LET’S MOVIE – Special OPEN ROADS 2019 – “RIDE” di Valerio Mastandrea – Intervista al regista!

LET’S MOVIE – Special OPEN ROADS 2019 – “RIDE” di Valerio Mastandrea – Intervista al regista!

A Open Roads, dopo Valerio Mieli, abbiamo incontrato anche un altro Valerio, il tanto amato Mastandrea, per la prima volta seduto sulla seggiola del regista, con il film “Ride”.

Per l’occasione, ha scelto un soggetto tanto goloso quanto ambizioso — il dolore.
Nella scena d’apertura, Carolina e il figlio Bruno fanno colazione, seduti a tavola, come ogni mattina. L’unica cosa diversa dalle altre mattine è che quella è la vigilia del funerale di Mauro Secondari, rispettivamente marito e padre dei due, portato via da un incidente sul lavoro una settimana prima.
La conversazione prosegue nella più completa normalità. Anche se nulla, in realtà, è normale: il fatto che un trentacinquenne sia strappato ai suoi cari da un incidento sul lavoro, e che una moglie e un bambino debbano imparare a gestire un’assenza così pesante, per esempio, non è normale.
Carolina però non si comporta come le neo-vedove. Non piange. Tutti attorno a lei, sì — persino la prima fidanzatina del marito, arrivata apposta da Genova proprio per piangere il primo amore. Ma lei, no, neanche una lacrima.
Allora si mette d’impegno. Scorre fotografie. Ascolta canzoni e messaggi vocali. Niente. Il groppo in gola non si scioglie.
Ci vorrà una nuvola di pioggia da salotto, nella seconda parte del film, per sbloccare i canali lacrimali, in una scena dai contorni metaforici e di sicuro impatto visivo.

Da questo nucleo che possiamo considerare centrale, altre linee narrative si dipartono. La bella amicizia tra Bruno e Ciccio, per dissolvere la cappa drammatica che altrimenti aleggerebbe troppo greve sopra il film tutto. E le tensioni famigliari che finiscono per infiammare la trama di silenzio ordita da un padre burbero, o analfabeta emotivo — come tanti padri di tante generazioni — con l’arrivo del fratello di Mauro, armato di pistola, per uccidere quel padre, reo di quel mancato amore.
Questi percorsi di racconto che si dipartano dal quello centrale sono un po’ come dei piccoli bocci di film a sé stanti, che tuttavia non trovano il modo di arrivare a fioritura: in altre parole, l’attenzione dello spettatore è polarizzata attorno al blocco psicologico di Carolina, ma la sceneggiatura non sviluppa gli altri spunti a cui accenna.
Questo l’ha riconosciuto lo stesso Mastandrea, nel Q&A, affiancando autocritica e grande ironia. “È il mio primo film, tutto è concesso al primo film”.

“Abitiamo in un tempo in cui gioia e dolore sono pubblici. E se non li senti come li devi sentire, ti senti in colpa. Le emozioni sono diventate brand. E questo è terribile perché porta alla perdita dell’identità”, commenta ancora Mastandrea, spiegando di come Carolina, con il suo pianto bloccato, si discosti da questo modo standardizzato di vivere il lutto.

Oltre alla sfera personale, intima, che il film si propone di osservare — l’ambiente dentro le mura domestiche e all’interno del nucleo della famiglia Secondari — “Ride” porta anche l’attenzione sul mondo del lavoro, nello specifico, sulle morti bianche, un numero ancora incredibilmente alto in Italia.
“3,2 persone muoiono ogni giorno sul lavoro”, ha tenuto a precisare il regista. “Il film è dedicato a ‘chi resta’, ovvero a tutte le donne, le mogli, i figli, che sopravvivono, e che devono fare i conti con l’assenza — di un padre, di un marito, di un fratello — quando i riflettori dei media si spengono dopo la fiamma d’interesse iniziale”.

“Ride” parte bene. L’anomalia emotiva di Carolina, la speciale intesa fra Bruno e l’amico Ciccio — che, dai tetti sopra Nettuno, fanno le prove generali del funerale — conquistano la curiosità dello spettatore. Ma, come spesso succede alle opere prime, si vuole dire tutto e non sacrificare nulla — applicare la pratica del Kill your darlings è dura anche per i registi, non solo per gli scrittori.
Il film si prende in carico il dramma privato, la tragedia collettiva e sociale, la conflittualità fra genitori e figli —nonché fra lavoratori della vecchia e della nuova guardia — la solitudine di un padre che sopravvive al figlio, la comparsa di un fratello amareggiato dal padre, e persino l’incrinatura della bella amicizia fra i due ragazzini.
Troppo persino per un regista navigato, figurarsi per uno alla sua opera prima.

E forse troppo grande, anche, l’ombra proiettata da un grande attore come Mastandrea che, da dietro la macchina da presa, incombe sulla scena. Una presenza che, a detta sia di regista che di attrice protagonista, non ha facilitato le cose.
Chiara Martegiani ha anche notato quanto sia stato difficile per lei “conoscere il personaggio”, soprattutto perché Carolina è passiva e la sua parte corre tutta sulla linea tra commedia e dramma.
Portatore sano di understantement, Mastandrea ha promesso, “Imparerò”.
Imparerà, imparerà. Ne siamo più che convinti.    

Di seguito l’intervista rilasciataci da Valerio.

Raccontaci se il progetto parte da te, oppure se te l’hanno proposto, e perché passare dall’altra parte, dietro la macchina da presa?

Il progetto è partito da me, e passare dall’altra parte, be’, perché credo che sia una delle possibilità più interessanti del fare cinema, quella di potersi esprimere. E se come attore l’ho fatto per molti anni, e continuo a farlo, con una percentuale di responsabilità molto relativa rispetto all’idea di un film, credo che da regista, comporti assumersene molte di più, di responsabilità.

Parlando, appunto, di responsabilità… Credo che il tratto che caratterizza al meglio il tuo recitare sia il tuo sentire forte la responsabilità di proteggere la verità del tuo persoanggio. Qualsiasi personaggio tu interpreti — e sono molti: Wikipedia elenca 72 film in cui hai recitato. Dimmi cosa cambia quando tu sei il regista e il tuo personaggio è nelle mani — be’, nei panni — altrui. In questo caso, di Chiara Martegiani.

Credo che il delegare sia stato l’aspetto più complicato. E devo affinarlo. Avevo così chiaro il personaggio di questa donna, e l’avrei voluto far muovere sui binari su cui l’avrei voluto far muovere io, ma non è giusto perché poi l’attore ti regala sempre qualcosa, e tu, regista, devi farti sorprendere da lui. E in questo film ho fatto un po’ fatica a lasciar fare. Ma poi imparerò, se farò altri film.

Come argomento del primo film hai scelto un soggetto magnificamente complesso. Il dolore. Dimmi com’è stato prenderlo in mano e metterlo sulla pellicola, visto che l’hai maneggiato tante volte come attore — nomino su tutti, il recente “The Place” di Paolo Genovese.

L’ho maneggiato e l’ho voluto raccontare come molti personaggi che ho affrontato e che avevano quella roba in corpo, ovvero con quel registro, non dico di leggerezza, ma di provare a essere più tragicomici piuttosto che proporre situazioni più definite, in cui ti aspetti una pesantezza, una gravità. Quindi ci ho provato. Non ci sono riuscito sempre, però il film su carta era molto più leggero.
Viaggiare attraverso i grandi temi dell’essere umano, come il dolore e la gioia… credo che il cinema permetta di perlustrarli in maniera originale, se riesci ad avere un’idea di originalità rispetto a quei temi lì. E con questo film il tentativo è stato quello.

Parlami un po’ di questo tuo alter ego che hai scelto, Chiara, di com’è stato lavorare con lei.

Diciamo che l’ho un po’ messa alle corde. Ma c’è da dire che è un’attrice che non conoscevo, e di cui ho percepito la lontananza da me, come attrice. Lei è un’interprete, non usa se stessa per dar vita ai personaggi. E io le ho chiesto di annullare completamente quella sua caratteristica, e lei è stata molto brava, secondo me, a filtrare questa mia richiesta e a trovare una via di mezzo, mettendoci un’interpretazione, ma allo stesso tempo un sentimento di grande feeling con quello che faceva.

A questo proposito… Sei il regista da cui ti faresti mai dirigere?

No, no! Questo va molto affinato, te l’ho detto…Uno come me, io, l’avrei abbracciato ogni tanto per la lealtà con cui si approcciava a quello che faceva ma i modi, il nervosismo, le capocciate al muro, per quello, l’avrei ammazzato…

Sei qui a New York con il tuo film, e non è cosa da poco… C’è qualcosa che invidi al cinema americano e che, in qualche modo, vorresti portare al cinema italiano, a parte i soldi?

No, solo quelli…E non i soldi per produrre i film, ma per non perdere il rituale della sala, le pari opportunità in sala che dovrebbero avere tutti i film, cose che da noi hanno smesso di esistere da vent’anni. Però nessuno lo dice. Quindi continuiamo così… Poi io, da quando faccio questo mestiere, tutti mi fanno sempre la stessa domanda “come sta il cinema italiano?”. In venticinque anni, il cinema italiano l’ho sempre visto molto vivo dal punto di vista creativo, ma mai da un punto di vista sistemico. Quindi, se non si affronta quel problema, quel disagio, saremo sempre a parlare delle stesse cose.

Abbiamo parlato di te come attore, come regista, dimmi che spettatore sei. Insofferente, indulgente, paziente…

Non sono un cinefilo, però vado sempre in cerca di film autentici, nei quali non ci sia un disegno dietro, né commerciale, né ricattatorio dal punto di vista autoriale. Sono quel tipo di spettatore là.

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LET’S MOVIE 417 – Special OPEN ROADS 2019 – “RICORDI?” di Valerio Mieli – Intervista al regista!

LET’S MOVIE 417 – Special OPEN ROADS 2019 – “RICORDI?” di Valerio Mieli – Intervista al regista!

Giovedì si è aperta qui a New York “Open Roads”, la rassegna cinematografica che ogni giugno porta al Lincoln Center una rosa di film italiani che ha profumato le sale in Italia nell’ultimo anno.
Noi di Let’s Movie abbiamo avuto la fortuna d’incontrare e intervistare Valerio Mieli, in occasione della première americana di “Ricordi?”, opera seconda del regista romano, uscita nove anni dopo il gioiello “Dieci inverni”.

“Ricordi?” segue un lui e una lei (Luca Marinelli, Linda Caridi) — sapientemente lasciati senza nome — attraverso le fasi della loro storia d’amore: l’innamoramento, l’idillio, il distacco, la rottura, il riavvicinamento. Ma non lo fa attraverso una narrazione dei fatti lineare, ma attraverso la strada sconnessa dei ricordi, e la lente deformante della memoria. Il film è, dunque, un ordito d’immagini assemblate per associazioni sensoriali, non per nessi logici. La grammatica scelta da Mieli è quella del flashback e del flashforward, dell’imbricazione e dell’overlapping di ricordi, ora dolorosi, ora dolcissimi, attraverso i quali scopriamo la storia dei due personaggi dai rispettivi punti di vista, che sono diversi, parziali, specifici, ma che, insieme, costituiscono l’universo della loro storia.
Già in “Dieci inverni”, Mieli aveva sperimentato — con riconosciuto successo — la dimensione di coppia su arco temporale di dieci anni. Con “Ricordi?”, passa a un livello successivo: è come guardare dentro un microscopio puntato su un vetrino sopra il quale giace l’atto del ricordare. L’osservazione del suo funzionamento, e il recupero di un passato che non è mai parso così presente, s’intrecciano indissolubilmente alla poesia della resa grafica, grazie a riprese di fine ricercatezza estetica che coprono lo spettro dell’emotivo umano: l’amore, il trauma, la tenerezza, la perdita, la leggerezza, il dolore.
Narratori-spettatori di se stessi e della loro storia, i due personaggi rievocano in continuazione il proprio passato, facendolo emergere costantemente nel presente.
“È finita nell’istante in cui è cominciata”, commenta lui, con spietata lucidità, quando i due sono in procinto di lasciarsi.

I confini fra passato e presente si sfaldano, e la memoria cambia i connotati dei ricordi, li lavora a seconda del momento in cui essa si attiva. Il film registra queste manipolazioni attraverso il linguaggio verbale —con battute che ritornano, che si scordano, che si confondono o che riaffiorano diverse, tronche, imperfette, perché noi crediamo di ricordare, ma in realtà ritocchiamo — e attraverso il linguaggio cromatico. I colori seguono le stagioni emotive che vivono i due personaggi, ed è come se la cinepresa scegliesse, di conseguenza, lenti più o meno colorate. Nel periodo dell’idillio d’amore, la palette è quella dei gialli e degli arancioni caldi, dell’amaranto della casa in cui i due vanno a convivere — casa in cui lui aveva abitato da bambino — del verde brillante dei prati estivi e del cotto di un pavimento lavato dalla luce pomeridiana, su cui loro due flottano sdraiati a pancia in su, beati — un mare d’amore. Un berretto arancio smarrito e poi ritrovato è un delizioso agente della poetica cromatica e della dinamica mnemonica che pervadono tutto il film. 
Di contro, quando la macchina da presa cattura frammenti traumatici, li coglie tingendoli della tonalità con cui tingeremmo le schegge dolorose che tornano a pungere, di tanto in tanto, le carni della nostra quotidianità. Così i ricordi d’infanzia di lui, che crede di aver vissuto un’infanzia segnata da fatti drammatici —genitori litigiosi, una madre spesso zombie, amicizie e cotte superficiali— oppure dai ricordi della separazione da lei, sono lividi, freddi, quel grigio esistenziale che ci si attacca addosso quando qualcuno ha spento il sorriso dal mondo.

Opera di struggente levità e raro, mai stucchevole lirismo, “Ricordi?” ha i tratti luminosi di quei visi malinconici che racchiudono in sé le leggi del sentire e del patire, del penare e del guarire. Quindi non solo una storia d’amore scritta con l’alfabeto della rimembranza, ma anche una riflessione filosofica su come funziona quel complesso, inaffidabile e meraviglioso marchingegno che è la memoria.

Di seguito la lunga intervista che Valerio, ci ha generosamente, pazientemente, concesso al Walter Reade Theater del Lincoln Center, venerdì 7 giugno.

Sono passati nove anni da “Dieci inverni” —anni in cui ci sei mancato e in cui ti abbiamo aspettato. Mi chiedevo se i due protagonisti di questo film non siano una sorta di Camilla e Silvestro che provano la via dell’amore invece di quella dell’amicizia —o amore incompiuto che dir si voglia— dei due ragazzi di “Dieci inverni”. Parlaci di queste due coppie.

Sono due storie complementari per certi versi, ma raccontate in modi diversi. “Dieci inverni” è un doppio romanzo di formazione, in cui i protagonisti corrono paralleli e si toccano solo una volta l’anno, provano a vedere se s’incastrano, però non s’incastrano, e passano all’anno dopo, finché il fiume della vita non li leviga fino ad arrivare al punto in cui, invece, s’incastrano. È un doppio percorso di formazione che fanno indipendentemente l’uno dall’altro. Invece “Ricordi?” è un percorso che i due personaggi fanno insieme sin dalla prima scena, crescendo nell’evoluzione dell’uno sull’altro. Diventano quello che sono nel corso del film perché s’influenzano: lui cambia la visione del mondo di lei e lei cambia la visione del mondo di lui. Questa è la cosa complementare ma anche opposta. I personaggi sono un po’ invertiti rispetto a Silvestro e Camilla. In “Ricordi?” il personaggio più tormentato è il personaggio maschile, mentre in “Dieci inverni” era quello femminile. Sicuramente nei due personaggi maschili ci sono due aspetti di me. Nei due personaggi femminili, pure, però c’è anche un fantasma di persone che ho conosciuto e soprattutto che ho immaginato.

“Ricordi?” è il film della memoria, e se lo porta scritto in fronte. A mio parere il film va oltre Proust — anche se c’è la scena del profumo che mi pare omaggiare la petite madeleine, oltreché Süskind e il suo Grenouille. Va oltre perché prende l’idea bergsoniana di tempo interiore e personale e la traduce in una storia amorosa di ricordi per immagini. Come hai realizzato questa traduzione, nella quale, a quanto vedo, il montaggio ha un gran ruolo?

L’ambizione — ambiziosa! — era proprio quella. Vediamo se quello che la letteratura ha fatto nell’ultimo secolo — ovvero non raccontare la storia del mondo ma l’esperienza del mondo dal punto di vista personale — vediamo se riusciamo a farla al cinema ma non con gli strumenti della letteratura come per esempio la voce fuori campo, ma con gli strumenti che ha il cinema. E quindi raccontare il nostro spazio mentale più che il mondo esterno. Nel film non c’è un piano della realtà: c’è lo spazio mentale di lui e lo spazio mentale di lei. Spesso ci scordiamo che la maggior parte di quello che viviamo non sta difronte a noi ma sta nella nostra testa. Siamo invasi di immagini mentali. La speranza era: cerchiamo di raccontare, non uno ma due mondi privati, che poi non sono più cosi privati, perché si influenzano. Quando metti accanto una visione del mondo tormentata e cupa e una visione del mondo felice — a maggior ragione se si crea un legame forte, un innamoramento — queste due visioni scolorano l’una sull’altra, e non sono più private, ma comunicano.

Proprio a questo proposito, mi è piaciuto notare come le memorie dei due si contaminino a vicenda, si modifichino, come in una sorta di scambio — d’impatto la scena di lei che apre il freezer e vede se stessa congelata al posto del cane che lui aveva congelato da ragazzo… Parlaci un po’ di questo particolare ingranaggio della memoria che esplori tanto bene nel film.

L’idea in sé del film — me lo sono appuntato su un foglietto giallo, una notte — era “raccontare una storia d’amore senza mai uscire dai ricordi di lui e di lei”, seguita, in sostanza dalla descrizione della prima scena, ovvero del loro primo incontro, che vediamo con colori e atmosfere diverse a seconda dei caratteri dei personaggi. Ciò che m’interessa della memoria è che, in realtà, è un modo per amplificare la differenza di percezione. Tutti percepiamo ogni situazione in un modo diverso, ma questo si nota ancora di più a distanza di tempo: se ripensi a un primo incontro dopo dieci anni, il modo in cui te lo ricordi è largamente influenzato da come stai, dall’eventualità che tu sia ancora innamorato di quella persona, che tu lo sia stato o che tu non lo sia più. Cambia completamente, in un modo che non somiglia per niente al modo in cui siamo abituati a vederla. Accade quella strana cosa per cui emergono solo alcuni elementi salienti; viene fuori un colore, un suono, un rumore, un aspetto del viso, un’emozione. Quindi questa era la mia speranza. E mi sono anche chiesto se questo meccanismo non si possa utilizzare di più, in generale, nel cinema, non solo quando si parla strettamente di ricordi, ma cercare un linguaggio più intimo, che racconti direttamente, come la letteratura scriveva dal punto di vista personale, di flusso di coscienza; cercare di farlo anche al cinema. Senza che si noti troppo.
Per esempio, nel film i colori cambiano costantemente, anche in una stessa scena. Per esempio all’inizio della scena in cui lei gli telefona tra fili di bucato steso, si vedono tutti i panni colorati e poi, via via che prosegue nella telefonata, i panni scolorano. Però è una cosa che volevo si percepisse, ma che non si notasse troppo — tipo “Uh, guarda i panni cambiano colore!”.
Oppure la casa in cui abitano loro è molto grande, ma in realtà abbiamo ricostruito due case diverse — una è grande un terzo dell’altra. Ma anche lì, non volevo che fosse una cosa troppo visibile. Volevo che desse quella sensazione di casa grande, cupa, quando lui ci abitava da piccolo con i genitori, e poi di una casa luminosa, piccina, quando ci abitano loro due. Ogni scena ha un gioco tecnico che cerca di rendere la fenomologia del ricordo, cioè tutte le occasioni in cui il ricordo è importante nella nostra vita. Per esempio quando vai via di casa e rivedi tutti gli episodi salienti di quella casa, che magari avevi messo via da qualche parte. E quindi cresci anche in questo, nel rivedere le coses brutte, e diventa un luogo che ti fa apparire anche dei fantasmi. Oppure i profumi. Oppure ricordarti di essere stato in un posto con un persona invece di un altro. È una cosa molto tipica che ci succede sempre. E tutto il film unisce un micro-tema, e ogni scena è un piccolo cortometraggio.

C’è anche una bella evoluzione dei personaggi, come se i due fossero due forze, due corpi che, incontrandosi — incrociandosi— si scambiassero una parte di reciproca energia. Così lui assorbe da lei positività, solarità, mentre lei, malinconia, o forse soltanto, maturità. Quanto “Mieli-pensiero” c’è in loro due, e nell’analisi di questo fenomeno?

Il film è una anche un romanzo di formazione, a suo modo, ma che evolve in una visione del mondo, più che nella loro vita quotidiana, di cui noi sappiamo abbastanza poco. Però raccontiamo un cambiamento della visione del mondo. In un certo senso anche una guarigione, soprattutto nel caso di lui. Forse “guarigione” non è la parola esatta… Un imparare che il mondo non è necessariamente come noi lo percepiamo: se noi lo percepiamo così, non vuol dire che sia così. La visione del tempo che ha lui, per esempio — “il presente non esiste”, ecc — è una visione del tempo più occidentale, da Sant’Agostino in avanti. Mentre la visione del tempo che ha lei è più orientale, buddista: l’unica cosa che esiste è il presente; il passato o il futuro, chissà. La realtà è ciò che è qui, adesso. La visione di lei è senz’altro più piacevole —fa vivere meglio. E lui impara che si può vivere meglio. E succede che questa diversa visione del mondo al presente ha anche un effetto retroattivo sui ricordi, e lui comincia a dubitare, a chiedersi “forse io non ho avuto un’infanzia così triste, forse sono stato anche felice in questa casa, forse i miei genitori non erano così brutti e cattivi…” e questo è un meccanismo psicologico tipico, perché noi tendiamo a selezionare, e ad amplificare, certi aspetti, che definiscono la nostra idea di com’è stata la nostra infanzia: se siamo convinti che la nostra sia stata un’infanzia infelice, selezioniamo quei quattro o cinque ricordi, diamo loro certi colori, e tutto il resto scompare. E questo è forse il vero tema del film, quello che mi stava più a cuore: la ricerca della felicità che passa attraverso la scoperta di altri punti di vista, e l’incontro con qualcun altro che ci dice “guarda che se facevi pipì in piscina non diventava rossa, era una leggenda metropolitana”, e tu ti dici “ma come? Per me è stato traumatizzante!”, e questo vale anche per tante altre cose che mi sono costruito in negativo. Ecco, se c’è un messaggio nel film, forse è questo.

E questo mi porta a un’altra riflessione sul passato e sul presente… Potrebbe essere che tutto sia un unicuum: il passato filtra nel presente e il presente stesso non esiste? Mi chiedevo se questo tuo raccontare questo tipo di visione fosse una sorta di presa di posizione contro una contemporaneità che è spinta verso la celebrazione dell’in real time, dell’immanenza —vedi Instagram, facebook… Mi chiedevo se il tuo film fosse anche questo…

Sì, probabilmente sì. Io, per esempio, non sono molto social… Quindi inconsciamente direi di sì.

Te lo domando perché si vede in te chiarissima la fascinazione verso un passato che non è passato, ma che trapela nel presente. Come se fosse tutto un brodo mesozoico, quello in cui viviamo…

Sì, è un po’ tutto un brodo mesozoico! Infatti nel discorso in cui i due protagonisti fanno su “il passato non esiste, esiste solo il presente”, probabilmente la sintesi è proprio quell’idea di tempo che dici tu, ovvero l’idea che non esistano un presente e un passato, perché ora siamo qui, ma contemporaneamente siamo in tutte le cose che abbiamo nella nostra testa. Ed è proprio per questo che il montaggio che abbiamo scelto doveva essere proprio quel tipo di montaggio.

E quello che hai fatto con “Ricordi?” è un po’ aver scritto la diacronia della memoria, che non è diacronica (!) Ne hai disvelato il meccanismo sincronico, e l’hai portato sullo schermo — un’operazione che ha del meta… Questo mi ha fatto venire in mente Michel Gondry, con “L’arte del sogno”, ed “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, quel genere di opere in cui non c’è solo il desiderio di raccontare una storia, ma anche di investigare, attraverso lo strumento del cinema, un argomento complesso e profondo come appunto, in questo caso, la memoria e il suo funzionamento. Non so quanto questo sia conscio, inconscio, se ci sia una volontà, un disegno logico, o se sia soltanto una mia interpretazione…

C’è senz’altro una volontà a monte. Sono cose che mi stanno molto a cuore nella mia vita privata e che mi hanno spinto a studiare filosofia, per altro anche qui a New York, alla Columbia, con degli approcci completamente diversi all’epoca… Ma ora capisco che cercavo la stessa cosa. E con questo film è come se fossi arrivato a un punto —certo non definitivo. E mi ha emozionato tornare a New York, perché nell’anno in cui ho studiato qui, studiavo filosofia ma pensavo che volevo studiare cinema, fare cinema, ma non ne sapevo nulla. E allo stesso tempo studiavo cose di filosofia che erano lontanissime dal cinema, dal raccontare storie, ma i temi erano sempre quelli, tra cui cose di logica e matematica apparentemente lontane — lo statuto ontologico delle immagini mentali, per esempio — e in quale modo potessero trovare un legame con le questioni più calde, di tipo esistenziale, emotivo, amoroso, che mi stavano a cuore. Quindi il film è un po’ un far rientrare tutto insieme.

Ho citato Proust, Bergson, Gondry… Ci sono influenze che mi vuoi dire a cui ti senti legato?

Mi sento molto legato a Truffaut, e al cinema degli anni ‘60-70, soprattutto in quegli autori che hanno cercato di trovare un equilibrio fra il raccontare una storia tenendosi gli spettatori, e il fare una ricerca. E secondo me Truffaut ha questa caratteristica. Non è né Godard né Antonioni — con tutto il rispetto e l’amore per loro — ma non è nemmeno il cinema d’intrattenimento. Quella via di mezzo che, per me, è la strada che mi tocca di più.
Truffaut è anche un modello di vita: scegliere di fare sempre progetti diversi, perseguendo la propria ricerca e mantenedo la leggerezza, senza mai rinunciare alla profondità.

Ora manca il terzo film per chiudere la trilogia! Hai già in mente qualcosa, ma senza farci aspettare altri nove anni?

Ho in mente un sacco di progetti — negli anni ne ho accumulati decine! Vorrei avvicinarmi ancora di più a quello che voglio. La storia d’amore, se ci penso, è un modo per raccontare altre cose, anche perché cos’è l’amore, a livello più alto, se non l’incontro di due mondi privati? Un incontro particolarmente archetipico, che può essere tra due estranei che diventano molto intimi, ma anche una persona che incontra un qualcosa, oppure un rapporto con un figlio, con un amico. Quindi andare ancora più chiaramente su temi che mi stanno a cuore, in particolare su quelli dell’identità personale: chi siamo, chi vogliamo essere, quali sono le scelte che ci definiscono. Questa è la direzione verso cui sto andando.

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LET’S MOVIE 416 da NYC commenta “LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO” di Dennis Arcand

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Millennial, Moviers,

l’avevo sempre assocciato ai bimbiminkia. Lo confesso. Quella categoria di gioventù nata post millennium bug — che poi non c’è stato — che galleggia in una cultura molto molto after pop, oppure iper pop, che snocciola anglicismi per dimostrare God knows what, acronimi, emoticon, e che soprattutto vive attaccata ai social networks.
Condivido —e confesso— il fitto uso di anglicismi e una spiccata simpatia per le emoticon. Ma grazie a God, questo non fa di me una Millennial. Io mi fermo prima dei social networks, prima di Facebook dalla curiosità morbosa, prima di Instagram, la malattia che t’impesta anche solo pronunciandola. Appartengo alla generazione X. O alla generazione 1.000 Euro. Quelli nati post Baby Boom, tra il 1960 e il 1980. Quelli targati Beverly Hills 90210, solo perché Melrose Place lo davano troppo tardi.

Insomma, nel mio immaginario, il Millennial è un mocciosetto con un sacco di brand tatuati addosso, sulla pelle, ma soprattutto sui vestiti, vestiti che mescola con finta casualità. Come se precipitasse ogni mattina dentro un armadio e ne uscisse conciato come Fedez.
Ma in realtà nulla è random, o totalmente random. Questa è forse la prima generazione del pianeta terra che ha accesso a una mole di conoscenza in tempo reale che le generazioni precedenti non osavano sognare nemmeno nei loro sogni più startrek. Questo li rende molto consapevoli. Non consapevoli di sé stessi — questo proprio no, sono pur sempre dei girini umani — ma consapevoli di ciò che li circonda nel raggio di un paio di metri, a partire da una maglietta, un paio di scarpe. Cresciuti con un supporto tecnologico in mano sin dal loro anno zero, sanno tantissimi nomi — una quantità spropositata di nomi — ma nella maggior parte dei casi, non sanno cosa ci sia dietro, a quei nomi. Ragionano a keyword e buzzword e hotword perché è molto più semplice distillare la realtà dentro una parola, che smazzarsi l’oceano di implicazioni che quella goccia nasconde.
Allora me li sono sempre immaginati un po’ così, questi Millennial.
Fino a mercoledì.

Mercoledì ho participato, per il secondo anno, all’Adjunct Summer Institute. Una giornata che l’FIT organizza apposta per i suoi Adjunct, ovvero i professori che non detengono una cattedra, ma che vengono assunti di semestre in semestre a seconda delle necessità. Dato che le cattedre sono pochissime e ambitissime, la maggior parte dei Professori in America sono Adjunct — il 67% all’FIT, per la precisione.
Essere Adjunct ti espone al precariato e all’incertezza, ma anche alla possibilità di lavorare per più università, conoscere realtà accademiche diverse, studenti diversi. Non è poi la fine del mondo.
Il fatto è che in Italia c’è la fissa del posto fisso. Il tempo indeterminato ti autodetermina. Qui funziona in un altro modo. O impari a convivere con questa precarietà — che poi, in fin dei conti, è una caratteristica esistenziale più che una condizione lavorativa — oppure…oppure alzi i tacchi e prenoti l’aereo.

Dato che l’FIT appoggia il citato 67% del proprio peso sulle spalle degli Adjunct Professor, vede di trattarli bene, o per lo meno, meglio di altri atenei che li sottopagano alla stregua dei braccianti del Verga, il Giovanni.
Allora l’FIT, ogni fine maggio, organizza questa giornata per (in)formarci in merito a un argomento “caldo” nella pedagogia contemporanea. Lo scorso anno era toccata all’uso della realtà virtuale nell’insegnamento. Quest’anno è toccato alla neurodiversità — “Understanding Neurodiversity and Universal Design: Classroom Strategies That Work!”, per essere precisi. 
Cos’è la neurodiversità?
La neurodiversità  spiega lo sviluppo neurologico atipico come una normale variazione del cervello umano, una forma alternativa della biologia umana. Non come un handicap o una malattia. Il focus si sposta dalla disabilità alla variazione. Alla diversità, appunto.
All’interno della neurodiversità vengono fatte rientrare condizioni come la dislessia, l’autismo e il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (che qui chiamano ADHD).

Voi dite. Benissimo, ma cosa c’entra questo con l’insegnamento? Eh, c’entra un sacco perché molti studenti che si dichiarano portatori di queste condizioni, hanno diritto a una serie di agevolazioni durante i corsi, come per esempio un note-taker che prende gli appunti per lui, maggior tempo per svolgere compiti o lavori a casa, o durante all’esame finale.
Questo vedere nell’atipicità neurologica di un soggetto una fonte di diversità che non è necessariamente positiva o negativa, desiderabile o indesiderabile, ha portato recentemente al cosiddetto “Universal Design”, un approccio psico-pedagogico vòlto a valorizzare le diversità, e a promuovere la costruzione di percorsi formativi accessibili al maggior numero possibile di soggetti fin dall’inizio, senza bisogno di adattamenti postumi.
Forse avrete sentito parlare di “Barrier-free Design”, “Design for all”, “Inclusive design”, che sono tutti sinonimi per “Universal Design”.
Un esempio pratico. Vi sarà capitato, per tagliare qualcosa, di impugnare le Fiskar, quelle forbici con l’anello destro più largo rispetto al sinistro. L’anello più largo agevola l’uso a tutti, non solo a chi ha problemi motori alle dita.
Questo trend sta trasformando il modo di pensare le diversità individuali: è un orientamento di inclusione, dove le diversità vengono intese non come uno svantaggio ma come individualità da valorizzare. E si applica al design e all’architettura, non solo all’insegnamento.

Tutto questo malloppo d’informazioni, ce lo ha propinato un brillante Justin Freedman, Assistant Professor nel dipartiemento di Interdisciplinary and Inclusive Education della Glassboro University, nonché ex studente affetto da AHDH, che si è presentato reggendo un sinking ear, una di quelle inutili spirali colorate di plastica che andavano molto di moda negli anni ‘90. L’ha tenuta in mano tutto il tempo. E mi è sfuggito il perché.

Nell’ambito dell’insegnamento, tutto quel malloppo di cui sopra si traduce nel tentativo di non far pesare al portatore di diversità il suo essere portatore di diversità. Perché altrimenti si sentirà sempre discriminato: Justin ci ha fatto notare che la maggior parte degli studenti affetti da qualche disabilità non lo rivelano per vergogna e timore di essere trattati in maniera diversa, e di attirare l’attenzione su di sé.
E come si fa?, abbiamo chiesto un po’ tutti in coro a Justin. Come si fa a far pesare meno la diversità?

Justin ci ha detto che si fa aumentando la flessibilità, ed universalizzandola.
Per esempio, invece che accordare più giorni per un compito a casa solo allo studente neurologicamente diverso, perché non assegnare più giorni a tutti gli studenti? Invece che concedere due ore di tempo per un esame, e due ore e mezza per uno studente neurologicamente diverso, perché non concedere due ore e mezza a tutti gli studenti?
Sono piccoli accorgimenti, ma che, a dire di Justin, funzionano.

Durante tutto il suo speech, io vivo un conflitto violento.
Il lato cinico di me mi fa guardare al concetto di “Neurodiversità” come all’ennesima trovata (nuro)linguistica del politically correct. L’estremo tentativo di esorcizzare la paura di un termine con un altro termine — quando invece l’attenzione andrebbe spostata sulla paura, che non dovrebbe esserci a priori, e allora, invece, andiamo ad analizzare perché c’è quella paura, e facciamo in modo di neutralizzarla.
Poi c’è il lato ottimista in me. Quello che capisce la necessità di dire “diversamente abile” in luogo di “disabile”. E, in certa misura, “operatore ecologico” anziché “spazzino”.
L’avanzamento sociale passa anche per il rispetto che si conclama e realizza attraverso la sofisticazione linguistica.

Ma in questo caso, il mio dilemma non è tanto attorno alle parole, quanto attorno al metodo. Cioè. Aboliamo le deadline? Basta scadenze? Torniamo al 30 politico?

Ed è proprio in quel momento, mentre mi sto arrovellando seduta al mio tavolo — ci saranno una decina di tavoli rotondi stile Camelot — che Justin apre il Q&A.
Tra la selva di mani che svettano in sala, eccone una svettare più alta e slanciata di tutte, da un tavolo laggiù, sulla destra. La mano brandita in aria sta sopra un cappello di paglia nocciola, a tesa larghissima. Non alla Huckleberry Finn, ma quei cappelli che indossereste risalendo il Nilo a bordo di una crociera per due, oppure camminando su una copertina di una località di mare chiamata Vanity Fair.
Sotto la tesa del cappello spunta un viso afroamericano che difficilmente supera i 25 anni. Una perfezione di stampo Naomi. Ma più esile, e forse, più alta. L’avevo intravista quando è entrata in sala. Un metro e ottanta, centimetro più centimetro meno, a cui vi prego di aggiungerne altri 12 in forma di tacchi sottilissimi, montati su un paio di decolleté leopardate che, avesse 25 anni in più, farebbero di lei una coguar da manuale, ma che invece, con i sue 25 anni netti, fanno di lei uno schianto nero.
Camicetta bianca, pantaloni aderenti, ma non volgari, e leggermente sopra la caviglia, sì da mostrarla, la caviglia. Sa benissimo che nascondere quello snodo celeste sarebbe come gettare un drappo sulla Santa Teresa del Bernini.
Sotto il cappello, i capelli neri, fluenti, le arrivano fino all’avanbraccio. Se non avessi l’empirica certezza di trovarmi all’Ottavo piano del Dubrinsky Bulding, FIT, potrei dire di essere capitata in quella località di mare che si stende, patinata, dietro il cartello “Vanity Fair”.

Justin le dà la parola.
Lo schianto attende l’arrivo del microfono. E io sono pronta a vedere uscir fuori dalle sue labbra tutti gli animali del giardino dell’Eden. E raggi di sole, e rivi d’acqua dolce, e correnti oceaniche che si trovano solo ventimila leghe sotto i mari.
Purtroppo la realtà raramente combacia con il libro della Genesi, o con Jules Verne.
Esordisce con “I am a Millennial”. E già lì, perde un po’ del suo fascino. Forse perché lo dice con un tono fiero, come se indossasse quel dato di fatto come un visone — legittimo, ma fastidioso. O forse perché penso subito ai bimbiminkia. Justin Bieber, Selena Gomez. Kendall Jenner.
“Io sono cresciuta con questo”, alza il suo Iphone, e fa di lui una maracas.

Lo schianto nero ci spiega, con una velocità da Intel Pentium, che lei, lo scorso anno, ha passato un semestre d’inferno, a fare la cerbera con gli studenti — lei non ha detto “cerbera”, ha detto “bitch”, ma io ripulisco. Tutto il tempo ha controllare scadenze, a cercare di andare incontro agli studenti, ma tenendo comunque il polso da professoressa. Risultato? Disastro. Tutti frustrati. Lei, gli studenti, tutti.
Allora quest’anno si è detta, adesso cambio musica. E ne ha messa su una molto simile a quella che piace tanto a Justin, e cha canta 100% flessibilità. E qui prende a mimare un botta e risposta con uno studente immaginario: non hai preparato la tesina? Ecche problema c’è? Me la porti la settimana prossima.
Mezz’ora in più all’esame finale? Non c’è nemmeno bisogno di chiederla: ve ne do un’ora, in più, a tutti.
Risultato? Valutazioni degli studenti altissime. Allievi soddisfatti, lei soddisfatta. Tutti vissero felici e studenti.

Nel suo modo di porsi molto “you think I am pretty but in fact I am pretty bad ass so you’d better not fu*k around with me bitch”, c’è molta di quella saccenza, di quella tracotanza millennial che noi generazione X così mal sopportiamo. Perché noi, in genere, siamo cresciuti con l’idea che la cresta alzata potevano permettersela solo quelli non toccati dalla Lehman Brothers.
Ma lo schianto nero, con tutta la sua irritante spavalderia, ha sollevato un punto importante. Dolente.
Allora, per praticare l’Universal Design, e per non mangiarci il fegato appresso a studenti che fanno morire nonni e zii un imprecisato numero di volte sperando di ottenere una proroga per la consegna di una tesina — come se noi non conoscessimo i segreti del pluromicidio famigliare — lasciamo loro la più totale libertà. Freedom 2.0.

È così che si insegna nel 2019?

Io credo che un po’ di disciplina, a questa generazione di Millennial, vada insegnata. Ma non tanto per romper loro le scatole. Ma per prepararli a ciò che li aspetta là fuori.
Tuttavia, non mi piace fare la cerbera. Volevo dire la bitch.
Allora ho scovato questo sistema 100% psicologico per cui se gli studenti se ne escono con una scusa tipica da studenti — decessi, catastrofi, malattie, ogni sorta di calamità naturale — io agisco sulla loro pische tenera tenera, e lavoro sul senso di colpa. In maniera molto sottile e indiretta, si capisce. 😉

Per esempio, se uno studente mi scrive che purtroppo perderà la lezione della presentazione orale perché deve accompagnare il padre dal radiologo e il radiologo sta nel Queens e loro abitano a Staten Island, quindi proprio non ce la fa con i tempi, io dico, oh mi dispiace, spero che tuo padre non stia troppo male. Il fatto è che io tengo moltissimo alle presentazioni orali: è il modo che avete di dimostrarmi la vostra passione per la lingua… Accompagna pure tuo padre, e buone radiografie. Quanto alla presentazione orale, ti consento, in via eccezionale, di presentarla la settimana prossima.
In questo modo, il povero pulcino è costretto a fare la presentazione e a presentarla da solo — senza il supporto psicologico del mal comune, mezzo gaudio che si respira in classe quando assegni un compito di questo tipo. Non può più giocarsi nessuna storia bislacca — perché una passa, ma due, no, my buddy, no way.
E si maledice per quell’idiozia sulle radiografie nel Queens.
Quando ci provano una volta, non ci riprovano una seconda volta. Ci rimettono loro. E lo capiscono.
Ma se io adottassi il metodo dello schianto nero, “Sei assente per la presentazione? È lo stesso, non importa”, probabilmente farei un piacere allo studente nel qui e ora, ma un disservizio sul lungo periodo. E un torto.

Poi ci sono altri tipi di Millennial. Quelli secchionissimi. I nerd, o che si credono tali. Quelli con la scriminatura a destra, e i capelli leccati da una parte, come usava per i bambini prodigio negli anni ’50.
Sono stata al Grolier Club, ieri, al Simposio sul bicentenario dalla nascita di Walt Whitman, il famoso poeta di “Leaves of Grass”. Un simposio di quelli di razza, con tanto di panelist fatti arrivare da tutti gli angoli dell’America, e persino da Serbia e Austria. Un simposio accompagnato persino da una mostra di preziosi memorabilia, e che corona un mese di festeggiamenti per il poeta americano per antonomasia, nato a New York, vissuto a Brooklyn e follemente innamorato di Manhattan.
Ebbene, tra i panelist, spicca questo ragazzotto con quella scriminatura a destra lì, e i capelli leccati, e quell’aria da so-tutto-e-di-più che irriterebbe Madre Teresa. Persino il suo nome sa da primo della classe. Blake Bronson-Bartlett — cosa speravano, i genitori, con quelle tre B in fila? Di eguagliare Pier Paolo Pasolini? A volte i genitori sarebbero da rinchiudere e i figli, da mandare in affido.

Insomma, questo Blake, dell’Università dell’Iowa, investe i suoi venti minuti di talk — che equivalgono a venti minuti di nostra attenzione — per parlarci dell’importanza della matita nella carriera poetica di Walt Whitman. Non scherzo, tutto documentato: “Graphite’s Dirty Truth: The Pencil in Whitman’s New York Poetry”.
Il suo discorso verteva su un punto scontato: Whitman, poeta del movimento, del walk-through-the-city, ha trovato nella matita portatile un’alleata preziosissima che gli ha permesso di annotare, cammin facendo, tutte le annotazioni per cui è tanto famoso. Cosa che non sarebbe stata possibile se fosse rimasto legato a inchiostro, penna e calamaio della sua scrivania.

Cioè, tu, Blake, passi sette anni della tua vita per conquistarti un PhD, e tutto quello che riesci a spremere fuori dalle tue meningi ricoperte di capelli leccati è il ruolo della grafite negli scritti di un poeta??
Ecco, i Millennial nel mondo dell’accademia possono essere questo. Nel caso dello schianto nero, problemi risolti attraverso la strada più breve, e spalleggiati, in questo, dall’esistenza di un ecosistema pedagogico in cui gli studenti sono molto più temuti dei professori, e in cui la political correctness sta confinando un paese in una prigione linguistica. Oppure i nuovi scholars, le nuove menti che dovrebbero trovare sempre nuove strade per leggere la letteratura, e che invece credono di trovare dell’originalità in un astuccio pieno di grafite.

Forse ogni generazione ha le sue croci da portare. Noi ne abbiamo avute molte. Mani Pulite, Berlusconi, “Non è la Rai”, il ciuffo fonato. Ora ci tocca portare i Millennials. Che non sono cattivi o molesti. Solo, si spacciano per grandi visionari perché ragionano in termini di start-up, ma poi, a guardar bene, non vedono al di là del loro smart-phone.

Questa settimana sono andata al Quad a vedere “La caduta dell’Impero americano”, l’ultima fatica del canadese Dennis Arcand, quello de “Le invasioni barbariche”, e de “Il declino dell’impero americano”, che, con questo film, chiude la trilogia dando il colpo di grazia all’Occidente.

Tutto gira attorno a Pierre-Paul, un 36enne fattorino, con un PhD in filosofia nel cassetto.
Durante una consegna si ritrova coinvolto in una rapina che finisce nel sangue, ma senza nessun testimone. Pierre-Paul si ritrova con il malloppo a pochi passi da lui: due borsoni pieni di contanti.
Dopo qualche esitazione, l’irreprensibile, fedina-penale-impeccabile Pierre-Paul, decide di prendere le borse. E questo non è che il primo pezzo del domino che, una volta spostato, farà crollare tutti gli altri pezzi del domino, portando a una nuova inaspettata riconfigurazione degli elementi in gioco, il tutto tra il criminale, il comico e il surreale.
Ora Pierre-Paul è tecnicamente ricco, ma praticamente ancora povero: deve trovare un esperto di riciclaggio per poter depositare il danaro all’estero, e spenderlo. Si affida quindi a Sylvan, riciclatore navigato e appena uscito di galera. Ma nessun film che si rispetti è tale se non c’è una femme, Aspasia, prima fatale — escort d’alto bordo — e poi amoreuse — inevitabile l’innamoramento con Pierre-Paul.

Ma mentre Aspasia e Sylvan hanno i piedi ben radicati per terra e ragionano in termini pratici, Pierre-Paul si ritrova spesso a filosofeggiare sulla propria condizione di burattino nelle mani di una società occidentale sempre più sfruttatrice e iniqua. Una società in cui un fattorino guadagna di più di un docente universitario, e in cui la vera intelligenza non è riconosciuta, ma è spesso bistratta. In una società del genere, il candide Pierre-Paul decide di giocare anche lui con quelle carte, rovesciandole, e creando un sistema che freghi il Sistema e che gli permetta di far trionfare i valori in cui crede: Pierre-Paul dà una mano come volontario in un centro per senzatetto, e durante il corso del film è colto a dare l’elemosina ai tanti homeless che vivono a Montreal, oppure a servire loro pasti caldi. Quel denaro lo trasforma in una sorta di Robin Hood, che gli farà trovare, a fine film, una sorta di equilibrio. 

“La Caduta dell’Impero Americano” è un fuoco di fila di citazioni filosofiche — Sartre, Heidegger, Wittgenstein, Socrate, solo per citarne alcuni — di dialoghi raffinati e una trama di colpi bassi alla società occidentale che fanno di Dennis Arcand, Dennis Arcand. Ma c’è anche altro. I personaggi sono scritti molto bene. Sono rotondi, complessi: spiccano, quindi, l’assenza del buono e del cattivo, e la presenza delle figure che stanno nel mezzo, con i loro pregi, i loro limiti.
È una commedia molto divertente, ma anche un heist movie (heist=rapina) sui generis in cui la rapina non è che un pretesto per sparare a zero contro la società capitalistica che ha visto nell’America il terreno ideale su cui prosperare. Ma ci sono anche i sentimenti, c’è l’attualità, e c’è quel gusto di sopra-le-righe che è tipico della mano di Arcand.
Bellissima la scena iniziale. Pierre-Paul seduto in una tavola calda con quella che, di lì a poco, diventerà la sua ex. Pierre-Paul spiega alla ragazza che il suo problema è l’intelligenza. Che i veri intelligenti sono quelli che ce l’hanno più dura. Perché anche i grandi scrittori, o scienziati, o filosofi, non erano troppo intelligenti. “Tutti gli uomini potenti sono degli stupidi è per questo che sono riusciti a salire al potere”, dice Pierre-Paul, serissimo, e il suo monologo, pur buffissimo, è, allo stesso tempo, d’una rara amarezza.
Se avete occasione, andate a vederlo. Riderete e penserete. Una ricetta che amiamo molto, da Monicelli in avanti.

E anche per oggi, Moviers, s’è pipponato a sufficienza.

Googlephoto oggi fa degli strani capricci, e non mi permette di aggiornare il Frunyc IV 🙁 Allora rimanete sintonizzati per la prossima settimana: troverete le foto della Italy Run 2019 di oggi, 5 miglia a Central Park, e il vostro Board arrivato al 775esimo posto su 8.063 partecipanti: 12esima tra le 565 donne sue coetanee 😉

Ringraziamenti di cuore, e saluti, stasera, generazionalmente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 415 da NY commenta “WALKING ON WATER” di Andrey Paounov

LET’S MOVIE 415 da NY commenta “WALKING ON WATER” di Andrey Paounov

Musical, Moviers,

parliamo di lui, del musical.
La questione è delicata. Nel senso che io e lui non siamo mai andati molto d’accordo. Ho cercato di scavare dietro a questa mia assai immotivata respingenza. Scava, scava, scava, ma non ho trovato granché, se non forse dei resti di malessere lasciati da un atteggiamento un po’ calvinista nei confronti dell’entertainment.
Ogni forma di divertimento che trova espressione in un organismo artistico deve portare al coinvolgimento intellettuale, e lasciare delle tracce al seguito. Questo ho sempre pensato. Calvinista che sono.
Questo approccio, con il musical, non ci va molto d’accordo. Il musical sono due, tre, quattro ore di entertainment puro e totale. Senza postumi arrovellamenti, senza dibattiti grondanti materia celebrale.

E poi c’è quella cosa lì del cantare e del ballare così, di punto in bianco. Cioè. Un attore parla normale e poi d’un tratto, via, attacca a dimenarsi scatenato, e con lui, tutto il cast. For real?
Da purista del recitato, ho sempre fatto fatica ad accettare questa variazione sul palco. Sin da piccola. Sin da “Tutti insieme appassionatamente”, da “Mary Poppins”. Quando Julie Andrews, dopo aver vinto la corsa ai cavalli, attaccava con “supercalifragilistichespiralitoso” — che, per la cronaca, non si dice “supercalifragilistichespiralitoso”, ma “supercalifragilisticexpialidocious” — oppure quando si metteva a ballare coi figli Von Trapp prima di farli andare a letto, io, anche da piccola, storcevo il naso. Lo trovavo innaturale. Mi dicevo, mannò, ma questo mi rovina tutto! Questo lo devo fare io dentro la mia fantasia, con i miei colori, le mie note e i miei movimenti. Così mi rubi la parte più bella!
E questo è il motivo per cui ho dei ricordi molto poco chiari dei due film. Visti una volta, non li ho voluti rivedere più.
Categorica anche da mocciosa.

Negli anni, poi, ho flirtato con esperimenti borderline, al cinema. Tipo “Flashdance”.
“Flashdance” non è un musical, ma c’è molta danza. E c’è la storia della ragazza saldatrice, e si era mai immaginata e vista, prima, una ragazza che facesse di professione la saldatrice?? Una figlia riuscitissima di Marie Curie, una Montalcini con la fiamma ossidrica al posto del microscopio. Certo che aveva appeal sulle ragazzine! Aveva più appeal quello che la storia d’amore con il suo capofabbrica. E poi ovviamente gli scaldamuscoli, la bici da corsa, quell’atmosfera da città americana industriale — scopro ora essere Pittsburgh — da cui Alex si liberava, spiccando il volo nei cieli della danza — ah what a feeling!
Ma in “Flashdance” i protagonisti non si mettono a ballare di punto in bianco. Ballano di professione.

L’esperimento più riuscito di musical al cinema è “La La Land”. Lì ho accettato tutto, persino la gravissima goffaggine di Ryan Gosling nei panni di ballerino, perché il film in sé è un tributo alla Hollywood dei film musicali prodotti tra gli anni ‘50 e ’60, e a quell’atmosfera onirica attorno a quell’epoca, partendo dallo stesso titolo, che è sia un riferimento alla città di Los Angeles, sia all’espressione “essere nel mondo dei sogni, sulle nuvole, fuori dalla realtà”.
E poi è un capolavoro, e davanti ai capolavori, ti fai andare bene tutto.

Ma forse, in tutto questo, l’antipatia per il musical mi arrivava dal fatto che erano musical al cinema, o in televisione. Lo schermo è come l’acqua: amplifica, ma diluisce. E forse in quel passaggio, si perde qualcosa del succo contenuto in quel genere artistico. Non so di preciso.
Sta di fatto che ora sono qui. New York City è la capitale del musical, è la casa di Broadway. Non la strada, il quartiere.

Ogni volta si fa confusione. La Broadway è una strada, che sconfina Manhattan. La sconfina di un bel po’. Pensate che parte da Sleepy Hollow — la cittadina del mistero di Tim Burton! — scende giù lungo lo Stato di New York, attraversa il Bronx e North Manhattan, sfiora casa mia, prosegue giù giù, curva leggermente verso Ovest all’altezza della 49esima Strada, taglia Times Square, passa accanto alla Quinta Avenue, saluta il Flatiron Building alla sua destra, per concludere la sua corsa a Battery Park.
Quella è la strada. Ma sul rettangolo tra la 40esima e la 54esima, e la Sesta e l’Ottava Avenue, all’interno del quale spunta Times Square, sorgono qualcosa come quarantun teatri. Quel rettangolo lì è Broadway.

La zona di Times Square, sulla 42esima, cerco di evitarla il più possibile. Per via del bestiame turistico che vi pascola. Scarpe da ginnastica, buste di plastica piene di shopping da M&Ms oppure NY Gifts, smartphone perennemente davanti agli occhi. Hotdog in bocca, qualche beverone colorato nella mano libera.
Quindi la mia percezione del Theater District, è invasa da queste mandrie che non transumanzano mai.
Quando vado al MoMA, sulla 53esima, cammino la parte nord di Broadway. E quella è un’area accettabile. Passi accanto al Broadway Theater, dove danno sempre il musical “King Kong”, e ti spunta, sulla sinistra, lui, lo scimmione, e voi, per una frazione di secondo, pensate alla povera Jessica Lange, lo stuzzicadenti fra le sue dita scimmiesche. Poi il ciarpame colorato del 21esimo secolo tutt’intorno ha la meglio, ma per una frazione di secondo, siete lì, schiavi del primate più bistrattato della storia. Passate davanti al The Late Show with Stephen Colbert, che ha rimpiazzato David Letterman, con le sue lucine rosse e quell’aria newyorkese che conoscete tutti.

Non è male, la zona nord di Broadway. Il bestiame è meno insistente, si cammina decentemente e si apprezzano certi istanti in cui ti ritrovi a dire a te stesso, anche dopo tre anni di qui, wow, sono a Broadway.

Allora, siccome sono a New York City, ho l’età in cui forse è arrivata l’ora di uccidere la mocciosa categorica — ma anche solo gambizzarla va bene — accetto di andare a vedere il musical “Chicago”, allo storico Ambassador Theater.
L’Ambassador sta sulla 49esima, tra la Broadway (la strada) e l’Ottava Avenue, in un punto abbastanza in salita. Lo ricordo spesso: NYC non è piatta, per quanto l’immaginario collettivo la consideri tale —forse è una qualche deriva del terrappiattismo, che scopro essere molto in voga al momento in Italia…

Aperto nel 1921, l’Ambassador conserva ancora il sapore di quegli anni. Mattoni sporchi da Londra dickensiana, una sezione leggermente tondeggiante, l’immancabile impalcatura tra pianoterra e primo piano che lo radica nel presente dell’eterno work-in-progress newyorkese. Sopra, a proposito di “Chicago”, campeggia d’un rosso orgolioso la scritta “The longest running American musical in Broadway history”. E dentro, il teatro stilla anni ruggenti. Il palco abbracciato da platea e loggioni, in una forma circolare da Globe Theater. Il grosso lampadario di cristallo che penda dall’alto, il marmo assai dozzinale — niente travertino — delle modanature, le poltrone che hanno accolto chissà quanti sederi e la piacevole sensazione dell’usato che sa di mitico.

Il pubblico intorno a me è prevalentemente bovino; del resto, quando vieni a New York per 7 giorni 6 notti, uno spettacolo a Braodway è sempre previsto nel pacchetto. Nella fila dietro alla mia, tre amiche italiane trattano argomenti prevalentemente fisici: “No, dopo io torno in camera, non vengo… Se volete andare, voi, andate pure, io vi aspetto in albergo. Con tutto quello che abbiamo camminato oggi… Sono stanca morta… Ma voi andate pure…”
Cattle talking.

Poi “Chicago” attacca. Sulle note di “All That Jazz”, che scopro originare proprio lì, in quel musical — mi pensavo fosse una hit di qualche vaudeville…
Non vi farò qui un pippone sulla trama. Basti sapere quanto segue: è ambientato negli anni ‘20, Roxie Hart è una chorus girl che, per farsi strada nel mondo dello spettacolo, uccide il suo amante; Billy Flynn è un avvocato scaltro che farà di lei una celebrità; l’altra donna in scena è Velma Kelly, una leonessa borderline coguar, anche lei star dello showbiz, che sulle prime avrà Roxie in antipatia, ma poi le due faranno squadra e conquisteranno Broadway insieme.
Se non siete nei paraggi di New York, e il cinema non vi dispiace, guardatevi il film “Chicago” di Paul Marshall con Renée Zellwegger, Katherine Zeta-Jones e Richard Gere — per altro vinse sei Oscar nel 2002…
Se invece siete nei paraggi, e non sapete scegliere quale musical vedere— ne avete una gran quantità fra cui scegliere, tra My Fair Lady, The Phantom of the Opera, Pretty Woman, Tootsie, Wicked, To Kill a Mockingbird, The Lion King, Mean Girls, Hamilton, Aladdin, Frozen, Beetlejuice, The Book of Mormoms, Beautiful, etc. — e volete rivivere un po’ della New York al sapor di Zegfield Follies e champagne, gangsters e pupe, “Chicago” fa proprio per voi.

Non è tanto la trama. Mamma mia, è lo spettacolo.
Sono le attrici, che sono cantanti e ballerine. Dee. Con dei corpi che non si possono spiegare. Delle gambe che sono fiori: spuntano ovunque, stanno bene ovunque. Delle voci da Grammy Awards, una danza da Julliard School. E naturalmente gli attori, che no, non sono da meno, ma “Chicago” è un musical in cui le protagoniste sono due, Roxie e Velma, una giovane, una più attempata. Due facce della stessa medaglia femminile: la tramp — la monella — con la testa un po’ vuota, un corpo da urlo, grandi sogni in tasca e una realtà che nella maggior parte dei casi delude, ma che può anche riservare sorprese.
Un ritmo trascinante, una band sul palco che è parte integrante dello show e che suona come la Wiener Orchestra suona il concerto del Primo dell’Anno. Se prendo “L’opera di tre soldi” di Brecht — veneratissima! — Liza Minnelli in “New York New York”, “Bonnie e Clyde”, la natura malandrina di Louise Brooks, la navigata esperienza di Sharon Stone, shakero tutto insieme, posso servirvi il cocktail dall’alto tasso erotico che è “Chicago”.
Non c’è nulla di volgare. Ma l’atmosfera viaggia tutta sul sottilmente licenzioso. Gambe svolazzanti, balletti ammicanti, cappelli a cilindro su chiome biondissime e bastoni lucidi in mano a donne mozzafiato, abiti neri in vedo-non-vedo-ma-immagino-molto, luci gialle soffuse. Devo andare avanti?

Passano così due ore e mezza di entertainment puro, in cui è come respirare l’elio, e parlare come Paperino, oppure l’etere, e volare come Dumbo. E davvero non pensi a niente se non a come si possa ricreare tutto ciò in maniera così credibile, e allo stesso tempo così sopra le righe. E a come si possa arrivare a un livello di performance, di talento, così alto. Le risposte a queste domande ovviamente si trovano. Questi artisti escono da fior fior di accademie, e ripetono lo show over and over per chissà quante sere all’anno. Repetita iuvant. Un sacco.
Poi gli americani, una cosa hanno inventato. Il musical. Lasciamoli eccellere.

Quando lo spettacolo finisce, le luci si accendono, gli spettatori, ancora visibilmente su di giri prendono a defluire dal teatro, commentando nel frattempo how awesome the whole thing was, ti ritrovi in un attimo dentro il 21esimo secolo. I cartelloni pubblicitari elettronici sulle pareti degli edifici, i pullman che aspettano di caricare i capi di bestiame e riportarli ai rispettivi alberghi, gli Uber parcheggiati in doppiafila, in attesa di chissachì. E le Nike ai piedi della maggior parte del mondo. E gli Iphone in mano.
Basta poco poco a spezzare l’incantesimo.

Confesso che dopo le prime due ore, ho cominciato a sentire, in lontananza, il richiamo di Calvino. Non di Italo, che quello è soave. Ma di Giovanni, il riformatore con la frusta in mano. Ovvero, ho cominciato a chiedermi se fosse lecito, non pensare a nulla di nulla in maniera così spudorata. Guardare e morire e rinascere davanti a quelle creature che portano in vita questo musical sin dal 1975, senza smetterlo mai.
Mentre ero lì, fra gemiti di trombe e all that jazz, ho pensato che sì, può essere lecito, una volta ogni tanto, non pensare a nulla in maniera così spudorata. Una volta ogni tanto. E credo di non essere io, la sola a pensarlo.
Tuttavia, un fatto interessante. Il musical che ha incassato più di tutti i musical di tutti i tempi — si sono arrivati a spendere 4.000 dollari per un biglietto — è “Hamilton”, che dal 2015 a oggi è un fenomeno senza precedenti. Quando arrivai qui nel 2016, non si faceva che parlare di lui.
Alexander Hamilton è uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti: ha firmato la Dichiarazione d’indipendenza, per capirci. “Hamilton” il musical propone un cast multietnico e racconta la vita del personaggio attraverso la musica contemporanea: molte canzoni sono hip hop, rap e R&B. Una trama corposa, che attraversa la storia degli Stati Uniti, ma rappeggiando, funkeggiando.
Allora io penso che quando vedi “Hamilton”, un po’ di cervello, lo fai funzionare. Sarà per questo che dal 2015 ha incassato 63 milioni di dollari — 63 millioni di dollari — vinto il premio Pulitzer 2016 per il teatro, il Grammy 2016 per il miglior disco di un musical e ricevuto 8 Tony Awards.
Voglio credere che il cervello paghi sempre.

Questa settimana è stata specialissima per me, cinematograficamente parlando. Sono stata a vedere “Walking on Water”, di Andrey Paounov, il documentario che racconta l’avventura del land-artist Christo sul Lago d’Iseo, dove, nel 2016, costruì quel sogno arancio che fu la passerella flottante chiamata Floating Piers.
Presentato al Festival di Locarno, non vedevo l’ora che il documentario arrivasse qui a New York. E questo perché quell’istallazione ha un valore affettivo per la qui presente, che il 30 giugno 2016, prese il treno e andò a Sulzano apposta per camminare sull’acqua resa camminabile grazie al sogno di un artista.
Nel Frunyc IV trovate degli scatti di quel giorno, e qui, la prova provata del Board flottante 🙂

Ci andai da sola: la folla spaventava tutti. Spaventava anche me, naturalmente. Ma poi la razionalità dell’irrazionale ha avuto la meglio. Non sarebbe atterrata mai più, una passerella color dell’alba, sul Lago d’Iseo — I mean, il Lago d’Iseo, a parte cadaveri e tritoni, cosa ospita? 🙂 Non sarebbe atterrata mai più in nessun’altra parte del mondo. Le opere di Christo sono uniche, irripetibili e hanno durata limitata. Come quando impacchettò di cellophan il Reichstag a Berlino. Oppure quando fece scorrere 30 km di nastro e portici arancio a Central Park. O quando piazzò un trapezio di più di 7.000 barili colorati in mezzo al lago di Hyde Park, a Londra.
La differenza tra quelle opere — già di per sé geniali — e Floating Piers, è l’interattività: lo spettatore, letteralmente, camminava l’opera.
Potevo perdermi quell’esperienza?
No, non potevo, e nemmeno un milione e mezzo di altre persone avrebbero potuto — il totale di visitatori in 16 giorni di Floating Piers.
Rimango pur sempre una mocciosa categorica.  

Allora domenica scorsa, una domenica un po’ alta e un po’ bassa, come le domeniche talvolta possono essere, mi dirigo verso il Film Forum, nel Greenwich Village. Arrivando con un ritardo pericolosissimo, vedo un piccolo crocchio di persone fuori dal cinema. Non me ne curo molto, ma vedo anche il cartello che mi avvisa della fila da fare per i biglietti di “Walking on Water”.
Siccome un ritardo pericolosissimo mi alita sul collo, non ho il tempo di badare né al crocchio né al cartello. Mi precipito dentro e chiedo un biglietto al bigliettaio. Lui, una pasta di bigliettaio, mi dice che forse Christo è ancora fuori…
“Christo?? Fuori??”
“Sì, Christo, fuori”, mi sorride. “Prova a vedere se c’è ancora”.
Spalanco la porta — forse, la scardino — esco, ed è lì, lo scricciolo 84enne Christo. Lo riconosco da Sulzano. Piccolo, magrissimo, abbronzato, i capelli alla Einstein. Quand’ero sulle passerelle, in quel giugno 2016, passò in barca. La barca rallentò, lui salutò tutti, e poi sfrecciò via.
Ed eccoci qui, tre anni dopo, lui davanti a me, a New York City.

È in procinto di andarsene e sta salutando l’ultimo qualcuno che gli chiede un autografo.
Io corro verso di lui, ed esclamo, come una pazza — proprio una pazza di quelle vere, non di quelle inventate — “Christo, wait! I was in Sulzano… I walked the Piers!”
Lui si gira, e mi guarda come se avesse visto una pazza — il che non faceva una grinza. Allora mi ha sorriso, mi ha detto “Really?” e poi mi ha firmato una cartolina promozionale del documentario — che da domenica scorsa ha trasformato la mia stanza in una sede distaccata del MoMA.
Poi il suo staff se l’è portato via, come la barca tre anni fa.

Se qualcuno mi avesse detto, nel giugno 2016, che, nel maggio 2019, avrei incontrato Christo a New York City, città in cui sarei stata domiciliata, gli avrei tirato un pugno. Un pugno di quelli veri, non inventati. Perché non si scherza con i sogni.

Rientro nel cinema, dico alla pasta di bigliettaio che ce l’ho fatta —l’ho salutato prima che se ne andasse, gli ho detto che io c’ero! — il bigliettaio si spalanca in un altro sorriso, fa il gesto “you rule”, e sbotta in un “Ah doooope, I knew you’d make it!”, così sentito e sincero, come se fosse stato lui a mancare per un soffio l’artista e ad acciuffarlo all’ultimo.
Io, gasatissima da questo incontro piovuto giù dal cielo, e portata in trionfo dal bigliettaio, volo in sala, dove hanno appena schiacciato play, e mi godo il documentario.

“Walking on Water” è il making-of del progetto: 3 km di passerella che hanno connesso due sponde del lago e l’isola di Sant’Anna in mezzo al lago.
Il progetto in sé risale al 2006, quando l’amatissima moglie Jeanne-Claude, con cui Christo ha realizzato tutte le sue opere, era ancora in vita. I due lo proposero ad Argentina e Giappone, ma entrambi i paesi lo rifiutarono. Il fatto che l’Italia l’abbia accettato, mi ha scatenato quel guizzo incandescente dentro che si chiama orgoglio. Bisogna avere una dose massiccia di visionarietà per immaginare un’opera di Christo, e l’impatto che può avere sulle persone.

Il ducumentario regala vedute dall’alto di cui, se avete camminato le Piers, non avete potuto beneficiare. Inoltre, presenta tutte le difficoltà logistiche, ingegneristiche, metereologiche, burocratiche che l’artista e il suo staff hanno dovuto affrontare per realizzare il progetto. La burocrazia — siamo italiani, sappiamo di cosa stiamo parlando — soprattutto legata alla questione della sicurezza, ha minacciato di far chiudere l’opera al pubblico il terzo giorno, dopo c he i primi due hanno accolto più di 100.000 persone. Ma anche il meteo ci si è messo di mezzo. Temporali e burrasche hanno sferzato il Lago per buona parte del periodo in cui il team ha montato le passerelle, ostacolando i lavori, e accendendo molto gli animi.

Il caso ha voluto che il 23 giugno 2016, la Brexit abbia distolto molta dell’attenzione dei media dall’opera, e questo ha disteso un po’ gli animi tra le Forze dell’ordine e lo staff di Christo, che erano a un passo dal chiudere tutto l’ambaradan.
Attraverso uno stile molto discreto e non invasivo, il documentario segue questo fuscello d’uomo farsi strada fra tutti gli inghippi, le incombenze, i cerimoniali che hanno richiesto la sua presenza — memorabile la festa poshissima nella villa sull’Isola di Sant’Anna, dove gli invitati probabilmente non sapevano nulla di Christo e dei suoi lavori, ma erano lì, con i loro smart-phone di gran gusto ricoperti da gusci Louis Vuitton pronti a instagrammare tutto, e far sapere, mi hanno invitato.  

“Walking on Water” si conclude in maniera molto accattivante. Christo in mezzo al deserto, un blocchetto per terra, le sue mani a forma di cornice dentro cui fa stare il deserto. Chissà cosa sta tramando…
Consiglio a tutti il documentario, sia a quelli che hanno camminato sulla stoffa mobile delle Floating Piers, sia a quelli che non ci hanno camminato. L’arte è 1% ispirazione e 99% lavoro, dedizione, abnegazione, scazzi. Non lo si scordi.

E per oggi è tutto, Moviers — sono andata lunghissimissima oggi…
Frunyc IV sempre aggiornato e saluti, musicalmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 414 da NYC – commenta “THE SOUVENIR” di Joanna Hogg

LET’S MOVIE 414 da NYC – commenta “THE SOUVENIR” di Joanna Hogg

Miritrovo, Moviers,

in un incidente diplomatico di critiche proporzioni, domenica scorsa. Forse lo provoco. O questa sarebbe l’opinione di un americano purosangue presente alla scena. Una scena che, invece, agli occhi di noi, scialli, tranzolli italiani, ha tutti i contorni della barzelletta.
Il contesto è la piscina, con cui ormai avete una certa famigliarità. Quella sulla 137esima. Quella all’interno del Riverbank State Park, il parco costruito su un’ex discarica a fini di candy-coating — così si dice l’ammansire qui — per spillare voti alla comunità harlemita.
Ogni luogo che vi vede regolari frequentatori è un luogo che fa parte di voi. Le persone che vi lavorano o che lo frequentano, popolano, più o meno consciamente, il vostro ambiente domestico. O anche solo la vostra curiosità. I tanti bagnini — ma quanti diamine di bagnini servono, per monitorare una piscina ad Harlem?? — ormai, mi conoscono un po’. Le bagnine sono tutte silenziose, e accennano un timido hi how’s goin’, quando mi vedono.
Poi ci sono i bagnini con cui ho confidenza. Dave e William, per esempio. Loro mi chiamano per nome, sanno della mia italianità, sanno che detesto la neve e mal sopporto la pioggia — che mi impediscono di correre nel sole, capelli al vento, dentro un video hippy prima ancora che a Central Park. Sanno che nuoto un’ora e trentacinque minuti. Che non mi fermo mai, e che prediligo la versione della piscina a 50 m in luogo della sua versione spaccata in due gemelle da 25.
Conosco anche Jimmy, il responsabile all’ingresso. Un afroamericano che passa tutto il santo turno al telefono, a sproloquiare in un inglese from da ‘hood molto molto stretto, che a me sembra sempre un canto uscito fuori da Snoop Dog. Anche lui mi conosce bene. Mi ha battezzatto “Little Mermaid”, il che vi dà una grossa botta di autostima se affrontate una piscina in inverno, quando la vostra forma fisica, non è proprio quella di una sirenetta, ma piuttosto di una sogliola, bollita. C’è davvero poco per cui montarsi la testa: il soprannome maschera l’amnesia. Al 99%, Jimmy si è scordato il mio nome, quindi rimedia con un nomignolo — anche questo, dopotutto, è candy-coating.
Lo facciamo tutti, in fondo. Pensate a quante volte avete chiamato qualcuno, “Ciaocaro”, “Ciaobella”, salvando in corner la vostra memoria a sighiozzo. Io non sono da meno. Praticamente tutti gli inquilini del mio palazzo, per me, si chiamano “Hellodear”. Tuttavia, mi piace pensare che questa agevolazione mi spetti, e che loro siano, in qualche modo, più facilitati: una straniera — un’italiana per di più! — rimane più impressa di un connazionale. Io, devo smazzarmi 10 piani di whatsamericanboy.
Jimmy mi accoglie con un “My littl mermaid, how’re you doin’ today?”, e ci attacca sempre una dose supplementare di dolcezza aggiungendo “babe/honey/love”. Il tutto senza un’ombra di malizia: lo fa anche con le ottantenni iscritte ai corsi di aqua-gym for senior, il martedì mattina.
Quindi no, non mi monto la testa.

Vedo di tenere sempre informato Jimmy sul meteo italiano. Nei giorni scorsi, per esempio, quando la Siberia ha inviato una truppa di fronti freddi giù dalle vostre parti, ho parlato delle nevicate, delle grandinate, delle burrascate, lasciandogli lo spazio giusto di buttar lì degli increduli no kiddin’, che hanno trasformato il mio resoconto in un racconto epico — voi, degli eroi. J
Se esco dalla piscina e Jimmy è ancora di turno al bancone, mi saluta più o meno sempre con You take good care, sweetheart, and come back soon, will ya? Io di solito ringrazio, dico You bet, Jimmy, ed esco negli elementi, la testa infilata nel cappuccio, un alone clorino tutt’intorno.
La piscina mi fa star bene anche per questi riti noti.

Con i nuotatori, è più difficile instaurare un rapporto, soprattutto perché io non ho un orario fisso, un giorno fisso. Posso andare presto la mattina, oppure in pausa pranzo. Rarissimamente la sera — la differenza più macroscopica con le mie piscine italiane. La sera è riservata a New York City. Non posso tradirla, nemmeno con la mia amante preferita — l’acqua.
In più è il meteo, che detta legge. Se c’è il sole per tre giorni consecutivi, posso andare a correre tre giorni consecutivi. Il richiamo della strada — e, come sapete, degli audolibri — è molto forte.
Quindi è difficile incontrare gli habitué della vasca. Cambiano sempre. Il che è pure il suo bello.
Ciò nonostante, ho stretto una sorta di rapporto con Susan e Victor.

Susan è la nuotatrice che vorrei essere ora, e che vorrò essere a sessantacinque-forse-settantanni, gli anni che stimo abbia.
Forma strepitosa, resistenza pari alla mia — e lei con le sue primavere in più sulle spalle — metodo ben superiore al mio, così come la varietà natatoria. Pinne, boccaglio, tavoletta, pull-boy. Lei usa tutto. Alterna rana, stile libero e dorso. Ma preferisce stile libero, si vede — tutti i nuotatori seri prediligono lo stile libero, foss’anche solo per il modo in cui ti permette d’infilare il tessuto dell’acqua, e di ricamarlo, tu ago, con il filo del tuo corpo.
Sul polpaccio sinistro, Susan ha due bolle tatuate. In una galleggia il verbo “keep”, nell’altra il verbo “swimming”.
Susan è di pochissime parole e tanti fatti. Le sue pause a bordo vasca sono brevi. Non va in piscina per stare ammollo e far filò.
Il nuoto, quindi, intuisco, è molto più di una passione, di un’attività per tenersi in forma. È una religione. Oltre al tatuaggio, lo si capisce da come fende l’aqua, e dal ritmo. È fluida, armoniosa. L’andamento a cui ambisco io.
Ci è capitato ogni tanto di dividere la corsia. Lei è morbida. Il mio nuoto non ha ancora raggiunto quella fluessosità, a cui guardo con ammirazione e trepidazione. È più spigoloso, credo.
Mi sono presentata a lei un giorno negli spogliatoi. “You are a fantastic swimmer”, le ho detto. Mi ha ringraziato, “You are very good too”, ha aggiunto. “You should be more relaxed, though. You are tense”.
È anche un’osservatrice, quindi. Ha letto il mio nuoto e ha capito tantissimo di me, oltre il nuoto.
Io ribadisco l’ovvio e le dico che vorrei raggiungere una flessuosità simile alla sua.
“You’ll get there”, mi dice. E io, gocciolando, mi sciolgo.

Victor, lo conosco a bordo vasca. Quando mi appresto a uscire.
“Maan, you never stop!”, esclama dalla corsia accanto alla mia. Io scoppio a ridere. Gli spiego che no, non mi fermo mai, per due motivi. Se mi fermo, mi raffreddo subito. E non ho tempo per fermarmi. Un’ora e mezza dedicata al nuoto è tanto: le pause sono un lusso extra che non voglio permettermi.
Mi dice che lo sa, che mi ha visto altre volte, e che no, non mi fermo proprio mai.
Ci presentiamo. Gli dico che sono italiana. Lui prende a raccontarmi del viaggio a Roma che ha fatto di recente, dove ha mangiato in maniere inimmaginabile — I mean, incredible… Da quando è tornato, dice, guarda il cibo di qui con commiserazione. I pity it.
Con Victor mi sono incrociata un’altra volta in vasca, e poi, un’altra volta in borghese, ovvero vestiti. Lui usciva dall’edificio, io arrivavo.
Dopo il long time no see di rito, scambiamo due chiacchiere.
Gli chiedo cosa fa, e mi butta lì una risposta al fulmicotone in cui afferro la prima parte — law — ma perdo la seconda.
Ah sei avvocato?, tento la fortuna.
No, law enforcement, precisa lui, e a me sfugge fuori, in maniera, inconsulta, imbarazzante, ma del tutto naturale, “Oh my God, a cop! You are the first cop I know!”.
Appena l’ho detto, mi è preso il panico post-castroneria pronunciata su territorio americano.
Ho cercato di rattoppare con un secondo “Oh my God”, seguito da un preoccupato “Can I say ‘cop’ to a cop?”, domanda assai ignorante, a pensarci a mente fredda — avete mai chiesto a uno sbirro se è permesso chiamarlo sbirro??
Victor si mette a ridere, ma non mi dice né sì né no, quindi il dubbio mi rimane.
Mi chiede quando torno in piscina, e gli dico, eh Victor, the weather is my master. Peccato non capisca l’italiano. Peccato non potergli buttar lì la buffonata che il meteo fa il bello e il cattivo tempo…
“I hope to see you soon. You motivate me”.
Questa cosa del “mi motivi”, succedeva anche in vasca in Italia. Come se il tuo nuoto continuato, li spronasse a fare meglio, a tenere il passo.
“Contenti voi…”, è il mio atteggiamento. Per quanto mi riguarda, non c’è peggior schiavista di me stessa. Non ho bisogno di fruste extra, grazie.

Quando entro in piscina, domenica scorsa, la vasca è assai libera. Bene, dico. Corsia tutta per me.
Poi però, so come va a finire. I nuotatori della domenica arrivano, con la loro calma, ma arrivano. Soprattutto se fuori è brutto tempo e la piscina è l’unico territorio in cui sfogare i propri istinti motori.
Parto nella mia corsia. Faccio una quarantina di vasche, e poi capisco che da lì a poco, la mia corsia sarebbe stata invasa dai nuotatori categoria badass, ovvero quelli che si allenano per il triatlon, o per qualche folle gara outdoor, nelle acque spaventose dell’Hudson o quelle di qualche lago macabro Upstate NY.
Da fondo vasca, li vedo entrare uno per uno nella mia corsia. Visto che già in un paio di occasioni mi avevano gentilmente chiesto di lasciar loro la corsia, e io l’avevo fatto senza batter pinna, decido, malauguratamente, di spostarmi nella corsia a fianco, occupata, in quel momento, da due donne.
Statemi attenti che questo mio spostamento è la causa dell’incidente diplomatico che avrebbe parallizato il traffico natante di lì a poco.
Mentre mi immetto, più o meno a tre quarti di vasca, nell’altra corsia, supero, al contempo, una delle due nuotatrici presenti in corsia. Non la tocco, non la sfioro, nulla di tutto ciò. La prossemica americana, diversissima da quella italiana, non consente avvicenamenti corporei a meno di 60 cm: faccio attenzione a rispettarli sempre.
La supero, in maniera assolutamante consentita dalla legge, e proseguo fine a fondo vasca.
Arrivata, rispetto il codice statunitense del nuoto condiviso che ho appreso stando qui, e chiedo: “Let’s go loop?”

Dunque, cambiando paese, dovete adattarvi alle leggi del nuovo paese in cui arrivate. Tra loro, anche quelle in vigore nelle piscine.
Qui funziona così. Se siete due nuotatori in una corsia, ve la spartite inter vos. La domanda è “Split or loop?”. Split significa, dividiamoci la corsia a metà, tu nuoti avanti e indietro in una metà e io nuoto avanti e indietro nell’altra.
Loop significa che nuotiamo in cerchio, tenendo la reciproca destra — a cerchio, insomma. Ovviamente, se un terzo nuotatore si aggiunge, la versione split non è più possibile, e si passa automaticamente al loop.
Ecco perché in Italia vige solo il loop, più logico e sensato — saremo dei fantasisti in strada, ma in vasca tendiamo alla regolarità.
Allora visto che siamo in tre in corsia, e la versione split non è possibile, mi fermo e chiedo, per pura formalità, alla nuotatrice “Let’s go loop?”. Lei annuisce seria, non dice nulla e io proseguo. Miss Simpatia, commento fra me, richiamando alla memoria i tanti bei sorrisi americani e Sure, thank you! che mi hanno risposto in questi anni di Let’s go loop?.
Capisco immediatamente che la nuotatrice in questione è della tipologia tecnica. Corporatura piazzata, nazionalità asiatica, costume body-glove fino al ginocchio, cuffia, occhialini, tappi alle orecchie, cronometro al polso. Tutto nero.
Va bene, China 2020, vediamo un po’ come te la cavi.
Scopro che è una discreta nuotatrice, di quelle che fanno due vasche a mille, e poi stanno ferme tre minuti. Dico questo senza giudizio. Ognuno si allena come vuole.
A ogni modo, anche in velocità, non è la Ledecki, ecco…

A un certo punto, in una delle sue vasche a mille, mi smanaccia il polpaccio.
Ora, nel codice civile del nuoto universale, la smanacciata è prevista, ma è meglio evitarla, e comunque, rimediare. Si chiede scusa, o, visto che il nuoto non è sport di tante parole, si accenna un gesto di scuse subacqueo.
Faccio finta di niente: negli anni a Trentoville ho nuotato in corsie con altri sei-sette nuotatori, e imparato ad appplicare la regola dell’homo homini lupus in vasca, dove le smanacciate eran carezze.

Quando China 2020 mi smanaccia, eravamo praticamente a fondo vasca. Quindi arrivo, batto contro il muro, mi giro e proseguo sul mio percorso. Percorro tutta la vasca, torno indietro e quando arrivo a inizio vasca, mi aspetta, piantata in piedi davanti a me, America 2020, l’altra nuotatrice.
“You should have let her go first”, mi dice. Io cerco di capire. Forse l’avermi smanacciato, ma non superato, avrebbe dato la precedenza a China 2020, mi chiedo? Forse, in acque statunitensi, un nuotatore smanacciato da dietro deve lasciare la predenza?
Ma al momento non ho per le mani il codice di circolazione balneare, quindi proseguo.
Mentre nuoto, sento un fischio del bagnino.
Rollo gli occhi al cielo dentro gli occhialini, e spero che non sia rivolto a me, anche se ho un bruttissimo presentimento.
Quando arrivo di nuovo in fondo, capisco che è rivolto a me.

Mi attendono China 2020, America 2020 in piedi in vasca. E lassù sopra di noi, un bagnino con cui non ho confidenza.
Allora. Già fermarmi mentre mi alleno, mi irrita. Fermarmi davanti a un plotone d’esecuzione a tre, mi metterebbe nella posizione di rivolgermi alla mia Ambasciata. Ma sono intrappolata in vasca. La diplomazia non può raggiungermi.

“You have accessed the lane without telling us”, mi dice China 2020.
Io le rispondo, con tutta la calma della verità di questo mondo, che le ho chiesto se preferiva la modalità loop. Carina, te l’ho chiesto proprio per palesarmi a te, visto che siamo in tre e l’opzione loop è impossibile. Te l’ho chiesto come per dire “mi vedi? Ci sono anch’io adesso” — questo era quanto intendevo.
“You should have told us”, ribadisce lei.
“You should have told them”, ribadisce il bagnino.
Dovevo mandare una lettera in carta bollata, vorrei chiedere. Ma mannaggia, non so come si dice “carta bollata” in inglese.
Mi sento in preda a un processo kafkiano in cui si è già stabilito il colpevole.
Spiego al bagnino di aver proposto l’opzione loop. Insomma, ho fatto presente che ero nella loro corsia.
“Yes, but you should have told them”.

Stando in questo paese, ho imparato che gli americani hanno una serie di regole che li fa sentire, in qualche modo, al sicuro: se sei convinto che una serie di regole possa proteggerti dall’incertezza del caos e dell’anarchia che dominano l’esistere, difenderai quelle leggi sopra ogni cosa. Quando si entra in quel circolo, non se ne esce più. E questo risulta più che mai chiaro dal commento insulso del bagnino.

“…And then when you accessed the lane, you almost crushed into her”, aggiunge China 2020 — diventata Drama China 2020 — indicando America 2020.
Le faccio notare che non l’ho nemmeno sfiorata, che l’ho regolarmente sorpassata, mantenendo la distanza.
“You should have let us know”, ripete lei meccanimente, tornando alla questione dell’accesso alla loro corsia.
“You should have let them know”, ripete il bagnino meccanicamente.

Quando si verificano queste situazioni, che si atrofizzano in un infantile, trumpiano atteggiamento si-fa-così-punto, c’è ben poco da fare, li lasci puntare i piedi. Non ti rimane che l’ironia. E noi italiani, ne siamo inarrivabili esportatori.
“I didn’t realize you had such a strict protocol here”, commento, “For sure you also have a great deal of flexibility…”.
China 2020, da dietro gli occhialini neri, mi rivolge uno sguardo da orca assassina. Io, da dietro i miei rosa (!), le rivolgo uno sguardo che dice, poveretta, che ti perdi in una vasca d’acqua.
America 2020, fa un altro paio di vasche e poi esce.
China 2020 rimane per una trentina di vasche.
Allora tutte le volta che Italia 2020 è capitata a fianco di China 2020, Italia 2020 ha fatto in modo di sorpassare China 2020 con grande scioltezza. 😉  
È stato il mio modo per vendicare una nuotata inquinata dalla solita rigidezza stelle-e-strisce.

Quanto è capitato non è certo un big deal, tuttavia mi ha riconfermato che qui in America, se ti scontri con il sistema, e per sistema includo anche tutte le assurde regole non dette e non scritte del (con)vivere comune — tipo quelle di cui sopra in vasca — se sbatti la testa contro quella tensostruttura che sorregge le loro certezze, te la spacchi, la testa, rodendoti pure il fegato. Qui devi lavorare d’astuzia e nervi. Infiltrarti sotterraneo.
È l’acqua cheta che rompe i ponti.
…E che ospita, anche, squali italiani travestiti da sirenette. 😉

Questa settimana ho avuto la sciagurata idea di andare all’Angelika Film Center a vedere “The Souvenir”, di Joanna Hogg.
Presentato all’ultima Berlinale, vincitore del Premio della Giuria al Sundance dove, a quanto avevo sentito, era stato uno dei film più apprezzati, Tilda Swinton nel cast insieme a Honor Swinton Byrne, sua figlia, al promettente debutto cinematografico.
Mi sembrava tutto molto allettante.
La realtà mi ha spazzato via.

Nel teatro 2 dell’Angelika — teatro pieno, e stiamo parlando dello spettacolo delle 4:40 pm, non quello delle 7:30 pm, l’orario preferito dai newyorkesi — ho contato diciotto defezioni. Significa che durante il film 18 persone si sono alzate e se ne sono andate. È la prima volta che mi succede.
Del resto il film è di un’insopportabilità pari a quella di China 2020…

“The Souvenir” è la storia di una ragazza, Julie, studentessa di cinema alle prese con il suo primo film, e con le pene d’amore. S’innamora, contraccambiata, di Anthony, un tossicodipendente che sostiene di lavorare nel ministero degli esteri. La relazione è alquanto burrascosa. Anthony è un tipo sopra le righe e be’, eroinomane. Julie è remissiva e indulgente con lui. Gli presta dei soldi anche se sa che finiranno tutti dentro un ago e un cucchiaio.
La fine che farà Anthony è la fine che, purtroppo, fanno tanti eroinomani.

Il film è sconclusionato, farraginoso, avanza a singhiozzo, senza un vero capo e una vera coda. Il che sarebbe accettabile se in mezzo ci facessi spuntare un corpo narrativo. Invece “The Souvenir” è come una specie di involucro visivo — per altro scialbo — che non riesce a imbastire nulla di sostanzioso.
Non ci leghiamo emotivamente a nessuno dei personaggi. Appartengono tutti all’alta borghesia o all’intelligenzia high-brows britannica degli anni ’80 — high-brows sta per odiosa. Lo spettro della Thatcher aleggia nella madre di Julie, insieme alla Regina Elisabetta. Mentre Julie ha qualcosa di Lady Diana prima che diventasse la Princepessa del Popolo. Timida, persa, senza una vera direzione. Julie è così. Insicura sul set del film che sta scrivendo e girando, succube ad Anthony, costretta a chiedere soldi alla madre per darli al compagno.
La regista se ne infischia dello spettatore e non si preoccupa di colmare lacune che sono voragini nello sviluppo della storia, lasciando apparire tutto fumoso e sconnesso. Julie vuole girare un documentario sulla classe lavoratrice che vive in un’area che sta subendo la crisi delle industrie minerarie. Ma vuole farlo veramente? È una vera cineasta?
E Anthony, cosa sappiamo di lui? A parte che è strano fisso? Lavora davvero al Ministero degli Esteri? Ama davvero Julie? Oppure ama solo se stesso?

L’unica cosa — persona — che salvo di quest’operazione, è la figlia di Tilda Swinton. Il talento, evidentemente, può tramandarsi. Non facile esordire con un personaggio così titubante, così informe e vulnerabile. Forse la vicinanza di età e di esperienza hanno facilitato l’immedesimazione.

Se leggete le recensioni là fuori, “The Souvenir”, passa per capolavoro che investiga il bad romance, quelle storie in cui l’amore fa rima solo con dolore.
Io l’ho trovato alquanto intollerabile, il classico film da Festival d’elite. Ma non ho seguito le 18 persone che hanno lasciato la sala — e stiamo parlando di spettatori di una sala cinematografica considerata d’essai a New York, non un AMC. Una parte di me avrebbe voluto farlo. Finire il supplizio e andare a fare quattro passi a SoHo, in una giornata pressoché estiva. Ma non amo lasciare i film interrotti.
A ogni modo, fossi in voi, io lo eviterei…

E anche per oggi, siamo arrivati in fondo, Fellows.
Frunyc IV aggiornato, al solito, e saluti, diplomaticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 413 da NYC – commenta “MEETING GORBACHEV” di Werner Herzog e André Singer

LET’S MOVIE 413 da NYC – commenta “MEETING GORBACHEV” di Werner Herzog e André Singer

Mistero, Moviers,

per me questo che vi sto per raccontare rientra nella categoria degli X-files, quei casi che Mulder e Scully si dannavano l’anima a risolvere negli anni ’90, ignari che gli spettatori non aspettavano altro che i due scoprissero la reciproca chimica, piuttosto che quella nel tessuto cellulare rinvenuto su un possibile corpo alieno.

La prendo larga, e mi avvicino a poco a poco.
Il mio palazzo sta subendo tutta una serie di lavori di manutenzione esterni di cui non capisco né la natura né il senso. Siamo stati allertati di tutto ciò da quello che qui chiamano “Super” — credo stia per “Superintendent” — una specie di tuttofare che sovrintende al buon funzionamento del palazzo.
In Italia non abbiamo nulla di simile. Per questo tradurlo risulta così arduo. “Tuttofare” è impreciso, anche se la versatilità della sua figura lo spingerebbe a pieno diritto dentro quell’etichetta.
Il Super si occupa di tutt’un po’, quindi. Il problema può riguardare l’idraulica o l’elettricistica. Può trattarsi del pavimento in tek del rooftop da verniciare — tan season approaching… pista!— oppure gli ascensori gemelli da mettere a posto. Per ogni cosa, ecco il Super pronto a intervenire.

Mi documento un po’, e capisco che il nostro Super non lavora unicamente per il nostro palazzo. Lavora per un’impresa, la Century NYC, che si occupa di amministrare gli edifici a gestione coop. Faccio un giro sul loro sito, e non ti ritrovo il mio roftop in bella vista?? — che è sempre una bella vista 🙂
Da quanto capisco, questi di Century NYC gestiscono tutto. Anche i lavori di manutenzione alla facciata del mio edificio, il Rockfall.
Al mio occhio, miope magoo in opere murarie ma discreto falco in estetica, nulla sembrava richiedere l’istallazione di un ponteggio al livello del primo piano, e l’avvolgimento nel Domopack della nostra bella tenda tondeggiante sopra il portone dell’ingresso, che fa molto New York anni ’20 — e adesso fa solo molto Domopack. Non mi pareva fosse nemmeno il caso di chiamare una squadra di operai e di impegnarli nella ristrutturazione. Tutto sembrava a posto.
Poi mi è stato detto che questi lavori sono imposti dalla Città di New York. E quando un’imposizione s’impone, in questo paese, non trovi — come in Italia per esempio — una strada alternativa.
Qui esegui.
Il Rockfall esegue.

Allora da un mesetto a questa parte siamo presi d’assedio. L’obbiettivo è quello di rimuovere la calce dei davanzali e sostituirla con della calce nuova. Posso assicurare che la calce del mio davanzale non aveva nulla di male, che avrebbe potuto farsi un’altra decina d’anni d’intemperie newyorkesi senza batter ciglio. Ma again, qui si fa come la Città di New York vuole.
Il Super ci aggiorna sullo stato dei lavori tramite messaggi che affigge negli ascensori.
I lavori non vanno per piani. Vanno per linee, ovvero per file alfabetiche di appartemanti: la finestra della mia camera appartiene alla linea J. Quando sulla nota affissa in ascensore, oppure sullo zerbino, trovi la tua linea, devi aspettarti il montacarichi carico di operai far fermata fuori dalla tua finestra, e lì sostare e lavorare al tuo davanzale.
Se sei in camera, la convivenza, sulle prime, risulta assai imbarazzante. Tu dentro che cerchi di lavorare facendo finta di nulla, e loro fuori, che lavorano, facendo finta di nulla. Se trovate la differenza tra queste due proposizioni, trovate anche il perché dell’imbarazzo. Io mi sforzo di fare come se nulla fosse. Loro fanno come se nulla fosse.
Nei giorni che hanno preceduto il montacarichi davanti alla mia camera, il montacarichi ha sostato davanti ad altre linee, davanti ad altri piani. E il trapano l’ha puntualmente annunciato.

Non sentirete lamenti, ora, circa i rumori molesti. Vivere a New York significa convivere con un cantiere aperto che non conosce chiusure. Se non sta bene, quello è il JFK, tanti saluti.
Impossibile contare il numero di lavori in corso attualmente in corso d’opera a Midtown, oppure a Hudson Yards, oppure intorno all’FIT.
Nella pausa durante le mie lezioni, mentre gli studenti cercano di riaversi un po’ ingurgitando una quantità di cibo che potrebbe risolvere i problemi alimentari dell’Angola, io uccido il tempo guardando giù dall’ottavo piano. Vedo queste formichine d’uomini guidare ruspe e armeggiare terra, foderare palazzi, e cercare di tirare fuori da mattoni e cemento, l’idea che un architetto ha messo nero su bianco.
Il mio pensiero va ogni volta agli appartamenti circostanti. La pazienza che gli inquilini portano come un peso, tutti i giorni, e il lavoro in ufficio, che ringraziano, perché li porta fuori casa.

Una mia conoscente ha un loft da favola a Hell’s Kitchen, tre isolati da Times Square. Disposto su due piani, mobili italiani di pregio, stile ricercato ma non sfrontato — la casa dei sogni. Il tutto infranto in un incubo dall’orchestra di martelli pneumatici che fanno del circondario il loro teatro e degli inquilini, spettatori forzati a sorbirsi quella sinfonia in loop. La volta che andai a trovarla, parlare fu un’avventura. Capirsi, tutto di guadagnato.
“Vanno avanti giorno e notte”, mi disse, rassegnata.

Pertanto, il piccolo Black&Decker che fa il proprio dovere sulla facciata del Rockfall, è giusto un flauto magico. La cosa che mi dava noia, non era, quindi il trapanio, quanto l’imprevedibilità del montacarichi.
Se il tempo si guastava, guastava i piani agli operai, che non potevano operare. E questa primavera matta — voi, in Italia, mi par ne sappiate qualcosa — ha guastato molto, nelle ultime settimane.
Quindi un giorno, sentivi il cigolio del montacarichi passare accanto alla tua finestra, e poi il lamento del trapano. Il giorno dopo, se pioveva, nulla. Silenzio, deserto. Questo on-and-off poteva verificarsi anche durante il giorno. Mattina motacarichi, pomeriggio niente montacarichi. O viceversa.
Mi sono ritrovata a vivere in balia del meteo, e della tabella di marcia degli operai.

Il giorno in cui il mio davanzale è stato sottoposto alla trapanatura e alla stesura della nuova calce, era un venerdì, e l’FIT mi ha reclamato in facoltà.
La sera, rincasata, ho notato il lavoro fatto. Se mi chiedete di quantificare la differenza tra prima e dopo da 0 a 10, in cui 10 è il massimo della differenza, direi -1. Ma me ne sono stata zitta e non ho detto nulla. Quando, l’anno scorso, mi avevano ritinteggiato il bagno — 3 metri per 2, non la Domus Aurea — e io avevo avanzato delle perplessità circa i quattro giorni pieni impiegati dall’imbianchino latino Mario, Bob aveva buttato lì un laconico “Ci mette il tempo che serve”.
Allora stavolta, zitta e muta.

Il mistero, che ho preso il giro largo per raccontare, riguarda una piantina di rose che avevo sul davanzale.
Dunque, io non possiedo piante. Nulla di vivente. Non perché non mi piacciano. Il contrario semmai, mi piacciono troppo, e non voglio vedermele morire tra le mie goffe mani.
Perché io uccido. Nulla di premeditato, Vostro Onore. Sono semplicemente incapace. Inetta, o forse solo distratta. Ho ucciso ripetutamente. Orchidee, basilico, persino la salvia. Anche i cactus, che sopravvivono nel deserto. Mi sono chiesta spesso come si comporterebbe un esemplare di ginestra in casa mia: probabilemente sognerebbe le lave dell’Etna coi versi di Leopardi in sottofondo.
Visti questi precedenti, mi guardo bene dal portare dell’altra morte nel mondo, e resisto alla tentazione di colorarmi la stanza con delle primule, che fanno rima con tremule anche senza il mio intervento, figurarsi con il mio.
Ma quella piantina di roselline rosse, una settimana fa, da Trader’s Joe, se ne stava lì con quell’aria smarrita, fra le tronfie orchidee, con quella spocchia da Miss Orchidee che si ritrovano, quella divinità nel nome, come a dire, ce l’abbiamo scritto addosso, che siamo dee.
Peggio di così, a questa piantina alla deriva in un mare di smorfiose, non può andare, ho pensato. La morte sarà la più dolce delle ultime spiagge, ho aggiunto.
Allora ho portato la piantina di roselline a casa, e ho fatto del davanzale con la calce nuova di zecca, la sua nuova casa.

Il problema in passato con le altre piante di mia proprietà stava nell’acqua. Non che mi scordassi di dar loro da bere. È che ogni volta pensavo, be’ ma può resistere ancora un giorno. Sicuro che ce la fa. E così poi i giorni passavano. E poi sì, Vostro Onore, a volte, lo confesso, capitava che mi scordassi. E mi rendo conto che l’associazione di oblio e privazione scriva praticamente l’ora del decesso sul certificato di sopravvivenza di una pianta.
Anche qui, sul suolo americano, ho commesso lo stesso errore.
Lo scorso inverno Bob è andato a sciare per cinque giorni.
Una volta tornato, trovando lo stato agonizzante delle piante in casa, se n’è uscito con un’interpretazione antigonea. “My plants! You let my plants die!”
Io, che sono più da commedia all’italiana, ho cinguettato “They are not dead, Bob, they are just experiencing… the thrill of thirst”…
Evidentemente l’ebrezza della sete non l’ha convinto.
Tornata seria, gli ho detto, “La prossima volta ricordamelo, e lo faccio”.
E così è stato. Lo scorso febbraio, nei suoi quattro giorni di sci nelle Catskills, io ho annaffiato le piante ben due volte.
Al suo ritorno, niente Sofocle.

Con questa rosellina, in quel suo vaso di latta bianca dai bordi traforati — più il colletto di una camicetta che il bordo di un vaso — mi sono ripromessa di scacciare l’oblio, e soprattutto, la prova di endurance: la rosellina non deve affrontare nessun thriatlon, non deve prepararsi a nessua carestia, quindi può anche permettersi dell’acqua tre volte alla settimana.
I primi due giorni ho guardato la sua chioma verde e rossa far capolino dal colletto bianco. Il terzo giorno pareva più mogia, quindi le ho dato dell’acqua. Tempo due minuti, riecco il capolino fiero.
Bene, andiamo, bene, mi sono detta.

Sono stata parecchie volte sul punto di fotografarla, così come facciamo un po’ tutti con tutto, da un po’ di smart-phone a questa parte. Ma qualcosa mi ha sempre frenato. Scaramanzia, oppure, solo il semplice desiderio di godere di un soggetto soltanto con gli occhi, senza l’interferenza di un corpo estraneo, che, con il suo click, inserisce il tempo nel rapporto spaziale.
Dopo una settimana, sembrava proprio essersi acclimatata. E anch’io. Giravo la testa dalla mia scrivania, e la vedevo lì, sul supporto di acciaio che d’estate supporta un condizionatore che non voglio — forse proprio lui, il supporto può essere responsabile di quanto seguirà.
Lei se ne stava lì, accoglieva il mio sguardo senza pretendere nulla, se non un goccio d’acqua ogni tanto.

Poi un giorno di bizze metereologiche, ma nemmeno troppo accentuate, rincaso. Raggiungo la mia camera, e lei, la rosellina, non c’è più.
Sparita.
Mi ci vuole qualche minuto per riprendermi. Mi ero abituata alla sua presenza tricolore fuori dalla finestra. Ogni presenza che diventa assenza richiede un tempo di elaborazione, anche se il soggetto è un vegetale.
Dopo il senso di perdita, rammarico, riconoscimento di essere fatalmente legata a un destino di killer in fatto di natura d’appartamento, comincio a valutare le ipotesi.
Suicidio, omicidio, rapimento.
Ritengo di poter escludere il suicidio. Troppo presto. Non aveva ancora raggiunto lo stadio di malnutrizione e depressione delle mie condannate del passato.
Il rapimento per mano di uno degli operai è un’ipotesi che regge. L’occasione rende l’uomo flower-snatcher, quando un montacarichi ti scarica dritto dritto davanti a quella Lolita di piantina tutto rosso e pizzi.
Il movente? Be’, magari portarla alla propria bella. O alla propria mamma — vista la Festa di, molto sentita qui in America. O magari farla semplicemente atterrare sul proprio davanzale: i fiori fanno gola a tutti.   

L’omicidio, solo il vento avrebbe potuto commetterlo. Abito al settimo piano, e non è agevole raggiungerlo al solo scopo di buttar di sotto una pianta di roselline.
Quanto agli operai, è vero che la letteratura investigativa insegna che bisogna sospettare di tutti, ma honestly, degli operai che buttano di sotto una piantina di rose for fun? Seriously??
No, l’omicidio preterintenzionale è da escludersi. Quanto al vento, quel giorno, non era così forte. Forse la posizione rialzata sul supporto porta-condizionatore potrebbe aver agevolato zefiro, e il suo caratteraccio. Ma lo dubito.
Ho tirato su la mia finestra a ghigliottina e mi sono affacciata per perlustrare con lo sguardo il ponteggio montato dagli operai, e vedere se il cadavere della rosellina fosse lì, insieme al vaso bianco.
Niente.
Ho setacciato ogni centimetro, controllato ogni tettuccio di macchina parcheggiata in strada, ogni pezzo di marciapiede in vista.
Niente.
C’è da dire che ero sporta fuori in maniera tanto sconsiderata che, una volta resamene conto, sono rientrata di scatto e ho panicato per cinque minuti buoni.

Per me questo rimane un mistero irrisolto. Le piante non spariscono nel nulla. Se è caduta, deve essere da qualche parte.
Ma non c’è.
Nei giorni seguenti ho chiesto a tutti i miei doormen, che hanno alternato reazioni scettiche, scocciate, incredule, solidali, divertite, senza mai azzeccare quella che avrei voluto ricevere. Quella “andremo in fondo a questa storia”.

L’altro giorno e anche oggi, passando davanti allo scaffale dei fiori, da Trader’s Joe, non ho potuto fare a meno di notare, che quelle roselline non sono più in vendita. Timidissimi tulipani, orchidee da schiaffi, mazzi di fiori confezionati, tremule primule. Ma di roselline, neanche l’ombra.
Ricapitolando. Nessuno ha visto la mia pianta di roselline, e queste roselline non si vendono più. Non ho una foto che ne provi l’esitenza. Non ne ho parlato a nessuno.
Un dubbio mi assale. Un dubbio armato da una fondatezza di ferro.
E se la piantina non fosse mai esistita?
La materia, gli oggetti, esistono in sé, oppure è la nostra esistenza che li fa esistere?
La filosofia si arrovella su questo dilemma da qualche bell’anno.
Se un albero cade in mezzo alla foresta, fa rumore?
Se un albero cade in mezzo alla foresta, esiste?
Se una piantina di roselline ospitata da un davanzale al settimo piano di un palazzo dell’Upper West Side, scompare in mezzo a una città di otto milioni e mezzo di persone, e non ci sono prove del suo transitare nella vita del soggetto ospitante, essa ha transitato oppure no?

Non so se rivolgermi, con questo mistero filosofico, al Dipartimento di Filosofia della Columbia, alla Centrale di Polizia del mio distretto, oppure all’Octagon, il New York Lunatic Asylum, che ospitò questi dubbi, e molti altri, nella seconda metà dell’800, su Roosevelt Island.

Questa settimana sono stata al Film Forum a vedere “Meeting Gorbachev” di Werner Herzog e André Singer. Un documentario che è meglio di qualsiasi film di finzione visto ultimamente. La Storia meglio della storia.

Fate conto di vedere Herzog che si siede davanti a uno dei più importanti leader politici del ‘900, e gli pone delle domande. Il leader politico in questione ha 87 anni. Non è più il Michail della Perestroika e del Glasnot che riempiva gli schermi televisivi negli anni ’80. È un anziano che si divide tra l’ospedale e la Fondazione a lui intitolata. È solo, anche. La morte dell’amatissima moglie, Raissa, ha lasciato un vuoto incolmabile nella sua vita.
Per me il documentario è stato utilissimo per conoscere una parte della Storia che mi ha visto troppo piccola per ricordare, e che era troppo recente per essere scritta e studiate nei libri di scuola. Quindi trovarla sfilare sullo schermo, è stato come apprenderla per la prima volta. Sarà per questo, anche, che “Meeting Gorbachev” mi ha colpito tanto positivamente. Ha riempito una pagina piena di righe bianche.

Herzog comincia con l’infanzia del leader, in un paesino sperduto della Russia, in cui la gente moriva di fame — come successe, letteralmente, a una coppia di suoi zii. Michail intuisce che c’è altro oltre piatti vuoti e stalle fredde. Studente molto dotato, si trasferisce a Mosca, frequenta l’università, si laurea in legge, ma capisce subito che il suo destino è la politica.
Diventa responsabile del comitato centrale per l’agricoltura del Partito Comunista. E fa una cosa che nessun politico russo aveva mai fatto prima. Comincia a viaggiare. Inghilterra, Germania, Francia, Italia, Stati Uniti, Canada. Gorbachev vuole capire come gli altri stati affrontino certi problemi, che soluzioni applicano. Domanda, chiede, s’informa, studia. Dietro quell’atteggiamento di apertura e interesse, si può intravedere il suo porsi politico degli anni successivi, improntato al dialogo, all’apertura, all’incontro.

Tanti funerali attraversano il documentario. Funerali russi — riuscite a pensare a qualcosa di più agghiacciante di un funerale russo? Temperature siberiane — appunto — parate militari con austere marce in grado di tingere di nero anche la più rossa delle piazze. E poi il kitsch, la pompa magna, lo sfarzo baccano dell’estetica socialista in versione a lutto. Le esequie sono quelle di Breznev, Andropov e Černenko, i suoi predecessori. Ma c’è un altro funerale cardine nella vita di Gorbachev: quello di Raissa, morta di leucemia nel 1999.
Al suo funerale, si vede un giovane Putin, rendere omaggio alla sua bara.

La morte è molto presente, nel documentario. Tutti i personaggi che vediamo Gorbachev incontrare — la Thatcher, Reagan, Busch Senior, Kohl — sono tutti morti. E purtroppo lo spettatore sa che anche per lui, Gorbachev, il tempo è contato.
Si vede che Herzog è innamorato — intendo intellettualmente — di quest’uomo. Pone le domande giuste, attorno alle quali il documentario si sviluppa, ma risparmia le più scomode.
Ho atteso tutto il film che gli chiedesse “Cosa ne pensa, Presidente, di Putin?”.
Ma forse anche Herzog avrebbe voluto porgliela, quella domanda, e forse, per rispetto, pudore, o buon cuore, si è autocensurato. Oppure Gorbachev non ha voluto rispondere. Chissà.
Ovviamente non ricordavo il Colpo di Stato del 1991, i tre giorni in cui Gorbachev rimase chiuso nella villa presidenziale in Crimea, mentre Eltsin cavalcava il malcontento russo e prendeva il potere.
Riguardo proprio a quell’evento, che cambio la storia russa e non solo, “Meeting Gorbachev” svela un interessante dietro le quinte della ripresa televisiva del discorso di dimissioni di Gorbachev, che si rifiutò di firmare le dimissioni in onda, e non si piegò, così, alle esigenze mediatiche.

C’è anche posto per parlare di nucleare. Michail fu una delle forze politiche che negli anni ‘80 spinse con convinzione al disarmo. Ed è ancora convinto della necessità che le potenze mondiali la smettano di sostenere il nucleare. Se uno sceglie il disarmo, anche l’altro lo fa. Se uno sceglie di armarsi, anche l’altro lo fa. Così dice, Michail. Semplice. Eppure così difficile.

Nel film sono inserite anche immagini di Raissa, e il dolore di Gorbachev, dopo la sua scomparsa. “La vita è morta quel giorno”, ha commentato, quando Werner gli ha chiesto della perdita della moglie. Non è stato solo questo, a farmi piangere — io che non piango mai al cinema. Ma Gorbachev in sé, l’uomo e il personaggio storico, una figura tragica: guardato in modo molto positivo in Occidente, criticato spietatamente in Russia. Un uomo sul cui capo pesa lo smembramento dell’URSS.
“È il mio più grande rimpianto”, confessa, candido, quasi indifeso, a Herzog. “Non me lo perdonerò mai”.
Davanti alle figure tragiche arrivate al tramonto della loro vita, io non so trattenere il pianto.

Il documentario ha aperto il Trieste Film Festival di quest’anno, e penso verrà distribuito presto in Italia. Se avete modo, non perdetelo. Sia perché Herzog è pur sempre Herzog. Sia perché conoscere la Storia attraverso il cinema è un otttimo modo per imprimersela ben bene nella mente.

Eccoci in fondo, anche questa domenica, my Moviers.
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti di rito e saluti, inspiegabilmente cinematografici.

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