LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

FM Fellows Moviers,

La radio è una presenza cara nella mia vita newyorkese. Un parente che non ha nulla del serpente. Che ti accompagna senza chiederti assolutamente nulla in cambio.
Ci avete mai pensato, a quanto la radio sia il mezzo più discreto e meno avido della comunicazione? La tivù ci droga sin dai tempi della réclame, un fustino al prezzo di due, mangiar bene per sentirsi in forma con il gusto pieno della vita. Il web ormai ci ha risucchiato. Non possiamo più nulla senza.
Come guariremo da una dipendenza di queste proporzioni? Qui negli USA c’è un programma che ti aiuta a disintossicarti, una rehab per tossici da www. Mi sa tanto che dovremmo ricoverarci tutti, dal momento che non riusciamo più a stare senza comunicarci. Non per fare il Zichici della situazione, ma cosa significherà quest’ansia che abbiamo?
Voi potreste girare la domanda a me. Da dove viene quest’ansia che hai di mandarci il pippone lezmuviano settimanale dopo otto anni — otto anni! — di pipponi settimanali? Ebbene per me è il gusto — pieno! — della narrazione. E’ un modo per tenere un filo collegato a una fonte di energia che sta dall’altra parte dell’Atlantico, mentre sopra di me brilla di luce propria New York City. Per il resto del mondo che ha bisogno di comunicarsi continuamente via facebook, twitter e altro, non so quale sia lo sprone. Forse abbiamo definitivamente scansato gli esistenzialisti, che avevano postulato la precedenza dell’esistenza sull’essenza. Forse oggi esistiamo se e solo se CI comunichiamo. Fabbrichiamo tante copie di noi che distribuiamo in giro, nel timore di ammettere che l’originale è andato perso chissà dove e non riusciamo più a trovarlo.
Ma tornando alla radio, il mezzo senza immagini che da più di cent’anni campa d’immaginazione.
Qui due sono le mie stazioni di riferimento, che ascolto correndo. WNYC, la stazione simbolo di New York City, alla frequenza 93.9, e WQHT anche nota come Hot 97, che è l’epicentro della cultura hip-hop, R&B e rap e che si trova alla frequenza 97.1. Ho impiegato un po’ a intercettarle e a capire che queste sono le mie DUE stazioni.
Ce n’è anche una terza, per i momenti balenghi, quelli in cui né l’una né l’altra paiono soddisfarmi. E’ nei paraggi del 94.2, e ci fanno una trasmissione mattutina tanto divertente quanto meschina: uno spettatore chiama e racconta un appuntamento andato storto, dando la propria versione dei fatti e ponendosi solitamente come “oh me tapino, dove ho sbagliato, ero un saccobbello, ho fatto tutto da manuale! Perché mi avrà scaricato?” interrogando se stesso e i due presentatori. Poi i due presentatori telefonano in diretta al partner in questione per sentire l’altra campana. Di solito quest’ultimo ne dice pesta e corna e dà una versione dell’appuntamento assolutamente opposta rispetto a quella del tapino che ha chiamato. E dopo che questa — di solito è una lei — ha rovesciato fuori tutto il rovescaibile possibile, i due presentatori le chiedono, goduriosamente vigliacchi, indovina un po’ chi abbiamo qui con noi in linea? ….E poi i due piccioncini-non-piccioncini cominciano in sordina, timidi-timidi, e finiscono col dirsene di tutti i colori, difendendo ciascuno la propria tesi, e alla fine tu, ascoltatore, capisci che la verità è una pura allucinazione.
Ogni volta che m’imbatto in questo programma, oltre a farmi delle sonore risate mentre corro, penso sempre a quanta ipocrisia aleggi nel mondo dei “date”, degli appuntamenti. “Sì ci sentiamo. Ti chiamo. Rivediamoci eh.”  E poi il nulla. Penso anche a quanto uomini e donne siano, molto spesso, galassie lontanissime le cui rotte s’incrociano ogni 1.763 anni. Sperando che i due guardino dalla stessa parte.
L’amore avrà anche il petto di Maciste ma cammina su gambette da passero.

Di solito funzionava che ascoltavo WNYC nei miei giri a Central Park. E questo per una questione prettamente acustica. A Central Park regna il silenzio. Gli unici rumori che sentite sono le scarpe da ginnastica degli altri corridori che di solito ti/mi superano sempre — diavoli di newyorkesi! — oppure i freni delle bici a nolo dei pedicab, i risciò a tre ruote che portano a spasso i turisti, oppure gli zoccoli della versione equina, con tanto di calesse. Central Park è perfetto per la WNYC, che è un’emittente di approfondimenti, interviste, punti della situazione, e gli argomenti, oltre all’attualità e alla politica, spaziono dal cinema alla letteratura, dalla musica alla scienza –e la musica vi offre Judie Garland, Tony Bennet oppure Sinatra. C’è bisogno di sentire bene, di prestare attenzione. Niente traffico, clacson, sirene.
Mi è capitato di sentire trasmissioni sugli acquedotti nell’antica Roma (!), oppure “gravidanza trigemellare: una madre con tre gemelli ormai grandi, pronti per il college, parla a una madre che ha appena scoperto di aspettare tre pargoli in sync: esperienze a confronto”.
Hanno sempre un modo molto particolare di organizzare gli interventi, e io mi perdo ad ascoltare, mentre corro e imparo una quantità di termini assurdi — tipo “elusive” che non equivale al nostro raffinato “elusivo”, ma al ben più terra-terra “fuorviante/depistante” detto per esempio di un sentiero che ti porta fuori strada (i trentini se lo potranno rigiocare spesso visto il folto sentierame tutt’intorno). Poi li scordo eh. Ma ogni tanto mi capita di ripescarli quando meno me l’aspetto.

WQHT, invece, è la radio da Bronx. E’ rap non-stop, e si sposa divinamente bene con la parte di Bronx in cui di solito corro, oltrepassato lo Yankee Stadium, Mullaly Park, e Grand Concourse, e giù giù per McClellan Street, e via via per Morris Avenue, fino ad arrivare al Claremont Park, il parco a forma di cornucopia da cui l’estate fuoriescono bbq accesi e latini bassi e sorridenti, o solo bassi.
Un giorno, ridiscendendo per McClellan Street, vedo un tipo che tira a lucido la sua macchina — una di quelle bellezze truzzissime, con i finestrini oscurati, che vanno di gran moda, e i cerchioni che costeranno un mutuo. La macchina bomba la stessa canzone che bomba nelle mie orecchie. Stesso momento. Metto pausa, rischiaccio play, e ho la conferma: stiamo acoltando entrambi WQHT.
E’ stato un momento di gnoseologia da strada non da poco.

Ultimamente però non nascondo di prediligere sempre più WNYC. Mi piace l’effetto sorpresa. Più che altro mi piace trovare Leonard Lopate. Leonard Lopate è uno degli speaker più longevi dell’emittente. Ha 77 anni, e sa tutto. Può discettare del miglior ripieno del tacchino per il Thanksgiving, a intervistare Barak lov-ya Obama come se lo conoscesse sin da bambino hawaiano. Ha una voce che sa di vissuto, di divani in pelle marrone e di ore e ore a prepararsi. Che sa di tempo rubato al tempo e barba incolta, mozziconi di sigaretta, qualche carboidrato di troppo e di tracolla sempre piena di libri. Un padre putativo radiofonico. Una figura virgilia, direi, il cui curriculum puà vantare interviste al citato Barak, a John McCain, Joe Biden, Henry Kissinger, Lech Walesa, Orhan Pamuk, Ang Lee, Catherine Deneuve, Doris Lessing, Francis Ford Coppola, Sarah Jessica Parker (per quanto la stimi, stona un tantino in mezzo a tutti questi big, lo ammetto), Alice Munro, Robert Altman, Mel Brooks, e tanti altri.
Ora, capita che mi chiedano di coprire un’intervista che Madame Isabella Rossellini ha rilasciato stasera al 92nd Stret and Y, una no-profit culturale che sta nell’Upper East Side che organizza sempre eventi culturali di livello top. Io ho risposto tutto d’un fiato certo-come-no-vado-io. E non tanto per Madame Rossellini — o meglio, sì anche per lei, e per la memoria di cotanta madre Ingrid (Bergman) e di cotanto padre Roberto (Rossellini). Ho risposto certo-come-no-vado-io perché sapevo che l’intervistatore sarebbe stato lui, Leonard. E davvero al posto di Isabella Rossellini avrebbe anche potuto esserci Ignazio Moser — che a quanto capisco tirerà su le sorti dell’economia trentina dopo le prestazioni al Grande Fratello… Poco importa, l’importante era Leonard.
Ebbene. Il mio sogno è stato infranto dalla più barbara delle notizie. Leonard padre-putativo Lopate è finito nel tritacarne delle accuse sessuali. Quattro giorni fa è stato sospeso “con effetto immediato” per “comportamenti inappropriati”, insieme a Jonathan Schwartz, un’altra colonna portante di WNYC. Non è trapelato nulla, né sulle vittime, né sulla natura delle ipotetiche molestie. Leonard si dice allibito e non ha idea di chi abbia mosso queste accuse.
Io sono allibita quanto lui. Lui non può essere un altro Kevin Spacey, Dustin Hoffman — Dustin Hoffman! Harvey Weinstein non lo nomino nemmno perché lì sconfiniamo nel patologico suino, branca del porcilismo di cui non ho conoscenza alcuna. Ma Leonard, no. Please.
Di due giorni fa sono anche le dimissioni del senatore democratico Al Franken, uccasato da sei donne, mentre cinque donne stanno facendo ballare la poltrona sotto il sedere del senatore repubblicano Roy Moore. I numeri fanno la differenza. Una, due… Ma undici? Non si transige nemmeno su una o due, ma undici?
Assicurando sempre il beneficio del dubbio, e lasciando ai giudici il dovere di giudicare, io ribadisco, con molto sang-froid, l’acqua calda che questo putiferio sta scoprendo. Ma certo un conto è scoprirne una bacinella, un conto un mare.
Quindi la sessualizzazione degli ambienti di lavoro è a un livello tale per cui la maggior parte degli uffici di tutto il mondo sono stati e sono sfondo di comportamenti di questo tipo. Certo se impera un modo di pensare come questo “Provarci fa parte dell’uomo da quando è nato, la violenza è ben altra cosa” (cit. Carlo Verdone), se davvero legittiamo il “provarci dell’uomo” allora per forza finiamo dove siamo finiti. E il punto non è il provarci. Il punto è dove e quando, il contesto insomma, e naturalmente l’abuso di potere.
Mah… io nutro la speranza che un giorno le gambe arriveranno dopo del cervello, e che la parte animale dell’uomo verrà prima o poi scalzata da quella razionale, almeno nell’ambiente professionale.
Sono una sognatrice, you know.

Questa settimana sono stata baciata dalla fortuna di Gofobo. Gofobo è un sito in cui v’iscrivete e vi mandano, ogni tanto, degli annunci di biglietti omaggio. Il trucco sta nel fatto che dovete essere Flash Gordon, e “redeem the tickets”, ovvero prenotare il vostro posto, entro un minuto e giù di lì da quando vi arriva l’email. Se passano due minuti, “Sorry, the event is fully booked”.
Ciccia.
Sono riuscita a infilarmi quattro-cinque volte. Spesso si tratta di preview, spesso film ancora non terminati che vengono sottoposti al giudizio del pubblico, che a fine proiezione compila un modulo pieno di domande tipo cosa cambieresti, cosa terresti, lo consiglieresti, ecc.
Molto spesso le proiezioni sono a orari impossibili, al mattino, o il primo pomeriggio.
Capita che sia stata Flash Gordon questa volta, e che avessi il venerdì mattina libero. Quindi me ne vado un mattino alle 9:30 am nello studio della Paramount a Times Square, tronfia come un gallo cedrone — e già difficilmente vado a Times Square, andarci alle 9:30 am è un’esperienza a dir poco ultraterrestre.
Al 1515 Broadway, al terzo piano di un grattacielo come tanti altri, trovate una sede della Paramount con un teatro di una ottantina di posti sprofondato nel velluto bordaeux. Lì, ho avuto la fortuna di vedere l’ultimo film di Alexandre Payne, “Downsizing”.
Payne è il regista di “Aproposito di Smith”, “Sideways”, “Nebraska” e di “Paradiso amaro” — quest’ultimo poteva pure risparmiarselo, ma va be’, errare humanum…
Aspettavo “Downsizing” già da Venezia, doveva aveva aperto la Mostra ed era stato accolto bene, ma non benissimo come i due film di apertura degli anni precedenti, “Birdman” e “La La Land”.
La trama è presto detta. Il protagonista Paul Safranek — Matt Damon dietro la sua pancia — è un uomo comune di Omaha, sposato, che non riesce a mettere via un centesimo — il carovita, you see. Per far fronte alle difficoltà del mondo, Paul decide di sottoporsi, insieme alla moglie, ad una nuovissima tecnologia scoperta in Norvegia che permette di rimpicciolirsi in maniera esponenziale fino a far diventare se stesso un vero puffo di Paul, alto due mele o poco più. Dato che i risparmi del mondo dei “giganti” valgono infinitamente di più nel mondo dei ridotti, Il rimpicciolimento permette alle mini-persone di potersi permettere uno stile di vita pieno di lusso e villoni. Purtroppo però le cose non vanno esattamente come previsto e Paul si trova immischiato in un’avventura che lo porterà a riflessioni ben più grandi del mini che è.
L’idea di fondo è geniale. Un po’ dèjà-vue, anche, è vero. La letteratura e il cinema hanno esplorato spesso le potenzialità dei rimpicciolimenti. Pensiamo a “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi”, classico del fun in famiglia degli anni ’90, oppure “Arietty”, in cui il genio di Miyazaki immagina tutt’un popolo di nomadi esserini che vivono fra gli interstizi della nostra quotidianità. E be’, non tiriamo in ballo altri cartoni animati, partendo daggli storici Puffi, David Gnomo, Memole-folletto-sono-io. Ma davanti a tutti, come sempre, spicca la letteratura. Jonathan Swift aveva raccontato di Gulliver e Lillipuziani ancora nel 1726 — 1726, qualche bell’anno prima che Puflandia venisse scoperta da Gargamella.
Noi esseri umani siamo affascinati dall’ipotesi di poterci rimpicciolire, e sballare tutte le prospettive e tutte le proporzioni con la nostra quotidianità. E il film gioca molto su questo sogno, e sui vantaggi INCREDIBILI che questo potrebbe apportare. Rifiuti, energia, spazio. Tutto ridimensionato. Tutto più facile, meno costoso, meno inquinante.
La prima metà del film funziona alla grande. E’ divertente, intelligente, provocatoria e meschinamente comica — meschinamente contro il protagonista che dopo essersi sottoposto al processo di rimpicciolimento, scopre che la moglie non ne ha avuto il coraggio e l’ha lasciato solo nel mondo dei piccoli.
Straordinaria sopra ogni cosa la partecipazione di Cristoph Waltz, che dimostra un assunto: dategli qualsiasi parte, tragica o grottesca, e lui, pam, vi ripaga con un’interpretazione da Oscar. Solo che il suo ruolo, insieme all’incontro di Paul con una rifugiata vietnamita senza una gamba (!), e alla sua conseguente storia d’amore con lei, portano il film in acque troppo miste, e non si capisce più bene dove voglia andare a parare.
A nessuno piacciono le etichette, quindi, può essere un bene che il film ondeggi fra il fantasy, il dramma, la commedia, la satira, e la riflessione a sfondo ecologico “look where mankind is heading to”, però in questo caso, siamo davvero troppo sballottati e non sappiamo più leggere il personaggio e cosa gli stia capitando. Paul incontra questa dissidente vietnamita che gli apre gli occhi su certe realtà — povertà, disagio sociale, ineguaglianza — che prima non aveva minimamente considerato. Dal sociale, all’ecologico: si perché la specie umana “dei grandi” è minacciata dallo scioglimento dei ghiacci incombente, che la spazzerà via dalla terra e Paul può decidere se rimanere e affrontare il suo destino, oppure rintanarsi in una specie di bunker naturale per preservare la specie…
Insomma, un po’ troppi argomenti tutti insieme.
Tuttavia “Downsizing” is worth a try. Sarebbe stato un film azzeccato per Natale — e qui uscirà infatti il 22 dicembre. Ma in Italia dovrete pazientare fino al 2018 — il mese è ancora ignoto.

E anche per oggi è finita qui, Moviers. Parlo sempre troppo, I know.
Frunyc II aggiornato, e saluti, radiofonicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

Matthew, Moviers,

vuole che lo chiami “Matteo”. Ha vissuto in Italia due anni, all’inizio degli anni ’90. Io lo chiamo Hemingway. Sia per il soggiorno italiano — anche se lo scrittore era qui per fare la guerra, mentre Matteo per insegnare, giornalismo. Sia perché è il tipo hemingwayano che è. Vissuto, mondo ampiamente girato in ogni suo meridiano e parallelo, barba incolta, giubbotto di pelle talmente provato che la pelle credo respiri. Fa il giornalista per varie testate, tra cui il New York Times, ma più nel passato che nel presente. Nel presente s’immischia in altri progetti che hanno a che fare con il sociale che però alla fine stentano tutti a decollare. E’ un socialista della vecchia guarda. Con delle derive comuniste anche, sicuramente. Oggi ha venduto l’anima al diavolo di una app che cerca di produrre in Cina e smerciare qui.

Hemingway è il mio amico cinico. Nato e scresciuto nel Bronx quando il Bronx dev’essere stato IL BRONX, detesta New York City. La massacra in ogni modo e maniera.
Ognuno dovrebbe avere uno o più amici che stanno letteralmente agli antipodi di quello che siamo. Ho sempre cercato di portare avanti questa pratica — essere stata in una squadra dragonboat del profondo Valsugana, io, aliena/va urbana che sono, può essere considerato un esempio di questa pratica che ti salva dal mare di te stesso con cui sei portato a circondarti.
Hemingway mi riporta con i piedi per terra quando volo troppo in alto sopra New York City. Quando la mia scimmia si scatena troppo.
“Bambina, this city is the sickiest patient no treatment will ever be able to heal. Senza speranza, you know?”. Mi fa ridere perché butta delle parole italiane qua e là, che probabilmente gli ricordano il periodo torinese. Un periodo che mitizza, lo si capisce da come ne parla.
Con Hemingway ha tutto a che fare con il caso. Ci siamo conosciuti in metro. Lui è uno che parla e io sono una che chiacchiera. Done, amici. 🙂 C’incontriamo per puro caso in giro per la città. Il caso parrebbe non avere vita facile a NYC, visto gli 8 milioni di abitanti: a NYC non sei esattamente a Trentoville, dove le strade sono quattro, fra il saloon del Pedavena e l’ufficio dello sceriffo in Via Barbacovi. Invece, strabiliantemente, non è così.
Un paio di settimane fa lo incontro sotto il Chrysler Building, zona in cui di rado metto piede. Lui abita nell’Upper West Side, io ad Harlem. Il Chrysler Building sta nella zona est di Midtown. Tutto l’opposto.
“You’ll have to come over for dinner one time”, mi dice. Io dico okay, sure. E un po’ temo l’invito. Hemingway è un tipo spartano. E’ uno che t’invita a fare quattro chiacchiere in un bar scassato di Hell’s Kitchen, dove gli avventori per metà guardano il baseball in tivù e per metà affogano i dispiaceri in brocche di birre e cestini di patatine. Casa di Hemingway sarà così, m’immagino.
Mantiene la promessa. Mi chiama “What are you up to per il Thanksgiving bastardo, bambina?”, mi chiede. Rido e gli dico che per il Thanksgiving bastardo sono a cena da una famiglia di italoameircani ebrei nell’Upper East Side.
Allora Saturday?
Okay, Saturday free.

Visto l’amato biennio torinese, gli porto dei Gianduiotti. Con la speranza, anche, di addolcire la sua vena caustica.
Casa Hemingway è esattamente come me l’ero immaginata. Anche peggio. Fascicoli e bloc notes (quelli gialli da avvocati made in USA) ovunque. Per terra, su un divano, su due scrivanie. Una parete foderata di libri, bordata in cima da tutti i suoi cappelli, e in fonda da tutte le sue scarpe. Ma i cappelli non sono Borsalino e le scarpe non sono Velasca. I mobili non sono antichi o moderni. Sono vecchi o cheap.
Appena entro mi fa questa richiesta che è tipicamente anglosassone, ma che, ahimé, si è spinta anche in Italia, con mia somma stizza. Mi chiede di togliermi gli stivali, e mi presenta un paio di ciabatte di vimini che probabilmente risalgono a un suo viaggio in Vietnam ed appartenevano a qualche vietcong. Certo, se ti confiscano le scarpe all’ingresso, ti aspetti come minimo che il pavimento sia lindo come i pensieri di un bebé. Forse in Italia è così. Ma nell’appartamento di un condominio pre-war newyorkese non è esattamente così. La polvere in giro e per terra e all around risale sicuramente all’anteguerra. Credo che il pavimento non abbia mai provato il massaggio di uno straccio amico.
Vista la mia allergia agli acari, temo di cominciare a starnutire in tempo zero. Ma forse gli acari, visto il territorio a loro congeniale, hanno subito qualche mutazione e si sono trasformati in altro, e io non sono allergica alla nuova mutazione… La mia mente sta visualizzando strane creature alla Jabba the Hut, quando Hemingway m’invita al tavolo del “soggiorno”, da cui ho una visuale parziale della cucina.
Ringrazio le leggi della geometria per la parzialità.

Già avevo avvisato il “cuoco di casa” della mia condizione vegetariana. “Non darti da fare, bolli qualche verdura, non serve altro”. Avevo detto al telefono, mentre mi proponeva una temibilissima “Cambodian special recipe”…
“Ti ho preparato del brodo con del pesce che ho cotto per me. Almeno quello lo bevi?”, mi dice con un sorriso da bambino trionfante. E come fai a demolire il sorriso a un bambino trionfante?
Ora Moviers, immaginate del pesce — orientativamente dello sgombro — cotto nel burro, in una padella di ghisa vecchia generazioni. Immaginate che al fondo della cottura sia stata aggiunta dell’acqua, del vino bianco, e quello strano tipo di cavolfiore marziano che al posto delle belle forme tondeggianti dei cavolfiori bianchi ha dei moduli spaziali tuttopunte che hanno il sapore della Morte Nera. Fate bollire tutto questo per pochi minuti e servitelo all’essere umano fra i più schizzinosi di madre terra.
Fortunatamente l’essere umano ha maturato anni di esperienza di chiacchiere a tavola (!), e la mette in pratica tutta tutta.
Mentre Hemingway si scofana gnocchi — poveri natanti in mezzo a burro e panna — pesce, e un’insalata di carote che avrebbe fatto diventare carnivoro un vegano, io fingo di sorseggiare il mio brodo venusiano, e parlo parlo parlo, come se non ci fosse un domani.
La conversazione con Hemingway è sempre molto scoppiettante e mette a dura prova sia me che lui.

E’ convinto che New York City sia abitata da sociopatici — “It’s a city of damned sociopaths who are afraid even to look up from their smartphones!” — che sono irrimediabilmente infelici — “Do you think this people is happy? They are on the brink of a collective breakdown, all of them, I tell you” — e per la maggior parte gay — “They are not really genetically gay, as real gay are. They are gay because they don’t have the balls to be straight here. It’s too much for them”.
Io cerco di capire meglio. La questione dei sociopatici infelici in realtà credo appartenga al modello del cittadino metropolitano moderno, troppo indaffarato per distogliere lo sguardo dai suoi affari, o anche solo dai suoi aggeggi multimediali e accorgersi che c’è un mondo umano attorno a lui.
“Do you see Starbucks? The people in there don’t talk. They don’t talk! What’s wrong with them?”
Io dico che da Starbucks ci vanno tanti studenti per studiare o lavorare, perché c’è il wifi gratuito e se ne possono stare lì in pace, visto che magari le loro stanze sono piccole, il loro appartamento troppo affollato.
E poi naturalmente il confronto con l’Italia. “There’s so much joy in you guys… Look at you!”, mi dice, riferendosi a noi italiani e al giullare che sono io. “Where do you see joy here?”.
Mi spiega come la gente, in Calabria, quando la girò in bicicletta, gli offrisse vitto e alloggio, pane e companatico. Come tutto fosse facile. Come tutti fossero “just happy”.
Cerco di spogliare le parole di Matthew dalla mitizzazione e dalla velina “good old days”, che ci fa vedere sempre come bello ciò che è passato.
Gli faccio presente che quello è un ricordo, un’esperienza personale, probabilemente in un periodo positivo della sua vita — probabilmente positivo per la stessa Italia, pre-Tangentopoli, pre-crisi, pre-macello globale. Ma che quello non corrisponde necessariemante al vero. Che forse lui si sta appigliando a quel ricordo — non è più stato in Italia, e sono passati 20 anni — e non lo vuole lasciar andare. Forse è per questo che non torna in Italia.
“Maybe you are right”, ammette, alla seconda razione di gelato, mentre la mia minestra è praticamente intatta nella tazza.
“And maybe you are right too on the joy of us Italians…”, concedo io.
Forse noi siamo sempre stati abituati a fare buon viso a cattivo gioco. Ci può piovere addosso tutta la meLma di questo mondo — Berlusconi, 5 Stelle, Salvini, Barbara D’Urso, i fratelli Rodriguez (OMFG) — ma noi, in qualche modo, riusciamo a stare a galla. E a farci sopra quattro risate. Mi chiedo quanto potremmo andare avanti così, how much shi* we could take in before the freakout.

“You see, bambina, I would love to live in a normal place. NY is not normal”. Cerco di capire cosa intenda per “normale”. Ci pensa un po’ e poi dice “quiet”.
Allora capisco.
“You just need a bit of Philadelphia!”, gli propongo.
“Nothing happens in Philadelphia!”
“Exactly!”, scoppio a ridere.
“Maybe it’s true, I need a boring place”.
“I have lived in a boring place for 6 years. And I need a not-normal place”. Concludo.
Alla fine credo che sia tutto questione di fasi della vita. Dopo 50 e passa anni a NYC forse sarei stufa anch’io.
Dopo 6 anni di Trento, credo sarebbe stufo anche lui.
Mentre rassetta parliamo di tutte le cose storte dell’America. Il sistema sanitario. L’istruzione.
Alla fine ci ringraziamo a vicenda. Intellectual conversation, definisce il nostro scambio. Ovvero quando entrambe le parti sono disposte a considerare posizioni altrui.
Mi restituisce i miei stivali. Lui infila un paio di calzini bucatissimi prima d’infilare le scarpe. E mi riaccompagna alla metro.
Una volta salutato, mi piomba addosso una stanchezza infinita. Le conversazioni intellettuali sono durissime. Ogni volta che vedo Hemingway, NYC appare diversa. Ne vedo le ombre. Ne vedo le unghie sporche.
Dentro di me lo maledisco e lo ringrazio ogni volta.

Mentre risalgo l’Upper West Side alla volta di Harlem, ripenso un po’ a tutto.
Soprattutto, a come togliermi dalla bocca quel saporaccio di pesce fritto, vino bianco e cavolfiore venusiano.
Jez.

Questa settimana, finalmente, un film che aspetto sin dalla Mostra di Venezia, dove ha vinto il Leone d’Oro.
The Shape of Water” di Guillermo del Toro. Per quanto la sala che mi ha ospitato fosse assai trash, il Lowe sulla 68esima, Broadway — un multisala molto blockbuster — la poesia evocata da questo film mi ha fatto scordare gli eccessi di moquette e di colori sgargianti che le catene come Lowe e Regal possono offrire ai loro spettatori.

Fantasy, romance, eros, drama, musical. C’è tutto in questo oggetto del desiderio che è “The Shape of Water”. Perché se il desiderio è ciò che ci spinge ad alzarci in piedi al mattino e a guardare al nuovo giorno con trepidazione, la sua oggettivazione non può essere che un film che lo elegge a protagonista supremo, traducendolo in un eros borderline con l’indicibile e il proibito.
Baltimora. 1962. La Guerra Fredda ha appena toccato l’acme con la crisi missilistica di Cuba. In una base militare nella periferia della città, Elisa, timida ragazza muta fa l’inserviente. La struttura ospita una misteriosa creatura, catturata da un fiume del Sudamerica: una specie di umanoide anfibio dalle forme antropomorfe ma ricoperto di scaglie e con qualche avo nella famiglia degli Avatar — fa assai impressione, siete avvertiti. Il capo della sicurezza, tale Strickland — un inarrivabile Michael Shannon — e il responsabile scientifico studiano gli organi respiratori del “mostro” per le future missioni spaziali, solo che Strickland lo considera un abominio, e si diverte a torturarlo.
Elisa, incapace di parlare, sviluppa subito un rapporto empatico con la creatura e riesce a guadagnare la sua fiducia, insegnandole al contempo alcune parole con il linguaggio dei segni. Ma si sa, da cosa nasce cosa, e da un uovo condiviso, è un attimo passare ad altro… Architetta un piano per liberarlo e restituirlo al suo habitat naturale, con la complicità della spassosissima collega-amica afroamericana Zelda e del suo adorabile vicino di casa, Giles, un artista di locandine pubblicitarie, nonché gay.

“The Shape of Water” è favola. Non una fiaba. Una favola. La differenza sta nell’orrido. Avrete tutti presente i fratelli Grimm, o Hans Christian Andersen. Ecco, loro non avevano nulla in comune con il mondo fatato di Walt Disney tutto passerotti e torte di mele. I Grimm e Andersen sono tutto gore, splatter e tenebra travestita da calar del sole. Sono soprattutto mistero che sconfina nel dark. Le atmosfere del cinema di Guillermo del Toro sono tutte bene o male ambientate nel regno del fantastico mostruoso. Ma nel caso di “The Shape of Water” in particolare, il mostruoso, il mostro, non è un mostro. E’ una creatura meravigliosa con dei poteri sovrumani — divini, come concluderanno i personaggi alla fine, persino lo scettico villain Strickland.
E naturalmente il film si rifà ai mostri della letteratura e del cinema. Nella creatura di “The Shape of Water” c’è l’ombra di King Kong. Soprattutto di Calibano, essere deforme che Shakespeare colloca sull’isola de “La tempesta”. E nella storia d’amore con Elisa — che nel suo fascino solitario ricorda molto Amelie de “Il favoloso mondo di” — come non intravedere “La bella e la bestia”? Per quanto del Toro e la Disney abitino due galassie opposte.
Elisa e la strana creatura sono accomunati dall’essere diversi — lei muta, lui, be’, luiè quello che è. Il loro stato “fuori norma” li porta a condividere il confino, la periferia. Lui è costretto in una vasca dentro una caserma militare. Lei in una soffitta, e in un lavoro ai margini della società — è un’inserviente, il gradino più basso sulla scala professionale. E vediamo come questi “freaks” si attirino reciprocamente: non solo Elisa e il “mostro”. Ma anche Elisa e Giles — che è omosessuale — Elisa e Zelda — che è nera in un’America di bianchi uber alles. Nel corso del film, questi personaggi “fuori norma”, quest’improbabile armata brancaleone che organizza la fuga dello strano essere, riusciranno nel loro intento.
La grandezza di un narratore è quella di parlare della contemporaneità attraverso una storia senza tempo. “The Shape of Water” parla più di diritti negati e soprusi subiti da parte di donne, gay, diversi in generale, di qualsiasi film a tesi.
Poi vedete, Del Toro immerge il tutto in atmosfera altamente erotica. Gli piace giocare con la dimensione dell’indicibile e del proibito. Immaginate Elisa unirsi in un rapporto d’amore con una creatura squamosa. Può suonare “contro natura”, vero? E infatti, quando il pubblico ha cominciato a capire dove il regista ci stava portando, ho sentito della sorpresa, del disagio intorno a me. Ma è durato il tempo di un nulla. La scena della stanza da bagno immersa nell’acqua che funge da alcova per Elisa e il mostro è quanto di più poetico si possa immaginare. Del Toro è capace di farti rotolare dita mozzate davanti agli occhi o staccare una testa dal corpo di un gatto — la creatura anfibia è pur sempre un animale… — ma poi sa architettare questi spazi estetici dove posizionare lo sguardo è un puro piacere dell’anima.
Oltre a essere una favola in cui il lieto fine coincide con il ritorno all’ambiente acquatico — in cui i due appartengono — di due esseri che comunicano con tutto tranne che con la parola — sopravvalutata?, par chiederci del Toro — “The Shape of Water” è anche un contenitore di citazioni cinematografiche, e un tributo al cinema, con le tante scene di classici, di personaggi noti (su tutti Shirley Temple), intermezzi musical e musiche della vecchia Hollywood.
Se volete regalarvi due ore di meraviglia, o se volete regalarle al vostro amore, non perdetevi questo film. In Italia uscirà a febbraio… San Valentino, I guess — anche se a Natale sarebbe stato meglio…

E ora è tutto, my Moviers…
Se per caso interessa la rassegna tutta italiana al via al Film Forum, vedete un po’ cosa si sono inventati…
Se invece interessa cosa si sono inventati quelli dell’American Academy in Rome e l’Istituto Italiano di Cultura, vedete qui… 😉

Frunyc II aggiornato, e saluti, mattamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 349 da NYC commenta “WHOSE STREETS?” di Sabaah Folayan e Damon Davis

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Massachusets Moviers

e Connecticut. Questi due “staterelli” che mi hanno visto passare, un paio di settimane fa. Prima lui, il Connecticut, in ordine di passaggio. New Haven, per la precisione.
So l’effetto che fa sentire questi nomi dall’Italia. Prima di venire qui, erano pura immaginazione cinematografica. Ora sono la realtà. Nel caso di New Haven, realtà di una cittadina tranquilla, piena di olmi e di studenti. L’Ivy League ha deciso di trionfare per le strade da quando qualcuno decise, un bel giorno, che l’Università di Yale sarebbe stata aperta lì.
Uno non va a New Haven per gli olmi e gli studenti, a meno che voi non siate dei botanici, oppure botanici amanti di studenti, oppure studenti amanti dei botanici (!). Io non sono né l’uno né l’altro né quest’altro, quindi checci faccio a New Haven, Connecticut?
Questa cittadina ospita uno dei più preziosi e meno noti musei di tutta la costa est degli Stati Uniti. Si tratta della Yale Art Gallery che non spunta in un anonimo edificio fra studentati e Shake Shack — il Shake Shack è la versione millennial di McDonald’s, segnatevelo. La Yale Art Gallery è collocata in un edificio firmato da Louis Kahn — e qui i miei Moviers architetti vanno in visibilio. 🙂
E voi lo guardate da fuori, dalla parte della parete di mattoni rossi, e magari non vi dice granché. Ma poi gli fate il giro, e allora capite. Vi trovate davanti a una colata di vetro. Una griglia di finestre, su su dal cornicione fin giù giù al livello della strada. E se vi mettete sull’angolo, per vedere entrambe, il contrasto vi fa pensare che due volumi distinti si siano dati appuntamento lì, e lì abbiano intavolato un discorso che continua dal 1953, l’anno in cui s’incontrarono, con tutta la loro munumentalità — e forse nel 1953 non era così semplice, far parlare mattoni e vetro in maniera così netta, così sfacciata.
Fosse a NYC, la Yale Art Gallery sarebbe detestata da MoMA e MET. Cercherebbero di boicottarla in ogni modo: una competitor così farebbe paura anche a due giganti così. Ospita la bellezza di cinque Hopper mozzafiato, un angolo dedicato al nostro Giacometti, e poi il famoso badile di Duchamp, che il genio di Duchamp lo portò a intitolare “Anticipo del braccio rotto” — Marcel, tu es un génie. E poi Cy Towmbly, Richard Morris, Mirò, Grosz, Rothko, il Mondrain più bello che io abbia mai visto, finalmente privo dei rossi e dei gialli L’oreal. E poi due Van Gogh tra cui “Le Café des Artistes”, che fino a due settimane fa per me esisteva soltanto nel manuale di storia dell’arte del liceo. E poi il Ghirlandaio e Rubens. E se siete degli appassionati di arte africana, arte delle popolazioni amerinde ed arte antica, potreste rinchiudervi per delle ore e riemergere completamente ebbri e stravolti, elettrizzati e stanchissimi. Io sono uscita in quello stato avendo visitato solo i piani di arte moderna e contemporanea, con un salto rapido da Hieronymus Bosch e l’800 europeo. Mai potresti immaginare che nel mezzo del Connecticut, uno staterello con un nome da elfo, vi potete imbattere in un tesoro di simili proporzioni — peraltro a ingresso gratuito, elemento che rende la visita ancora più juicy. Questa Gallery ha lo stesso fattore “sorpresa” della Barnes Foundation di Philadelphia — ve la ricordate? Perché anche lì, nella tranquillla Philly, tra Rocky Balboa e cheese steak, mai potresti immaginare tanta grazia.

Poi ogni volta che m’imbatto in un angolo Giacometti, in un Balla, in un Ghirlandaio, sento i miei geni fare le capriole — come quando le donne incinte mangiano zucchero e il bimbo nella pancia fa il matto. Ecco. Mi sento così. L’estasi di appartenere alla terra che ha generato tanta bellezza. E dimentico tutto. Il paese dei trasformismi politici, delle promesse mai mantenute. Del garantismo che sconfina nell’omertà e della pubblica amministrazione soprofitica.
Quando senti nominare “Salvator Mundi” e 400 milioni di dollari, oltre a pensare al marketing e all’expectation-building micidiali di cui sono capaci da Christie’s, pensi, damn, Leonardo è dentro di me. Dentro ogni italiano.
Con tutto questo in testa me ne esco dalla Gallery e su, si va a nord-est, Massachusets. Ahmerst, per la precisione. Campi di zucche, chiese di legno bianco, l’immacolata perfezione concepita dalla provincia, in cui tutto sembra scritto. In cui perfino la caduta delle foglie sembra seguire un disegno. La geometria del quieto vivere.

Ahmerst perché al 280 di Main Street, sorge la casa di Emily Dickinson. E se poco poco conoscete la poesia del mondo, sapete che Emily Dickinson è LA poetessa americana, insieme a Sylvia Plath. Emily ha vissuto tutta la vita lì, ad Ahmerst. Si dice che negli ultimi anni, sempre di bianco vestita, non abbia mai lasciato camera sua. La casa, oggi museo, è rimasta intatta. Gialla con gli scuri verdi, il piccolo porticato, il bel giardino tutt’intorno. Se volete vederla cinematograficamente, “A Quiet Passion”, il mediocre biopic uscito lo scorso anno che cerca l’inarrivabile: arrivare a cogliere il mistero dietro la figura di questa poeta pazzesca.
La mia visita è stata funestata dalla solita intransigenza stelle-e-strisce, quella contro cui un animo diciamo un filo bisbetico (!) si scontra sempre. Siccome non ho prenotato la visita accompagnata — e non l’ho prenotata perché non è che pianifichi sempre tutto, gimme a break — e siccome la casa, per motivi di sicurezza, si può visitare solo in un tour accompagnato, con un massimo di 12 teste visitanti per volta, e siccome al momento il registro dice “fully booked”, niente visita.
Cerco di appigliarmi a ogni appiglio possibile, a ogni motivazione, vera, presunta, farlocca, mafiosa, minacciosa. Sono una poeta, sono una giornalista, sono venuta dall’Italia apposta e poi devo rientrare (!), sono disposta a pagare un extra, il doppio, c’è un superiore? Niente, né arte né pecunia né malattia che ti lascia poco meno di un mese di vita né nulla osta papale né grazia concessa dal Presidente della Repubblica Italiana o degli Stati Uniti d’America. Nulla, nulla può nulla contro il No Pasaram americano.
Tutto ciò mi manda in bestia solo come i favoritismi italiani. E alla fine non sono altro che due facce della stessa medaglia, in cui di mezzo ci finisci sempre tu.
A ogni modo, ho imparato a non lasciarmi rovinare nulla dai paletti piantati dall’intransigenza americana. Ho perlustrato in lungo e in largo il giardino. Con quella grossa quercia nel mezzo. E poi il portico. E poi ho guardato molto su, a quella finestra da cui lei avrà guardato giù un’inifinità di volte, cercando di capire un po’ come funziona, questo strano macchinario dell’esistenza. Lei sicuramente ci ha visto più di me. Io sto continuando a cercare.
Quando, nel lontanissimo 2004, lessi la magnifica biografia che di lei scrisse Marialuisa Bulgheroni, “Nei sobborghi di un segreto”, mai avrei vagamente sognato che un giorno avrei toccato con piede il terreno che la accolse per tutta la sua vita. Guardato quella luce che lei tante volte avrà guardato.
La vita è stravagante e imprevedibile. Tutto sta a lasciarglielo fare.
E quando poi, alla fine di una giornata upstate, come dicono qui, rientrate verso New York City, e superate una fascia di traffico che sembra quasi volervi impedire il rientro sull’Isola, è lui, il mio ponte del cuore, a darvi il bentornato, alla vostra destra.
Devono aver combinato qualcosa con l’illuminazione.
Digredisco — digredisco??
E’ una pratica molto newyorkese, quella di armeggiare con le luci di ponti, grattacieli, e building vari, fra cui, primo tra tutti, inevitabilmente, l’Empire State. Io sono sempre alquanto scettica verso i giochi di luci. Il pericolo “Bollywood” è sempre in agguato. Il kitsch non conosce riposo settimanale. Quindi quando l’Empire diventa viola, o verde mela, oppure quando certi palazzi del Jersey, di là dall’Hudson, schizzano blu elettrici, be’, capite, io rimango molto molto perplessa. Ma questa volta, i light-designer che hanno ripensato l’anima luminosa del George Washington Bridge, hanno fatto un lavoro con i fiocchi. Spicca d’uno splendido bianco metallico — non bianco sposa, bianco metallico — che gli dà un’aria da oggetto di design, una lampada che qualche Castiglioni avrebbe potuto disegnare dopo aver scambiato quattro chiacchiere con un qualche Sol LeWitt.
Io ho sorriso tronfia. Il George Washington Bridge è il mio ponte. Vederlo così in tiro, così da gara, mi fa sentire estremamente orgogliosa.

E quando siete arrivati, con la provincia che preme da nord, e voi al sicuro sull’isola, dove la provincia non potrebbe mai raggiungervi, nemmeno lo volesse, perché c’è l’Harlem River di mezzo e si provi, lei, ad attraversarlo, tirate un gran sospiro di sollievo. E cominciate a maledire il caos, i prezzi, la frenesia, those damned tourists and that damned wind… But oh boy, siete al sicuro sull’isola. 😉

Il film di questa settimana non è un film. E’ un documentario, “Whose Streets?”, di Sabaah Folayan e Damon Davis. Sono andata al Lincoln Center a vederlo, l’altro ieri, durante un evento anti Black Friday — e che il Black Friday sia arrivato anche in Italia, m’inquieta assai: stiamo importando l’America che non vale proprio la pena d’importare: Halloween, Black Friday, Starbucks (i primi due aprono a Roma, l’avrete sentito, sì?).
Venerdì si celebrava il “Blackout for human rights #blackoutblackfriday”, la quarta edizione di un call-to-action nazionale che incoraggia le persone ad astenersi dallo shopping e a praticare attivismo culturale, protestando così contro l’ingiustizia economica e sociale presente negli USA.
Ora, io non sono certo una che pratica o predica l’astensione dallo shopping — anche se qui a NYC, lo crediate oppure no, è l’ultima cosa a cui penso, con tutto quello a cui c’è da pensare. Sono per la libera spesa in libero stato :-)…  Credo che uno possa fare prima quello, e poi partecipare all’attivismo culturale dirigendosi al Lincoln Center. Cosa che ho fatto. Non credo che l’uno debba necessariamente escludere l’altro. E se così invece deve essere, be’, possa io bruciare tra le fiamme dell’inf-ashion. 🙂

Presentato con successo all’ultimo Sundance Film Festival, e pure al Festival Diritti Umani di Lugano (!), “Whose Streets?” racconta l’anno che seguì l’agosto del 2014 a Ferguson, Missouri, dove il diciottenne Michael Brown, afroamericano disarmato, venne brutalmente ucciso da un agente bianco.
I registi si sono serviti di immagini amatoriali, voci dei protagonisti e hanno lavorato lì, sul campo, a Ferguson, con l’obbiettivo di documentare le assurdità che sono successe dopo l’assassinio. Dico assurdità perché il linguaggio, per quanto lo frughi, non mi restituisce altro modo con cui definire quanto è successo.
Dopo l’uccisione del ragazzo, la comunità nera di Ferguson è scesa in strada per farsi sentire. E non solo la comunità di Ferguson, ma anche genitori, artisti e insegnanti provenienti da tutto il paese, che si sono diretti in Missouri per sostenere la causa della libertà e della giustizia. Questo non è piaciuto alle forze dell’ordine, che sono scese in strada pure loro. Si è arrivati alla vera e proria guerriglia armata. Con negozi incendiati, lacrimogeni, manganelli. Scene da un G8 mai dimenticato. Le tensioni razziali e gli scontri sono arrivati a un punto talmente insostenibile che il governatore del Missouri ha acconsentito all’intervento della Guardia Nazionale.
Decisione, questa, avvallata dall’Amministrazione Obama — non certo l’avvallo più apprezzato della storia obamaniana. Vedere la Guardia Nazionale fare il proprio ingresso, con autoblindo e soldati pronti ad andare in guerra, ha aizzato gli animi ancora di più. “This ain’t no fuc*ing Iraq!” senti strillare durante il video. E seguono immagini “prevedibili” di scontri, pestaggi, su uno sfondo altrettanto prevedibile. Il fumo dei lacromogeni, le vetrine spaccate, i cittadini protestanti atterrati e malmenati.
Ciò che rende particolare “Whose Streets?” sono due figure che puntellano il documentario dall’inizio alla fine. Brittaney e la compagna. Due lesbiche attiviste che si mettono in prima linea per difendere la loro comunità e insegnare alla figlia di 9 anni cosa significa “care”. Non essere indifferenti. Combattere per quello che non va.
Mentre asoltavo Brittaney sostenere la necessità di educare la sua bambina alla politica sin da piccola, e di farla crescere nella consapevolezza, sentivo una parte di me annuire, e l’altra dissentire in nome dell’infanzia, la santa terra che nessuna consapevolezza politica dovrebbe deturbare. Ma immagino che nel 2017 non ci sia più posto per un’infanzia del genere, sadly enough.

Piccolo dettaglio. Darren Wilson, il cop bianco che uccise senza apparente motivazione Mike Brown, è stato proclamato innocente dal Gran Giurì. Molti poliziotti e soldati antisommossa che partecipavano agli scontri, portavano al polso un braccialetto con la scritta “Darren Wilson”. Questo per dirvi quanto desiderio di placare gli animi e dimostrare compensione ci fosse nelle forze armate…
La co-regista Sabaah Folayan era presente al Lincoln Center. “L’idea era di scendere in strada e capire veramente come sono andate le cose. Lo abbiamo fatto e abbiamo capito che quello che ci raccontava la televisione era in contraddizione con quello che vedevamo sul campo. Questo film è il tentativo di raccontare senza filtri quello che abbiamo registrato durante quelle notti di protesta”. Con il co-direttore Damon Davis, hanno cercato di far uscire l’aspetto privato delle vite di un gruppo di manifestanti instaurando con loro un legame profondo, intimo, che è il punto di forza del documentario.
Non so voi, ma io ho un vago ricordo di quello che successe a Ferguson. Rammento il fatto che gli scontri non solo non si placavano, ma andavano aumentando. Ma è tutto molto vago e non ricordo come tutto si concluse. Certo nessuno disse dei braccialetti in supporto a Darren Wilson.
Mi chiedo quanti rammentino. Mi chiedo se non ci sia rimedio contro l’oblio che i media, social e non, alimentano, con il flusso inarrestabile di fatti riportati, notizie, opinioni, parole.
La mia speranza è che questo documentario arrivi in Europa, in Italia. Che mostri, e che faccia parlare.

E anche per stasera è tutto, Fellows. Ma prima di fuggire via, date un’occhiata al Maelstrom, giù di sotto — mi piace, ogni tanto, far riemergere il Maelstrom, la sezione in cui vortica laqualunque.
Ho trovato qualcosa da farvi fare martedì a Trentoville, con la complicità del Fellow Lumière… 😉
Frunyc II aggiornato, come sempre, e saluti, stasera, americanamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il nostro Fellow Lumière, al secolo musicista Michele Kettmeier nonché compagno di avventura nel nostro ARTPOT, non riesce a stare fermo un attimo. Quindi martedì, vi invita tutti dal Mastro all’Astra per assistere all’ultimo progetto di musicazione dal vivo di film muto del gruppo Radio Days movie, ovvero il lungometraggio Storia di erbe fluttuanti” di Yasujiro Ozu.
Ora, io martedì sono alla Brooklyn Academy of Music detta anche BAM, per “The Fountainhead” — 4 ore di pièce in olandese, molto peggio della fantozziana Corazzata Kotionkin — e non potrò esserci. Ma voi, Moviers trentini, ci sarete per me, vero? Non ve/me lo perdete per nulla al mondo! Evento absofu*kinglutely must-see!!

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LET’S MOVIE 348 da NYC commenta “THELMA” di Joachim Trier

LET’S MOVIE 348 da NYC commenta “THELMA” di Joachim Trier

Fire Fellows,

Venerdì eccomi per lavoro nel profondo Queens, zona Glen Oaks, via via a destra se guardate NYC dall’alto. Casette tutte uguali, per strada solo io. Ho impiegato un’ora a tornare sull’Isola Che Non C’è Che Per Foruna Invece C’è di Manhattan. Mentre sono in metro leggo di un incendio scoppiato alla 145esima, sulla Broadway. La 145esima è la mia fermata della metro — poi cammino la stringa colorata di Dunkin’ Donuts, Domino’s Pizza, C-Town, fruttivendoli e barbieri lunga cinque isolati che porta a casa, alla 150esima, e arrivo a casa.

Sdrammatizzo. Saranno quattro fiamme, un falò sfuggito di mano a qualche homeless. Cosa vuoi che sia. Gli incendi a Manhattan vanno via come il pane. I pompieri fanno sempre sensation. Sono amati. Sono come i Rangers: la Legge senza manganelli, acqua al posto dei proiettili — i clown buoni dell’Ordine. Solo good guys, di solito con una stazza molto importante, il sorriso estremamente facile e il cestino del pranzo grande come una cassetta degli attrezzi.
Sdrammatizzo la notizia mentre risalgo l’Upper West Side. Arrivata alla fermata, riemergendo dalla metro, capisco subito che le quattro fiamme devono essere state ben più di quattro. L’odore di bruciato si sente molto forte. Quando la mia testa spunta a livello stradale, i miei occhi guardano dritto avanti e vedono qualcosa di riservato ai cortei, al passaggio della maratona oppure del Presidente.
La Broadway chiusa al traffico in entrambi i sensi di marcia.
Oh oh.
Mi giro e capisco.
Davanti a me uno spiegamento di camionette di pompieri e auto della Polizia (quella vera, quella cattiva) e ambulanze. L’isolato circondato da nastro adesivo giallo e transenne. Gente del quartiere e curiosi stazionano aldiquà del nastro adesivo e delle transenne. Mentre laggiù all’ultimo piano dell’edificio, i pompieri continuano con gli idranti — so che l’incendio è scoppiato alle 3 pm, e sono le 8:30 passate; so anche che ci stanno lavorando più di 250 pompieri. Non vedo fiamme da sotto — niente incendio cinematografico — ma probabilmente è per colpa della mia posizione. Vedo solo una cappa di fumo più grigio del cielo grigio di nuvole di un venerdì sera newyorkese, e il braccio della camionetta dei pompieri, esteso fino all’ultimo piano.
Faccio anch’io qualche scatto, ma metto via il cellulare in fretta. Riprendere le magagne mentre stanno lavorando mi crea del disagio. La parte superiore dell’edificio è carbonizzata, un biscotto tenuto troppo a lungo in forno. Le finestre spaccate.
Rimango poco. Sempre per via delle magagne e del loro vil lavoro in corso. Mi dirigo a nord, verso casa. Cammino in mezzo alla Broadway chiusa al traffico, un lusso che l’incendio, perversamente, mi concede. Ai fianchi della strada, i manicotti stesi si abbeverano agli idranti che l’estate fanno ancora la gioia dei ragazzini, nonostante playstation e aria condizionata. La puzza di bruciato si sente fino nella hall del mio palazzo.

E sono stati giorni un po’ grami anche per lui, il mio palazzo. Vicki, una delle portinaie che si avvicendano tra il mio building e il twin building accanto, è stata trovata morta nell’Interrato. Quel famoso Basement di cui vi parlai lo scorso anno. Quello pieno di mobili scartati ed elettrodomestici antidiluviani degli ex inquilini. Il cimitero del passato condominiale.
Vicki non è Vicki. Vicki è Vildana Pilica Radoncic, detta Vicki. Tutti i portinai del mio building vengono o dall’Est Europa o dalla Russia. La conversazione con loro si limita agli argomenti di rito — il meteo, la posta, 20 dollari da cambiare in pezzi da 5 per fare il bucato. Hanno una conoscenza dell’inglese limitatissima, quindi non posso chiamare i nostri scambi delle vere e proprie conversazioni. Uno di loro — avrà 70 anni — non dice nemmeno una parola. Sorride e mi stringe sempre la mano quando rientro. E’ come un nonno, un reduce da qualche guerra. O solo un immigrato che ha lasciato il suo paese e cerca di campare come meglio può in quest’America che forse non è quella dei sogni. Lo vedo spesso leggere libri di favole per bambini. Con le parole scritte grandi e le figure. Per imparare la lingua.
Habesa, del Monte Negro, sa il mio nome “Hi Sara!!”, esclama appena mi vede, e io sorrido sempre perché lei non saprà articolare un discorso in inglese, ma pronuncia “Sara” come Dio comanda, con la A che è una A e la R senza arrotamenti.
Ho cercato più volte di intavolare un qualche tipo di discorso, ma non c’è verso. Mi faccio bastare il mio “Sara” da 10 e lode.
Sono tutti più o meno così. Tutti tranne Vicki. Parlava un inglese americano perfetto. E oggi mi pento di non averle mai chiesto da quanti anni fosse qui. Per dirla tutta, pensavo fosse americana. La sua fluency mi diceva sicuramente decenni.
Vicki deve averne visti, di inquilini. Ordinari, fatti, folli. Fate conto, 10 piani, 9 appartamenti per piano. Più il ricircolo di roomates in ogni singolo appartamento.
Vicki diceva quelle cose che ti fanno star bene. “Keep warm, honey, it’s gonna be rough and tough today outside”. “I like your shoes!”, “Look at you, today, missie!”.
Quando sono tornata qui, dopo l’esilio verde, due valige sovrumane e un piede zoppo al seguito, è stata lei ad accogliermi. “So you’ve come back. Bravo!!”.
A quanto pare ha avuto un infarto. E’ rimasta per delle ore nel basement, prima che la trovassero.
Il giorno in cui me l’hanno detto — un’inquilina mai vista prima, che mi ha abbracciato forte vedendomi tanto pietrificata — quel giorno non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine di Vicki nel basement ad agonizzare, mentre noi centinaia di migliaia di inquilini di sopra, continuavamo con le nostre singole vite come se nulla fosse.
Mi è sempre piaciuto immaginare che la vita che lotta contro la morte faccia un diavolo di chiasso. Tanto diavolo di chiasso da richiamare l’attenzione di qualcuno.
Invece no. I duelli possono anche essere spietatamente silenziosi.

Non so perché ho associato l’incendio a Vicki. O forse lo so. Dall’esterno New York City dà l’idea della città che non deve chiedere mai. Una macho-man ignifuga in forma metropolitana che detta legge, che fa il bello e il cattivo tempo. Be’, New York City non è così. New York City è case incendiate e donne gentile morte troppo giovani. E’ un palazzo che ha affisso una targa in ascensore per commemorare una portinaia russa, e ha aperto un Go-Fund-Me per lei — una pagina online che raccoglie offerte per i famigliari che restano.
New York City è la tenerezza di New York City. La sua vulnerabilità. La brownstone i cui due ultimi piani hanno preso fuoco ha più di 100 anni — per noi della vecchia Europa 100 anni sono un inizio, ma per la giovin America sono storia.
Ieri, tornando dal running, mi sono fermata. C’erano ancora pompieri e camionette, ma l’area era accessibile. In cima l’edificio è andato. Fa impressione. Parla la lingua muta dei feriti.
Ramon Ortiz, inquilino del sesto piano, un dominicano di 66 anni che ha perso tutto nell’incendio, ha detto al New York Times: “I lost everything material-wise. But not my life. We’ll rebuild the rest”.
New York City è l’istinto alla vita di New York City.

Questa settimana sono andata a vedere un film norvegese al nuovo Landmark sulla 11esima Avenue e la 57esima. Scendete dalla metro a Columbus Circle e camminate per tre lunghissimissimi isolati verso l’Hudson. Laggiù vi trovate il nuovo Landmark, struttura avveniristica che credo non mi vedrà mai più. 18 dollari e 50 cent per un biglietto sono troppo anche per una cine-scialaquatrice come il vostro Board. Ammetto che il trattamento è di quelli da SPA di alto bordo. Poltrone in pelle umana non appiccicosa che diventano lettini per lo spaparanzamento selvaggio. Un Dolby Surround che mi sono accorta io stessa fare la differenza — io che ignoro qualsiasi finezza sound che mi circonda, buzzurra del sound che sono. Bagni con lavandini in marmo nero — diciamo simil marmo, va’ — e un senso di pulizia che non respiri molto spesso a NYC.

Fortunatamente con “Thelma” di Joachim Trier il prezzo del biglietto è stato largamente ripagato.
Acclamato al Toronto Film Festival, “Thelma” è uno di quei meravigliosi corpi cinematografici che sfuggono alle facili etichettature. Horror, Thriller, Supernatural, Dramma, Coming-of-Age. I cartellini si mescolano tutti, e trovo che il film fiorisca splendidamente negli interstizi tra un genere e l’altro.
Thelma è al primo anno di università a Oslo. Viene da un piccolo paesino nel mezzo del nulla norvegese, ovvero fra campi innevati e laghi ghiacciati. Il terribile quanto goloso prologo si apre proprio in quell’ambientazione. Lei da piccola, 4-5 anni, e il padre, fuori a caccia di cervi. Quando ne avvistano uno, il padre, un paio di passi dietro a alla bambina, punta lei invece del cervo. Aprire con un inizio così, un inizio cinematografico inequivocabilmente scandinavo, prepara lo spettatore a un’esperienza non convenzionale —quando mai un padre può voler ammazzare, e così platealmente, un figlio?
Thelma è stata cresciuta a pane e Bibbia, da una coppia di ultrà della Cristianità. E’ schiva, timida, fatica a legare con i suoi coetanei. Finché un giorno non incontra Anja, e tra le due sboccia subito un’intesa che va ben oltre l’amicizia. Però, nel momento in cui Thelma comincia a realizzare la sua attrazione per la ragazza, viene colta da un violentissimo attacco epilettico. Thelma non capisce cosa le stia succedendo, ma prova comunque a respingere questa pulsione perché contraria ai precetti con cui è stata allevata — ama il Dio tuo, stop. La ragazza fa di tutto per opporsi al suo sentimento, ma alla fine vi si abbandona, con risultati sconvolgenti: non solo le sue crisi epilettiche si fanno più frequenti, ma Thelma sembra riuscire a dar forma ai propri desideri, e a far avverare ciò che vuole — make her dreams come true, insomma — ma con conseguenze catastrofiche per chi le sta attorno. Quando Thelma cerca di capire cosa può esserci dietro a questi attacchi, scoprirà un segreto del suo passato che la sua mente, e i suoi genitori, hanno cercato di occultare…

Cosa distingue “Thelma” dai classici horror sconfinanti nel soprannaturale? Sicuramente la componente erotica. Nella cultura imposta a Thelma dai genitori cristiani, l’eros è legato a doppio filo al peccato. Il regista ruba all’immaginario cristologico delle allegorie che sono sempre state associate a questi due elementi — primo fra tutti il serpente — e le infila nell’onirico allucinato epilettico di Thelma. Accanto ad esse, altri simboli animali, come l’uccello — stormi, o singoli, morti, poi vivi, in cielo o per terra — oppure il bruco, l’insetto. Anche la dimensione acquatica è molto presente, nella declinazione outdoor e indoor: il lago, la cui superficie ghiacciata può mostrare pesci che nuotano felici, oppure bimbi morti assiderati… E ancora la piscina, dove Thelma incontra Anja. Trier è abilissimo anche a giocare con associazioni che repellono richiamando alla memoria degli accoppiamenti che mandano in cortocircuito la tranquillità dello spettatore. Dopo aver effettuato degli esami neurologici per escludere l’epilessia, Thelma beve un bicchiere di latte. Sente che c’è qualcosa che non va. Guarda nel bicchiere e vede del delle gocce di sangue, che sta perdendo dal naso. Il bicchiere le sfugge di mano e si frantuma a terra, creando un lago — un altro lago! — di latte e sangue su cui la cinepresa meschinamente — meravigliosamente! — indugia, costringendo il muso dello spettatore davanti a una scena da cui vorrebbe evadere. Ricordiamo l’altro capolavoro in cui sangue infetto e latte candido si mischiavano, il supremo “Confessions” di Tetsuya Nakashima, visto dal Mastro in un Let’s Movie del maggio 2013.

Il film ha dei momenti di grande potenza visiva. Come per esempio quando il serpente di cui dicevamo esce dai meandri oscuri della natura, si avvolge intorno al collo della nonna matta di Thelma, oppure quando s’infila in bocca di Thelma stessa, o della sua allucinazione biblica. O ancora nell’Opera di Oslo, quando Anja sfiora per la prima volta Thelma, e la struttura del teatro comincia a scricchiolare, gli uccelli fuori impazziscono come se ci fosse un pericolo incombente, un cataclisma pronto a riversarsi sul mondo abitato dalle due portatrici di desiderio, e spazzarlo via.
Se ci piace interpetare… Il film ci fa riflettere anche sulla figura di Dio e sull’estremismo religioso. Nel momento in cui Thelma si libera del padre — Padre — e del passato, è davvero libera. Libera di amare, di vivere, di esistere senza costrizioni mentali.

Thelma parla molto più di qualsiasi film “a tesi” o a tema, sulla religione spinta al talebanismo, e su quanto i regimi catto-domestici possano portare a conseguenze pericolosissime, che quasi sempre snaturano il buono delle intenzioni che lo hanno costruito. Un bambino cresciuto nella fissa di Dio — o in qualsiasi fissa — sarà portato a desiderare altro, molto verosimilmante il suo opposto. Quindi occhio a come si tirano su le nuove generazioni. Il film sembra suggerirci questo. Insieme a molto molto altro. Spero vivamente che arrivi in Italia, e che andiate tutti in massa a vederlo.
Curiosa la coincidenza che mi ha portato a vedere “Thelma” la settimana dopo di “Novitiate”…

Ah, prima che mi dimentichi. Fra due giorni scade il termine per participare alla Diversity Visa Lottery 2019, altrimenti detta “Lotteria della Green Card” — la finestra rimane aperta solo un mese, dal 18 ottobre al 22 novembre. Ovviamente l’ho saputo due giorni fa. Ovviamente ho partecipato. Sai mai che un visto O1 si trasformi, come per magia, in una green card…
Purché abbiate la fotografia con i giusti requisiti — e guardate, tanti desistono per la scocciatura — s’impiega un attimo a compilare il form… E da come si mettono le cose con Trump, potrebbe anche essere l’ultima edizione…  Give it a go, and good luck, Fellows!

E anche per oggi è tutto.  Ho aggiornato il Frunyc II. E mi riprometto di parlarvi di Massachussets e Connecticut alla prossima!
Ringraziamenti vivissimi, e saluti, cocentemente cinematografici.

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LET’S MOVIE 347 da NYC commenta “NOVITIATE” di Margaret Betts

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Freddo Fellows

di quello ferale, quasi marziano, forse celestiale. Un freddo così non può essere di questo mondo.
Il problema con NYC è che le cose capitano sempre così. Potenti e all’improvviso. Non c’è uno scivolar m’è dolce in questo mare, nessun rutsch in neues Jahr. Nessuna fase di acclimatamento. Il giorno prima te ne stai a 20 gradi — 20 — al sole, e il giorno dopo — dopo — si contano 24 dispersi: tutti quelli sopra lo zero termico, più quattro sotto. E da come si sono messe le cose, le speranze di trovarli sono scarsissime.
Dalla manna alla mannaia. Ovviamente la testa a rotolare, come quella della sprovveduta Marie Antoinette, è stata la mia.
E aggiungo. Un corpo immerso in un frigo non riceve nessuna spinta dal basso verso l’alto, e Archimede non lo sapeva sia perché il frigo non gli apparteneva temporalmente, sia perché se ne stava bello mellow ammollow nelle vasche di mezza Atene. A noi nati nell’era del frigo, nella regione del Trentino e nell’emigrazione newyorkese, è toccata questa sciagura. E va be’, ce la smazziamo come abbiamo sempre fatto.
Da un giorno all’altro, l’esercito dei newyorkesi con addosso tshirt e infradito, è passato a un esercito con scafandri acrilici, pellicce sintetiche e tutte le declinazioni di indumenti invernali che immaginate. Quegli orribili scarponi anti-neve, anti-pioggia, anti-tutto che alcuni — alcunE — tendono a indossare vanno per la maggiore. Così come le ciabatte di plastica — quelle da piscina anni ’80 — con del pelo finto applicato sulla striscia sopra le dita, indossate con calzino. Come se la striscia di pelo e il calzino, oltre a insultare l’estetica, potessero fare qualcosa contro quel Zivago di freddo là fuori…

Era bello vedere della pelle. E’ bella l’estate anche per quello, sei esposto, ti concedi di più, anche solo nel modo in cui vesti. L’inverno sprofondi la verità di te stesso sotto strati e strati di coperture. L’inverno è la stagione della dissimulazione, del rintanarsi, del perenne rifiuggire la dimensione pubblica — banalmente, la strada — per rinchiudersi da qualche parte al caldo. Non c’è limite alle metafore evocabili avvicinando inverno e occultazione di cadavere. E vi prego di concedermi questa attività perché è l’unica in cui vinco. Per il resto, l’inverno surclassa sempre. E’ come il tempo. La lotta contro di loro è sempre persa in partenza.
Ci rimangano almeno le metafore, darn it.

Non credo sia una coincidenza il fatto che questo preambolo mi porti a riflettere un istante su quello che sta imperversando sugli USA, e di seconda battuta, sull’Italia, dopo il caso Weinstein, tipico esempio — come tutti quelli che l’hanno seguito — di occultamento di cadavere.
Sto osservando tutto quello che sta succedendo in uno stato di totale freddezza — allineandomi al cambiamento stagionale. Me ne sto a guardare dal quarto piano harlemita tutto il marciume che scorre giù per le strade. Spacey, Weinstein, pure Dustin Hoffmann, Tornatore, ora leggo di Brizzi. Tutte le scuse “io sapevo e non ho detto nulla” (Tarantino) e “io sapevo, non ho detto nulla ma rimedierò” (Ben Affleck). Tutto quanto laggiù a scorrrere per strada e io su al quarto piano. E non perché io sia emotivamente indifferente a tutto ciò. Ma perché mi pare davvero ridicolo — di una ridicolaggine demagogica mai conosciuta prima — che si stia gridando allo scandalo, quando tutto, sempre, è stato sotto la luce del sole. Sempre tutto quanto sotto la luce del sole.
Ma please, facciamo chiarezza. L’aria puzza di manipolazione.
L’onda d’indignazione che ha travolto gli accusati e tutto il mondo non è partita dalle donne. Le donne non sono indignate, o quantomeno, non nella semplicistica maniera con cui si spererebbe in una loro plateale, accorata, femministica, isterica indignazione. Si va da loro, si descrivono scenari porci, e si pretende che siano indignate.
Bullshit, per dirla con l’Accademia della Crusca.
Sono i media, i nuovi Inquisitori del 2.0, a volere quell’indignazione. Perché quella alimenta un istinto moralizzatore che smuove l’uomo sin dalla nascita del peccato originale. I media, con i loro j’accuse strillati, i post, i tweet, i servizi online in tempo reale, e tutti i mediucoli che hanno a disposizione stanno manovrando l’opinione pubblica dentro un canale che poi risulterà facilissimo manovrare per loro quando avranno il prossimo scandalo pronto. Siamo nel momento storico in cui il mezzo ha rotto, corrotto e rottamato il messaggio — che ne direbbe MacLuhan, fosse ancora vivo?
Spero che le donne, tutte le donne, o per lo meno le mie donne, non cadano in questa bassa e meschina e piccola manipolazione. Semplicemente perché non ne hanno bisogno.
Non so come in Italia questo fenomeno sia gestito. Ma qui ogni giorno escono articoli su come “Kevin Spacey se la spassasse a Napoli durante le riprese di un certo film, affittando un mega yacht e riempiendolo di giovani rampolli”… Lo scopo è quello di confondere le acque, giudicare comportamenti, far di tutta l’erba un fascio.
Se Kevin Spacey ha le possibilità finanziarie di noleggiarsi un panfilo, riempirlo di ragazzi CONSENZIENTI e di bisbocciare per 24 ore di fila, dove sta il problema? Il problema si pone nel momento in cui Kevin Spacey usa la sua posizione senior in cambio di favori con dei suoi colleghi junior — e questo, ahimé, credo sarà provato.
Il mio timore è sulla confusione. Su cosa definire giusto e sbagliato. La mia riprovazione è sull’ipocrisia, oscenamente cavalcata da qualsiasi testata giornalistica, canale televisivo, opinionista con delle opinioni.
Le donne non sono indignate o non dovrebbero indignarsi perché indignarsi all’improvviso di un “modus operandi” con cui sei nato, cresciuto e dato per assodato sarebbe come indignarsi all’improvviso dei concorsi statali truccati. Le si vorrebbe far passare, al solito, come le nevrotiche umorali che da un minuto all’altro organizzano una caccia all’infedele, al porco infedele, dopo aver vissuto per secoli dentro un sistema con determinate regole e determinati “modi” che ha sempre protetto se stesso.
E se ora il gran giurì massmediatico pretende costernazione davanti a Hollywood che crolla — e Cinecittà che crolla — sotto il peso delle accuse a chi ne è sempre stato a capo, be’, rimarrà a bocca asciutta. Almeno da parte mia.
Anche gli uomini non dovrebbero indignarsi. Perché in questo sistema ci vivono e lavorano, e lo conoscono. Perché questo sistema è dominato dai Trump e dai Berlusconi, e dai Trump e Berlusconi vestiti da Dustin Hoffman e Kevin Spacey, così come da un certo tipo di atteggiamento nei confronti dell’oggetto desiderato, sia esso una donna, una macchina, una poltrona politica — ne ho voglia e me la prendo, no matter what. Non s’indignino quindi. Risparmino la sceneggiata. Risparmiamocela tutti, please.
E poi, di cosa esattamente ci dovremmo meravigliare? Ci meravigliamo davanti allo Ius prime noctis? Secondo voi, gli studenti del 2117 che studieranno la storia di cento anni prima — noi — si meraviglieranno? No, my Fellows. Tutto, davanti ai loro occhi, avrà molto senso, molta coerenza.
Everything here makes sense.

E please, lasciatemi dire. Quando nasci donna, sai certe cose. Sai in quali mani sta il potere. In quelle di un professore. Di un capo. Di un politico. Nella stragrande maggioranza dei casi, di un maschio. Da bambina o da giovane, non stai lì a questionare più di tanto. Le cose stanno così, punto. Quando cresci, trovi il modo di capire tutto questo. Prima studi da dove vieni — secoli e secoli di storia in un mondo dominato dal maschio — poi cerchi di combatterlo — chi non ha passato la fase d’incazzatura femminista? — e poi usi l’astuzia e cerchi di ricavarti il tuo spazio, e di subirlo il meno possibile. I sistemi ci sono.
Ora il più grande produttore cinematografico americano si è scoperto il più grande suino di tutti i tempi. So what? Chi lo ha mai creduto uno stinco di santo? Non certo chi gli copriva le spalle. E chi gli copriva le spalle, nel 99% dei casi, erano persone che dipendevano da lui, dal punto di vista lavorativo o di network. Si sa come funziona il business, no? Tu infanghi il mio nome? Benissimo, tu non fai più un film/non lavori più campassi cent’anni.
Non sto difendendo il sistema. Sto dicendo come funziona.
Se ora tutto si disintegra, bene, benissimo. Sarò la prima a ballare sulle macerie di questo mondo infame.
Ma non ci si aspetti da me una briciola di indignazione.

Detto questo, veniamo al film della settimana, che per contrappasso, ci porta in un convento… Non so perché ma ho sempre provato un misto di fascinazione e repulsa verso le suore — sognatrici prigioniere del loro stesso sogno, recluse dal mondo votate alla ricerca dell’Assoluto e condannate alla sua eterna assenza. Si tratta di “Novitiate” di Margaret Betts, film che spero giunga in Italia prima o poi, dopo esser stato presentato con successo al Sundance Film Festival di quest’anno.

Kathleen è una sedicenne della provincia americana. Genitori divorziati, madre che beve, fuma “and sleeps around”, come si dice da queste parti. Cosa può fare Kathleen? Per cominciare, entrare in una scuola cattolica. E poi in convento — io avrei avuto altre idee in testa per lei, but you know…
Però siamo nel 1962, anno del Concilio Vaticano II. Quello durante il quale Papa Giovanni XXIII apportò delle riforme “ammodernatrici” anche per la vita delle suore, rinchiuse nei conventi di tutto il mondo.
Quest’ondata di modernità non piace per niente alla Reverenda Madre del convento dove Kathleen è entrata. Lei è vecchia scuola: sostenitrice convinta di un regime al sapor di dittatura per le novizie — incitamento al sacrificio e alla punizione corporale, al digiuno, al silenzio. Fun life, insomma.

Il film guarda sia all’esterno che all’interno del convento, con l’esterno che si infila all’interno attraverso le missive inviate da Roma alla Madre Badessa che piuttosto di sentir parlare di riforme preferirebbe vendere l’anima al diavolo (!). Ma l’esterno è rappresentato anche dalla stessa Kathleen e dal percoso che compie, insieme alle sue compagne, per raggiungere l’obbiettivo: sposarsi con Dio.
Le novizie sono spose del Signore. Lasciano la vita terrena per dedicarsi unicamente a Lui. In quel percorso il dubbio, a un certo punto si manifesta, minando la certezza evangelica dell’esistenza di Dio e il senso del matrimonio con Lui. Alcune lasciano, altre crollano. Per la Madre Badessa, il terremoto che scuote tutte le sue certezze coincide proprio con il processo di ammodernamento della Chiesa. E lo capisci! Vivi il dramma di una suora nazista, capendola — ecco perché adoro il cinema: in una scena ti costruisce nuovi orizzonti emotivi. Immaginate. Essere stata moglie del Signore per 50 anni, e poi sentirsi dire che quello in cui avevi creduto — un sistema di abnegazione e sacrificio per compiacere il proprio Dio, Padre, Padrone, Sovrano, Marito — non vale più: è una scelta terrena soggetta all’avvicendarsi di un Papa, alle decisioni di una Curia. La scena del crollo della Madre Badessa è davvero qualcosa di straziante, e di nera comicità — e forse sta male dirlo, ma va be’.

“Novitiate” è un film che mi ha posto molte domande. Non sulla fede, ma sulle donne.
Le novizie vogliono a tutti i costi diventare le mogli di Dio. Ricevere la chiamata. Essere prescelte. Sentirsi speciali, volute, uniche.
Mi viene da chiedermi. Noi donne, allora, siamo tutte suore? Chi non vuole sentirsi prescelta, voluta, unica e speciale? Tutte! E là fuori ci hanno costruito un mondo di f(av)ole attorno.
Poi però s’insinua il dubbio. E se non fosse così? Se Dio/Il Principe Azzurro non esistesse? Se non fossimo le scelte, prescelte, speciali, di nessuno? Se ci stessimo inventando tutto? Se ci fossimo sempre inventate tutto?
La conclusione — amarissima — a cui giunge la Madre Badessa è quella: si ritrova pedina nelle mani della Chiesa, e in fin dei conti, di se stessa.
E noi donne sognatrici, che costruiamo castelli in aria tanto quanto secoli di suore hanno construito l’immagine di un Dio Marito in cielo, siamo destinate tutte a questa conclusione?
Come vedete mi limito alle domande… a insinuare il dubbio 🙂

Oltre a tutto questo vediamo che la ricerca ossessiva di perfezione a cui le novizie sono sottoposte, e nello specifico Kathleen, non porta al raggiungimento dello scopo perseguito. Anzi, porta al desiderio smodato per l’oggetto mancante. Kathleen sviluppa un sentimento — corrisposto — per la compagna Gabrielle. Tenerissima la scena in cui la supplica, ripetendo senza sosta “Comfort me, comfort me, comfort me…”. Dio sarà pure il marito concupito, ma non scende mai al piano terra a darti un abbraccio.
E il finale, che segna il trionfo del dubbio, non ve lo racconto altrimenti non andate più a vedere il film quando uscirà. 🙂

Anche per oggi ho fatto la mia parte. Sulla lista di cose che devo dirvi, oltre a Governors’ Island — sulla lista da agosto! — aggiungo Connecticut e Massachussets, che mi hanno ospitato in questo weekend e di cui vedrete degli scatti nel Frunyc II aggiornato.
Mentre se volete esercitarvi con l’inglese leggendo un po’ di Pistoletto…  🙂
Ringraziamenti sinceri, e saluti, polarmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 346 from NYC commenta “WONDERSTRUCK” di TODD HAYNES

LET’S MOVIE 346 from NYC commenta “WONDERSTRUCK” di TODD HAYNES

Michelangelo Moviers,

Voi ora pensate immediatamente al Buonarroti. Ebbene no, anche se lui, il Buonarroti, potrebbe trovarsi in mezzo alle mie parole newyorkesi per voi, visto che il MET apre una mostra a metà novembre con una pompa magna di titolo del calibro di “Michelangelo: Divine Draftsman and Designer”. Ma come vi dicevo, il Michelangelo a cui mi riferisco è un altro, è roba del ‘900. Il Michelangelo è Pistoletto.

Capita che ieri a Cold Spring, borgo di 1.948 anime nello stato di New York, 60 miglia a nord della City, ci siano stati più italiani che autoctoni, fra le strade della ridente cittadina — tra Main Street, West Street Chestnut Street, i nomi di un paese della Valley che potrebbe anche essere quella del Rio Bravo. Ma cosa ci faceva mezza Italia a Cold Spring? E soprattutto, Cold Spring??
Per rispondere bisogna chiamare in causa Giorgio Spanu e Nancy Olnick, una coppia italo-americana innamorata dell’arte del secondo ‘900, specie dell’Arte Povera. Se mettete insieme una coppia innamorata dell’arte e tanti tanti TANTI mezzi ovvero money, metri quadrati e una predisposizione naturale al mecenatismo, ecco che vi spunta Magazzino Italian Art.
Magazzino Italian Art non è un museo. E’ un centro espositivo dedicato all’arte italiana contemporanea perché l’arte italiana contemporanea è pressoché sconosciuta in America. La maggior parte degli americani sono convinti che l’arte italiana sia Roma Antica, Barocco e Rinascimento, stop. Se nominate De Chirico vi guardano con volto perplesso “De Chiri… who?”. Qualcosa, per sanare la situazione, s’ha da fare.
Prima di diventare Magazzino Italian Art, lo spazio era un centro di raccolta per i contadini dell’Hudson Valley, poi centro per la pastorizzazione del latte, e poi centro di produzione di computers per le forze armate (!). I coniugi, che abitano a New York City e hanno già una casa di campagna piena zeppa di opere d’arte e istallazioni site-specific a Garrison, altro piccolo paese nella Valley, mettono piede a Cold Spring nel ’95 e bam, love at first sight. Decidono di acquisire il vecchio edificio poco fuori il centro cittadino, metterlo nelle mani di un architetto dal nome donchisciottesco come Miguel Quismondo, e di tirarci fuori uno di quegli oggetti architettonici da rivista che sognamo tanto di poter possedere — anche solo nell’onirico. I coniugi riempiono il centro con le opere di artisti che hanno accumulato negli anni, e aprono le porte non solo al pubblico — e gratuitamente — ma anche ai ricercatori che utilizeranno lo spazio per le loro ricerche. Sì perché Magazzino Italian Art infatti vanta anche una biblioteca di 5000 volumi. E tra gli artisti esposti — che potete trovare nel Frunyc II insieme alle foto della giornata a Cold Spring — Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio.
Ma chi è spuntato tra gli elencati? Lui, Michelangelo. E non è spuntato solo lì, fra gli elencati, ma anche ieri. A Cold Spring. Hudson Valley.
Eggià, Michelangelo Pistoletto, di Biella che più Biella non si può, 84 anni suonati, uno degli artisti viventi più iconici dell’Arte Povera — quello degli stracci e degli specchi che includono lo spettatore, per capirci — si presenta a Cold Spring per far rotolare una sua “Sfera di giornali” — walking sculpture, la chiama lui — lungo Main Street.
Di sfere ne ha fatte rotolare parecchie nella sua vita, quel burlone di Pistoletto. La prima a Torino, nel 1967, quando Michelangelo arrivò con la sua scultura a bordo di una Fiat cabrio. Da allora ha ripetuto la performance al Louvre, alla Tate Gallery, a Philly e, un anno fa, persino a Cuba — il rock-to-roll gli piace molto, insomma.
Ieri, a Cold Spring, la performance si è ripetuta. Stessa modalità, giornali diversi (del 2017) una Fiat del ’67 rossa fiammante. E per mezz’ora un vero e proprio spettacolo di piazza, con la sfera a carambolare per le strade, bambini e adulti a correrle dietro, e poi sollevarla in aria tutti insieme. Un’ora prelevata al quotidiano e regalata al ludico. E magari il tutto poteva anche sembrare un tantino silly, visto dall’esterno. Ma quel tipo di silliness, Moviers, va coltivata e protetta. Io, la mia, che chiamo stupidera come “Inside Out” insegna, non la mollo. 🙂
E poi via tutti al Magazzino Italian Art, a dieci minuti di shuttle bus dalla stazione dei treni — e vi prego di immaginare il treno ottocentesco, con il vapore e la ghisa e quel triangolo davanti che Dio De Mauro sa come si chiama, e fa niente se invece era uno squallido regionale che pendola fra Grand Central Station NYC e Poughkeepsie.

Pancia da ottuagenario, occhio da sedicenne, cappello felliniano, Michelangelo si è prestato a tutto. Al gioco con i bambini, alle foto, agli autografi, alle chiacchiere. Gli chiedo “Maestro, si diverte?” E lui “Ah ma sai, io mi diverto sempre”. E fan un’espressione da dritto di uno che sì, si diverte davvero, e che no, non dimenticherò mai.
Nel breve discorso che rilascia, dopo le parole dei due mecenati e del sindaco di Cold Spring — che non avrà mai visto tanto turismo in tutto l’arco del suo mandato — Michelangelo dice questo. “We want to bring art out of the museums into the streets, to people. And to act. The sphere is a point of attraction. It’s a way to bring people together, and to act together”.  In un ambiente non proprio accessibilissimo come quello dell’arte contemporanea, far ruzzolare un’opera d’arte in mezzo a una strada plebea, be’, converrete, divulga un messaggio forte e chiaro.

Quindi ecco cosa ci faceva mezza Italia americana a Cold Spring, sabato 4 novembre 2017. E vi prego, fatemi dire due parole su Cold Spring. Sarà stato l’autunno, con una giornata frizzante e soleggiata, gli arancioni, i gialli, i rossi che fanno dell’autunno la tavolozza di Van Gogh. Sarà stata la quiete del borgo dopo tre mesi di tempesta metropolitana, ma la cittadina mi ha fatto l’effetto di un luogo cinematografico prestato momentaneamente alla realtà, e a una realtà che per l’occasione si è fatta teatro di una performance d’artista… poi ditemi se questo non è un circolo favoloso, cinema-verità-sogno-fantasia…
Le casupoline con il portico e il dondolo, i negozietti con la campanella alla porta, prezzi ragionevoli e nessuna telecamera — a NYC sei sorvegliato speciale da tutte le angolazioni previste dal Kamasutra. I colori tenui, verdini, giallini, oppure gli abbinamenti sgargianti rosso e blu, rosso e nero, da villaggio delle fiabe. La chiesa gotica — falsa — con la porta rossa — vera — in cima a un prato immerso nell’oro delle foglie cadute, nel carminio di un acero giapponese. La piazzetta che dà sul fiume, a cui attraccano i battelli — anche quelli a vapore, come quello che presi lo scorso febbraio, quando mi trasformai in Tom Sawyer risalendo il Mississippi travestito da Hudson. E in mezzo alla piazzetta, la copia del cannone che probabilmente sparò a Gettysburg, o in qualche altra importante battaglia della Guerra di Seccessione. Credo di aver reso l’idea. Ho apprezzato tutto questo, per quelle tre ore che ci ho stazionato. E la vita di provincia, con il suo trantran rassicurante, i vigili del fuoco che impiegano 12 secondi ad arrivare all’Ufficio Postale, casomai dovesse andare in fiamme la posta di Cold Spring, e la santa mancanza di Seven Eleven, Subway, MacDonald, e qualsiasi tipo di takeaway genera-junk. Tutto questo è stato un sogno dalle piacevoli tinte foliage.
Poi alla mia mente sognante si è affacciato lo spettro dell’inverno, con la neve e il ghiaccio e gli istinti depressivi. O quelle giornate di gennaio in cui l’Accademia di West Point, a qualche km a sud, mescola la sua aura ostile alle temperature rigide e manda tutto su, qualche km a nord, e Cold Spring subisce questo doppio attacco, e batte i denti per quattro mesi, finché la primavera non porta il disgelo — e, speriamo, lo Spring Break ai cadetti. Si è affacciato anche lo spettro del provincialismo, fantasma che temo mi perseguiterà fino alla fine dei miei giorni — dopo New York City, cosa può NON sembrare provinciale?
Allora il regionale verso la City non mi è sembrato più tanto squallido, e quando ho rimesso piede a Grand Central, la stazione più evocativa delle stazioni — ok, anche Venezia Santa Lucia, okay anche Paris Gare de Lion — ho pensato che la provincia la godi fin quando sai che puoi ammazzarla sventolandole in faccia il tuo biglietto di via. Quando, insomma, stringi la libertà in tasca. Se la provincia è tutto quello che hai, o ti fai andare bene i pompieri a 12 secondi e il dondolo del vicino che, what the hack, scricchiola tutto il tempo e per questo, potresti anche aprire il fuoco. Oppure vai alla stazione e ti fai un biglietto del treno. Giusto per stringere la libertà in tasca e dormire un po’ più tranquillo.

Parlando di libertà, e del suo opposto… Questa è stata la settimana dell’attentato sulla ciclabile a TriBeCa. La mia ciclabile. Mia perché è quella che ho ciclettato decine e decine di volte tra agosto e settembre. E quel ponte pedonale, il TriBeCa Bridge, è il ponte che ogni volta che lo sottopasso, penso, mammamia quant’è brutto ‘sto ponte. Ora non lo penso più. Penserò. Questo è il punto, questo è il ponte, questa è la scuola.
Il brutto degli attentati è che scrivono l’incancellabile. Quel posto non sarà mai più quello di prima. Ha perso la sua innocenza. Quando ci sono passata, venerdì, la ciclabile era deserta — mai vista la ciclabile deserta. E sono spuntati fiori, biglietti, palloncini. Le forme collettive del lutto. Personalmente, il giorno in cui è successo — e anche ora, se ci penso — provo una sensazione strana e spiacevole. Come di spina, che s’infila nella tua quotidianità; anche se non ti ferisce direttamente come potrebbe fare un coltello, ti punge, rimane lì.
Non oso immaginare cosa devono aver provato i superstiti dell’11 settembre.

Voglio ringraziare i tantissimi di voi che si sono preoccupati, e mi hanno scritto subito per accertarsi che per una santa volta non stessi ciclettando o correndo o facendo qualche altra diavoleria motoria in zona TriBeCa.
L’ho apprezzato enormemente, così come il fatto che associate automaticamente il vostro Board a NYC. 🙂 Grazie Moviers.

E ieri, dopo il rientro a Grand Central, mi sono diretta, senza passare dal via, al Lincoln Center Plaza per vedere “Wonderstruck” di Todd Haynes. Quel Todd Haynes di “Lontano dal paradiso” — mmm — e “Carol” — per carità d’iddio. Il film parte zoppicando un po’, poi mi conquista, poi mi perde, poi cerca di riconquistarmi ma non so se ce la fa. Come quegli amori frusti che le provano in ogni modo e ai quali non riesci a rifiutare una chance sapendo che non funzionerà.
Il film porta avanti due filoni inizialmente lontani nel tempo e nello spazio, ma che, piano piano si avvicinano fino ad allacciarsi nel finale in un bel fioccone con “happy-ending” scritto sopra.

Due epoche e luoghi diversi: il 1927 a Hoboken e poi NYC, e il 1977 Minnesota e poi NYC. Nella prima, Rose, una bambina sorda — e l’attrice è veramente sorda, Millicent Simmonds — fugge da casa ad Hoboken, cittadina simil Cold Spring che sta difronte a Manhattan, nel Jersey, per andare a New York a cercare sua madre, famosa attrice che lavora a Broadway, divorziata dal padre della piccola. Nella seconda Ben, un ragazzino del Minnesota, dopo essere diventato sordo per un incidente, si mette alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto dopo la morte della madre.
La sordità e NYC accomunano i die ragazzini, e non solo… Entrambi finiscono nella City. L’una alla ricerca della madre, l’altro del padre. Rose troverà una nuova vita. Ben, sua nonna. La storia ha un che di “Hugo Cabret”, lo sentite immediatamente. E questo non è dovuto a un’impressione casuale, ma fondata: lo scrittore dei romanzi da cui entrambi i film sono tratti è lo stesso, Brian Selznick. La prima parte, abbiamo detto, è ambientata alla fine degli anni ’20, quindi è il muto, il linguaggio scelto da Haynes per raccontarla, servendosi di una bella colonna sonora — potremmo dire vera e propria rimusicazione — che si accompagna bene al bianco e nero. La seconda parte, quella di Ben, ambientata negli anni ’70, usa i colori psichedelici e funk della NYC di quegli anni. E qui la colonna sonora ricorre al Duca Bianco con la sua “Space Oddity”.

Ma c’è qualcosa che non mi torna in questo film. Gli elementi per una storia memoerabile ci sono, e anche i mezzi espressivi. Ma il film emoziona solo quando vedi il viso di Rose. Per il resto, è come se tutto fosse avvolto nell’artificio, nel manierismo, che purtroppo stemperano il calore empatico verso questi due sventurati ragazzini. Ci troviamo davanti al caso “quando la forma stronca la sostanza”. In certe scene l’autocompiacimento registico è così marcato da stomacare — specie nelle scene della NYC anni ’70, tutta rosa acrilico, e verde sintetico e giallo plastica. Personalmente avrei preferito che tutto il film fosse muto e in bianco e nero — mi rendo conte che sarebbe stato un altro film, ma questa è la mia rubrica, dopotutto. 🙂 Perché, come vi dicevo, l’attrice che interpreta Rose, parla anche se non parla e riempie la scena al pari di un’attrice navigata.
Certo, poi possiamo anche iper-interpretare, e vedere “Wonderstruck” come un omaggio a New York City, luogo di sogno in cui molti approdano per avverare il proprio sogno — la città in cui tutto è possibile. E in Rose, forse, c’è un po’ della figura dell’immigrato che dal piccolo paese in mezzo al nulla, giunge nella metropoli delle meraviglie per realizzare i propri desideri. Ciononostante, l’immedesimazione rimane vittima di una leziosità e di una retorica che castrano i buoni intenti. Non siamo a livelli di “Carol”, in cui Haynes si è perso in una farniticazione di storia amorosa fra le due protagoniste, restituendo un melo zuccheroso e, francamente, irritante — per un po’ di sana autenticità consigliammo al regista una dose massiccia di Kechich con “Vita d’Adele”, capolavoro dei capolavori di autenticità emotiva.
Se “Wonderstruck” arriva in Italia per Natale, è la favola perfetta da far vedere ai soliti “grandi e piccini”.
Mi spiace, tuttavia. Il film sa un po’ di occasione mancata. L’idea del muto abbinato al bianco e nero, com’era stato per lo splendido “The Artist” di Hazavinicius qualche anno fa, piace tanto tanto tanto. Dopo tanti film chiassosi, che parlano a vanvera, un ritorno al silenzio, sarebbe grandemente apprezzato.
Detto questo, mi dirigo all’uscita perché sono arrivata alla fine.
Frunyc II aggiornato — con le foto di Magazzino Italian Art e di Michelangelo non Buonarroti bensì Pistoletto — ringraziamenti di rigore e saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

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