LET’S MOVIE 379 da NYC commenta “SORRY TO BOTHER YOU” di Boots Riley

LET’S MOVIE 379 da NYC commenta “SORRY TO BOTHER YOU” di Boots Riley

Momath Moviers,

Sì, oltre il MoMA, il Momath. Che sta per National Museum of Mathematics. Cugini di primo grado, direi.
La matematica mi è sempre stata avversa, e le cose non sono cambiate con il mio trasferimento a New York. Certe cose non cambiano, anche se lo vorremmo. Cioè, davvero avrei sempre voluto appassionarmi a Eulero, ai logaritmi e alle equazioni esponenziali. Ma proprio non c’è mai stato verso. Dev’esserci un dente mancante nell’ingranaggio che regola l’apprendimento matematico nel mio cervello. Ci ho sempre litigato molto, con questa evidenza.
Ma andare al Momath qui, non è stato il mio modo per far pace con il mondo di seno e coseno. Sono stata attirata da un incontro.
“Calculated Movements: the Surprising Connections Between Maths and Dance”.

Anche la location ha fatto la sua parte. Il Momath sta sulla 26esima strada, in quel quartiere che si chiama NoMad — nome che, malgrado la negazione, è pazzesco. NoMad sta per North of Madison (Square Park). Tra la Quinta e la Madison. Detto così magari vi risulta anonimo. Ma se io vi dico Flatiron Building, magari nella vostra immaginazione spunta l’edificio triangolare a forma di ferro da stiro parcheggiato fra la Quinta e la Broadway. Da qualche anno la zona ospita anche una delle due sedi newyorkesi di Eataly — caso mai interessasse, a me non interessa, ma non voglio fare la censora. A parte il parco in sé, piccolo e raccolto, sempre arredato con pezzi di arte contemporanea intelleggibili ai pochi, la zona mi piace molto. C’è un triangolo di tavolini e sedie di fronte al Flatiron, come se l’edificio vi si rispecchiasse e il riflesso, per qualche strano effetto dell’ottica metropolitana, abbandonasse le sembianze edili, assumesse quelle cortili (!), e si trasformasse in un giardino in cui tutti sono liberi di sedersi. Li accanto spunta anche un orologio, dono di Tiffany&Co alla città, con il quadrante tondo, i numeri romani: vi fa pensare alla New York del passato, quella da cilindro e guanti di mussola, e degli amori sbocciati al tavolino di un caffè.
E poi a pochi passi c’è la Rizzoli Bookstore, dove trovate l’Italia in libreria. Così se vi viene voglia di un libro in italiano, basta che varchiate la soglia, e vi par di stare a Milano, con tutto quel legno scuro, quelle lettere dorate.
Un altro punto a favore del Momath? Sta a due isolati dall’FIT. Niente metro, giusto una passeggiatina.

Per quanto sia sempre stata attratta dalla danza, e per quanto sia stata spinta dai motivi di cui sopra, ci sono andata soprattutto per questioni antropologiche. Per vedere chi frequenta questi eventi nerdoidi nel seminterrato di un museo, in piena estate, quando New York, là fuori, è tutt’un tripudio di film e concerti all’aperto.
Naturalmente sono l’ultima ad arrivare — e stavolta non posso nemmeno incolpare la metro. La sala nel basement è gremita. Trovo un posto libero a circa metà della sala. L’età del pubblico copre tutte le generazioni dal pre-World War II in poi — pre-babyboomers, babyboomers, generazione x, millennials, post-millennials. La quantità di Birkenstock ai piedi di uomini, donne e bambini ti fa riconsiderare l’eleganza delle Espadrillas. Nella mia fila c’è una donna, sulla sessantina. Ha un viso che non ricorderò. Ma di certo ricorderò l’orologio al polso: sotto il quadrante c’è un pallottoliere d’oro.
Se voi ora mi chiedete di cosa ha parlato il conferenziere, io non ve lo saprei dire in modo esaustivo. Ho preso degli appunti, come tanti dei presenti. Ma mentre io lo facevo per Lez Muvi, loro lo facevano per chissà quali nobili matematiche ragioni.
Vi riassumo il tutto così. Il conferenziere Karl Schaffer, un matematico che fa anche il coreografo (!), ha cercato di far luce sui modi in cui matematica e danza si ispirano reciprocamente. Per farlo, è partito da “Rhythm and Dance Mathematics”, un saggio del 1964 di un tale Joseph Chia, che giaceva dimenticato in qualche biblioteca e che Karl ha riportato alla luce — quanto pattern americano anche solo qui!
Le intersezioni fra danza e matematica riguardano diversi settori. Forma e geometria, spazio e tempo, simmetria, struttura e ricorrenza, e ricerca di soluzioni eleganti, coerenti, in qualche modo logiche.
Fra le cose interessanti che ho sentito, dopo una fila di ovvietà molto ovvie, è che sia le arti che le scienze sono modi per comprendere il mondo, e che matematica e danza esplorano, e giocano con questo, con la metafora del mondo.
Ciò che più mi ha impressionato dell’evento, è stato l’approccio “let’s do it together” di Karl. Siamo partiti dimostrando delle tassellazioni ritmiche — la tassellazione è un concetto assai affascinante che indica la piastrellattura dello spazio atteaverso un insieme di poliedri adiacenti che lo ricoprono tutto senza lasciare buchi vuoti. Una specie di tappeto, con i poliedri al posto dei motivi cashemere. Attraverso la tassellazione ritmica, noi del pubblico alzavamo e muovevamo le braccia all’unisono a seconda delle istruzioni di Karl. Visti dall’esterno, dobbiamo essere sembrati una squadra molto affollata di nuoto sincronizzato in assenza di nuoto.
Poi siamo passati a riprodurre delle simmettrie in linea, e il concetto era più o meno lo stesso, ma qui, ripetevamo le figure suggerite da Karl attraverso riflessione, rotazione e scivolamento (reflection, rotation, glide — segnateveli) a noi del pubblico s’ingarbugliavano molto le braccia. Soprattutto alla sottoscritta — la mancanza del dente di cui sopra si fa sentire in momenti come questo.
E poi, non so bene come, siamo finiti a costruire un fingers octahedron, un ottaedro di dita, con il compagno di posto. Il mio compagno di posto era una specie di Mastro Lindo molto nerd e molto signore, che sull’assoluta mancanza di coordinazione digitale del vostro Board non ha proferito parola, arrivando persino a mentire. “There you go”, ha commentato, mentre le nostre dita non solo non formavano un ottaedro, ma nemmeno un misero cubo —che pure i ragazzini presenti all’incontro, e sicuramente iscritti alle Olimpiadi della Matematica, erano stati in grado di formare.

Vi racconto tutto questo più che altro per dirvi dell’entusiasmo e della partecipazione con cui il pubblico ha risposto a Karl. Una selva di mani alzate in corrispondenza dei due momenti di “cercasi volontario”. Persino io, avversa alla materia, mi sono fatta coinvolgere, e ho preso parte a queste strane danze matematiche da seduti, senza distinguere bene la luce alla fine del tunnel, ma riponendo fiducia in quelli accanto a me che evidentemente la vedevano eccome, la luce.

Questo vi spiega un po’ come sono i newyorkesi. Dei partecipatori attivi. Noi italiani siamo più passivi. Forse le cose stanno un po’ cambiando anche in Italia: i musei di ultima generazione ce la stanno mettendo tutta per cavare del coinvolgimento dalle persone. Il modello di Ted e TedX — modello americano, of course — ha dato una mano in questo senso. Ma diciamo che una conferenza, in Italia, è più o meno sempre ex cathedra. Il conferenziere lassù, noi quaggiù.

Però c’è un però. Se da un lato ai newyorkesi piace molto “il gruppo”, condividere con gli altri, fare squadra, possono essere anche estremamente critici e insofferenti verso gli altri.

Qualche giorno fa m’incontro con un amico, newyorkese da una vita. Talmente newyorkese da abitare all’Ansonia, quello splendidissimo palazzo sulla 74esima e Broadway che, nei decenni, ha ospitato Caruso, Toscanini, Rachmaninoff, Mahler, Stravinsky, fino ad arrivare ad Angelina Jolie e Natalie Portman.
Finiamo sull’argomento “metropolitana”.
The worst part of my day is the commute, dice.
Calcolate che il suo tragitto pendola tra l’Ansonia e il Chrsyler Building — vivere all’Ansonia e lavorare nel Chrysler Building: a volte la vita è davvero sciagurata, eh…
Intuisco dove vuole andare a parare, e lo incalzo, per vedere fin dove arriva. Soprattutto per vedere quanto regge la political correctness che perseguita ‘sti americani.

Regge molto poco.
Why so?, gli chiedo io.
People are crazy. I try to avoid eye contact as much as possible, keep my eyes down. You’ll never know how they are going to react.
..
E via su questo tono.

Forse avrete capito che per me, la metropolitana, è un luogo seminale della mia esperienza qui. Non dico bello, piacevole, pulito ed efficiente. La metropolitana newyorkese è tutto l’opposto. Ma è una finestra sugli infiniti mondi delle persone che abitano la città. Il mio libro di poesie si può dire sia nato lì. E tantissime foto che trovate nel Frunyc III — be’, in tutti e tre i Frunyc — sono istanti rubati ai passeggeri, al trantran — traintrain — quotidiano. Gurdate un po’ questa, intitolata “Covers”.

Cerco di spiegargli il mio punto di vista. Io non voglio vedere il mondo così. Pensare sempre il peggio, intuire solo il marcio. Quel tipo di atteggiamento è attivo e imitativo, cioè ricrea la situazione che tu temi. Se temi i brutti incontri, sarai portato a fare brutti incontri.
Credo molto nel potere catastrofico della paura, nel domino di disastri che provoca. E’ per quello che le faccio lo sgambetto, e assumo sempre un atteggiamento di stupore. Nella mia vita, questo atteggiamento mi ha sempre ripagato.
Tutto questo avviene mentre decidiamo cosa fare. Il film che dovevamo vedere è soldout e quindi urge un piano B. Propongo un paio di film all’aperto. Uno di questi è al Marcus Garvey Park, ad Harlem. Un altro al Transmitter Park di Greenpoint, Brooklyn.
“Never been to neither of them”, il suo comment, che vuol dire, manco morto ci metto piede.

Questa cosa mi capita abbastanza spesso. E non smette mai di sconvolgermi.
Cioè, mi dico. Abiti da anni e anni a New York, e non sei mai stato al Marcus Garvey, o a Greenpoint?
Per farvi capire. Il Marcus Garvey Park è all’altezza della 125esima. Stiamo parlando dell’Harlem storica, tranquilla, tranquillissima, gentrificata, non l’Harlem alta — quella in cui, per dirvi, ho abitato un anno (!), senza essermi mai sentita minacciata un solo secondo di quell’anno di vita…
Lo stesso dicasi per il Transmitter Park, un parco nuovo nuovo affacciato sulla skyline di Manhattan, davanti all’East River, che sorge accanto all’East River Park, dove ho visto i fuochi il 4 luglio. E’ una zona di Brooklyn rimessa a nuovo ormai da anni, abitata da famiglie e giovani professionisti, non da gang di pusher e discendenti dei Corleone.
Perché non ci sei mai stato?, chiedo, intuendo la risposta.
Non m’interessano, preferisco altre parti della città in cui c’è meno probabilità di fare brutti incontri…
“I know it sounds bad”, aggiunge, vergognandosi. La political correctness deve pur uscir fuori da qualche parte.

A me non interessa proprio se “par brutto da dire”. Me ne infischio proprio. Voglio solo capire cosa si muove dietro a questa paura.
Provo a spiegare che la New York post-Giuliani è una città sicura, in cui il tasso di criminalità è ai minimi storici. Provo anche a chiedergli se non sia curioso di esplorare quartieri che non conosce e che potrebbero soprenderlo.
Mmm, not really. I like where I live. I feel safe there.
Safe.
Al sicuro. Certo, in pieno Upper West Side il massimo che può capitarti è essere aggredito da un dodicenne che cerca di venderti i cookies per beneficenza.
Cerco di mantenere un contegno, ma sento dentro le solite fiamme della discordia. Cerco di spiegargli la mia teoria della paura che crea danni e della quantità di meraviglie che, così facendo, si nega.
Lui concorda, ma solo per gentilezza, e per non alimentare l’incendio che forse ha percepito montare dentro di me.

So che ci sono moltissimi newyorkesi che la pensano così. Anche vicini a me. Bob, il mio house-mate, in 60 anni di New York, non ha mai messo piede a Brighton Beach. Steven, il mio pupil con decenni di residenza a Chelsea, è stato a Coney Island un’unicaa volta, l’estate scorsa, e solo per arrivarci in bici.
Forse sono io quella troppo easy, quella che non si fa mai problemi di sorta a spingersi in zone che l’amico dell’Ansonia, o Bob o Stephen, considererebbero poco raccomandabili. Poi, guardacaso, è sempre in quei posti lì che trovo i sorrisi che ti sciolgono e ti accolgono, oppure gli occhi che contengono l’intera storia di un popolo.

Il film è saltato, il piano B naufragato, e rimaniamo a parlare del più e del meno, nella zona 100% safety del Lincoln Center.
Non vedo l’ora di andarmene a casa. La paura è contagiosa. E non voglio prendermi quella malattia. Non voglio vivere una vita menomata.

Il film di questa settimana sta facendo ridere e ammattire New York — e me. “Sorry to Bother You” di Boots Riley.
All’uscita della sala, questò è stato il commento di uno spettatore che camminava davanti a me
“What the f*ck did I just watch?!” E credo che possa riassumere bene l’esperienza. 🙂

“Sorry to Bother You” è una bestia che si muove fra la commedia surreale, il demenziale, così come la critica allo status quo sociale, razziale, economico.
All’inizio del film, l’afroamericano Cassius “Cash” Green è uno squattrinato millenial alla ricerca di lavoro. Pur di lavorare, farebbe carte false — premi falsi, nel suo caso, nel senso che falsifica trofei e targhe “Impiegato dell’anno” — e “fortuna” vuole che lo assumano in una società di telemarketing. All’inizio Cassius davvero non si vede nel ruolo, e arranca. Ma un collega gli insegna a fare “la voce da bianco” e gli assicura che con quella, riuscirà a vendere molto di più che con quella da nero remissivo. E questa è la svolta. Cassius, con la voce da bianco, riesce a vendere e vendere fino ad aggiudicarsi la promozione, diventare un “Power Caller” e ascendere ai piani alti della società.
Dal garage sgangherato dello zio, Cassius finisce a vivere in un super loft, Maserati sotto il sedere e guardaroba firmato. Ma non tutto è oro quello che lucicca. Cassius scopre che questa società di telemarketing per cui sta lavorando altri non è che la WorryFree, una compagnia che vende manovalanza di schiavi, facendosi passare per una specie di colonia alternativa gestita dal CEO Steve Lift, un cocainomane esilarante interpretato da Armie Hammer. La WorryFree rappresenta tutto ciò contro cui Cassius, la sua compagna artista Detroit e i loro compagni del sindacato si sono sempre scagliati.
Non vi dico come va a finire, ma vi dico cosa Cassius scopre — scoperta che svolta il film in un modo assolutamente imprevedibile. La WorryFree ha trovato una sostanza da pippare che tramuta gli uomini in esseri fra l’umano e l’equino: i lavori pesanti vengono fatti svolgere a questi cavalli umanoidi che hanno una forza quattro volte superiore a quella dell’uomo, e che vengono tenuti in cattività.
Ora tutto questo potrebbe sembrarvi molto molto marx-fantasy. E un po’ lo è, ma aggiungeteci un golosissimo “horror” davanti e inseritelo all’interno di un contenitore comico-demenziale alla Big Lebowski.
Il regista — che scopro essere un musicista alla sua opera prima con un passato di militanza anticapitalista — riesce a mantenere un equilibrio fra il non prendere tutto troppo sul serio — e non farlo prendere a noi — e il restituire, attraverso il comico-distopico, una visione del mondo tremendamente realistica, esprimendo al contempo la preoccupazione verso le derive assurde raggiunte dal capitalismo spinto del terzo millennio.
Il risultato è un film inventivo, sbarellato, politicamente meraviglisamente scorretto, infarcito di battute demenziali da manuale e delle scene a dir poco esilaranti — un party di bianchi che incitano Cassius a rappare anche se lui non ne è minimamente capace, e Cassius che, per togliersi dall’impasse, se ne esce con un “Nigga shit, nigga shit, nigga nigga shit!” sollevando l’entusiasmo generale dell’idiozia bianca.
Tutto questo però non è fine a se stesso, e la critica che Riley scaglia contro il sistema si allinea a quella dei maestri del cinema engagé. Solo che lui non usa la boria o la scuola — o la noia — per farlo. Si costruisce un suo personalissimo linguaggio sopra le righe in cui l’eccesso è il lessico, il grottesco è la sintassi e il dissenso la semantica.

Ci sono cosucce che magari non funzionano, come la lunghezza — troppo lungo — e magari il finale, che avrebbe potuto essere ancora più sensazionale, forse. Ma l’impianto, nella sua imprevedibilità e nella sua assurdità, tiene benissimo. Come la proposta che il CEO cocainomane fa a Cassius (e che gli aprirà gli occhi): in cambio di 100 milioni di dollari (!), essere il futuro Martin Luther King equino per la popolazione dei cavalli-manovali. In questo modo, i cavalli-manovali avrebbero un leader spirituale, che però sarerebbe controllato dall’establishment…
Non ci vuole un genio a capire che Riley sta criticando aspramente — attraverso la satira — il mondo degli americani di oggi (di sempre?), che si lasciano comprare, brutalizzare e sfruttare da un sistema sociale, razziale, economico dentro il quale sono imprigionati e asserviti.
Quello che il regista è riuscito a fare è ricreare un mondo fittizio, grottesco e surreale che tuttavia risulta riconoscibilissimo dallo spettatore, e che scopre i punti nevralgici della società americana — capitalismo insano e razzismo. Un po’ quello che aveva fatto George Orwell con “Animal Farm”.
La domanda retorica dello spettatore — “What the f*ck did I just watch?!” — racchiude bene il senso di spaesamento/sbornia/overdose con cui uscite alla fine del film. Ci vuole un po’ di tempo per unire tutti i puntini e digerire quello che si è visto. Ma che gioia, trovare una voce nuova che non ha paura di far vedere quello che si vede quotidianamente e che non si vuole vedere!
Ridley ci fa ridere prendendoci a calci nei denti.
Questo fa la vera satira. Bene e male, insieme.
Non perdetelo per nessun motivo nessuno!

E anche per oggi siamo arrivati in fondo.
Frunyc III aggiornato, ringraziamenti sentiti e saluti, matematicamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’s MOVIE 378 da NYC commenta “LEAVE NO TRACE” di Debra Granik

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My First Fourth Moviers,

il primo 4 luglio newyorkese.
Ho capito che questa festa ruota attorno a tre F. Food, Fun, Fireworks. Le trovate in infinite declinazioni — New York città del senza-fine in tutto — ma la più classica, la più tradizionale è quella che coinvolge un contest alimentare. Celeberrimo il Nathan’s Fourth of July International Hot Dog Eating Contest — quando hai finito di pronunciarlo sei al 4 luglio dell’anno dopo.

Nathan è un diner molto molto famoso di Coney Island dove si vocifera che l’hotdog sia nato, nel 1916. Oggi è diventata una catena, un colosso, con più di 1.400 punti vendita negli Stati Uniti. L’amore dei newyorkesi per l’hotdog è cosa nota e materia di humor. Una battuta che circola suona così: “3 milioni di newyorkesi mangiano regolarmente hotdog. I restanti 5 milioni sono negli hotdog”.
In un sabato estivo di bel tempo, Nathan’s a Coney Island è letteralmente preso d’assalto. Mi è capitato di vederlo personalmente un paio di settimane fa. Le persone sono disposte ad aspettare delle ore pur di mettere le mani su un “Nathan’s” originale.
Ma capirete, per quanto Coney Island sia per me una specie di mecca a cui pellegrino a ogni buona occasione, non avrei avuto l’ardire di assistere alla gara di chi ingolla più hotdog. E nemmeno a quella di chi ingolla più hamburger, che si svolgeva parallelamente in un bar di Bushwick, a Brooklyn.
Non mi andava nemmeno di trovare qualche parco, infilarmici e guardare le orde newyorkesi allestire picnic monegaschi — dei Windsor non se ne può più nemmeno in forma aggetivale — con tanto di griglie professionali, angolo dolci e pianobar. Che poi, intervistando varie persone del posto, apprendo che il 4 luglio è proprio questo. Cibo e natura, sciallo allo stato puro. Sia essa una spiaggia, un parco, il metro quadrato di giardino in una brownstone di Harlem o in una townhouse di Brooklyn, 4 luglio vuol dire lasciarsi andare al junk food più sfrenato, senza sentirsi in colpa. Perché è il giorno dell’Indipendenza, e quindi ci si può concedere di far schizzare i trigliceridi. Tanto poi c’è sempre il 5 luglio per alternare digiuno all’Alcaseltzer.

Sul coté cinematografico, il Videology, un bar/cinema di Williasmburg molto hipster, proiettava in loop, dalle 12 pm alle 12 am, “Indipendece Day”.
Ma non avranno altri film più degni per festeggiare il 4 luglio?, mi sono chiesta. E ho fatto il gioco, trovane uno tu, Board. Ho giocato e mi è venuto in mente solo “The Patriot”, un film banalmente patriottico in cui l’etereo Heath Ledger purtroppo non può nulla contro il borioso Mel Gibson. Tanto valeva allora proiettare “Nato il 4 luglio”, con un Tom Cruise ancora decente e non sotto l’effetto anfetaminico di Mission Impossible.
Poi, per puro caso, vengo a sapere che il 4 luglio si festeggia il compleanno di Louis Armstrong — anche se si è scoperto che lui, proprio louis, era nato il 4 agosto. Qui lo festeggiano con un concerto jazz nel giardino di casa sua, a Corona, un quartiere nel Queens sperduto più della Val di Vizze (!).
Ormai è diventato una tradizione. Ma dato che i newyorkesi sono un popolo di affamati di eventi — oltreché di hotdog — prevedevo il soldout. Quindi mi sono diretta alla volta del 34-56 della 107esima Strada di Corona, Queens, con l’idea di snobbare il concerto e visitare la sua casa, che è rimasta tale e quale sin dalla sua scomparsa e da quella dell’amata moglie Lucille.

Per arrivarci, dall’Upper West Side, dovete calcolare un viaggio di quasi un’ora e mezza in metro. C’è tutto il Queens da attraversare — e il bello, però, è che lo attraversate in sopraelevata, non con un viaggio al centro della terra. E quando arrivate, arrivate al limitare di Flushing Meadows, il quartiere famoso perché ospita i campi da tennis in cui si svolgono gli US Open.
Il Queens, devo dire, non ospita molto altro — ma sentitela, la viziata di Manhattan… Ciò detto, la casa di Louis, basta e avanza.

Quando arrivo il concerto è come-volevasi-dimostrare soldout. E quello è il destino anche dei tour della casa. Ma questa volta mi metto d’impegno nell’estorcere un’eccezione al popolo che preferisce le regole, e per la prima volta da quando abito qui, funziona!
M’infilano, per compassione, nel tour delle 2:30 pm.
Se capitate a New York, un tour alla casa di Satchmo è da mettere in cima ai vostri must-do e non per dire “sono stato a casa di Satchmo”. Ma per capire il tipo di uomo che era. La casa lo rispecchia totalmente. Questo anche grazie alla moglie, Lucille Wilson, una ballerina del Cotton Club che sposò nel 1942. La casa, la comprò lei, nel ‘43. “Passi da hotel a hotel, sei sempre in tournée. Ti serve capire cosa sia avere una casa”, così gli dice Lucille, otto mesi dopo averla comprata (!).

E lì, nella casetta di Corona, a due passi dall’aereoporto perché così Louis viaggiava comodo, i due hanno abitato fino alla fine, nel 1971 Louis e nel 1983 Lucille. Avrebbero potuto permettersi Manhattan, di certo qualche loft nell’Upper West Side, dove tanti musicisti abitavano. Ma no, hanno deciso di stare lì. “We are right out here with the rest of the colored folks and the Puerto Ricans and Italians ane the Hebrew cats. We don’t need to move out to some big mansion with lots of servants, yardmen and things. What for?”
La casina ha un sapore di modern comfort e dubbio gusto delle persone nate poverissime e arrivate all’agio dopo averne passate di cotte e di crude. Satchmo nacque in uno slum di New Orleans, raccattando il cibo in giro per non costringere la madre a prostituirsi. S’infilava i penny che trovava per strada in bocca per non farseli rubare dai bambini più grandi; di qui il nome “satchel mouth”, contratto in Satchmo, bocca-borsello.
Il bagno è in stile che una volta si definiva Luigi XV, oggi, Donaldtrump: rubinetti a collo di cigno placati oro, specchi ovunque, oro ovunque. Del resto, dopo anni nelle latrine di mezza America, non c’è da stupirsi che Louis volesse trattarsi bene.
La cucina è un’altra stanza che rimane impressa. Rifatta nel 1970, spendendo 8.000 dollari, ovvero quanto il prezzo di acquisto della casa nel 1943. Color turchese vivissimo, con gli angoli smussati, super attrezzata, un gas a sei fuochi fatto su misura, elettrodomestici di design che oggi sarebbero firmati KitchenAid, scaffali a scomparsa, lavastoviglie e frigo in tinta, e ampia rientranza utilizzata come saletta da pranzo separata. Una cucina così, in Italia, sarebbe arrivata non prima degli anni ’90. Sbirciando, ho visto che, su un ripiano nascosto, c’era ancora la scatoletta con dentro le ricette di Lucille.
L’altro fiore all’occhiello della casa è lo studio. L’unica stanza in cui la moglie gli permetteva di fumare l’erba — “a thousand times better than whiskey”, parola di Satchmo. 🙂

Louis faceva tutto nello studio. Registrava, ascoltava, leggeva, si esercitava, scriveva, accoglieva chi veniva a trovarlo, conservava la sua collezione di dischi che spaziavano da Rachmaninov ai Beatles. “Ascolto tutto, bisogna ascoltare tutto”, diceva.
In mezzo al mondo Armstrong, mi sono stupita di trovare tanta Italia. I marmi, fatti arrivare appositamente da lì. Un disegno di Toscanini sopra il pianoforte in sala — lo considerava un maestro supremo. Una gondola in vetro di Murano, in bella vista sulla credenza, dono ricevuto quando venne per suonare a Sanremo — l’idea di Satchmo sul palco dell’Ariston fa assai impressione. Un abito di Emilio Pucci indossato da Lucille per incontrare Ella Fitzgerald, e che è conservato nella sua cabina armadio. Un ritratto di Satchmo schizzato da Tony Bennett, a firma “Benedetto”, perché quello era il vero cognome di Tony Bennett — i suoi genitori originavano da Reggio Calabria. E poi la registrazione di Louis con Enrico Tomasso. Enrico Tomasso era un bambino inglese, ma di evidenti origini italiane, così appassionato della musica di Satchmo, che lo accolse all’aeroporto di Leeds, tromba alla mano, per omaggiarlo con “Basin Street Blues”, il famoso pezzo del suo mito. Lui, Armstrong, rimase talmente colpito dal talento di questo bambino di sette anni, che lo invitò a tutti i concerti del tour in UK.
Enrico sarebbe diventato uno dei suoi più cari amici di penna, oltreché uno dei più stimati trombettisti del Regno Unito.

Ogni volta che m’imbatto in qualcosa d’italiano in contesto in cui l’Italia sembrerebbe appartenere a una galassia lontanissima, ecco che l’Italia spunta fuori in forma di un vestito, un ritratto, un cognome. Un avvertimento, quindi. Se uno vuole lasciare l’Italia e dimenticarla, New York è l’ultimo posto in cui trasferirsi. Se uno vuole avere sempre sotto gli occhi quanto l’Italia abbia fatto e significato e dato in tutti questi anni, New York è il primo posto in cui trasferirsi.
🙂

Dai racconti di tutti quelli che lo conobbero, Louis era un’anima solare, estremamente generosa con tutti, specie con i “kids from the block”, i ragazzini del quartiere: se fate attenzione, compaiono anche nel capolavoro di tutti i tempi “What a Wonderful World”, composto proprio lì, nello studio di Corona, guardando portoricani, italiani, ebrei, sfilare davanti alla sua finestra…
Malgrado il successo e la fama planetari, Louis ha sempre vissuto una vita relativamente semplice, fatta di musica, amici fidati, l’amatissima Lucille, fagioli rossi e riso — il suo piatto preferito.
“I don’t need what I don’t have”, diceva.

Mentre facevo il tragitto al contrario, alla volta di Manhattan e della terza F della giornata — Fireworks — “I don’t need what I don’t have” continuava a rimbalzarmi in testa.
Oggi viviamo assuefatti dalla soddisfazione del bisogno. L’asticella delle necessità si è alzata vertiginosamente, e vertiginosamente si è alzata anche quella delle aspettative. Tirato nel mezzo di questi due estremi, l’omino di gomma che siamo noi.
Sto notando però, che da quando sono qui, l’ansia di avere le cose, di soddisfare i bisogni superflui, è nettamente diminuita. Non so se sia per via di New York, o dell’età che avanza. Forse la seconda (!): in genere New York alimenta la fame di cose. Ma è anche vero che a New York hai tutto a portata di mano. Questa accessibilità al desiderio in alcuni è fonte di logorio e perenne tribolazione — quelli che vogliono arrivare, conquistare, accumulare tanti zeri. Ad altri, tipo me, assicura l’euforia data dal “tutto a portata di mano”. Uno stato talmente estatico e appagante, che inibisce la foga del possedere. Le cose sono lì, non ho bisogno di averle, le vedo. Nei miei occhi, nella mia memoria e nelle mie parole, saranno mie per sempre. Il possesso effettivo degli oggetti ha talmente le ore contate che, alla fin fine, il gioco non vale la candela. Nel posto in cui tutti finiremo, non ti porti bagagli, container di effetti personali. Sei obbligato a viaggiare leggero.
Meglio abituarsi subito, no?
Mi rendo conto, tuttavia, che la società americana — occidentale, allargando lo spettro — stia andando nella direzione opposta. La società del bisogno appagato nel più breve tempo possibile. Fast food. Easy pay. Quick everything.
Prendete il caldo e l’aria condizionata. Abbiamo avuto una settimana abbastanza complessa per via dell’afa e dell’umidità. 35 gradi con un’umidità al 99% porta il caldo percepito intorno ai 40 gradi. I newyorkesi, dei lupi contro i rigori dell’inverno, si squagliano in agnellini quando si tratta di canicola (!!). Per questo i negozi, i luoghi pubblici e i vagoni della metro prevedono un condizionamento dell’aria intorno ai 20-22 gradi.
Ora, se il vostro corpo passa dal percepire i 40 gradi del mondo esterno ai 20 gradi del mondo interno, nello spazio dell’apertura di una porta, nell’ingresso di un locale, capirete cosa rischia. Congestioni, torcicolli, e tutte le magagne da raffreddamento troppo repentino. Eppure i newyorkesi non si scompongono. Anzi, lo ricercano. Questo è un esempio di come, in questa società, l’accesso alle agevolazioni apportate dal progresso venga sconsideratamente abusato, causando danni. E non parlo solo di congestioni e torcicolli. Il corpo perde la facoltà di sopportare e gestire il calore: se viene posto in quella situazione reagisce in modi inconsulti — ovvero, dà di matto. E più lo abitui a non sopportare il caldo, più freddo vorrà.
Ma una volta, figli miei newyorkesi, come facevate? Come facevate vent’anni fa, quando a casa non avevate il condizionatore? Morivate? No, siete vissuti e sopravvissuti per raccontarlo. Allora adesso perché mi siete diventati così suscettibili, così mammole? Così mammole da non correre nemmeno più (Central Park all’ora di pranzo, un deserto surreale in cui solo un’italiana correva…).
Siccome non sono talebana fino al punto di vietare l’aria condizionata, io, fossi in politica, farei una proposta di legge che imporrebbe il limite massimo di raffredamento ambientale a 25 gradi. Un mio amico qui mi ha riso in faccia e mi ha detto che nessuno mi voterebbe. Io ho risposto che anche il fumo era l’abitudine più diffusa a NYC fino agli anni 2000 e poi è stata stroncata grazie a una politica restrittiva. I cambiamenti comportano sempre un periodi di assestamento collettivo. E tante risate in faccia.
Il trucco che adotto io contro il caldo qui è molto semplice. Ricordo quanto freddo ho patito lo scorso inverno, la scorsa primavera, lo scorso maggio (!!). Il vento infame, i vestiti sconfitti. Allora, il caldo diventa una manna dal cielo, una liberazione dopo mesi di morsa.
Ecco vedete, la memoria salva sempre. O quasi.

Per concludere sul 4 luglio… I fuochi d’artificio nell’East River Park, a Williamsburg, sono stati come li immaginate. Ma mentre tutti erano con il naso all’insù, a controllare i fiori pirotecnici che sbocciavano in cielo, io guardavo orizzontale. Dritto avanti a me l’Empire vestito di bianco, rosso e blu — praticamente un francesino — e poi laggiù il Chrsyler, silenzioso ed elegante come sempre. E poi tutto il resto della skyline più famosa del mondo.
Trovo che scoppiare fireworks a New York sia un po’ ridondante.
New York City is the fire that works. 😉

Il film che sono andata a vedere questa settimana è “Leave No Trace” di Debra Granik — la regista del bel “Winter’s Bone”, forse lo ricorderete. Era prevista anche la regista dopo la proiezione. Questo vuol dire soldout, ovviamente. Mi sono salvata solamente perché ho fatto uno stopover al ritorno da Coney Island. Ed è bello, ogni tanto, non dipendere dalla metro ma dalla tua bici, farle fare una deviazione a SoHo, agguantare un biglietto e poi proseguire verso l’Upper West Side. La metro, poi, deve essersi risentita. Mi ha fatto arrivare in sala con il film appena partito, e io l’ho “visto” tutto in prima fila.
Più che visto, piovuto, bevuto, o come si consuma un film con la testa tutta all’indietro, la nuca parcheggiata sul coppino.

Devo dire che questo film farebbe il suo figurone al Trento Film Festival 2019. Quindi spero che l’Anarcozumi, il Fellow Fant(stico) e il Movier Zadramat leggano quanto segue e si operino per contattare la regista, che mi ha assicurato: il film, distribuito dalla Sony, arriverà in Italia, prima o poi. 😉

Il film è basato su un romanzo, “My Abandomnent”, e il romanzo è basato su una storia vera. Non capisco cosa mi stia succedendo, ma ultimamente sto oscillando fra documentari e storie vere. Forse perché l’ultimo film di fiction che mi ha scosso le viscere è stato “Isle of Dog”, ormai tre mesi fa — un’animazione.
Presentato all’ultimo Sundance, “Leave No Trace” racconta la storia di Bill, un padre veterano — e affetto da PTS, Post Trauma Syndrome — e Tom, la figlia tredicenne. Della madre non si sa nulla. Bill e Tom vivono in un grande bosco pubblico accanto a Portland, Oregon. Quando dico che vivono in un bosco significa proprio che vivono accampati. Una tenda, un fornelletto, teli idrorepellenti. Tutto il tempo con le orecchie rittissime per non farsi beccare dai Rangers. Non sono gli unici a vivere così. Altri veterani nei dintorni hanno abbracciato quello stile di vita. Una tenda, pochissimi effetti personali, il cuore della natura e il bando della civiltà.

Il paradiso finisce quando un runner intravede Tom e allerta la sicurezza. Il padre e la figlia vengono presi e sottoposti a tutta una sfilza di test sulla persoanlità, questionari psicoattitudinali. Tutte quelle procedure da cui avevano tanto strenuamente preso le distanze in quegli anni. I servizi sociali organizzano il rientro dei due nella società. Una nuova casa, un lavoro per Bill, una scuola per Tom. Vestiti, bicicletta, cose. Tom comincia ad adeguarsi a questo nuovo stile di vita, mentre Bill no, Bill non ce la fa. E’ una creatura in gabbia. Ogni volta che appare in scena, la scena si riempie di tensione. Come se l’inquadratura stessa fosse una costrizione, una prigione, e il personaggio non vedesse l’ora di evaderla. Complimenti alla regista per aver scarnificato il corpo del parlato, concentrandosi invece sui primi piani dei due personaggi, sui loro sguardi intensissimi, i menti tremolanti di una tredicenne, e gli occhi che hanno visto troppo di un ex-soldato.
Le cose sembrano avviarsi alla normalità quando Bill di punto in bianco sbotta e ordina a Tom di prepararsi, si riparte. Mannaggia no papà, le dice Tom, che ha cominciato a stringere amicizia, a “settle down and fit in”. Ma Bill non vuole sentire ragioni, e non offre ragioni. Il pubblico non sa perché Bill viva così e obblighi la figlia a vivere così, da un bosco all’altro. Ma grazie a Dio il film non fa spiegoni di alcuni tipo. Niente flash-back a frugare nel passato bellico, o sentimentale, di Bill. Niente traumi visualizzati. Questo gioca a favore del potere immaginativo su cui la storia conta.
Come spettatori, solitamente, veniamo ingozzati di dettagli, dati, effetti speciali. “Leavo No Trace” lavora per sottrazione e centellina al pubblico lo stretto necessario. Il resto, è lavoro del pubblico. La regista, tuttavia, ha selezionato le scene in maniera così abile, che il lavoro non richiede troppo sforzo. Tantissimo è lì, davanti ai nostri occhi, dentro pochissimo. Perché per comprendere il senso del volo non occorre studiare il progetto di un boeing 747. Basta guardare l’ala di un passero.

Dopo l’ennesima fuga, Bill rimane vittima di un incidente che lo immobilizzarà per alcuni giorni.
Altra sosta forzata in una comunità in cui le persone sono molto molto simili a loro due: vivono dentro roulotte o ogni sorta di mezzo, sempre in foresta ma organizzati in una specie di villaggio, condividendo il condivisibile.
Bill guarisce, e stessa storia: Tom, prepara i bagagli che ce ne andiamo. Però in Tom è cambiato qualcosa, e ha il coraggio di affrontare il padre. “Se qualcosa è rotto dentro di te, non è rotto anche dentro di me”. E Bill capisce. Capisce che quella è la sua scelta di vita, ma che non può imporla alla figlia.
“Leave No Trace” finisce nel modo in cui immaginate finisca. Nonostante il legame di affetto tra i due sia potentissimo, ognuno deve prendere la propria strada.

Siamo davanti a un film molto esistenziale, nel senso che tira in ballo questioni come il modo in cui viviamo, e il modo, anche, in cui giudichiamo quelli che non vivono come noi. Tom è un facile bersaglio per i suoi coetanei. Come concepire una vita senza smart-phone, senza computer, senza abiti più o meno fancy e uscite con gli amici? Ma certo è anche un film che mostra le devastazioni della guerra, dopo che la guerra è finita. I danni irreparabili che porta. L’inquietudine di Bill non è irrequietezza degli artisti. Non ci sono demoni che l’arte espia attraverso il fare artistico. Il malessere di Bill produce solo l’adrenalina che lo spinge a muoversi in continuazione, in un andare senza sosta, destinato a un eterno non arrivare. Ed è questo che differenzia “Leave No Trace” da un film simile all’apparenza, ma totalmente diverso nella sostanza, “Captain Fantastic”, con Viggo Mortensen, nel quale la scelta di uno stile di vita alternativo rispetto a quello della massa era un aspetto rilevante della storia.
A me Bill e Tom hanno ricordato un po’ il padre e il figlioletto di “Sulla strada” di Cormac McCarthy — il romanzo, il film non l’ho visto. Anche se in quel caso la coppia fuggiva a un mondo distopicamente in rovina, il legame profondo che lega genitore e figlia, è lo stesso. E anche la fuga da un qualcosa d’incomprensibile che ci sta col fiato sul collo e non ci dà requie.

“I don’t need what I don’t have”, le parole di Louis Armstrong, colgono alla perfezione lo stile di vita scelto da Bill e Tom, e da tantissime persone negli Stati Uniti. E il film offre uno sguardo dentro quelle realtà. Uomini e donne che rifuggono città e centri abitati e si rifugiano in mezzo ai boschi, come a volersi riappropriare di una dimensione propria, staccata da qualsiasi vincolo sociale precostituito.

Potremmo parlare per ore del concetto di casa, di cosa ci faccia sentire “casa” il posto in cui viviamo, e di quanto potente sia il lavaggio del cervello che subiamo in merito alla cosiddetta costruzione del nido. Io, poi, ho idee molto poco convenzionali al riguardo. Credo che la casa sia più che altro un’idea impalpabile che inseguiamo per tutta la vita, una falena dalle ali fragilissime, e che forse faremo nostra soltanto in prossimità del buco ultimo che ci aspetta.
Casa mia è la lingua che parlo. Casa mia siete voi a cui racconto. Casa mia è il palazzo che ancora deve essere costruito.
E casa vostra, qual è?

Su questa domanda facile facile (!), vi saluto e vi ricordo che il Frunyc III è aggiornato –poche e rubate le immagini della casa di Satchmo: fotografare era ganz verboten…
I ringraziamenti sono copiosi, e i saluti, stasera, sono festivamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 377 da NYC commenta “THREE IDENTICAL STRANGERS” di Tim Wardle

LET’S MOVIE 377 da NYC commenta “THREE IDENTICAL STRANGERS” di Tim Wardle

Mentre, Moviers,

pedalavo alla volta di Brighton Beach, ieri, godendomi a pieno quest’ondata di caldo subsahariano che per qualche ragione geotermica sta benedicendo New York — i newyorkesi, tuttavia, tendono a credere alla teoria della maledizione, ed emettono un comunicato di “emergenza caldo” dietro l’altro— mentre costeggiavo l’Hudson, solleticavo la pancia a Battery Park, scalavo il Brooklyn Bridge —facendo slalom fra i manifestanti anti-Trump e pro-immigration— facevo il punto della settimana, e mi sono ritrovata davanti a uno stato dei fatti piacevolmente sconcertante.
New York City è una città socialista.
Di più.
New York City è una citta comunista.

Accostando la Grande Mela a Falce e Martello, non punto a fare la macedonia (!), e spero di non finire in qualche lista nera, maccartista o trumpiana che sia. Ma ripeto, l’evidenza delle cose, mi porta ad affermare il fino-a-ora inaffermabile.

Scesa dal Brooklyn Bridge ho dovuto mettere in pausa i pensieri per qualche km, e concentrarmi sul percorso. Il traffico lungo Flatbush Avenue rasenta le vette della Quinta Strada. Poi una volta che siete arrivati a Prospect Park — Prospect Park sta a Brooklyn come Central Park sta a Manhattan — quando arrivate lì, e prendete Ocean Parkway, procedete dritti dritti e tranquilli per quaranta minuti, fino ad arrivare al mare, dopo 40 km da che siete partiti dall’Upper West Side.
Se fate collidere i boulvard di Parigi e Wilshire Blvd di Los Longeles, come risultato avrete Ocean Parkway. Un viale interminabile che da Brooklyn vi porta all’oceano — Brighton Beach, Coney Islands rimane sulla destra, e Manhattan Beach sulla sinistra. E’ una gran bella strada alberata, con la sua ciclabile da un lato, il suo percorso pedonale dall’altro, e tutta una sfilza di casine bonton che fanno a botte con l’idea che ti fai della Brooklyn profonda, quella dello spaccio nei corridoi dei casoni popolari e delle sparatorie fra bande di rapper cattivissimi. Le casine bonton — anche bonbon, se vi piacciono i dolci — sono di mattoni rossi, hanno il tetto a punta che ti porta in Carinzia — proprio nell’intimo — due metri quadri di “giardino” inutilizzabile ma verdissimo, la bandiera americana a completare il quadretto. E naturalmente, il cop del quartiere che mi guarda ringhiando quando scatto un paio di foto alle casine.
Lungo la strada, tanti, tantissimi ebrei con la kippah sulla testa, oppure quei cappelli neri che si chiamano shtreimel, e quei completi di feltro nero che riescono a non far squagliare il corpo al suo interno nonostante i 35 gradi esterni.
Sfilando davanti a queste casine, mi chiedevo, ma questi, votano per Trump? Hanno le credenze in sala da pranzo piene di argenti mai usati, il cellophan sul divano e il frigo stipato di cibo “nutriente”? Oppure sono talmente democratici, talmente progressisti, talmente “let’s go back to the countryside”, da fuggire Manhattan per ritirarsi a una vita “più a misura d’uomo”, come dicono gli amanti dei righelli?
Non so dare una risposta a questo dubbio.

A ogni modo, quando siete su Ocean Parkway, potete lasciar il pensiero libero di correre spensierato (!). Anzi, vi consiglio di farlo. Il viale è talmente lungo, talmente interminabile, che star dietro alle corse dei vostri pensieri vi farà arrivare a destinazione senza nemmeno accorgervene.

E penso che questa settimana le 54 piscine pubbliche di New York hanno ufficialmente aperto i cancelli ai newyorkesi, che, dicevo, fanno la guerra al caldo con ogni modo e mezzo. New York è grande, ma 54 piscine a me sembrano tantissime. Tuttavia, per quanto il numero potrebbe passare come il pezzo forte della notizia, il vero pezzo forte della notizia sta nel “pubbliche”.
“Pubbliche” significa gratuite.
In 54 complessi acquatici all’aperto, da fine giugno a fine agosto, dalle 9 am alle 7 pm, potete andare a farvi il bagno a gratis. E qui non c’entra lo sport. L’iniziativa serve per dare refrigerio ai newyorkesi sul piede di guerra, e raffreddare animi e corpi, in senso fisico e figurato. Quindi l’immagine che dovete immaginarvi è quella di un rettangolo azzurro, più o meno olimpionico, straripante corpi. Un litro di acqua per 100 kg di carne, la proporzione, se volete cucinarvi una piscina newyorkese.
Il nuoto, ovviamente, non è concepito in vasche da ammollo di quel livello. I natanti parcheggiano i loro sederi nell’acqua e ce li tengono il più a lungo possibile. Poi naturalmente c’è la categoria “argento vivo”, e no, non sono i senior, sono i bambini/gli adolescenti che, come tutti i bambini/gli adolescenti del mondo, non stanno fermi un secondo e fanno impazzire tutti, genitori, tate, bagnini, Board, tutti.
Se un po’ mi conoscete, già sapete che questo quadro non corrisponde esattamente all’idea di arte balneare che ho io, e che tanti newyorkesi appassionati di nuoto hanno. E figuratevi se New York trascura i suoi nuotatori.
In otto di queste 54 piscine c’è il programma “lap swim” — il far vasche senza essere disturbati dall’umanità in ammollo e dall’argento vivo. Il programma è al mattino, dalle 7 am alle 8:30 am, ovvero prima dell’apertura al pubblico. Basta iscriversi: il numero è chiuso, quindi bisogna agire in fretta. Ti rilasciano una tessera, e tu ti presenti e nuoti, anche tutti i giorni.
Gratis.
Se siete un po’ pratici della città, avrete notato che nella parte a nord di Central Park, accanto all’Harlem Meer — un lago verde che del mare non ha nulla — si trova la Lasker Pool, una specie rarissima di piscina. Un’olimpionica tonda. In tutta la mia non-carriera di nuotatrice, non ho mai incontrato un’olimpionica tonda.
Oltre ad essere un gran colpo d’occhio — immaginate il lago, gli alberi tutt’intorno, e questo grosso punto celeste che mette fine a ogni questione sul caldo — la piscina è anche double-façe: l’inverno si trasforma in un perfetto campo da hockey e ice-rink per i pattinatori.
L’indirizzo della Lasker Pool è 110th Street & Lenox Avenue. Io abito alla 111th Street & Broadway. Questo vuol dire che devo soltanto far scivolare la bici per sei isolati verso est, e arrivo alla Lasker Pool, che, come dicevo, è una specie rarissima. E non solo per la rotondità tra il giottesco e il michelangiolesco, ma anche perché offre due turni: early bird e night owl. Dalle 7 am alle 8:30 am del mattino, e dalle 7 pm alle 8:30 pm la sera, i nuotatori hanno la piscina tutta per loro.
Ovviamente mi sono iscritta. Ovviamente non vedo l’ora di cominciare, il 5 luglio, con il nuoto mattutino — quello serale anche no, dopo che la piscina ha raccolto umanità per tutta la giornata…

Non vi racconto tutto questo per sottolineare la fortuna sfacciata di vivere a sei isolati dalla Lasker Pool, ma per inquadrare il discorso “NYC socialista/comunista”. Questo è un esempio.
Accanto alle iniziative legate alle piscine — sorvolo i programmi fitness, acqua-gym, acqua-gym for senior e fun for kids — ci sono le iniziative culturali. Tante volte vi ho nominato i film all’aperto. E certo, le arene ci sono anche in Italia. Ma in Italia, nella maggior parte delle arene, paghi il biglietto. Qui i film sono gratuiti, e in location spettacolari che vanno dal rooftop di un bar a Williamsburg, al ponte dell’Intrepid, la portarei attiva nella Seconda Guerra Mondiale e oggi attraccata al Pier 86, Chelsea.
Oltre ai film, i concerti. Ogni sorta di, con professionisti di fama mondiale, come l’Orpheus Orchestra, che si è esibita, lo scorso giovedì, nella cornice del Numberg Bandshell di Central Park, con più di 500 persone imbambolate ad ascoltarli — Board incluso — e diretta radiofonica. Gli eventi all’aperto sono una questione seria, e non si chiama il primo artista disperato per riempire uno spazio.

Dopo il culturale, il mio discorso ora vira sul sanitario.
Avendo bisogno di un dentista per un paio di piccole carie che non desideravo diventassero grandi carie, chiedo consiglio a Bob, il mio house-mate.
Bob mi indica il Ryan Health Community Center, 97esima & Amsterdam Avenue. Vicinissimo a casa.
“E’ una no-profit storica. Esiste dal 1967. Sono in gamba. Telefona”.
Adoro il tagliar-corto newyorkese, per quanto Bob sia anche un maestro del digredire.
Al telefono mi dicono di portare le mie ultime tre buste paga, e prova del mio indirizzo. Io faccio i compiti e porto tutto.
Al Ryan Health Community Center, calcolano il prezzo della visita che richiedi a seconda del tuo reddito. Più guadagni, più paghi. L’anno successivo porti le tue ultime tre buste e ti rifanno il calcolo.
Ti rilasciano una tessera — ‘nantra — e tu, per ogni visita che prenoti e per tutte le prestazioni di cui beneficerai in quelle visite, pagherai la stessa cifra. Una specie di ticket italiano, ma personalizzato. E in soldoni (!), per due carie e un’igiene pago un terzo di quello che pagherei in Italia.
Certo, c’è un certo. Se vi servono un intervento (surgery), una devitalizzazione (root canal) o una capsula (crown), vi spediscono automaticamente in un altro centro, i cui prezzi saranno verosimilmente spaventosi. Ma se avete necessità di un’otturazione (filling) per una carie (cavity) o di un’igiene dentale (cleaning), potete tranquillamente rivolgervi al Ryan Health. Per un appuntamento aspettate in media 3 giorni. Vi danno un account che funge da cartella clinica aggiornata in tempo reale, l’app per il telefono, e vi mandano tre sms (3!) per ricordarvi l’appuntamento. E non solo denti. Vedete un po’ qui quanti servizi offrono. Hanno un bacino annuale di 50.000 pazienti.
Al Ryan non vi chiedono l’assicurazione sanitaria, non vi domandano il visto. Chissà quanti immigrati non proprio legalmente immigrati si presentano. Eppure loro non si scompongono, e visitano.

Tornando alla nostra questione socialista/comunista… New York passa sempre per la città di Wall Street, del money-making sfrenato. La città in cui Jordan Belfort giocava a pallacanestro con il cestino e i biglietti da cento dollari — (ri)guardatevi “The Wolf of Wall Street”, please. New York è anche la città in cui tutto costa, tutto è caro. Dall’insalata al monolocale. Però New York ha anche posti come il Ryan Health. O come il College of Dental Medicine, la facoltà di studi odontoiatrici della Colombia University che unisce l’utile al ragguardevole. I pazienti portano le loro bocche malandate, e i giovani laureati della Columbia gliele curano — c’è sempre un docente con loro, tranquilli. I prezzi sono vantaggiosi, il servizio è di altissima qualità — la Columbia University rimane pur sempre un’ivy league — i giovani dentisti fanno il loro tirocinio, i pazienti si curano a prezzi modici, e tutti vivono felici e contenti.

Questo per dirvi e dirci di non cadere nel luogo comune del “se ti ammali in America son doppi dolori”. Diciamo che anche qui come altrove, fatta la legge (pessima), trovato l’inganno (passabile). Si cerca di aggirare il sistema, e di aiutare i pazienti. Non so quante strutture ci siano come il Ryan Health, che, oltre al Quartier Generale nell’Upper West Side, ha altre cinque filiali sparse in tutta Manhattan. Ma la filosofia su cui si basa è senz’altro di pasta socialista.
Una filosofia condivisa anche dai tantissimi Sindacati, le “Unions”, che qui hanno fama di essere molto potenti. Appena ho cominciato a lavorare all’FIT, la Chair del mio Dipartimento mi ha fatto iscrivere immediatamente a quello degli insegnanti, e ora sono ufficialmente membro del NYSUT, il New York State United Teachers, con tanto di numero di matricola, accesso a benefit, rivista mensile e tessera — ovviamente.
Quindi vedete come anche la patria del capitalismo possa inaspettatamente tingersi di rosso?

Pensare e pedalare ti porta lontano. O anche solo a Brighton Beach, la spiaggia del quartiere che si chiama ancora Little Odessa, e in cui la lingua ufficiale è il russo. La spiaggia è sconfinata e il mare, be’, il mare non è Sardegna, non è Caraibi, è più Jesolo. Quindi se decidete di nuotare, siate pronti a imbattervi nel cadavere di qualche malavitoso originario di Minsk fatto fuori dalla mafia russa e buttato a mare — quest’immagine agghiacciante mi ha impedito di nuotare più di un quarto d’ora, si sappia.

Questa settimana ho rincorso il film della settimana. “Three Identical Strangers” di Tim Wardle sta facendo impazzire i newyorkesi, che in questi giorni, complice anche il caldo, hanno preso d’assalto le sale dell’Angelika Film Center, lasciandomi per ben due volte con un sold-out. La terza è stata quella fortunata — ieri, dopo la pedalata a Brighton Beach.
Capisco l’entusiasmo per il documentario. Quella raccontata è una storia vera che coinvolge, appassiona e mette i brividi — il cocktail perfetto per un thriller, ma anche per un documentario.

E’ il 1980 e Bob sta per cominciare il college, Upstate New York. E’ il suo primo giorno. Arrivato nel campus, gli studenti si comportano tutti in modo strano. Lo trattano come se lo conoscessero. Abbracci, pacche sulle spalle, gimme five man. Ma quello è il suo primo giorno. Che diavolo succede?, si chiede Bob.
Bastano pochi minuti e si scopre che Bob ha un sosia. Un sosia preciso identico a lui. Talmente preciso identico da poter essere il gemello. Bob e Eddy si incontrano e, damn it, sono gemelli!
Entrambi sono stati adottati appena nati, quindi il fatto è biologicamente spiegabile, ma probabilisticamente rimane un caso di “uno su un milione”. La storia fa il giro di tutti i giornali dello Stato di New York. “Gemelli separati alla nascita si ritrovano dopo 18 anni”.
E se già la storia così com’è ha dello straordinario, quando ai due gemelli se ne unisce un terzo, David, dallo straordinario si passa all’incredibile.

Bob, Eddy e David sono tre gemelli — “triplets” si dice in inglese — nati il 12 luglio 1960 da una madre che non poteva tenerli e che li ha dati in adozione attraverso la Louise Wise Adoption Agency.
“Nessuna famiglia sarebbe stata disposta ad accogliere tre bambini in un colpo solo”, la spiegazione con cui si è giustificata l’Agenzia. E così sono stati assegnati a tre famiglie. Tre famiglie con background molto diversi: la famiglia operaia, la famiglia medio-borghese, la famiglia benestante.
Il trio diventa un fenomeno nazionale. Forse il primo caso di popolarità virale nell’era pre-social network. I gemelli sono tre fotocopie, si muovono allo stesso modo, parlano allo stesso modo, hanno gli stessi gusti. Televisione e giornali fanno a gara per averli nei loro talk-show o sulle loro pagine.
La prima parte del documentario documenta tutto ciò: il successo, i bagordi, le occasioni — famoso il cameo che girarono in “Cercasi Susan disperatamente”.
Ma dietro alla favola dei tre bambini magicamente riuniti dopo 18 anni, cominciamo a intravedere un’altra storia. Quella di tre bimbi separati alla nascita. I gemelli sono bambini speciali. Separarli può causare loro disfunzioni psicologiche, attacchi di panico, crisi isteriche, patologie di cui, apprandiamo, Bob, Eddy e David soffrirono da piccoli.

Mentre a New York i tre se la spassano alla grande, in Texas, un giornalista del New Yorker, James Wright, sta approfondendo il mondo gemellare — per la stesura del libro che gli farà poi vincere il Pulitzer. Mentre fa le sue brave ricerche, s’imbatte in un articolo sibillino dove si racconta di un esperimento condotto dallo psicologo Peter Neubauer, una specie di luminare della psicologia newyorkse dell’epoca. L’eseprimento dice: proviamo a osservare cosa succederebbe se prendessimo dei gemelli, li facessimo crescere in contesti famigliari completamente diversi e li osservassimo nella loro crescita. Proviamo a farlo. Raccoglieremo dati preziosissimi sull’eterno dibattito nature vs nurture, ovvero quanto influiscano la genetica e l’ambiente nello sviluppo di un individuo.
E l’ha fatto. Il dottor Neubauer ha fatto l’esperimento. Bob, Eddy e David sono una delle cavie — “case study”, si dice in gergo tecnico. Dietro la loro separazione, c’è un disegno dall’odor horror genetico che mette i brividi. Non voglio svelarvi troppo — il documentario arriverà sicuramente in Italia, visto il successo che sta mietendo qui, e voi andrete sicuramente a vederlo 🙂 — ma pensate. E se i triplets Bob, Eddy e David, non fossero state le uniche cavie, e ci fossero altri gemelli all’interno dell’esperimento?
Sono certa che abbiate già indovinato la risposta a questa domanda.

La favola dei gemelli ritrovati subisce quindi una svolta genetic-dark che fa inorridire — e amare molto “Three Identical Strangers”. Questi tre bambini sono stati scientemente divisi e monitorati durante tutta la loro infanzia e adolescenza, i genitori adottivi, tenuti all’oscuro di tutto. I dati raccolti avrebbero dovuto uscire in una pubblicazione, ma il dottor Neubauer è morto qualche anno fa, lasciando sotto sigillo più di 60 scatole di documenti presso l’Archivio Universitario di Yale, con una clausola: apertura consentita solo dopo il 2066.
Si sa per certo che altri casi come quello di Edy, Bob e David sono esistiti. Ma quanti? E chi c’è veramente dietro questi esperimenti? Cosa c’entra il Jewish Board of Family and Children’s Services in tutto questo?
Il documentario vi lascia con queste golosissime domande, non prima però di avervi mostrato la triste china discesa dai fratelli. Dopo la visibilità e il wild-partying degli anni ’80, e l’apertura di un ristorante a SoHo — il “Triplets”, ovviamente — il loro rapporto si è deteriorato, con degli esiti drammatici che non vi svelo…
Il film non vi molla, quando uscite dalla sala. Le questioni che scopre sono troppo eticamente grandi per essere liquidate in un sonno tranquillo. Fino a che punto noi siamo noi? Quanto incide la famiglia? E la classe della famiglia? E l’istruzione? Noi decidiamo chi voler essere oppure siamo quello che diventiamo a seguito dei geni e/o dell’ambiente in cui veniamo cresciuti? Il destino è già scritto dentro di noi, indipendentemente dalle varianti esterne? Contano più i geni o i genitori? Per non parlare poi della macchinazione tra “Grande Fratello” e genetica filo-nazista-stalinista dell’intero esperimento, che getterebbe la storia nel distopico fantascientifico, se non sguazzasse invece nella pura realtà dei fatti.
Tenete a mente “Three Identical Strangers”, e non perdetelo, quando arriverà in Italia!

Anche per oggi, ho tirato lungo e tardi… Spero non finirete per volermene, un giorno o l’altro…
Per farmi perdonare, eccovi il Frunyc III aggiornato –con la skyline del rooftop al crepuscolo, il mio rifugio newyorkese 🙂 — i ringraziamenti e i saluti, simultaneamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 376 da NYC commenta “THE KING” di Eugene Jerecki

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Fatico Fellows

a impedire che l’immaginazione corra nel modo in cui corre dentro tutti i turisti bisonti che sccorrazzano allo stato brado in questa città. O anche solo dentro tutti quelli che coltivano il mito di questa città.
Quando ti trasferisci a NYC, immagini — o speri — che ti capiteranno degli eventi fortunati, o anche solo fortunosi. Questo fatto alimenta da sempre le chiacchiere, le aspettative e i cliché intorno alla città. E questo trasforma un po’ tutti in bisonti — Board compreso, s’intende.
“Everything is possible in NYC” non è solo un detto, è una credenza dalle dimensioni nazionalpopolari come “Paris ville de l’amour”. E noi esseri umani, bambini e bisonti, se ci innamoriamo a Parigi, strizziamo l’occhio alla nazionalpopolarità e diciamo, toh, ecco, visto?!
Analogamente, se qualcosa di straordinario ci capita a New York, diciamo, toh, everything is possible in NYC, ecco, visto?!
Forse questo vale per tutte le metropoli, e dipende semplicemente dalle misure. Aumentando il numero di abitanti, aumenta la possibilità di intrecciare più cammini, d’incappare in più occasioni.

Queste parole sono il mio piccolo tentativo di razionalizzare New York, di riportarla all’interno di un meccanicismo da Schleiermacher (!) ed evitarmi di iper-romanticizzarla, di vederla come una specie di Narnia — cosa che invece tendo a fare, sistematicamente.
Siedo, pertanto, su questa altalena che oscilla tra raziocinante e vaneggiante.
Oggi mi trovate dal lato mi(s)tico, quello che venera il potere taumaturgico di Gotham City e delle porte che ti apre lungo le sue street e avenues.

La street, nel caso di venerdì, era la 70esima. West. Sull’angolo con la Broadway. Pieno Upper West Side. La casa, un casa signorile. Il piano, il numero 10.
Uscita dall’ascensore, noto che la porta dell’appartamento è aperta. Avvicinandomi, vedo che incornicia il padrone di casa.
Si chiama Norman. Ha 82 anni. E’ immigrato come me. Lui dalla Romania, nel 1988. E’ fuggito al regime di Causescu, e a cinque anni ha subito la deportazione in un campo di concentramento ebraico quando le leve dello stato rumeno erano mosse da un generale fascista di nome Antonescu. Dal Vecchio Mondo, Norman ha portato in quello nuovo un grosso fardello. Due regimi non sono mai meglio di uno.
Norman è il candidato rumeno al Nobel per la Letteratura. E per quanto il ciclone che ha investito il Premio qualche mese fa abbia un po’ stinto la sua aurea celeste, rimane pur sempre il premio che ti colloca nel paradiso degli achievements, in questo caso letterari.
Il celesete potrà anche sbiadire, ma non si cancella.

Ho conosciuto Norman nell’aprile 2017. Aveva fatto da moderatore al lancio di Blameless, traduzione in inglese del romanzo “Non luogo a procedere” di Claudio Magris, il nostro candidato al Premio Nobel.
Quando ti ritrovi con due giganti così in una stanza, qualsiasi dubbio sul tuo trasferimento a New York, nel caso improbabile di averne qualcuno, fugano — cioè si danno alla fuga.

Norman è un junior nel corpo di un senior. Ha gli occhi velocissimi della gioventù. Un’ironia e un senso dell’umorismo che non gli permetteranno di invecchiare mai, nemmeno quando taglierà la soglia dei cento. Come tutti gli scrittori, è un curioso cronico. Affascinato dai nomi.
In uno dei primi scambi via mail, mi chiede il significato del mio cognome, e l’origine.
Mi coglie impreparata, naturalmente. Io so solo che il popolo dei Fruner — popolo, si crede, di minatori — scese dalla Bavaria nel 17esimo secolo, e si piazzò inizialmente in Val dei Mocheni per poi sparpagliarsi nel basso Trentino, e poi in giro per il mondo. Per me questo, lo stop-over nella Valle dei Mocheni, luogo che nel mio immaginario ha i contorni terrificanti di Kamauz, e gli odori ancor più terrificanti reperibili tra l’alpeggio e il taleggio, per me, urbana fino al midollo, cementifera per partito, rappresenta il massimo contrappasso esistenziale. L’assurdo, e il suo colpo di coda, che mi scaraventano altrove, perché , dove dovrei essere, non è proprio il mio posto. L’assurdo, con la sua innegabile comicità, anche.
Insomma per Norman, e grazie a lui, faccio una ricerchina su “Fruner”, e guardate cosa vi scopro. Il cognome arriverebbe da “Fraunthof”, ovvero “paese posto davanti al sole, “dal lato soleggiato”. All’inzio gli abitanti si chiamavano Frontner, Fruntner o Frudner. Dai lì si è passati al più comodo Fruner (comodissimo…).
Scuserete per questo trip nella toponomastica trentina, ma la storia dei minatori che dal cuore del carbone finiscono dritti davanti al sole, mi pareva degna di due righe, o almeno di un sorriso. 🙂

Norman e la moglie Cella mi invitano a casa loro. Per fare quattro chiacchiere. Io non riesco naturalmente a contenere tutto l’entusiasmo che un corpo può accumulare dentro il suo perimetro, ma fortunatamente la conferma è via mail, quindi conservo un briciolo di dignità.
Norman mi dà il benvenuto sulla porta, e nel salotto mi aspetta Cella. Sono persone affettuose e calorose, di quelle che ti accolgono con baci e abbracci come se la nostra amicizia avesse già superato le intemperie degli anni, e adesso tirasse il fiato, al riparo, in un appartamento dell’Upper West Side, e si godesse la tranquillità del navigato.
Parliamo di tutto. Ridiamo di tutto. Curioso, Norman, sì. Vuole sapere tutto. Del mio viaggio qui, della mia famiglia, di come sono stata accolta a New York.
Io parlo e parlo e parlo.
Capisce subito di me che sono “very emotional and very rational”.
Io gli confermo che sì, quello è l’essere entropico che sono, e che no, non è facile essere me, credo. Lui scoppia a ridere. Guarda la moglie, gli dice qualcosa in rumeno il cui significato non avrò mai il privilegio di conoscere, e anche lei ride.
Io rido con loro, ovviamente.

E poi parliamo, insieme, di cinema, di libri. Di grappa! Che riceve ogni anno dall’Italia, lui, vincitore del Premio Nonino. E ancora ride quando gli dico che io sono una schiappa con l’alcol, che potrei sbronzarmi anche solo sentendo l’odore di quella schnapps, figurarsi poi se è quella autentica, quella con cui puoi disinfettare le cadute dalla bicicletta così come le ferite di guerra.

Parlo, parlo, parlo. In punta a quella poltrona, mi sento a casa, in famiglia. Non ho timore di dire che mi sento strana nei confronti dell’Italia. Che la mia carne appartiene a quel posto, ma che non so viverci, che ci sto scomoda. Che sono stata molto infelice. E che qui, in mezzo alla bolgia newyorkese, sento come la vita nel suo farsi, tutti i giorni.
Allora parliamo di esilio.
Lui è considerato lo scrittore europeo dell’esilio. Sia perché l’ha vissuto in prima persona, sia perché ci ha scritto sopra per tutta una vita.
“Do you know Cioran?”, mi chiede.
Conosco Emil, il filosofo di nichilismo e pessimismo, da brevi letture troppo giovanili e febbrili — quando salti da Schopenhauer a Sartre, cercando conferme al tuo estremismo cosmico — e certo non posso vantare nessuna conoscenza approfondita.
“Well, yes, but I wouldn’t say I am an expert”, rispondo.
“You don’t need to be an expert of Cioran. The only thing you need to be an expert of is love.”
Io lo guardo dritto in quei suoi occhi briganti e gli dico, in forma di domanda, “You know that I will never forget that line, don’t you?
“I bet you won’t” — “Te lo credo”. Mi risponde, negli occhi un lampo da colpita-e-affondata.
“Cioran used to say that exile is an honor”.
Io sento le rotelle del mio cervello che ruotano velocissime.

La questione dell’esilio è parte della mia vita quotidiana. Quando si dice esilio, si pensa immediatamente a Napoleone, alla politica. All’esilio subìto. Norman è un esiliato volontario, anche se nella Romania comunista non avevi molta scelta, se, come lui, eri uno scrittore dalla penna affilatissima.
Anch’io sono un’esiliata volontaria. Io ancora più volontaria di lui. Self-induced, dico io — il ceppo è lo stesso di quello di Norman. Nessun regime mi ha impedito la libertà, o ha fatto passare i miei scritti attraverso le feritoie della censura. Eppure ho scelto un altro paese.
E da lì, da Cioran, finiamo a parlare di come il dolore sia fonte di creatività, di come lo sia sempre stato.
Gli chiedo se, arrivati ai trent’anni (!) — e lui mi corregge, pronto alla gag come il miglior comico del Saturday Night Live, “thirty-one, Sara, don’t flatter me” — se, arrivati ai trent’un anni (!!) abbiamo pietà verso noi stessi e la nostra storia. Insomma, se diventiamo più “merciful”.
Lui mi dice. “Up to a certain point”.
Si accorge che voglio di più.
Mi cita un poeta rumeno, che purtroppo non conosco. Norman racconta. Quel poeta, alla domanda di come avesse fatto ad arrivare alla vecchiaia, ha risposto con una parola.
“Bitterness”.
Norman mi guarda.
Io lo guardo, in qualche modo appagata.
Ci siamo capiti.
Parliamo anche della lingua. Lui scrive in rumeno. E’ arrivato in America a 50 anni senza aver mai studiato inglese. L’ha imparato sul posto, come tutti gli immigrati di questo mondo. “La mia lingua letteraria è il rumento. Per il resto uso l’inglese come strumento”.
Mi chiede di me, della mia lingua.
Io dico che l’inglese è una scelta e un piacere. Che mi piace sentirlo in bocca, come una caramella che non mi stufo mai di succhiare. L’italiano è comunque una parte fondamentale del mio essere qui: lo insegno. Esporto la parte migliore della nostra cultura — la lingua.
Lui si gira e dice a Cella, stavolta in inglese, “This is the poet in her”, come se non ci fossi. Ma ci sono.
Fortunatamente, ci sono.

Norman mi fa dono di due testi che gli ho chiesto. La sua bibliografia include più di venticinque opere. Ho scelto “Il rifugio magico” e “Conversazioni dall’Est”. Editi da Il Saggiatore.
Norman fa Manea di cognome.
Ho fatto una ricerchina. “Manea” deriva dal turko “mâni”. Canto popolare.

Chissà se Norman lo sa.
Glielo dirò.

Così vedete, Moviers. Io non so se si tratti di New York City, oppure del caso, oppure degli eventi che s’incastrano, oppure di San Benedetto Giuseppe Labre, patrono dei vagabondi. Ma questa cosa, io a casa di Norman, è successa a New York City, venerdì 22 giugno, Anno Domini 2018.

Quello stesso giorno, la sera, è stato coronato dalla visione di The King, il documentario imperdibile di Eugene Jarecki su lui, il Re, Elvis the Pelvis.
Non sapevo nulla del documentario, e pochissimo di Elvis. Per questo ho optato per il film. E anche perché sapevo che sarebbe passato dall’IFC Center, quindi ho detto, ok aggiudicato, e sono andata.

Presentato al Festival di Cannes nel 2017, al Sundance Film Festival e all’ultima Festa del Cinema di Roma, “The King” nasce da una domanda, semplice e originale insieme. Perché non fare un road movie che attraversa tutta l’America, from coast to coast, New York City to Los Angeles, come nel più classico dei miti americani, a bordo della Rolls Royce appartenuta a Elvis, e raccontare il Re, raccontando l’America? Perché non mettere il regista alla guida e farlo incontrare con personaggi vicini al Elvis, oppure suoi ammiratori comuni, oppure suoi ammiratori famosi, tra cui Alec Baldwin, Ashton Kutcher, Ethan Hawke, Mike Myers? Perché, lungo il percorso, non caricare a bordo della Rolls Royce gente normale, che il Re, l’hanno visto magari in tv, o ascoltato alla radio, o conociuto “solo” attraverso la sua musica?
Nessuno se n’è uscito con risposte negative a tutti quei perché, quindi il documentario è stato girato. Per fortuna, aggiungo, perché “The King” non è il classico biopic che riporcorre peddissequamente la vita del padre del rock&roll, ma è la metafora di un’America che scopre il fallimento del sogno americano. La parabola di una star che per tanti anni ha rappresentato il mito supremo del sovvertitore che entra nella stanza della musica e cambia le regole, convincendo praticamente tutto il mondo che l’ordine nuovo, quello del rock, è quello giusto, quella parabola di vita, disseminata di tantissime ombre, sfruttamenti, e tante balle, coincide fatalmente con la caduta del sogno di una nazione.
Gli Stati Uniti hanno plasmato per decenni — well, secoli — il modello di paese che volevano essere. Il paese della libertà e della ricerca della felicità individuale. Ci hanno creduto sin dal primo momento, tanto da infilare quei due punti d’oro — libertà e ricerca della felicità individuale — nella Costituzione. La convinzione per cui se lavori sodo, in questo paese, puoi diventare tutto ciò che vuoi, è la spina dorsale su cui questa nazione s’è retta in piedi dal Far West(ern) avanti. Per tanti anni, questa convinzione ha trovato un riscontro nella pratica. Milioni di immigrati da ogni dove hanno ascoltato questo ritornello, vi hanno intravisto una possibilità, e sono saliti sulla prima nave con destinazione USA. Ma una volta arrivati in questo paese hanno capito che no, le monete non crescono, gigantesche, sugli alberi — come Emanuele Crialese ci ha mostrato, magistralmente, nel suo meraviglioso “Nuovomondo”. L’America è sempre stata landy of plenty, terra dell’abbondanza, fino a un certo punto. Per tutte le occasioni che ti mette sul piatto, in qualche modo, ti presenta il conto. Questo succede in ogni stato, beninteso. Diciamo che in America, per molti anni, le occasioni sono sembrate molto vantaggiose in proporzione al conto. Questo grazie allo straordinario lavoro narrativo che l’America ha fatto di sé — draghi del marketing che sono sempre stati. La boccia scintillante di questo sogno, se guardata bene da vicino, presenta tutta una serie di incrinature così profonde da spingere a una revisione radicale del fenomeno. Elvis ne è l’esempio.
Nato nella poverissima Tupelo, Mississippi, e trasferito con i genitori a Launderdale Courts, quartiere popolare, e nero di Memphis, Elvis cresce con il blues tutt’intorno, che poi sarà la fonte principale della sua msica.
Questo è un punto molto dibattuto intorno alla figura di Presley. C’è chi sostiene che Elvis fece tutto da solo, che inventò il rock, e che se proprio proprio vogliamo andare a cercare il pelo nell’uovo e far polemica, l’arte funziona così da che post-modernismo è post-modernismo: si ruba, si cambia, si personalizza.
Di tutt’altro avviso buona parte della comunità — e dell’intellighenzia — nera, che giudica invece indebita l’appropriazione di Elvis della musica black. Se per esempio chiedete al rapper Chuck D dei Public Enemy, lui vi dirà, come dice fuori dai denti nel documentario, che Elvis si è approfittato della musica nera senza mai sprecarsi in un “grazie”, né schierarsi in momenti in cui lo schieramento politico di una star del suo calibro avrebbe potuto fare un’enorme differenza: Elvis non ha mai preso parte a manifestazioni di alcuna sorta, preferendo trincerarsi invece dietro al paravento dell’“io faccio l’artista, non mi occupo di politica”.
Elvis è il cantante che, all’età di 20 anni, quando cominciava a mietere successi a destra e a manca, riceve la chiamata dello zio Sam, si addestra, e parte convintissimo per la Germania. Il ribelle che ha portato il rock sui palchi, nei juke-box e soprattutto nei corpi e nelle menti di una generazione, quel ragazzo diventa il “good soldier boy” che parte per difendere il suo paese. Una volta rientrato in patria, Elvis non è più quello di prima: dicono di lui che, “He left as James Dean. He came back from the war as John Wayne”.
E per dieci anni, Elvis si mette a girare commediole romantiche di poco conto a Hollywood, perché Hollywood gli piace da morire e vuole far parte di quel mondo. Il suo indubbio sex appeal, accompagnato alla sua musica nuova e alla presenza prezzemolina sul grande schermo gli regalono una celebrità forse mai conosciuta prima da nessuno. Intanto l’America diventa l’America delle cose: Caddillac lustre come caramelle dentro drive-in pieni di film made-in-Hollywood, villette a due piani con la moglie e il suo grembiule, il marito in ufficio a lavorare sodo per comprare lavatrici e vacanze, e i figli con le dita nel burro di noccioline e un piede al college. L’America della mercificazione, che non risparmia i suoi miti, anzi, ne fa il loro primo strumento. Elvis diventa un prodotto. Un ciuffo, una tuta di pelle bianca. L’immagine si scolla dalla realtà e la persona finisce nel baratro in mezzo.
Le scene di Elvis alla sua ultima apparizione pubblica, gonfio, sudato, farfugliante, pochi giorni prima della morte, a 42 anni — 42 anni! Sono rimasta sotto shock per mezz’ora: pensavo fosse sull’orlo dei 60 — quei fotogrammi, ci suggerisce il regista, sono il parallelo di quello che è capitato all’America. Un sogno che fiorisce su una terra d’incubo —piagata dalle ingiustizie sociali, per non parlare di quelle razziali — e che finisce per infrangersi, guess where?, contro un certo Donald Trump. Il documentario si conclude proprio su di lui: alla fine di questo viaggio attraverso l’America del capitalismo spinto ai massimi livelli, rodei frequentatissimi e diner fermi al 1960, l’America di eroi tragici che vedono la propria persona soccombere al propio personaggio, come Elvis, non ci meravigliamo di trovare, come presidente, un Donald Trump. It makes sense, a hell of a lot.
Un americano che guarda “The King”, esce dalla sala abbattuto. L’ho visto nel pubblico — e i newyorkesi hanno il pelo sullo stomaco, oltreché una gran consapevolezza della loro storia. Anche un’immigrata esce dalla sala abbattuta — checché estasiata dalla qualità del film. Per quanto il sogno americano sia ormai un oggetto da museo, vederlo rottamare così, lucidamente ma anche poeticamente — ci sono delle riprese molto toccanti nella loro semplicità — assesta l’ennesimo colpo nel corpo del mondo malandato che siamo.

Ho chiesto al regista se il film sarà distribuito in Italia. E sì, ha confermato che sarà distribuito, quindi non perdetelo per nessun motivo nessuno.

E anche per stasera sono stata lunghissima. Ma ho finito. 🙂
Ho aggiornato il Frunyc III. Troverete moltissime opere di Alberto Giacometti. Si è inaugurata al Guggenheim una personale talmente personale da piantarci le tende e non schiodarsi più dal percorso spiralitoso del museo.
Troverete anche degli scatti “naviganti”… Domenica in barca, con minuto di silenzio accanto a Ellis Island, saluto alla Statua della Libertà, puntata a Freshkills Park, e circumnavigazione di Staten Island.
Un weekend così generoso ne porterà uno sciagurato per riportare gli equilibri in zona commedia-tragedia?
Speriamo di no … 🙂

Ora i ringraziamenti, e i saluti, stentatamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 375 da NYC commenta “EATING ANIMALS” di Christopher Quinn

LET’S MOVIE 375 da NYC commenta “EATING ANIMALS” di Christopher Quinn

Forthamilton Fellows

è una base militare che sta a Brooklyn, accanto al Verrazzano Bridge, il ponte che nessun americano pronuncerà mai correttamente. Mai.
Fino al 5 giugno, nessuno ha mai sentito parlare di quella base, tranne i militari che ci stazionano, militando ignoti. Ma il 5 giugno succede che alla truppa viene voglia di pizza. Non è una novità: succede molto spesso, tanto che la base ha una pizzeria di fiducia, nel Queens, il Nonna Delia’s — manifesta discendenza Soprano’s, sì. Per chiarezza geografica, Brooklyn e Queens sono limitrofi e ancora non è dato sapere dove finisca l’uno e dove cominci l’altro.
Il fattorino che si occupa della consegna è
Pablo. Pablo Villavicenci. Per certe persone — mi includo — i cognomi hanno il potere di spalancare mondi e letterature. Villavicenci a me fa venire in mente Gabriel Garçia Marquez con le sue storie d’amore e altri demoni nei suoi cent’anni di solitudine. Ma all’ufficiale di turno, il 5 giugno, Villavicenci, fa solo venire in mente “immigrato” — aggiungeteci lineamenti latini e la scritta “immigrato” prende a pulsare.
Allora l’ufficiale gli chiede i documenti. Pablo porge la NYC ID card, la carta d’identità che tutti gli immigrati — presenti incluse — richiedono appena mettono piede a New York. Non tanto perché faccia status — che comunque fa — quanto per avere uno straccio di documento che sia made-in-USA a portata di mano. I documenti rilasciati in tutto il resto del mondo — carte d’identità, patenti, codici fiscali — vanno bene solo per i buttafuori davanti ai locali, che se gli butta bene, ti buttan dentro. E non è che te ne vai in giro con il passaporto in borsa. Il terrore di perderlo è la summa concentrata di tutti i terrori della terra: domandate a qualsiasi expat quale sia la paura più grande che ha, e in risposta avrete, “perdere il passaporto”, accompagnato da un trasalimento color profondorosso.
A questo ufficiale la NYC ID Card non va bene.
Chiede la patente.
Pablo non ha la patente.
Chiede il Social Security Number (l’essenen, SSN).
Pablo non ha il Social Security Number.
Pablo ha già capito che ore sono e dove l’ufficiale vuole andare a parare: se sei immigrato e non hai un Social Security Number, la domanda — retorica — che segue è “perché?”. Retorica perché l’SSN ti viene rilasciato solo se hai un visto valido, la cittadinanza americana, o la green card.
Pablo non possiede nessuno di questi.
L’ufficiale innesca la macchina del cosidetto “background check”. Come quando la stradale in Italia ti ferma e ti controlla i documenti e tu speri che non trovino nulla sul tuo conto anche se hai la fedina penale immacolata come la concezione. Il potere della suggestione è più forte di qualsiasi contingenza.
Ma guardi ufficiale, io consegno qui le pizze un giorno sì e un giorno sì, non ci sono mai stati problemi…
I don’t care, gli risponde l’ufficiale, per nulla gentiluomo.
In un attimo si scopre che Pablo è nel paese senza visto, senza cittadinanza e senza green card.
Ma ufficiale, sono sposato da cinque anni con una cittadina naturalizzata americana, in febbraio ho fatto domanda per la green card, e sto attendendo risposta.
L’ufficiale non sente ragioni, anche perché lo informano che l’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement, ha emesso un avviso di rimpatrio in Ecuador nel 2010, che Pablo ha ignorato.
Sì ma nel frattempo mi sono sposato, ho fatto due bambine, lavoro e mi guadagno il pane con la pizza, e sto aspettando il responso della green card.
Niente. Dall’ICE al DHS — Department of Homeland Security — il passo è brevissimo. E ancora di più quello dell’arresto di Pablo in un carcere del New Jersey.
Da dieci giorni il caso sta rimbalzando per tutta New York. Giornali, radio, internet. L’establishment democratico, dal Governatore Cuomo al Sindaco de Blasio a Cynthia Nixon — candidata a Governatore — a tutte le associazioni a difesa degli immigrati si sono schierati dalla parte di Pablo.
E’ vero, il ragazzo è entrato negli USA illegalmente, ma ha trovato lavoro, non ha mai fatto del male a nessuno, si è costruito una famiglia e ha avviato il processo di regolarizzazione.
L’accusa, e con lei tutto lo schieramento repubblicano trumpista con la bocca piena di “tolleranza zero” e “America First”, non ci sta, e pretende la deportazione di Pablo.

So che lui, Pablo, non ci sta leggendo in questo momento (!), quindi posso dirvi che si trova in una pessima posizione. Nella logica da kindergarten di Donald Duck, Pablo rappresenta tutti gli illegali criminali che minacciano la pura America e rubano il lavoro agli americani puri di cuore, lavoro, per altro, che nessun americano è disposto più a fare nemmeno sotto tortura. Quindi ho il timore, e con me ce l’hanno tutti, che la famiglia Villavicenci sarà ben presto smembrata, Pablo deportato in Ecuador, la moglie Sonia con le bambine a campare di chissà cosa qui in America. Giusto per far capire chi comanda, e tolleranza zero.

La squadra di avvocati che difende Pablo, dicevamo, è forte del supporto di Cuomo, che ha scritto una lettera al Dipartimento di Homeland Security, mettendo in copia Trump: “I am writing to request that your office launch an investigation into the conduct of ICE agents to ensure they are abiding by the rule of law (agiscano a norma di legge). His arrest and detention appears to be a result of ethnic profiling and does nothing to make our communities safer.
In sostanza, la linea che si vuol seguire è quella della discriminazione. Perché l’ufficiale ha richiesto i documenti a Pablo? Glieli avrebbe chiesti se non fosse stato latino?
Forse questo potrà salvare Pablo, chissà.
Sta di fatto che l’opinione è spaccata. C’è chi lo difende e prova pietà per lui, l’immigrato che non ha mai fatto male a una mosca e che vuole solo provvedere alla sua famiglia e vivere una vita dignitosa. Ma c’è anche chi lo attacca, soprattutto gli immigrati regolari. Ma come, si dicono gli immigrati regolari, noi ci siamo fatti un mazzo così per venire in questo paese, siamo passati per le forche caudine dell’Ufficio Immigrazione, abbiamo pagato e aspettato, e adesso il primo Pablo che passa, vive qui nella clandestinità, riceve il foglio di via e lo ignora, questo primo Pablo la fa franca?

Se ci pensate, questo caso richiama quello dell’Aquarius, e, più in generale, delle ondate — in senso letterale e figurato — di immigrati provenienti dall’Africa.
Ma come, si dicono tutti gli italiani filo-leghisti, simpatizzanti leghisti, grillini e anche ex-pieddini, o semplicemente frustrati dallo stato delle cose. Non abbiamo fatto che accogliere navi da tutto il terzo mondo per tutti questi anni, l’Europa se n’è sempre fregata alla grande, Macron ha accettato 619 immigrati in un anno (619 in un anno!) e adesso fa il San Francesco d’Assisi, e per una volta che noi diciamo “no” a uno sbarco, passiamo per i cinici senza pietà?

All’apparenza questo ragionamento sembra filare. Ma quanto è elementare, bovinamente elementare! Questa posizione prescinde dal passato e soprattutto, dal futuro. La decisione di chiudere i porti italiani alle navi straniere viene fatta passare come la soluzione all’immigrazione incontrollata, al ritorno de “L’Italia agli italiani”, ma di fatto è il cerotto sul ginocchio graffiato quando la gamba in cancrena. L’immigrazione che stiamo affrontando oggi è un fenomeno globale e non si risolve rimbalzando navi di migranti da una sponda all’altra dei singoli stati. Non si gioca a flipper con le vite delle persone. Si risolve con la firma di un protocollo chiaro e comune in base al quale l’Europa si impegna ad affrontare il fenomeno collegialmente. 800 immigrati? Un tot per ogni stato membro. Ci dovrebbe essere un ente europeo — non statale — che si occupa della ripartizione — ciò che la Frontex, L’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, dovrebbe fare. Ma certo ognuno alla fine bada al proprio orticello, e non ha nessuna voglia di sollevare lo sguardo oltre la staccionata. E nemmeno di guardare bene al di qua della staccionata.
Prendiamo l’orticello Italia, per esempio.

Il paese si sta spopolando. Siamo ai minimi storici quanto a natalità, ai massimi di gerontocratizzazione, e l’emigrazione dei cervelli è una delle piaghe che sta tagliando le gambe al paese.
Al momento sono alle prese con la traduzione di un saggio sull’argomento, quindi ho dei dati reali alla mano, non le solite boardate. 🙂
Tra il 1876 e i 1988, 27 milioni di persone hanno lasciato l’Italia, e nel 1996 la popolazione di origini italiane all’estero equivaleva a quella dell’intera popolazione presente sul suolo italiano — chissà a che punto siamo, nel 2018. L’ondata migratoria dall’Italia è stata definita come la più grande emigrazione partita da un paese nella storia moderna.
“L’Italia agli italiani”. Ma a quali italiani?, mi viene da chiedere. Prima si è detto che gli americani non vogliono più fare i camerieri, i fattorini, gli inservienti, i raccogli-frutta. E gli italiani sì? Vogliono farli, quei lavori?
L’Italia agli italiani. Again, ma a quali italiani?

Questo è un argomento che mi sta particolarmente a cuore perché lo vivo sulla mia pelle. Ma io sono una immigrata privilegiata. Nel cassetto del mio scrittoio dei primi del 900 brilla un passaporto con un visto d’oro — che ho sudato i sette mari (!) per avere, intendiamoci. Io non sono Pablo. Ma non sono nemmeno una yankee. Quando sento “American first”, penso. A parità di impegno e preparazione, tra un docente americano che insegna italiano, e un docente italiano che insegna italiano, quale dei due potrà offrire un servizio migliore? Questo esempio può essere applicato a infiniti ambiti. Tra un fisico particellare laureato a Oxford con esperienza al CERN, e un fisico particellare senza esperienza al CERN ma con una laurea a Stanford, qual è meglio scegliere?
Certo poi non posso scordare i quasi 80 anni che hanno impiegato gli immigrati italiani storici a liberarsi dagli insulti, dalla diffidenza e dalle discriminazioni subiti. “Neri che non sanno parlare inglese”. White niggers. Mozzarellaniggers. “Piccoli, sporchi, scuri di pelle, ignoranti e inaffidabili”. Così ci definiva la Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione al Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, nel 1912.
Quegli italiani erano immigrati economici, termine con cui si descrivono, con sprezzo, i passeggeri dell’Aquarius.
Io sono un’immigrata economica.

Chi strilla l’Italia agli italiani e l’America agli americani scorda il merito, la reale necessità di una nazione e basa la propria valutazione sulla geografia. Oltre ad avere del discriminatorio, questa posizione cozza contro tutto quello con cui siamo cresciuti negli ultimi 20 anni. Il www ci ha insegnato a essere mobili, liquidi, veloci. A poterci spostare con la rapidità di un click. Cosa facciamo adesso, torniamo a trincerarci dietro i confini? Ripeschiamo i “qualcosa da dichiarare” alle frontiere? E’ un atteggiamento nostalgico, attaccato a un passato che non esiste più e che si vuole a tutti i costi riportare in vita, come un amore che non si scorda, ma che non è più quell’amore. La nostalgia è un sentimento che magari può aver prodotto qualche opera d’arte — anche se non ne sono troppo sicura — ma se eletto ad atteggiamento nazionale, può gettare un paese nell’immobilità e nel baratro dell’isolazionismo.
La vita va avanti per tutti, anche per la storia.

E certo io devo andare Avanti, Moviers!
Il film che sono andata a vedere, in un assolatissimo pomeriggio newyorkese, è “Eating Animals” di Christopher Quinn, e narrato da Natalie Portman, che è anche co-produttrice della pellicola, un progetto in cui ha creduto molto dopo che l’omonimo saggio di Jonathan Safran Froer, l’ha convinta, dieci anni fa, a diventare vegana.
Sì perché il documentario è la trasposizione del testo di Froer, che era un’indagine sul consumo di carne in America, frutto di una ricerca durata tre anni in cui l’autore viene a conoscenza dell’intricato universo degli allevamenti intensivi negli USA.
Il libro ebbe un enorme successo, e fu seguito da accesissimi dibatti e polemiche.

Il documentario di Quinn è la resa cinematografica di quella ricerca e ci porta nel mondo degli orrori dei cosidetti allevamenti intensivi, stabilimenti presenti a centinaia e centinaia e centinaia nel Midwest americano — soprattutto Iowa — che non permettono l’accesso a nessun esterno, figurarsi se documentarista. Guess why…
Le uniche immagini trapelate sono state carpite in segreto da dipendenti che si sono fatti un esame di coscienza e che hanno detto enough is enough, hanno lasciato gli orrori a quel mondo, e hanno deciso di far arrivare queste immagini ai giornali. In gergo, chi rivela qualcosa che non si dovrebbe rivelare, mantenendo l’anonimato, si chiama “whistleblower”.
Le immagini fuoriuscite da quegli stabilimenti blindati ci arrivano da loro, e sono arrivate soprattutto sul tavolo del New York Times, che qualche anno fa le pubblicò, facendo scoppiare il caso delle condizioni inumane a cui venivano sottoposti polli, maiali, mucche, tacchini, agnelli.

Tutto comincia da un fiume, ricco di pesce e acque limpide. A partire dagli anni ’80, le acque cominciano a intorpidirsi, e i pesci ad ammalare e morire. Un pescatore ambientalista del posto si prende la briga di sorvolare la zona e si ritrova con uno spettacolo inquietante sotto i suoi occhi: quelle centinaia e centinaia di stabilimenti, hanno tutti un “lago” rosa accanto. Rosa mutanda si diceva un tempo. Investiga che t’investiga, si scopre che quelle “acque” nere sono i liquami e i resti di quegli animali ingrassati ad antibiotici. Quelle sostanze chimiche s’infiltrano nel terreno e inquinano il fiume.
Il racconto del pescatore s’intreccia a quello di Keen, un veterinario whistleblower che non ne poteva più di vedere le sostanze che iniettavano a bestiame e pollame, nonché i modi barbari con cui venivano trattati — pratiche come quella del taglio della coda ai maiali o del becco alle galline per evitare che gli animali si feriscano tra di loro — e ha chiamato il NY Times.
A causa della sua gola profonda, Keen ha perso il lavoro, e la moglie, ma ci ha guadagnato in coscienza. Lo stesso ha fatto un operaio di uno di questi stabilimenti. Non ne poteva più di vedere polli grassi come tacchini, incapaci di camminare, oppure con quattro zampe, oppure con zampe talmente gommose da piagerarsi senza spezzarsi, per non parlare dei maltrattamenti, degli animali ammassati, delle condizioni innaturali e ai limiti della tortura. E ha deciso di passare dalla parte degli allevamenti “etici” — i cosiddetti Ethical Independent Farmers che trattano gli animali con rispetto. Come quello di Frank, l’allevatore che da trent’anni si batte per tenere in piedi il suo allevamento di tacchini “vecchia scuola” — niente ormoni, niente maltrattamenti, dignità.

Il documentario mostra, dati alla mano, il legame tra consumo di carne e cambiamento climatico, per via del metano emesso dal bestiame e dalle foreste rase al suolo. Mostra, anche, il legame fra disturbi cardiovascolari e il consumo di carne. Ma “Eating Animals” riesce a dare forma e corpo a questi dati, attraverso le esperienze dirette degli intervistati di cui s’è detto sopra. E se da un lato abbiamo certamente già visto immagini raccapriccianti di mattatoi o pollifici agghiaccianti, è anche vero che difficilmente abbiamo sentito parlare di polli a quattro zampe, o con pance talmente grosse da impedire loro ogni movimento, persino alzarsi.

Ma non è tutto e solo un macello (!). Gli ethical indipendent farmers stanno aumentando. In laboratorio si stanno mettendo a punto nuove tecniche di estrazione delle proteine dalle piante. L’obbiettivo è quello di ricreare la carne in vitro. Al momento i risultati ci sono, a sentire il documentario. Il problema sono i costi. E’ ovvio che tra un hamburgher di carne che costa due dollari e un hamburgher alle proteine vegetali che ne costa dieci, l’operaio o la commessa comprano il primo. La tesi del regista — e di Safran Froer — è che, abbattendo i prezzi e sensibilizzando il consumatore, lui, il consumatore, finirà per comprare l’hamburgher di proteine vegetali.

Sì, le vedo le vostre facce scettiche… La chianina riproducibile in vitro?! Il ragù in beuta?! E poi in Europa i controlli sono più severi che negli USA… In Europa gli animali non si pompano a suon di ormoni…
Ma vedete Fellows, che si tratti di America o Europa, poco importa. Il film parla al singolo. E’ una scelta che spetta a ognuno.
Io personalmente non tocco carne da 20 anni. Anche se molti di voi hanno dei gran dubbi sulla mia alimentazione, sono qui viva e vegeta(le) che vi parlo e vi scrivo.
E ve lo confesso, sono molto contenta di non far parte della catena carnivora. E penso che il consumo di carne dipenda più da una dipendenza che da una necessità biologica del corpo. Ma lungi da me fare i pipponi etici — bastano quelli cinematorgrafici, no? 🙂
Solo vi pregherei, quando il film esce in Italia — perché uscirà in Italia — di andare a vederlo. Così, giusto per farvi un’idea del livello di arretratezza in cui l’America versa in questo settore. Ma anche per riflettere un po’ su come ci comportiamo come esseri umani a prescindere dalla nostra nazionalità. E’ questo che siamo? E’ questo che vogliamo essere? Ognuno risponda come meglio crede. Ma senza scordare una frase che ho sentito nel film.
“You vote at least three times a day with your fork”.
Anche mangiare è un atto politico, nel 2018.

Ho aggiornato il Frunyc III, con alcune foto di Coney Island: spiagge aperte, primo bagno della stagione — e no, nelle foto non c’è il primo bagno, ma c’è la Wonder Wheel 😉

Mi fa piacere anche segnalarvi la recensione che il vostro Board ha scritto su “Blameless” (“Non luogo a procedere”) romanzo intricatissimo di Claudio Magris. E’ stata pubblicata su Brick, una rivista letteraria canadese che pratica un peer-reviewing nazista… Ciononostante, siamo sopravvissuti. 🙂

E anche per stasera è tutto. Avevo promesso di contenermi questa domenica… Ma voi ancora mi credete?? 🙂
Ringraziamenti a pacchi e saluti, militarmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 374 da NYC commenta “WESTWOOD. PUNK, ICON, ACTIVIST” di Lorna Tucker

LET’S MOVIE 374 da NYC commenta “WESTWOOD. PUNK, ICON, ACTIVIST” di Lorna Tucker

Mindfulness Moviers,

Lavorare all’FIT (Fashion Institute of Technology, per chi si fosse scordato), è divertente per varie ragioni. Gli studenti sono la fauna più variegata e non classificabile che possa capitare a tiro. Esseri androgini con borse uscite dall’‘800, o a metà fra Puck (di Shakespeare) e Punk (dei Sex Pistols), oppure giapponesine miniscule dentro a scarpe maiuscole. Studentesse che fanno le modelle, o modelle che fanno le studentesse, non ho ancora capito. Ragazzi filiformi con maglie tagliate molto sopra l’ombelico ma che per qualche ragione non fanno “Drive In”: fanno terzo millennio.
Il colore di capelli più gettonato è il “baby white”, che io chiamerei “albino”, ma non state ad ascoltare me. Da quello che vedo, questi ragazzi amano accostare quello che parrebbe essere inaccostabile. Schifano i brand e sperimentano sul proprio corpo. Non hanno nessun timore di sentirsi fuori luogo, o di suscitare sguardi perplessi. Sono perfettamente a loro agio con un paio di occhialoni alla Saint-Exupéry intorno al collo a mo’ di gioello, e una pelliccia sintetica turchese buttata sulle spalle.
Li guardo sempre con ammirata complicità.
Ora i corsi sono finiti, niente fauna colorata tutt’intorno. Il campus è deserto. Mi piace andarci. C’è quella strana quiete pregna del loro ritorno, a luglio e agosto, per i corsi e stivi, e poi a settembre, per il nuovo semestre. Anche se gli studenti al momento sono tutti impegnati fra internship e tirocinii da Theory e Tony Burch, l’FIT continua a lavorare, e organizza incontri, seminari, workshop per formare, o anche solo informare, lo staff dei docenti.

Due settimane fa è toccato a una gioranta dedicata a come impiegare la VR (Virtual Reality, naturalmente) nell’insegnamento — cose che per noi umani italiani rasentano il sogno di una notte di mezz’estate. Ma ci sono incontro di ogni tipo. “Living with Osteoarthritis”, oppure “Neurodiversity in your Classroom”. Giovedì è toccata a “Manage Stress through Mindfulness”.
Io cerco di andare al maggior numero di incontri possibile. Qualcosa imparo ogni volta — il che è cosa buona. E ogni volta ci sono cose che non capisco. Da questi incontri esco con la sensazione di avere delle anfetamine in circolo. Come se per un’ora o due avessi guardato nella pancia del Buddha, avessi sfiorato con lo sguardo la Verità, e me ne fossi andata un istante prima di afferrarla. Tantissime domande, che pongo ai professori che tengono il corso o il seminario. Ma certo non posso chiedere tutto tutto tutto. Ho pur sempre della pietà per loro.
“Manage Stress through Mindfulness”. Ho detto sì a questo incontro perché avevo sentito il termine “mindfulness” ancora in Italia, un paio di anni fa. Ma non avevo approfondito. Qui negli Stati Uniti è diventato ormai un atteggiamento mainstream, quindi suppongo che anche in Italia, con le tempistiche italiane, lo diventerà.
Per quanto abbia avuto l’ascensore a mio favore, arrivo alla Seminar Room 9, nel seminterrato, tutta trafelata — la metro era stata a sfavore: difficilissimo far combaciare ascensore e metro. Mi accoglie un ferro di cavallo di banchi, con tutti i partecipanti seduti pronti per l’attenti via. Firmo il foglio presenze e guadagno il mio posto, sentendomi assai osservata. La conferenziera, Bette Jean Rosenhagen, dell’NYU Langone Health Department, mi sorride, mi dice di non preoccuparmi, non abbiamo ancora iniziato. E appoggia tre grani di uvetta passa su un tovagliolo, davanti a me. Io non mi scompongo. All’FIT le stramberie sono all’ordine del giorno, quindi no, non mi scompongo, e faccio come se fosse la cosa più normale del mondo, sedermi con tre grani di uva passa che galleggiano davanti a me su uno strap di Scottex.
Betty Jean parte spiegandoci che esistono il good stress e il bad stress. Al che io sono già lì con dei dubbi. Come “good stress”? A chi vuole raccontarla? Lo stress è bad, very bad, end of the story. E invece, no, testa bacata di Board, zitta e ascolta. “Lo stess può essere anche positivo. Pensate allo stress nella preparazione delle vacanze, o di un matrimonio, o di una festa di laurea. Sono tutte fonti di stress, ma uno stress per qualcosa di bello”.
Ricevuto. Se quello che fai, lo fai per qualcosa che ti farà piacere, allora non è bad stress. E’ good stress.
Mi hai convinto Betty Jean, procedi pure.
E Betty Jean si addentra nel concetto di “mindfulness”. Ovvero, “paying attention on what you are doing when you are doing it.” Badare a ciò che fai mentre lo fai, in quello specifico momento, senza pensare a passato e futuro, e senza essere critici.
Eh ma cara Betty Jean, più facile a dirsi…
E Betty Jean ci fa fare l’esperimento del grano d’uva passa — e non è una stramberia da FIT, è un esperimento scientifico documentato.
Prendete il grano d’uvetta e rigiratelo fra le dita per qualche istante. Portatelo vicino agli occhi e guardatelo attentamente per un po’. Annusatelo, di più, respirateci accanto. Appoggiatelo alle labbra e sentitene la consistenza. Mettetelo in bocca, senza morderlo. E rigiratelo da una parte all’altra. Poi mordetelo in due o tre morsi, e assaporatene il gusto. Poi ingoiatelo, e cercate di percepirlo dentro nel vostro stomaco, e di percepire come si sente il vostro corpo con il grano dentro.
Mentre tutti stanno cercando di percepire come si sentono i loro corpi con l’acino dentro, io sono ferma con il grano di uvetta piantato davanti agli occhi.
Ma voi avete mai guardato un grano di uvetta da vicino? Ma proprio da incontro ravvicinato del primo tipo, quello da microscopio ottico, Galileo, lente di Sherlock Holmes?
Per me era la prima volta.
Ho evitato di mettere il grano in bocca perché ho l’avversione per l’uvetta. Sono una di quelle che da piccola tirava fuori ogni singolo granino dalle focacce, dai Panettoni, da tutto quello che aveva quella strana malattia orientale che tutti chiamavano uva sultanina e che per me era vaiolo. Quindi l’esperimento per me si è fermato all’odore. Potente, dolciastro. Un misto fra il mosto e il miele, con un vago ricordo di dattero, che suppongo essere una specie di cugino egiziano alla lontana.
Ma per me la cosa più impressionante è stata guardarlo da vicino.
Reazioni? Chiede Betty Jean.
Tutti dicono la loro.
Chi è in estasi per la dolcezza, chi si sovviene l’infanzia, chi ne mangia un altro perché ha fame, è pur sempre l’1 pm.
Sembra un rubino grezzo, dico io. Perché, man, ma l’avete mai guardato un granino d’uvetta da vicino?? (E dàlli…) E’ raggrinzito, ma non ottuagenario come le prugne secche. Ha delle piegoline che vi fanno pensare più a una scorza protettiva. Come se al suo interno contenesse dell’altro, tipo un tesoro rosso. E se ci fate caso, oltre le piegoline, c’è una polpa trasparente come il vetro, color rame scuro. Ti viene voglia di prendere un qualche micro strumento, e scavare in quella miniera, e vedere se davvero, c’è un gioiello nascosto.
It’s very creative, commenta Betty Jean, e tutti gli altri mi avranno sicuramente guardato con lo sguardo, un’altra stramba nel gruppo, welcome onboard.

Lo scopo dell’esperimento è quello di farci concentrare sul micro della nostra vita, e goderne, in una società in cui siamo solitamente presi dal macro.
Fra me e me dico che questa è la lezione della poesia, che parte sempre dall’infinitesimalmente piccolo. Una delle raccolte più belle di Wyslawa Szymborska s’intitola, non a caso, “Vista con granello di sabbia”. Però se qui si chiama “mindfulness”, va bene uguale, nulla da dire.
Betty Jean ce la fa breve. La mindfulness riguarda l’accorgersi delle cose, l’essere “svegli” nella nostra vita.
E ci fa fare un cinque minuti di meditazione.
Ora, io sono l’essere più loser in fatto di meditazione che viva su questa terra. Totalmente incapace di non pensare a niente. Totalmente inetta.
Ma partecipo all’esercizio, non posso fare altrimenti.
Chiudete gli occhi, io farò suonare questo piccolo strumento — via cellulare, ovviamente, e il suono è quello prodotto da quelle ciotoline di metallo che evocano il mondo tibetano. Chiudete gli occhi e rilassatevi. Cercate di sgombrare la mente.
Mi metto d’impegno. E cerco davvero di sgombrare la mente e non pensare a nulla. Ma vorrei far notare a Betty Jean che non pensare a nulla, tecnicamente è un pensiero, e se continuo a ripeterlo nella mia mente, continuo a pensare… Poi però ripenso a come Betty Jean mi ha fregato con l’esperimento dell’uvetta e non dico nulla.
Però i pensieri mi attaccano da ogni lato — io Napoleone, e Waterloo tutt’intorno. Ne respingo uno e ne arrivano due. Poi mi prende il panico perché sto disattendendo all’esercizio e cerco di ripetermi “non pensare a niente non pensare a niente non pensare a niente”, e nel frattempo penso al rumore che sento in corridoio, al fruscio leggerissimo del proiettore acceso, e penso, mannaggia sto continuando a pensare…
Debacle.
Betty Jean fa scoccare il gong, e chiede di nuovo “Reazioni?”
Io le dico che ho lottato tutto il tempo, che respingere i pensieri è una gran fatica, e che è un pensiero pure quello.
Betty Jean mi guarda magnanima, una Madonna dalle mèches spiadite e la giacca di pelle nera.
“Alle persone che hanno a che fare con il dolore, io non dico di combatterlo. Vincerebbe sempre lui. Io dico di sederglici accanto. Di guardarlo. E di non fare nient’altro”.
Cavolo, Betty Jean, Michael Jackson avrebbe dovuto cantare te, altroché Billie!
Credo che il trucco sia proprio lì. L’approccio bellico non sortisce nulla — anzi ti manda assai ai matti. Se un pensiero è visto come un’entità che ti sta accanto, ma all’interno della quale tu decidi di non entrare, allora forse riesci a ignorarlo. Ha ragione Betty Jean,
Per concludere ci insegna a respirare con il metodo “focussed breathing” 4x4x8. Inspirare contando fino a 4, trattenere il respiro contando ancora fino a 4 ed espirare a lungo contando fino a 8 — per me l’8 è un po’ eccessivo, ma provate e sappiatemi dire.
Prima di andarsene ci ricorda:
“Be gentle with yourself”
“Accept what you can’t control”

Mi sono sentita molto chiamata in causa: sono sempre stata un disastro in queste due pratiche, come con l’esercizio del non pensare. Da bocciatura a vita. Simply hopeless.
Ma New York mi sta facendo del bene anche su quei due versanti.
Non puoi controllare un animale con in groppa 8 milioni e 400mila persone.
Non puoi essere sempre Shylock con te stesso.

Mi verrebbe da dirlo, questo, a Kate Spade e Anthony Bourdain.
Di Kate vi parlai nel febbraio 2017, raccontandovi della sua splendida boutique di SoHo, e del successo planetario che hanno avuto i suoi vestiti. Di Anthony non ho molto da dire: non ho mai visto i suoi programmi o letto i suoi libri. Lo trovavo semplicemente fascinoso, ma a quanto leggo era un professionista con la P maiuscola, appassionato e instancabile. Qui ha lasciato un vuoto grandissimo: gli americani lo amavano molto. Dalla CNN a Obama, un po’ tutti.
La loro scomparsa sta facendo scrivere articoli sopra articoli, tra il basito e l’amareggiato. Soprattutto ha fatto (ri)aprire il discorso sul suicidio, con dati scottanti alla mano. Dal 1998 i tassi di suicidi in America sono aumentati del 20%. Non è proprio poco.
Ogni articolo, dal New York Times a Vogue, dal New York Post a USA Today si conclude così: “If you are having thoughts of suicide, call the National Suicide Prevention Lifeline at 1-800-273-8255 (TALK) or go to
SpeakingOfSuicide.com/resources for a list of additional resources. Here’s what you can do when a loved one is severely depressed.

Non dirò “questa non è la sede adatta per parlare dell’argomento”. Ogni sede è adatta. Ma ho già pipponato mezz’ora sulla mindfulness quindi temo di perdervi.
A Kate Spade e Anthony Bourdain aggiungo i lutti della musica di questi ultimi mesi, Dolores O’Riordan, amatissima cantante dei Cranberries, Chester Bennington dei Linkin Park e Chris Cornell dei Soundgarten.
Quando leggo o sento “ma non hanno pensato a chi rimane? Ai figli? Ai compagni?”, questa domanda fa già capire che non si capisce. Perché quando sei in quello stato, il pensiero non è biunivoco, non prende in considerazione l’altra corsia — è unico. Per questo si parla sempre di tunnel, di buco nero…di tombino. Perché non si vede la luce accanto o dell’altra parte.
Non si giudicano i suicidi, non si dovrebbe. Il dolore a volte è più forte del masochismo che ti tiene in vita. Quindi per come la vedo io, c’è da ringraziare che queste anime dolenti siano riuscite a farcela per tutti i giorni di tutta la vita che hanno saputo combattere quella bestia, apprezzarne lo sforzo, l’immane fatica. Poi un giorno saranno stati stanchi. A volte si è troppo stanchi.
E l’abisso che separa il glamour pubblico e il tormento privato testimonia l’ulteriore fatica di questi personaggi di condurre due vite parallele, una in paradiso, l’altra all’inferno.
Perché non si sono mostrati nell’inferno in cui stavano?
E c’è da chiederlo?
Tutti tendiamo a nascondere le fiamme e a mostrare i fiori. Per preservarci dal giudizio, per preservare gli altri. Per illuderci, forse, che un paradiso costruito possa bastare, in fin dei conti.
Posso dirvi da qui, che la morte di Kate e Anthony, due esempi di talento, successfulness e risultati, ha scosso questo paese nel profondo, fino a mettere in discussione il vero valore del modello americano del farsi da soli.
Che se ne parli, almeno.

E ora passo a parlarvi di “Westwood. Punk, Icon, Activist”, documentario firmato da Lorna Tucker, presentato allo scorso Sundance.
Questa settimana ho scelto questo film per saperne di più sulla donna che, a tutti gli effetti, è la regina della contro-convenzionalità, dell’anarchia, dell’audacia del Vecchio Mondo. I vestiti di Vivienne Westwood, le sue scarpe, i suoi accessori sono creature estetiche e politiche che scrivono la necessità e la volontà di azione addosso alle persone che li indossano.
Ho scelto questo film anche perché noto in me, ultimamente, un’attrazione che mi spinge verso il documentario, un genere che sfama molto, riempiendo il senso di vuoto che i giornali possono lasciare, o certi film di fiction.
Inoltre mi piaceva inserire “Westwood” nella sezione della cineteca lezmuviana che si occupa di grandi personaggi donne che hanno avuto il fegato, la spregiudicatezza e l’intelligenza di fare quello che hanno fatto, come Jane Jacobs e RBG.

Westwood viene fuori da una famiglia della working-class di un piccolo villaggio del Derbyshire. Pochi soldi, pochissimi. Ciononostante, studia arte, e si trasferisce a Londra. Lì apre il primo negozio, Let It Rock, e quello che mi colpisce è che quel negozio ha cambiato un’inifinità di nomi durante la carriera di Vivienne, riflettendo tutte le fasi creative ha attraversato. Ed è ancora lì, e ancora aperto, il World’s End, al 430 di King’s Road. E non si può proprio mancarlo: sulla facciata è appeso un grosso orologio con le lancette che corrono all’indietro, bell’esempio di come la stilista abbia cercato di sovvertire anche le leggi del tempo, oltreché del gusto.
E’ lei, possiamo dire, che ha conferito legittimità stilistica al punk, proponendo magliette dal taglio camice di forza, accostando immagini come il crocefisso e la svastica. E’ lei che ha esplorato tutte le epoche storico-artistiche, tuffandosi soprattutto fra ‘700 e ‘800, e ripescando corsetti, colli con le ruches, giacche alla Robespierre e faux-cul — così si chiama il sedere posticcio sotto le gonne delle mademoiselles. E’ lei che si appassiona all’arte cinese, la studia per un anno, e se ne esce con una collezione da provetta sinologa.
Ed è ancora lei che nel 2005 decide di aderire al movimento per la difesa dei diritti civili Liberty, di dare il suo appoggio alle cause ambientaliste per la salvaguardia dell’ambiente, o per il disarmo nucleare e l’energia pulita, scendendo letteralmente in piazza — o salendo su un carroarmato.
Negli ultimi vent’anni Westwood ha cercato di affiancare al suo inarrivabile estro estetico, il suo fare etico, spesso sacrificando il primo per il secondo.
E’ un miracolo che Vivienne sia diventata Vivienne Westwood. La stilista ha raggiunto fama e riconoscimento a 60 anni, dovendo scontare, nei 40 precedenti, pregiudizi, sarcasmi, ironie: la reazione di grettezza, chiusura e diffidenza davanti a una forza che apre, spalanca, scardina — quanta miopia.
Nel documentario c’è una clip di una trasmissione televisiva britannica che aveva invitato Vivienne nel proprio salotto. Mentre alcune delle sue creazioni sfilavano, il pubblico rideva, e la presentatrice faceva commenti di un’ironia piccola e meschina. Nessuno si sarebbe certo immaginato che nel 2006 la Regina Elisabetta avrebbe insignito Vivienne con l’OBE, l’Order of the British Empire, una specie di croce al valore che ha fatto di lei una “Dame” — così come aveva fatto dei Beatles dei “Lords”.
Vivienne si è presentata dalla Regina con un completo anni ’40 molto morigerato, grigio fumo, giacca accollatissima, gonna ben al di sotto del ginocchio, cappellino in testa, come Queen Elizabeth richiede. Per mostrare la bella gonna svasata, la stilista ha fatto qualche piroetta su se stessa, e cosa vanno a fotografare i fotografi? La mancanza di underwear! Vivienne si è presentata a ricevere la più alta onorificenza del Regno Unito, senza mutande. E se questo non è essere rock…

Colpisce anche, della carriera di Westwood, che il successo è diventato talmente travolgente da spingere la sua casa di moda a ingrandirsi e a conquistare il mondo, con l’apertura di tantissimi store dall’Italia, alla Cina, agli USA. Embè, cosa c’è di male? Eh di male c’è che Vivienne ha perso il controllo su quello che la casa di produzione produce. Lei è una da “quality over quantity” ma si sa che la legge del mercato va nella direzione opposta. Nel documentario la si sente dire che l’espansione della azienda deve arrestarsi, per non compromettere irreparabilmente la qualità dei suoi prodotti. Di solito si sente dire esattamente l’opposto. Ma lei è Vivienne.
E’ impossibile non subire il suo fascino. La ragazza ha 78 anni, ma è ancora dotata di un sex-appeal e di una sensualità rare. Non smette gli abiti che è sempre stata abituata a mettere. Continua a giocare con le sovrapposizioni, i tessuti, non rinuncia a tacchi vertiginosi, accostamenti al limite della passabilità. Vivienne è sempre sul filo dell’eccesso e dell’eccessivo, ma non ci cade mai dentro, così come non cade nel volgare, nel rozzo, nel kitsch. C’è sempre una ricerca storico-estetica in ogni suo lavoro. E anche una componente narrativa ed emozionale. “Ogni volta che disegno un modello, c’è una storia che voglio raccontare, e c’è anche una specie di nostalgia, dalla quale le persone possono attingere e condividere”. Come amo sempre dire, un abito non è mai solo un abito.
Il documentario in sé, non è un gran documentario, fatemelo dire. E’ sproporzionato. Il sottotitolo, “Punk, Icon, Activist”, promette ciò che però non mantiene, oppure lo mantiene ma solo in parte. Se il ruolo di “Icon” è in qualche modo restituito, le componenti “punk” e “attivista”, sono sacrificate, trattate superficialmente.
La regista, Lorna Tucker, che ha seguito la stilista per 2 anni, era presente per il Q&A post-proiezione all’IFC Center. Ha detto, innocentemente, che lo scopo del documentario era quello di far conoscere Vivienne alle nuove generazioni. La missione, purtroppo, le è riuscita solo in parte, avendo ridotto la parte sull’attivismo — che ultimamente impegna la Westwood molto più che la moda — a una specie di attività collaterale. Questo non corrisponde al vero, e rischia anche di dare una visione distorta della figura composita della stilista.
La stessa Westwood ha preso le distanze dal documentario, dichiarandosi completamente insoddisfatta. A difesa della malcapitata regista, va detto, che non deve essere stato facile, trattare con una geniale cavalla matta come Vivienne, che considera “utterly boring” il parlare della sua vita, e sbuffa sin dal primo minuto di girato.
Curiosità tutta tricolore. Peppe Lorefice, Carlo D’Amario e Christopher Di Pietro, sono nell’ordine, assistente personale di Vivienne, CEO e Direttore Marketing dell’impero Westwood.
Gli italiani sono dappertutto — con il loro inglese sciancato e siagurato, ovviamente. Così come “Made in Italy” è stampato su ogni etichetta di ogni capo by Vivienne Westwood. 😉

Se volete saperne di più, invece, di Marco Ferreri, il regista, per capirci, de “La grande abbuffata” — regista pressoché dimenticato in Italia — leggete un po’ qui… 😉

E anche stasera sono alla fine.
E sono stata lunghissima oggi…Magari la prossima settimana sarò più breve… magari… 😉

Frunyc III aggiornato al solito posto, ringraziamenti di rito, e saluti meditativamente cinematografici.

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