LET’S MOVIE 335 from NEW YORK CITY – commenta DUNKIRK, in anteprima!

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Mare Moviers!

C’è il mare a NYC. Ora so cosa state immaginando. Quello che immaginavo io. Marghera. O le spiagge post-nucleari di qualche paese dell’Est in cui le vecchine zoppicano per le strade battute dal vento portando patate e vodka nella sporta (!). Oppure una Coney Island, con la sua tristezza pagliaccia di cui avevo già raccontato. Oppure gli Hamptons super posh, stipati di ville extra bourgeois, dove mettere piede non è per ora il mio desiderio.
No. NYC mi guarda e se la ride. Me l’ha fatta di nuovo.

Domenica scorsa — e oggi — la mia meta è stata Far Rockaway, una strisciolina tipo Giudecca ai piedi del Queens. Non è esattamente dietro l’angolo. Ma dipende da dove siete di casa. Per me, che di casa sono sulla 150esima, il tragitto ha richiesto un’ora e 40 minuti, ma non tutti in metro, vè. Con il sole fuori e una bici scalpitante in casa, non puoi startene un’ora e 40 minuti chiuso in metro. Allora cicletti lungo l’Hudson, attraversi il Ponte di Brooklyn e raggiungi la fermata della metro di Jay Street. Un 13 miglia, suppergiù. Lì, carichi la bici sulla metro, la A, quella che tutti prendono per il JFK quando devono riprendere l’aereo, con la tristezza nel cuore — stavolta non c’entro: mica l’ho cantato io che leaving New York never easy…
Se proseguite oltre il JFK, la metro vi porta sulla penisola lunga e stretta di Far Rockaway. Lì potete scegliere qualsiasi fermata. Vi si prospettano un’ottantina di isolati di spiaggia. E non post-atomica. Una spiaggia californiana, di quelle larghe, molto sabbiose, in cui i piedi sprofondano, e il mare è muscoloso e sabbioso, niente Caraibi.
Ma prima di accedere alla spiaggia, una striscia larga di pianticelle piantate da poco. Prima di accedere alla spiaggia e alle pianticelle, un quartiere tutto nuovo nuovo con case bianche e di tutte le tonalità dei pastelli — gialline, verdine, azzurrine. Non ho potuto non pensare a Martha’s Vineyard, quell’atmosfera da isola di mare esclusiva, i turisti benestanti con i maglioni di cotone grezzo, i pantaloni di lino e quell’aria serena delle persone arrivate. Questa è la versione newyorkese. NON è Martha’s Vineyard. Ma c’è qualcosa che la ricorda. Forse anche solo il colore di questi villini tutti uguali, tutti Wisteria Lane — qui vi voglio, con la citazione… — che mi proiettano dritta dritta in un clima balneare 100% americano.
Prima di prendere possesso del mio posto sulla spiaggia, percorro in bici tutto il lungomare. Tutto nuovo nuovo, dicevo. L’Uragano Sandy, nel 2012, ha spazzato via tutto, qui. Noi non abbiamo percepito quanto disastroso sia stato per NYC, quest’uragano. Ma lo è stato. Praticamente tutti i lavori di manutenzione che ti rallentano i weekend se devi prendere la metro, sono per rimettere a posto il diavolo a quattro che Sandy deve aver fatto nel giro di poche ore.
Qui, hanno rimesso tutto a nuovo. Il percorso pedonale e ciclabile che si snoda lungo il mare, locali, servizi. Tutto brand-new. Rimango sbalordita.
A NYC uno si abitua al “basic”. La metropolitana, l’abbiamo già detto è sporca, incasinata, alcune fermate sono l’avamposto della fine civica. Nulla a che vedere con il bonton di quella parigina. Con la precisione di quella londinese. I bus sono assai provati. I sedili hanno accomodato troppi sederi, troppo sovrappeso per non riportarne memoria. NYC ti abitua a questo tipo di essenzialità. Questo, se da un lato ti costringe a rivedere le tue abitudini, dall’altro, ti consente di apprezzare ciò che di meglio trovi in giro. Ti fa anche capire che con l’essenziale puoi farcela. Tutto il resto è un extra. Lusso.
Allora non ti aspetti una zona balneare con bagni in strutture avveniristiche in legno e acciaio, fontanelle per l’acqua, docce, docce per i piedi e persino i dispenser di crema solare — davanti alla lotion-to-go volevo chiamare in Svizzera e chiedere se sul Ticino hanno approntato questo tipo di servizio, loro che sono sempre così servizievoli…
Ma non sono solo il mare e i localini pieni di infradito, profumo di olio di cocco, e le bancarelle con prezzi così cheap da ricordarmi che nonostante tutto esiste, in questa città, un’evidenza di cheapness, che brilla come il sorriso buono della fata Turchina. Sono i newyorchesi, a fare di Far Rockaway, un’esperienza “Surfin’ USA”. Perché qui si surfa, ed è una cosa seria.
Donne, uomini, di qualsiasi età. D’un bianco latte come solo gli irlandesi. La tintarella non interessa, anzi, il sole è nemico. Indossano il costume e sopra il mutino, o una maglia a maniche lunghe. Hanno delle strisce rosa, azzurre e verdi sul volto: orizzontali sotto gli occhi, e una verticale lungo il naso. Come quelle nere dei rugbisti australiani, gli All Black, per interpretare un Haka più convincente. Vedo un surfista passare uno stick a un bambino. Gli dice, “try it”. In un attimo il bambino diventa un lottatore maori, ma del clan dei Puffi. Capisco che è per proteggere le parti particolarmente sensibili dal sole nemico. Penso che i newyorkesi abbiano un talento particolare nel trasformare una cosa silly in una cosa cool. Sarei quasi disposta a barattare la mia protezione 10 con questa loro invenzione colorata a protezione con uno zero in più della mia. Poi però penso che loro non sono qui per abbronzarsi. Sono qui per surfare. A ciascuno le proprie priorità.

Ora, dopo aver visto ciò che fanno i surfisti neozelandesi con l’oceano assassino che si ritrovano, non penso di stupirmi per le abilità atletiche dei surfer dello Stato di New York. E infatti non mi stupisco. Ma è la serietà con cui approcciano il tutto, a meravigliarmi. Le biciclette sono dotate di ganci laterali che permettono loro di scarrozzarsi dappertutto la tavola su due ruote. Prendono il mare e ci stanno dentro delle ore — delle ore — in attesa dell’onda perfetta. Ripeto, siamo nel Queens, non a Bondai Beach.
Sono le donne, tuttavia, ad attirare la mia attenzione — oddio, anche un paio di toraci usciti dritti dritti dall’indubbio talento di Dio non sono passati inosservati. Ma le donne… Stazza surfista. Niente “skinny bitches” — così si apostrofano qui le magre, non dite nulla… Spalle solide, piedi grandi, camminata valchiria. Dicevo, qualsiasi età. Dai 18 ai 60, e più.
Penso all’Italia. Le 60enni in Italia fanno jogging, trekking. Magari nuotano. Ma surfare? Con il mare grosso? Mmm, non ce le vedo molto. Qui invece lo fanno. Non so perché. Mi piacerebbe saperlo. Non credo sia una questione di parità sessuale. Quella è stata superata. E’ più per senso di libertà, credo. Lo capisci da come si buttano in mare. Non un istante di esitazione. Prendono il mare, letteralmente.
Se le nonne/zie sono così, immaginate come crescono le nipoti. Si parla tanto di come siano toste le newyorkesi. Ed è vero, lo sono. Forse nei decenni passati aveva a che fare con l’adattamento e la sopravvivenza. Vivere in una metropoli richiede “stamina”. Energia, grinta, anticorpi. Ora che tutto questo è stato processato e interiorizzato a livello di specie e gender, si tratta di “semplice” libertà. Di agire la libertà. Fare quello che si vuole. Anche un’ora e mezza di metro, stare in acqua un paio d’ore e poi tornare a Manhattan. Anche a sessant’anni. Settanta. Who cares.

Ma naturalmente non c’è solo quel tipo di donna. La tosta, indipendente, un filo androgina che si butta fra le onde. Ci sono anche le madri di famiglia. E qui sì, tutto il mondo è paese.
Vedo arrivare una famiglia di afroamericani. Padre, madre e tre figli. La maggiore potrebbe essere la prossima Halle Berry. L’età di Lolita. Gazzella, inconsapevole di esserlo, a differenza di Lolita. Il piccoletto è una briciola di un anno o poco più, e il ragazzino di mezzo è quello che definirei moccioso. Sette anni, trouble-maker. Ma sono i genitori, a impressionarmi. Lui avrà non più di 35-38 anni. Corporatura montana. Nel senso che è una montagna. Canottiera bianca, pantaloni da basket sotto il ginocchio, scarpe da ginnastica, barba talebana e capello rasato. La moglie, anche lei, non più di 32-35 anni. Il costume azzurro la strizza tutta. Quando si alza per accompagnare la briciola in riva al mare, vedo quanto il junk food possa danneggiare un corpo. Fatica a camminare, le cosce fanno attrito l’una contro l’altra. Anche il marito fatica, ma lui più per pigrizia. Dal broncio che porta capisco che la domenica in spiaggia è stata un’idea della moglie. Lui vorrebbe piuttosto annegare in un divano di patatine e Playstation, salvato, di tanto in tanto, dalle notizie sportive. Invece si è scarrozzato borsa-frigo, sedie, giochi, e tutto l’armamentario da spiaggia davanti al quale siamo tutti uguali — italiani, americani, francesi, tedeschi, forse gli unici a fare eccezione sono gli svedesi perché l’IKEA permette loro di montarsi la casa in spiaggia.
Più tristezza di tutti, comunque, me la fa un gruppo di latine, dietro la famiglia afroamericana. Radio con “Despacito” e sim., una pizza gigante in mezzo al lenzuolo — gli asciugamani sono troppo piccoli e siamo pur sempre in America, dove la grandezza è tutto. Sono le 3:30 pm, quindi suppongo che la pizza sia da considerarsi l’ammazzacaffé?
Anche sui loro corpi il junk food ha scritto un verdetto difficilmente emendabile. Ma non è una questione di peso. Sono truccate in maniera molto vistosa, passano il tempo a mettersi in posa per il fuoco di fila di selfie che si sparano a vicenda, mentre flirtano con l’unico maschio — sicuramente alfa — del gruppo. C’è qualcosa che aleggia sopra di loro. L’urgenza di espletare bisogni fisici, pratici — mangiare, bighellonare, cuccare. La mancanza assoluta di visioni alt(r)e è presente più di una presenza.

In mare, davanti a me, ho il prototipo della donna che tutte le donne dovrebbero avere la possibilità di diventare. Libera, selvaggia e se stessa. Dietro di me, ho quello che le donne non dovrebbero più voler diventare. Brutte copie di modelli con cui i media ingozzano e inquinano i loro sogni.
Mi trovo esattamente in mezzo a questi due estremi. Gli occhi guardano avanti, ma c’è una mano che tira indietro.
NYC è anche questo.

…E questa settimana è stata la settimana del Village East Cinema, nel Lower East Side, una sala che per la mia sopravvivenza non abusa dell’aria condizionata come qualsiasi luogo pubblico — metro compresa — in questa città. Fra le “cose su cui NYC deve lavorare”, sicuramente il rapporto malato con il condizionamento dell’aria.
Parte del mio ferragosto è trascorsa a “Dunkirk”, grazie a un Christopher Nolan che si è dimostrato il grande regista che è. L’abbiamo ammirato sin da “Memento”, passando per la trilogia di Batman, “Insomnia”, “The Prestige”, “Inception” — quando le architetture cerebrali sfiorano il lisergico. Gli abbiamo perdonato “Interstellar” — proprio non lo digerisco. “Dunkirk” diventerà uno spartiacque nella storia del cinema bellico. Così come c’è un prima “Salvate il soldato Ryan” e un dopo “Salvate il Soldato Ryan”, ci sarà un prima “Dunkirk” e un dopo “Dunkirk”. Se il film di Spielberg aveva svelato il lato umano della guerra — il sangue, i corpi dilaniati, il dolore fisico — così come mai era stato mostrato prima, il film di Nolan accende si concentra sul tempo. Perché la guerra sovverte e perverte tutto, a partire dalla percezione del tempo. Specie se siete 400.000 soldati inglesi ritiratisi sulle spiagge francesi di Dunquerke, dopo la prima grande offensiva lanciata dalla Germania nazista. 400.000 soldati in attesa di essere evacuati, di attraversare la Manica e tornare in patria.

“Dunkirk” racconta i fatti avvenuti durante l’evacuazione dalla cittadina francese, fra il 27 maggio e il 4 giugno del 1940. Con i tedeschi a impedire l’impresa, ovviamente. Dire che “Dunkirk” racconta, è inesatto. “Dunkirk” architetta tre spazi-sequenze, “Il molo”, “Il mare”, “Il cielo”, in cui ambienta tre storie che finiscono per sovrapporsi. Tommy è un soldato inglese che sopravvive all’attacco dei tedeschi e cerca in ogni modo di raggiungere un’imbarcazione che lo riporti in Inghilterra. Nel frattempo, per riportare in patria i soldati, la Royal Navy ordina ai civili proprietari di barche di qualsiasi tipo di dirigersi a Dunkerque e di caricare quanti più soldati possibile. Mr. Dawson accetta e parte con il figlio e un amico del figlio con la sua barca. In cielo, un duo di piloti tipo Goose e Maverick (!!), cercano di dare una mano come possono. Uno dei due viene affondato mentre l’altro, Farrier, prosegue il volo e arriva sopra Dunkerque, dove è in corso l’evacuazione a bordo delle navi civili sotto il continuo attacco degli aerei tedeschi. Farrier riesce a colpire uno degli aerei, salvando così le truppe alleate e le navi… Però finisce il carburante e lui, be’… ma non faccio spoiler.

Il film è tutto di corsa, perché così storicamente fu. Una corsa contro il tempo. Ovviamente lo spettatore rimane con il fiato sospeso tutto dall’inizio alla fine. Primo perché non ricorda esattamente quell’episodio della Seconda Guerra Mondiale — oppure magari lo ricorda, molto più decorosamente della pessima sottoscritta. E secondo perché quello è esattamente l’effetto ricercato da Nolan. Non già la pietas, l’empatia, ricercata da Spielberg o da Malick in “La sottile linea rossa”. Quanto piuttosto l’angoscia di non farcela, di non correre abbastanza veloce — come Tommy quando scappa dai proiettili tedeschi — oppure di non riuscire a prendere quella scialuppa, quella nave che ti porterà a casa, o di non nuotare abbastanza bene e riemergere a galla dopo che un sottomarino ha fatto saltare la pancia dell’imbarcazione in cui ti trovi.
Nolan costruisce una macchina claustrofobica nella quale rinchiude non solo i suoi protagonisti, i 400.000 soldati inglesi spiaggiati, ma noi tutti. Si serve di una colonna sonora che fa un uso oculatissimo del silenzio, dei bassi e di parti stridenti, quasi cacofoniche nei momenti di massima tensione, per poi virare nel melodico quando la situazione si sta per sciogliere.
E’ un “bring-the-boys-back-home” movie, quindi c’è una componente emotiva forte, che tuttavia, a parte il finale, esce fuori con misura e compostezza. Mi riferisco al fotogramma in cui il capitano britannico interpretato da Kenneth Branagh, si commuove, vedendo arrivare sulle spiagge di Dunquerke centinaia di barche civili inglesi di ogni dimensione e foggia. “Riesco a vederla…. Casa”, sussurra. Quel fotogramma gli varrà l’Oscar, perché passare dalle nubi di morte che gli hanno oscurato il viso fino a quel momento, alla luce, al sereno, alla speranza, alla vita, vale certamente una statuetta.
E quanto all’emotività. Questo genere di film mi solleva sempre un dubbio. Ma i tedeschi di oggi, vedendo tutto ciò, come si sentiranno? Perfettamente a loro agio, tanto il passato è passato e loro non portano sulle spalle le colpe dei loro padri? Oppure a disagio, a vedersi come i nemici, i cattivi, quelli da cui bisogna disperatamente fuggire? Magari questo dubbio è fuori luogo, ma io ci penso ogni volta che mi capita un film sulla Seconda Guerra Mondiale.

Visivamente, “Dunkirk” è uno spettacolo di quelli che si vedono di rado. Niente effetti speciali cheap, niente computer grafica, “solo” tecnologia Imax per assicurare la massima verosimiglianza delle scene — leggo da Wikipedia “IMAX è un sistema di proiezione che ha la capacità di mostrare immagini e video con una grandezza e una risoluzione molto superiore rispetto ai sistemi di proiezione convenzionali”. E caspita se ci riesce! Tutto è estremamente realistico. La scena in cui la nave viene colpita da un razzo sottomarino vi fa tremare i polsi per mezz’ora. E lo stesso dicasi per le scene sott’acqua, per le cabrate dello Spitfire in cielo, per l’incendio che si scatena in mare quando il petrolio fuoriuscito dalla nave prende fuoco, e gli uomini con lui.
Eppure dicevo, non una goccia di sangue. Niente pancia. Niente Melgibsonate alla “Hacksaw Ridge”… Siamo dentro la scena e non grazie al 3D, o a questo IMAX, ma grazie alla maestria di un regista-architetto che taglia, monta, costruisce le singole scene con l’idea di fare dello spettatore il centro della scena. Questo, capirete, non solo crea quell’effetto claustrofobico di cui vi parlavo, ma anche di correre contro il tempo.
Nolan vuole lasciare il segno. E ha capito che membra d’uomini, moncherini e facce scoppiate forse lì per lì impressionano, ma non s’imprimono nella memoria. Siamo troppo abituati, oggi, alla pornografia della barbarie: l’orrore ci viene sbattuto in faccia continuamente, in tv, su youtube, ovunque. Dalla barbarie bisogna derivare delle icone. E’ soltanto attraverso di esse, che fissiamo un’esperienza nel nostro archivio personale a lungo termine. La potenza metaforica di una spiaggia con sopra una distesa di elmi riversi vale più di qualsiasi corpo smembrato. Non dimentichiamo quanto scalpore fecero, nel 2009, le immagini delle bare ricoperte dalle bandiere americane con i corpi dei marines morti durante la “lotta al terrorismo” in Medio Oriente. Abbiamo sempre bisogno dell’allegoria se vogliamo tenere in pugno l’immaginario collettivo. Le religioni lo sanno sin dalla notte dei tempi. Anche la poesia, ovviamente.

Piace del film di Nolan, anche la storia del sopravvissuto. Tommy è una specie di Oliver Twist a cui ne capitano di tutti i colori, ma che alla fine, riesce ad arrivare in patria. Piace anche la meticolosità psicologica con cui costruisce le azioni e i pochissimi dialoghi — quello che accade sulla barca di Mr Dawson con i due ragazzi è un film-nel-film. Piace, infine, imparare qualcosa di nuovo, storicamente, emotivamente, personalmente, umanamente. Quando il cinema fa tutto questo, be’, possiamo dirci ben più che soddisfatti.
E se un film di guerra ha conquistato me, da sempre recalcitrante al genere bellico, voi, my Moviers, belli, ribelli e bellici, non potete assolutamente perdervelo. In Italia esce il 30 agosto.

E anche per oggi è tutto. Governors Island, la prossima settimana… E i movies outdoors, naturalmente 😉

Il Frunyc è qui. I titoli delle foto arriveranno prima o poi… 🙂

Vi ringrazio dell’attenzione e vi mando dei saluti, balnearmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 334 from NEW YORK CITY – commenta COLUMBUS

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Finalmente Fellows,

Sono a casa. 🙂
A riprova che la casa è il posto che ti chiama in un certo momento della vita, NON quello che l’anagrafe ti scrive sulla carta d’identità. Casa è quello che scegli di vedere fuori dalla finestra. La strada che vuoi camminare sotto i piedi.
Non è stato facile, l’esilio verde. Per quanto tutti abbiano/abbiate fatto di tutto per rendermelo meno penoso possibile. Angels, you are!
La questione, con il Trentino, nasce da come lo descrivo. Mi viene in mente un aggettivo molto British. “Dainty”. Il Trentino è dainty. Altre cose dainty sono il divano Luigi XV della zia ricca. Oppure il suo servizio di Limoges.
“Grazioso”. Io non voglio paragonare casa mia a un divano o a un servizio. Per quanto di Limoges.

Non è stato facile, dicevo. Ma cos’è mai facile? Nemmeno il rientro a NYC lo è stato. Complice una passione travolgente scoppiata tra il mignolo del mio piede destro e una delle mie due valige. Una love story impossibile come quella tra l’elefante e la farfalla di Zarrillo. Avrei mai potuto opporre resistenza? Certo che no. Questo però ha determinato la mia condizione di zoppa. E NYC non è una città in cui puoi startene a casa con due cuscini sotto il piede a giocare a Sudoku aspettando che 4-6 settimane (!!) passino e il tuo dito ritorni quello di un tempo.
Allora ci si compra una bicicletta.
Già quando ero qui in inverno, ero stata tentata. Vedere i newyorkesi sfrecciare sulle bici da corsa vintage — vintage davvero, vecchie 20 anni o più — con la borsa del pc a mo’ di faretra sulla schiena, il caschetto in testa, e una velocità spaventosa tutt’intorno, mi avevano fatto sognare “Flashdance”, what a feeling. Poi però il freddo ilare — come altro vuoi chiamarlo? — dell’inverno newyorkese mi ha fatto scendere dai pedali dell’immaginazione e tornare con i piedi per terra.
Ora però siamo in estate. E l’estate calza a pennello a NYC. Harlem ha gli idranti come quelli di Brooklyn, come quelli dei film di Sergio Leone. Quelli che i ragazzini, dal 1950 al 2.0, aprono per schizzarsi e trovare un po’ di refrigerio, e di fun. E con il caldo i campetti da basket sono sempre pieni di basketballers che giocano. La gente è per strada. I parchi e gli spazi verdi pullulano tutti di musica, libri, racchettoni, cestini da picnic, sandali tolti accanto a piedi nudi. Tutta questa vita outdoors forse anche perché il caldo non è così torrido come ci si aspetterebbe. Sembra giugno. Notti fresche, giornate ventilate. I department store con l’aria condizionata, per una volta, non sono la terra promessa.
Allora non posso proprio starmene in casa con questo bendidio fuori. Allora Craigslist. Allora bici di seconda mano.
Rispondo a un annuncio. Danelle, Lower East Side. Dalla foto la bici sembra in ottimo stato, e di un modello che mi fa capire che questa ragazza potrebbe essere una che se ne intende. La immagino sulla trentina, super fit, intellectual quanto il Lower East Side prescrive. Cazzuta anche. Ma non incazzata come le donne che abitano nel Financial District e che potrebbero freddarti anche solo con l’idea di uno sguardo.
“Nel mio building gli ospiti devono essere annunciati. Ho avvisato la portiera. Quando arrivi basta che dici che sei Sara per la bici”.
Skinny, intellectual, cazzuta, e con un building un po’ posh. Parto alla volta di East 2nd Avenue con una curiosità vorace.
Quando arrivo e la portiera chiama Danelle perché c’è Sara per la bici, ecco che mi vedo arrivare 110 kg di carboidrati strizzati in un corpo poco più che ventenne. Sopra i brufoli spuntano degli occhiali, e da sotto una voce, che risponde ai miei complimenti per il buono stato in cui la trovo — la bici, non lei.
“Non la uso più”, mi spiega.
Ricaccio indietro il “Ma dai?? Non avrei mai detto” più clamoroso della storia, perché l’obbiettivo è quello di salvare questa povera bici dai 110 kg che l’hanno piagata — piEgata? — nella sua vita da soma. Pago, ringrazio più volte di un giapponese riconoscente e volo via. Taglio tutta Manhattan, prima in orizzontale — Lower East Side, Chinatown, Tribeca. E davvero per sopravvivere hai bisogno di occhi frontali, laterali e anteriori per non soccombere al traffico, specie a Chinatown. Se ti procuri anche delle vibrisse feline, e padroneggi pure il sensoriale, anche meglio.
Poi fendo in verticale, West Village, Meatpacking District, Chelsea, Hell’s Kitchen, Upper West Side, Harlem. Lungo l’Hudson, sulla bella ciclabile che costeggia tutta Manhattan, Battery Park fin su e su e su oltre la 180esima. La bici fa dei rumorini un po’ strani. Ma in fondo l’ho pagata 50 dollari e per tutta la vita da soma ha scarrozzato in giro 110 kg, cosa pretendo?
Una volta arrivata a destinazione, lo sbaglio colossale. La lego con un lucchetto da cartoni animati. In attesa di trovare l’armamentario bellico con cui qui le bici si difendono dalla microcriminalità ho comprato un lucchetto che dice “sono lo zimbello dei lucchetti, fammi fuori ti prego”. E così, dopo un po’, ripasso nel vicoletto in cui avevo “legato” la bici, e trovo il nulla. Anche l’idea di parcheggiare in uno spazio sul retro del mio palazzo non è stata felice. Ma si sa, col senno di poi siamo tutti Einstein.
Ci rimango un po’ male, ma rido. Trento ha impiegato tre anni a rubarmi la mia amatissima Angel. NYC ha impiegato tre ore. Non c’è molto altro da aggiungere.

Non demordo e il giorno dopo ribatto al tappeto Craigslist. Rispondo a un annuncio di un tale Henry, profondo Brooklyn. Talmente profondo che Coney Island è a una manciata di fermate di metro.
Sotto la maglia unta Henry nasconde un’anguria, oppure una pancia di perfezione giottesca. Ha una sessantina d’anni, o forse cinquanta, portati gran male. Le mani sporche di grasso, le unghie lunghe — esiste abbinamento più abominevole? — la pelata davanti con i capelli lunghi sul retro. Unto di usi e costumi. Il commento sulle mie braghette corte gli vale il soprannome Henry-the-Slimy.
Accanto a lui, una di quelle station wagon squadrate dei film anni ’80, piena zeppa di articoli per biciclette. Sopra, sul tettuccio, un numero imprecisato di scheletri di biciclette. “A volte capita che trovi dei telai a cui hanno rubato le ruote…”, butta lì, vedendo che fisso in maniera troppo fissa quel cimitero ambulante.
Crederà davvero che io mi beva la versione del buon samaritano che salva gli scheletri abbandonati delle bici e trova loro delle case nuove?
La bici, e le altre che mi propone, sono in condizioni pietose. Il trucco è pubblicare in rete le foto delle bici nuove, e poi far trovare lo stesso modello, ma usato strausato. Mentre maledico me stessa per la mia ingenuità — n’antra volta — Henry-the-Slimy mi confessa di lavorare, a tempo perso, alla stesura di un action movie.
Dunque. Io sono davanti a questo lestofante di Midwood, Brooklyn, stimando il tempo che mi ci vorrà per togliermi tutto lo sporco che dalle manopole della bici si è trasferito sui miei palmi dopo aver provato una carcassa su due ruote, e lui mi parla delle sue velleità da regista. New York è così. Non sei mai una cosa sola. Impiegato, cassiere, lestofante. Sei anche quello che vorresti essere. La proiezione del tuo desiderio.
“Non c’è problema se pensi che non sia la bici che fa per te”, commenta, vedendomi scettica.
Grazie, Henry. La tua perspicacia è seconda solo al livello del tuo unto.

La ricerca continua e mi porta nel Queens. Jesus, originario del Messico, e sua moglie si stanno per trasferire in UK.
“Anche dopo la Brexit??” sbotto senza aver attaccato il cervello alla presa.
A volte la mia lingua è più veloce persino dei ladri di biciclette di Harlem.
Vorrei rimangiarmi la Brexit, ma non potendolo fare, viro sullo specifico geografico.
“Dove, per l’esattezza?”.
“Canterbury”.
“Ah, Chaucer!”
Il che equivale a dire “Ah Dante!” a uno che si sta per trasferire a Firenze.
Per evitare altri ignobili cliché, riparo sulla bici. Uno spettacolo. La moglie non l’ha quasi mai usata.
Jesus, di nome e di fatto, mi fa notare due minuscole viti arrugginite, e si scusa — che peraltro aveva già segnalato nell’annuncio online. Tanta trasparenza dopo la discesa agli inferi brooklyniana con la criminalità manifesta di Henry-the-Slimy, mi lascia interdetta e io vorrei dirgli che è un santo. Ma dato che lui è Jesus, e non vorrei passare per quella che demansiona, gli dico “Ma figurati, ruggine? Ma dove?!! E’ perfetta”.
Pago 60 dollari — mi ha accordato 20 dollari di sconto già via email, Jesus — e si assicura che prenda la strada giusta.
Arrivata a un certo punto non mi ritrovo. Chiedo a tre netturbini in pausa chill-out se sono giusta per Vernon Blvd. Uno di loro mi dice di sì, e aggiunge di svoltare a quel supermercato laggiù. Poi aggiunge “That makes 5 dollars”. Ride, e gli altri con lui. Io penso che nella mia Harlem mi avrebbero piuttosto invitato a fare quattro chiacchiere invece di chiedermi del denaro, anche solo per scherzo. Ma questo è il Queens, avranno altre usanze.

Il viaggio di ritorno, stavolta, è stato un filo più lungo. Percorro il Queens, Long Island City, mi fermo su Roosevelt Island, una strisciolina di terra non più larga di mezzo chilometro che si frappone fra l’Upper East Side e il Queens. Non c’è granché. Un piccolo faro, come quello rosso sotto il George Washington Bridge. E poi si può vedere il Palazzo dell’ONU da dietro. E’ strano vederlo da dietro. Sembra più indifeso, più comune.
Poi attraverso il Queensboro Bridge, che collega il Queens a Lower Manhattan, e assorbo più monossido assorbito in 30 anni di vita.
Poi Central Park e Riverside Dr, che è in assoluto una delle mie strade preferite. Tranquilla, ombreggiata. Protetta da file e file di platani. I platani sono alberi buoni, con la pelle maculata dei setter. Anche i setter sono cani buoni. Devono essere le macchie.

Sto sperimentando una doppia velocità in questi giorni. Un mignolo rotto ti fa andare pianissimo, ti fa superare anche dalle vecchiette con i deambulatori — non scherzo. Questo da un lato mi frustra, ma dall’altro mi fa assorbire la città. Cogli dettagli che non cogli camminando a passo spedito regolare. D’altro canto la bici ti fa andare veloce. Viaggiando su due ruote i tempi si riducono e anche gli spazi. Incontri ogni sorta di fenomeni, con ogni sorta di mezzo. E puoi usare lo strumento più intelligente in dotazione a una bici: il campanello. Trillo a tutto spiano per avvertire che arrivo, e sul ponte di Brooklyn, mi diverto un sacco a fare quella del posto che rimbrotta i turisti distratti che camminano nella corsia per le bici.
“Watch out! Bike lane!!”. Strillo, bitchy che più bitchy (bici!) non si può.

Nelle prossime settimane mi prometto di parlarvi di Governors Island e di Far Rockaway, la California newyorkese 🙂
Ma ora è ora del cine!

Ho scelto l’IFC Center nel Greenwich Village per tornare al cine. Dopo l’esilio, il Village ha un sapore dolcissimo.
Sono andata a vedere “Columbus” del regista giapponese Kogo Nada. L’ho scelto perché c’è di mezzo l’architettura. Ed è così raro, trovare un film in cui l’architettura è protagonista… Mi sono sempre chiesta il perché. Un edificio riempie, contiene, asserisce, emoziona, sconvolge. Quale miglior soggetto? Per non parlare poi degli architetti… Ci sarebbero fior fiore di biopic da girare…
A ogni modo il protagonista di “Columbus” è un famoso architetto che, di passaggio nella città di Columbus in Indiana per tenere una conferenza, viene colto da malore ed entra in coma. Jin, il figlio, arriva dalla Corea per assisterlo. Il rapporto fra i due, intuiamo, è sempre stato difficoltoso: c’è del rancore da parte di Jin. Forse anche della rabbia. Ma non tutto il male viene per nuocere. A Columbus Jin stringe amicizia con Casey, una ragazza che lavora in biblioteca e ama gli edifici progettati dal padre di Jin. Casey si trova in un punto sospeso della sua vita. Fa da madre alla madre — ex tossica e frequentatrice patentata di uomini sbagliati — e posticipa il momento in cui andarsene per vivere la sua vita.
Non succede granché nel film — e questo è ottimo. Tutto converge in certi dialoghi ben articolati, in cui Jin e Casey ragionano di architettura, di rapporti e di vita. Non è la solita coppia che speri si formi. Lo spettatore non è interessato a quello, perché il regista non era interessato a quello. Casey e Jin sono due esseri umani che si trovano in uno stallo. Come se l’ingranaggio della vita si fosse inceppato e avesse bisogno di un attimo di tempo e di attenzioni per rimettersi a funzionare. Alla fine Casey prenderà la sua decisione e reciderà il cordone ombelicale. Jin, avendo ripercorso insieme a Casey i fondamenti della poetica architettonica del padre, forse, si è rappacificato, almeno interiormente, con lui.
Anche se a un certo punto Casey si lancia in una descrizione notevole sul potere curativo, degli edifici, non è la parola, a farla da padrona, nel film. E’ l’immagine. Non necessariamente, o solamente, la fotografia. Quanto piuttosto la città di Columbus, con i suoi volumi, usciti dalle menti e dalle matite di architetti come Eero Saarinen e I.M. Pei. La macchina da presa danza intorno a queste creazioni, si sofferma su una vetrata, un ponte, una scalinata. E tutto questo ci basta. E basta ai personaggi.
“Columbus” è passato al Sundance 2017, e spero che riesca ad arrivare in Italia. I palati fini — quelli dei miei Moviers architetti in modo particolare — ringrazieranno.

E per stasera è tutto, anche se vi sommergerei di aneddoti su aneddoti…
Cercherò di tenere aggiornato il Frunyc il più possibile, per la gioia di qualcuno di voi… 🙂
Vi ringrazio sempre dell’attenzione e vi mando dei saluti, stasera, finalmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 333 commenta “LADY MACBETH”, propone “CIVILTA’ PERDUTA” e chiude per sopraggiunta estate

LET’S MOVIE 333 commenta “LADY MACBETH”, propone “CIVILTA’ PERDUTA” e chiude per sopraggiunta estate

Furia Fellows,

non so se scegliere il cavallo del West oppure quella mitologica. Sarei più vicina a un’erinni, anche per conformazione fisica. Un essere alato strepitante con le aspidi al posto dei capelli, volevo dire crauti. Oppure anche una di quelle belve in gabbia che fanno avanti indietro indietro avanti davanti alle sbarre, con lo sguardo omicida negli occhi, che dopo qualche tempo di avanti indietro indietro avanti si trasforma in occhietti da nonno all’ospizio in attesa della mela cotta, fredda.
“Giù la testa” sentenzia Sergio Leone. E tutti dovremmo dargli retta, prima o poi. Prima o poi arriva per tutti il momento di abbassare la cresta — è pur sempre Leone (!) — davanti alla vita e dire, ok, faccio come vuoi tu.
Io di solito faccio sempre come voglio io.
Dite che questo sia l’errore?
Sì, lo dico anch’io.
Allora sentite come mi punisce.
Un amico di New York mi chiede se il 28 corrente mese, per caso, io riesca a essere là.
Io mi scioglierei in un pianto prefico, ma cerco di darmi un contegno e ricorro al protocollo diplomatico. “Purtroppo temo che mi ci vorrà ancora un po’ di tempo”.
Ovviamente non ho avuto l’ardire di chiedere “cosa c’è il 28?”, perché sicuramente la risposta avrebbe spalancato uno di quegli spettacoli che solo New York può proporti — e magari anche Londra, Parigi, Berlino, ma certo non Feste-Vigiliane Trentoville…
“Ah che peccato”
(Un po’ muori sempre davanti a un “ah che peccato”, anche se si tratta solo della fine dello sconto 3×2 al supermercato).
“Avevo due biglietti per il concerto degli U2”.
(Davanti a un “avevo due biglietti per il concerto degli U2” muori sempre tutto, non un po’. Muori dalla testa ai piedi. Una di quelle morti totalizzanti, eterne, non quelle cheap alla Lazzaro, tutto pimpante fuori dal sepolcro dopo tre giorni. La morte da “Settimo sigillo”, da isola di Böklin e becchini shakespeariani).
Gli U2, per vostra informazione, fanno tappa con il Joshua Tree Tour 2017 al MetLife Stadium di East Rutherford, un posto nel Jersey sicuramente dimenticato dal Dio del Vecchio/Nuovo Testamento, ma certo non da quello del Rock.
Ora forse il dilemma tra cavallo del West ed erinni vi risulta più comprensibile.
Certo, uno può fare l’Osho della situazione. Ci saranno altre occasioni. Gli U2 torneranno ancora nello Stato di New York. E anche nel Jersey, come on.
Poi ti lasci prendere da un raptus di sconforto che traccia un parallelo con il 24 giugno del 1965.
Milano.
I Beatles.
Una volta.
Mai più.

Il mese scorso Bono ha fatto pubblicamente sapere a Trump che “non è il benvenuto al Tour. I suoi elettori sì, lui no” — la scaltra magnanimità del VOX non ha eguali. Viste le premesse fra i due — dove Bono è bravo e Donald è doh-nald — mi aspetto un Bono Ban fioccar giù dai cieli grigi dell’Immigration Office da un momento all’altro. In fondo il cantante degli U2 è irlandese. Gli irlandesi potrebbero benissimo entrare nella black list dei paesi nemici del Risiko a cui Donald pensa di giocare. Con i trascorsi d’IRA che hanno avuto — sempre incavolati, ‘sti irlandesi — un bel NO sul passaporto suonerebbe perfettamente legittimo, congettura la grande mela bacata che pulsa al posto del cervello del Presidente.
Che questa sia una delle rare volte, se non proprio l’ultima, in cui gli U2 suonano a New York, è molto plausibile come ipotesi.
La plausibilità è il parco giochi dei noiosi, ma ogni tanto va tenuta in considerazione.

Io avrei potuto addurre scuse altisonanti o sparare balle di dimensioni spaziali.
“Ah ma sai, gli U2 non sono molto il mio genere… Se proprio devo nominarti una band che vorrei ascoltare dal vivo, toh, gli Intillimani…”
“Ma dai, gli U2 ancora a piede libero? Ma non si era scoperto che i testi dei primi anni — proprio quella di Joshua Tree! — sono pieni di messaggi satanici? E non erano forse loro che organizzavano messe nere in cui sacrificavano piccoli bambini innocenti alle forze del male, invocando i Black Sabbath?”
“Ah sì gli U2, li ascoltavo a 14 anni, ma ora che ne ho quasi dieci in più (!), sono per la dodecafonia (!!)”
“U2 dici? Mmm, no, mai sentiti…”
“Idea carina, ma sono in piene Feste Vigiliane, e tra U2 e Feste Vigiliane, be’, non è che uno scelga i mangiapatate che spennano i quadrifogli…”

Vi avevo anticipato che le balle sarebbero state di dimensioni spaziali.
Così vedete, ho dovuto anche incassare la madre delle occasioni perdute, un boccone amaro da 100 kg.
Allora “Giù la testa”. Mutismo e rassegnazione.
Arriverà un giorno in cui la realtà incontrerà il desiderio e i due s’incastreranno alla perfezione, io tornerò a New York, il Bono Ban sarà abrogato, Melania potrà amare la sua guardia giurata alla luce dei diamanti by Tiffany presso cui la guardia lavora, Donald rimpiazzerà il giocattolo dell’America con un altro giocattolo — magari il Kamchatka, territorio risiko-strategico — Rihanna perderà i kg di troppo e Justin Bieber la nomea di bimbo-minkia.
Per ora no. Giù la testa. Mutismo e rassegnazione.

Ci salva, come sempre il cine. Martedì eravamo ben sei Moviers a vedere “Lady Macbeth”. Sei è un record da quando sono qui. Faccio un piccolo ballo sul mondo per questa gioia. Il WG Mat, il Nick-the-Nuts o Nightsfly o Whatever, l’Onassis JR, la gran Van della Vanilla e la Cristinacasaclima — certificata LEED. Il sesto è il Board, moi même, casomai non vi tornassero i conti.

Voi credete che “Lady Macbeth” si fermi a Shakespeare, riprendendo, e splendidamente evolvendo uno dei personaggi meglio riusciti dell’opera del Bardo. Invece, cari miei Moviers, in “Lady Macbeth” c’è Madame Bovary, Manon Lescaut, Anna Karenina, Wanda von Dunajev (“Venere in pelliccia”), Lady Chatterley. Donne della letteratura che hanno provato sulla propria pelle la narcosi della noia, il fiato sul collo dell’I-wish-I-could e dell’insoddisfazione, ovvero quello che Flaubert così meravigliosamente tradusse in atteggiamento esistenziale plasmando il bovarismo nella creatura insoddisfatta per antonomasia — Emma Bovary. Catherine è prisma nero nel quale riverberano le anime di queste donne della letteratura che hanno raccontato, nel corso dei secoli, quanto la condizione femminile soggiogata al potere patriarcale fosse destinata a sfociare nell’(auto)distruttivo, nel perverso, nel delirante.
“Lady Macbeth” è un film sulle conseguenze dell’amore mancato — vanamente cercato, idealizzato, perseguito e infine schiacciato. E’ un film su cosa voleva dire essere nate 200 anni fa, e sui 200 grazie che ho rivolto agli astri nel corso del film per avermi fatto nascere alla fine del ‘900 e avermi salvato dall’inferno ottocentesco in cui le uniche vie di fuga che una donna aveva erano la prostituzione, i voti e la follia.

Prendete la countryside inglese di fine ‘800.
Il film si apre su un primo piano della protagonista: Catherine, il velo da sposa calato sul viso come un sudario. E’ appena diciottenne ed è stata letteralmente venduta alla famiglia del proprio sposo in cambio di un pezzo di terra. Le sue giornate trascorrono nella repressione e nella noia: il marito non solo non la ama con il cuore, ma è incapace di amarla con il corpo.
Il suocero, un cerbero di pasta Scrooge, la obbliga a lunghe veglie per adempiere ai suoi doveri coniugali con il figlio, ai quali, abbiamo detto, il marito — non lei! — non è in grado di adempiere. Le è proibito uscire di casa, parlare, ridere, persino dormire in pace.
Le premesse sono fondamentali per comprendere la china che Catherine percorrerà. E infatti il regista William Oldroyd — opera prima ricordiamo, 30 anni ricordiamo anche questo — indugia molto sulla parte del prologo. I lunghi silenzi nelle stanze austere della casa immersa nella brughiera, la noia palpabile che stilla minuti pesanti come il piombo — Flaubert, in “Madame Bovary” parlava di “noia scodellata nel piatto”, per far capire quanto l’esistenza di Emma al fianco del contadinotto Charles Bovary fosse un supplizio quotidiano.
E così come Lady Chatterly trovava nel cacciatore Mellors la sua via di fuga dalla claustrofobia domestica, ed Emma Bovary in Leon, Anna Karenina in Vronsky, Catherine la trova in Sebastian, lo stalliere di casa. Una passione travolgente che li travolge, e che porterà Catherine a superare il limite… Non una volta. Due volte. Tre volte.
Senza fare troppo spoilering, diciamo che suocero, marito e un figlioccio spuntato dal nulla intralciando la sua via di fuga, e Catherine fa piazza pulita… Mostrando un autocontrollo, un gelo, da stupire Hitchcock e nemmeno l’ombra di un pentimento o di un rimorso.
Ecco cosa distingue Catherine dalla Lady Macbeth shakespeariana: se la moglie di Macbeth cade vittima del proprio senso di colpa, comincia a sfregarsi le mani convulsamente nel tentativo di lavar via il sangue degli innocenti morti a causa sua — scena eccelsa Bardo, let me tell thee — Catherine non fa una piega. E’ spietata, una macchina nazista, le vene percorse da litri di sangue freddo. E’ una stratega che, all’occorrenza sa diventare una perfetta improvvisatrice, cambiare piano in un blitz, accusare “l’amore della sia vita”, costringerlo praticamente alla forca, e salvare se stessa. Quella di Oldroyd — del romanziere russo Leskov prima di lui, al cui romanzo Lady Macbeth del distretto di Mcensk il film s’ispira — è una Lady Macbeth portata all’ennesima potenza, una sua discendente geneticamente modificata. RoboCop, se vi piacciono i paragoni robotici.

Ma come fa a piacerti un personaggio del genere, Board?
Qui servono gli anni di film visti e di sano distacco dal materiale che state guardando. E’ ovvio che tutti noi si condanna la violenza, gli omicidi, gli infanticidi, la mancanza di pietas e l’esubero di hybris — Catherine, per certi aspetti, è una figura nietzschiano-wagneriana per la carica dionisiaca che la spinge verso l’appagamento delle proprie ctonie (ctonie??) pulsioni. Ma noi non siamo interessati all’ovvio. E nemmeno il regista.
Ci troviamo davanti a un personaggio che, nella sua folle lucidità, è coerente fino alla fine. Questo non significa che dobbiamo diventare come lei. L’apprezzamento verso i modi in cui un personaggio reagisce agli accadimenti che gli capitano non va confusa con mitomania.
Perché una donna così spicca tre metri sopra il cielo fra le tante banali Fortunate mazzantiniane? Perché è tutto quello che una donna non poteva essere. Spavalda e sfacciata — splendida la scena in cui Catherine si presenta ubriaca a cena dopo essersi scolata tutto il vino preferito del suocero, lasciando ricadere la colpa sulla domestica Anna — ghiottissima di piaceri della carne, ardita fino al punto di macchiarsi le mani di tre delitti pur di realizzare il suo sogno di libertà. E alla fine l’amore che lei dice di provare per Sebastian, in realtà, non è amore. E’ fare ciò che ha voglia di fare, in una parola, libertà, in questo caso recante due ali nere: la versione perversa della libertà.
E non dimentichiamo che Sebastian la tradisce: troppo debole e meschino, lui, per vivere con il senso di colpa di tre morti sul groppone. Cede e spiffera tutto. Lei, che invece sì, pur di realizzare l’idea del loro sogno d’amore, è disposta a tacere e mentire e sporcarsi la coscienza, lei non accetta un simile comportamento. Se tu Sebastian non hai la spina dorsale per custodire un segreto che ci permetterebbe di stare insieme, io infilo la tuta di Black Mamba e mi trasformo in Lady Vendetta. E te la faccio pagare. Questo, in sunto, il Catherine-pensiero.
Again, lo spettatore non è chiamato a giudicare i misfatti di Catherine, ma a studiarne le cause e osservarne gli esiti. Per questo “Lady Macbeth” si guadagna tutta quanta la mia stima: pur proponendomi la figura di una donna che tende alla libertà e all’indipendenza — un’eroina, diremo — è un romanzo di deformazione nel quale il soggetto decresce, scrive da solo la propria fine.
Non ci è dato sapere come sarà la sua vita. Possiamo supporlo. Di certo sarà in nome dell’immobilità. La stessa che opprimeva Catherine all’inizio del film, chiude il film, rinserrandola visivamente nell’immagine fissa che il regista adotta nella prima parte per trasmettere la costrizione e la stasi che caratterizzavano la sua vita pre-Sebastian. Quando nella sua vita entra l’azione, ovvero l’amore, la passione, la violenza, emozioni che Catherine vive al parossismo — date da mangiare a un affamato e si strafogherà fino a star male — la sua vita si muove, e con essa la cinepresa del regista, attraverso riprese con macchina a mano. Dopo i tre delitti, il destino della sua vita ripiomba nell’inazione, il peggior destino che possa capitarle, la punizione più grande.
Credo sia uno dei finali— terribilmente hanekiano, terribilmente bergmaniano! — migliori degli ultimi anni.
Fermo immagine su Catherine, impassibile.
E poi buio.
Bam.
Board conquistato.

A proposito delle immagini. “Lady Macbeth” è un piccolo spettacolo formale, rigoroso e asciutto come la vita monacale che dovrebbe vivere la protagonista. Il regista infila un tableau vivant dietro l’altro, una natura morta dietro l’altra, ricorrendo, molto furbescamente a tinte e consistenze cromatiche che rimandano alla pittura fiamminga — il blu di Prussia del vestito di Catherine, il giallo senape dei divani, il noce scuro del mobilio — restituendoci l’idea di una vita artefatta, congelata in una rappresentazione più che vissuta veramente. Catherine vive una vita immobilizzata dentro una natura morta. Ve l’immaginate abitare una tela come “I coniugi Arnolfini” senza un briciolo di vita, di amore?
In tutto questo, Oldroyd sforna scene di una violenza fisica e psicologica a livelli kubrickiani. Domestiche trattate come animali, catturate, derise e molestate non solo dal gruppo di braccianti che lavorano nella tenuta, ma anche da Catherine stessa, che condurrà la povera Anna alla follia — e presumibilmente alla forca. Per non parlare del trattamento di cui è oggetto Catherine — diciamo “oggetto” non a caso — prima che scatti la ribellione.
L’‘800 è stato un secondo Medioevo per la donna. Si ha quest’idea romantica della fanciulla che vive fra gli agi delle famiglie benestanti, in grandi magioni, servite e riverite. In realtà vivevano da recluse in gabbia. La gabbia poteva essere d’oro zecchino, ma era una gabbia a tutti gli effetti, fisica e psichica. L’‘800 è il secolo della depressione, dell’“isteria”: così venivano chiamati i crolli nervosi femminili.
Oldroyd ci mostra un personaggio che reagisce a un destino da in-ferma. I modi che Catherine adotta sono quelli che ha introiettato subendo un’esistenza ai limiti dell’animalità — togliete la parola a qualcuno e di lui farete un animale. Le sue scelte la portano nella direzione opposta alla vera libertà, le offrono invece una libertà effimera e, infine, artefatta tanto quanto quella in cui aveva vissuto prima. Ma questo è il suo percorso: e se non altro ha avuto, anzi si è presa, una chance. Al giovane regista, il merito di aver guardato dentro l’esistenza di una donna, aver raccontato la discesa agli inferi che la sua coscienza compie, restituendoci un film magnificamente disturbante, gotico, che lusinga l’horror ma non è un horror, così come non è propriamente un thriller o noir, pur ruotando in mondi oscuri, e ci regala — magnanimo Oldroyd — il ritratto di una donna che, per quanto mi riguarda, finisce nella galleria dei personaggi femminili a cui guardo con profondo affetto cinematografico, tra cui ovviamente spiccano la già citata Black Mamba, la Katy Bates di Misery che non deve assolutamente morire, Harley Quinn di “Suicide Squad”, Cat Woman in “Batman”, Maleficient (un’Angelina Jolie inarrivabile), Glenn Close in “Attrazione fatale” (ve la ricordate, la matta per amore?!), la Venere in pelliccia di “Venere in pelliccia” di Polanski… E poi, be’, poi continuo a pensarci…
Non vi perdete questo piccolo capolavoro estivo!

E per l’ultimo Lez Muvi prima della chiusura estiva andiamo sull’avventuroso

CIVILTÀ PERDUTA
di James Gray
USA, 2017, ‘141
Lunedì 26/Monday 26
Ore 19:30/7:30 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Variety lo ha inserito fra le pellicole più belle del 2017, e da quanto ho capito non ha nulla a che fara con “Indiana Jones”… è più un “Apocalypse Now” che riflette sulle pericolose derive psicologiche a cui l’esplorazione/scoperta/conquista di nuovi territori può portare.

Chiudiamo così la stagione.
Se ne sarà aperta un’altra, spero sia da casa mia ad Harlem, con New York City tutt’intorno.

Dev’esserci stato un momento di sconforto in cui Napoleone pensava che l’Elba sarebbe stato il suo futuro. A volte è un incubo a occhi aperti che vivo anch’io nei confronti del mio esilio verde.
Fortunatamente dura poco. Il mondo è tutt’una meta aperta. Gli aerei non smetteranno mai di volare né i piedi d’infilare passi e ricamare nuove strade.
E questa è la certezza che mi dà la resilienza necessaria per sopravvivere qui.
E ora basta drammi!
Godetevi l’estate, Fellows. Vi ho amato e vi amo alla follia, come una Catherine ma senza istinti omicidi. La virulenza, sappiatelo, è la medesima.
E se per caso passerà tempo prima che ritroviate Let’s Movie, pazientate. Un giorno o l’altro forse rispunterà sul vostro cammino quotidiano — sa più di minaccia che di promessa 🙂

Nel Maelstrom potete trovare gli appuntamenti al “Cinema Sotto le Stelle”, presso il cortile delle Crispi — finalmente è uscito.

E ora Fellows, angurie, olio di cocco, sorrisi, e soprattutto e sempre MARE, che di monti ne abbiamo piene le p… pupille… 😉

Ringraziamenti tanti, e saluti, stasera, irosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM“This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Eccolo qui, il Cinema in Cortile 2017

CIVILTA’ PERDUTA: Civiltà Perduta, tratto dal bestseller “Z la città perduta” di David Grann, racconta l’incredibile storia, basata su fatti realmente accaduti, di un esploratore Percy Fawcett che negli anni ’20 scomparve nel cuore delle giungle amazzoniche. Siamo nel 1925, il leggendario esploratore britannico Percy Fawcett si avventura in Amazzonia, alla ricerca di un’antica civiltà, lo splendente regno di El Dorado, con lo scopo di fare una delle scoperte più importanti della storia. Dopo aver catturato l’attenzione di milioni di persone in tutto il mondo, Fawcett s’imbarca insieme al figlio, determinato a provare che quest’antica civiltà, da lui rinominata Z, esiste. Ma la spedizione scompare poi nel nulla. Il film è anche La storia di un sogno che si trasforma in ossessione, quella di un uomo che affronta avversità inimmaginabili, lo scetticismo della comunità scientifica, spaventosi tradimenti e anni di lontananza dalla propria famiglia. Un’ossessione alimentata dalla passione, che cambierà per sempre la vita di questo coraggioso esploratore spintosi forse troppo oltre i limiti del consentito e del conosciuto.

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LET’S MOVIE 332 – commenta WONDER WOMAN e propone LADY MACBETH

LET’S MOVIE 332 – commenta WONDER WOMAN e propone LADY MACBETH

Farneticando Fellows

tra i gradi lievitati di questa settimana e il compleanno di quello che forse sta impedendo al mio visto di essere approvato — i festeggiamenti non l’avranno tenuto impegnato fuor di Casa Bianca e portato in quel luogo da cafonal animato che è Mar-a-lago (Mar-a-lago)??
Tra il languire di questo esilio in cui l’unico mare è quello di nostalgia che pulsa come un cuore dentro a ogni cosa che faccio e dico. Tra le notizie che mi scivolano tra le mani senza rimanervi attaccate, tra canzoni techno per dodicenni che uniscono un tal Rovazzi (ma chi è Rovazzi??) a Gianni Morandi (Morandi lo conosco, ma non lo riconosco), c’è un piccolo evento che ha avuto il potere di farmi guardare alla Città degli Angeli, con un misto di benevolenza nei suoi riguardi che mi è assai estranea.
Di recente, in un articolo che ho scritto su di lei, Los Angeles, così l’ho descritta: “Per me è, e rimarrà sempre, una di quelle donne sfatte, un tempo avvenenti, ma ora sfiorite, che mantengono un vago ricordo di quella bellezza perduta, ma che si sono lasciate andare all’eccesso, al vizio, e ora siedono languide su un letto di un motel, in attesa”.
Per quanto i mesi che vissi lì siano tinti d’oro nella mia memoria, non ne ho mai fatto un newyork, dove “newyork” sta per “luogo leggendario — spesso associato al paradiso terrestre o all’Eden — situato al di là del mondo conosciuto, in cui i bisogni materiali sono appagati e gli esseri umani vivono in pace tra loro godendo della vita” 🙂
Los Angeles è tutt’altro. Pigra, lenta, sciatta.
Eppure qualche giorno fa mi stupisce anche lei con un omaggio che credo non sia piaciuto solo a me, ma a tutti gli amanti del cinema e della fantasia in generale. Il 9 giugno è venuto a mancare Adam West.
Adam West, per chi non lo sapesse, era l’attore che interpretava Batman nella serie televisiva di fine anni ’60. Prima di Christopher Nolan, Tim Burton e tutti i registi che si sono cimentati con il Cavaliere Oscuro di cui tutti siamo innamorati (se non ami Batman, allora non ami Gandhi, i cuccioli di foca bianca al Polo e Re Giorgio Armani), fu questa serie televisiva che ce lo rese familiare. Certo, ce lo rese anche assai buffo. Ricorderete la tuta 100% polyestere color galeazzociano che ricordava molto le calzemaglia del Mago Zurlì. Oppure le scene di lotta sostituite da vignette violence-free come “KAPOW”, “BAM”, “WHAAMM” che, attraverso un’ellissi tutta grafica, aggiravano, con garbo e innocenza, la brutalità sullo schermo. Ricorderete anche Robin, che più che un Robin era un omino della Playmobil, un elfo mancato di Babbo Natale.
Eppure quella serie televisiva segnò e fece la storia. A Los Angeles, se ne sono resi conto e sapete cos’hanno fatto? Hanno raccolto una gran folla davanti alla City Hall, il municipio di L.A., area Downtown, e il sindaco, Eric Garcetti, insieme al Capo della Polizia, Charlie Beck, hanno acceso il Bat-segnale! L’ovale con il pipistrello stilizzato a grandezza XXL sulla facciata della City Hall.
Questo il comunicato stampa ufficiale: “La leggendaria star della serie tv classica Batman, trasmessa dal 1966 al 1968, è scomparsa venerdì 9 giugno all’età di 88 anni. In ricordo dell’indimenticabile ritratto del Cavaliere Oscuro fornito da West, il Sindaco Garcetti e il Capo Beck accenderanno l’iconico Bat-segnale, che verrà proiettato sulla torre del Los Angeles City Hall a Spring Street. I fan di Batman sono invitati a indossare le loro Bat-tute in onore del ruolo di West.”

A parte che avrei dato un bat-visto per vedere quante Bat-tute sono accorse in omaggio al Cavaliere Oscuro…
Da un lato, qualche cinico europeo dalla lingua biforcuta, potrà anche ridere di questa cerimonia. A me ha letteralmente spalancato il cuore. Sarà che per me Gotham City è un’altra città dalla Piazza dei Tempi e dal Parco Centrale…
Io penso che un gesto del genere equivalga a dire: fermiamoci un attimo, crediamo in quello che sembra incredibile e rendiamolo cosa comune e collettiva. Ecco, per me, un’iniziativa così, ha più valore di mille concerti del Primo Maggio, parate del 2 Giungo, finali di Champions. E’ ricordare che la fantasia è un elemento quotidiano, che vive fuori dal cinema, dalla televisione e dai libri. Che è fra noi.
Spero che le madri abbiano travestito quanti più figli e figliE possibili, e cha li abbiano portati in Spring Street, a vedere il Sindaco e il capo dei cops chiamare Batman.
Spero anche che Batman l’abbia visto.

Sarebbe stato bello che New York avesse sposato l’iniziativa. Ma dopo tutto a NYC non serviva.
Los Angeles può diventare Gotham City per una notte. New York è sempre Gotham City. 🙂
Non so dirvi quante sono le volte in cui, passando per una strada meno battuta, oppure semplicemente alzando gli occhi sui grattacieli, quando certa nebbia si mescola alle luci della notte, quante volte io abbia pensato, e anche detto — sì, ad alta voce — “sei proprio Gotham”.
Come non voler vivere nella città che ti ricorda la fantasia ogni singolo giorno che la vivi?

E l’evento mi permette di collegarmi al Lez Muvi che noi Moviers, ligi ligi, siamo stati a vedere lunedì. “Wonder Woman” di Patty Jenkins. I ligi ligi sono stati il WG Mat, il D-Bridge e la Modenella, anche detta Skianto. 🙂
Non sia mai che io insabbi della discordia — Omero ci costruì sopra un’intera epica, e io che faccio, la insabbio??
Il D-Bridge ha incontrato delle difficoltà nei confronti del film.
Riformulo. Il D-Bridge l’ha trovato poco in linea con il suo gusto personale.
Ri-riformulo. Il D-Bridge l’ha considerato il film più brutto di sempre, o di mai. “Brutto” è un aggettivo a cui sono molto legata perché ti riporta all’infanzia, quando lo usavi a mo’ di sacco della spazzatura e ci infilavi dentro di tutto. Ora organizzeremo un evento “Vuota il sacco” in cui il Bridge ci spiegherà per filo e per segno tutto quello che non l’ha convinto 🙂

Tuttavia per alcuni elementi, non posso proprio dargli torto.
Su tutto, gli effetti speciali.
Ma io dico, siamo nell’era dell’iper-iper-digitale 4.0. Con gli effetti speciali siamo arrivati a un livello di raffinatezza e precisione da farti venire voglia di morire e resuscitare nelle mani di chi ha plasmato “Ex machina”, “Mogwli, il Libro della Giungla” oppure “Mad Max” — quei mondi sono più veri e credibili del vero credibile. Non parliamo poi di “Star Wars”.
Allora non è proprio accettabile che nella prima parte di “Wonder Woman” — quello il punto più dolente — ci vengano presentati dei paesaggi tra Mikonos, la Sardegna e i prati in fiore di “Maleficient” che stomacano dopo i primi quattro secondi. Tutto appare come una favola ma di quelle di bassa lega, è l’Harmony degli effetti speciali, e non vedete l’ora che il flash-back sull’infanzia di Diana (Wonder Woman) nel mondo di Themyscira, finisca.
Così come mi capita di cambiar canale televisivo per eccesso d’imbarazzo nei confronti di certi personaggi che si rendono ridicoli o che non sanno affrontare la situazione, così ho provato della gran compassione mista a vergogna per la regista e la sua squadra “Special Effects”.
Però c’è da dire che il fondo, il film, lo raschia all’inizio. Poi, in qualche modo, gli effetti speciali del film si riprendono. Sono sempre eccessivi, esagerati e imbarazzanti, ma se non altro, quell’Arcadia zuccherosa da mondo di Mio Mini Pony abitato dalle amazzoni, almeno quella, ci viene risparmiata.

Il film, nella seconda metà, si riprende anche dal punto di vista della storia. Se la prima parte è una lunga, a tratti assai barbosa ricostruzione dell’infanzia di Diana e della vita a Themyscira, la seconda parte, con Diana che affronta per la prima volta il mondo vero, si risolleva, e per me, si porta a casa la sufficienza.

Ma andiamo con ordine. Cos’è ‘sta Themyscira?
Prendete un paradiso terrestre. Arredatelo con dei faraglioni capresi, un mare caraibico, e tante, tantissime Amazzoni, che Zeus ha destinato lì per proteggerle da Ares, il dio più inkazzoso dell’Olimpo — questa è epica Fellows, anzi, è Pollon. 🙂 Queste amazzoni passano i loro giorni ad allenarsi come delle matte in una specie di capoheira a cavallo, in cui un po’ cavalcano, un po’ si menano, un po’ tirano frecce, però sempre tutto in orizzontale. E credo che quella sia la ragione di tanto allenamento. Provatevi voi a sferrare calci e pugni da sdraiati, ma per aria (!) Di Mandrake, dopotutto, ce n’è uno.
In questo Eden in cui ogni uomo vorrebbe precipitare, il fortunato si chiama Steve Trevor ed è una spia americana sfuggita all’esercito tedesco. Nel mondo vero infatti, siamo durante la Prima Guerra Mondiale, anche se io, a dire la verità pensavo che fosse ambientato durante la Seconda. Diciamo che gli sceneggiatori hanno preso un po’ dalla Prima, un po’ dalla Seconda e fatto una cosa fusion che, di questi tempi, va molto.
Diana, amazzone dal cuor di leone e dai poteri stratosferici, è convintissima che dietro questo scontro bellico ci sia Ares, e si mette in quella capatosta che si ritrova, l’idea di andare nel mondo vero ed eliminarlo. Fatto fuori Ares, no more wars in the world! La teoria di Wonder Woman non farebbe una piega, se non cozzasse con quel piccolo dettaglio che la guerra non è solo questione di Ares, ma anche dell’uomo. E’ l’uomo che sceglie, è l’uomo che porta dentro di sé la luce e la tenebra. E’ l’uomo che decide se dare ascolto al richiamo della guerra e armarsi, oppure preferire Cupido e finire in un Bacio Perugina. Wonder Woman riuscirà comunque a sgominare il nemico ergendosi sopra le trincee nemiche e a respingere proiettili e bombe grazie ai due bracciali fenomenali che tutti conoscete e a uno scudo che le serve anche come trampolino di lancio per raggiungere altezze irraggiungibili a qualsiasi scala dei pompieri.
La nostra eroina arriverà a capire che morto un Ares se ne fa un altro, proprio come il Papa, e che trafiggere il cuore al primo cattivone hitleriano di turno non serve a sconfiggere il Male. Il Male si sconfigge solo con l’Amore.
Questo il sequitur della teoria di Wonder Woman, che, va detto, ha sollevato non pochi malumori in sala.

Io dico che come tesi va bene, ma lo svolgimento no, non va affatto bene. Patty Jenkins, la regista, che si è formata su The O.C., Sex And The City, Grey’s Anatomy e Una mamma per amica, avrebbe dovuto lavorare sul modo. Non mi spiattellare lì Gandhi così. Gandhi è Gandhi! Wonder Woman deve trovare altre parole, anzi, altri fatti. E qui veniamo all’altra contraddizione in termini. Wonder Woman, che non è solo d’una bellezza da farti venir voglia di morire e rinascere per poter tornare in terra a guardarla, è anche una con delle skills al suo arco amazzonico. Sa qualcosa come 18 lingue e, a occhio e croce, è cintura nera di karatè orizzontale. Una Wonder Woman dovrebbe usare l’ingegno, come Ulisse, e non piegarsi ai modi inkazzosi di Ares. A questo, avrebbe dovuto arrivarci PRIMA, non a fine film, quando vediamo Diana in abiti borghesi, curatrice a tempo indeterminato presso il Louvre, mentre ripercorre la storia della sua vita e raggiunge questa conclusione.
Eppure in tutte le cadute di stile, in tutti i momenti che sfiorano il ridicolo e il combattimento finale che credo superi, per titanica portata, quello di Alien versus Predator — che non ho visto — nonostante tutto, io mi sono goduta il film.
E di seguito i motivi per cui “Wonder Woman” va (salva)guardata:

1. Gal Gadot. L’attrice che la interpreta. Miss Israele qualche anno fa. Una bellezza di quelle semplici ma potentissime. Occhi da cerbiatto, fisico dal giunco al giunonico — la via a cui tutte le donne ambiscono: magra ma formosa. Entra nell’inquadratura e calamita lo sguardo di tutti — personaggi, pubblico, tutti.
2. Wonder Woman non è una sciupa-maschi. Non ammicca, non seduce. E sarebbe stato facilissimo cadere nella tentazione di trasformarla in una Circe, una Cat Woman, facendole utilizzare le sue armi di distrAzione di massa, che non sono certo il lazo della verità e lo scudo che un tempo fu di Obelix… Questa Wonder Woman è innocente, una pura. Un’idealista anche. E forse, per ora, va bene così.
3. Wonder Woman è la prima eroina che raggiunge il grande schermo. Nasce nel 1941 — il 1941! — e ha dovuto aspettare il 2017 per vedersi girare un film con la sua storia. E allora ci stanno anche gli errori, le cadute di stile e le ridicolaggini. Quanti Batman abbiamo dovuto aspettare prima che Nolan ci presentasse il suo Cavaliere Oscuro? E quanti Superman sono passati, senza che nessuno, in definitiva, ci sia mai piaciuto? Quanti Uomini Ragno? Quanti Flash Gordon? Insomma, su Wonder Woman c’è da lavorarci. La domanda è, perché non è stato fatto prima? Non voglio finire in dibattiti femministi… Confido nel fatto che questo silenzio possa spaccare i timpani delle coscienze.
4. “Wonder Woman” fa ridere. Ci sono certe scenette in cui domina l’equivoco durante le quali io ho proprio riso di gusto… Specie quelle con Steve. Buffissimi i sottintesi, buffissima la scene in cui Wonder, vedendo Steve nudo — un uomo nudo per la prima volta — gli chiede, innocentemente spietata, “e tu ti fai dire cosa fare da quel cosino lì?”. Steve e lo spettatore pensano immediatamente al gioiello — gioiellino — di famiglia di Steve… Invece la Wonder si riferiva all’orologio…Ma che avevamo capito…?? Anche quando si prova abiti “civili”, trovandosi goffa e scomoda con i fronzoli delle femmine dell’epoca, il siparietto è assai spassoso. Inutile dire, peraltro, che tutto quanto le cade a pennello. Che è semplicemente perfetta — soprattutto un abito con un collo alto da madre badessa che decido sia il look Winter 2018…
5. Wonder Woman è tutto quello che una donna vorrebbe poter fare. Decifrare messaggi in codice. Vincere una battaglia al posto degli uomini altrimenti perduti senza di lei. Respingere le pallottole molto meglio di Neo di Matrix, che era in grado solo di schivarle, tz. Saltare con la leggiadria di una silfide, ed essere forte come un Minotauro.

E per una volta è solo e semplicemente bello — se il D-Bridge è per il “brutto”, io sono per il bello, un sacco bello 🙂 — potersi identificare con una donna che sappia fare tutte queste cose. Per tutta l’empatia che una può provare, per l’amore sconfinato per Batman, è difficile identificarsi con un eroe maschio. Avere un’eroina ci dà la nostra parte di immedesimazione a cui non abbiamo mai avuto accesso. Ora voi potete dirmi che ci sono altri personaggi femminili che le donne possono ammirare. Ma i supereroi sono un’altra cosa. Non solo gli ammiri. Per 90 minuti — 141 nel caso di Wonder, troppi — sei loro.

Allora sì, perdono strafalcioni e cadute di stile, perché per la prima volta, per 141 minuti, io sono stata Wonder Woman!

E questa settimana, proseguiamo il filone femminile con un thriller estivo

LADY MACBETH
di William Oldroyd
UK, 2017, ‘89
Martedì/Tuesday 20
Ore 21:00/ 9 pm
Astra/ Dal Mastro

Non so se Shakespeare c’entri, nel film. Ma Lady Macbeth è uno dei personaggi più iconici e potenti che si possano trovare nella sua opera sconfinata.
Mi piace che qualcuno, finalmente abbia pensato a lei per un film…

Questo potrebbe essere l’ultimo Let’s Movie prima della pausa estiva.
Quindi se domenica prossima non ricevete nuove dal Board, sapete perché.
Se la programmazione è unfriendly e non propone nulla di cine-papabile, spero di farmi risentire da New York City.
Da libera — anzi da liberta — l’esilio verde alle spalle. 🙂
Se invece c’è qualcosa che mi attira, allora, al solito, vi attiro nella rete di Lez Muvi, eh eh 🙂

E anche per stasera è tutto. Nel Maelstrom trovate un articolino che avevo scordato di mandarvi… Grazie a Jean-Michel Basquiat, New York City è finita nel Chiostro del Bramante… 😉

Ringraziamenti, tanti, e saluti, stasera, delirantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Eccovi tutto su Basquiat al Chiostro del Bramante… Enjoy!

LADY MACBETH: La giovane Katherine vive reclusa in un gelido palazzo isolato nella campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine forzata spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, a avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere senza scrupoli. Decisa a non separarsi mai da lui, folle d’amore e non solo, Katherine è pronta a liberarsi di chiunque si frapponga tra lei e la sua libertà di amare chi vuole.

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LET’S MOVIE 331 – propone WONDER WOMAN e commenta RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

LET’S MOVIE 331 – propone WONDER WOMAN e commenta RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

Mail Moviers,

ricevo posta direttamente dall’Ufficio del Sindaco di New York. Sì, proprio lui, Bill de Blasio, contatta tutti i detentori di carta d’identità di NYC — come il vostro bel Board — e li invita a partecipare a una delle attività di volontariato proposte dalla sezione Immigrant Affairs del suo Ufficio.
Cosa sono queste attività di volontariato?

Incoraggiare i newyorkesi a farsi la NYC ID
Tenere corsi di conversazione in inglese per chi sta imparando la lingua
Prestare servizio di interpretariato durante eventi speciali o traduzione di materiali vari
Contribuire ai forum “Conosci i tuoi diritti” per aiutare a informare i tuoi vicini

Prima di salutarmi, mi dicono, con quel velo di orgoglio che contraddistingue i miei adorabili newyorkesi: “We especially encourage those who can speak more than one language to sign up. New York has been—and always will be—a welcoming and inclusive city for all. It’s who we are.”
Naturalmente ho aderito.
It’s who I am 🙂

Ora prendete Corso Tre Novembre, Trento, di fronte all’Auditorium Santa Chiara. Il Caffè Viennese. O quello accanto, non so. Per chi non è di Trento, immaginate un bar con dei tavolini all’aperto. Immaginate lì accanto una strada a due corsie, una per le macchine, l’altra per taxi e autobus. Immaginate che in questa città, in quella via e in quella corsia i bus e i taxi passano assai di rado, specie dopo una certa ora, tipo le 8 pm. Quindi quella corsia, è praticamente sempre vuota, tanto da essere utilizzata spesso dai pedoni, dai ciclisti, da chi, insomma transita con l’unico motore delle proprie gambe.
Immaginate che, un giovedì sera, fra quei tavolini di quel bar, si esibisca un piccolo complesso musicale — una specie di Peppino di Capri ma senza Capri né champagne per brindare ad un incontro né alcunché.
Immaginate che io passi, senta una canzone a cui non so mai resistere MAI — “Viva la vida” dei Coldplay — e che decida di sentire come il Peppino senza Capri la interpreterà.
Mi fermo, quindi, di fronte al bar, in mezzo alla corsia bus e taxi, assicurandomi che non arrivino né gli uni né gli altri, visto che un po’ alla mia vita tengo — anche perché ora devo aiutare de Blasio con la campagna di diffusione della carta d’identità newyorkese.
Fra me e i tavolini del bar corre la corsia in cui passano le macchine. Né passa una ogni morte di Papa, e non perché sia zona a traffico limitato ma perché siamo a Trento, e quella è la frequenza della circolazione dopo le 7 pm. Mentre ascolto Peppino con uno dei pezzi più belli e complessi dei Coldplay, temendo per le note alte che forse riuscirà a prendere con l’ausilio di una scala, ma certo non con la voce, mentre sono lì, in piedi, un occhio rivolto a destra e uno a sinistra per accertarmi che né taxi, né bus arrivino, ecco che sbuca, su una moto da enduro — notate la tecnicità — uno splendido esemplare di orso trentino. Non uno dei tanti plantigradi che fanno impazzire giunte e quotidiani, scatenando polemiche di ogni sorta, bensì un esemplare bipede, quelli che incarnano le caratteristiche tipiche di certa trentinità diciamo “into the wild”…
Il bipede, in groppa alla sua moto, rallenta, praticamente si ferma, alza la voce, per essere sicuro che io lo senta bene, e mi fa la grazia di un concetto che, tradotto in italiano suona più o meno così: “Guarda che lì non puoi starci, è per gli autobus, imbranata!”.
La sua grazia mi viene porta in trentino stretto, una variante di Althochdeutsch che sei anni di residenza qui mi consentono di comprendere.
Scuote visibilmente la testa di casco (!) che si porta sulle spalle, e poi dà una sonora sgasata da rettilineo al Mugello, incurante di Peppino alle prese con le scale e del pubblico in pena per lui, lì accanto.
Io rimango magnificamente annichilita — ce ne vuole per annichilirmi magnificamente, quindi complimenti al bipede sulle due ruote. E non tanto per il contenuto della grazia. Poteva pure avere ragione. Quello, tecnicamente, non è posto per pedoni, e fa niente se la corsia fosse sgombra, quello non è posto per pedoni, punto. Il codice della strada parla chiaro.
Rimango allibita per la briga che si è preso. E soprattutto per il modo. Mi chiedo. Ma tu, Yoghi della Trento centaura, rallenti APPOSTA per dare dell’imbranata a una che sarà anche un’imbranata — diciamocelo pure — ma che certo non ti ha intralciato, né ti ha dato noia, né ti ha messo i bastoni fra le ruote (anche se poi gliene sarebbe venuta una gran voglia)?
Ma cos’è questo? Il braccio duro della coscienza civica? Il cavaliere mascherato della Stradale?

L’episodio è stato seguito da un episodio analogo.
Mi piace molto andare in biblioteca. Le biblioteche hanno una sacralità che le accomuna alle chiese e alle sale del cinema. Certo, un conto è andare alla mia numero uno tra la Sesta Avenue e la 42esima, oppure alla mia numero 2, al Lincoln Center, nella bella piazza con la scultura di Calder ad accogliere i lettori. Ma dato che al momento quelle due libraries non mi sono accessibili, mi accontento di quella in Via Roma, detta anche West Point… Non è possibile infatti fare alcunché all’interno della biblioteca. Niente cibi, niente bevande, niente cellulare, niente.
Non che io abbia intenzione di trasformare la biblioteca nella sagra del fritto — voi che mi conoscete, sapete che non sono il tipo. Ma il primo giorno mi sono azzardata ad appoggiare una bottiglietta d’acqua sul tavolo, e un addetto mi è spuntato alle spalle, un falco tiratore direi, facendomi notare che avrei dovuto tenere “i liquidi” in borsa o per terra, categoricamente non sul tavolo.
Avrei tanto voluto investigare in merito ai solidi, ma ho fatto la faccia d’angelo (sterminatore) e ho annuito contrita.
Quanto al cellulare, non lo si può ovviamente usare nelle sale, e nei corridoi. L’unico posto ammesso sono le scale. C’è tanto di cartello che lo specifica — dopo la scena dell’acqua, mi guardo in giro guardinga come Lupin III.

L’altro giorno ho ricevuto una telefonata. Non era una telefonata di rabbia o lite o alcunché. Sulle scale intorno a me altre tre persone che parlavano al cellulare. Mi passa accanto una signora di mezza età — dentro un orribile paio di pantaloni fantasia che purtroppo non scorderò mai — e mi si rivolge indispettita, urlando, “Ehi abbassa la voce, dove credi di essere, guarda che siamo in una biblioteca, mica al casinò”.
“Ah davvero questo non è Montecarlo?”, mi sono lasciata sfuggire. Stavolta il magnifico annichilimento ha assunto le sembianze della battuta pronta. A volte succede.
Lei mi ha lanciato uno sguardo di fuoco e io ho pensato, adesso va e chiama Darth Vader.
La signora non era un’addetta. Al collo non aveva il cartellino degli addetti. Era una semplice utente. Anche lei, quindi, una versione de il braccio duro della coscienza civica, di cavaliera mascherata della biblioteconomia.
Ricordo di aver fatto particolare attenzione. Ero perfettamente consapevole, e rispettosa, del posto sacro in cui mi trovavo. Sapevo, dopo l’episodio dell’acqua sul tavolo che, trasgredendo, sarei potuta incappare in qualche sanzione e/o punizione corporale.
Ma mettiamo il caso che il tono della mia voce fosse stato effettivamente troppo alto — eventualità poi non così remota: chi conosce i miei decibel, sa. Tuttavia mi trovavo nell’area in cui parlare era consentito. C’erano altre persone impegnate al telefono, e non avevano considerato il mio tono troppo alto, non avevano chiamato le guardie (!).
Allora perché questa signora mi si è rivolta in modo così burbero?
Non poteva fare un cenno con la mano, o portarsi un dito alle labbra, o il classico “shhhh”?
Il bipede sulle due ruote, non poteva farmi capire in un altro modo che non era il caso che il mio corpo occupasse la corsia di autobus e taxi?
Perché i modi sono questi?

Ora, davanti a voi avete un Board parziale, assolutamente di parte, che vi riporta una lettera di de Blasio in cui New York è descritta come una “welcoming and inclusive city for all” e subito dopo vi riporta due episodi di ostilità trentina che sancisce la morte del fair play, del savoir faire, del bon ton, e di tutte le altre declinazioni delle buone maniere che riuscite a trovare.
Non pretendo che il mondo sia di parte come me. Ma semplicemente che pensi ai modi.
Sono convinta che l’eccesso di civiltà agito da mani incivili snaturi la civiltà stessa.
Se per applicare la civiltà, divento incivile, allora nego il mio intento. Divento io stesso incivile.

New York sarà anche una giungla, sarà spietata, sarà crudele, ma non mi è ancora capitato che qualcuno mi si rivolgesse così — piedipiatti a parte, ma quelli son cattivi di lavoro.
Sto parlando di “civili”.
Pertanto l’argomento della settimana su cui vi faccio meditare è questo. La civiltà incivile — il Festival dell’Economia è già lì lì per soffiarmelo come tema 2018. 🙂

Fortunatamente la settimana non è stata tutta all’insegna del rispetto selvaggio della legge (!).
Fortunatamente ci sono i miei Moviers che da un lato mi fanno arrivare profonde riflessioni sulle città e sull’imperfezione, il tema dell’ultima movie-mail — li ringrazio di cuore per i loro riscontri, siete strepitosi. E poi ci sono i Moviers che sono accorsi a vedere “Ritratto di famiglia con tempesta”, ovvero il WG Mat, il D-Bridge, l’(Andy)Candy[the] e, sorpresa delle sorprese, la Cristinacasaclima e il Date-a-Cesare-quel-che-di, la cui presenza imprevista mi ha fatto trasalire di goduria come in un film di Hitchcock. 🙂

Ryota è un padre, un figlio e un ex-marito che ancora non sa bene cosa fare della propria vita, né come farlo. Uno di quegli uomini dalle grandi premesse, dagli esiti moderati e dalle aspettative ridotte. Dopo aver vinto, molti anni prima, un premio letterario con il romanzo “La cena deserta”, finisce a lavorare come investigatore privato, faticando a sbarcare il lunario e a pagare gli alimenti alla ex moglie. Vive letteralmente in un buco di appartamento e va a trovare la madre per vedere come sta, ma anche per frugare in giro e racimolare qualche oggetto da portare al Banco dei pegni e giocarsi tutto alle corse. Ryota corrisponde all’identikit del fallito, al sognatore che non smette di sognare — il gioco d’azzardo non è che la perpetrazione dell’utopia, in fondo— che si rifiuta di andare avanti e vive immerso nella nostalgia per ciò che fu e non è più.
L’elemento che innesca il cambiamento è letteralmente meteorologico. Un tifone, annunciato in apertura, sta per abbattersi sulla città, e porterà Ryota, la madre, l’ex moglie e il piccolo Shingo sotto lo stesso tetto — quello della casa della madre — in una notte di confronto, di scontro e di ripresa.
Raccontato così, il film può anche non far gola. E in effetti, abbiamo convenuto anche con i Moviers, “Ritratto di famiglia con tempesta” non è cibo per tutti i palati. Pleonasticamente è proprio questo: il ritratto di una famiglia come tantissime altre, messo a confronto con un evento sovvertitore — la tempesta — che porta a galla non detti e sottintesi, per poi far ripartire la vita, più o meno come prima, ma con la consapevolezza che qualcosa è stato smosso, se non proprio cambiato.

Il bello della cinepresa di Kore-Eda è l’assoluta assenza di giudizio nei confronti dei suoi personaggi. Ryota, che sarebbe un bel bersaglio —immaginatevi una specie di Zeno Cosini + l’uomo senza qualità di Musil — non subisce processi da parte della mano del regista. E nemmeno la madre, vecchina tra l’adorabile, il saggio, il dritto e il rimba — diciamocelo. E nemmeno l’ex moglie, che di certo non ama il nuovo compagno, ma che lo sposerà perché le dà la sicurezza che Ryota non è stato in grado di darle. Kore-Eda osserva, ci fa osservare negli interni di queste vite che, nonostante la distanza geografica e culturale, somigliano incredibilmente a degli interni che abbiamo già visto: i nostri. I rapporti amore-e-odio tra fratelli —la sorella di Ryota, tenera e opportunista in parti uguali — le incomprensioni tra moglie e marito, la candida irresponsabilità del marito e la pianificazione wehrmachtiana della moglie. La madre che ha ingoiato milleun dispiaceri per colpa di un marito assai buonannulla che si giocava di tutto e di più, anche la raccolta di francobolli del piccolo Ryota.
L’atmosfera è intrisa di una lieve malinconia, che a tratti si fa giocosa, fin buffa, specie nei quadretti-siparietti tra la vecchina e Ryota, oppure quando Ryota esce in missione investigativa con il suo compare: Ryota è talmente inetto da non riuscire nemmeno a farla in barba al suo capo e verrà colto con le mani nel sacco.
La malinconia nasce anche dall’evidenza che certi sogni sono irrealizzabili. Ryota, per campare, deve accettare un lavoro di sceneggiatore di manga — rifiutato, anni addietro, dall’orgoglio dello scrittore premiato. La madre sa perfettamente che non potrà mai trasferirsi dal condominio in cui vive in una villetta — nessuno dei suoi due figli potrà mai permettersi di regalargliene una — né tantomeno riuscirà a entrare nel mondo, e men che meno nelle grazie, del facoltoso professore di musica che frequenta e che appartiene a un altro livello, sia economico che culturale.
I piccoli gesti e le piccole meschinità che i personaggi si rivolgono parlano la lingua universale delle famiglie. Certo opportunismo dei figli nei confronti dei genitori, certi ricatti psicologici dei genitori ai danni dei figli. E’ tutto scritto qui, in questo racconto dalle tante piccole azioni quotidiane, apparentemente insignificanti, ma verosimilmente struggenti. La scena iniziale in cui Ryota e la madre condividono una specie di granita fai da te perché il gelato costa e se lo mangiano quegli avvoltoi adolescenti dei nipoti, ti parla di certi ricordi d’infanzia, di certi stratagemmi condivisi che nascevano da una necessità e diventavano riti, momenti di intimità e condivisione.
La vecchina e Ryota sono i due personaggi centrali i cui dialoghi ti rimangono dentro.
“Hai mai conosciuto l’amore, Ryota, quello vero, quello che non ti fa pensare ad altro?”
“Mmm non so, e tu?”
“No, io non l’ho mai conosciuto, e forse è per questo che ho vissuto una vita così serena”.
Quanto c’è scritto qui dentro!
La vita senza quell’Amore trascorre quieta come un ruscello. E’ vita quella?
Domanda che il regista ci sottopone.
Oppure, altra perla della nonna, “Non ho mai capito perché gli uomini non riescono ad amare il presente. O si affannano a rincorrere quello che hanno perso o continuano a sognare l’impossibile”.
Davanti a tanta lucidità cosa possiamo fare noialtri?
Ma la vecchina sa essere anche tagliente. Sentite cosa dice al figlio… “Te lo ricordi questo mandarino? Non ha mai fatto né un fiore né un frutto, mi sembra assomigli a te…” — non ci va per il sottile, la nonnina…
A cui Ryota risponde: “Io sono uno di quei talenti che sbocciano tardi” — tipico giustificazionismo da quarantenne medio.
Non vi sembra uno scambio fra madre e figlio italiani?
E così come una madre italiana ricopre il figlio di attenzioni e cure fin quando il figlio ha di gran lunga superato gli –anta, così fa la nostra vecchina giapponese, che gli riempie il piatto tre volte, gli stira i vestiti, lo tiene a sé attraverso un gioco di ti-svelo-non-ti-svelo i tesori che potresti trovare nei cassetti e negli anfratti di questa casa…
Le madri sono delle dragonesse dalle quali i figli dipendono in maniera viscerale sino alla fine dei giorni di entrambi.

Su tutti questi personaggi incombe un cambiamento. L’ex moglie deve decidere se con il nuovo compagno le cose diventeranno serie. Ryota deve capire cosa fare da grande — soprattutto per riuscire a pagare gli alimenti del figlio. La vecchina deve convincersi che la sua vita è al capolinea e che forse avrebbe potuto vivere una vita diversa, ma che ormai è andata così. Apprezzabile l’idea del tifone che si abbatte su Tokyo — una Tokyo di periferia residenziale, lontanissima dalla metropoli tutta luci, colori, velocità e mascherine antismog che siamo abituati a immaginare — in una notte in cui sostanzialmente non cambia nulla, ma dalla quale tutti si risvegliano un po’ diversi.

Come dicevamo “Ritratto di famiglia con tempesta” non è un film per tutti. Non a tutti piace intravedere l’universale nelle pagine di una storia particolare che ti viene raccontata. Ed è questo ciò che il film ti propone. La vita di tutti i giorni in cui c’è molto ma molto di più della vita di tutti i giorni…

La settimana scorsa dicevo che il regista mi è sconosciuto. Ebbene, mi si prescriva del fosforo, please…. Ho scoperto che “Father and Son”, fu un splendido Lez Muvi che vedemmo nel 2014 — riproponeva la favola del figlio scambiato alla nascita tra due famiglie, una ricca, fredda, costruita attorno al figlio unico avviato al successo, l’altra più modesta, incasinata ma affettuosa. Ve lo riporto nel Maelstrom.
Rileggendolo, ho provato una tenerezza infinita per i miei Moviers che ora sono pure Anti!!

E questa settimana, vista la penuria cinematografica, opto per un azzardo

WONDER WOMAN
di Patty Jenkins
USA, 2017, ‘141
Lunedì 12/Monday 12
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Fermi, lo so cosa state esclamando dentro le vostre belle testoline.
“Wonder Woman??”
“Tu, Board dalle scelte giapponaute??”
Ebbene, costretta dalla penuria di programmazione cinematografica, sì, Wonder Woman.
Wonder Woman anche per vedere come Hollywood dipinge un’eroina su cui milioni di ragazzine hanno fantasticato — il suo look red, blu and gold ha forgiato l’immaginario stilistico come solo Jems e le Olograms — e su cui milioni di ragazzini hanno fantasticato — mutanda da pallavolista + corpetto burlesque, stivali taccati e armi di distruzioni di massa infilate in posti segretissimi, che dovevano fare ‘sti poveri ragazzini??
Sarà bello metterla a confronto con Batman, Superman e i supereroi che il cinema ci ha presentato. E vedere che ne esce… 😉

E anche per oggi, Moviers, è tutto.
Un’altra settimana d’esilio è passata, con pena, ansia ed esagerazione. 🙂 Ma il giorno del giudizio è vicino, Fellows! E io mi farò trovare pronta, anzi no, prontissima!
My love is a-waiting… 😉

Ringraziamenti, tanti, e saluti, stasera, missivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM“This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Recensione-pippone su “Father and Son”, Aprile 2014 – Che tenerezza infinita!!!!

Volando dal Mastro con un mantello da Bat-Board (veri entrambi, il volare e il mantello), non so se son più Movier o Bat-Board, ma diciamo che tiro l’acqua al mio mulino e mi conto come Movier :-); l’Anarcozumi stringe immediatamente un’intesa politica con un nuovo Movier che il tycoon di Trentoville, il Fellow Onassis Jr ―Donald Trump, please stop crying― ha abilmente recruitato. Ora, questo nuovo Fellow si chiama Ale (“-ssandro” o “-ssio” è un dato persosi nel bailamme generale, ma indagheremo), e si è presentato con un’andatura sostenuta ―apprezzatissima, you know― e un sonoro “Contesto!” ancora a una cinquantina di metri dall’ingresso dell’Astra. Capirete che l’intesa con l’Anarco, leader storica e maxima della frangia insurrezionalista lezmuviana, sia scoccata subito. La cine-identità del nuovo Fellow è stata oggetto di vivaci scambi d’opinione, ma alla fine s’è deciso per “Fellow Divergent” perché nella vita non ci sono straight ways, emmenomale.
Il quinto Muvier è il Fellow The Candy Andy, la cui presenza è stata appesa a un filo per tutto il giorno, ma alla fine ha superato la crisi e ce l’ha fatta ―grazie a dello scapicollo e a dello stomacovuoto che lo inseriscono nella graduatoria dei “Flashing&Fasters Fellows”. Il sesto Movier è una lei, la Fellow Vanilla, arrivata mentre scorrevano i titoli di testa, sfiorando così il pericolo massimo di perdita dell’inizio, e raccogliendo per questo coraggio bracciate di complimenti e pacche sulle spalle da quel bracciante del Board.
Ovviamente non scendo nel dettaglio della caciara che facciamo all’ingresso e all’uscita, dei discorsi cominciati da una parte e finita da tutt’altra, o lasciati a metà per far posto ad altri, che a loro volta fanno spazio ad altri, ad infinitum. E credo che i dieci buoni motivi per non perdere Lez Muvi in fondo siano sintetizzabili in quest’atmosfera di casino generale, di Moviers persi tra il bistrot dell’Astra e il bancone del Mastro e il bagno e l’ingresso e la Sala. In quell’istante di conversazioni tronche e sbotti di risate ―tante ― lì, prospera florido Let’s Movie.
Funziona così, “Father and Son”. Ci sono due famiglie. Una, padre-madre-figlioletto, vive nei quartieri alti di Tokyo. Ha un bell’appartamento all white&high-tech con vista sulla sky-line della city, tutto molto ordinatino-perfettino. Sono della Tokyo bene, insomma. Lui, Ryota, architetto yuppi tutto-lavoro zero-tempo, lei, Midori (sì esatto, come la migliore amica di Mimì Ajuara, bravi) moglie-madre devota, il figlioletto, Keita, trattato da piccolo-prinicipe versione giappo. Ryota, che poi è il vero protagonista del film, è freddo, Rottermeier, ‘na noia, assolutamente incapace d’instaurare un rapporto d’affetto con il figlio.
L’altra famiglia, padre-madre-tre-figli, vive nei sobborghi metropolitani, fa la spesa alla Lidl, e fatica ad arrivare a fine mese. Il padre però, lo sciatto e affettuosissimo Yudai, vive PER la famiglia: ricopre d’attenzione i figli, si diverte con loro: è il padre che ogni bambino vorrebbe avere.
Un giorno di novembre questi due pianeti famigliari così lontani, improvvisamente, collidono: l’ospedale in cui le due donne hanno partorito, 6 anni prima, li informa di un possibile scambio dei neonati. Dopo gli esami del caso, le famiglie scoprono di aver cresciuto il figlio biologico dell’altra famiglia.
La soluzione proposta dall’ospedale e dalla legge prevede lo scambio graduale dei figli, cominciando pian piano con i weekend. Il problema è che Keita, il figlio dello yuppi anaffetivo, si ambienta subito nella casa di Yudai, mentre Ryusei, il figlio del daddy-of-the-year, non ne vuole proprio sapere di adattarsi alla dittatura del nuovo loft in centro (pazzo!).
Il tropo dei figli scambiati nella culla è stato esplorato dalla letteratura ―penso a “I figli della Mezzanotte” di Salman Rushdie― e sicuramente anche dal cine (ma al momento non mi vengono in mente), ma è proprio impossibile non pensare “quando il cinema previene la realtà” in questi giorni, in cui dalla culla scambiata siamo passati all’utero scambiato. Ovviamente mi sto riferendo al caso verificatosi all’Ospedale Pertini di Roma la settimana scorsa, in cui l’errore umano ha determinato l’impianto di un ovulo fecondato nel grembo sbagliato, facendo esplodere un dilemma bioetico la cui risoluzione sembra praticamente impossibile.
Il dilemma che ci vien offerto in questo film è il medesimo. Conta di più il sangue oppure gli anni passati insieme? Cosa fa di un padre un padre? Il corredo genetico? Le volte in cui ti preme un cerotto sopra un ginocchio sbucciato, una carezza sulla testa? L’asettico Ryota non può che essere della scuola genetista, e quindi s’impunta per rivolere la “carne” che gli è stata ingiustamente sottratta. E in questo spietato scherzo del destino crede di trovare tutte le risposte: si spiega la mediocrità di Keita, incapace di suonare il pianoforte, privo di carattere, eccessivamente sensibile. Keita, così mediocre, così diverso da lui, NON può essere suo figlio…E allora no, rivuole quello che gli spetta ―Shylock strizza l’occhio, dalla Venezia shakespeariana…
Ryota abbozza un sorriso di trionfo (lui, così privo di sorrisi) quando il figlio naturale tira fuori tutto il suo carattere insistendo sulla domanda: “Perché devo chiamarmi così? Perché? Perché? Perché?”. Ryota vede in questa tenacia, la sua tenacia, vi ritrova la sua stessa geometria genetica. La vittoria della razza.
Ma poi qualcosa cambia dentro di lui. Quando Ryusai scappa dal loft e torna nella sua casina di periferia (pazzo x 2!), con le piastrelle scombinate e il microgiardino incasinato sul retro. Quando trova per caso delle foto che Keita gli ha scattatato a sua insaputa, ritrovando attraverso quegli scatti lo sguardo affettuoso di un bambino nei confronti del proprio padre. Quando capisce che Keita gli manca, e che le geometrie genetiche non potranno mai sostituire il teorema d’amore che si cela dietro cerotti e carezze, allora capisce cosa deve fare…
Dicevamo con il Fellow Candy Andy The che il perno attorno al quale questo film ruota è la crescita, ma non del figlio, bensì del padre. Ed è anche questo che rende il film originale, e lontano dalla solita prospettiva catto-mulinobianca.
Il percorso evolutivo paterno matura allegoricamente in una foresta artificiale, un’analogia spaziale in cui si radica il turning-point per il personaggio e il film. Il biologo forestale informa Ryota che ha impiegato 15 anni a crescere la foresta ricreando l’ecosistema naturale da zero. Ryota, stupito, ribatte: “Così tanto?”. Il biologo, con sguardo da saggio-a-bordo-fiume, risponde a tono con una stoccata retorica: “Per lei è tanto?” ―scena, questa, che ha colpito anche la Fellow Vanilla.
La famiglia è così, un’ecosistema che ha bisogno di pazienza, cure, tempo. Quantità di tempo, non qualità ―com’è di moda di dire in questi anni. Il semplice bottegaio Yudai, nella sua semplice bottega, con i suoi pochi mezzi, è stato in grado di crescere un bosco incantato, dove tutti i bambini vogliono giocare. D’altro canto il Manager Ryota, con l’attico, le regole, i giocattoli di lusso, e le poche ore sottratte al lavoro nel weekend, si trova da solo in uno spiazzo infestato da erbacce. Il film è molto giapponese in questo: è un’allegoria, ricorda una parabola, o una favola. I personaggi sono dei tipi, ma non rimangono fluttuanti in superficie: il regista dal nome impronunciabile fa un lavoro di fino e li osserva a lungo, entra dentro di loro, tutti quanti, mogli, bambini, padri. Persino i nonni, per quanto figure marginali entrano nell’analisi dell’opera, sia di persona, sia attraverso gli aneddoti raccontati dai protagonisti, tipo questo:
Ryota: “Mio padre non era tipo da far volare gli acquiloni”.
Yudai: “Tu non devi fare come tuo padre. Tu falli volare”.
Guardate quanta storia e psicologia concentrate in due battute. La mancanza dell’affetto paterno subìta dallo stesso Ryota. La coazione a ripetere che porta Ryota ad applicare lo stesso atteggiamento con il figlio. La necessità di spezzare questo circolo vizioso, e cambiare il trend.
Come ho vissuto io il film? Be’ sono stata sulle spine tutto il tempo. Tutto il tempo ad aspettare qualche svolta sanguinolenta, tipo ritorsioni violente da parte dei figli… Ryusai che assassina l’odioso Ryota, oppure Keita che si suicida ―come il figlioletto di Jude, in “Jude The Obscure” (imperdibile!). Sapete com’è, il cinema orientale ti abitua all’efferato di sorpresa! Questi mancati atti violenti hanno reso l’happy-ending, per una sacrosanta volta nella mia cine-vita, benaccetto e quasi sperato! Arrivato sulle ali delle un-po’-abusate Variazioni Goldberg di Bach in maniera tanto inattesa, il finale, mi ha fatto sospirare di sollievo.
Quanto al lato formale del film, non so se i Moviers presenti concorderanno, ma a me, queste inquadrature lentissime, della macchina da presa che parte a sinistra, e lentamente, lentissimamente avanza verso destra, quest’andatura narrativa come se l’obiettivo scrivesse questa evoluzione piuttosto che mostrarla, mi risulta una tecnica godibilissima ―ogni scena una pagina letta pian pianino. Così come certe inquadrature ben studiate. La tromba di un giroscale, un trapezio isoscele (del trapezio isoscele non ricordavo nemmeno l’esistenza); l’intrico di fili della luce (Fellow Vanilla‘s courtesy); un robottino su un tavolo. Il rigore formale della regia giapponese è una grammatica che dovrebbe essere insegnata alle elementari.
Poi non so, e qui potrei anche lavorare troppo di fantasia, ma mi sembra che il regista non valichi mai certi limiti. I personaggi sono trattati con rispetto. Anche l’ostico protagonista. Di lui viene fornito un quadro umano molto “umano”: non è trattato da “cattivo” o da nemico. Once again diceva benissimo il Fellow Candy sull’”umanizzazione dei caratteri”…e l’astensione del (pre)giudizio, aggiungo io.
Per amor di verità devo dire che all’Honorary Member Mic il film non è piaciuto per niente (e lei è una sinologa, quindi sguazza nei mari giapponauti, quindi ascoltiamo anche il suo giudizio), e anche l’Anarcozumi è rimasta tiepidina. Sarà che io ero tutta ringalluzzita dai 6 Muviers 6, sarà che la questione della paternità, quando viene trattata in termini così poco strillati e mucciniani, più per silenzi e immagini, è una tematica cui sono sensibile; sarà che un rapporto si descrive anche attraverso una foto, grafia o gramma che sia, senza ricorrere a liti furibonde fra salotto e cucina; sarà tutto questo o altro, ma io promuovo il film, e lo consiglierò a chi è disposto a osservare la storia con l’occhio dell’impotenza: siamo impotenti davanti a questioni come queste. Non possiamo fare altro che guardare, formulare delle ipotesi, cancellarle e riscriverle, e ancora cancellarle e riscriverle.

WONDER WOMAN: Prima di diventare Wonder Woman, era Diana la principessa delle Amazzoni, cresciuta su un’isola paradisiaca ben nascosta e addestrata a diventare una guerriera invincibile. Quando un pilota Americano compie un atterraggio di emergenza sulle sue sponde e racconta di un enorme conflitto scoppiato nel mondo esterno, Diana abbandona la propria casa convinta di poter porre fine alla minaccia. Combattendo al fianco dell’uomo in una guerra che metta fine a tutte le guerre, Diana scoprirà i suoi pieni poteri… e il suo vero destino.

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LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

Miconsolo Moviers

con una realtà che avrebbe dovuto farmi dormire sonni da bebé in queste settimane. Invece mi sono lasciata inquietare dalle convinzioni degli americani che credono che l’Italia nostra sia l’Italia che James Ivory dipinge nel suo cinema: la terra del dolce languire, degli infiniti pomeriggi passati a sedursi sui colli toscani, oppure quella del post-boom, la Vespa con dietro una sventola, risaie coltivate a Mangano. Un paese in cui si vive bene.
Noi tutti italiani navigati sappiamo altrettanto bene che quelle sono cartoline da un paese che non esiste più — è forse mai veramente esistito? Ma nelle mie due tappe presso le regine del Nord, Milano e Torino, la sensazione era proprio quella. La bella copia dell’Italia. E mi complimento con entrambe le Amministrazioni del posto per il lavoro sin qui svolto — per quanto mi sia imbattuta in un reportage de L’Espresso sull’operato dell’Appendino che non deve esserle piaciuto molto…
Se il Chianti avesse una versione urbana, sarebbe Milano, ora. Torino poi è il ballo di corte: camminandola, ti aspetti da un momento all’altro che l’orchestra attacchi la Marcia di Radetzky e che qualche cavaliere ti rubi dall’anonimato e ti faccia volteggiare in Piazza Vittorio Emanuele.
La realtà che avrebbe dovuto farmi dormire è Roma. Roma è sempre Roma. Ti sbatte a terra, e ti fa volare. La monnezza, ‘ebbuche, er traffico. Ma anche il buio giallo delle strane eterne, le ville nei parchi — o i parchi attorno alle ville — certa imponenza, quella storica, che non origina da un monumentalismo post, come la maggior parte del monumentalismo americano, ma dalla Storia, da un preciso momento storico. Noi ovviamente, essendo nati fra capitelli, are e colonne mozze — tra le armi più potenti che abbiamo in dotazione — diamo per scontato tutto. E’ la nostra sciagura. Forse, anche, la nostra fortuna. Se veramente ci rendessimo conto, moriremmo. Tanta bellezza tutta insieme 24 ore su 24 non si può sopportare. Come la troppa luce al Polo. La lussuria della foresta in Amazzonia.
Stecchiti da un’overdose estetica.

Roma è incasinata, rumorosa, piena di sé, esagerata, disfunzionale, esasperante. In una parola, imperfetta. New York è esattamente così. Un cervello con tante aree che non funzionano bene e che potrebbero essere curate, con non troppo sforzo da parte dei cittadini o delle istituzioni. Roma ha quella stessa componente. Il fattore “giungla”, la chiamo io, che probabilmente contraddistingue tutte le grandi metropoli e non può essere preteso dalle città medio-grandi — Milano — oppure dalle piccole virgole urbane — Trento.
Credo che l’aspetto che mi attiri sia proprio quello, alla fine — l’imperfezione — il che, per chi mi conosce, è un paradosso di portata colossal… Questo non vuol dire che alla metropoli manca l’ambizione di fare le cose in grande. Significa convivere con l’impossibilità di risolvere certe disfunzioni endemiche che la caratterizzano. Le metropoli contemporanee come NYC e Roma accettano di avere un profondo Bronx, accettano di avere Tor Bella Monaca. Ma non mette mano alle ruspe e demoliscono quartieri — mi vengono in mente le township di Soweto e Sophiatown, i quartiere popolari di Johannesburg letteralmente rasi al suolo durante l’Apartheid… Questo aspetto di clemenza urbana — che qualcuno potrà chiamare lassismo — in realtà permette anche un florilegio di culture alternative. E’ lì, in mezzo al margine, che il centro viene messo in discussione. A Trento — bene o male in tutte le città di piccole dimensioni — in cui si vuole imborghesire anche l’inimborghesibile, c’è la spinta all’Eldorado. Creare la città mitica, ordinatissima, in cui l’elemento fuori dal coro può stonare e rovinare l’armonia — gli immigrati da Piazza Dante, per fare un esempio. Da dove deriva questa pulizia urbano-etnica? Perché abbiamo così paura di tutto quello che stona? A Roma, a New York, si stona di brutto! E di stonati ce ne sono — siamo (!) — un gran bel numero. Vero, nella metro ti puoi prendere il tetano, le barriere architettoniche sono capolavori d’inespugnabilità deambulatoria, i senzatetto sono i veri residenti della città, la viabilità la lasciamo ai canali navigabili e certo non alle strade.
Vero, tantissimo fa imbestialire.
Eppure.

Non credo serva aggiungere altro a questo significativissimo “eppure”, se non che mi piacerebbe continuare il discorso sulle città insieme a voi Fellows, animi urbani, animi amanti della natura, animi con una solidità residenziale che a me, lo vedete, manca.
Certo risulta difficile intavolare discorsi se si diserta Lez Muvi, doh… E qui la strigliata la prendono tutti i Moviers tutti tranne la Vaniglia e il Nick-The-Nuts — attorno alla cui cine-identità si è scatenato un piacevole inferno, in cui il Board, naturalmente, ha sguazzato 🙂
Ora io mi rendo conto di essere un po’ Pierino còlto a gridare “Al lupo, al lupo!”: il plan era di rientrare a New York per fine maggio, invece ahimè, le maglie burocratiche statunitensi mi hanno incastrato… Quindi sono costretta a bazzicare per Trentoville ancora per un po’, in attesa…. Però questo non autorizza nessun Movier nessuno a credere che io starò qui foreva and eva! 🙁 Pertanto, anche se i film proposti non sono il massimo — del resto, QUESTA è la programmazione, e QUESTA è la fine della stagione cinematografica — cercate di farvi vedere. Per trovarsi un po’, discutere, azzuffarsi, tirar fuori l’italianità che è in noi, e di cui siamo fierissimi ambasciatori nel mondo — altroché Angelina Jolie 🙂
Avrei potuto essere molto ma molto più tragica e drammatica, molto più castellitto-mazzantini insomma, ma preferisco l’approccio “Ingmar Bergman” e creare quella sorta d’inquietudine, malessere, senso di colpa, che ogni film del Maestro lascia sui suoi spettatori… Ih ih ih… 🙂

Parlando di film che non sono proprio il massimo, ma il minimo… “La notte che mia madre ammazzò mio padre” s’inserisce nel regime dei minimi, e lì deve stare, fanalino di coda della partita IVA (!).
L’idea sarebbe stata sfiziosa: affascinante attrice di mezz’età sposata a un rinomato scrittore/sceneggiatore vuole dimostrare al marito di meritare la parte della protagonista nel suo ultimo film: una donna fredda e calcolatrice che commette omicidi manco fosse Lady Macbeth. Allora si mette d’accordo con l’ex marito e organizza il suo omicidio in una classica cena con i classici ospiti: l’ex moglie dello scrittore, la nuova squinzia del primo marito, e una star del cinema argentino giunto in villa per parlare del suo ruolo nel film.

Vi risparmio i siparietti, gli equivoci, i colpi di scena assolutamente senza colpi, le trovate cliché, le trovate gratuite, una black comedy bianca che più bianca non si può: non una goccia di cinismo, nulla d’irriverente, scioccante, dissacrante, grottesco. Il film mescola humor da “Weekend con il morto” — una brutta copia di “Weekend con il morto” — a una parodia mal riuscita: in realtà non si vuole ridicolizzare un genere o una situazione — due compiti assai ardui. Si vogliono semplicemente infilare degli equivoci e delle situazioni limite e mostrare la reazione “imprevedibile” dei personaggi. Peccato che tantissimo — quasi tutto — è telefonato oppure posticcio. E che l’imprevedibile è prevedibilissimo, se avete già visto “Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese.
Sì perché l’idea sfiziosa di cui parlavo prima non è nuova. Ho passato tutto il film a chiedermi dove avessi già visto quel plot — mi suonava troppo famigliare, troppo déjà-vu. E infatti l’ho déjà-vu proprio nel film del 2012 di Paolo Genovese. Storia di un riccone di mezza età che soffre di solitudine. Per Natale decide di ingaggiare una troupe di attori per interpretare la famiglia perfetta che ha sempre sognato. La vicenda si sviluppa su due piani: uno reale e l’altro che segue un copione, scritto dal protagonista e dato agli attori. Ma pian piano i due piani si intersecano ed il copione non viene più seguito. Solo che nel film di Genovese, godibilissimo e con una sceneggiatura forte, la realtà si inserisce nella finzione, ed ogni ruolo viene rimesso in discussione, sino alla rivelazione finale. In “La notte che mia madre ammazzò mio padre” la trama si perde più nel desiderio di stupire il pubblico che nell’effettivo stupirlo.

Grazie a mamma Wikipedia vengo a sapere che “Una famiglia perfetta” è un remake del film spagnolo “Familia”, diretto nel 1996 da Fernando León de Aranoa, spagnolo come Ines Paris, la regista di “La notte che mia madre uccise mio padre”. E’ assai improbabile che la regista non conoscesse il film di Aranoa, sia perché sono entrambi spagnoli, sia perché il film è considerato un cult, sia perché lei sarà cresciuta con i film del regista — negarlo sarebbe un po’ come dire che Verdone non conosceva Scola o Monicelli prima di girare certi suoi film storici — sia perché i punti di contatto sono effettivamente numerosi. Non c’è nulla di male, intendiamoci. L’arte è un furto continuo. Lo diceva anche T.S. Eliot — “I poeti immaturi imitano; i maturi rubano”. Ma il modo in cui lei hai preso spunto fa la differenza — “Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione”.
C’hai sempre ragione, Thomas.

All’ultimo Festival di Cannes è imperversata la polemica sul caso Netflix: possono partecipare al concorso i film che non verranno distribuiti in sala ma soltanto in rete? Ecco, “La notte che mia madre uccise mio padre” mi sembra un titolo perfetto per Netflix e NON per le sale. Un film a impatto zero come i messaggi di “Mission Impossible” che si disintegrano 10 secondi dopo averli ricevuti.
Starebbe bene fra le commedie netflixiane — commedie, NON black comedy.

E questa settimana giapponiamo,

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA
di Kore’eda Hirokazu
Giappone, 2017, ‘117
Lunedì/Monday 5
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ Dal Mastro

Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2017, mi si dice che sia l’ultimo capolavoro del Maestro Hirokazu, “fra i massimi esponenti del cinema giapponese contemporaneo”. Tranquilli, ci saranno forse forse un paio di Moviers che sanno chi sia il Maestro Hirokazu, e io non faccio parte dei due…
Si dice anche il Museo Nazionale del Cinema di Torino gli dedicò una retrospettiva completa nel 2013…
L’ignoranza che dilaga dentro e fuori di noi è grande.
Facciamo qualcosa, quindi.
Lezmuviamo 🙂

E anche per oggi è tutto. L’esilio continua, la Città manca.
Cionondimeno, vivo e scrivo 🙂

Stasera, al posto del Maelstrom, un vile riassunto — dovrò pur esprimere, in qualche modo, della stizza! 🙂
E dei saluti, stasera, leggermente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA: Fino a ieri Ryoto aveva tutto: una consorte, un figlio e un altro romanzo da scrivere dopo aver vinto un premio letterario prestigioso. Poi qualcosa è andato storto, Kyoko gli ha chiesto il divorzio, Shingo lo vede soltanto una volta al mese, il romanzo è rimasto un’intenzione. Per pagare l’assegno mensile alla ex moglie, lavora per un’agenzia investigativa, per dimenticare le indagini ordinarie gioca alle corse, alla lotteria, a qualsiasi cosa possa restituirgli quello che ha perduto. Ma la vita è più complicata di così, bugie, tradimenti, meschinità gli hanno alienato la fiducia degli affetti. Kyoto gira a vuoto e fatica a trovare il suo posto nel mondo e in quello di suo figlio. Poi una sera un ciclone si abbatte su Tokyo e sulla sua famiglia che trova riparo a casa della madre, felice di averli di nuovo tutti e tre insieme. La notte porterà consiglio e Kyoto proverà a riguadagnare la fiducia di Shingo e a ‘scommettere’ questa volta sull’amore.

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