E questa è la svolta. Cassius, con la voce da bianco, riesce a vendere e vendere fino ad aggiudicarsi la promozione, diventare un “Power Caller” e ascendere ai piani alti della società.
Dal garage sgangherato dello zio, Cassius finisce a vivere in un super loft, Maserati sotto il sedere e guardaroba firmato. Ma non tutto è oro quello che lucicca. Cassius scopre che questa società di telemarketing per cui sta lavorando altri non è che la WorryFree, una compagnia che vende manovalanza di schiavi, facendosi passare per una specie di colonia alternativa gestita dal CEO Steve Lift, un cocainomane esilarante interpretato da Armie Hammer. La WorryFree rappresenta tutto ciò contro cui Cassius, la sua compagna artista Detroit e i loro compagni del sindacato si sono sempre scagliati.
Non vi dico come va a finire, ma vi dico cosa Cassius scopre — scoperta che svolta il film in un modo assolutamente imprevedibile. La WorryFree ha trovato una sostanza da pippare che tramuta gli uomini in esseri fra l’umano e l’equino: i lavori pesanti vengono fatti svolgere a questi cavalli umanoidi che hanno una forza quattro volte superiore a quella dell’uomo, e che vengono tenuti in cattività.
Ora tutto questo potrebbe sembrarvi molto molto marx-fantasy. E un po’ lo è, ma aggiungeteci un golosissimo “horror” davanti e inseritelo all’interno di un contenitore comico-demenziale alla Big Lebowski.
Il regista — che scopro essere un musicista alla sua opera prima con un passato di militanza anticapitalista — riesce a mantenere un equilibrio fra il non prendere tutto troppo sul serio — e non farlo prendere a noi — e il restituire, attraverso il comico-distopico, una visione del mondo tremendamente realistica, esprimendo al contempo la preoccupazione verso le derive assurde raggiunte dal capitalismo spinto del terzo millennio.
Il risultato è un film inventivo, sbarellato, politicamente meraviglisamente scorretto, infarcito di battute demenziali da manuale e delle scene a dir poco esilaranti — un party di bianchi che incitano Cassius a rappare anche se lui non ne è minimamente capace, e Cassius che, per togliersi dall’impasse, se ne esce con un “Nigga shit, nigga shit, nigga nigga shit!” sollevando l’entusiasmo generale dell’idiozia bianca.
Tutto questo però non è fine a se stesso, e la critica che Riley scaglia contro il sistema si allinea a quella dei maestri del cinema engagé. Solo che lui non usa la boria o la scuola — o la noia — per farlo. Si costruisce un suo personalissimo linguaggio sopra le righe in cui l’eccesso è il lessico, il grottesco è la sintassi e il dissenso la semantica.

Ci sono cosucce che magari non funzionano, come la lunghezza — troppo lungo — e magari il finale, che avrebbe potuto essere ancora più sensazionale, forse. Ma l’impianto, nella sua imprevedibilità e nella sua assurdità, tiene benissimo. Come la proposta che il CEO cocainomane fa a Cassius (e che gli aprirà gli occhi): in cambio di 100 milioni di dollari (!), essere il futuro Martin Luther King equino per la popolazione dei cavalli-manovali. In questo modo, i cavalli-manovali avrebbero un leader spirituale, che però sarerebbe controllato dall’establishment…
Non ci vuole un genio a capire che Riley sta criticando aspramente — attraverso la satira — il mondo degli americani di oggi (di sempre?), che si lasciano comprare, brutalizzare e sfruttare da un sistema sociale, razziale, economico dentro il quale sono imprigionati e asserviti.
Quello che il regista è riuscito a fare è ricreare un mondo fittizio, grottesco e surreale che tuttavia risulta riconoscibilissimo dallo spettatore, e che scopre i punti nevralgici della società americana — capitalismo insano e razzismo. Un po’ quello che aveva fatto George Orwell con “Animal Farm”.
La domanda retorica dello spettatore — “What the f*ck did I just watch?!” — racchiude bene il senso di spaesamento/sbornia/overdose con cui uscite alla fine del film. Ci vuole un po’ di tempo per unire tutti i puntini e digerire quello che si è visto. Ma che gioia, trovare una voce nuova che non ha paura di far vedere quello che si vede quotidianamente e che non si vuole vedere!
Ridley ci fa ridere prendendoci a calci nei denti.
Questo fa la vera satira. Bene e male, insieme.
Non perdetelo per nessun motivo nessuno!

E anche per oggi siamo arrivati in fondo.
Frunyc III aggiornato, ringraziamenti sentiti e saluti, matematicamente cinematografici.

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