LET’S MOVIE 438 da NYC commenta “FINO ALL’ULTIMO RESPIRO” di Jean-Luc Godard

LET’S MOVIE 438 da NYC commenta “FINO ALL’ULTIMO RESPIRO” di Jean-Luc Godard

Musei, Moviers,

e gallerie d’arte. I luoghi di contenimento della bellezza.
In questi due mesi e più siamo stati invasi da ogni sorta di invito a visitarne le collezioni online. Gratuitamente.
Non so voi come vi siate comportati rispetto a questi inviti. Se abbiate virtualmente passeggiato per i corridoi degli Uffizi, se ne abbiate infilati un paio al giorno, nei weekend, magari musei posti agli antipodi, così per avere la sensazione di beffare la geografia: il Poldi Pezzoli al mattino e il MoMA il pomeriggio.

Io non ho fatto nulla di tutto ciò. Non solo non ho messo virtuale piede in nessun sito museale. Non ho nemmeno aperto i messaggi che arrivavano, e che avrebbero cercato di trascinarmi fuori dalla mia bolla d’isolamento, suggerendo questa mostra, quell’itinerario.
Il “remoto” per me è il passato, e sono stanca di vedergli spuntare davanti quel “da” che lo trasforma nell’unica maniera in cui ci è consentito fare le cose.

Atteggiamento regressivo? Poco carina indifferenza davanti all’estrema carineria dimostrata dalle istituzioni artistiche di tutto il mondo? Spinta verso un disfattismo figlio della reclusione? Adesione incontrollata alla fase “no” tipica dei bambini dai due ai tre anni che, in questo specifico momento storico, riguarda anche le adulte quarantenni costrette al lockdown?

Rifletto molto su questo rifiuto.
L’arte mi manca, moltissimo. Ma l’arte senza un museo intorno, senza le mie gambe che raggiungono il museo, senza il mio corpo che si accosta a un’opera, senza la mia testa che si sposta da un lato all’altro di una tela gigantesca, senza i miei occhi che percorrono l’intera conformazione di una scultura, dalle punte dei piedi, alle doppiepunte delle chiome, e che su certi dettagli indugiano, come se non avessero mai visto quei dettagli prima — il nodo di un laccio in marmo, la piega di una veste in ferro. L’arte senza gli altri, lo sguardo di un ragazzo che non si schioda da un dipinto, la donna che ritorna più e più volte davanti a una statua, l’uomo che passa davanti a un capolavoro senza degnarlo di uno sguardo, mentre tu potresti passarci tutta la vita. Tutte queste reazioni altrui seguite da altrettante azioni che tu percepisci, a livello straordinariamente conscio. Tutti questi spostamenti, tutte queste frazioni di attenzioni e distrazioni che tessono una trama viva e palpitante attorno a degli oggetti di bellezza oggettivamente inanimati, trama che fa del museo uno spazio della creazione, e non solo della fruizione.
L’arte senza tutto questo — l’arte per l’arte, plagiando Théophile Gautier — è un’esperienza verso la quale non mi sento attratta.  
Quindi rifiuto inviti a sensazionali tour per i corridoi virtuali e Q&A con i migliori curaturi del mondo intero.

Togliere l’arte dalla dieta quotidiana porta a degli scompensi sul lungo periodo.
Che esagerata, sospirate voi. Ci sono persone che non hanno mai messo piede in un museo, e che vivono beati.
Vi do ragione, esagero. Se quelle persone non ci hanno mai messo piede, o se ce l’hanno messo una o due volte, magari obbligati da qualcuno, per poi torglievelo definitivamente, non possono sentirne la mancanza. È così con tutto. Puoi benissimo vivere la tua vita senza il cinema, ma se per caso, all’età di sei anni, ti hanno portato in una sala cinematografica di un paese di provincia a vedere “I Goonies”, e tu hai sei miseri anni, una gonna di velluto e un golfino fatto a mano da tua madre e sei vestita come per una micro Prima Comunione perché il cinema è un evento sacro e davanti al sacro ci si veste bene, allora non puoi più tornare indietro.
Con l’arte, non puoi più tornare indietro.

La grande consolazione in questa bolla di privazione dentro la quale, qui a New York, noi sospendiamo ancora, è la certezza che tutto sarà lì una volta che la bolla svanirà.
Mi ritrovo spesso a pensare alle sale e ai corridoi deserti dei musei di New York che ho imparato a conoscere in questi quattro anni. Le opere avvolte dalla penombra e da un silenzio mai sperimentato prima. Mi piace pensare che nessuno può mai veramente sapere cosa succeda in un museo di notte, o, in questo caso, durante un lockdown. Chissà se quel silenzio sarà proprio silenzio. Ci sono dei quadri di Fragonard davanti ai quali non puoi non sentire il fruscio delle vesti di certe donne ritratte a camminare. Oppure certe onde che rifrangono, sotto vascelli corsari. Certi cipigli arcigni di statisti olandesi regalatici dai fiamminghi nascondono delle ripicche e delle rivalse così eloquenti, che è impossibile non udirle.
Se guardo tutto questo attraverso uno schermo, non sento fruscii, sciabordii. Vedo con gli occhi. Ma non sento con l’orecchio dell’immaginazione, che si attiva quando sono nei pressi di quelle opere.

Fortunatamente, un piede nel museale sono riuscita a tenerlo sin dall’inizio della pandemia. La Magazzino Italian Art Foundation, quello splendido museo che si trova a Cold Spring, a un’ora e mezza dalla città, e che ospita una collezione di Arte Povera da far girare la testa ai maggiori esperti di Arte Povera, mi ha chiesto di tradurre per loro tutti i materiali che riguardano “Homemade”.

“Homemade” è un’iniziativa nella quale otto artisti italiani residenti a New York sono stati invitati a creare nuove opere d’arte in casa loro, e a condividerle con la comunità digitale. Il progetto è stato concepito sia come sostegno per gli artisti — categoria difficile da proteggere durante una pandemia in cui l’arte non figura propriamente tra le priorità — sia come sfida, giacché gli artisti sono costretti a lavorare da casa, lontano dal proprio studio, e dagli strumenti e dai materiali con cui sono soliti lavorare. Attraverso il suo sito, Magazzino ha condiviso, settimana per settimana, gli aggiornamenti riguardanti il lavoro di ogni artista. Il progetto culminerà la prima settimana di giugno, con la presentazione finale delle opere d’arte realizzate, insieme a una conversazione live con gli artisti.

In questi mesi, ho tradotto in italiano tutti gli aggiornamenti dei progetti portati avanti da questi otto artisti. Ne ho seguito le evoluzioni. È stato un modo per accompagnarli, fare un pezzo di strada con loro. Loro con la loro arte, io con la lingua.
Questa, probabilmente, è stata la mia vacca grassa in un tempo di vacche magre. E mi ha permesso di rimanere accanto all’arte — di dire l’arte — senza fruirla nel modo classico, al museo.
Me lo faccio andare bene.
La vita ha modi infiniti per metterci nei casini, e di toglierci da essi con una facilità che mi lascia esterrefatta ogni volta. 

So che in Italia la maggior parte dei musei ha aperto, o si sta attrezzando per farlo a breve.
La Magazzino Italian Art Foundation aspetta il via libera di Cuomo e nel frattempo ha informato i suoi futuri visitatori di un dispositivo di cui credo si doteranno la maggior parte delle strutture museali, e non solo.
Si chiama EGOPro Active Tag. È un cosino di plastica nera non più grande di una chiave elettronica della macchina che vi viene dato all’ingresso del museo. Se il vostro corpo si avvicina troppo a un altro corpo, infrangendo i due metri di distanza Covid, il Tag emette delle lucine rosse e vibra, così da avvertirvi, e permettervi di riguadagnare la distanza di sicurezza. Il Tag è smart: può essere settato in modo che i membri di una famiglia, o di un gruppo, possano stare vicini senza per questo ritrovarsi con delle mini Las Vegas dentro una tasca vibrante.

È questo il futuro?
No. Questo è il presente.
It makes a hell of a difference.
In tutta questa pendemia, mi sforzo sempre di ridimensionare le cose che ci stanno capitando, che ci stanno imponendo e che, a un occhio un po’ c(l)inico, sembrano proprio sconfinare, o farci sconfinare, nel grottesco. Le mascherine, i guanti, i gel, i Tag, i plexiglass, i cellophan.
Non sono per sempre. Forse suona banale ricordarlo, Fellows, ma avverto là fuori del grande malessere che sta prendendo la brutta via dello sconforto.

Io dico che è un po’ come tornare pre-adolescenti. Quando il dottore, il dentista, o anche solo vostra madre, vi hanno costretto a mettere l’apparecchio ai denti, gli occhiali con le lenti spesse così, il busto per raddrizzare quella S che si era infilata nella vostra schiena al posto della colonna vertebrale, e in aggiunta, a frequentare una ginnastica specifica perché quella S, goddammit, non voleva proprio saperne di tornare nell’alfabeto.
Poi, dopo periodi più o meno lunghi, abbiamo tolto apparecchi, lenti, busti.
Quanto è stato penoso portarli? Magari con i compagni infami che vi prendevano in giro?
Molto molto penoso.
Ma ora avete denti da campagne pubblicitarie, occhi di lince e schiene da soldato.

Ecco, adesso è così. Siamo tornati in quel momento lì, tutti costretti a fare qualcosa per il nostro supposto bene. E certo sbuffiamo, sbraitiamo e ci ribelliamo, proprio come gli adolescenti.
Va bene. Facciamolo. Sbuffiamo, sbraitiamo e ribelliamoci. We are entitled. Ma con la certezza che arriverà il giorno in cui la mascherina tornerà ad essere quella di Carnevale, e il tampone, una magica invenzione targata Tampax.

La settimana scorsa vi avevo anticipato giornate godardiane. E lo sono state. Alla lista ho aggiunto anche Truffaut e Chabrol. Insieme a Rohmer e Resnais, ovvero i capitani che hanno cavalcato l’onda della Nouvelle Vague. Visto che ne sapevo pochissimo, mi sono dedicata. Ho guardato documentari. Letto articoli. Ho visto i film, ovviamente. Non vi parlerò de “I quattrocento colpi” perché ne parlai, con voce tiepida, nel Lezmuvi 215 dell’ottobre 2014. Sono rimasta indecisa fra “Jules e Jim” di Trauffaut, che avevo visto già un paio di volte, e “Fino all’ultimo respiro” (1960) di Jean-Luc Godard — “A bout de souffle” in originale. Ho scelto il secondo, dacché è considerato un vero e proprio manifesto del cinema Nouvelle Vague.

Ve lo inquadro, dal punto di vista dei fatti.
Michel, interpretato da un giovanissimo Jean-Paul Belmondo, fa il ladro di automobili. È un tipo che risulta antipatico a pelle, non ha nulla né dell’eroe, né dell’anti-eroe. Tutto comincia perché Michel uccide un poliziotto, reo di averlo inseguito perché lui, Michel, aveva rubato una macchina. Quindi fugge a Parigi e cerca Patricia (interpretata da Jean Seberg), una studentessa americana di cui si era innamorato poco prima. Lei è una tipa enigmatica, una sfinge che parla per misteri — o forse solo una ventenne con le idee poco chiare. I due passano 23 minuti — 23 minuti passati alla storia! — nella camera di lei, a dialogare sul nulla.
Nel frattempo la polizia batte la città alla ricerca di Michel, accusato di furto e omicidio. Patricia sembra innamorata, forse è anche incinta ma, nella façon tipica della Nuovelle Vague — e anche dell’Esistenzialismo, che si stava diffondendo proprio in quegli anni — le cose succedono senza che un rapporto di causa-effetto necessariamente le leghi. Così, nonostante sostenga di amarlo, Patricia finisce per denunciare Michel alla polizia. Forse è il modo estremo per svicolare dall’amore di lui? Per essere veramente libera?
In una sequenza che pure passerà alla storia del cinema, Michel, a cui un poliziotto ha sparato alla schiena, corre, agonizzante, fino a stramazzare al suolo. Le ultime parole che pronuncia prima di spirare sono rivolte a Patricia.
Tu es dégueulasse”. Mi fai schifo.

I fatti sono davvero secondari in “Fino all’ultimo respiro”, e per altro, sono ripresi da un episodio di cronaca realmente accaduto, e che colpì molto Truffaut: fu lui, infatti, a scrivere la sceneggiatura del film, quando lui e Godard erano ancora best buddies, un legame che andrà guastandosi negli anni, fino ad arrivare a vero e proprio reciproco astio.

Ciò che spiazza, colpisce, infastidisce, a tratti sciocca, non è cosa è raccontato, ma come è raccontato. Questo è uno dei punti cari alla Nouvelle Vague: concentrarsi sul mezzo, sperimentarlo il più possibile, spingersi là dove nessun regista aveva mai osato spingersi.
Allora già da subito capiamo che c’è qualcosa di molto diverso nella cinepresa. Siamo lontanissimi dai teatri di posa americani. La cinepresa scende in strada, e questo è un grande insegnamento del Neorealismo italiano, che i seguaci della Nouvelle Vague consideravano un loro movimento di riferimento — Rossellini il loro mentore primo e ultimo. La telecamera diventa leggera, più maneggevole, così da seguire i personaggi nel loro vagare urbano. È come assistere a un inseguimento, un reportage dal vivo, e questo ha il pregio di ricreare un’immediatezza e una spontaneità attorno alle scene che le convenzioni del cinema tradizionale sacrificavano in nome di un’impostazione più rigida e formale.

A queste scene movimentate, segue un montaggio a singhiozzo, che fa largo uso di espedienti tecnici il cui obbiettivo è quello di mettere in discussione il montaggio classico, lineare. I vaguisti amano molto i jump cuts, dei veri e propri “salti” della pellicola, fotogrammi accostati e tagliati con un’andatura discontinua e rapsodica, che per altro trovano una controparte sonora nel genere musicale dilagante nei loro film — il jazz. Quale miglior accompagnamento per restituire, a livello sonoro, una racconto sincopato?

Cosa amano i registi Nouvelle Vague? Amano far parlare i personaggi direttamente in camera — da sempre un tabù del cinema — per stupire lo spettatore, scandalizzarlo un po’.
In una delle prime scene del film, Michel guarda dritto nella cinepresa e ci dice “Se non vi piace il mare… se non vi piace la montagna… se non vi piace la città… andate a quel paese!”.
I vaguisti amano molto le citazioni e le autocitazioni “All’ultimo respiro” è disseminato di locandine cinematografiche e copertine di riviste: a un certo punto compare addirittura la copertina de “Les Cahiers du Cinéma” per cui Godard scriveva…
Amano anche molto la ripetizione di certe scene, come faceva Luis Bunuel — ricordate “L’angelo sterminatore”? — anch’egli considerato un mentore primo e ultimo del movimento.
Se voi mettete insieme tutti questi accorgimenti in un’unica pellicola, del cinema tradizionale, vi resta bne poco. E infatti questo perseguivano i vaguisti: frantumare gli stilemi e le regole della cinematografia classica, svelarne gli artifici e sfruttarli per scrivere un linguaggio cinematografico nuovo, rivoluzionario, che violasse il canone, facendo avanzare il film a scossoni, alternando bruschissime accelerazioni a momenti di riflessione e digressione — come i famosi 23 minuti di cui dicevamo sopra.

Benché questo nuovo tipo di cinema voglia sovvertire ciò che l’ha preceduto cinematograficamente, non demonizza tout cour ciò che è stato prima. Anzi, c’è una sorta di venerazione per un certo tipo di cinema, come i polizieschi hollywoodiani degli anni ’30, ’40 e ‘50, il noir americano, Howard Hawkes, Orson Welles. E infatti, “All’ultimo respiro” è anche un grande omaggio a quel tipo di poliziesco, e il suo protagonista, Michel, è una copia francese anni ‘50 di quello che fu Humphrey Bogart nell’America degli anni ’40.
Durante il film Michel ripete spesso un gesto particolare: si passa il pollice sopra le labbra, per imitare proprio Bogart, e legare se stesso e il suo personaggio ai gangster e ai detective americani che popolavano i film interpretati dall’attore americano.

Il bello di Godard, è che non chiede a Belmondo di scimmiottare Bogart. E Belmondo non lo fa. Crea un personaggio tutto singolare, caratterizzato da un modo di muoversi dinoccolato, da un parlato stralunato, e da un modo di rivolgersi agli altri che è anni luce dall’aplomb bogartiana. L’attore utilizza occhiate ed espressioni del volto che spesso risultano rimarcate, calcate, come se volesse rivelarci la coscienza della sua attorialità. Inoltre, ricorre a monologhi a voce alta, che rivelano il suo esibizionismo, la tendenza a mettere il suo io al centro. Anche quando dialoga con Patricia, è come se non la stesse veramente ad ascoltare, e salta da un discorso all’altro come una radio che passa da frequenza a frequenza.

Guardandolo, non ho potuto fare a meno di rivedere in lui degli atteggiamenti di Bruno Cortona (Vittorio Gassman) che, di lì a due anni, avrebbe incarnato come nessun altro, i lineamenti dell’opportunista arrivista cialtrone in pieno boom economico, ne “Il Sorpasso” (1962). Pensandoci, ci sono molti punti di contatto fra i due film. A parte i due protagonisti — entrambi irritanti, dotati di quel carisma che conquista e repelle allo stesso tempo, anche se Gassman vince e stravince — le scene girate a bordo della macchina in corsa, e soprattutto la morte finale, li avvicinano.
Chissà se Dino Risi aveva visto “Fino all’ultimo respiro” prima di girare “Il Sorpasso”, due pellicole che si somigliano anche nell’elogio alla cinesi che entrambi propongono. La fuga di Bruno e Roberto da una Roma comatosa a ferragosto, e la loro corsa verso i piaceri effimeri della vita — donne, cibo, divertimento, macchine — ricalca un po’ quell’elettricità, quell’irrequietezza, che vediamo percorrere il personaggio di Michel, incapace di stare fermo un attimo, e che anima la sua fuga per le vie di Parigi. Un’élan che ha qualcosa di nietzschiano, e che si spegne nella morte finale del protagonista — e dell’amico del protagonista ne “Il Sorpasso”.
Allora sì, se Dino Risi fosse ancora vivo, e mi fosse concessa una domanda, gli chiederei “Maestro, aveva visto “Fino all’ultimo respiro” quando uscì nel ’60? Crede che ci sia qualcosa di godardiano nel suo film?”.
Avete ragione, sono due domande. Ma io sono pur sempre il Board 😉

Se voi Moviers, chiedete a me, il film ti ha entusiasmato? Io vi dico, no, non mi ha entusiasmato.
Se invece mi chiedete, sei contenta di averlo visto? Io vi dico, eccomenò, immensamente contenta!
Non dobbiamo mai scordare la portata storica di un fenomeno artistico. Dobbiamo sempre situarlo nel suo contesto, apprezzare l’effetto tellurico che ha prodotto nel mondo culturale a esso coevo, e l’impatto che ha esercitato sulla produzione artistica che l’ha seguito. Tarantino è stato profondamente influenzato dal cinema di Godard — ora me ne rendo conto! E con lui Scorsese, Jarmusch, Coppola, De Palma, Bellocchio — Dino Risi?
Il lockdown mi ha permesso di tracciare quella linea fra Bunuel e Godard, e quelle fra questi registi. Chissà quante ne traccerò in futuro, ora che ho un quadro più chiaro della poetica nouvellevaguista.
Certo, non rigrazio il virus per questo, ma riconosco il potere delle nuvole… Every cloud has indeed a silver lining.

Ed anche per oggi siamo giunti in fondo.
Stasera il filmato degli applausi delle 7 pm viene direttamente dal mio giardino segreto. Si chiama Biblical Garden, e ha davvero qualcosa di edenico: è un minuscolo quadrato di verde e panchinette dalla foggia molto britannica che si trova dietro alla Cattedrale di St John The Divine, a due passi da casa. Grazie alla sua posizione imbucata, in pochissimi lo conoscono. Se tendete l’orecchio, verso la fine del video, sentite gli applusi in lontananza, e anche il rintocco di una campana che presumo dia man forte agli applausi.
La cosa incredibile è che, nei pressi del giardino, vive un pavone. Un pavone vero, con la coda blu e le penne verdi, che se ne va in giro indisturbato per il piazzale della cattedrale.
Un pavone in libertà. Accanto a un giardino biblico. A Manhattan.
Reality is way underestimated.  
    
Grazie sempre del calore e dell’amore che mi arrivano dall’Italia. Power to the Moviers 🙂
Questa sera i saluti che vi mando sono pinacotecamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 437 da NYC commenta “LE BONHEUR” di Agnès Varda

LET’S MOVIE 437 da NYC commenta “LE BONHEUR” di Agnès Varda

Marmotte, Moviers,

marmotte, una distesa di marmotte. Tutta la popolazione delle marmotte dello Stato settentrionale di New York. Sono loro che hanno beneficiato della fine del lockdown, venerdì, dato che è stato concesso a cinque contee dello stato che suonano decidamente silvestri, tre delle quali in special modo: Finger Lakes, Mohawk Valley, the North Country.
Ci vivranno degli esseri umani veri, in quelle contee? Forse trentadue, trentatrè. Di marmotte, di quelle, ce ne saranno sicuramente una distesa.
Un mare di marmotte.

Venerdì, quando è rintoccata la fine del lockdown per quei boschivi territori, ho dovuto ingoiare un boccone amaro, da imputarsi a un mio macroscopico fraintendimento.
Ho passato due mesi a ripetere — a ripetermi — che il lockdown a New York sarebbe finito il 15 maggio. In quel “New York”, oltre alle marmotte, includevo la City. Ma ho fatto i conti senza Cuomo, un oste molto molto cauto, che ha detto agli abitanti della City, forget about it. Finché ogni regione non soddisfa sette criteri, non se ne parla nemmeno.
I sette criteri suonano un po’ come degli irrealizzabili. O meglio, realizzabili per le contee delle marmotte, ma certo irrealizzabili per la città che non dorme — dormiva? — mai, e che, al momento, ne totalizza solo quattro.

Quindi venerdì riceviamo la doccia fredda. Il lockdown si protrae fino al 13 giugno.
Mai giorno di giugno rintoccò così funereo lungo il corridoio del calendario. Nemmeno nell’anno della maturità. Ma a due ore dall’emissione del comunicato, forse conscio di aver ucciso le speranze di 8 milioni di persone, l’oste Cuomo, ha fatto emettere un secondo comunicato.
Il rintocco s’è fatto ritocco. Il 13 giugno è diventato il 28 maggio.
Otto milioni e rotti di “adesso cominciamo a ragionare”.
Tuttavia i sette criteri rimangono, e incombono su di noi, neutralizzando qualsiasi ragionamento e allontanando qualsiasi speranza.
 
Cuomo ha il pugno di ferro, ma, ricordiamocelo, è pur sempre un cool dude in a loose mood.
Allora ha acconsentito all’apertura delle spiagge, a partire dal 22 maggio, bontà sua.
Tutte le spiagge.
“Se avessi aperto solo quelle in New Jersey, avremmo assistito a un’orda di newyorkesi della città, prendere dall’assalto quelle spiagge, mettendo a rischio i cittadini di quelle aree”.
Il Lov Gov conosce i suoi polli.

Ma ecco che dal suo nulla sindacale spunta De Blasio, il Bill che in qualche modo vuole sempre distinguersi dal Governatore, facendo come lui, ma cercando di fare meglio di lui — non riuscendoci, ovviamente.
Niente, le spiagge di New York City rimarranno chiuse almeno fino al 28 maggio. Poi si vedrà. Sarà comunque un’estate molto diversa da quelle scorse, gracchia il sindaco dalla Gracie Mansion, nero come il malaugurio.
Per dare refrigerio ai newyorkesi squagliati dal caldo estivo, promette delle “misting oases” — quelle oasi di vapore che increspano i capelli e appiccicano i vestiti. Too nice of you, Bill. Ah, e la città si prepara a spendere 55 milioni di dollari — praticamente il PIL della Grecia — per comprare 74.000 condizionatori per gli anziani a basso reddito. 
You don’t buy me, Bill.

Io rimango perplessa. Brighton Beach, Coney Island e Rockaway Beach, sono spiagge così immense, così californiamente espanse in verticalità e orizzontalità, che quello di vietare ai singoli di poterne beneficiare sembra una precauzione di gusto calvinista. Capisco le comitive con tanto di cucine da campo. Ma i singoli?
Di solito qui ti circondano miglia di solitaria sabbia quando vai al mare, caratteristica che fa del beach-going americano un’esperienza completamente diversa da quella che si può vivere in Italia, dove le spiagge sono più piccole, e spesso iper affollate. La spiaggia qui può assumere la forma di un ritiro spirituale, un momento di profonda solitudine. Hai il costume, e profumi di cocco, ma sei dentro un chiostro di sabbia.
Il timore sono ovviamente le comitive. I picnic, i bbq, per non parlare poi degli esercizi commerciali che gravitano attorno alla spiaggia — parchi divertimenti, piscine, negozi. E poi naturalmente beach-volley, beach-soccer, qualsiasi tipo di gioco collettivo, siamo pazzi? Punitissimi dalla legge.

Parlando di punizione della legge… La scorsa settimana è esploso un caso, sempre nelle mani del sindaco. Se in Italia vi siete lamentati delle multe che sono fioccate sulla testa dei cittadini che hanno osato infrangere, in modo più o meno da italiani medi — ovvero con la mirabile arte del sotterfugio — il divieto di uscire di casa, qui a New York City, la lamentela è stata punita in altro modo.
De Blasio si è visto atterrare sulla scrivania quaranta casi di arresto per resistenza a pubblico ufficiale. Di questi 40 arresti, 35 erano afroamericani, 4 ispano-americani, e 1 bianco.
“This is America” cantava lo scorso anno Childish Gambino. Il paese dove tutto tira in ballo la razza, persino il Covid-19.

In effetti, se si guardano alcuni dei video girati dagli astanti durante questi arresti, non si capisce perché queste persone siano state arrestate. La motivazione iniziale è il mancato rispetto della distanza sociale. Ma come si passi da un monito a una multa, dalla multa al tafferuglio e da lì a un arresto, nel giro di pochi secondi, è un mistero che puzza di Mississippi Burning. I video pubblicati su The Gothamist o il New York Post sono poco chiari nelle dinamiche degli scontri, ma chiaramente inquietanti nei modi in cui gli arresti sono stati effettuati — qui capite di che parlo.
Sta di fatto che se in Italia si veniva multati e stop, qui si viene arrestati.
E quello è uno stop un po’ più definitivo.

Poi è un fatto. Questi arresti succedono tutti nel Bronx, nel Queens e a Brooklyn dove la popolazione è a maggioranza nera. Aree in cui c’è più bisogno di far rispettare la legge. A Manhattan, dove la maggioranza è bianca, ce n’è meno bisogno.
Questo corrisponde al vero? Significa che a Manhattan il social distancing è rispettato? Certo che no.
Una paio di domeniche fa, complice una giornata estiva, un’orda di visipallidi manhattiani si è riversata nei parchi lungo l’Hudson, dall’Upper West Side giù giù fino a Chelsea.
Le distanze sociali erano rispettate? Certo che no. Le foto cantano altra musica.
Vedete come qui il Covid-19, da disturbo virale diventa anche sintomo di un cancro contro cui l’America combatte da quattrocento anni.

Inoltre i newyorkesi non si scordano certo dello stop-and-frisk, la pratica voluta dall’ex sindaco Michael Bloomberg nel suo programma per ripulire i quartieri ad alto tasso di criminalità, nella prima decade del 2000. Lo stop-and-frisk prevedeva perquisizioni estemporanee senza apparente motivo sia di civili per strada, sia di case private senza l’obbligo di un mandato.
Ovviamente chi finava per essere bersaglio prediletto dello stop-and-frisk? Qualsiasi non-bianco, nei quartieri non-bianchi.
Stiamo parlando della prima decade del 2000 a New York City, non degli anni ’60 nel Sud del paese piagato da Jim Crow.

Secondo molti esperti, la pratica dello stop-and-frisk ha toccato così profondamente la memoria collettiva, che i newyorkesi non sono mai riusciti a perdonargliela, a Bloomberg, nonostante tutte le cose buone che ha fatto per la città.

De Blasio dice faremo chiarezza, ma è in una posizione molto molto scomoda. Non può inimicarsi l’opinione pubblica: New York è la città più multietnica al mondo, lui è un italo-americano sposato a un’afroamaericana: non può rischiare di buttare all’aria quattro anni di politiche “multiethnically-correct” e lotta alla discriminazione raziale. D’altro canto, non può nemmeno attirarsi i malumori della polizia, di cui sente il bisogno, in un momento in cui la città va controllata.
“We have to do better and we will”, ha commentato.
Ma sappiamo tutti che le buone intenzioni lastricano le vie all’inferno.
Il mio professore di storia del liceo diceva sempre “Anche Hitler agiva in buona fede”.
Non l’ho mai scordato. Ora più che mai mi risuona argentino nelle orecchie.

Un altro duro colpo da incassare per la città, è stata la notizia della chiusura di Broadway “at least through September 6”. Almeno fino al Labor Day.
Non che ci si aspettasse la riapertura, ma la speranza di poter concepire qualche spettacolo con i posti distanziati, quella sì, nell’aria c’era.
Se togliete agli italiani la pi(a)zza, otterete dei newyorkesi senza Broadway.
Così, miei Moviers, New York City langue, stretta a un guinzaglio che la costringe al passo, quando lei, di sua natura, correrebbe selvaggia nelle terre del domani.
Io languo con lei.

Questa settimana mi sono trasferita cinematograficamente in Francia, e credo che ci rimarrò per un po’. Non ho mai esplorato la Nouvelle Vague come si confarrebbe a un Board. Mi aspettano giorni godardiani.
Per cominciare però, ho scelto un nome che mi sta particolarmente a cuore. Agnès Varda è considerata universalmente la madre di questa corrente cinematografica che ha segnato la storia del cinema, non solo francese. Ho scoperto Varda in due documentari, che forse riuscite a recuperare online — sicuramente il primo, disponibile su Netflix: “Vaysages Paysages / Faces Places” — con l’artista JR, una delle riflessioni più corroboranti, originali, sull’arte, attraverso il cinema e la fotografia. E “The Beaches of Agnes”, un documentario che la regista girò su se stessa nel 2009, e in cui racconta il suo cinema e la sua vita.

Decido anche di parlare di Agnès Varda per farne proprio una questione di genere. Prendete tutti i pipponi lezmuviani che ho scritto negli anni. Di quante registe ho parlato in paragone ai registi? Il numero imbarazza. La disparità è ancora così disturbante da farmi sussultare ogni volta. C’è un documentario molto interessante a questo proprosito dal titolo “This Changes Everything” che mostra quanto l’industra cinematografica — nello specifico, hollywoodiana — sia sempre stata una torre inespugnabile per le registe.
Non so voi cosa ne pensiate, ma io, ogni volta che sento statistiche, vedo numeri, guardo alla realtà, rattrappisco. La vergogna rimpicciolisce.

Allora decido di gaurdare “Le Bonheur” (1965), tradotto in italiano con il molto bucolico “Nel verde prato dell’amore”. Personalmente preferisco il francese, che significa, “La felicità”. Ma per quanto fila-e-fondi, anche il titolo italiano ha un suo perché.
Il paesaggio che ci accoglie e ci accompagna per tutto il film è oggettivamente bucolico. Siamo nella campagna francese, molto spesso all’aperto, tra boschi estivi scaldati dal sole, prati in fiore e cieli sereni. Come ti aspetti l’Arcadia. E anche l’atmosfera scelta dalla regista, è proprio quella del racconto che ammicca, se non proprio al fantastico tout cour, al favolististico.

François eThérèse una coppia versione idillio. Il ritratto della felicità. Si amano, hanno due figlioletti bellissimi e una grande passione per le domeniche in campagna. Non una nuvola a oscurare il loro cielo. Lui falegname, lei sarta. Buoni e simpatici anche con gli altri, non solo fra loro, François e Thérèse sembrano davvero due personaggi dentro un libro di favole.
Ma come sappiamo bene tutti, la felicità non ha mai fatto la letteratura, quindi ecco che spunta l’elemento dirompente, nei panni di un’avvenente Emile, un’impiegata dell’ufficio postale accanto alla falegnameria dove lavora François. Emile è una copia carbone di Thérèse. Entrambe belle, bionde, aggraziate, gentili, dimesse. Due Beatrici. Emile potrebbe perfettamente sostituire Thérèse…

I due cominciano a vedersi. Ma tutto è raccontanto dall’occhio-cinepresa del genio Varda, in maniera assolutamente naturale, tanto che lo spettatore non esterna la classica commiserazione per la povera moglie tradita, né sibila sdegno verso il marito fedifrago.
François confessa a Emile di essere felicissimo con la moglie, di essere legatissimo alla sua famiglia. Ma di amare anche lei. E cosa c’è di male nel provare amore? Ho il mio giardino, le dice François, e tu “sei un altro albero di mele”.
Tutto appare così normale, che ti ritrovi a pensare, certo, non fa una grinza: François non fa altro che rivendicare il proprio inalienabile diritto alla felicità, giusto?

L’uomo è talmente sereno che non sente di dover nascondere nulla nemmeno alla moglie. Allora un giorno, durante l’ennesima passeggiata in campagna, mentre i bambini dormono beati sotto un albero e loro due sono sdraiati nel verde a decantare tutta la propria felicità, François le racconta di Emile. Dopo un piccolo momento di esitazione, Thérèse accetta il fatto. Tu, spettatore rimani assai stupito davanti a tanta remissività, e intuisci che qualcosa sta per succedere. E infatti. Dopo aver giaciuto per un’ultima volta insieme, François si addormenta. Al suo risveglio, non trova più Thérèse. Un presagio lo coglie, e comincia a cercarla disperato fra i boschi. Dopo una breve ricerca, eccola. Il vestito fiorato zuppo, il corpo ricoperto di vegetazione, Thérèse giace annegata sulla riva di un laghetto, soccorsa troppo tardi da alcuni abitanti del posto.

Attraverso una rapida e sapiente alternazione di fotogrammi, Varda istilla il dubbio nello spettatore: è stato un incidente, oppure Thérèse si è suicidata? Thérèse è vittima del caso, oppure ha perversamente trovato, in un estremo gesto di ribellione, la propria libertà?

Il seguito, lo potete immaginare. Cosa fa un uomo ritrovatosi solo, con dei figli da allevare, e una sostituta bell’e pronta a portata di mano? Le spalanca la porta di casa. Così Emile diventa la nuova Thérèse. Ricordate la loro somiglianza, le due Beatrici… un caso? Mais pas du tout, evidamment!

E tutto riprende esattamente come prima. Le faccende di casa di cui si occupava Thérèse, ora sono passate a Emile. E poi le scampagnate tutti insieme appassionatamente. Fiori e alberi e natura sempre pesantemente presenti, tanto che, alla fine, lo spettatore ne è quasi stomacato. Come se la circolarità dell’ordine matrimoniale e la ciclicità della natura, che si muovono nel film all’unisono, ci facessero provare una sorta di nausea fisiologica. Non morale, proprio fisica.
E non capiamo. Ma come? Va tutto così come ci si aspetta che debba andare, allora perché ci sentiamo così male? Perché questo malessere?

Varda il genio 🙂
È solo attraverso lo svelamento dei ruoli introiettati socialmente che noi capiamo quanto quei ruoli non corrispondano al nostro autentico sentire e volere, e come, anzi, essi ci costringano, e facciano il nostro male. È soltanto guardando nel profondo della normalità che possiamo capire quanto ciò che viene proposto/imposto alla donna come normalità, le sia invece nocivo — e infine, fatale.
La felicità del titolo, e quella esaltata durante tutta la prima parte del film, è solo quella dell’uomo: per François, ricorderete, l’appagamento è un diritto inalienabile, e come tale va perseguito, in ogni circostanza. La tragedia capitata alla prima moglie, non può ostacolare la tensione verso tale diritto. E così, per ottemperarlo, Francois attua la sostituzione della Beatrice numero uno con la Beatrice numero due. Un idillio nuovo e identico al primo può ristabilirsi. La felicità, ripristinarsi.

L’uso della cinepresa, la palette multicromatica scelta e la simbologia vegetale sono dispositivi che Varda impiega in maniera sapiente per costruire un impianto cinematografico il cui scopo è quello di far tremare la struttura patriarcale sopra cui la società contemporanea alla regista poggiava: il film è del 1965, pensate a come la donna stava messa nel 1965. Io, da donna, rabbrividisco.
Quando Emile rimpiazza Thérèse, e il ciclo domestico riparte uguale identico a prima, lo spettatore non può non notare le inquadrature al dettaglio, che mostrano pezzi di Emile. Una mano che rassetta, una che lava, una che cucina. Sezioni intercambiabili che raccontano un destino femminile oggettificato, anonimizzato e anonimizzante, non una singolarità di nome Thérèse o Emile.

Quanto ai colori, be’, il film è un quadro. Sulle prime pensate all’Impressionismo. Monet, Renoir. I gialli solari, gli arancioni caldi. Poi assistiamo all’avvento dell’azzurro, colore che, per quanto celeste/iale, stempera, porta il cromatico nella dimensione del freddo. Quando Thérèse muore, il suo abito è a fiori azzurri e verdi — mentre prima l’abbiamo sempre vista vestita di giallo, panna e arancio. Nella prima scampagnata di François ed Emile, tutta la famiglia è vestita d’azzurro: la famiglia è nella fase “fredda”, di rodaggio. Dopo alcuni mesi di vita insieme, la famiglia è pronta per la scena finale: François ed Emile indossano giallo zafferano e bruno dorato, i figli, l’arancione.
L’ordine, anche cromatico, è finalmente ripristinato.

Anche il vegetale ha un ruolo simbolico in questo mondo bucolico. I mazzi di fiori che riempiono la casa di François e Thérèse, e poi Emile, sembrano finti, posticci. Fiori da lapide, da cimitero. Il che è strano, in un film così impregnato di natura.
Ebbene, in quei fiori sembra scritto il destino di Thérèse, poi quello di Emile. Sradicati da una natura, riradicati in un terreno altro, confinati in un vaso, destinati ad abbellire, ma, inesorabilmente ad avvizziare. 

“Le bonheur” sconvolge, Moviers — mi ha sconvolto, profondamente.
Pensare che le femministe dell’epoca si scagliarono contro Varda, e l’accusarono di aver esaltato lo stereotipo di una donna remissiva che si fa andare bene tutto, mostrando, senza criticarlo, il pattern patriarcale del maschio che fa i suoi comodi.
L’ottusità! Varda ha fatto esattamente l’opposto. Ma l’ha fatto denunciandolo con la sottile arte dell’allegoria, che rende complesse, ed eterne, le opere. L’ha fatto attraverso la più nera delle favole. E l’aspetto forse più straordinario di questo splendido film è che cominciate a guardarlo a cuor leggero, convinti di attraversare il fiorito viale del sereno domestico, e poco a poco vi ritrovate ad affrontare le vie scoscese che vi portano dritti nell’Ade della normatività.

Cercatevelo online, s’il vous plait!

Anche questa settimana il video delle 7 pm è dal rooftop, in una bellissima giornata estiva, con il cielo azzurrissimo, il vento sbarazzino, e anche due inquilini sullo sfondo, che applaudono.
Quei metri quadri lì mi sono molto cari. Mi salveranno nelle prossime settimane, dal momento che le spiagge saranno inaccessibili — pena la galera.
Thank you, Bill.

E anche per oggi è tutto, Fellows.
Grazie per l’ascolto e la presenza. Stasera i saluti, sono roditoriamente cinematogrfici.

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LET’S MOVIE 436 da NYC commenta “MAMMA ROMA” di Pier Paolo Pasolini

LET’S MOVIE 436 da NYC commenta “MAMMA ROMA” di Pier Paolo Pasolini

Questa settimana di recupero classici scandalosamente non visti, è toccato a due film di Pier Paolo Pasolini. Nella notte bianca della scorsa notte, ho preso in mano il colore nero. Ho visto “Accattone” e “Mamma Roma” (1962). Vi parlo del secondo perché lo trovo più potente rispetto al primo, che ho trovato troppo lungo e un po’ ripetitivo.
In “Mamma Roma” la protagonista è una donna, e tutto ciò che accade, ruota attorno a lei, un sole corvino, come i capelli di un’Anna Magnami che la interpreta, e che certo non ha bisogno dei miei elogi per celebrare una performance d’una potenza taurina.

Mamma Roma è una prostituta di borgata che decide di cambiare vita per amore del suo unico figlio, il diciottenne Ettore. Il ragazzino è cresciuto a Guidonia, lontano da lei. Ma ora Mamma Roma è pronta a riprenderselo, e a portarlo con sé nella periferia di Roma. Ha trovato un appartamento, vende verdura al mercato del mattino. Vuole cominciare una nuova vita. Ma la vita di prima torna a bussare alla sua porta, assumendo i contorni del suo vecchio protettore. La scoperta della verità sul conto della madre porta Ettore a lasciare il lavoro che lei gli aveva trovato, e a darsi alla piccola criminalità. Il giovane scende una china il cui fondo è rappresentato da una febbre allucinata che lo condurrà al supplizio estremo, in un letto d’ospedale.

Guardare “Mamma Roma” è ritrovarsi una grossa gigantografia della Magnani davanti, e vedere tanti piccoli esserini scorrazzarle intorno, minuscoli: gli attori che recitano con lei.
Pasolini, fedele alla poetica neorealista, la circonda di attori non protagonisti, che raccoglie nelle giungle desolate delle periferie romane dove era solito bazzicare alla ricerca di volti autentici. Pasolini autore scrive “Ragazzi di vita”, e Pasolini regista porta in scena quegli stessi ragazzi.
Anna Magnani grandeggia nei panni di un personaggio scomodo, scandaloso, debordante. Prostituta e mammifera, una donna conosciuta solo con il nomignolo di strada: un appellativo il cui titolo è Mamma, e il nome, Roma — altra protagonista del film.
La donna ama suo figlio d’un amore infinito, possessivo, forse vagamente incestuoso. Riverberano in lei Fedra e Giocasta. Senz’altro, “La madre” di Grazia Deledda.

Avendo visto “Joker”, non posso fare a meno di tirare una riga di congiunzione fra le risate dei due personaggi. La risata del Joker è conato di dolore che parte dalle viscere di un essere umano traumatizzato dagli affetti e dalla società. Mamma Roma porta in sé quel germe di pena. Ride sguaiatamente, soprattutto nella prima metà del film. Una risata che ha qualcosa di animalesco e sgraziato, che fa da contrappunto umorale alla bellezza fisica dell’attrice — non convenzionale, asimmetrica, grezza.
Ma, a differenza del Joker, quella risata, racchiude uno slancio vitale, una specie di energia di sopravvivenza che spacca gli equilibri della convenzionalità, come nella bellissima scena di apertura in cui la donna ride di gusto davanti al banchetto di un matrimonio di pura facciata.
Ma con la vitalità c’è anche tristezza, in quel riso, un rimpianto che parla di un’esistenza sprecata, sciupata.
Così come la risata del Joker, quella di Mamma Roma rimane nelle orecchie dello spettatore, tanto che anche adesso, la sento echeggiare ben distinta giù per i corridoi della mia memoria.

Il film di Pasolini intreccia piano individuale e piano sociale, dove l’impossibilità di un riscatto di classe muove dipari passo on l’infelicità del singolo. Il film mostra un’Italia parallela a quella del boom economico, un’Italia di poveracci che aspirano a quel sogno, polarizzandosi agli estremi: sgobbando duramente pur rimanendo sempre sull’ultimo scalino della società, oppure facendo l’esatto opposto, ciondolando tutto il giorno, come i giovani “amici” di Ettore, a cui Ettore si unisce, e vivendo di espedienti.
Fra la Roma borghese, e la borgata, si spalanca un abisso, ben raffigurato dalle scene in cui Roma è vista lontana lontana, anche se gli scheletri dei condomini in via di costruzione svettano spettrali tra la città e la periferia potrebbero fungere da raccordo fra le due. In realtà, le due non potrebbero essere più distanti.

Pasolini non giudica, ma è evidente che cerchi di nobilitare questi borgatari, attraverso della costruzioni sceniche che richiamano chiaramente la pittura rinascimentale. Impossibile non rivedere Leonardo, nella tavolata del banchetto d’apertura, che somiglia troppo a quella del Cenacolo. Oppure il Mantegna, nella scena in cui Ettore, sdraiato su un letto di legno, i polsi e i piedi legati, è un Cristo quasi morto, ripreso dai piedi in su, proprio come il Cristo morto del Mantegna. Ma nessun compianto è possibile. Alla Madonna Mamma Roma non è consentito vegliare sul suo Cristo morente.

Attraverso “Mamma Roma”, Pasolini racconta anche la storia delle donne di strada. Una branca di umanità sfatta, ma che si tiene in piedi, che fa quello che deve fare. Bellissimo il monologo ambulante di Mamma Roma nella città notturna, mentre recita a semisconosicuti che si alternano al suo fianco, degli episodi di vita, mettendo insieme racconti/ricordi sconnessi, che, insieme formano un quadro realistico e immaginario dell’esistenza di queste donne sventurate, forti, perdute.

Racconta anche, Pasolini, l’iniziazione di un ragazzo all’amore. Sarebbe forse troppo parlare di formazione sentimentale, visto che la storia con la bella Bruna non porta da nessuna parte e l’iniziazione sessuale del ragazzo con la prostituta Biancofiore è soltanto allusa. Ma certo “Mamma Roma” è anche quello.
Così come è una tragedia in cui l’amore esagerato, parossistico di una madre per un figlio non può che portare alla fine drammatica di entrambi, come succedeva nelle tragedie antiche, su cui si sovrappone l’immaginario cristiano così sentito in Pasolini. Ettore crocifisso, la madre a un passo dal baratro, rappresentato nel finale da una finestra, che soltanto il popolo può, momentaneamente, impedire.

La Magnani ha qualcosa di fattucchiero, di demiurgico ed ellenico. Ma è anche allo stesso tempo terrenissima, italianissima. Non saprei paragonarla a nessun altra attrice, né del periodo, né successiva.
Nelle sue occhiaie scure scorre lo Stige, e da certi suoi sorrisi stilla l’ambra.
Guardatelo per lei.

Riflettevo. Questo film è del 1962. Lo stesso anno de “Il sorpasso”, capolavoro della Commedia all’Italiana. Guardandoli, si coglie nitidissima la critica nei confronti di un boom economico che, nel suo deflagrare, ha spinto l’italiano medio lontanissimo da un certo nucleo di valori che gli erano sempre appartenuti. Pasolini lo fa in toni drammatici e dai risvolti politici, attraverso la caduta di una donna e di suo figlio, neo-Cristo che muore agonizzante su un letto di ospedale. Dino Risi lo fa attraverso una commedia amara in cui il finale coincide con la morte, anche in quel caso, di Roberto, il debole, l’insicuro, l’anello debole in una società di nuovi forti.
Di queste due visioni dell’Italia nel bel mezzo del boom, mi piace applaudire lo sguardo obbiettivo e lucidissimo che due registi hanno saputo gettare su un momento che loro stessi stavano vivendo.
Mi chiedo se la nostra generazione sia in grado di guardare il proprio vicino, con occhi così distanti.   

Ed anche per oggi, Moviers, sono arrivata in fondo.
Stasera l’applauso delle 7 pm vi arriva direttamente da uno dei posti più speciali di tutta New York, almeno per me. Il rooftop di casa. Potete vedere l’Hudson accarezzato dal sole al tramonto. La Broadway giù sotto. Se stringete gli occhi, il Chrysler Building e l’Empire, in lontananza. La Cattedrale di St John The Divine, che ormai conoscete bene. E ventisette meravigliose cisterne dell’acqua il cui numero varia ogni volta che le conto. Ne spuntano sempre di nuove. Sono gli gnomi di New York.

Vi ringrazio sempre di tutto, amati Moviers, e vi mando dei saluti, stasera, accademicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 435 da NYC commenta “LUCI DELLA CITTA'” di Charlie Chaplin

LET’S MOVIE 435 da NYC commenta “LUCI DELLA CITTA'” di Charlie Chaplin

Faccio fatica, Fellows,

questo weekend.
Oggi è domenica 3 maggio.
Stasera sarei dovuta essere a Palazzo Roccabruna, Trento, all’interno di Montagnalibri, la sezione letteraria del Trento Film Festival, per presentare L’istante largo — ora, per salvarlo dalla pandemia, dovrebbe uscire il 18 giugno.
Vi avrei rivisti dopo anni. Avremmo riso di gusto e di brutto, usando tutti quei muscoli che in questo momento servono solo a fare degli insulsi addominali. Ci saremmo abbracciati così forte da toglierci il fiato. Di sicuro avremmo strozzato la voce nelle nostre reciproche gole — sicuramente la mia. Sicuramente avrei cercato di sciogliere il groppo in gola che si sarebbe stretto nel momento in cui vi avrei visto. Ci saremmo lamentati del meteo — piove spesso, sul TFF. Oppure avremmo gioito per un sole inaspettato. Sembra fatto apposta, avremmo detto.
Vi avrei parlato di questo pargolo di libro, che mi ha fatto tanto penare, come tanti pargoli, ma che alla fine mi ha dato una gioia immensa. Come tutti i pargoli. Mi avreste fatto delle domande. Io avrei cercato di rispondere. Dopo saremmo andati a bere qualcosa. E lì le domande sarebbero continuate. Il tempo sarebbe volato e a me sarebbe dispiaciuto molto, dover partire alla volta di Milano l’indomani mattina, per il lancio del libro alle Messaggerie.
Ma vi avrei promesso che sarei tornata di lì a una decina di giorni. Per il tour. Torino, Venezia, Vicenza, Firenze, Bologna, Trento, Rovereto, Urbino, Trieste. Ma prima di tutto, Torino, al Salone del Libro, che avrei visto finalmente dalla parte degli autori, non dei lettori, prospettiva che ho sempre avuta ben chiara.
Allora i saluti sarebbero stati con il sorriso, non con i musi lughi.

Mercoledì ho insegnato il condizionale passato ai miei studenti dell’FIT. L’ho presentato come “the bummer of the verb tenses”. Il tempo verbale del non-realizzato, delle ripicche, (“avresti dovuto…”), delle recriminazioni (“avresti potuto…”), delle aspettative disattese (“sarei andato ma…”).
Come vedete, oggi il condizionale passato trionfa su tutto.

Contro ogni previsione o aspettativa, non mi sto strappando le vesti e non sto scrivendo il seguito di Fedra, né di alcuna altra tragedia greca.
Cosa vuoi che sia tutto questo se paragonato ai disastri causati dal Covid-19?
(Da un po’ di giorni lo chiamo così, col suo nome ufficiale. Basta nomignoli. Salvo la corona, senza nemmeno bisogno di un inno).
Porre sullo stesso piano questa mia perdita con le morti e tutto il resto mi mette a disagio. Quindi non lo faccio.
Tuttavia, la perdita rimane.

Allora ho fabbricato una stanza. Ci ho messo e ci metto dentro tutto quello che avrei dovuto sentire in merito al tour saltato/rinviato/chissà. Tutto quello che non posso permettermi di sentire ora. Perché questo deve essere il tempo della lucidità. Almeno per me. Se la perdo, finisco trascinata dentro quella stanza.
So che è lì. Prima o poi ci dovrò fare i conti. Entrare e vedere.
Adesso no.
Per questo non ho versato una lacrima, niente vesti strappate. Tutto quello che avrebbe fatto la Sara di prima. La Sara di prima sarebbe entrata, avrebbe chiuso la porta e avrebbe ingoiato la chiave.

Non so come è successa questa cosa della compartimentazione emotiva. Non sono mai stata brava a ripartire le emozioni. Tutto per me è sempre stato estrememante panico e fluido. Se dovessi raffigurare la mia interiorità, sarebbe una convoluta struttura di vasi comunicanti.
Ma in questo preciso frangente, invece, si è creato questo vaso chiuso, separato. Pienissimo o vuotissimo, non lo so ancora.
Forse quando si cresce è così? O forse è così con le emergenze? È una sorta di auto-salvazione? Sì delimita la parte che potrebbe mettere a rischio l’equilibrio del tutto? Una quarantena predisposta dall’anima per salvare se stessa e il corpo?
Oppure m’illudo e tutto questo non è positivo, non fa bene, e dovrei urlare e piangere e sfogare.
Ma qualcosa si è inceppato e non permette di farlo. Un blocco. L’anima impedita?
Mi chiedo co sa ne pensate voi.

Mi chiedo anche se le persone a cui il virus ha portato via qualcuno, qualcosa, si sentano così. Se abbiano anche loro delle stanze ben chiuse che non accedono.
Oppure se sono solo io che funziono così. Che malfunziono così.

Cerco di non condividere mai questi dettagli del mio abitato interiore, Moviers. Non perché non riponga fiducia in voi, ma perché ho sempre visto Lez Muvi come un parcogiochi, uno spazio di racconto che dovrebbe dare un po’ di ludico sollievo, offrire, se possibile, anche cibo per la mente. Non certo un angolo dove riversare il mio piccolo autobiografico interno.
E nemmeno per far giganteggiare il mio sul vostro. Io, qui, ho la parola. Sono in vantaggio. Impongo la mia presenza. Non posso imporvi anche la mia interiorità — già vi sorbite i km cinematografici.
Ma ho pensato che fosse bene dar forma fisica a certi stati psichici. Perché magari potete rispecchiarvi. E se non vi rispecchiate voi, magari potete riconoscere dei lineamenti di qualcuno che conoscete, o che amate.

Allora oggi e ieri sono state giornate faticose. Per il condizionale passato. Per il futuro semplice, che non è affatto semplice in questo momento, e che se ne sta rintanato tra le falde di un presente adiposo, che sembra non volersi spostare di un centimetro.

E’ un po’ l’assenza delle lacrime, a inquietarmi.
Credo che questo periodo abbia sbloccato i canali lacrimali anche alle personalità più granitiche. I miei di certo.
Un paio di settimane fa sono scesa all’ufficio postale dietro il mio isolato, sulla 112esima.
La vita di quartiere di una metropoli è la stessa della vita di una cittadina. La posta sottocasa, la banca, il frutta&verdura, il calzolaio — quando mi sono trasferita in questa parte di Upper West, un paio di anni fa, e ho visto il calzolaio, mi sono detta, vedi mo’ che se guardo bene trovo anche Garrone e la Maestra con la penna rossa.

Ai tempi del Covid-19, anche la posta sulla 112esima si è adeguata. Davanti agli sportellisti hanno affisso, con del nastro adesivo, uno strato di plastica trasparente molto spesso, in attesa, molto probabilmente, delle lastre di plexiglass.
Il dispositivo video e bancomat con la penna elettronica che ti permette di scegliere la tua opzione postale e poi firmare, è stato rivestito di cellophan protettivo.
Tutto modalità condom.

Era una delle prime volte che indossavo la mascherina e i guanti. Dentro l’ufficio si moriva di caldo. Sentivo il mio fiato bollente, le dita mollicce.
Alle poste americane è sempre tutto un po’ imprevedibile. Ti danno una sfilza di opzioni per la spedizione della tua lettera/pacco. Certificata, assicurata, raccomandata, prioritaria, regular tracked, non-tracked, first-class international. Io non ci capisco mai nulla, e ogni volta cerco di scegliere la via di mezzo fra prezzo e certezza che arrivi. Ti appaiono sul display del bancomat tutte queste opzioni e tu, dopo aver giurato davanti a God the Allmighty che giammai inseristi nel tuo involto materiali infiammabili, liquidi, o in alcun modo nocivi alla grande madre America, puoi ticcare la tua scelta con la penna elettronica.
Poi ti danno la possibilità di inserire il tuo indirizzo email per inviarti la ricevuta elettronica della spedizione, che contiene anche il numero di rintracciamento.
Si farà così anche in Italia adesso? Quattro anni fa, no.

Per un po’ ho armeggiato, in visibile affanno, con guanti e mascherina, il loro bravo effetto serra, e quale spedizione scegliere. Dopo aver fatto la mia scelta, ho penosamente sbagliato a digitare il mio indirizzo email per ben due volte — lattice su cellophan non è la più agevole delle combinazioni.
La sportellista, una grossa e occhialuta afroamericana di mezz’età, ha intuito la mia difficoltà, di là dalla plasica, di là dalla mascherina, e di là dai suoi occhiali mi ha mandato il più dolce dei messaggi.
“Take your time, sweetie”.
A quelle parole così gentili, così necessarie in quel momento, io ho sentito tutto il mio imbarazzo dentro sciogliersi e salirmi agli occhi. Mi sono morsa il labbro dientro la mascherina per impedire al mento di tremolare. Ho sentito gli occhi riempirsi di lacrime.
Tra fondi di bottiglia suoi, strato di plastica in mezzo, e occhi bassi miei, credo che non l’abbia notato. O forse sì, l’ha notato, ma ha fatto finta di niente.
Ho pagato, ho preso la mia ricevuta e mi sono fiondata fuori, ho calato la mascherina e respirato l’aria fresca.
Ho pianto fino in camera mia.

Da questo piccolo evento capite che le lacrime non sono un problema, spuntano per un nonnulla.
Una piccola gentilezza davanti a una grande goffaggine.
Di questi esempi potrei portarvene innumerevoli.
Per questo la stanza chiusa, e tutto ciò che ci sta dentro e le lacrime congelate mi fanno riflettere. È come avere una parte di me che non conosco e che non ho i mezzi per approcciare.
Ieri e oggi sono stati difficili perché la stanza ha continuato a chiamare.
Ho fatto fatica a resisterle.

C’è da dire che il weekend è cominciato venerdì.
E venerdì è successo un fatto assai comico.
Rincaso dal running e Bob mi indica una piccola busta, sullo scaffale all’ingresso.
Mail for you.
Quelle buste piccole che qui di solito contengono gli assegni.
E infatti, è proprio un assegno.

Emissario: United States Treasury
Luogo di emissione: Arkansas City, MO
Beneficiario: Sara Fruner, io, proprio io
Importo: $ 1.200
Causale: Economic Impact Payment
Firma: President Donald J. Trump

Trump che manda 1.200 dollari a una non-americana.
A unimmigrata.
Con un visto in precarissima fase di rinnovo.
Nell’era dell’America first.

Questo è stato persino più comico di Brad Pitt che imita Anthony Fauci al Saturday Night Live!

Per trascinarmi fuori da questo weekend, sapevo di dover scegliere un pezzo cinematografico da novanta. Sono andata sul sicuro. Solo lui, l’omino che potrebbe starvi in tasca e che vi sta sempre nel cuore — nel mio di sicuro — mai più uscito dall’immaginario di cinefili e non: Charlie Chaplin. Allora finalmente, ho visto, per la prima volta nella mia vita (SHAME!), “City Lights”, “Luci della Città”. Non so bene perché, ma ho visto tante volte “Il monello”, “Tempi moderni”, “Il grande dittatore”. Ma mai, “Luci della città”, che è considerato il suo capolavoro, e, oh boy, se lo è.

Il film è del 1931. Il sonoro stava facendo il suo ingresso nel cinema proprio alla fine degli anni ‘20, ma Chaplin era molto restio a lasciar andare il muto, con le regole della sua comicità, e quella grazia che nessun sonoro avrebbe mai potuto restituire — per osservare il passaggio fra muto e sonoro, ricordiamo quell’unico miracolo di Michel Hazanavicious, “The Artist”.
Cosa fai quando sei Charlie Chaplin e vuoi rimanere aggrappato a un mondo, ma ne senti un altro premerti alle spalle? Un altro così invadente come quello rappresentato dal suono?
Lo prendi in giro.
Allora Chaplin comincia il film come una scena memorabile, che, quanto a portata sberleffo, raggiungerà solo quello alle spese di Hitler ne “Il grande dittatore”.

Siamo a una cerimonia d’inugurazione di un monumento. Folla, funzionari comunali, personalità militari, la banda. Quando finalmente la signora di turno scopre il monumento, da sotto il velo, ecco Charlot, il tramp, il vagabondo, che se la dorme beato, accovacciato sulle ginocchia della statua seduta.
Una sintesi visiva di tenerezza, irriverenza, ironia, comicità.
Si sveglia di soprassalto e finisce con i pantaloni infilzati da una spada, sempre della statua. Lo sdegno degli astanti è proporzionale all’humour suscitato negli spettatori.
La critica del sonoro firmata dal regista arriva adesso. Tutta la pompa magna di solito espressa nei doscorsi durante le celebrazioni pubbliche è taciuta, sotituita e irrisa da una serie di pernacchiette. L’effetto è così inaspettato e spiazzante, che ho stoppato il film e controllato l’audio per vedere se ci fossero problemi.
Nessun problema, Board, that’s me, Charlie.

Se poi osservate tutti gli altri interventi sonori nel film, sono tutti a carattere disarmonico: una testata su un pianoforte, un colpo di pistola, un fischietto ingoiato per sbaglio da Charlot, che si fa sentire quando non dovrebbe, il risucchio degli spaghetti. In questa negazione del suono, Chaplin, sembra dire, nei miei film io creo la mia armonia: il resto, lo derido.

Nei titoli di apertura, “City Lights” è definita “una commedia romantica in pantomima”. E certamente lo è, ma è molto molto di più. Come sempre nei suoi film, Chaplin critica i ricchi, la società moderna, e mostra l’autenticità di sentimenti di cui sono capaci le persone semplici. Come sempre nei suoi film, la commedia strizza l’occhio al dramma. Si ride, ma spesso il riso vira nel dubbio.

La trama è presto detta. Un vagabondo vagabonda per la città, ma con la levità tipica di Charlot, non la pesantezza degli homeless del terzo millennio. Nei paraggi del porto, s’imbatte in un aristocratico lì lì per suicidarsi, la pietra intorno al collo. In una gang che basterebbe da sola a sancire il successo del film, Charlot gli salva la vita. Grato per il gesto del vagabondo, il ricco lo ospita a casa e lo tratta da amicone. Ma il giorno dopo, passata la sbronza, non si ricorda più di lui e lo caccia da casa. Da qui comincia tutt’un balletto scandito dalla stessa dinamica on-and-off: se ubriaco, il ricco si ricorda di lui e lo tratta da amicone, se sobrio, lo ripudia.
Nel frattempo Charlot incontra una giovane fioraia cieca, inguaiata economicamente, di cui si invaghisce. Cerca di aiutarla, per racimolarle i soldi dell’affitto, iscrivendosi persino a un incontro di boxe — Charlot e boxe: vi lascio immaginare cosa ne esce. Alla fine riesce a procurarsi i soldi che le permetteranno anche un intervento agli occhi. Lui finisce in galera per un anno, ma almeno riesce a dare una chance alla ragazza.
Lei la coglie e, riacquistata la vista, apre un negozio di fiori, cercando in ogni cliente, quel benfattore che l’aveva misteriosamente aiutata da cieca. Alla fine i due si trovano, in una scena rimasta nella storia del cinema.

È un po’ un mondo sottosopra, quello che ci racconta Chaplin. Anche attraverso il suo stesso personaggio. Charlot si finge ricco con la fioraia, e non disdegna i lussi a cui l’aristocratico lo inizia, e al contempo non c’azzecca con il lavoro: quando ci prova, come netturbino, sarà cacciato.
Chaplin non riduce la dinamica narrativa dentro facili equazioni ricco=cattivo, lavoratore=buono. Ma è indubbio che la volubilità dell’aristocratico, che fa il bello e il cattivo tempo con il povero Charlot, vuole mostrare un lato ben preciso dell’alta società.
Un mondo sottosopra anche nell’ambito emotivo. È come se solo i personaggi afflitti da una qualche disabilità, oppure da un’indisposizione — come per esempio l’ubriachezza — riescano a provare sentimenti genuini. La fioraia è cieca, il nobile è amico di Charlot solo da sbronzo.
 
Charlot subisce un’evoluzione durante il film. Se all’inizio è tutto sorrisi e leggerezza, e sembra giocare anche con una botola che lo risparmia ogni volta, alla fine, dopo l’anno in prigione, sembra il ritratto sconfitto di quell’uomo. Degli strilloni, quei ragazzetti che vendono giornali per strada, lo scherzano, e lui risponde stizzito — non con il sorriso sulle labra, come all’inizio. Il suo lieto vagare perde la levità, la fiducia nell’inaspettato — l’incontro di un fiore di ragazza a un angolo di strada — e diventa sconsolato errare.
Ma ecco che la vita lo sorprende di nuovo, proprio attraverso quel fiore di ragazza. Lei lo vede veramente per quello che è, e la chiusa sul viso di Charlot, ci dice che quello non è più solo il viso di Charlot, ma quello dell’umanità tutta, che sbaglia, mente, s’inguaia, si sporca, si arrabatta, ma che ogni tanto, alla fine, riesce anche a fare cose straordinarie, come ridare il mondo (gli occhi) a chi l’aveva perduto.   

Le gag sono davvero uniche. La mia preferita, a parte Charlot addormentato sulle ginocchia della statua? Charlot al bistrot con l’aristocratico…

Questa settimana vacche grasse: due video per i Moviers 🙂
Per cambiare un po’ la prospettiva, sono scesa in strada, così sentite tutto da lì. E vedete un po’ di 111esima e di Broadway. Io sono una vera regista della domenica, e così, il video dell’applauso delle 7 pm, è uscito tutto un po’ con l’effetto mal di mare.
Per farmi perdonare ne ho girato uno della lobby del Rockfall, il palazzo dove abito. L’ingresso è un vero spettacolo, almeno per me. Con i marmi, le luci gialle, i due ascensori anni ’20 divisi dall’orologio con i numeri romani, le scale strette strette, che mi fanno sempre pensare, quanti passi newyorkesi, dal 1909 a oggi!
È tutto molto New York New York.

Ecco Moviers, sono giunta alla fine. E anche questo weekend. Menomale.
Vi ringrazio sempre della fiducia, della pazienza e della clemenza.
Stasera i saluti, sono, stentatamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 434 da NYC commenta “L’angelo sterminatore” di Luis Bunuel

LET’S MOVIE 434 da NYC commenta “L’angelo sterminatore” di Luis Bunuel

McEnroe, Moviers,

vanta un grosso centro sportivo a lui dedicato su Randall’s Island, dove spiccano diversi campi da tennis.
Il sabato lascio la ciclabile lungo l’Hudson, Central Park e Upper Harlem, e vado lì a correre.

È un’isola. Mi piace l’idea di lasciare l’isola di Manhattan e raggiungere un’altra isola passando per un ponte all’altezza della 103esima — quello pedonale che passa sopra la FDR Drive (Franklin Delano Roosevelt, naturalmente) e sopra l’Harlem River.
È un po’ lo stesso principio della mobilità a Venezia, quando prendi Rialto, o gli Scalzi e l’Accademia.
Island-hopping, insomma. Ma senza bisogno di barche e vaporetti.

Prima di arrivarci, se siete me, dovete spostarvi dal lato West di New York e raggiungere il lato East. Che non è tutta ‘sta distanza. Venti minuti circa, e ci siete.
Da quando sono qui sento dire che East Harlem è il quartiere più problematico di Manhattan.
Dicono tutti “edgy”.
Non ho mai la parola giusta per tradurre “edgy”. Può voler dire “all’ultimo grido” ma anche “suscettibile”.
Tipo, pronto a scattare. Coi nervi a fior di pelle.
Quando lo attraverso però, a parte un po’ più di spazzatura per terra rispetto all’Upper West, e un senso generale di fatico-a-campare, non sento tutta questa problematicità. Sarà forse che dopo un anno a West Harlem sulla 150esima, sono vaccinata — ricominciamo a restituire il figurato ai verbi, please.

Randall’s Island è un posto strano.
Prati, tantissimi prati — la misura extra-large di prati che piace tanto agli americani — vi accolgono appena mettete piede di là dal ponte. Campi da baseball, campi da calcio, aree ristoro. Piante, soprattutto lungo i due fiumi che la delimitano: se la guardi dall’alto, Randall’s è una piccola Sardegna schiacciata fra l’Harlem River e l’East River.
Hanno fatto un gran lavoro di divulgazione botanistica, disseminando lungo le stradine e i percorsi, quelle placche informative che trovate in Bondone, o in qualsiasi preparatissima montagna trentina, in cui vi si spiega che fiore è questo, che insetto è quello.
Il fatto che aggiungano anche il nome latino mi commuove da una parte, e mi fa ridere dall’altra.

Rudbeckia hirta.
Bombus impatiens.


Avete mai sentito il modo in cui gli inglesi pronunciano il latino?
E gli americani?
Ecco, adesso capite perché me la rido.
Io preferisco l’inglese.

Black-eyed susan.
Common eastern bumblebee.


Quindi sì, c’è un pochino di Bondone su Randall’s. Ma giusto quello che posso sopportare, una volta alla settimana. 😉
Per il resto, l’isola è esattamente quello che ripetono le placche informative, facendone vagamente una sorta di spot da resort vacanze.
A garden sanctuary in an urban environment.

Se alzo gli occhi davanti a me, a nord dell’isola, lo sguardo rimbalza contro una grossa tensostruttura azzurra, che collega Manhattan al Queens e al Bronx.
È uno di quei ponti molto americani, tutti fratelli del Golden Gate di San Francisco. Tutti sospesi, tutti a doppia campata, tutti coi cavi tiranti e le catenarie che dall’alto si appoggiano sul ponte raccontando una parabola che è entrata nell’immaginario collettivo.
Questo ponte avrebbe potuto benissimo prendere il posto di quello di Brooklyn sui pacchetti delle chewing-gum ai tempi della lotta Spandau Ballet vs Duran Duran.
Forse però il nome sarebbe stato un po’ scomodo. Questo ponte si chiama il Robert F. Kennedy Bridge. L’RFK.
Al fratello JFK l’aeroporto. Al fratello Bobby il ponte.
A ciascuno la propria infrastruttura.

Affinché il ponte possa gettarsi a volo d’angelo e atterarre nel Queens, è sostenuto da una serie di arcate. Ovvero, se ci passate sotto, da una fila infinita di portici giganteschi.
Mai visti portici così giganteschi. O forse sì, ma solo nei paesaggi urbani di Mario Sironi.
Se poche ore prima del vostro passaggio ha fatto brutto tempo, da queste arcate piovono giù delle gocce dalla grandezza preistorica.
Una goccia, una doccia.
Il mio divertimento, mentre passo sotto questo porticato moderno e quaternario insieme, è schivare le gocce docce che potrebbero colpirmi e farmi diventare come la terra sulla traiettoria di un grosso meteorite.

L’arte di Sironi è presente anche per la torre di mattoni rossi che svetta in mezzo all’isola. Quelle torri commerciali lisce e da industria malsana e alienante, come quelle che il pittore dipingeva così bene nelle sue desolanti periferie.
Proprio accanto a quella torre lì, c’è una cisterna dell’acqua panciuta e bianchissima, sostenuta da gambine magre magre tipo silos, che ti porta immediatamente nelle distese di mais dell’Arizona.
Il contrasto fra le due costruzioni, che stanno abbastanza vicine, il modo in cui il futurismo con derive metafisiche si affianca al profondo Sud Americano è violento, spiazzante.
Ogni volta perdo un po’ il respiro.

Mi rendo conto di essere una dei pochi runner che corre senza la mascherina.
Con quei pochi che non la portano, pratico il sorriso. Loro a volte me lo ritornano. A volte no, ma va be’. Giving first.
La mascherina è sempre una scocciatura, ma quando fate attività fisica lo è di più. A ogni modo, credo di lasciarla a casa per poter praticare il sorriso.
Per non perderlo.
La mascherina ci porta via la faccia. Gli occhi sono un bel lascito. Ma il sorriso rimane una perdita le cui ripercussioni si avvertiranno sul lungo periodo.

Continuando sotto i portici giganteschi, sulla bella ciclabile/pedonabile, si arriva al complesso aperto in onore di McEnroe.
Complimenti John, ma io ho una conoscenza assai meschina del tennis, quindi passo oltre.
Vado su su, finché Randall’s Island finisce, e un piccolissimo ponticello mi porta di là dal Bronx Kill, un fiumiciattolo dal nome di discendenza dantesca. O tarantiniana.
 
Arrivo nel Bronx, una parte di Bronx in cui non ho mai messo piede.
Passo a lato della sede del New York Post, con una quarantina di tir tutti verosimilmente in quarantena.
Continuo oltre, ed eccomi nel quartiere di Mott Haven.
Mi accoglie uno splendido graffito colorato su un muro.
Arte chiama arte. Un lavoro a maglia a forma di albero è intrecciato a una rete.
Quando la natura non c’è, la fabbrichi.
Un paradosso da cui non riesco a uscire.

Ci sono pochissime persone. Un paio, forse tre.
Un uomo pingue, con delle asticelle in mano. Una mascherina in faccia. “No fear” scritto sul cotone sopra la pancia.
Ho come la sensazione che il quartiere non abbia fine. Che se corressi miglia e miglia, troverei solo Mott Haven, Bronx.
È tutto chiuso. Portoni, finestre. Mi chiedo cosa ci sia dietro a tutte quelle saracinesche industriali.
Ho l’impressione di non voler sapere la risposta.
Faccio la strada a ritroso e rimetto piede su Randall’s Island.

Dell’isola ti rimangono impressi anche gli odori.
La primavera s’è portata con sé il suo carico aromatico. Gelsomini, certi fiori gialli di cui ignoro il nome. E poi i mughetti estivi, più grandi di quelli non estivi. C’è profumo nell’aria.
Poi da quando è in vigore la quarantena e le macchine sono tutte ferme, l’aria di New York è cristallina, fragrante.
Un’isola senza mezzi e abitazioni come Randall’s Island non fa che aumentare il cristallino, la fragranza.
 
Ma sull’isola c’è anche un depuratore. Quando ci passo accanto, vengo catapultata immediatamente a Linfano, Arco, Trento. Anche lì c’è un grosso depuratore.
L’odore è esattamente lo stesso. Liquami disinfettati.  
Cambi parte del mondo, ma il putrido depurato non cambia.
Shit happens all the time. It’s the same all over the place.

Ho detto che Randall’s è un luogo strano.
Se raggiungo il cuore dell’isola, da un vialetto bentenuto, da ciliegi in fiore e alberi che per me potrebbero essere tranquillamente dei peschi, sbuca fuori una struttura marrone.
Marrone fegato, ad essere precisi.
Il George Rosenfeld Center for Recovery.
Istituto d’igiene mentale.

Scopro che non è l’unico. Ce ne sono altri due, uno dei quali è il Manhattan Psychiatric Center, un complesso monumentale color cammello che sembra una costruzione di cartone, ma che in realtà ha qualcosa come 500 letti distribuiti su 17 piani di disagio.
L’altro, è il Kirby Forensic Psychiatric Center, dove si rinchiudono i carcerati con problemi mentali.
In mezzo al “garden sanctuary”, in mezzo alla Rudbeckia, ai bumblebees, alle mie felici e desolanti associazioni che uniscono geografia e pittura, Anni’ 20 di ‘900 e Anni ’20 di 2000, sorgono luoghi di follia e detenzione.

Ripenso ancora all’uso improprio che facciamo delle parole.
La settimana scorsa parlavo della necessità di smilitarizzarci la bocca.
Allo stesso modo, la nostra reclusione da Coronavirus non è propriamente una reclusione.
È un ritiro. Una forma di protezione.
Né la casa è una galera.

Se poi dal nord dell’isola, scendete giù giù fino al punto più a sud, trovate il Scylla Point. Punta Scilla.
Guess what? Nello stesso punto, sulla sponda opposta dell’East River, nel Queens, trovate il Charybdis Playground. Il Parcogiochi Cariddi.
Proprio come i mostri mitologici, alle due estremità dello Stretto di Messina.
Scilla e Cariddi fra Manhattan e il Queens.

Arcadia metropolitana con aree da picnic per famiglie e piccioncini. Un centro sportivo dedicato a Sir John McEnroe. Tre ospedali psichiatrici. Sironi e Arizona. Un depuratore che deturpa pulendo. Scilla e Cariddi.
Randall’s Island è uno dei luoghi più strani di New York.
Non posso fare a meno di tornarci, il sabato.

Ho creato questo Frunyc Junior dedicato a Randall’s. Poi, un giorno, vedremo di far tornare anche il Frunyc Senior.

Questa settimana avrei almeno quattro film di cui parlarvi. Ma ieri sera ho guardato una cosa assai titana nella storia del cinema. “L’angelo sterminatore” (1962) di Luis Bunuel. Se non ve ne parlassi, qualche angelo custode del cinema sterminerebbe me. Quindi ve ne parlo.

Prima però, devo fare pubblica ammenda. Poco più che ventenne, mi era capitato di guardare “Il fascino discreto della borghesia” e “Belle de jour”, due classici firmati dal regista. Entrambi con Catherine Deneuve come protagonista. Da lì, ho fatto rozzamente due più due, e ho cominciato a raccontarmi che Bunuel era francese, senza mai metterlo in discussione.
Ho dovuto aspettare ieri per capire che il quattro era un tre. Che Bunuel è spagnolo.
Bête de Board. Anzi. Burro Board.

Mi chiedo quali altri falsi mentali —degli autentici falsi storici personali — la mia psiche abbia costruito nel corso degli anni.
Vivere dovrebbe servire anche a demolire le bruttecopie di verità che, per svariate ragioni, fabbrichiamo accanto agli originali.

Alta borghesia spagnola — o messicana, visto che il film è girato in Messico, ma preferisco non aggiungere nazionalità, universalizzando. Dopo una sera all’opera, una ventina di alto-borghesi si ritrovano nella villa di uno di loro per la cena. Ma già dall’inizio c’è qualcosa di strado. Mentre la comitiva posh fa il proprio ingresso in casa, tutto il personale a servizio, camerieri, cuochi, garzoni, decide impulsivamente di lasciare la casa, senza dare spiegazioni. Rimane solo il capo maggiordomo.
In cucina si intravedono cinque o sei pecore vive che pascolano tranquillamente sotto il tavolo, e un piccolo d’orso. Vivo anche lui.
Lo spettatore comincia a intuire di essere finito in un posto strano. Molto più di Randall’s Island.

Dopo aver mangiato, il gruppo si trasferisce in una sala più piccola accanto alla sala da pranzo, dove un’ospite esegue una sonata al pianoforte.
L’ora è tarda, e qualcuno avanza un timido “S’è fatta una certa”, e fa per congedarsi. Ma senza capire perché, nessuno riesce a prendere l’iniziativa per primo e ad andarsene. Lì per lì, forse, per fare il classico balletto delle convenzioni per cui congedarsi per primi par brutto. Intrappolati in questa impasse collettiva, gli invitati finiscono per trascorrere la notte accampati nella saletta. Chi per terra, chi sui divani.
Okay, sarà stata stanchezza dei bagordi, pensano tutti, e sopra tutti, i due padroni di casa, che certo non potevano mettere alla porta gli ospiti, la sera prima, perché insomma, par brutto.

Al mattino qualcuno si appresta ad andarsene. Ci sono i figli da mandare a scuola che attendono a casa, le prove del concerto da fare. Ma forse, prima di andare, un caffè lo prendiamo… E così, tutti rimangono, di nuovo.
In casa si scopre non esserci più nulla da mangiare. Mezzogiorno è passato da un pezzo. Eppure nessuno riesce a uscire di casa. Nessuno avanza una spiegazione razionale per questa impossibilità a uscire. È come se ci fosse una forza che li tiene chiusi dentro e li obbliga a vivere il peggiore dei loro incubi.
Si esprimono tutti attraverso frasi tronche e sibilline, una serie di atti mancati da far impallidire Zeno Cosini.

Intanto la convivenza diventa pesante. Non c’è cibo. Non c’è più un goccio di vino, e nemmeno acqua. Una degli invitati avrebbe bisogno di medicinali, ma non si trovano. Penseresti, ma come, alta borghesia, un villone, e nemmeno un’aspirina? No, nemmeno un’aspirina: il gruppo è rinchiuso nel salotto, senza poter accedere ad altre stanze.
Comincia a far freddo. Gli invitati prendono a spaccare mobili e violoncelli per accendere un fuoco in mezzo alla stanza. Il degrado comincia a cogliere gli invitati, di solito tutti imbellettati e profumati. Iniziano a puzzare, a sfarsi — immaginate tenere lo stesso frac/vestito da sera per un numero non ben precisato di giorni, senza lavarvi…
Gli invitati si prendono a male parole, la padrona di casa comincia a tubare con un invitato, che è pure migliore amico del padrone di casa. Nel frattempo, per placare la sete, si prende a mazzate un muro, così da raggiungere una tubatura dell’acqua.
Per placare i morsi della fame, si sacrifica una delle pecore viste prima in cucina.

Fuori, sono accorsi la polizia e i giornali. Anche loro non si spiegano il perché di questo comportamento, ma non fanno irruzione in casa —non siamo in un poliziesco della Hollywood anni ’90, siamo in un Bunuel del Messico anni ‘60. Rimangono tutti a una distanza di sicurezza dalla casa, come se la casa fosse un luogo in cui si sta svolgendo un rituale sacro di qualche tipo. In effetti il film è ricchissimo di rimandi biblici, a partire dal titolo, e poi dalle pecore, oggetti sicraficali fin dal vangelo, e dalla vergine — c’è un’invitata che si professa tale.

All’interno si arriva al punto di massima entropia, e una delle invitate intuisce che per spezzare questo strano incantesimo che li tiene prigionieri, l’unico modo è ripetere le stesse azioni compiute la sera prima. Una specie di rito di rinascita, che permetta loro di tornare a quella normatività perduta inizialmente a causa dell’infrazione di un codice borghese: il mancato commiato a un’ora decente. Come se si fosse inceppato un meccanismo, e per farlo ripartire, bisognasse tornare indietro, e fare le cose comme il faut.

E così, ripetono paro paro, ciò che è successo la sera precedente. E lo strano incantesimo si spezza. Gli invitati escono dalla villa, finalmente liberi.
Il film però non si chiude in bellezza. L’ordine ricostituito avrà vita breve. Ritroviamo tutti quegli invitati e altre famiglie della borghesia bene in chiesa. La messa finisce, tutti fanno per uscire. Però qualcuno tentenna, uno si sofferma, l’altro indugia. Esattamente come nel post-cena alla villa.
E, immaginiamo, l’incantesimo della segregazione ricomincia.
Le ultime due scene mostrano scene di tafferugli tra l’esercito e il popolo, e una decina di pecore, che si dirigono verso la chiesa.

Profondamente ambiguo, certamente incongruo ed estremamente inquietante, “L’angelo sterminatore” è un’architettura allegorica a cui possiamo accedere da diverse porte, ma senza sapere se siamo arrivati nell’ultima stanza, quella che racchiude il significato ultimo. È come un testo sacro, la Bibbia, il Corano. La Divina Commedia, l’Ulisse di Joyce. Quei volumi cui continuiamo a ritornere per afferrane il significato, e nel frattempo, ci imbattiamo in sempre nuovi angoli.

Certo è che Bunuel ha scritto una delle critiche più feroci alla borghesia della storia. Fin dall’inizio, questi borghesi appaiono in tutta la loro ipocrisia, piccineria, bigotteria, repressione, volgarità — una volgarità sempre nascosta da un velo di pruderie e perbenismo. I loro discorsi sono vacui, superficiali, inconcludenti. Il regista trova un espediente efficacissimo per rimarcare questa loro sterilità: la ripetizione. Alcune scene sono ripetute due volte: l’ingresso in villa dei borghesi, e un brindisi. Il punto di vista è sempre lo stesso. Non c’è variazione.
Queste micro ripetizioni si riflettono poi — e l’abbiamo visto — nella macro ripetizione che tutto il gruppo deve simulare per uscire dalla casa. Come se questa classe sociale esistesse soltanto nel ri-inscenare gli stessi rituali, nel ri-recitare le stesse battute. Bunuel mostra il teatrino della borghesia attraverso le leggi sottese al teatrino stesso.

Ma il regista non si ferma lì. Inserendo noti simboli cristologici e concludendo il film in una chiesa, annovera nella critica anche la religione cattolica, un’espressione di quella stessa borghesia di cui al contempo si alimenta — file di banchi piene di pellicce e paltò di sartoria — e che avanza attraverso le medesime ritualità. A questa critica, Bunuel pare affiancare anche l’esercito, che sembra solo capace di rispondere al popolo usando la violenza.

Ne “L’angelo sterminatore” trovate una lettura molto spietata del mondo, una lettura che, inquietantemente riporta il film nel nostro preciso presente. Un mondo che non riesce a creare nulla di nuovo, ma che procede inerzialmente attraverso la meccanica ripetizione di rituali precostituiti, senza mai volersi fermare, o cambiare veramente. A un certo punto cosa può succedere — nel senso di “accadere dopo” — se non uno sterminio di massa?
Ci trovate niente di famigliare?

E quante domande ci lascia il film!
Con quale rito potremo — potremo?— ripristinare la normalità? Riusciremo a trovare alternative a questa falsa coazione a ripetere che ci riporta sempre al nostro punto di partenza invalidando qualasiasi tipo di evoluzione?
E noi, noi chi siamo? Siamo il personale di servizio che ha lasciato la villa in tempo, oppure siamo i borghesi? O forse, in ultima analisi, le pecore sacrificali?

Dopo aver guardato “L’angelo sterminatore”, mi sono resa conto di quanto il cinema della nostra modernità, a parte certi casi felici, manchi completamente di capacità allegorica. Un film del 1962 ci parla della nostra società e del Coronavirus con una chiarezza che ci fa distogliere gli occhi, tanto fa male. Possiamo dire lo stesso del cinema dei nostri tempi? Siamo drogati dallo schematismo della causa e dell’effetto. Tutto quello che non capiamo, che non sappiamo spiegare viene depennato, semplificato, reso a portata di mano. E questo è un problema dell’industria del cinema e dell’industria editoriale che danno al popolo quello che pensano il popolo voglia, ignorando che il popolo, se cominci a dargli roba di qualità, comincerà ad apprezzare la roba di qualità.

Ricordate le polemiche che scoppiarono quando, nel 2014, Roy Andersson vinse la Mostra del Cinema di Venezia con “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”? Ecco. Solo perché uno aveva scelto di imboccare la strada allegorica, discostandosi da quelle del facile causa-effetto, una valanga di polemiche. Incomprensibile! Da intellettualodi! Elitario!
Ma è la portata allegorica che fa sopravvivere un’opera d’arte nel tempo, non la facilità di fruizione.
È “L’angelo sterminatore” a parlarci ancora oggi.
“Cinquanta sfumature di grigio” parlerà da qui a sessant’anni?
Ha mai parlato??

Ecco Fellows, anche per stasera sono arrivata in fondo.
L’applauso delle 7 pm ai first responders continua. Giovedì, poi, è successo anche un gradito post-applauso.
Ho sentito salire dal basso le note famigliari di “Empire State of Mind”, di Alicia Keys featuring Jay-Zee. Mi sono riaffacciata e sì, la canzone proveniva da un appartamento del quarto piano, nella palazzina di fronte alla mia. Ho intravisto la sagoma di una persona, una donna, e l’ho applaudita, ho abbondato di thumbs-up, per mandarle tutto il mio gradimento — la canzone è uno spettacolo, oltre a essere considerata una sorta di inno di/a New York City. Così dopo un po’, lei ha tirato su la finestra, ha messo sul davanzale la sua Alexia e l’ha fatta ascoltare a tutta la 111esima Strada. Con grande apprezzamento, ne sono certa, di tutta la 111esima Strada.
Sono riuscita a registrarne una buona parte, e ve la regalo molto volentieri 🙂

Vi rigrazio dell’attenzione e delle vostre premure, e vi mando dei saluti, stasera, sportivamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 433 da NYC commenta “La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli

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Militarizzare, Moviers,

il virus, non serve a un fico secco.
Sto ruminando questo boccone da giorni. Non mi va giù. Lo devo sputare fuori.
Avrete notato quanto si parli di guerra, di nemico, di trincea, prima linea.
Qui in America la rappresentazione bellica della pandemia è prediletta. E certo, alla Casa Bianca ci sta uno a cui piace molto giocare al Risiko con il mondo, in ogni settore, in ogni discorso.
Questo, tuttavia, non riguarda solo Trump e l’America. Riguarda un po’ tutti i paesi. La stampa, l’opinione pubblica.

Noi non stiamo solo vivendo ciò che stiamo vivendo, ma ce lo sentiamo raccontare e, a nostra volta, lo raccontiamo. Lo subiamo due volte e, al contempo, lo diffondiamo.
Le nostre parole, prima dei nostri droplets, contagiano.

Non dovremmo mai confondere la sensazione di sentirci abitare uno spazio nuovo, estraniante, come quello provocato dal virus, con certe esperienze che sono state vissute in passati molto più tremendi e tragici di questo.
So che in Italia, nelle scorse settimane, hanno fatto molto scalpore certe iniziative prese dalle forze dell’ordine per contrastare gli assembramenti. Soprattutto, il passaggio di camionette dei pompieri o della polizia per i centri cittadini, armate di megafoni. Ho visto quei video, quelle camionette. Ho sentito le voci passare attraverso i marchingegni anonimizzanti dei megafoni. Hanno fatto molta impressione, anche a me. Ci proiettano fuori dal nostro orticello di avanzati abitanti del terzo millennio.
Ma se ci proiettano fuori, dico io, non dobbiamo farci proiettare dentro una realtà comparativa che, pur essendo comprensibile emotivamente, è impropria, e nociva.
Dal cielo non piovono bombe. Le cantine, gli interrati non sono stati convertiti in bunker.
Quelle camionette, e quei megafoni, non sono quelli del tempo di guerra.
Noi non siamo in guerra.

Una guerra poggia su un’intenzione. Un progetto singolo o di gruppo. Il virus no. Il virus non ha un programma. E’ un fenomeno privo di finalità. Uccidendo migliaia di persone, non guadagna nulla, non annette stati, non conquista poteri. Non gode, né esulta.
Allora, cominciamo a smilitarizzarci il virus in bocca. A riportarlo a quello che è. Un fatto.

Dico questo, quando la quarantena italiana sta per terminare — quella newyorkese richiede ancora un po’ di tempo, fino al 15 maggio — perché sarebbe bene che ci mettessimo nell’ordine delle idee che, con questo fatto, noi ci si dovrà dividere il futuro.
Vogliamo condividere il futuro con un nemico o con un fatto?
Direi che è molto meglio la seconda che ho detto.

La lingua rende sopportabile il reale. Non solo. La lingua costruisce il reale. Pensate alle dittature del passato, a quelle del presente. Pensate al razzismo. Se io dico che il nero/lo straniero/l’altro sono un pericolo, una minaccia per il mio paese, io, attraverso le mie parole, fabbrico una nuova realtà. Se, insieme a me, lo fa un politico, due politici, venti politici, un partito, un capo di governo, un presidente (di Stati Uniti magari), allora quella nuova realtà si cementifica, e passa di grado. Diventa una verità.

Se io sento che siamo in guerra, che il virus è il mio temibile avversario, che io arranco in trincea, io sono pronta a mettermi in assetto bellico. A la guerre comme à la guerre. In guerra e in amore tutto è permesso. Lo dicono anche le espressioni idiomatiche, i detti più o meno popolari. E se io mi metto in questa modalità, sono pronta a fare tutto, e soprattutto, ad accettare tutto. Perché la guerra è una situazione di emergenza costante, e in una situazione di emergenza costante, tutto è permesso.
La guerra è la temporanea legalizzazione del caos.

Ricordate quando si giocava a nascondino e, a un certo punto, uno diceva “bandus” —dalle mie parti dicevamo bandus, chissà se anche in Puglia e in Valle d’Aosta. E quello voleva dire, stop, fermiamo il tempo. Per questo momento, le regole del gioco non valgono più.
Ecco, un’emergenza costante è un bandus collettivo. Con la differenza che non siamo noi, i giocatori. I players, sono quelli che stanno a Palazzo Chigi. Nello Studio Ovale. All’Eliseo o nella Cancelleria Federale. Sono loro che prendono le decisioni.
Noi siamo semplicemente degli esecutori, privati della nostra volontà singola dacché braccati da un male globale.
Oltre al sentirsi tagliati fuori, questo modo di articolare il virus ci indebolisce psicologicamente. Ci rende fragili, impotenti, ancor più di quanto già siamo.

Se cominciassimo a vedere e dire il virus come un fatto e un accadimento che succede così come nella storia dell’umanità fatti e accadimenti sono sempre successi, potremmo renderlo più neutrale — consapevolmente non dico “neutralizzarlo”.
Questo è un approccio per il lungo periodo, dato che, ormai è chiaro a tutti, il virus non sparirà con l’arrivo dell’estate, né con l’arrivo dell’autunno. Sarà una presenza regolare nella nostra società.
Regolarizziamolo, allora.

In questi giorni, sto cercando di spogliare dalla zavorra retorica tutto quello che ci passano i giornali, il web, e provo a fare un esercizio di prospettiva.
Se mi discosto da questo momento e guardo a ciò che è stato, trovo vantaggi, e certo, nuove sfide.
Il Covid-19, per quanto contagioso, insidioso e pervicace, non è la peste nera. Questo fatto, lo tengo sempre ben piantato davanti agli occhi, e mi aiuta. Infonde il sollievo di un pericolo scampato. Non lo sottovaluto né sminuisco mai.
Migliaia di persone sono morte, muoiono e moriranno. Questa è stata una tragedia, lo è e continuerà a esserlo. Ogni vita perduta è una di troppo. Così aveva detto il Commissario UE all’Immigrazione rammaricandosi per la morte dei migranti nel Mediterraneo, cinque o sei anni fa. Ho scordato il suo nome, ma non le sue parole. Valgono anche per le morti provocate dal virus.
Ma dobbiamo rassegnarci all’evidenza che non tutti saranno salvati. E’ terribile dirlo, ma non dirlo non cancella lo stato delle cose. Partendo da questo drammatico presupposto, dobbiamo iniziare ad accettare questo reale cambiato che ci aspetta. Pochi vogliono farlo o si stanno preparando in maniera seria.
Sento persone parlare di viaggi, di vacanze in terre lontane. Ho visto le code su certe tangenziali italiane che portavano al mare, nel weekend di Pasqua — fake o no, il dubbio che fossero vere, m’è rimasto. Viaggi e vacanze? Nemmeno una pandemia ci scolla dalle nostre abitudini da viziati del 21esimo secolo?

La zavorra retorica riguarda anche la Natura. Io non sono dell’opinione che la Natura si stia ribellando, che si stia vendicando dell’uomo indisciplinato e cialtrone.
La Natura è tale e quale al virus: non ha una volontà. E’ una meravigliosa macchina misteriosa. Se manomettiamo alcuni dei suoi ingranaggi, la Meravigliosa reagisce, ma non con un istinto omicida. La sua è una reazione meccanica che si adatta a dei contesti mutati: se io calo un gigantesco muro in mezzo al Mississippi, impedendo al suo corso di proseguire, il Mississippi risolverà esondando e spazzando via la Louisiana circostante. È il Mississippi che si vendica? No, sono io idiota che gli ho calato un muro in pancia.

E’ colpa della Natura se noi buchiamo l’ozono e ci riempiamo di melanomi?
E’ colpa della Natura se imbottiamo le mucche di solventi cancerogeni e quelle sviluppano encefalopatie spongiformi che le portano alla pazzia? (Quanto in fretta scordiamo il passato!).
Gli spillover sono colpa della Natura?
No.
Poi io sto di casa a Gotham City, quindi sono particolarmente solidale con il pipistrello cinese braccato dai bisturi di tutto il mondo.
Se noi continuiamo per la nostra strada — viaggi selvaggi, chianine alla brace, deforestazioni, economie spinte al massimo — noi saremo gli artefici della nostra stessa caduta.
La Natura, la guerra, non c’entrano un fico secco.
C’entriamo noi.

Allora, forse è il caso di aiutare noi stessi prendendo posizione nella prospettiva giusta. Di smetterla con il war-talk, la revenge-rhetoric, con i vittimismi, e di mettersi nell’ordine delle idee che accanto al sopravvivere c’è il cambiare. E che tutto questo aprirà a un nuovo sentire.

Il mio viaggio nel cinema italiano d’autore continua. Questa settimana mi ha portato da Mario Monicelli.
La grande guerra, I compagni, Casanova 70, Padri e figli, Speriamo che sia femmina, Il medico e lo stregone, La ragazza con la pistola, Amici miei (finalmente ho capito cos’è la Supercazzola!), Parenti serpenti. Una settimana di riso tiratissimo.

C’è da dire che uno dei film del mio cuore —lo ripeto sempre— è I soliti ignoti. Mi è capitato di vederlo spesso in passato, e l’ho sempre trovato non solo spietatamente comico — come proprio della Commedia all’Italiana— ma superbamente allegorico. A oggi, per me, nessuna scena finale eguaglia la scena finale de I soliti ignoti.
Banda di buffi ladri buoni-a-nulla che vogliono rapinare la cassaforte del monte di pietà, progettano la rapina nei minimi dettagli, il giorno del colpo fanno un buco in un muro credendolo quello giusto, il muro è quello sbagliato, si ritrovano in una cucina e, per consolarsi, si mangiano una pasta e ceci che trovano sul fuoco, e che sa molto di tarallucci e vino. Possono essere rappresentate, in termini più efficaci, la cialtroneria, la goffaggine, la buffaggine, la capacità di fare buon viso a cattivo gioco tipici degli italiani? Io penso di no.

Ma oggi vi parlo di un film che avevo sempre sentito nominare ma che non avevo mai visto — bestia che sono. La ragazza con la pistola (1968), con una suprema Monica Vitti, che in questo film mette per la prima volta il piede nel genere della commedia, e lo conquista — fino a quel momento era stata musa di Antonioni, quindi di un cinema introspettivo, letterario, direi aulico. Monicelli intravede il suo grande potenziale comico e le costruisce attorno un film in grado di metterlo in risalto. Riuscendoci alla grande.

Profonda Sicilia, anni ’60. Assunta Patanè è una giovane sedotta e abbandonata da Vincenzo Macaluso, mashculissimo ma codardissimo mashculo del paesello: per non assumersi le sue responsabilità, fugge in Scozia.
Assunta, tipica femmena tutta onore e rispetto, deve cancellare l’onta. L’unico modo previsto dalla “legge” del paesello, è uccidere l’infame. Si mette allora una pistola in borsa e parte alla volta del Regno Unito in cerca di vendetta.

Per le strade del Regno Unito, fra Bath, Brighton, Edimburgo e Londra, il film assume toni da road-movie. Assunta cerca il traditore in lungo e in largo, e nel frattempo incontra persone, incontra luoghi diversi —immaginate una sicula degli anni 60 che si ritrova in un pub scozzese, o per le strade della Swinging London…
Il caso “aiuta” Assunta. Ritrova Vincenzo all’ospedale di Bath, dove lui lavora come portantino, e dove lei si fa assumere come infermiera. Dopo averlo creduto morto, e ritrovandolo vivo, e nelle braccia di un’altra, tenta di ucciderlo, ma per farlo, ferisce l’altra.

Questo è il vero punto di svolta per Assunta: il medico suo capo, il Dr Osborne, le dà una lavata di capo di quelle colossali. Le fa capire che la violenza non è la strada, che quello è un approccio retrogrado di gestire l’emotività e l’amore, n retaggio della mentalità chiusa del paesello. Lui la introduce a un modo di vivere più moderno, libero dalle tradizioni e dalla bigotteriacon cui è cresciuta.

Assunta sboccia in una ragazza nuova, autonoma, indipendente. Si trasferisce a vivere Londra e comincia a lavorare nel mondo della pubblicità.
E ora è Vincenzo che va a cercare lei! Vuole riconquistarla — è stufo delle bottane inglesi… E qui, Fellows, assistiamo al momento di gloria dei momenti di gloria. La vendetta, piatto da servirsi freddo, senza violenza ma con intelligenza. Questa volta è Assunta che seduce Vincenzo e che lo abbandona, proprio come lui aveva fatto in Sicilia.
Le ultime risentite parole pronunciate da un Vincenzo sedotto e abbandonato, “Bottana eri, e bottana sei rimasta”, riverberano l’assoluta immobilità del suo personaggio che, nonostante il suo trasferimento oltremanica, non si è mosso di un solo centimetro dal paesello. Mentre Assunta, che in quel momento si trova su un traghetto che la condurrà fra le braccia dell’amato Dottor Osborne, ha fatto un percorso interiore — coinciso con quello geografico — che l’ha portata alla libertà, e, alla fine, all’amore.

La ragazza con la pistola non è solo un’educazione sentimentale sull’asse Mezzogiorno-Regno Unito. E’ anche un radiografia che espone le abissali differenze fra due paesi colti nello stesso momento storico. Il ’68 a Londra è minigonne, capelloni, Beatles, amore libero, un contesto cosmopolita ricco di stimoli, dove le donne possono lavorare, vivere da sole, innamorarsi oppure non innamorarsi.
Monicelli è molto bravo a contrapporre questi due mondi, ambientando le scene siciliane in un Sud che sembra sospeso nella sua antichità — le case bianchissime, le piazze deserte o piene di donne vestite di nero — e le scene d’oltremanica in una Gran Bretagna variegata, percorsa da un multiculturalismo autentico che non aveva bisogno di essere sbandierato come invece sarebbe successo nei decenni successivi.

La ragazza con la pistola è un film realista senza essere realista — tante sono le efficacissime scene oniriche e grottesche — e femminista senza essere femminista. Ci mostra la liberazione di una donna plasmata da un contesto conservatore e oppressivo, e scopre, per contrasto, lo status meschino occupato dall’uomo. Come se Monicelli dicesse, guardate uomini, quant’è ridicolo questo ometto. Guardate tutti, quant’era ridicola Assunta prima della sua evoluzione.

Non dimentichiamoci cosa succedeva nel 1968 in Italia, l’anno d’uscita del film. Il delitto d’onore era ancora in piedi. Il divorzio ben lontano. La donna, soprattutto nelle periferie —non solo nel sud— aveva il destino già scritto: casa, marito, figli, taci.
Uscire con un film del genere, era un gesto politico non da poco.
Quanto ci manchi, Mario!

Siccome magari pensate, beata te che hai Kanopy e trovi questi gioielli, sono lieta di informarvi che tutti i titoli elencati sopra sono disponibili in Youtube. Quindi, avanti! 🙂
 
Eccomi in fondo, Fellows.
Come ogni settimana, vi mando le 7 pm di New York, ormai appuntamento che va avanti da 22 giorni, aumentando d’intensità ogni sera che passa. Oggi s’è alzato persino il barrito di una di quelle trombe da stadio che fanno molto San Siro e Gialappa’s Band.

Ma l’amore per gli essentials workers spunta a tutte le ore, ovunque. Nel mio palazzo, su un tavolo della hall, qualche giorno fa è comparso questo biglietto per il nostro postino Chris e per tutti i postini che ci portano la posta — a tutte le ore del giorno e della notte, un mistero che ancora devo risolvere.
Alle finestre, sulle scale antincendio compaiono cartelli e striscioni.
La compattezza newyorkese si sente anche in queste piccole grandissime manifestazioni di gratitudine.

Vi ringrazio sempre dell’amore, che arriva tutto, e stasera, i saluti, sono pacificamente cinematografici.

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