Let’s Movie 405 from NYC – commenta “WOMAN AT WAR”/”LA DONNA ELETTRICA” di Benedikt Erlingsson

Let’s Movie 405 from NYC – commenta “WOMAN AT WAR”/”LA DONNA ELETTRICA” di Benedikt Erlingsson

Fatemi fare Fellows,

qualche considerazione su ciò che sto osservando, qui e là fuori.
L’altro giorno ero in aula-professori all’FIT.
Lì ci trovate una ventina di postazioni computer, e poi un angolo solotto con divano, libreria e un tavolo rotondo al quale i professori leggono il giornale — su tablet, ovviamente — oppure si mangiano il pranzo dalla schiscetta formato XL. Molti si portano frutta e verdura da casa, non tutti sono carb-addicted, sfatiamo una leggenda metropolitana. Altri però, si scofano takeaway indiano e pollo fritto. Quindi le sorti lipidiche si riequilibrano.
Quando l’aria è impestata di chicken, sia esso tikka masala o Kentucky fried, io mi faccio Beatrice e riparo nell’empireo inodore del mio dipartimento, all’ottavo piano.
È bello sapere di avere sempre una via di fuga.

L’aula-professori non è una biblioteca, anche se spesso c’è un silenzio bibliotecario. A volte persino biblico. Spesso, però c’è cicaleccio da stanza ricreativa.
Io sono dibattutta. Tante volte, questo brusio di sottofondo, mi disturba. Sono una supporter storica del silenzio quando lavoro, e non fosse per l’evidente contraddizione in termini, lo tiferei con entusiasmo da cheerleader — datemi una S, datemi una I, datemi una L…
Ma sono anche una curiosa patologica. Quando sento una conversazione in sottofondo, mi ci aggrappo a quattro mani, lei zattera di passaggio, io naufraga in attesa.

L’inglese poi mi spalleggia. In inglese c’è il verbo “to overhear”, che significa sentire involontariamente, non necessariamente origliare — ovvero “to eavesdrop” — che poi è quello che succede se sei in un posto pubblico e delle bocche cominciano a proferire dei suoni comprensibili dall’orecchio umano. È la stessa differenza tra “vedere” e “guardare”: l’intenzione fa la differenza.
In italiano “origliare” spalanca sempre quello scenario di soggetto nascosto dietro una tenda —Polonio padre di tutti i nascosti dietro le tende del mondo, da “Amleto” in avanti — oppure da bicchiere appoggiato alla porta.
“Sovrassentire” sarebbe un neologismo molto utile alla lingua italiana. Altroché petaloso.

Allora diciamo che qualche giorno fa, sovrassento una conversazione tra Margaret e un’altra professoressa.
Margaret insegna Textile Development and Marketing BS, dove BS è sempre fonte di ilarità per me, giacché, in gergo accademico, sta per Business Strategies, e in slang, sta per Bullshits.
Se siete in un luogo pubblico e non volete scivolare nel anti-bonton, usate l’acronimo BS, e avrete intatta la fedina orale. 🙂

Margaret è americana, ma sembra in tutto e per tutto britannica. Capello canuto e non curato, occhiale dalla montatura nera e spessa. Secchezza delle carni e della pelle, probabilmente dovuta a troppe ore davanti al computer.
Margaret, infatti, oltre a insegnare BS (!), è anche un asso con il computer, e dà una mano al Centro — il vero nome dell’aula-professori, già ve lo dissi, è Center for Excellence in Teaching, ma io mi rifiuto di grindiloquire così per una stanza, foss’anche il quartier generale della NASA. Margaret dà una mano tecnologica soprattutto a chi è alle prime armi con Blackboard, la piattaforma che permette ai professori di amministrarsi i propri corsi, interagendo con gli studenti, archiviando la marea di voti che si somministrano durante il semestre, e di uscirsene, come per magia, con la media, a fine corso, lasciando a voi il compito di ritoccare qua e là, ma senza dovervi spaccare la testa con punteggi e frazioni.
 
Lo scorso anno Margaret ha iniziato un intimidito Board alle gioie di Blackboard. Tantoché, dopo la diffidenza iniziale, l’intimidito Board ci ha preso gusto, e ora ama il programma di un amore fraterno.
Grazie al mini-training che mi impartì con santa pazienza, Margaret è diventata per me una sorta di mitica figura nerdoide, del tutto simile a quelle semi-divinità che possedevano membra umane ma che erano dotate di facoltà soprannaturali. Ancora oggi, quando ho qualche dubbio, la avvicino, glielo sussurro nell’orecchio, e lei mi sussurra la risposta senza nemmeno il tempo di pensarci su. Come se avesse saputo la domanda in anticipo e non aspettasse altro che il momento opportuno di consegnarmi la risposta.
C’è senz’altro del soprannaturale in lei.

Allora qualche giorno fa, ecco Margaret insieme a un’altra prof. che non conosco, e che non vedo in viso. Io sono con la faccia puntata sul mio schermo e do le spalle al resto della stanza, e a loro due.
Margaret le racconta un episodio di cui è stata testimone in metropolitana.
Margaret sente questa ragazza afroamericana dire a un’amica: “These white people are always so rude” riferendosi a un bianco che era sceso dalla metro e l’aveva urtata, senza scusarsi.

Da brava newyorkese affetta dal morbo del politicamente corretto, Margaret non si è azzardata a commentare. Ma ha riportato l’esempio come esempio di razzismo al contrario.

La stigmatizzazione di una razza è fallata a priori, sia che la razza in questione sia quella nera o quella bianca. Ciò che distingue, tuttavia, i due casi, è la Storia. I neri portano sulle spalle secoli di stigmatizzazioni, secoli di generalizzazioni, secoli di discriminazioni.
I bianchi, ci piaccia o meno ammetterlo, no. Questo fa una sostanziale differenza.
Prescindere dalla Storia è l’errore più macroscopico che la contemporaneità sta perpretando ai danni di se stessa. Se la società si è scavata la fossa con le sue stesse mani e ci sta finendo dentro, è perché ha voltato le spalle a ciò che è stato.
 
Ecco quindi che l’episodio riportato da Margaret non è facilmente risolvibile, istantaneamente liquidabile, come esempio di razzismo al contrario, come penseresti sulle prime.
Siamo portati a reagire d’impulso alle situazioni, senza pensare a ciò che incombe lì accanto. Per questo motivo, vivere in questo momento storico, in questo paese, è un’esperienza tremendamente complessa: devi ricordare a te stesso, in ogni singolo istante della giornata, in ogni singolo posto in cui ti trovi, che non stai vivendo solo in questo adesso millennial, ma anche nel ‘600 colonialista, nel ‘700 schiavista, nell’‘800 classista e nel ‘900 xenofobo. Questo è particolarmente vero in un paese racially-sensitive come gli Stati Uniti, ma non esime gli altri paesi.

Infame paradosso, la coscienza storica, che indubbiamente ci azzavorra, è l’unica che può liberarci dal commettere gli stessi errori commessi. Ma al momento, non la vedo. Non vedo coscienza storica in nessun dove.
Margaret che riporta l’episodio in metropolitana come esempio di razzismo al contrario, ne è la prova.

Per mettere piede nella Storia, non ci vuole molto.
Giovedì mattina ho fatto il mio solito tratto di corsa. Sono arrivata all’altezza della 154esima, sulla Amsterdam, e mi apprestavo a prendere la 155esima, come da tragitto.
Quell’isolato, fra la 155esima e la 154esima, tra Amsterdam Avenue e St Nicholas Avenue, è un trapezio molto grande, impiegate un bel po’ a (per)correrlo. Arrivando da sud, ho notato una fila di persone — tutte afroamericane — in colonna, in attesa. La colonna abbracciava praticamente tutto l’isolato: lungo la 153esima, lungo la Amsterdam e giù giù per tutta la 155esima.
Queste persone attendevano il proprio turno per ricevere del cibo che veniva distribuito gratuitamente da un’associazione di volontariato. Non cibo caldo. In fondo alla 155esima, tre lunghi tavoli carichi di sacchi di patate, casse di mele e scatoloni di carote.
Queste 500 persone e più, armate di carretti e borse, aspettavano patate, mele e carote.
Nel 2019. A Manhattan.

Tutto ciò capita a Harlem, a un passo dal Bronx, nel punto in cui la comunità afroamericana incontra quella latina. L’unica bianca in vista, io, ovviamente.
Non capita dalla 59esima in giù.
Questo non è per fare del pietismo e strappar lacrime — Gavroche lo lasciamo a Hugo, s’ils vous plait. Anche in Italia abbiamo associazioni di volontariato che distribuiscono beni di prima necessità agli immigrati. Niente di nuovo sotto il sole. Solo che queste 500 e più persone sono americane. Abitano qui da sempre. Ma in qualche modo, anche nel modo in cui la benificienza viene accordata, sono ancora viste come (s)oggetti alieni, e come tali vengono trattati. 
Ecco perché qui ci vuole un attimo a mettere un piede nella Storia.
Basta fare una corsa sulla 155esima, il giovedì mattina.

Quando poi ho fatto il percorso inverso, dirigendomi verso casa, la fila non c’era più, e nemmeno i tavoli. C’era, al loro posto, un capannello di persone che stava letteralmente prendendo d’assalto gli ultimi sacchi di patate lasciati alla loro mercé, caricandoseli a spalle, oppure riempiendo quante più borse di mele e carote possibile dalle casse e dagli scatoloni rimasti.
Mi sono fermata un istante, per assistere alla scena, fingendo di armeggiare con il cellulare.
La foga nelle mani di queste persone, l’ansia di volersi accaparrare quante più derrate potessero, mi ha parlato di un dopoguerra, di un paese in carestia. Inserire questa vista all’interno della cartolina “Manhattan 2019” è un’operazione che mi è costata fatica. Quel senso di spossatezza che arriva nel ritrovarsi con un nulla di fatto dopo aver tribolato a lungo.

Dico che abitiamo questo nostro tempo senza coscienza storica. Ma a volte succede la perversione dell’opposto. La storia diventa una materia da plasmare a seconda delle proprie convizioni. Non so quale dei due fenomeni sia più pericoloso. Nel primo caso, siamo affetti da apatia. Nel secondo, ci ritroviamo con episodi come la strage di venerdì a Christchurch, in Nuova Zelanda, dove un “uomo qualunque”, inneggia a personaggi storici europei fra cui Carlo Martello, il Doge Sebastiano Venier, Marcantonio I Colonna o Marcantonio Bragadin, prendendoli e piegandoli alla propria “causa”, leggittimandola: così come loro hanno cercato di proteggere il proprio paese dal nemico berbero/turco/arabo/ottomano, così noi dobbiamo cercare di proteggere il nostro paese e la nostra società dal nemico musulmano.

Mi sono presa la briga di leggere il manifesto che quell’uomo qualunque ha scritto, una specie di farneticante, egocentrata, ma diabolicamente lucida, intervista che rivolge a se stesso. Tra tutte le risposte che elenca — e che so essere condivise da milioni di bianchi al mondo — alla domanda “From where did you receive/research/develop your beliefs?”, lui risponde così: “The internet, of course. You will not find the truth anywhere else.”

Riporto questo non per demonizzare internet. Il mezzo in sé non c’entra. Ma la tendenza diffusa a mitizzarlo sì, c’entra. Il web è luogo pieno di conoscenza e saperi, ma anche di tanta, tantissima spazzatura, strafalcioni, pressapochismo e grossolanità intellettuale; considerarlo come fonte suprema di verità, porta ad altrettante ipersemplificazioni della realtà, e visioni binarie della società — tipo “gli immigranti invasori da cui gli invasi bianchi devono difendersi così come hanno fatto illustri eroi del passato”…
È folle, ma stiamo assistendo a un fenomeno di inversa proporzionalità tra mezzo e contenuto: più la società si complica, più il mezzo si semplifica — vedi l’accessibilità alle informazioni e la facilità con cui vengono diffuse.
Chissà che ne direbbe McLuhan.

Vi chiedo. La stessa pubblicazione di quel manifesto, che è tutt’ora disponibile online, è necessaria?
Qual è l’effetto sulle menti tenere dei ragazzi, o quelle psicopatiche dei suprematisti?
So bene di star camminando su un terreno minato qui: quello della libertà di parola, che qui in America è protetta dal Primo Emendamento della Costituzione. Vuol dire che se uno, un bel mattino di sole svasticato, si alza e dopo il suo stretching mattutino da gioventù ariana, decide di decantare i benefici del neo-nazismo in pieno Central Park, può farlo. E non è perseguibile, perché è protetto da quell’emendamento. E nessuno lo toccherà mai, quell’emendamento — non c’è Corte Suprema che tenga — perché è il Primo, è il pilastro della Costituzione e del credo americano. Sarebbe come rivestire di candolotti la Statua della Libertà e farla brillare in mezzo alla Hudson Bay.
Eppure lo capiamo tutti che dare libero sfogo e circolazione a idea malate fa solo danno. Ingenera idee simili, ispira simili menti.

Io non mi stancherò mai di dire che il semplicismo incoraggiato dai social media, in cui tutti ci ergiamo a so-tutto di tutto e in cui troviamo in internet la fonte unica del nostro sapere, ha contribuito ad alimentare questo tipo di approccio. Quello, e la diffusione di messaggi che violano il linguaggio, che usano termini e giudizi impropri, e che esprimono idee grondanti suprematismo bianco, e razze di serie A contro razze di serie B.
Cito chi immaginate,

“Why are we having all these people from shithole countries come here? We should have more people from great European countries, like Norway”.
“When Mexico sends its people, They’re sending people that have lots of problems, and they’re bringing those problems with them. They’re bringing drugs. They’re bringing crime. They’re rapists. And some, I assume, are good people.”

In un’era di memoria cache come la nostra, le parole restano più che mai. Circolano in rete, ricircolano nella mente delle persone. E quando sono gettate al vento mediatico dal Presidente degli Stati Uniti attraverso tweet giornalieri, possono agilmente arrivare in Nuova Zelanda, piantarsi in un territorio già portato al fanatismo, e lì sbocciare in eventi tragici, come quello di venerdì.
Per questo, a mio avviso, il più grande danno che Trump sta facendo al suo paese e al mondo — tra tutti i danni che sta facendo — è quello della violazione della parola.

Una cannunccia di plastica impiega 500 anni a degradarsi completamente in mare.
Quanti anni impiegherà una lingua a rimettersi dalle violazioni subite, dagli abomini con cui il verbo è stato impresso?

Su queasta domanda dalla risposta dolorosa, vi dico che questa settimana sono stata all’IFC Center a vedere “Woman at War”, tradotto impropriamente in italiano con “La donna elettrica”, del regista islandese Benedikt Erlingsson.
Presentato nella sezione Semaine de la critique al Festival di Cannes 2018, premiato dal Parlamento Europeo con il Lux Prize e selezionato per rappresentare l’Islanda agli Oscar 2020, “Woman at War” è un divertissement ambientalista di rara goduria.

Il film si apre con una donna che manomette i fili della corrente elettrica per impedire così agli impianti di una multinazionale che si occupa dell’estrazione di risorse minerarie nella zona, di proseguire a sfruttare la sua terra d’Islanda.
Halla è un’eroina, una ribelle, un’attivista, i cui eroi sono Ghandi e Mandela — niente sangue. Una donchisciotte, o meglio, una eco-Robin Hood, che si batte contro il capitalismo cattivo armata di arco e frecce. Ma per tutti, Halla è una tranquilla cinquantenne single che dirige un coro in una piccola cittadina in mezzo alle lande islandesi.

Visto che il braccio di ferro con la multinazionale non accenna a fermarsi, Halla decide di mettere a segno un colpo definitivo: far saltare un’intera torre dell’elettricità, con tanto di plastico e necessaire per esplosioni.
Ma il destino, che non bada molto al tempismo — o forse che ci bada benissimo — le avvera un sogno che aveva sognato quattro anni prima.
Quattro anni prima, Halla aveva depositato tutti documenti per l’adozione di un bambino. Ma niente di fatto. Halla si era lasciata la storia alle spalle, ma proprio nel momento in cui sta per superare la linea, ovvero commettere un crimine dai rischi molto alti, ecco che le arriva la notizia: Halla, abbiamo Nika, una bambina ucraina, pronta per te. Devi solo andare in Ucraina a prenderla.

Cosa fare? Halla non rinuncia alla causa, ma vedremo, non rinuncerà nemmeno alla maternità. L’aiuterà la sorella gemella, sua fotocopia dal punto di vista fisico, tanto quanto il suo opposto nello stile e filosofia di vita: prega, medita e crede nella “goccia che scava la pietra” — approccio da pazienza monaci Sadhu — mentre Halla, l’abbiamo visto, è una donna del fare, lotta, si sporca le mani, scende in campo — letteralmente — e provoca danni, pur di cambiare il mondo.

Il bello è che, in qualche modo, Halla si trae d’impiccio ogni volta, vuoi perché baciata dalla fortuna, vuoi perché aiutata inconsapevolmente da un povero ciclista spagnolo che funge — molto comicamente — da parafulmine narrativo, attirando su di sé tutte le sventure che dovrebbero capitare a lei.
Ma alla fine, quando tutto sembra perduto, e lei ormai dietro le sbarre, ecco un twist, uno scambio di persone tutto shakespeariano, che permette ad Halla di andare da Nika in Ucraina.

Applausi al regista per aver messo insieme una storia ambientalista di pasta femminista, senza per questo cadere nei facili moralismi, oppure nella raffigurazione dell’eroina alla Gal Gadot e alla sua Wonderwoman di leonardesca perfezione. Halla è una donna di mezza età, comune mortale, con la cellulite e i capelli crespi. Eppure con dei principi a cui non vuole rinunciare, anche se mettono a repentaglio la sua libertà.

“Woman at War” si serve anche di momenti di alienante spasso: la colonna sonora è intradiegetica, ovvero, suonata dal vivo durante lo scorrere degli eventi — e il farsi del film — da un trio di musicisti folk e da un terzetto di cantanti ucraine, che spuntano improvvisamente nel bel mezzo delle scene, e rappresentano, forse un po’, la coscienza, in chiave musicale, di Halla.
L’effetto è straniante, grottesco, surreale, divertentissimo. Abolire l’extradiegetico e mescolare così le carte in tavola si rivela una mossa vincente del regista, che, con un’idea piccola e geniale, si porta a casa lo stupore e l’ilarità del pubblico.

Lontanissimo dall’essere un film a tema, o moraleggiante, “Woman at War” ti fa riflettere sull’interventismo — fino a che piunto spingersi? — e sulla responsabilità che abbiano nei confronti delle generazioni future, incarnate, nella storia, dalla piccola Nika.

La sequenza finale ci porta in una strada ucraina allagata da una pioggia monsonica — riferimento non troppo velato agli effetti del global warming — e Halla, che trova il modo di “salvare” Nika. Perché Halla è una donna ed è una mamma, e le mamme, come ci aveva ricordato la sorella gemella, citando la loro stessa madre, fanno questo: “trovano le soluzioni”.
La scena è molto suggestiva: la strada smottata e le persone che guadano nell’acqua, con le valige issate sopra la testa. Omuncoli-formiche che causano il proprio male e si auto-condannano a viverne le conseguenze…
So che il film era dal Mastro all’Astra, quindi, se c’è ancora, andate assolutamente a vederlo!

E anche stasera s’è fatta una certa. Vi lascio ai vostri pensieri… Io capitolo ai miei.
Frunyc IV sempre aggiornato, ringraziamenti vivissimi, e saluti, permessivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 404 da NYC commenta “STYX” di Wolfgang Fischer

LET’S MOVIE 404 da NYC commenta “STYX” di Wolfgang Fischer

MoMA Moviers,

Non quello solito, l’isolato nell’isolato tra la 53esima e la 54esima, la Sesta e la Quinta Avenue. Quello nuovo. “The new MoMA. The reimagined museum”, come si grandeggia qui.

Da un bel po’ di tempo il MoMA sta lavorando a questo lifting. Nel corso degli ultimi mesi, alcune sale sono state chiuse, e una parte dell’isolato in cui si isola, è fasciata da impalcature dietro cui si celano chissà quali chirurgici misteri. Questo restyling avrà una ripercussione non da poco sulle attività del museo — e sulle mie abitudini — giacché, è notizia di qualche settimana fa, il museo chiuderà per la bellezza di 4 mesi abbondanti, dal 15 giugno al 20 ottobre, dell’anno in corso d’opera.

La notizia è stata accolta con sommo sgomento dai sui Membri, sgomento capitanato da quello della qui presente, che del MoMA, come sapete, ha fatto la sua seconda casa.
Questo, per vari motivi.

Innanzitutto, il museo è un po’ come la metropolitana. Non chiude mai. O meglio, chiude a Natale, il primo dell’anno e il giorno del Ringraziamento. Ma per gli altri 362 giorni, spalanca sempre le porte al mondo. È una bella sensazione. Una bellissima sensazione. Infonde calore, sollievo, come un esemplare unico d’estate dopo una mandria d’inverni tutti uguali.
Poi l’offerta. I talks. E i film, come dico sempre. Racchiusi dentro rassegne spalmate su tutto l’arco della giornata. Così se siete un’infermiera che fa il turno di notte, si ritrova temporalmente sfasata, e proprio non riesce a dormire al mattino o nel primo pomeriggio, potete infilarvi in una matinée. Oppure se siete dei comuni mortali da nine-to-to-five, potete portare tutta la vostra comune mortalità allo spettacolo delle 6 pm, che vi regala anche l’ora di mezzo per il commuting.
Per le amanti della notte, c’è lo spettacolo delle 7:30 pm, che okay, non è proprio notte, ma il museo dovrà pur chiudere, a qualche ora, per ripresentarsi l’indomani, in piena forma, gisuto? Quindi, l’amante notturna qui presente sta zitta e non si lamenta.

Certo ho capito che non tutto quello che passa per il convento del MoMA, è arte. Questa è stata una verità dura da accettare. Il MoMA, per noi europei — o perlomeno, per me — ha sempre rappresentato lo scalino più alto dell’olimpo museologico. La terra promessa ambìta da ogni artista e la meta di ogni turista pazzo di New York — il 99,99% dei turisti sono pazzi di New York, o dell’idea che hanno di New York.
Quindi, vederti passare filmetti di quart’ordine, filmetti che nella traversata verso la cinematografia di qualità occuperebbero si e no un posto in cambusa, vederteli passare su uno dei due teatri del museo, solo perché legittimati/blasonati dall’etichetta “produzione indipendente”, oppure “regista burmese” oppure “progetto LGBTA” — dove la A finale di recente acquisizione sta per Asexual, e fra un po’ si aggiungerà anche la L di Liquid, visto che l’ultima frontiera toccata dai maniaci delle etichettature identitarie è “Liquid” di “Gender-liquid”, e noi finiremo tutti stampigliati come quarti di manzo — vedersi questa robaglia, ti fa cadere le braccia molto più che se la vedessi in un cinemino d’essai o in un multisala da blockbuster.

Sì perché il MoMA fa le marchette. Sì, anche lui. Verso novembre, fino ai primi di gennaio, si svolge una rassegna chiamata “The Contenders”, che ripropone i film che hanno riscosso successo di critica e di botteghino. Tra i titoli proposti nell’ultima edizione, “Mission Impossible”. E non intendo il primo, che potrebbe essere considerato archeologia degli action movie. L’ultimo, “Mission Impossible – Fallout”. Io non sono per le porte chiuse agli action movies, per carità. Ma comunque tu sei il MoMA, e uno straccio di selezione, diamine, la devi fare.

Tra le varie iniziative, ci sono le “Members Previews”, le visite alle mostre in anteprima, e le “Member Early Hours”, per i membri usignoli a cui piace avere un’ora di museo tutto per sé, dalle 9:30 alle 10:30 am, oppure le “Member Night Hours”, per i membri allodole — e le amanti della notte — a cui piace avere due ore di museo tutte per sé, dalle 6:30 alle 8:30 pm.
Io che sono un’allodala, preferisco sgattaiolare nella fascia serale. Ed è un privilegio assoluto, avere un museo tutto per sé. Or well, quasi tutto per sé. I Membri del MoMA non sono esattamente quattro gatti, né quarantaquattro, né quattrocentoquarantaquattro, ma ben di più. Ma il museo è grande, e ti capita di trovarti spesso da solo in una sala con Pollock. Oppure Hopper. E in quei momenti io credo di essere la persona più ricca della terra, più sana della terra, più benedetta della terra. Credo che i collezionisti perseguano quella sensazione, quando vogliono a tutti i costi una tela, e sono disposti a sborsare milioni.
Non so, tuttavia, se sia lo stesso. Personalmente, considero l’arte un bene dell’umanità, non del singolo. Forse io mi sentirei male ad avere un Giacometti tutto per me, a respirare tra le crepe di un cretto di Burri. Dico forse perché non ne ho l’assoluta certezza. Così come so che probabilmente svilupperei un’addiction per il gambling se mi avvicinassi con troppo cash a un tavolo da black jack, allo stesso modo potrei cadere nel vortice del collezionsimo selvaggio.
A volte è un bene che certe strade ci siano precluse.
Opportunity makes a thief, si dice anche in inglese.

Ovviamente ci sono vari livelli di Membership. Fino a qualche giorno fa, io, da basica quale sono, ero il basic member.
Il profilo del basic member? Dunque, il membro basico, oltre a non essere affatto acido (!), vuole sostanzialmente avere accesso illimitato al Museo, fare l’usignolo o l’allodola nelle mattinate e nelle serate in cui il MoMA lo consente, vedersi i film gratis, e partecipare ai talks.
Non è interessato a party, eventi speciali, cene al museo, tour personalizzati con i Chief-Curator e tante altre iniziative risesrvate ai membri di livello avanzato e avantissimo che cacciano molti dollari, moltissimi dollari all’anno.
Fruitori bulimici, noi membri basici siamo per il tanto e subito. Quelle finezze da palati dell’Upper East Side non fanno per noi.
Sono assai fiera di appartenere alla plebe delle membership. Tira fuori il bolscevismo che è sepolto in ognuno di noi — c’è un po’ di Lenin in ognuno di noi, dopotutto.
Questo è stato così fino alla settimana scorsa, quando la mia membership da operaia è scaduta.
E con l’astuzia, ho tentato l’upgrade — c’è anche un po’ di Adam Smith in ognuno di noi, dopotutto.
Ho scoperto che c’è una splendida membership riservata agli artisti che costa 35 miseri dollari all’anno — contro gli 85 dei basici — e che il MoMA la rilascia a chi opera nel mondo dell’arte.
Ora, io non sono un’artista visiva, questo si sa. Ma poeto. E la poesia non è forse una forma d’arte?
Armata di questo silloggismo, micidiale nella sua semplicità, tiro i miei dadi e vedo se la fortuna mi assiste.
Tutto sta a chi incontri al desk delle membership. Se incontri l’americano che applica il regolamento alla lettera, oppure se incontri l’americano che è disposto a bersi il tuo sillogismo, micidiale, e dolcissimo, nella sua semplicità.
Trovo la seconda categoria. 🙂

Quindi da una settimana sono un “Member Artist”. Questo nuovo livello non solo ti permette di risparmiare 50 dollari, ma anche di beneficiare di altri privilegi riservati ai Membri di livello superiore. Quindi ora mi arrivano inviti per eventi dai quali prima, come bolscevica basica, ero bandita.
Fra questi, giovedì, una conversazione: “New MoMA: Member Conversation. Ann Temkin, The Marie-Josée and Henry Kravis Chief Curator of Painting and Sculpture, in conversation with Peter Reed, Senior Deputy Director for Curatorial Affairs”.
Come vedete, ci tengono molto, alle cariche.
“The conversation will be followed by a reception in The Agnes Gund Garden Lobby”.

A me, del ricevimento, interessava quanto a Donald Trump interessa il nome corretto di Tim Cook (!). Ma l’idea che l’atrio principale del Museo, quello che dà sul giardino interno, quello che sorge sotto la scalinata nera stile Bauhaus che porta ai piani superiori, l’idea che quell’atrio lì fosse allestito a banchetto, con i Membri higher-level scivolassero tra flute di champagne e bicchieri in cui far volteggiare il porto, disquisendo dello scarto fra Transavanguardia e Postavanguardia, tutto questo mi faceva pregustare un momento tra realtà e cliché che non avrei voluto perdere.

Allora giovedì sera, vado al talk e prendo posto nel teatro 1 del MoMa. Intorno a me non ci sono quattrocentoquarantaquattro membri, ce ne sono molti meno. Un centinaio.
La selezione, ammica Darwin verso Adam Smith.

Il Chief Curator, Peter Reed, è una pasta d’uomo. Molto amabile, voce ovattata, tranquillità rodata da anni di problemi risolti, di scazzi dissolti nell’acido dolce della diplomazia. Ci spiega di come il New MoMA diventerà una “multi-medium institution” che mescolerà espressioni artistiche diverse. Questo perché gli artisti sono, di per se stessi, delle “multi-media creatures”.
Io annuisco e annoto, ben detto Peter.
Molto spazio sarà dedicato al cinema — e io salivo — e a modalità sorprendenti di come affiancare cinema e arte visiva. Poi iniziative legate alla danza.
Dopo aver estenuato il concetto della multi-medialità passandolo per il tritacarne della sinonimia — mescolare, combinare, fondere, associare, unire, coesistere, convivere, e naturalmente “cross-pollinate”, l’amatissimo verbo della contaminazione spogliata da ogni accezione negativa — Peter lascia la parola a Ann Temkin.

Ann è una di quelle donne che hanno perso la donna dietro il ruolo che sono diventate. Capo curatrice della sezione pittura e scultura del primo museo del mondo non dev’essere una passeggiata, quindi capisco la perdita. Tuttavia, perdere una donna per un ruolo, è un lutto nero e proprio.
Giacca lunga sopra gonna lunga, taglio Gestapo, ma sartoriale. Un Donna Karan, a occhio. Capelli cortissimi e arancione Cheetos. Occhiali in pendant, che non toglierà mai, preferendo tenerli sulla punta del naso e guardando noi del pubblico da sotto in su, come il professore di latino dell’inconografia classica, che non aspettava altro che ucciderti chiedendoti la proposizione completiva.
Il viso di Ann è una landa post-nucleare dove un’esplosione atomica si è portata via ogni forma di sorriso. Quello che riesce a mettere insieme, con grande e visibile sforzo, è una smorfia che le contrae il viso, congelandoglielo in un’espressione da strega. Le streghe quelle vere, vive e vegete, non le donne bruciate al loro posto nel Medioevo.
Ann spreme lo spremibile dal concetto dello spazio multi-medium. Ma ci parla anche delle giustapposizioni che verranno proposte. Tipo affiancare Remedios Varo a Giacometti — e io salivo, salivo. Oppure ci promette che artisti ignorati — soprattutto donne — si prenderanno la luce che meritano, come Tarsila do Amoral — davanti a “Moon”, proiettato sullo schermo, salivo, salivo e salivo.
Si premura anche di sottolineare, che dopo aver visto il New MoMA, tutto il resto ci parrà vecchio.
Al ché io freno, piano, Ann, piano, don’t count your chickens before they hatch — che da noi si dice il gatto nel sacco, e qui usano le galline e la cova.
Capisco accendere le aspettative, ma finire bruciati è un attimo.

Finalmente aprono il Q&A.
Io ho una domanda che mi preme da dentro come un dente del giudizio — quando il biografico invade il meaforico…
Due membri più rapidissimi di me, alzano la mano.
Spero che mi lascino il tempo di parlare.
“We have time for one last question”, rintocca Peter, e il valletto con il microfono, viene dalla mia parte.
Grazie, Peter. Grazie, valletto.

La mia domanda mi sembra talmente banale, talmente elementare che spero di non suscitare l’ilarità generale. Se poi la susciterò, pazienza, avrò compensato tutta l’ilarità morta sulla landa post-nucleare del viso di Ann.
Mi alzo, mi schiarisco la voce, ed esordisco dicendo che sono italiana, quindi sentiranno un po’ di accento. Lo dico sempre. In qualche modo mi aiuta a superare l’incoscienza che mi spinge a buttarmi, porre una domanda davanti a una platea di Membri d’elite del Museo numero uno al mondo.
Se non è incoscienza questa…

“Avete parlato di spazio in cui convivranno tanti medium artistici diversi, e ne sono entusiasta. Tuttavia, ho notato che nessun riferimento è stato fatto alla parola. La parola scritta, intendo. La parola è senz’altro un medium artistico, e non solo perché tanti artisti l’hanno utilizzata nelle loro creazioni — penso ai Futuristi — ma anche perché abbiamo la poesia. Ecco, mi chiedevo, ci sarà uno spazio dedicato anche alla parola, alla poesia? Se non ci sarà, magari potreste metterlo in lista per il nuovo MoMA del 2040”.
Va sembre bene concludere con dell’ironia 🙂
E naturalmante la domanda è una domanda interessata.

“That’s an excellent question”, dice Peter, guardandomi dolcissimo. Una dolcezza dietro cui leggo del panico, perché ho toccato un punto su cui non possono dire nulla. Peter guarda Ann, che gli siede accanto come un blocco di ghiaccio. “Non so, Ann, quanto possiamo rivelare su questo punto…” Ann rimane impassibile. Non mi guarda nemmeno, e per fortuna: se l’avesse fatto, io, a quest’ora, starei in un posacenere.
Peter continua “Non possiamo dire molto, ma posso assicurarti che rimarrai soddisfatta da quello che vedrai…”. E poi, per qualche minuto, loda il potere della parola e i punti di contatto della parola con le arti visive.
Ann aggiunge qualcosa che non c’entra assolutamente nulla, e così si conclude il talk.
Peter ci invita tutti nell’atrio per il ricevimento “e further talking”.

Appena mi alzo, tre o quattro persone del pubblico mi si avvicinano e mi dicono “Bellissima domanda, in effetti è vero. Hanno parlato di tutte le forme d’arte, e non hanno parlato delle parole….”
Infatti.
Io ringrazio tutti, e un po’ mi tremano le gambe. Anche se continuo a credere che la mia domanda sia di una logicità, di una banalità, da terza elementare.

Dietro di me, una vocina piccola piccola.
“Allora sei italiana? Da dove?”
Mi giro e mi trovo una signora di mezza età, piccola piccola come la sua voce. Sembra uscita dagli anni ’70. Maglione anni ’70, capello anni ’70, borsa anni ’70. La sintesi tra Shirley e Laverne di “Shirley & Laverne”.
Si chiama Kathleen, e tempo due minuti, capisco che è uno spasso. Avvocato, originaria della California ma newyorkese di adozione, ha frequentato la seconda media a Trieste, e parla un’italiano che i miei studenti si sognano nei loro sogni più spinti.
“Domanda bellissima. Coraggiosa, alzarsi in piedi davanti a tutti, brava!”
Quando un americano declina “bravo”, capisci che ne sa di italiano.
Parliamo fitto fitto raggiungendo il ricevimento.
Il ricevimento consta in vasi di porcellana bianca a forma di vaso per gerani, pieni di popcorn. Da bere, prosecco e acqua naturale.
Ricevimento??
Mr MoMA, vediamo di rivedere i fondamenti delle politiche ricettive, eh.

Sentendoci parlare italiano, un’altra donna di mezz’età si avvicina.
“Italia, bella”.
Eccoci risprofondati nell’anglofonia più buia.

Viene fuori che è una rilegatrice di libri antichi del Regno Unito, e che si chiama Griselda.
Ho passato alcuni mesi a Roma, molti anni fa, spiega Griselda.
Ci racconta questo aneddoto.
Al controllo passaporti dell’aeroporto, un poliziotto le dice: “Griselda, come quella del Boccaccio”. Allora lei chiede se in Italia tutti leggono il Boccaccio. Certo, le risponde il poliziotto, in Italia tutti conoscono Boccaccio.
Griselda aggiunge che lei non conosce Boccaccio, non sa che Griselda è un personaggio di una delle sue novelle — peraltro “l’unica noiosa, l’unica che si comporta bene!”, commenta Griselda, ridendo.
Il padre le aveva dato quel nome perché Griselda era un personaggio dei “Canterbury Tales” di Chaucer.
Dopo aver sentito di Boccaccio, Griselda si è letta il “Decameron”.

Io le dico con non poco orgoglio che il “Decameron” è uno dei libri più divertenti della letteratura italiana e sì, certo lo conosciamo un po’ tutti, chi più chi meno — qui ritocco, non so, in verità, quanti l’abbiano letto…
Dentro di me, m’inginocchio al cospetto di quel poliziotto, e lo ringrazio. Lo ringrazio per aver portato la letteratura, all’interno di un cubicolo controllo-passaporti di un aeroporto, e per averla divulgata a modo suo.

Sentendoci parlare italiano, si avvicina un signore distinto, si complimenta per la mia domanda e mi chiede di dove sono. Viene fuori che si chiama Ross, ma il suo nome non è davvero “Ross” all’americana, è Rosario, all’italiana: suo nonno emigrò da Garlasco.
E giù che finiamo a parlare di Pavia, che si dice Pavìa e non Pavia!

E poi, con gran godimento, critichiamo il MoMA, e il talk, dall’alto della nostra Membership d’elite.
…Perché lui, Peter, anche bravo e a modo eh, ma lei, lei un’arpia d’altri tempi… Comunque dovrebbero migliorare il sistema di prenotazione biglietti online, non ci si capisce niente… E poi dovrebbero darsi una regolata con i film dì gran nome e infima qualità, certi obbrobri… E poi “Mission Impossible”? Seriously??… E poi vabbé, anche chiudere quattro mesi, cioè, quattro mesi…
Come faremo quattro mesi??

Insomma, con questo MoMA, ci diamo giù di mazzate e carote. Più mazzate.

A evento finito, esco sulla 54esima, nel gelo di marzo, e rido. Rido come una scema, pensando alla favola di serata fra il cavalier servente Peter, la strega Ann, la boccaccesca Griselda, l’avvocato minuscolo Kathleen, con il passato triestino, che mi abbraccia tre volte prima di lasciarmi andare, ma non prima di avermi dato il suo biglietto da visita, accompagnato da “Scrivimi, vediamoci!”.
E il gigante MoMA ridotto a cavia sotto il nostro bisturi da Member d’elite…

Questa settimana sono andata, dopo parecchio tempo, nel tempio dei film d’essai di New York — il Film Forum. Zona Greenwich Village. L’occasione mi si è presentata perché davano “Styx” di Wolfgang Fischer, un film apparentemente piccolo piccolo ma decisamente grande grande, che non volevo assolutamente perdere.
Ogni tanto ci vedo giusto: “Styx” è una delle migliori opere sull’immigrazione che io abbia visto negli ultimi anni. Se non la migliore. Di gran lunga migliore dell’osannato “Fuocoammare”.

Presentato al Festival del Berlino e al Toronto Film Festival 2018, “Styx” si apre a Gibilterra con un’inquadratura — molto molto intrigante — di due scimmie che camminano a piede libero per la città. Dopo i primi cinque minuti, ci trasferiamo in Germania, dove incontriamo una donna intorno alla quarantina. Una dottoressa, Rikke, intenta a salvare una vita, in ambulanza. Ritorniamo a Gibilterra, dove la vediamo caricare di viveri la sua barca a vela. È in procinto di partire in solitaria per raggiungere un’isola tropicale al largo di Sant’Elena. Un’isola frequentata da Darwin — e già cominciamo a tracciare alcune righe fra le due scimmie del meraviglioso prologo, e la meta della dottoressa…

Noi pubblico salpiamo con lei. Rikke è sola, e a noi del pubblico piace fare compagnia a personaggi soli, specie se in mezzo all’Oceano. Il regista è stato furbissimo: ha adottato un setting molto intimo e chiuso — la barca — nonostante il contesto a cielo aperto in mezzo al mare.
Rikke è una tostissima, fa tutto: la marinaia, la capitana, legge libri con illustrazioni delle foreste che pregusta di visitare di lì a poco, e quelle stesse foreste, le sogna pure.

A un certo punto, la quiete del suo trantran marino s’interrompe. Rikke avvista in lontananza un barcone di immigrati che si sbracciano verso di lei e che, a poco a poco, si gettano in mare.
Rikke capisce subito, e avverte la guardia costiera, che le intima di non fare nulla, e di proseguire la sua rotta come se niente fosse.
Rikke, tuttavia, vede un adolescente flottare stremato vicino alla sua barca e lo soccorre.
E lì cominciano i dilemmi per Rikke. Cosa fare? Andare a salvarli? Ma non è equipaggiata per salvare tutte quelle persone. Tirare dritto? Ma sono persone. E stanno morendo.
La guardia costiera, nel frattempo, tarda a mandare i soccorsi.
Rikke vede sul monitor satellitare che un’imarcazione più grossa della sua si trova a poca distanza dal barcone. Benissimo, loro sono attrezzati per il salvataggio.
Chiama e dice, salvateli.
Dalla nave però, le rispondono che non vogliono grane. E loro, che avrebbero l’obbligo di fermarsi, tirano dritto.
Nel film nessuna nazionalità è specificata. E questo per evitare facili indici puntati contro quel paese o quell’altro, rendendo particolare una storia che si vuole universale.

Nel frattempo il ragazzino, Kingsley, si risveglia, e vuole convincere Rikke a tornare indietro. C’è la sua famiglia su quella barca, come può non fare niente?
Rikke è combattutissima tra il dovere legale e il dovere morale.
Dopo un colpo di scena che il pubblico non si aspetta minimante e che ben riassume la tensione emotiva tra i due, che incarnano le due posizioni opposte di soccoritori e soccorsi, Rikke decide di agire. La decisione è un altro colpo di scena che dimostra quanto perversa possa essere la macchina dei soccorsi: se la guardia costiera temporeggia e non vuole agire per salvare una bagnarola di poveracci africani, di certo si muoverà se la barca in pericolo è la sua, se la vita in pericolo è la sua, un medico benestante, europeo, bianco.
Quindi perché non dare l’SOS “Sto affondando”?

Il finale ribalta l’inizio. Rimango vaga per non svelarvi troppo, ma posso dirvi che Rikke diventerà lei stessa migrante…

Il film sfrutta la potenza dell’allegoria e l’immedesimazione tra protagonista e pubblico: ti chiedi tutto il tempo “e io? Io cosa farei al suo posto?”, e capisci che non potresti mai, mai, mai, tirare dritto, perché, caspita, sono vite umane quelle, e non lasci affogare vite umane in mezzo al mare perché una legge te lo vieta. Ecco dove sta l’allegoria. “Styx” è l’istantanea del momento storico che stiamo vivendo, con la tragedia umanitaria che si sta compiendo a ogni barcone colato a picco, a ogni porto sbarrato.
Il film non è buonista, è rigorosissimo, parchissimo di parole — non più di un centinaio nel corso della storia. Non prende posizione. Sei tu, spettatore, che la prendi, guardandolo. E questo deve fare il cinema. Non spiegarti alcunché, non dirti cosa pensare, ma mostrarti una realtà, e farti sprofondare coi piedi dentro quella realtà.
Sulla barca a vela non c’è Rikke, ci siamo noi.

“Styx” è lo Stige, il fiume che attraversa l’inferno dantesco. Quale titolo migliore? Il mare può essere una bellissima autostrada blu che ti permette di raggiungere l’isola dei tuoi sogni — come Rikke. Ma il mare, oggi più che mai, può essere anche un fiume invernale, la cui traversata non è un’impresa solo fisica, ma anche etica, spirituale, dalla quale l’immigrato esce bruciato, segnato nel profondo.

Credo che il film sia già uscito in Italia. Quindi cercate di recuperarlo da qualche parte!

Per oggi è tutto, Moviers. Il MoMA mi ha preso un po’ la mano e sono andata un po’ lunga… Mi perdonate? 🙂

Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti d’uopo, e saluti, multimediamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board
 

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 403 da NYC squarta “GREEN BOOK” di Peter Farrelly

LET’S MOVIE 403 da NYC squarta “GREEN BOOK” di Peter Farrelly

Melissa, Moviers,

la incontro a La Colombe, un caffè che sta in Vandam Street, una via abitata da Jean Claude e dalla sua cinematografia da strapazzo, almeno nel mio immaginario.
Non è quella SoHo a cui state pensando quando sentite “SoHo”.
SoHo si sviluppa da Crosby Street sul lato est, fino al Pier 40 sull’Hudson, lato ovest, quindi non soltanto il fazzoletto di viuzze lastricate d’oro che si concentra nel mezzo, ma anche quella parte anonima che comprende strade anonime come Varick Street e Hudson Street, e che avvicinano il quartiere al fiume. Non è un’area che frequento molto, quindi l’occasione — un appuntamento in zona — e il mio arrivo straordinariamente in anticipo mi permettono di fare quattro passi nell’anonimato.

Di New York è buffa la tempistica. Puoi trovarti letteralmente nel cuore di Manhattan — I mean, SoHo — e imbatterti in una rimessa abbandonata dietro un cancello arrugginito che sfoggia pure un bigodino di filo spinato in cima. Stile DDR. Puoi imbatterti in camion parcheggiati, probabilmente dal 1970, e gabbiotti “Park Here” risalenti probabilmente al secondo dopoguerra, quando il traffico newyorkese aveva ancora da palesarsi in tutta la sua diossica maestosità.
Se camminate lungo Hudson Street, fino alla traversa di Canal Street, c’è questo tipo di New York. Case di mattoni in cui i mattoni hanno tappato anche le finestre. Il bordo della finestra si vede ancora, ma al posto dell’aria, ci sono loro, i mattoni.
A me, quel tipo di vista, mette un ché di tristezza. Penso al sole bandito dalla stanza — Sonne, raus. Alla fine delle infiltrazioni della luce.
Penso sempre che la luce dovrebbe poter filtrare ovunque.

Ma su una parete, lì accanto, trovi anche un gigantesco murales raffigurante un acrobata, colto mentre si srotola dal suo telo aereo giù per tutta la facciata di un edificio — imparo in questo momento che “i tessuti aerei” sono una vera e propria disciplina circense.
Un acrobata che si allena in pieno anonimato, lungo la verticalità di un edificio: la bellezza trova il modo di filtrare anche qui.
Allora penso che la bellezza è persino più forte della luce: davanti a una coltre di mattoni la luce non può nulla. La bellezza ci si sdraia sopra.

Torno indietro a La Colombe — il mio anticipo è finito.
L’esotismo esercita ancora un fascino potente sui gestori dei locali: New York è invasa da ristoranti, caffeterie, paninerie, pizzerie, ogni sorta di -ie del dizionario della ristorazione con nomi stranieri. Il francese e l’italiano sono tutt’ora garanzia di sogno. Facciamo sognare il cliente, l’obbiettivo. Le Cirque, Le Monde, La Colombe. Che poi il posto in sé non offra assolutamente nulla di francofono non è importante. Tu stai già sognando Montmartre sulle note de La vie en rose mentre lo dici, e quello, è l’importante.
La Colombe è la più classica delle cafeterie americano-britanniche. Tavoli in legno dolce, di cui alcuni, piccoli piccoli, in vetrina. Un’infinità di tipi di caffè possibili ordinabili, e tre tipi di tè — il tè rientra nelle minoranze da bar.
Mi siedo in attesa di Melissa.

Mentre aspetto e mi guardo intorno, vedo una ragazza seduto a un tavolinetto, uno di quelli con l’affaccio sulla vetrata e sull’esterno. Lei è rivolta verso di me. Ha un Mac aperto davanti, e gli occhi puntati sul cellulare. Si sta mettendo il burrocacao. Lo fa distrattaemente — ha la testa altrove — eppure con una sensualità che le farebbe vincere qualche premio, se un premio riconoscesse la sensualità di una ragazza che si mette il burrocacao in un luogo pubblico.
Fra me e me dico che questa ragazza finirà nei miei scritti, da qualche parte, un giorno.
Per ora finisce qui in Lez Muvi. Ma questa è giusto la stanza d’attesa.
Tiro un sospiro di sollievo tutto mentale costatando che la noia è bandita dai locali pubblici. Che c’è sempre qualcuno da guardare, e dietro cui rovistare.

Ecco che arriva Melissa.
Melissa non è un’amica. È una che potrebbe farmi un colloquio, se decidessi di mandare la mia candidatura per un certo posto di lavoro.
Questo incontro è un incontro “informale”, precisa. Ci tiene a precisarlo, durante l’arco dell’incontro, nove-dieci, forse undici volte.
Una tipa precisa, Melissa.

Dato che è una cosa non ufficiale, non possiamo parlare della futura ipotetica posizione se non in termini vaghissimi. Né può chiedermi mie specifiche abilità in materia.
Non so bene quale sia lo scopo di un incontro informale pre-candidatura con tutti questi veti, ma chi sono io per negare a Melissa un’ora del mio tempo, un’ora che mi permette anche di esplorare la New York anni ‘70 e incontrare sulla mia via la sensualità intorno a uno stick di burrocacao?
Va bene allora Melissa, visto che di lavoro non si può parlare, parliamo di noi.
E io racconto, in breve la rivoluzione copernicana che ha stravolto l’universo tolemaico in cui ho vissuto fino al 2016. Il mio arrivo a New York. L’esperienza del visto. Trovare un lavoro. Cambiare casa. Lasciare tutto e ripartire.

Quando racconto la mia storia, mi rendo conto che possa essere letta in termini fastidiosamente eroici. Io credo non ci sia nulla di eroico. È tutto abbastanza normale. Se un posto non va, cambi posto. Il resto, in fondo, è logistica.
Ma non scordo mai di dire che New York è stata per me un’idea fissa per un decennio, e se un’idea ti si fissa in testa per un decennio, be’, allora qualcosa, a un certo punto, devi proprio farla.
Quando dico questo, vedo un’ombra passarle rapida sul viso; di lì a poco avrei capito perché.
Cerco di ridurre la mia parte al minimo. Voglio far parlare lei. Voglio vedere chi si nasconde dietro a questa donna di mezza età, la ricrescita prima dei capelli rossicci, tante piccole rughe su tutta la faccia, e due occhi azzurri dietro due lenti sottili.   
Non so se Melissa aspettasse un’immigrata italiana con una spiccata curiosità per raccontare quanto orribili sono stati il 2017 e il 2018 per lei. Oppure se lo racconti a tutti. Di certo, si è sentita sufficientemente a suo agio per parlare abbondantemente della sua vita nel dettaglio.
Tanto ché ora so molto, di Melissa. Moltissimo. Vedete un po’.
 
Melissa non abita a New York, ma in un paese che lei stessa definisce “boring and uneventful, houses, houses, just houses” alla perifieria di Boston. Lavora da remoto, e viene a NY una volta ogni due mesi, o giù di lì.
Le sarebbe tanto piaciuto trasferirsi a NY, anni fa, insieme al merito. Ma i figli erano alle superiori. E come si fa a sradicare i figli dalle superiore e trascinarli via?
Non lo so, Melissa. A quanto vedo non si fa.
Infatti, non si fa, quindi sono rimasti in periferia. Che comunque ha i suoi aspetti positivi. Vita tranquilla, figli liberi di giocare fuori, di andare in giro da soli. Ora però loro sono cresciuti e se ne sono andati di casa. Lei continua a lavorare da remoto, e suo marito è fuori casa dodici ore al giorno per il suo lavoro.
Alché Melissa, che ha dovuto uccidere il sogno di New York, ma che di questo, per fortuna non è morta, ha trovato il modo di mettere una pezza. Quindi sprizza orgoglio da tutte le rughe quando, dopo circa sei minuti dal nostro incontro, mi informa che la scorsa estate lei e il marito hanno comprato una seconda casa nel Maine. E quello è stato il loro salto nel buio, il loro leap of faith, soprattutto per l’investimento economico, perché non sai mai da che parte va il mercato e l’economia e se da un giorno all’altro ti ritrovi under the water, come nel 2008.
E via che prende a parlarmi della casa: disposta su piani diversi, il terzo piano per i figli, perché adesso sono giovani e non apprezzano una seconda casa nel Maine, ma quando invecchieranno, allora sì, allora sì che capiranno…
Niente vista mare — a quella hanno dovuto rinunciare — ma ci sono gli alberi, e anche quelli sono una bella vista, no? E poi il mare è a dieci minuti a piedi, quindici dai, quindi non è male.
No, Melissa, non è affatto male.
Certo il suo capo, che anche abita in Maine, ha la vista sull’oceano… Ma lei non si lamenta. Sono stati abbastanza fortunati da potersi permettere la casa, grazie anche, e va detto, ai soldi che le ha lasciato la madre.
I am sorry, Melissa.
La madre è venuta a mancare all’inizio del 2018.
È caduta. Il giorno stesso in cui è entrata in casa nuova, è caduta per terra, è entrata in coma, e non si è più svegliata.
Io sono un po’ confusa con tutte queste case. Come? Quale casa?
Melissa mi spiega che sua madre, nonostante l’età, il vizio dell’alcol e una demenza senile galoppante, voleva a tutti i costi cambiare casa. Allora, da donna volitiva e combattente, nonostante il vizio dell’alcol e la demenza senile galoppante, aveva comprato una casa.
Il giorno stesso del trasferimento scivola per terra. E non si rialza più.

Dico a Melissa che la vita è proprio infame delle volte, si accanisce. Se poi ci si mette anche la sfortuna, be’, quella è una cecchina, e se ti punta, non ti molla finché non preme il grilletto.
Mi dispiace molto, ripeto. E le chiedo se la caduta fosse in qualche modo causata dall’alcol — a volte non riesco proprio a dominare il lato forense — e se bevesse da molto.
Melissa butta la testa indietro, alza gli occhi al cielo. “Oopf, since when I was a child”, aggiunge. Però aggiunge anche che ha cercato per tutta la vita di non farlo pesare, di nasconderlo.
Il che forse è pure peggio, secondo me. Ma vedo di non aggiungerlo.

Dalla madre alcolizzata, alla tragedia nella casa nuova di zecca, passiamo ai figli.
Melissa ha due figli grandi, entrambi fuori casa. Ma è di uno che non vede l’ora di parlarmi. Di quello che si è sposato nell’estate del 2017, e che l’ha stressata molto durante i preparativi del matrimonio.
“How am I supposed to know how to take care of a wedding?”.
Non lo so, Melissa.
Ma evidentemente, dopo il drama iniziale, tutto è andato liscio. Mi dice che il compagno del figlio è un great guy. Aggiunge anche che non era mai stata a un matrimonio di quel tipo — that kind of wedding — e che è stata una cerimonia meravigliosa. I due, a quanto pare, si completano: il figlio è più come il marito di lei, persona solida coi piedi per terra, mentre il great guy, à più come lei, Melissa, più da testa per aria. Ed è bene trovarsi e completarsi, no?
Sì, Melissa, certo.

Allora.
In mezz’ora di Melissa, ho scoperto che aveva un sogno nel cuore di nome New York, ma che non ha avuto l’ardire di realizzare per via dei figli, che certo non incolpa. Incolpa, invece, se stessa. Questa cosa non le è ancora andata giù, lo vedi dal modo in cui si smarrisce rigirandosi la tazza del tè in mano.
Tuttavia non è stata lì a rimuginare. Ha cercato di darsi una smossa. Si è fatta trent’anni in periferia a Boston, vagheggiando il momento della rivalsa, che è arrivata travestita da una casina nella periferia del Maine, che certo, non è come la casa dei suoi sogni — niente ocean view — ma va bene dai, e le permetterà di andarci nei weekend e in estate — e com’è l’estate in Maine, Melissa? Corta e fredda, Sara — e anche di ospitarci i figli, e insomma, di vivere questo nuovo inizio, dopo lo strazio degli ultimi due anni appresso alla madre, incombenza che certo si divideva con il fratello, ma un fratello di cui in realtà non si poteva fidare al 100%, visto che la sera in cui la madre è scivolata, proprio quella prima sera, lui, il fratello, aveva deciso di non rimanere a tenerla d’occhio, mentre Melissa, che la osservava da un po’ e da un po’ aveva capito che c’era qualcosa che non andava, lei, Melissa, non l’avrebbe mai lasciata sola, e forse oggi, chissà, magari la madre sarebbe ancora viva, ubriaca e demente, ma viva, e si godrebbe la casa nuova di zecca, anche se questo non avrebbe permesso a lei di ereditare, e comprarsi la sua casa nuova nel Maine.
Quindi alla fine forse tutto ha un senso, no?
Sì, Melissa, forse tutto ha un senso.

L’ottimismo degli americani è un fatto più complesso e meno beota di quel che si pensi. Esce fuori da circostanze battute dalle sciagure, come in questo caso. Invece di arroccarsi sul destino tragico della madre, Melissa vi trova l’occasione del suo riscatto.
Certo è un punto di vista individualista.
Ma com’è, secondo voi, l’uomo occidentale?
Come siamo noi, davvero?

Prima di passare al film della settimana, che ha a che fare con la Notte degli Oscar, fatemi parlare della Notte degli Oscar.
A parte l’esultanza per “Roma”, che si è strameritato le statuette per miglior fotografia, miglior film straniero e miglior regista a Cuaron. A parte l’Oscar a Olivia Colman, miglior attrice in “La favorita” — per quanto anche Glenn Close l’avrebbe meritato. Ho dissentito con talmente tante premiazioni, che la mia serata nella sala cinematografica del Roxy Hotel è passata tutta sulle note di “Whaaaat??”.
Per inciso, la sala cinematografica del Roxy Hotel, al momento, risulta essere la migliore di New York City — ce ne sono ancora tante da vedere, ma questa è un tesoro. Teatro con file decrescenti, poltroncine pulitissime, sodissime, foderate di velluto rosso, moquette di colore gestibile, sipario di velluto rosso in pendant. Atmosfera ’20. Se venite in città, controllate la programmazione e concedetevi una serata al Roxy Hotel Cinema 😉

Ma oltre la contrarietà di superficie per dei premi non vinti da film che li avrebbero meritati — RBG, “Island of Dogs”, “The Ballad of Buster Scruggs” —la delusione più cocente, quella proprio che mi è rimasta attaccata addosso per 48 ore filate dopo la premiazione, con invariata intensità, è stata causata da due Oscar.
Miglior attore protagonista a Rami Malek (il Freddie Mercury di “Bohemian Rapsody”) e Miglior Film a “Green Book” di Peter Farrelly.

Quanto a Malek, io rimango della mia posizione. La sua interpretazione scimmiotta Freddie, non tende a Freddie. Credo che il pubblico e l’Academy siano rimasti abbagliati dai denti — di certo — dalle mossette, e da una vaghissima somiglianza nei tratti del viso. Ma questi elementi non bastano, non dovrebbero bastare per fare un’interpretazione.

E poi, un’altra considerazione. Io sono dell’opinione che un Oscar si debba guadagnare. Cioè, parliamoci chiaro. Leonardo DiCaprio, per portarsi a casa la benedetta statuetta da Best Leading Actor ha fatto l’autistico in “Buon compleanno Mister Grape”, l’affogato nel mare d’amore di “Titanic”, il wolf bastardissimo di Wall Street, per non parlare di tutti i lavori con quelli sconosciuti di Scorsese, Spielberg, Scott, Eastwood, Allen, Nolan, Luhrmann, Tarantino.
Per portarsi a casa la statuetta, Leonardo ha dormito dentro un orso. Non metaforicamente. Letteralmente dentro un orso. Morto. Almeno il lupo di Cappuccetto era vivo. L’orso di Leonardo era morto!
Glenn Close, 71 anni e cinquanta di carriera sulle spalle, si è vissuta qualcosa come sette candidature, e sette statuette sfumate.
Quindi non è che tu, Rami Malek, dopo aver fatto una manciata di film tra cui spiccano tre — tre — “Una notte al museo”, arrivi, t’infili una dentiera, impari due mosse e ti porti a casa l’Oscar.

Ma il premio ancor più dolente è davvero quello di Miglior Film a “Green Book”.
Come forse avrete notato, non ci ho scritto sopra nessun pippone. Mi sono guardata bene dall’andarlo a vedere, perché sin dal trailer, che ero stata costretta a tollerare un paio di volte, mi aveva fatto venire l’orticaria.
I film che mi fanno venire l’orticaria sono quelli che prendono una tematica — in questo caso il razzismo — li intingono nell’umorismo, ci costruiscono attorno delle vicende semplici semplici, di quelle con sopra i cartelli lampeggianti “giusto” e “sbagliato”, così da renderti tutto facile facile, e che ti fanno pensare solo alle risate. Quei film programmati per ucciderti il pensiero.

Green Book”, in questo, eccelle. Sono andata a vederlo questa settimana, per poterlo squartare come si conviene.
Non solo è divertente, ma è anche ben recitato: Viggo Mortensen è il miglior italo-americano interpretato da un danese-americano della storia cinematografica mondiale, e Maershala Ali è un talento a cui l’Oscar come miglior attore non-protagonista fa giustizia — anche se io l’avrei dato ad Adam Driver in “BlackKlansman”.

Il libro verde del titolo è una specie di guida che negli anni ‘60 i neri potevano consultare per “viaggiare tranquilli”: vi trovavano elencati tutti i motel, ristoranti, locali, “for colored”, in modo da aggirare l’inaccessibilità di motel, ristoranti, locali, “for white only”.
Partiamo dal genere. Ben definito, senza problemi di classificazione. Commedia brillante abbinata a un road movie. Qualcuno si è azzardato ad avvicinarla alla Commedia all’Italiana, pensando, magari a quel viaggio di risate e tragedia che racconta il rapporto tra Vittorio Gassman e Jean-Luc Trintignant ne “Il Sorpasso”.
Pazzi!

L’italoamericano canotta-chiazzata Tony Lip Vallelonga viene assunto come autista personale del sofisticatissimo musicista afroamericano, genio del piano, Don Shirley. Il suo compito è quello di accompagnarlo in una tournée nel sud del paese, attraversando stati sedotti dal Ku Klux Klan e abbandonati dalla ragione come Kentucky, Virginia, Alabama, ecc.
I due non potrebbero essere più diversi: il bifolco e l’erudito, il bianco e il nero. Eppure, guarda caso, durante il viaggio, viene fuori che non sono poi così diversi, che il bifolco può aiutare l’erudito e l’erudito il bifolco. Che il bianco, quando sei un italo-americano, non è proprio così bianco, e che il nero, quando sei un artista di fama e successo, non è poi così nero.
I due attraversano tutto il manuale delle classiche situazioni discriminatorie: il ricco mecenate bianco che idolatra il talento di Shirley ma che gli vieta l’uso del bagno padronale, indicandogli la latrina in giardino. La serata nel locale di neri in cui Shirley suona jazz facendo impazzire tutti. L’abuso di potere delle forze dell’ordine e la telefonata dall’alto che risolverà la situazione.
Quanta prevedibilità.
La tournée si conclude con Shirley al volante che dà il cambio a un Tony stanchissimo, in una corsa contro il tempo e la neve, per raggiungere New York in tempo per il cenone della vigilia in casa Vallelonga, che accoglierà a braccia aperte anche Shirley, altrimenti destinato a un Natale in totale solitudine scroogiana nel suo attico in cima alla Carnegie Hall.

“Green Book” ha diritto di esistere e di divertire le platee. Ma a mio parere, non ha diritto di vincere l’Oscar come Miglior Film. Soprattutto se paragonato a opere come “Roma”, “Black Panther”, BlackKlansman”, “La Favorita” e persino “Vice”, che non ho amato molto personalmente, ma che almeno cerca di far riflettere su una parte della storia molto recente — operazione sempre molto molto difficile.
Se spogliate “Green Book” della comicità, vero asset del film per cui diamo a Ferrelly quel che è di Farrelly — regista di “Scemo più scemo” e “Tutti pazzi per Mary”, pellicole che, al tempo, mi fecero sbellicare — se lo spogliamo del fun, ciò che ci rimane in mano, è preoccupante.

Il film mostra il razzismo come se fosse un problema rappresentabile, e risolvibile, attraverso semplici incroci di componenti antitetiche, che poi si dis-crociano durante il corso degli eventi. Il nero acculturato diventa il nero solo e con crisi identitarie superabili con l’aiuto di un vero amico al suo fianco, mentre il bianco testa di legno diventa il bianco che apre gli occhi e capisce come va il mondo per gli altri da sé. I poliziotti razzisti che discriminano Shirley perché nero e Tony perché italo-americano — quindi un nero bianco — diventano il poliziotto buono che soccorre la coppia durante la tormenta di neve e che permette loro di continuare il viaggio.
Tutto è sistematico, matematico. L’ingiustizia è sempre seguita dalla presa di coscienza dell’ingiustizia, e poi raddrizzata, spesso a suon di botte — Tony è una specie di Bud Spencer che mena le mani per proteggere il proprio padrone/amico genio — così come la mancanza di cultura e di modi è sempre raddrizzata dalla conoscenza, e dalla didattica — Shirley che obbliga Tony a recuperare un bicchiere che Tony getta fuori dal finestrino, oppure Shirley che scrive le lettere d’amore per la moglie di Tony al posto suo.
Questo andamento porta all’happy-ending più happy della storia, in una giornata che non è una giornata qualunque, ma Natale. I mean, Natale! A New York!
Frank Capra applaude dalla tomba il discepolo Farrelly.
E io, fraKamente, do di stomaco.

Per me, un’operazione del genere non è solo mediocre: è dannosa. Primo perché dà del passato una visione distorta, assolutamente errata. Gli anni ’60 negli Stati Uniti sono stati un decennio fra i più violenti della storia, in cui gli scontri razziali negli Stati del Sud stavano hanno raggiunto picchi di tensione altissima. Darne una versione così edulcorata fa un torto alla Storia.
Secondo, perché il razzismo esce fuori come un fenomeno facilmente visibile, classificabile, risolvibile. Cose che, lo sappiamo tutti, non è, e non è mai stato.
È come insegnare ad andare in bici a un bambino e poi, d’un tratto, farlo salire su un’astronave e dirgli, ecco, guidala.
La bici è “Green Book”, il mondo l’astronave.
 
Ma datti una calmata, Board. Il cinema è anche intrattenimento.
Sì, vero, il cinema è anche intrattenimento. Ma ci si può intrattenere anche parlando di questioni spinose. Prendete “Lui è tornato – Er is ist wieder da”, la commedia surreale che immaginava un ipotetico ritorno di Hitler. Insieme al razzismo, il nazismo è senza dubbio una delle questioni più spinose con cui la nostra era ha a che fare. In quel film ridevamo di gusto, e stavamo male alle stesso tempo.
In “Green Book” si ride e basta. Si esce con la testa vuota vuota, o zeppa zeppa di false idee. È come rimpinzarsi di Big Mac: esci da MacDonald’s con il pieno di grassi, ma zero sostanze veramente nutritive.
Per questo dico che è dannoso. Cerca di mostrare l’errore degli stereotipi, ma lo fa perpetrando quegli stereotipi.
Prendete per esempio l’insopportabile, trita rappresentazione dell’italo-americanità nel film. Gli italo-americani sono sempre ripresi a mangiare, o a parlare di mangiare — lo stesso Tony mangia in continuazione in maniera animalesca. Sono sempre immischiati in amicizie losche o lavoretti criminali, sono fissati con la famiglia, non sanno parlare l’inglese. Tony è rozzo, volgare, portato al furto, ma di buon cuore.
A questo punto, sono meglio i cinepanettoni, che non ambiscono a insegnare o mostrare nulla, soprattutto un mondo che non è mai esistito.
“BlackKlansman” — ritorno agli Oscar — che invece mostra il razzismo in tutta la sua complessità, e che radica il passato nel presente con l’ultima scena sulla strage di Charlottesville, è onesto: ci manda per strada con la testa piena di dubbi. Non ci fa girare in bici per 150 minuti e poi salire sull’astronave del mondo.
Ci fa entrare dentro l’astronave.

Questa statuetta, proprio questa statuetta, mi ha dimostrato che l’appiattimento e la semplificazione non sono solo proposte e adottate, ma sono anche premiate.
Per questo mi rode. Che siano proposte, va bene — free market — e che siano adottate ci sta — free will — ma che siano premiate, no.
Non va bene.
E questo è il mio free thinking.

E su questo no affermativo, siamo arrivati in fondo, Moviers.
Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti sentiti e saluti, negativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 402 da NYC commenta “TO DUST” di Shawn Snyder

LET’S MOVIE 402 da NYC commenta “TO DUST” di Shawn Snyder

Mai, Moviers,
 
mai avrei voluto trovarlo in mezzo ai miei studenti.
Sapevo che il momento sarebbe arrivato, prima o poi. Sin dal giorno delle elezioni, il 9 novembre 2016, stavo aspettando che si palesasse.
Sto parlando del supporto all’uomo che occupa la Casa Bianca e che, da quanto si sente, la tratta come un porcile.
Sin dal 9 novembre 2016, sono a caccia di un votante che abbia votato Trump. O di un supporter che lo supporti. Fino a qualche giorno fa brancolavo nel fallimento. Nessun nome, nessun volto da abbinare all’etichetta “sta con Trump”.

New York, lo sappiamo, battaglia contro il presidente sin dal giorno in cui si è insediato a Washington. New York è liberale, progressista, democratica. Un “sanctuary”, come si dice qui. Un rifugio per tutti, un porto di mare che accoglie e non rimbalza.
Chi mai può votare Trump, a New York City e nello Stato di New York?
Prima cantonata.
Mai confondere New York City con New York, lo Stato di. Sarebbe come dire che Roma e Milano sono sorelle gemelle separate alla nascita.
Nella sua forma, lo Stato di New York è un triangolo il cui vertice è Manhattan, ma fatto, di base, da cittadine con nomi proletari, che pullulano di pendolari, conservatori, maggioranza bianca. Margaretville, Dover Plains, Mahopac, New Marlborough. Posti che ricordano il Far West, le sigarette, e gli indiani americani, a cui la terra fu sottratta, ricordiamolo, per meno delle perline con cui i Conquistadores portoghesi si comprarono la terra degli indios, e gli indios.

Nello Stato di New York, la maggioranza è democratica — il Governatore Cuomo governa democratico, non poco criticato anche dal suo stesso schieramento. Eppure. Eppure in quelle piane batutte dal vento l’inverno, in quelle casine di compensato e poco altro che Dio solo sa come rimangano in piedi, con la porta a zanzariera e il posto ancora per il dondolo sul portico, in quelle casine lì, di Margaretville, o di Dover Plains, o di Mahopac, o di New Marlborough, tutto fa pensare che il blu democratico si tinga di rosso repubblicano.
In questi due anni abbondanti a Manhattan, non ho mai incontrato un simpatizzante per Trump. Nemmeno uno. Mai.
Ci saranno anche qui, presumo. Nascosti nelle loro penthouse di lusso nell’Upper East Side, oppure negli attici di Chelsea, oppure nei contratti di vendita che le loro stilografiche d’oro hanno firmato per accaparrarsi un appartamento ad Hudson Yards, il nuovo megacomplesso residenziale e commerciale che sta sorgendo — fenice non troppo voluta dai newyorkesi duri e puri — sul lato Ovest di Manhattan, tra la Decima e la Dodicesima Avenue, la 30esima e la 34esima Strada.
Oppure saranno rintanati in certe topaie del Lower East Side, incavolati neri con il sistema e lo stato delle cose, che li costringe a sborsare migliaia di dollari d’affitto all’anno per una topaia, e i democratici — Obama in primis — non hanno mai fatto nulla per cambiare il sistema e lo stato delle cose, e allora al diavolo i Democratici e la loro ingratitudine, i loro maglioni Ralph Lauren, i loro pasti bio, e quello sguardo “we can do everything”. Al diavolo loro, e la Clinton, arrivista, pure bugiarda, perché lo scandalo delle email, l’ha provato, che era una bugiarda. Allora votiamo quell’altro, che sì, magari sarà anche un po’ rozzo, un po’ meno agile con la parola, ma almeno è un’alternativa. Per cambiare il sistema bisogna scuotere il sistema, giusto?

Ecco, quindi i votanti di Trump ci sono anche qui, a Manhattan. Non so perché non li ho mai incontrati. Forse frequentiamo luoghi diversi. Loro, nel primo caso, frequentano i ristoranti sulla Quinta Strada, oppure certi diner sudici di Chinatown. Io vado da Trader’s Joe. Oppure vanno ai party all’Hotel Plaza — per altro, proprietà di Donald — oppure a certi concerti metal negli scantinati lungo la East Broadway. E io sono culo e camicia con il Lincoln Center, la Cooper Union, posti in cui non sempre trovi la cultura — a volte c’è anche la scopiazzatura della cultura — ma in cui ci sono altissime possibilità di trovarla.

Tornando allo Stato di New York, io lo vivo settimanalmente, grazie al corso che insegno al Mercy College. Quando insegni, dai per scontato — sic, io ho dato per scontato — di trovarti in un contesto democratico, liberale, progressista. Cos’è la scuola, se non questo?
Cantonata numero due.
La scuola, qui in America — ma forse non solo in America — è una questione politica. Il Mercy, per esempio, è cattolicissimo di nascita, e privato. I suoi 66 acri sono stati trasformati in college dall’ordine delle Sorelle della Misericordia — Mercy, appunto — nel 1950. Mi si dice abbia anche un ottimo rapporto qualità-prezzo, sempre nei limiti degli standard di questo paese, in cui, ricordiamolo, la retta annuale media in un’università media si aggira intorno ai 30.000 dollari — alloggio, libri, sopravvivenza esclusi.
Gli studenti che popolano il Mercy arrivano da ogni angolo dello Stato di New York. Quindi, presumo, anche da Margaretville, Dover Plains, Mahopac, New Marlborough. E presumo abitino in casine con la porta a zanzariera. E guidino dei pickup.
Quelli, i pickup, li vedo parcheggiati nel parcheggio del campus.
Ogni volta che vedo un pickup, io penso brutte cose, e questo è sbagliato, sbagliatissimo. Ma con i pickup entra in gioco il fattore cinematografico. E pensi immediatamente a “Boys Don’t Cry”, al whiskey chimico che i trogloditi redneck si preparano con alambicchi di fortuna in cantina, e che poi consumano tracannandolo da vasetti di vetro — quelli dei cetrioli o delle conserve — e con cui si corrodono, verosimilmente, pareti intestinali e smalto dentale.
Ogni volta che vedo un pickup in questo paese, il brivido che provo è minimo, quasi impercettibile. Ma, seppur minimamente, lo percepisco.

Un paio di settimane fa, ho assegnato il compito che mi piace molto assegnare e che ormai conoscete bene.
Cerco di farlo fare a tutti i miei studenti. Sia perché è un ottimo esercizio dal punto di vista grammaticale. Sia perché questo mi permette di capire che tipo di soggetti, questi millennial nordamericani, considerano meritevevoli di ammirazione e di disprezzo. È un ottimo modo per conoscere il tessuto sociale su cui cammini.
Al solito “descrivi una persona nota — VIP, sportivo, politico, attore, personaggio televisivo o storico — che ti piace”, questa volta ho affiancato l’esercizio inverso “descrivi una persona nota — VIP, sportivo, politico, attore, personaggio televisivo o storico — che non ti piace”.
In questo modo, loro lavorano sui contrari. E io espando la conoscenza del tessuto sociale 😉
Tra parentesi. In classe, poi, ho riscontrato con non poco piacere che la maggioranza voleva leggere il secondo, il personaggio che non piace. Alla base di questa scelta c’è la stessa spinta che ci muove verso “L’inferno” di Dante, e che ci allontana da “Il paradiso”.
Il sordido ci attira sempre più del candido.

Escono nomi che non conosco. Allora gli studenti mi spiegano chi sono. E noto quanto a loro piaccia spiegarmi le cose. Diventare loro, per una volta, professori. Cerco di farlo il più possibile perché così capiscono che anche i professori sono sempre un po’ scolari.
No perché ditemi voi se avete mai sentito Devon Boucher, Kevin Durant, Joel Birch, Kéké Wyatt. Magari voi li avete sentiti. Io no.

Samantha è assente il giorno di consegna e lettura in classe dell’esercizio. Me lo porta la settimana dopo. Bene, brava Samantha, dico fra me e me, che non hai usato l’assenza per risparmiarti l’esercizio.
Una volta a casa, tiro fuori i compiti da correggere, e ritrovo il lavoro di Samantha, che vi riporto, così come mi è stato consegnato, errori inclusi — qui trovate la copia cartacea.

Il presidente degli Stati Uniti è Donald Trump. È stato eletto nel 2016. Lui è vecchio ma è settante due anni. Lui vive nella casa bianca in Washington D.C. Lui è intelligente e ricco. Anche, lui è imprenditore.

Kim Jang Un è un dittatore della Corea. Lui è grasso ma è giovane. È trantacinque anni. Lui è asiatico, è ricco. Lui è molto aggressivo e non molte persone sono come lui.

Ed eccolo qui, il primo soggetto americano che, nei miei due anni abbondanti di residenza negli USA, mostra dell’apprezzamento nei confronti del Presidente. E lo mette pure nero su bianco.
Per me questo è un documento d’incalcolabile valore. Finalmente, nero su bianco, il perché. Niente dissimulazioni, niente giri di parole. Finalmente, la prova madre, prodotta dalla malefica innocenza di Samantha.

Da notare anche la scelta del personaggio non apprezzato. Kim Jang Un. Manco a farlo apposta, il rivale numero uno di Trump.
Oltre alla scarsa fantasia di Samantha nella scelta di una coppia ovvia — sarebbe stato come scegliere Harry Potter e Voldemort, Don Camillo e Peppone — questo ci permette di dire che sì, i supporter di Trump esistono. E sono individuabili. Persino su carta.
E sono anche studenti, giovani, quelli che dovrebbero essere generazionalmente, storicamente, contro l’establishment e chi lo gestisce.

A onor del vero, c’è da dire che due dei miei studenti, la settimana prima, avevano scelto — e letto in classe — Trump come personaggio detestato.
Mi chiedo cosa sarebbe successo se Samantha fosse stata presente il giorno della lettura, se avesse letto la sua descrizione, dopo la lettura degli altri due studenti. Immagino l’imbarazzo. Ma mi piace anche immaginare una magnifica zuffa — verbale, per carità, niente mani — tra la fazione anti-donald, e Samantha, la shampista trumpista — per quel che ne so, Samantha non fa la shampista, ma il suo nome, evoca, almeno nel mio immaginario inequivocabilmente cliché, doppie punte e colpi di sole.

Mi è anche sorto un dubbio.
La settimana prima dell’assegnazione dell’esercizio, avevo fatto una battuta su Trump. Non ricordo bene cosa avevo detto. Ma qualcosa di non troppo irriverente o sfacciato. Giusto una battutina ironica, che ricordo, scatenò l’ilarità generale. E ricordo — la ricordo chiaramente — l’espressione interrogativa sul viso di Samantha. Un volto serio, scuro, che risaltava in mezzo agli altri visi illuminati dalle risate.
In quella frazione di secondo, davanti allo sguardo corrucciato della ragazza, mi sono sentita a disagio per quella battuta, per quanto -ina. Ma poi, la frazione di secondo dopo, ho pensato che io non avevo nulla da nascondere. Che non avrei nascosto certo le mie idee perché ero e sono un professore. Cosa siamo, nel fascismo?  
Perciò, quando ho letto il compito di Samantha, dopo lo sbigottimento iniziale — il nero su bianco, anche se sgrammaticato, fa il suo bell’effetto shock — ho collegato le sue righe con la sua espressione seria in classe davanti alla mia ironia.
I should have seen it coming.
Avrei dovuto prevederlo.
E se questo fosse il modo della ragazza di farmi capire che lei, Trump, lo apprezza, e che la mia ironia non è cosa gradita?
E se così fosse, io dovrei mettere un freno alla mia ironia, perché una millennial apprezza una sciagura travestita da milionario travestito da presidente?
Dovrei censurarmi?
Ho come l’impressione che questo non rientri nelle mie intenzioni. Né ora né mai.

A ogni modo. Samantha, shampista o meno, studentessa di sicuro, è la prima trumpista dichiarata dal 2016.
Una donna.

Fu*k.

Ieri sono stata nell’East Village, al Village East Cinema, a vedere il bizzarro ma intrigante “To Dust” di Shawn Snyder.

Premiato al TriBeCa Film Festival con il premio del pubblico e il Best New Narrative Director Award, ci presenta Shmuel, un cantore chassidico, nello stato di New York, alle prese con la morte prematura della moglie. Schmuel non riesce a farsene una ragione. Soprattutto, non si dà pace sul futuro che attende il corpo della moglie. Come si decomporrà? Quanto tempo impiegherà? L’anima della moglie soffrirà per lo sfacelo a cui le sue spoglie andranno incontro?
Angosciato da tutti questi dilemmi, e incapace di trovare conforto nella religione, Schmuel si rivolge ad Albert, un professore di scienze presso il Community College di Newhempsted — interpretato da Matthew Broderick. Tra i due si instaura uno strano rapporto di amicizia, o collaborazione: spinto da spirito scientifico e da compassione, Albert asseconda i piani del tutto insoliti di Schmuel, che coinvolgono il furto, l’omicidio e la sepoltura di un maiale (!) per calcolare quanto tempo impieghi a decomporsi, rispecchiando, pertanto, “l’iter” della decomposizione del corpo della moglie. Coinvolgono anche una visita a un centro per l’inumazione degli esseri umani a scopi antropologici dall’altro lato del paese.

Bizzarro è l’aggettivo che ho usato per introdurre il film. E lo è. È una via di mezzo ben riuscita, nella sua ibridità, tra necro-commedia e dramma, in cui si gode sia dell’una che dell’altra.
Struturalmente, il film comincia nel dramma: il cadavere pronto ad essere inumato della moglie, il dolore di Schmuel, quello dei due figli, il tutto, però, senza strilli prefici o sceneggiate. Siamo pur sempre nello Stato di New York, e il dolore è una faccenda tutta interiore.
Man mano che il film procede, e che il sodalizio con Albert si sviluppa, il film tocca anche la sponda del buddy-movie, molto sopra le righe e senz’altro fuori dagli schemi classici del genere che vede una coppia o più di amici far fronte a degli ostacoli e giungere a una sorta di lieto fine.

In “To Dust”, una sorta di lieto fine è raggiunto. Schmuel comincia a farsene una ragione e a tornare a sorridere ai figli. Ma il film lascia volutamente aperti grandi quesiti esistenziali. Il nostro corpo è davvero nulla? C’è una qualche relazione fra l’anima e il corpo privato della vita? L’anima è 100% indifferente alle barbarie della decomposizione?
I due attori funzionano molto bene insieme, specie Matthew Broderick.
Per una che lo ricorda nei panni dell’adolescente Ferris Buller che marina la scuola sulle note di “Twist and Shout” in “Una pazza giornata di vacanza” — opera seminale della cultura teen-pop degli anni ‘80 — per una che lo rivede poi qualche anno dopo in “Ladyhawke”, a managgiare falconi e Michelle Pfeiffer, ritrovarlo qui, certo imbolsito, certo incanutito, ma sempre con quel qualcosa da simpatica canaglia che dona ad Albert una vitalità altrimenti lontana dal suo personaggio, be’, mi ha fatto molto piacere — immaginare lui, Matthew Broderick, in qualità di marito al fianco di Sarah Jessica Parker da vent’anni, mi fa sempre strano, come se i due non ci azzeccassero niente, ma invece, alla fine, in qualche modo, ci azzeccano.

Del film è anche godibile il ruolo dei due figli di Schmul. Si convincono che l’anima della madre sia entrata nel corpo del padre sottoforma di Dybbuck — nella tradizione ebraica, il Dybbuck è un’anima vagante in grado di possedere gli esseri viventi — e implorano affinché lasci il suo corpo e gli restituisca il padre di una volta.

Si ride. Mestamente, ma si ride. E soprattutto, non ci si sorbisce alcun tipo di morale. Tra scienza e religione sembra non esserci né vincitrice né vinta. Entrambe offrono delle spiegazioni troppo misere, mai completamente soddisfacenti, che costringono a cercare nuove strade, come Schmul, per rimpolpare di sostanza risposte troppo scarne. Forse, quello che capiamo, alla fine, è che ogni dolore — così come ogni cadavere — è singolo, specifico, particolare: varia al variare del individuo/corpo coinvolto.

Si apprezza anche l’equilibrio della storia, che non cade mai nella commedia o nella tragedia, ma che cammina per 90 minuti sul filo in mezzo, senza un’esitazione. E non è affatto facile, camminare per 90 minuti tra quei due abissi, trattando temi scomodi come il dolore, e tabù come il destino del corpo dopo la morte, indubbiamente uno dei più grandi tabù della nostra società.  

Se arriva in Italia, e avete voglia di qualcosa di qualità e fuori dagli schemi, “To Dust”, è il film per voi.

E anche per stasera, Fellows, è tutto.
Frunyc IV laggiù, questi sono tanti ringraziamenti, e lì, proprio lì, trovate i saluti, categoricamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 401 da NYC commenta “RUBEN BRANDT, COLLECTOR” di Milroad Krstić

LET’S MOVIE 401 da NYC commenta “RUBEN BRANDT, COLLECTOR” di Milroad Krstić

Fine and Mellow, Fellows and Moviers,

è una canzone della regina Billie Holliday. Credo di avervela già menzionata per via di “mellow”, aggettivo che se la vede, nella mia personale classifica multilingue degli aggettivi preferiti, con “pestifero”, “hochmutig” e “gut-wrenching”.
Quella canzone uscì nel 1939. Justin Bieber dormiva ancora nella notte dell’inesistenza, con le sue citazioni bibliche, i suoi tatuaggi molesti. La canzone è il lamento di una donna, il cui uomo è un vero mascalzone. Di più di mascalzone. The lowest man I have ever seen, specifica Billie. L’uomo più basso mai visto — basso non nel senso di tappo, nel senso morale, il ché, concorderete, è molto peggio. Il classico gagà che la tratta d’inferno — awfully. E lei se la prende pure con l’amore e dice che ti può far fare le peggio cose, le cose che sai che sono sbagliate. Però, alla fine, quando lui comincia ad amarla, lui è so fine and mellow.

Mi viene in mente questa canzone mentre cammino nel cuore di TriBeCa.
Quando si dice TriBeCa, si pensa a Bobby De Niro e al Film Festival. Ma in realtà c’è ben altro. Se SoHo per South of Houston, e NoHo per North of Houston, TriBeCa sta per “TRIangle BElow CAnal”. Canal è una lunga arteria che traccia il sottopancia di Lower Manhattan, marcando il confine sud di Little Italy e il confine nord di China Town.
È un quartiere che ricorda quella New York post-Probizionismo e pre-Second-World-War, che porta con sé case di mattoni molto elaganti, modanature Art Deco, scarpe da jazzman vaniglia e cioccolato, e donne magrissime dentro vestiti di lamè. Però, se alzate giusto giusto la testa davanti a voi, scendendo lungo West Broadway, vi svetta davanti la Freedom Tower, ai cui piedi giace, mesto, il World Trade Center. E il presente del terzo millennio spazza via il passato del ‘900.
Percorro un tratto di Varick Street, e come faccio ogni rara volta che scendo alla fermata di Franklin Street — una fermata notevole, tutta ricoperta da simil pietruzze in simil porfido multicolor — passo davanti alla Hook&Ladder 8, la stazione dei pompieri che fu il quartier generale degli Acchiappafantasmi.
È molto sciocco, da parte mia, passarci ogni volta, anche perché non c’è molto da vedere, se non due divieti che imprigionano due ectoplasmi, stampati sull’asfalto, all’ingresso.
Eppure ogni volta mi fermo e penso a Egon e Peter, sia in versione cinematografica che cartone animato. Penso alle trappole acchiappafantasmatiche che da piccola, nell’era pre-Google, avrei voluto sapere dove si potevano comprare. E se sì, come convincere mia madre a comprarmene una, per la mia salvaguardia, ma certo anche per la sua.

Mi infilo in Moore Street, una stradina che ricorda l’Europa, con quell’unica corsia, quella pavimentazione di pietre rettangolari, e soprattutto quell’andatura da strada non-americana, obliqua. Dopo miglia e miglia di graticola statunitense, l’incastro perfetto ma ripetitivo di Streets e Avenues, finalmente, una stradina che pratica la trasversalità.
Di lì proseguo un pezzo lungo la West Broadway, apprezzando non solo i 13 gradi di una sera di febbraio, ma anche l’inspiegabile assenza di traffico. Attraverso senza badare alle macchine, e guardo il susseguirsi di ristoranti eleganti illuminati a candele, e diner retrò fasciati di acciaio con le insegne al neon rosso ciliegia.
Infine eccomi sulla Sesta Avenue, davanti al Roxy Hotel.

L’edificio deve molto alla sua posizione nel cuore di un triangolo, i cui lati sono costituiti dalla Sesta Avenue, da Church Street e da Walker Street. Personalmente amo molto questo genere di forme, quei corpi architettonici che si sviluppano per il lungo, come il Flatiron Building, che parte stretto stretto, e poi via via si apre. È come un uccello: la parte anteriore sottile per bucare l’aria, e poi il corpo più solido, per dargli stabilità — il complesso finale contiene il mistero dell’aerodinamica.
Il Roxy è un edificio del 19esimo secolo, ripreso in mano e reso molto cool all’inizio del 2000. L’insegna al neon, gli inserti luci neri, le porte a due battenti in legno e vetro: Billie Holliday potrebbe uscirvi da un momento all’altro, non fosse impegnata a cantarmi in testa.

È un mio amico italiano, in città per lavoro, che m’invita ad ascoltare un po’ di musica al Roxy. Porta l’Italia con sé perché l’invito mi arriva praticamente un’ora prima dell’inizio. Una cosa che i newyorkesi non farebbero mai, nemmeno se costretti da un machete. I programmi si organizzano con largo anticipo in modo da permettere di inserire l’evento in agenda, e, congetturo, di prepararsi psicologicamente all’evento. Tutto richiede energia e commitment a New York. Ti devi mettere nell’ordine delle idee. Anche per una cosa super fun.

Sono a zonzo in zona Midtown, e non ho nulla in programma. Accetto volentieri l’invito e scendo a TriBeCa.
Per altro. Coincidenze. Una settimana fa, scopro che il Roxy Hotel non è solo famoso per la sua allure anni ’20, ma anche perché al suo interno ospita un cinema, in cui alterna la proiezione di film d’essai e successi mainstream, oltre a organizzare incontri con registi/autori e altro guduriame simile, tra cui — tenetevi forte — la proiezione della Notte degli Oscar in diretta, domenica prossima.
Sull’onda dell’entusiasmo da scoperta dell’America, mi sono prenotata immediatamente un posto: il primo anno di vita a New York ho visto gli Oscar al Samsung 837 a Chelsea, il secondo anno al Metrograph nel Lower East Side e quest’anno toccherà al Roxy Hotel di TriBeCa. L’idea è di girare quanti più quartieri possibile con la scusa di condividere la notta che celebra il cinema. 🙂

Abbiamo già detto delle coincidenze. Però, ri-passatemi lo stupore. Di tutti i posti in cui si suona musica dal vivo a New York — si aggireranno intorno ai 4000 locali, tra sale con ingressi da $200 e scantinati con probabile, se non garantito, contagio colerico — il mio amico sceglie proprio il Roxy Hotel.
Io come sempre vedo le mani magiche maneggiare dietro la mia vita, e me la rido.

Dentro, il Roxy, è persino meglio che fuori. I tavoli del ristorante sono sparsi nella sala centrale, e alcuni di loro confluiscono anche nel bar, il Paul’s Cocktail Lounge, una specie di isola più appartata, sulla sinistra, ma sempre comunicante con il mare locale fuori. Sulla destra, c’è un palchetto, ma non è un vero e proprio palco, nulla di rialzato. C’è solo un tappeto che delimita l’area dei musicisti.
In fondo, basta davvero poco per fare un palco: non serve nemmeno l’altitudine.
Le sedie, al Roxy, esistono in esemplari limitati. Si sta seduti in poltrone e divani di pelle. Il che rende la permanenza all’interno, un momento di comodità, non solo di convivialità.

Sopra di me, e questo è ciò che rende il Roxy davvero speciale, partono tutti i piani dell’albergo. È come trovarsi in uno di quei vecchi caseggiati romani, o anche milanesi, in cui, sul cortile centrale interno, davano i quattro lati dell’edificio, con le porte dei singoli appartamenti. Il Roxy funziona esattamente così. Volendo, dai balconi superiori, gli ospiti dell’albergo, potrebbero affacciarsi e guardare cosa succede giù nel cortile, popolato da tavoli e dal palco con la musica.
Sollevo ripetutamente gli occhi durante la serata, ma nessun ospite si affaccia.
Che peccato, penso ripetutamente. Io, fossi un ospite, passerei molto tempo con le braccia conserte appoggiate sopra la balaustra, il mento appoggiato sopra di loro, a sbirciare le formiche umane di sotto.
C’è qualcosa di hitchcockiano in questo tipo di struttura. Non so dire di preciso cosa, ma c’è. “Psycho” e “La finestra sul cortile” sono entrambi presenti. Forse perché nel primo, la camera d’albergo è così indimenticabile. Forse perché nel secondo, lo sguardo del protagonista — e dello spettatore con lui — fa di lui — e di noi — voyeur privilegiati e un po’ complici.
Forse anche per via di “Vertigo”.
 
I clienti sono eterogenei, e non ho modo di sapere se siano ospiti dell’albergo, oppure semplici avventori, come io e il mio amico. Aprire l’hotel ai non-ospiti è un gesto di democrazia mosso dal tornaconto economico, naturalmente. Ascolti la musica e consumi, naturalmente. Ma non c’è un biglietto d’ingresso, almeno, al piano terra.
Ho saputo che nel piano interrato c’è il Django Jazz Club. E chissà se invece lì, l’ingresso è a carico del contibuente.
Anche i camerieri sono eterogenei. Li osservo con attenzione quasi maniacale — sarà il fantasma di Hitch che mi spinge a catturare ogni dettaglio, ogni cosa possibilmente sinistra.

La cameriera che ci accoglie — quella che qui si chiama hostess — è una di quelle bellezze diesel. Diesel non di Renzo Rosso. Diesel nel senso che impiegano un po’ di tempo ad accendere il motore del vostro apprezzamento. Ma poi quando carburano, partono e chi le ferma più.
Ha la testa rasata, i capelli di circa sei millimetri. Un po’ banalmente, la chiamo, fra me e me, Sinéad O’connor — purtroppo non ci sono molte donne famose con un taglio del genere, e il Soldato Jane non mi ha mai fatto impazzire, al contrario di “Nothing Compares to You”.
Ha un viso di una bella forma, e anche il cranio — quando hai solo sei millimetri di capelli, la forma del cranio è essenziale, e fa la differenza. Ha gli occhi molto azzurri, e un rossetto opaco molto rosso. Il contrasto mi piace molto. Sono ghiotta di palloncini rossi incastrati nei rami degli alberi, fra l’azzurro del cielo. Quindi è ovvio che occhi e labbra di questa cameriera mi facciano venire l’acquolina in bocca.
Sinéad porta un tailleur da uomo, giacca e pantaloni. Grigio scuro. Nell’insieme potrebbe considerarsi molto maschia, ma quando si muove, per andare a controllare se c’è un tavolo libero, lo fa con una grazia che solo una donna — o un gay di razza — può sfoderare.
Non abbiamo prenotato — siamo due italiani dell’ultimo minuto, dopotutto. Avverto un’impercettibile contrazione muscolare sul suo viso, ma Sinéad è una professionista e, come tutti i camerieri capi-sala professionisti, reprime e annuisce comprensiva quando rivelate, colpevoli, che non avete prenotato. Sorride un po’ — non troppo, per non illuderci e poi deluderci — e in un bisbiglio, ci offre un incoraggiante “Let me check”.
Torna in un istante. Basta il suo sorriso aperto a farci capire che sì, è tornata vittoriosa.
“This way”, ci fa strada, e ci porta a un tavolo proprio accanto al palco non-palco-ma-comunque-palco.
“Have a wonderful stay”, ci vizia.
Io mi sciolgo in ringraziamenti, ma so che non la vedrò più. Lei è stata il nostro Virgilio. Ci ha accompagnato fino a un certo punto. Ora ce la dovremo cavare da soli nella commedia divina del Roxy.

Il cameriere assegnato al nostro tavolo è gay — e non occorre nemmeno più che dica, naturalmente. Lo si capisce dalla grazia, anche per lui. E poi da un certo modo di portare i pantaloni. Troppo fascianti. E dalla cordialità con ci augura “Enjoy it, guys”, quando appoggia i bicchieri sul tavolo.
Mi chiedo se notare questi dettagli, trarre queste conclusioni, nell’Occidente americano del 2019, sia consentito, oppure se io non stia infrangendo un qualche protocollo tacito ma condiviso per cui è inopportuno — vietato? — dire che dei pantaloni troppo fascianti fanno di un essere umano di sesso maschile un potenziale gay.

Sul palco-non-palco-ma-comunque-palco prende posto la band. O meglio, un trio. Tromba, pianola, e vocalist. La vocalist arriverà più o meno alla trentina e il fatto che interpreti un paio di pezzi dell’amata regina Amy Winehouse non mi deve portare a fare dei paragoni. Certo però, il vestitino attillato di pelle nera da pinup anni ’50, le scarpe con i tacchi, i capelli lunghi e corvini, la carnagione olivastra e un qualcosa nel naso che vagamente ricorda quello di Amy, potrebbero trarmi in inganno.
Poi però quando la vedo sul palco-non-palco-ma-comunque-palco, con la pancia troppo pronunciata, le gambe troppo colonne doriche — che peccato quando la gamba prosegue la sua discesa dal ginocchio al piede senza scrivere quella virgola miracolosa che è la caviglia di una donna — e soprattutto quando la vedo camminare, traballantissima, sui tacchi a spillo — che Amy non avrebbe mai portato senza plateau anti-traballo — l’ombra di Amy se ne va, e lascia questa ragazza con un certo talento musicale, ma non certo la presenza dell’originale.

Accanto al nostro tavolo, un altro tavolo. Quattro donne, oltre i cinquanta, sicuramente non di New York. Direi Vermont. Un posto con del brutto tempo, della neve, considerati gli scarponcini che portano ai piedi, e i jeans anni ’90 che portano addosso, ma senza intenti vintage o reinterpretazioni contemporanee. Semplicemente jeans anni ’90: vita alta, lunghezza corta, tessuto sbiadito.
Continuano a scattarsi selfie, ma evidentemente non bastano. Una di loro ci chiede se siamo così gentili da far loro una foto di gruppo.
Il mio amico si alza e si presta. Ora però succede questa cosa per cui una delle quattro, si sdraia — letteralmente — in braccio alle altre tre sedute sul divano. Il risultato è una specie di hotdog senza pane sopra in cui lei interpreta il wurstel.
In quell’istante penso ai posteri, e a tutte le risate che si faranno, ripescando profili Instagram da questo decennio e vedendo come ci riducevamo.
Nell’intento di rendere la posizione ancora più “sexy”, il suo piede, anzi, il suo scarponcino, urta uno dei bicchieri da Cosmopolitan — fortunatamente vuoti — sul tavolo.
Io vedo tutta la scena al rallentì. Il bicchiere rotola sul tavolino e precipita a terra. Non va in mille pezzi, ma il gambo si spezza, e i pezzi sono più o meno tre, quattro.
Io mi sento a disagio, come ogni volta che si rompe qualcosa in un negozio, o in un luogo pubblico, immaginando quella grossa mano nera che calerà dall’alto e tra un secondo afferrerà il collo del   responsabile.
Alle quattro arzille signore, non frega nulla del bicchiere, né, men che meno, della mano nera che è calata dall’alto e ora sta vagando in cerca del responsabile.
Scoppiano addirittura a ridere.

Arriva prontamente una cameriera. Come se avesse aspettato la scena e fosse stata lì, in attesa del momento.
Questa cameriera è persino più androgina di Sinéad. Certamente più magra. Le guance incavate, gli zigomi affilati. Asiatica. Lei, per me, si chiama, subito, Nikita — ci sono molte donne famose asiatiche a cui potrei pensare per il suo nome, ma il suo fare ninja, fa di lei indiscutibilmente una Nikita. Anche lei indossa un tailleur da uomo, ma diverso da quello di Sinéad. Il suo è in una fantasia Principe di Galles un po’ anni ’80, ma le dona. E il rossetto è rosso e opaco come quello di Sinéad.
Raccoglie il resti del bicchiere e non dice nulla. Ma vedo, oltre l’espressione vitrea del suo viso, che vorrebbe trucidare quelle cinque mezzane giunte da qualche monte o pianura nel mezzo dell’America giusto per farsi scattare dei selfie e diventare l’invidia delle amiche back home, facendole schiattare quando posteranno la loro serata al Roxy Hotel di New York City.
Nikita non finge nemmeno un sorriso. È il ritratto dell’autocontrollo. Anni e anni di lavoro su se stessi per non scoppiare, e trucidare.
Dopo un po’, le mezzane se ne vanno. Una di loro, mentre si allontana dal tavolino, si calpesta la sciarpa. Una bella sciarpa.
Uno scarponcino montano che calpesta qualcosa di morbido e inerme, è l’idea che mi rimarrà di loro.

La serata scorre tranquilla. La musica è quel lounge soft di qualità che si presta sia ad essere ascoltata con piacere, che ignorata del tutto per preferire il dialogo.
Riprendo la metro a Chambers Street. E mentre ripenso a Sinéad, Nikita e alle mezzane del Vermont, mi viene in mente un’altra scena che include una donna, e la affianco a loro, idealmente, sullo scaffale che dedico alla femminilità americana.

Il fatto è successo un paio di settimane fa.
Esco dal Cinema sulla 68esima e Broadway. È tardi, è freddo, sono stanca, ho voglia dei 25 gradi che fanno di casa mia, la Bali dell’Upper West.
Non presto molta attenzione al semaforo pedonale sulla 69esima. O meglio, l’attenzione la presto, ma calcolo male i tempi. Credo di farcela ad attraversare prima che quella macchina che mi guarda con quei fari ancora sufficientemente lontani per essere troppo vicini, ma non poi così lontani, si faccia troppo pericolosamente vicina.
Allora accelero il passo nell’ultimo pezzo di strada che mi separa dalla salvezza del marciapiede. Ma mi rendo conto all’ultimo, che la macchina ha dovuto rallentare, e anche, sospetto, frenare.
In America le macchine non si possono far frenare in alcun frangente, è una violazione del codice civile, non della strada. Se succede, poi succede quello che sarebbe successo di lì a qualche istante

Fra me e me chiedo scusa al guidatore al volante della macchina, un’automobile balcana, o della Russia breznevita. Una Lada. Grigio topo. Scoprirò che si tratta di una guidatrice.
Svolta a destra imboccando la Broadway, accosta al marciapiede, si ferma, tira giù il finestrino e si mette a cantarmene tante, ma tante, ma talmente tante, e con una proprietà di turpiloquio, una profusione di abbinamenti che l’orrore suscitato in me dagli insulti e dagli improperi si dissolve in meraviglia. Come un neo-genitore davanti alla quantità impressionante di cioccolato liquido defluito dal santo sfintere del proprio neonato angelico.
Ci sono situazioni in cui l’orrore dissolve, strabiliantemente, in meraviglia.

Non ho capito ogni singola imprecazione, ma credo di aver afferrato il senso.
Crazy c*nt (la lettera mancante è la U), waddafu*k were you doin’ you fu*king bitch, molti fu*k in ogni sua declinazione possibile, dal gerundio, al sostantivo, al participio presente in funzione aggettivale.
Moltissimi.

Adesso. Io sono colpevole come l’adultera del Vangelo Secondo Giovanni, su questo non c’è dubbio. E certo non esclamo chi è senza peccato scagli la prima pietra. Anzi, mi prendo tutta la pioggia di epiteti che mi rovinano addosso e che, credetemi, picchiano duro anche loro come le pietre.
Quindi, ribadisco, sono in torto. Ma questa donna, Fellows, era una furia fuori di senno.
Io camminavo sul marciapiede, lungo la Broadway, e lei costeggiava la Broadway, procedendo all’andatura del mio passo, strillando come un’ossessa fuori dal finestrino del passeggero.
A un certo punto, dopo aver ripetuto una quantità di “sorry” che credo sfiori il limite massimo di ridondanza consentito dalla legge, e dopo aver visto che la reazione della donna era veramente eccessiva rispetto al danno morale subito, ho cominciato con il “calm down” e “easy”.
Ho appreso che quelle sono due espressioni da non dire a una furia americana fuori di senno.
Ha cominciato a urlare ancora più forte, ancora più improperi. Ringrazio la cintura di sicurezza che la teneva legata al sedile, altrimenti il suo corpo sporto sarebbe stato talmente tanto sporto da uscire fuori dal finestrino, consentendole di prendermi per la gola e far di me polpette.
Meatballs.
 
Non so come sarebbe andata a finire se sul suo percorso non fosse iniziata la fila di macchine parcheggiate lungo il marciapiede, che le impediva di camminare insieme a me, lei su ruote, io su tacchi. Probabilmente avremmo percorso così i tre isolati che mi separavano dalla mia fermata della metro, sulla 72esima.
E poi, meatballs.
Vista l’impossibilità di proseguire, ha dato gas ed è schizzata via.
E lì ho avuto la riprova che era proprio fuori di sé: gli americani medi non danno gas e non schizzano via su una macchina, a meno che non siano attori dentro la pellicola di un film.
Gli americani medi guidano più o meno come i pensionati — pensionati tedeschi, quelli italiani sono pronti al Mugello.
Quindi, ricapitolando. Io avrò anche infranto il codice civile, della strada e dell’onore del sacro suolo statunitense, ma la signora aveva qualche evidente problema di gestione della rabbia.

E questa cosa della rabbia che cova, la sento, in giro. Sottoterra nella metro, sopraterra per la strada. La sento nelle file di persone in coda, che t’inceneriscono con lo sguardo se provi anche solo a sgranchirti un piede e invadi il loro spazio d’attesa. La sento forte e chiara, rossa e fumigante, come un boccone umano nella bocca di qualche dio fuori dalla grazia di se stesso.
Era la stessa rabbia di Nikita, che ha raccolto il bicchiere rotto, al Roxy. Forse era la stessa, ma in versione dissimulata, di Sinéad, verso me e il mio amico e la nostra mancata prenotazione, perché cosa vogliono questi, non sanno che in questa città si prenota tutto?

È la stessa, in linguaggio artistico, espressa dal rapper Childish Gambino in “This Is America”. La settimana scorsa, il pezzo ha vinto il Grammy per la miglior canzone dell’anno — premiazione da lui disertata, insieme a Drake e Ariana Grande, per protesta. E se voi guardate il video — guardate il video — vedete che comincia con un ritmo caraibico-tribale, con Childish che si dimena a petto nudo, e pensate, ecco la solita canzoncina dalle profondità contenutistiche millimetriche compensate dai decimetri quadrati di pelle umana scoperta mostrati in video, che durerà il tempo di un inverno e poi si inabisserà nell’oblio internazionale. E invece, guardate cosa succede al chitarrista seduto sulla sedia al 52esimo secondo, e poi al minuto 1 e 57…

Childish Gambino sbatte in musica la superficialità della società americana — e occidentale? — accompagnandola alla violenza che non smette di dilagare, anche grazie alla facilità con cui è possibile procurarsi una pistola in questo paese e aprire il fuoco in scuole, luoghi di culto, proteste, ecc.
Il modo in cui lo fa è spiazzante e originalissimo. Inaspettato e inquietante.
This is America, reppa Childish, don’t catch you slippin’ up.
Questa è l’America, non farti beccare.
Gambino, come tanti artisti neri, è consapevolissimo che le musichette black possano fungere da macchine da soldi dentro un sistema razzista, e, al contempo, da spensierata valvola di sfogo per le vittime di quello stesso sistema. Ma è consapevolissimo anche che il prezzo psicologico è altissimo, i comportamenti, sempre più schizofrenici e bipolari, la rabbia sempre più forte — vedasi il video: Childish si accende una canna, quasi con indifferenza, ma poi fugge atterrito da un branco di bianchi…

This is America.
Billie Holliday e Childish Gambino.
 
Prima di passare al film, lasciatemi mandare tutti i miei in-bocca-al-lupo a Cuaron e al suo “Roma”, per la Notte degli Oscar 2019. Spero che faccia una strage di statuette, perché già lo dicemmo a ottobre: “Roma” è il miglior film del 2018.
Poi io tifo per “La favorita”, “La Ballata di Baster Scruggs”, “L’Isola di cani” e “Black Panther”. Quest’ultimo, recuperato la settimana scorsa, è ciò che l’Africa avrebbe potuto essere senza colonialismo, il tutto in una trama che tiene benone ed effetti speciali indubbiamente da premio Oscar.
Prevedo, ahimé, qualche statuetta a “Bohemian Rapsody”. È l’effetto isteria-euforia alla “Titanic”, che nel 1998 mandò in tilt tutto il mondo, me compresa — pretesi di ricevere in dono, dall’amore dell’epoca, la videocassetta (la videocassetta!) del film e il CD (il CD!) con la colonna sonora.
“Titanic” fece incetta di Oscar, ma lasciò Leonardo a bocca asciutta.
Personalmente, l’unico Oscar che darei a “Bohemian Rapsody”, lo darei a Freddie Mercury, quello vero. In memoriam.
Temo anche qualche premio per “A Star Is Born”. Speriamo sia solo quello per la miglior canzone, “Shallow”.

Questa settimana, sono stata all’Angelika Film Center a vedere “Ruben Brandt, Collector” dello sloveno Milorad Krstić. Presentato con successo al Festival di Locarno, questa animazione è qualcosa di unico e speciale, e la colloco con cura accanto a “Loving, Vincent”, e fra le tante animazioni che popolano il mio archivio personale.

È un tributo all’arte travestito da crime-story, thriller psicologico e action&heist movie. Il tutto scritto e illustrato con una mano d’artista — Milorad Krstić è, in primis, un pittore — e con un gusto smodato per il citazionismo, sparso su più livelli, quello immediato, quello più nascosto, e quello per intenditori alla Philippe D’Averio.
Non è un caso che la citazione che apre il film sia “Nel mio sogno ero due gatti, e stavo giocando l’uno con l’altro”, dello scrittore ungherese Frigyes Karinthy, che ho scoperto essere il primo ad aver ideato la teoria dei “sei gradi di separazione”. Il film si presenta, in effetti, come un’enciclopedia di rimandi, un organismo in cui tutto, in qualche modo, è collegato.

Ruben Brandt è uno psicologo specializzato in arteterapia.
Il film comincia dentro un suo incubo, al cui risveglio gli sentiamo dire ciò che riassume il suo problema, attorno al quale il film si sviluppa. “I personaggi delle opere d’arte continuano ad attaccarmi.”
Dal suo incubo passiamo a un rocambolesco inseguimento alla 007 in cui la cleptomane Mimì — una Valentina di Crepax incontra Margot di Lupin passando per Catwoman di Batman — sta scappando dal detective Kowalski, dopo aver rubato “il Ventaglio di Cleopatra” al Louvre.
L’inseguimento per le vie di Parigi è come correre per i musei e le gallerie della storia dell’arte, in cui vediamo opere d’arte notissime, note e “quello lo conosco”, “quello di chi era?” piovervi addosso senza darvi un attimo di tregua. Picasso, Matisse, Caravaggio, Van Gogh, Malevich, Mirò, Bosch, Brueguel, Goya, Escher e chissà quanti altri.
Mimì, insieme ad altri quattro pazienti in cura dal dottor Brandt, aiuterà il dottore a guarire dalla sua ossessione. Il piano è quello di rubare i tredici quadri che lo perseguitano nel sonno, e che è un piccolo excursus nella storia dell’arte mondiale, e nella museologia mondiale. Da Botticelli a Warhol, da Velazquez a Magritte a Hopper. Dal Louvre all’Hermitage agli Uffizi.
A dare la caccia a questa improbabile banda di ladri non c’è tanto la polizia, quanto un’altrettanto improbabile banda di gangster — italo-americani, of course — che vuole intascare la taglia appesa sopra le loro teste. Questo si traduce in un inseguimento continuo che inserisce quell’elemento “Ocean’s Eleven” di fuga a rotta di collo, ma ironica, a tratti comica.

Il film è una festa per gli occhi e per il cuore di chi ama l’arte. È evidente che il regista è legato ai dadaisti, ai surrealisti — troverete De Chirico — agli espressionisti tedeschi e russi — troverete Grosz e Dix— alla Pop Art — troverete Roy Liechtenstein oltre a Warhol. Ed è evidente che l’estetica predominante nel modo in cui i personaggi sono rappresentati è di chiara ispirazione cubista-dadaista, avvolta in’atmosfera da noir anni ’30.

Ma “Ruben Brandt, Collector” non è solo un catalogo da sfogliare, un’operazione meramente edonistica di puro piacere estetico. Va a scavare dietro gli incubi di Ruben, e a tirare fuori un passato paterno scomodo e da brivido.
Tranne il detective Kowalski, Ruben e Mimì, i personaggi sono tutti raffigurati con tre occhi, molto spesso due nasi, due profili, tre seni.
Ruben porta sempre due cravatte, una rosa e una viola, in pendant con le scarpe, una rosa e una viola. La frammentarietà del punto di vista cavalcato dalla poetica cubista sembra essere stata assurta, con l’aiuto del regista, al livello cinematografico, infrangendo un’altra barriera, ovvero quella della normo-rappresentabilità dei personaggi.
Due nasi, due teste e tre occhi, può diventare il canone.

I rimandi artistici sono talmente tanti e spaziano talmente in lungo e largo da includere anche il cinema stesso, con Hitchcock — in forma di ghiacciolo, oltre che di omaggio stilistico a “Caccia al ladro” — Eisenstein di “Ottobre”, e per me anche Lynch.

È un’animazione che si discosta dall’amato Myiazaki, specie nello stile, ma che di lui mantiene l’intrusione del lato oscuro nel giorno quotidiano.
A tratti ci si può sentire sopraffatti — too much! — e si vorrebbe rallentare il film per recuperare il nome dell’artista e abbinarlo al fotogramma appena visto e scivolato via. Ma, l’abbiamo detto, questo è anche un heist-movie, e sarebbe stato un peccato — se non uno sbaglio — sacrificare il ritmo serrato in nome della filologia. Il regista sembra dirci proprio questo, attraverso la sua opera: l’arte è tanto, tanto altro, ma anche divertimento.
Estimatori dell’arte e del bel cinema benfatto, non lasciatevelo sfuggire!

E anche per oggi, my Moviers, siete arrivati in fondo.
Vi amo per questo.

Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti sentiti e saluti, irosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board  

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

Let’s Movie 400 (400!) da NYC commenta “COLD PURSUIT”/”UN UOMO TRANQUILLO” di Hans Petter Molland

Let’s Movie 400 (400!) da NYC commenta “COLD PURSUIT”/”UN UOMO TRANQUILLO” di Hans Petter Molland

Male, Moviers,

un male di quelli intercostali. Di quelli infantili, di quelli che sentivate quando eravate bambini, cadendo per terra mentre i compagni vi guardavano, quindi il male si accompagnava alla vergogna, e la sensazione complessiva aggiungeva un’altra sensazione. Quella di sparire dalla faccia della terra in quell’istante. Così tutti avrebbero pianto la vostra scomparsa, e si sarebbero scordati la caduta, la figuraccia.
Mi capita di sentirmi così domenica scorsa.

Domenica scorsa l’America, come ogni inizio di febbraio, si è fermata per quattro ore davanti al Super Bowl.
Per noi non-americani, l’evento non suscita interesse. O magari ad altri non-americani che non sono io, lo suscita, ma io, davanti al football americano, reagisco solo pensando a quel grande Al Pacino che fu in “Ogni maledetta domenica”.
Fiuto Super Bowl ancora una decina di giorni fa, allorché Valerie, una studentessa della mia classe di adulti alla Columbus Citizens Foundation, alla richiesta “descrivi un VIP, uno sportivo, un attore, un personaggio storico o letterario a tua scelta e non dire il nome così lo indoviniamo”, lesse la sua descrizione. Trattavasi di Tom Brady, un ussaro che fa il quarterback nei New England Patriots, e che ha vinto, unico della storia, sei Super Bowls.
Tutti gli altri studenti hanno indovinato immediatamente.
Io sono rimasta zitta, tagliata fuori dal momento di bonding americano.
Per fortuna, la buon’anima di Richard, altro studente senior, mi ha piacevolmente stupito prendendo come personaggio Quasimodo de “Il gobbo di Notre Dame”.
Questo episodio mi ha fatto capire che il football americano, e nello specifico il Super Bowl, non è solo robaccia da maschi, il classico rito targato Alfa, con un gran divano come altare, junk food e barilotto di birra a far da contorno. No. Ci sono anche le donne in mezzo. Lo guardano anche loro, il Super Bowl. Oscure rimangono ancora le ragioni che spingono le americane a guardare 22 giocatori correre dietro una palla scomodissima, nella speranza di farla atterrare di là da una linea.
La partecipazione femminile è documentata nel party che Bob è solito dare ogni anno per il Super Bowl — una tradizione decennale o più.
Avevo partecipato anche lo scorso anno, nel bel mezzo del mio trasloco da Harlem. L’intento, lo scorso anno, era quello di capire le regole del gioco, di passare per la miglior housemate che Bob si fosse scelto e, nella migliore delle ipotesi, stringere qualche amicizia. In fondo avremmo condiviso una casa.
Lo scorso anno fu una serata lunghissima. La partita durò quasi quattro. Rimpiansi i rigori — il doppio senso mi è fausto — dei nostri cari Mondiali. E alcuni invitati si sforzarono di dipanare il ginepraio di regole che fanno del gioco più facile del mondo — bring the ball home, boy! — il più complesso della storia dello sport — dopo la rogna del baseball, naturalmente.
 
Lo scorso anno, finsi magnificamente di capire e incamerare le regole. Un’interpretazione da Palma d’Oro. Non pensai, stolta me: “Il Super Bowl è come le tasse, come il Natale, arriva ogni anno, e ogni anno che passerai in questa casa te lo dovrai sorbire”.

Appena torno dall’Italia, Bob m’informa di tenermi libera domenica 3 febbraio. Io, colta alla sprovvista, rispondo con un “Sure”, che poi mi sono dannata l’anima a “ritoccare”. Questo perché, come dicevo, l’America si ferma. Nessuno se la sente, di far concorrenza al Super Bowl con dei grandi eventi collaterali, nemmeno a NYC.
Il MoMA è giunto in mio soccorso. Santo.
Alle 4:30 pm del 3 febbraio, la programmazione cinematografica del MoMA ha previsto “Poetry” un film di Lee Chang-dong, che avevo perso nel 2010 in Italia.
“Poetry” è un film coreano. E i coreani — Dio, li abbia in gloria — sono soliti fare film eterni. “Poetry” dura la bellezza di due ore e 28 minuti.
Visto che era una mite domenica di finta primavera, prevedevo di tornare a casa dal MoMA a piedi — una passeggiatina dalla 53esima Midtown alla 111esima West Side prende un’oretta e quaranta minuti abbondanti — e contavo di arrivare a casa verso le 8:15 pm. Super Bowl cominciato da due ore.

Quando informo Bob di questo piccolo cambio di programma, storce il naso e brontola qualcosa sull’insalata che avrei dovuto preparare — che lui aveva deciso che io preparassi. Il party, come tutti i party del mondo anglo, è potluck: tutti si porta qualcosa.
Io, con calma zen, lo rassicuro: easy, Bob, easy, arriverò in tempo per fare la brava housemate, l’insalata sarà pronta in frigo e aggiungerò anche dei Forrero Rocher, toh.
Bob raddrizza il naso, ma troverà il modo di farmi sapere che “Poetry” è anche disponibile su Canopy — Canopy è una piattaforma della NY Public Library a cui avete accesso a milioni di film.
Io, con calma iper-zen, rispondo che i film, i veri amanti del cine, li guardano al cine, ogni volta che ne hanno la possibilità. Santo MoMA me ne dava la possibilità.
Ho sperato che non avesse altro da ribattere perché l’iper-zen non è illimitato.

Ma capisco Bob. Insiste perché gli piace avermi lì, condividere con la sua cerchia l’esotica che si è scelto per coinquilina. E sono ben lieta di essere condivisa. Ma quatttro ore di Super Bowl, è un prezzo altissimo da pagare. L’esotica passa a nevrastenica.
Il fatto è che non si può parlare molto, durante la partita. O meglio, si cominciano i discorsi, ma poi vengono interrotti sistematicamente dal gioco. E a me fa tristezza, una tristezza leopardiana, vedermi morire in mano incipit di discorsi interessanti per mano di un touchdown, o di una pubblicità da milioni di dollari.

Tutto va come da programma — raggiungo casa verso le 8:15 pm, il Super Bowl cominciato da un paio d’ore — ma la Provvidenza, ahimè, mi ha punito. Ho fatto la fine dei Malavoglia!
Le due ore e 28 minuti di “Poetry” sono state due ore di puro supplizio: il film si è rivelato una cannata, il tipico film da Cannes — aveva vinto la Palma d’Oro nel 2010 — che piace alla critica e frustra il pubblico.
Precisazione linguistica: una cannonata è un successo riconosciuto, una cannata è un errore premiato sulla Croisette.

Quando arrivo a casa, trovo molta più gente dell’anno scorso. Una ventina di persone, o forse di più.
Un po’ di invitati, soprattutto donne, sono in cucina. In sala, davanti al maxi schermo che Bob ha fatto scivolare fuori dalla sua camera, gli invitati dappertutto. Seduti su divano e poltrone, sedie, in piedi. Due sono persino sdraiati — I mean, sdraiati, non accucciati o ranicchiati — sul pavimento. Questo non tanto per eccesso di sciallo, ma per non impallare la visuale a quelli seduti sul divano.
Io non sono una talebana che ha sostituito “Il Galateo” al Corano, ma lo svacco sul pavimento, impallo o no, non s’ha da fare.
Faccio finta di niente e mi getto nella mischia. Parecchi li conoscevo dallo scorso anno, ma tanti sono nuovi.
Stringo mani, regalo sorrisi.

Sono tutti Upperwestsiders della specie highbrows. Intellettuali. C’è di tutto. Professori della Columbia, giornalisti del New York Times, scienziati, medici. C’è persino un angolo di Broadway con Eleanor Bergstein, regista, produttrice, scrittrice di teatro, nonché la penna da cui uscì la sceneggiatura di “Dirty Dancing” — chissà quanti l’avranno tormentata negli anni proponendole “nessuno mette Baby in un angolo”, quindi ho preferito non unirmi ai chissà quanti, anche se la tentazione c’è stata.
Sono tutti dei PhD, ma anche degli inguaribili sportivi — e badate, vanno dai quaranta agli ottant’anni. Il sabato si trovano a Central Park, in tarda mattinata, e giocano a football. Poi si concedono un brunch, e credo sia il pezzo forte che tutti attendono. Ho sentito dire che è un ritrovo molto ambìto. Farne parte è un lusso.
Bob mi chiede spesso di “join in”. Io ogni volta dico che il football non è sport per italiani. Quanto al brunch, non è sport per me.

Tornando al Super Bowl. In questa edizione rivisitata della morra cinese “Football batte Fruner”, so che devo mantenere brevi le risposte, e non fare domande troppo complesse.
C’è un signore distinto seduto sul divano. Scoprirò che ha ottantadue anni e che si chiama John Maniscalco. Maniscalco!
Potrei ammazzare per un cognome dal suono così nobile dentro un guscio così fabbro.

“So you are really from Italy?”, mi chiede.
Eccerto che sono davvero dall’Italia.
“Molto piacere”, mi dice, sfoggiando un italo-americano alla Joe di Maggio.
Passa all’inglese e mi chiede da dove.
Io gli dico, dal profondo nord.
“Ah il nord! Tutti ricchi!”. Io rido. Immagino che fra un po’ inforcheremo le nostre Vespe e andremo a sprofondare le nostre teste in un piatto di spaghetti al pomodoro…
Mi dice che suo nonno are originario dalla Sicilia.
Mi chiede dove, di preciso, dal Nord. Qualche mese fa era stato in vacanza… E mi mostra, sul cellulare, la foto del museo di Otzi, di Bolzano.
No way!, esclamo io, incredula, fra tutti i musei d’Italia, Otzi — mai visto, peraltro.
Gli spiego che Trento è a un tiro di schioppo.

Mi racconta, in versione Bignami, la storia della sua famiglia. La tipica storia italo-americana.
Il bisnonno arrivò a Ellis Island. La bisononna, no. Aveva un’infenzione della pelle, quindi, furbissima, non partì con lui. Sapeva che l’avrebbero respinta. Allora aspettò quattro mesi e poi partì. Si ricongiunsero, e cominciarono la loro vita qui.
“Can you speak Italian?”, gli chiedo
“No”, mi confessa con rammarico.
Mi spiega. Gli italiani erano visti e trattati malissimo a New York in quegli anni. Gliene dicevano di tutti i colori, e gliene facevano di ogni sorta. I suoi nonni non volevano che i loro figli parlassero l’italiano: era un modo per proteggerli. Quindi parlavano l’italiano fra di loro, ma non con la prole.
I suoi genitori fecero lo stesso con lui. Non gli insegnarono mai l’italiano, ma lui lo sentì volare per casa. E se hai qualcosa che ti vola per casa, un po’ ti rimane sempre addosso.

Questo accade ancora oggi. Luke, un mio studente al Mercy, ha una nonna siciliana. Lui non capisce niente di cosa  dice lei in dialetto siculo, e lei non capisce niente di cosa dice lui in italiano storpio —l’italiano dei miei studenti può dirsi così, storpio.
“I can’t understand a word my nonna says. She gets so mad at me…”
E a me par di vederla, questa siciliana, rattrappita e scura sul suolo americano, incavolarsi con il nipote yankee, come solo le siciliane sanno incavolarsi.

Finalmente la partita finisce. A quanto capisco non è stata un granché. I Patriots del New England hanno vinto per l’ennesima volta.
Se non c’è game, it’s lame, dico io.
Gli ospiti fanno tutti per andarsene appena fischiata la fine. E questa è una cosa che mi sconvolge sempre. Nel momento in cui si potrebbe parlare, scatta il fuggi-fuggi.
Ma cavolo.

In extremis, mi presentano James, il “disaster guy” del New York Times.
Me lo presentano proprio così.
Disaster guy.
“I cover disasters”, mi spiega, con una risata.
Bob mi dirà, l’indomani, che James ha un PhD in astrofisica preso a Princeton, che è stato corrispondente da Baghdad per cinque anni e che ha coperto l’11 settembre, dall’11 settembre 2001, per tutti i due anni successivi.
Tantissima roba dolorosa.

Sentendo che sono italiana, James mi racconta di essere stato a capo dell’inchiesta sul crollo del Ponte Morandi, lo scorso agosto. Di essere andato a Genova, di essere rimasto in Italia per dieci giorni a investigare sulla tragedia, e aver messo insieme la ricostruzione dell’accaduto, documentandola per filo e per segno grazie alle registrazioni di una telecamera di sicurezza, e varie testimonianze raccolte in corso d’opera.
Io mi sento già dentro un film. “Spotlight”, kind of.
Dalle sue parole, e dalle mie domande, mi faccio un’idea di come lavora la macchina del New York Times.
Innanzitutto si muovono in frettissima. Poi si avvalgono di personale sul campo: hanno una corrispondente italo-americana fissa in Italia. Poi, quando c’è bisogno, arrivano dove vogliono, in tempo zero.
Una squadra di Batman, insomma.

Hanno scovato Carmelo Gentile, professore al Politecnico di Milano, che aveva predetto la sventura mesi e mesi prima del crollo del ponto, e nessuno gli aveva dato retta. Praticamente una Cassandra. James e il suo team si sono precipitati a Milano a intervistarlo, hanno messo insieme i pezzi, e se ne sono usciti con questo po’ po’ di articolo — se siete scomodi con l’inglese, l’hanno pure tradotto in italiano
Più che un’accurata inchiesta giornalistica, un vero e proprio rapporto di carattere ingegneristico, investigativo, sociale, umano.
Chapeau.
James spende parole di elogio per i pompieri, gentilissimi: hanno permesso al loro fotografo di salire sulla loro gru e scattare le foto per il pezzo senza batter ciglio.
Parlavano inglese?, chiedo io.
Not a single word, risponde lui.
Io annuisco.
Alcune certezze è bene averle.

Si fruga il cervello per dirmi il nome tecnico del cavo che regge un ponte sospeso, e attorno a cui hanno scritto il pezzo. Non riesce a farselo venire in mente in italiano.
Io lo rassicuro, non importa — non lo so nemmeno io, madrelingua! Ma la dimenticanza gli dà grande noia, si vede.

Mi racconta dell’esperienza con trasporto, ma anche sangue freddo. Si vede che lo fa di mestiere. Si vede che è passato per l’11 settembre.
“Appena abbiamo sentito la notizia ci siamo precipitati. C’era molta confusione quando siamo arrivati. Nessuno sapeva niente, e noi volevamo capire”.
Aggiunge, “We just wanted to see through things… Also because Italian newspapers aren’t really serious, are they?”
Risatina.

Ed è in quel momento, Moviers, che ho sentito il male. Quello misto alla vergogna, al desiderio di sparire.
Non so se sono rimasta interdetta più per la verità che stava semplicemente rimarcando — i giornali italiani non sono seri — oppure per la superiorità inconscia con cui commentava il giornalismo di un intero paese, senza conoscere quel paese se non per averci passato dei giorni da inviato, ma non certo per averlo vissuto degli anni.
Sul mio viso ho sentito tutte le sfumature del rosso farsi strada, dallo scarlatto vergogna, al fuoco rabbia, al rosa decompressione.
Non sono stata in grado di ribattere alcunché. Avrei potuto dire, va be’, non facciamo di tutta l’erba un fascio, via. Abbiamo pur sempre Il Sole 24 Ore — per quanto, lo scorso anno, a un passo dalla bancarotta… Abbiamo pur sempre La Repubblica, Il Corriere della Sera — per quanto più o meno apertamente schierati… Insomma, non siamo solo Il Giornale, Libero, e il Fatto Quotidiano…
E poi dove li mettiamo Montanelli, Biagi, Bocca, Scalfari?
Ma capisco da me che evocare la storia del giornalismo italiano è una tesi che non regge. C’entra come i cavoli a merenda.
Il punto è un altro.

Non ho detto nulla perché, in realtà, non so bene la mole di marcio in Normandia che si cela dietro le nostre testate. Ho sempre preso il giornalismo con le pinze, con estrema cautela. E questo più per ragioni legate al genere in sé che alla politica — la politica aggiunge benzina sul fuoco.
Il giornalismo è cronaca, racconta quello che succede nell’immediato presente. Un’operazione difficilissima. I fatti freschi sono quelli più ardui da mettere in fila con obbiettività. Fare il giornalista è uno dei mestieri più complessi dello scrivere. Da come imposti un periodo, dall’aggettivo che scegli, dai dettagli con cui decidi di alimentare un pezzo, e che decidi di omettere, tu muovi il pezzo — e con lui, il giudizio del lettore — in una direzione piuttosto che in un’altra.
Quindi se un giornalista che lavora da più di vent’anni al NY Times mi dice che i giornali italiani non sono seri, io entro in modalità “esame di coscienza” e infilo un silenzio stampa che perlomeno mi ripara da commenti fuori luogo.

Però c’è un però da dire. Io potrei anche lavorare alle Nazioni Unite da quarant’anni. Avere un’esperienza nella gestione governativa tale da far da consulente alle maggiori società di consulenza intragovernative. Potrei anche scrivere da più di vent’anni per il NY Times e aver coperto una tragedia di proporzioni epiche come il crollo delle Twin Towers. Ma trovandomi davanti a un cittadino di uno stato nel quale mi sono trovato a lavorare, io non mi permetterei mai di dare un giudizio così categorico, così generalizzato, del lavoro di quel paese. Never ever ever.
Da quella domanda retorica — Italian newspapers aren’t really serious, are they? — ho sentito grondare “We Americans do it better”. Orgoglio stelle-e-strisce.
Forse sono io troppo suscettibile. Forse dovrei rassegnarmi al fatto che davvero, in certe cose, Americans do it better. E senz’altro il giornalismo fa parte di quelle cose.

Vedasi, in effetti, quanto segue.
James è andato avanti a spiegarmi che il NY Times ha una parte della redazione che si occupa esclusivamente di dare agli articoli quel “NY Times flavor”, quel tocco che è tipico del NY Times.
Ovvero?, chiedo io.
Per esempio, il NY Times non usa il verbo “to convince” — troppo colloquiale. Il verbo “to convince” viene sempre sostituito con “persuade”.
Oppure ci sono gli addetti ai titoli, perché è opera difficile pigiare quanto più possibile in un titolo, renderlo accattivante e memorizzabile.
Ed è giusto investire su chi sa farlo bene.

È veramente arrivato il momento di andare. James mi saluta, cordiale, sorridente, astrofisico, giornalistico.
Dopo qualche minuto, lo vedo ricomparire.
“Strallo”, mi dice, trionfante, in italiano.
Io lo guardo perplessa.
“‘Strallo’ is the name of the cable that supports a cable-stayed bridge”.
Il nome tecnico per il tipo di cavo che regge un ponte sospeso.

Damn it!
Americans do it better.
 
Questa settimana sono stata all’AMC sulla 68esima and Broadway a vedere “Cold Pursuit” del norvegese Hans Petter Molland. In italiano uscirà fra una decina di giorni con il titolo “Un uomo tranquillo”, e vi prego di segnarvelo perché, così come “Arctic” la scorsa settimana, questo è un imperdibile della nuova stagione cinematografica.

Sono andata a vederlo sostanzialmente per due motivi.

1) Il protagonista è Liam Neeson. Oltre a stimarlo da sempre come attore, ho incontrato Liam quattro volte, correndo a Central Park. Io corro, lui cammina veloce, di solito accompagnato da una donna. La cosa singolare è che l’ho incontrato due giorni, due volte lo stesso giorno. L’ho visto una volta, poi entrambi abbiamo percorso il loop del parco nel senso opposto, e l’ho rivisto dall’altro lato del parco. Non ci sono dubbi che fosse lui. Era proprio lui. Alto altissimo. Slanciato, un filo emaciato in volto, come ci piace.
Bello sapere di correre nel parco e poter incontrare Liam. 🙂

2) Liam è stato protagonista di un fatto increscioso. In un’intervista, qualche giorno fa, ha raccontato che una cara amica gli confessò, anni addietro, di aver subito una violenza da parte di un uomo di colore. Liam, preso dalla stessa furia cieca che prende anche il protagonista di “Cold Pursuit”, ha dichiarato, candidamente, che gli era presa la voglia di uscire per strada e ammazzare ogni nero che gli capitava a tiro.
Adesso, tutti capiamo che si tratta di un’iperbole, e non di una minaccia razzista nei confronti di tutti gli afroamericani d’America, giusto?? Ebbene, non potete immaginare la polemica che è montata qui! È montata a tal punto che il lancio del film, con tanto di red carpet e interpreti previsto qui a New York, è stato annullato. A nulla sono valse le spiegazioni di Neeson e le sue scuse.
A volte qui si raggiungono livelli di razzo-fobia inquietanti.
Spero che il clamore sollevato dall’episodio, giochi a favore del film, perché il film, si merita tutto il pubblico possibile.

Innazitutto va detto che “Cold Pursuit” è il remake per il pubblico americano — e poi europeo — del norvegese “In ordine di sparizione”, sempre dello stesso regista, Molland, che avevamo avuto la fortuna di vedere al Trento Film Festival di qualche anno fa.
In questo remake, Molland affina il tiro e decide di colorare tutto il paesaggio innevato del set con il nero della black comedy, ma senza dimenticare le tinte colorate di un’ironia che pervade tutto il film.

È principalmente un revenge movie, un film di vendetta, e come tale, affonda le radici nel western storico di Penkimpah e dintorni, ma dato che siamo nel 2019, saccheggia abbondantemente Tarantino e i fratelli Coen, senza tuttavia scopiazzare nulla. Fa come fanno i bravi artisti che interiorizzano la storia dell’arte, e poi se ne escono con qualcosa di nuovo tutto loro, e nella loro opera si rivedono, in qualche modo i maestri, ma non in termini di plagio o scimmiottamento.

Siamo a Kehoe, una cittadina-ski resort tipo Madonna di Campiglio, sperduta sulle Rocky Mountains del Colorado, a tre ore da Denver. Il protagonista si chiama Nels Coxman e guida lo spazzaneve per rendere agibili le strade del paese e l’arrivo dei turisti.
Uomo senza macchia, Nels riceve anche il premio per il miglior cittadino dell’anno di Kehoe. Le macchie cominciano a chiazzargli coscienza e fedina penale dopo l’assassinio dell’unico figlio, ucciso per meschino divertimento da una manica d’imbecilli della zona.
Da quel momento, la vita di Nels cambia bruscamente. Per vendicare la morte del figlio, si mette sulle tracce dei responsabili, e li fa fuori uno per uno, con l’intento di arrivare in cima alla piramide.
Più inconsapevolmente che consapevolmente, Nels avvia una guerra tra due grossi narcotrafficanti dello stato, il Vichingo, villain di quelli insopportabili — una specie di cumenda milanese tutto elegante, spocchioso, figlio di papà — e il nativo americano White Ball, saggio spietato, ma dalla faccia tenera tenera.

Abbiamo detto che “Cold Pursuit” è principalmente un revenge movie. Principalmente perché tutto ha inizio dalla vendetta di cui ha sete Nels. Ma quella è più una scintilla iniziale che accende un incendio molto più grande di quello che lui o il pubblico si aspetta. Ed è proprio questo, a rendere il film una continua rivelazione. L’inaspettato continuo, e l’umorismo nero che accompagna ogni singolo colpo di scena. È come guardare “Pulp Fiction” da un bar di Fargo, con un grande Lebowski per compagno. Tutto è circonfuso di demenzialità coeniana, e di splatter tarantiniano. Gli scagnozzi di Viking sono gay che si amano di nascosto, oppure balordi con nomi da fumetto — Speedo, Limbo, Santa Claus — e quelli del nativo americano White Ball sembrano dei ragazzini scemi, fotocopie dei grulli fratelli Dalton in “Lucky Luke”.
L’ambiente non ha nulla della cartolina che “ski resort tipo Madonna di Campiglio” potrebbe far pensare. Il paese è sepolto sotto metri di neve. Nels abita in the middle of nowhere mountain, e gli hotel a sei stelle, tipo il Moncler Resort che ospiterà il gran capo White Ball, sono popolati dalla fauna di turisti che popolano di solito le Aspen di tutto il mondo, e qui il regista, in un unico piano sequenza sui visi dei clienti in attesa nella hall, ci regala un’istantanea del nostro contemporaneo vacanziero versione invernale. Sciatori maniaci, sciatrici una tantum solo per indossare l’outfit da sci, teenager sovrappeso annoiati. Anche solo questa carrellata vale il biglietto.

E sempre l’ambiente, che è tutto fuorché accogliente, è memore del tarantiniano Wyoming con la Locanda di Minnie in cui transitano gli Odiosi Otto, gli Hateful Eight, sprofondato in una neve infinita. Una neve dell’anima, direi se non mi si scambiasse per Marzullo.
“Cold Pursuit” funziona dall’inizio alla fine, in un crescendo di comicità dark che non ti aspetti all’inizio — nonostante certe ilari avvisaglie: una barella che impiega minuti ad essere issata, e su cui riposa il cadavere del figlio di Nels, oppure il montacarichi di un camion carico di cadaveri.
Non te lo aspetti perché il film comincia con il quadretto felice —Nels, moglie, figlio — che viene infranto quasi subito. Il figlio muore e la moglie se ne va di casa, facendo trovare a Nels una busta. Il biglietto, dentro la busta, comicamente-coenianamente lasciato in bianco.

Allora, abbiamo detto, andate a vederlo. Non rimarrete delusi.

E anche stasera abbiamo fatto una certa. Dovrei essere più stringata. Dovrei, ma non è che devo
😉

Ringraziamenti vivissimi, Frunyc IV aggiornato con le foto della mostra — la prima! — su Lucio Fontana al MET Breuer, e saluti, stasera, penosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More