LET’S MOVIE 332 – commenta WONDER WOMAN e propone LADY MACBETH

LET’S MOVIE 332 – commenta WONDER WOMAN e propone LADY MACBETH

Farneticando Fellows

tra i gradi lievitati di questa settimana e il compleanno di quello che forse sta impedendo al mio visto di essere approvato — i festeggiamenti non l’avranno tenuto impegnato fuor di Casa Bianca e portato in quel luogo da cafonal animato che è Mar-a-lago (Mar-a-lago)??
Tra il languire di questo esilio in cui l’unico mare è quello di nostalgia che pulsa come un cuore dentro a ogni cosa che faccio e dico. Tra le notizie che mi scivolano tra le mani senza rimanervi attaccate, tra canzoni techno per dodicenni che uniscono un tal Rovazzi (ma chi è Rovazzi??) a Gianni Morandi (Morandi lo conosco, ma non lo riconosco), c’è un piccolo evento che ha avuto il potere di farmi guardare alla Città degli Angeli, con un misto di benevolenza nei suoi riguardi che mi è assai estranea.
Di recente, in un articolo che ho scritto su di lei, Los Angeles, così l’ho descritta: “Per me è, e rimarrà sempre, una di quelle donne sfatte, un tempo avvenenti, ma ora sfiorite, che mantengono un vago ricordo di quella bellezza perduta, ma che si sono lasciate andare all’eccesso, al vizio, e ora siedono languide su un letto di un motel, in attesa”.
Per quanto i mesi che vissi lì siano tinti d’oro nella mia memoria, non ne ho mai fatto un newyork, dove “newyork” sta per “luogo leggendario — spesso associato al paradiso terrestre o all’Eden — situato al di là del mondo conosciuto, in cui i bisogni materiali sono appagati e gli esseri umani vivono in pace tra loro godendo della vita” 🙂
Los Angeles è tutt’altro. Pigra, lenta, sciatta.
Eppure qualche giorno fa mi stupisce anche lei con un omaggio che credo non sia piaciuto solo a me, ma a tutti gli amanti del cinema e della fantasia in generale. Il 9 giugno è venuto a mancare Adam West.
Adam West, per chi non lo sapesse, era l’attore che interpretava Batman nella serie televisiva di fine anni ’60. Prima di Christopher Nolan, Tim Burton e tutti i registi che si sono cimentati con il Cavaliere Oscuro di cui tutti siamo innamorati (se non ami Batman, allora non ami Gandhi, i cuccioli di foca bianca al Polo e Re Giorgio Armani), fu questa serie televisiva che ce lo rese familiare. Certo, ce lo rese anche assai buffo. Ricorderete la tuta 100% polyestere color galeazzociano che ricordava molto le calzemaglia del Mago Zurlì. Oppure le scene di lotta sostituite da vignette violence-free come “KAPOW”, “BAM”, “WHAAMM” che, attraverso un’ellissi tutta grafica, aggiravano, con garbo e innocenza, la brutalità sullo schermo. Ricorderete anche Robin, che più che un Robin era un omino della Playmobil, un elfo mancato di Babbo Natale.
Eppure quella serie televisiva segnò e fece la storia. A Los Angeles, se ne sono resi conto e sapete cos’hanno fatto? Hanno raccolto una gran folla davanti alla City Hall, il municipio di L.A., area Downtown, e il sindaco, Eric Garcetti, insieme al Capo della Polizia, Charlie Beck, hanno acceso il Bat-segnale! L’ovale con il pipistrello stilizzato a grandezza XXL sulla facciata della City Hall.
Questo il comunicato stampa ufficiale: “La leggendaria star della serie tv classica Batman, trasmessa dal 1966 al 1968, è scomparsa venerdì 9 giugno all’età di 88 anni. In ricordo dell’indimenticabile ritratto del Cavaliere Oscuro fornito da West, il Sindaco Garcetti e il Capo Beck accenderanno l’iconico Bat-segnale, che verrà proiettato sulla torre del Los Angeles City Hall a Spring Street. I fan di Batman sono invitati a indossare le loro Bat-tute in onore del ruolo di West.”

A parte che avrei dato un bat-visto per vedere quante Bat-tute sono accorse in omaggio al Cavaliere Oscuro…
Da un lato, qualche cinico europeo dalla lingua biforcuta, potrà anche ridere di questa cerimonia. A me ha letteralmente spalancato il cuore. Sarà che per me Gotham City è un’altra città dalla Piazza dei Tempi e dal Parco Centrale…
Io penso che un gesto del genere equivalga a dire: fermiamoci un attimo, crediamo in quello che sembra incredibile e rendiamolo cosa comune e collettiva. Ecco, per me, un’iniziativa così, ha più valore di mille concerti del Primo Maggio, parate del 2 Giungo, finali di Champions. E’ ricordare che la fantasia è un elemento quotidiano, che vive fuori dal cinema, dalla televisione e dai libri. Che è fra noi.
Spero che le madri abbiano travestito quanti più figli e figliE possibili, e cha li abbiano portati in Spring Street, a vedere il Sindaco e il capo dei cops chiamare Batman.
Spero anche che Batman l’abbia visto.

Sarebbe stato bello che New York avesse sposato l’iniziativa. Ma dopo tutto a NYC non serviva.
Los Angeles può diventare Gotham City per una notte. New York è sempre Gotham City. 🙂
Non so dirvi quante sono le volte in cui, passando per una strada meno battuta, oppure semplicemente alzando gli occhi sui grattacieli, quando certa nebbia si mescola alle luci della notte, quante volte io abbia pensato, e anche detto — sì, ad alta voce — “sei proprio Gotham”.
Come non voler vivere nella città che ti ricorda la fantasia ogni singolo giorno che la vivi?

E l’evento mi permette di collegarmi al Lez Muvi che noi Moviers, ligi ligi, siamo stati a vedere lunedì. “Wonder Woman” di Patty Jenkins. I ligi ligi sono stati il WG Mat, il D-Bridge e la Modenella, anche detta Skianto. 🙂
Non sia mai che io insabbi della discordia — Omero ci costruì sopra un’intera epica, e io che faccio, la insabbio??
Il D-Bridge ha incontrato delle difficoltà nei confronti del film.
Riformulo. Il D-Bridge l’ha trovato poco in linea con il suo gusto personale.
Ri-riformulo. Il D-Bridge l’ha considerato il film più brutto di sempre, o di mai. “Brutto” è un aggettivo a cui sono molto legata perché ti riporta all’infanzia, quando lo usavi a mo’ di sacco della spazzatura e ci infilavi dentro di tutto. Ora organizzeremo un evento “Vuota il sacco” in cui il Bridge ci spiegherà per filo e per segno tutto quello che non l’ha convinto 🙂

Tuttavia per alcuni elementi, non posso proprio dargli torto.
Su tutto, gli effetti speciali.
Ma io dico, siamo nell’era dell’iper-iper-digitale 4.0. Con gli effetti speciali siamo arrivati a un livello di raffinatezza e precisione da farti venire voglia di morire e resuscitare nelle mani di chi ha plasmato “Ex machina”, “Mogwli, il Libro della Giungla” oppure “Mad Max” — quei mondi sono più veri e credibili del vero credibile. Non parliamo poi di “Star Wars”.
Allora non è proprio accettabile che nella prima parte di “Wonder Woman” — quello il punto più dolente — ci vengano presentati dei paesaggi tra Mikonos, la Sardegna e i prati in fiore di “Maleficient” che stomacano dopo i primi quattro secondi. Tutto appare come una favola ma di quelle di bassa lega, è l’Harmony degli effetti speciali, e non vedete l’ora che il flash-back sull’infanzia di Diana (Wonder Woman) nel mondo di Themyscira, finisca.
Così come mi capita di cambiar canale televisivo per eccesso d’imbarazzo nei confronti di certi personaggi che si rendono ridicoli o che non sanno affrontare la situazione, così ho provato della gran compassione mista a vergogna per la regista e la sua squadra “Special Effects”.
Però c’è da dire che il fondo, il film, lo raschia all’inizio. Poi, in qualche modo, gli effetti speciali del film si riprendono. Sono sempre eccessivi, esagerati e imbarazzanti, ma se non altro, quell’Arcadia zuccherosa da mondo di Mio Mini Pony abitato dalle amazzoni, almeno quella, ci viene risparmiata.

Il film, nella seconda metà, si riprende anche dal punto di vista della storia. Se la prima parte è una lunga, a tratti assai barbosa ricostruzione dell’infanzia di Diana e della vita a Themyscira, la seconda parte, con Diana che affronta per la prima volta il mondo vero, si risolleva, e per me, si porta a casa la sufficienza.

Ma andiamo con ordine. Cos’è ‘sta Themyscira?
Prendete un paradiso terrestre. Arredatelo con dei faraglioni capresi, un mare caraibico, e tante, tantissime Amazzoni, che Zeus ha destinato lì per proteggerle da Ares, il dio più inkazzoso dell’Olimpo — questa è epica Fellows, anzi, è Pollon. 🙂 Queste amazzoni passano i loro giorni ad allenarsi come delle matte in una specie di capoheira a cavallo, in cui un po’ cavalcano, un po’ si menano, un po’ tirano frecce, però sempre tutto in orizzontale. E credo che quella sia la ragione di tanto allenamento. Provatevi voi a sferrare calci e pugni da sdraiati, ma per aria (!) Di Mandrake, dopotutto, ce n’è uno.
In questo Eden in cui ogni uomo vorrebbe precipitare, il fortunato si chiama Steve Trevor ed è una spia americana sfuggita all’esercito tedesco. Nel mondo vero infatti, siamo durante la Prima Guerra Mondiale, anche se io, a dire la verità pensavo che fosse ambientato durante la Seconda. Diciamo che gli sceneggiatori hanno preso un po’ dalla Prima, un po’ dalla Seconda e fatto una cosa fusion che, di questi tempi, va molto.
Diana, amazzone dal cuor di leone e dai poteri stratosferici, è convintissima che dietro questo scontro bellico ci sia Ares, e si mette in quella capatosta che si ritrova, l’idea di andare nel mondo vero ed eliminarlo. Fatto fuori Ares, no more wars in the world! La teoria di Wonder Woman non farebbe una piega, se non cozzasse con quel piccolo dettaglio che la guerra non è solo questione di Ares, ma anche dell’uomo. E’ l’uomo che sceglie, è l’uomo che porta dentro di sé la luce e la tenebra. E’ l’uomo che decide se dare ascolto al richiamo della guerra e armarsi, oppure preferire Cupido e finire in un Bacio Perugina. Wonder Woman riuscirà comunque a sgominare il nemico ergendosi sopra le trincee nemiche e a respingere proiettili e bombe grazie ai due bracciali fenomenali che tutti conoscete e a uno scudo che le serve anche come trampolino di lancio per raggiungere altezze irraggiungibili a qualsiasi scala dei pompieri.
La nostra eroina arriverà a capire che morto un Ares se ne fa un altro, proprio come il Papa, e che trafiggere il cuore al primo cattivone hitleriano di turno non serve a sconfiggere il Male. Il Male si sconfigge solo con l’Amore.
Questo il sequitur della teoria di Wonder Woman, che, va detto, ha sollevato non pochi malumori in sala.

Io dico che come tesi va bene, ma lo svolgimento no, non va affatto bene. Patty Jenkins, la regista, che si è formata su The O.C., Sex And The City, Grey’s Anatomy e Una mamma per amica, avrebbe dovuto lavorare sul modo. Non mi spiattellare lì Gandhi così. Gandhi è Gandhi! Wonder Woman deve trovare altre parole, anzi, altri fatti. E qui veniamo all’altra contraddizione in termini. Wonder Woman, che non è solo d’una bellezza da farti venir voglia di morire e rinascere per poter tornare in terra a guardarla, è anche una con delle skills al suo arco amazzonico. Sa qualcosa come 18 lingue e, a occhio e croce, è cintura nera di karatè orizzontale. Una Wonder Woman dovrebbe usare l’ingegno, come Ulisse, e non piegarsi ai modi inkazzosi di Ares. A questo, avrebbe dovuto arrivarci PRIMA, non a fine film, quando vediamo Diana in abiti borghesi, curatrice a tempo indeterminato presso il Louvre, mentre ripercorre la storia della sua vita e raggiunge questa conclusione.
Eppure in tutte le cadute di stile, in tutti i momenti che sfiorano il ridicolo e il combattimento finale che credo superi, per titanica portata, quello di Alien versus Predator — che non ho visto — nonostante tutto, io mi sono goduta il film.
E di seguito i motivi per cui “Wonder Woman” va (salva)guardata:

1. Gal Gadot. L’attrice che la interpreta. Miss Israele qualche anno fa. Una bellezza di quelle semplici ma potentissime. Occhi da cerbiatto, fisico dal giunco al giunonico — la via a cui tutte le donne ambiscono: magra ma formosa. Entra nell’inquadratura e calamita lo sguardo di tutti — personaggi, pubblico, tutti.
2. Wonder Woman non è una sciupa-maschi. Non ammicca, non seduce. E sarebbe stato facilissimo cadere nella tentazione di trasformarla in una Circe, una Cat Woman, facendole utilizzare le sue armi di distrAzione di massa, che non sono certo il lazo della verità e lo scudo che un tempo fu di Obelix… Questa Wonder Woman è innocente, una pura. Un’idealista anche. E forse, per ora, va bene così.
3. Wonder Woman è la prima eroina che raggiunge il grande schermo. Nasce nel 1941 — il 1941! — e ha dovuto aspettare il 2017 per vedersi girare un film con la sua storia. E allora ci stanno anche gli errori, le cadute di stile e le ridicolaggini. Quanti Batman abbiamo dovuto aspettare prima che Nolan ci presentasse il suo Cavaliere Oscuro? E quanti Superman sono passati, senza che nessuno, in definitiva, ci sia mai piaciuto? Quanti Uomini Ragno? Quanti Flash Gordon? Insomma, su Wonder Woman c’è da lavorarci. La domanda è, perché non è stato fatto prima? Non voglio finire in dibattiti femministi… Confido nel fatto che questo silenzio possa spaccare i timpani delle coscienze.
4. “Wonder Woman” fa ridere. Ci sono certe scenette in cui domina l’equivoco durante le quali io ho proprio riso di gusto… Specie quelle con Steve. Buffissimi i sottintesi, buffissima la scene in cui Wonder, vedendo Steve nudo — un uomo nudo per la prima volta — gli chiede, innocentemente spietata, “e tu ti fai dire cosa fare da quel cosino lì?”. Steve e lo spettatore pensano immediatamente al gioiello — gioiellino — di famiglia di Steve… Invece la Wonder si riferiva all’orologio…Ma che avevamo capito…?? Anche quando si prova abiti “civili”, trovandosi goffa e scomoda con i fronzoli delle femmine dell’epoca, il siparietto è assai spassoso. Inutile dire, peraltro, che tutto quanto le cade a pennello. Che è semplicemente perfetta — soprattutto un abito con un collo alto da madre badessa che decido sia il look Winter 2018…
5. Wonder Woman è tutto quello che una donna vorrebbe poter fare. Decifrare messaggi in codice. Vincere una battaglia al posto degli uomini altrimenti perduti senza di lei. Respingere le pallottole molto meglio di Neo di Matrix, che era in grado solo di schivarle, tz. Saltare con la leggiadria di una silfide, ed essere forte come un Minotauro.

E per una volta è solo e semplicemente bello — se il D-Bridge è per il “brutto”, io sono per il bello, un sacco bello 🙂 — potersi identificare con una donna che sappia fare tutte queste cose. Per tutta l’empatia che una può provare, per l’amore sconfinato per Batman, è difficile identificarsi con un eroe maschio. Avere un’eroina ci dà la nostra parte di immedesimazione a cui non abbiamo mai avuto accesso. Ora voi potete dirmi che ci sono altri personaggi femminili che le donne possono ammirare. Ma i supereroi sono un’altra cosa. Non solo gli ammiri. Per 90 minuti — 141 nel caso di Wonder, troppi — sei loro.

Allora sì, perdono strafalcioni e cadute di stile, perché per la prima volta, per 141 minuti, io sono stata Wonder Woman!

E questa settimana, proseguiamo il filone femminile con un thriller estivo

LADY MACBETH
di William Oldroyd
UK, 2017, ‘89
Martedì/Tuesday 20
Ore 21:00/ 9 pm
Astra/ Dal Mastro

Non so se Shakespeare c’entri, nel film. Ma Lady Macbeth è uno dei personaggi più iconici e potenti che si possano trovare nella sua opera sconfinata.
Mi piace che qualcuno, finalmente abbia pensato a lei per un film…

Questo potrebbe essere l’ultimo Let’s Movie prima della pausa estiva.
Quindi se domenica prossima non ricevete nuove dal Board, sapete perché.
Se la programmazione è unfriendly e non propone nulla di cine-papabile, spero di farmi risentire da New York City.
Da libera — anzi da liberta — l’esilio verde alle spalle. 🙂
Se invece c’è qualcosa che mi attira, allora, al solito, vi attiro nella rete di Lez Muvi, eh eh 🙂

E anche per stasera è tutto. Nel Maelstrom trovate un articolino che avevo scordato di mandarvi… Grazie a Jean-Michel Basquiat, New York City è finita nel Chiostro del Bramante… 😉

Ringraziamenti, tanti, e saluti, stasera, delirantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Eccovi tutto su Basquiat al Chiostro del Bramante… Enjoy!

LADY MACBETH: La giovane Katherine vive reclusa in un gelido palazzo isolato nella campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine forzata spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, a avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere senza scrupoli. Decisa a non separarsi mai da lui, folle d’amore e non solo, Katherine è pronta a liberarsi di chiunque si frapponga tra lei e la sua libertà di amare chi vuole.

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LET’S MOVIE 331 – propone WONDER WOMAN e commenta RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

LET’S MOVIE 331 – propone WONDER WOMAN e commenta RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

Mail Moviers,

ricevo posta direttamente dall’Ufficio del Sindaco di New York. Sì, proprio lui, Bill de Blasio, contatta tutti i detentori di carta d’identità di NYC — come il vostro bel Board — e li invita a partecipare a una delle attività di volontariato proposte dalla sezione Immigrant Affairs del suo Ufficio.
Cosa sono queste attività di volontariato?

Incoraggiare i newyorkesi a farsi la NYC ID
Tenere corsi di conversazione in inglese per chi sta imparando la lingua
Prestare servizio di interpretariato durante eventi speciali o traduzione di materiali vari
Contribuire ai forum “Conosci i tuoi diritti” per aiutare a informare i tuoi vicini

Prima di salutarmi, mi dicono, con quel velo di orgoglio che contraddistingue i miei adorabili newyorkesi: “We especially encourage those who can speak more than one language to sign up. New York has been—and always will be—a welcoming and inclusive city for all. It’s who we are.”
Naturalmente ho aderito.
It’s who I am 🙂

Ora prendete Corso Tre Novembre, Trento, di fronte all’Auditorium Santa Chiara. Il Caffè Viennese. O quello accanto, non so. Per chi non è di Trento, immaginate un bar con dei tavolini all’aperto. Immaginate lì accanto una strada a due corsie, una per le macchine, l’altra per taxi e autobus. Immaginate che in questa città, in quella via e in quella corsia i bus e i taxi passano assai di rado, specie dopo una certa ora, tipo le 8 pm. Quindi quella corsia, è praticamente sempre vuota, tanto da essere utilizzata spesso dai pedoni, dai ciclisti, da chi, insomma transita con l’unico motore delle proprie gambe.
Immaginate che, un giovedì sera, fra quei tavolini di quel bar, si esibisca un piccolo complesso musicale — una specie di Peppino di Capri ma senza Capri né champagne per brindare ad un incontro né alcunché.
Immaginate che io passi, senta una canzone a cui non so mai resistere MAI — “Viva la vida” dei Coldplay — e che decida di sentire come il Peppino senza Capri la interpreterà.
Mi fermo, quindi, di fronte al bar, in mezzo alla corsia bus e taxi, assicurandomi che non arrivino né gli uni né gli altri, visto che un po’ alla mia vita tengo — anche perché ora devo aiutare de Blasio con la campagna di diffusione della carta d’identità newyorkese.
Fra me e i tavolini del bar corre la corsia in cui passano le macchine. Né passa una ogni morte di Papa, e non perché sia zona a traffico limitato ma perché siamo a Trento, e quella è la frequenza della circolazione dopo le 7 pm. Mentre ascolto Peppino con uno dei pezzi più belli e complessi dei Coldplay, temendo per le note alte che forse riuscirà a prendere con l’ausilio di una scala, ma certo non con la voce, mentre sono lì, in piedi, un occhio rivolto a destra e uno a sinistra per accertarmi che né taxi, né bus arrivino, ecco che sbuca, su una moto da enduro — notate la tecnicità — uno splendido esemplare di orso trentino. Non uno dei tanti plantigradi che fanno impazzire giunte e quotidiani, scatenando polemiche di ogni sorta, bensì un esemplare bipede, quelli che incarnano le caratteristiche tipiche di certa trentinità diciamo “into the wild”…
Il bipede, in groppa alla sua moto, rallenta, praticamente si ferma, alza la voce, per essere sicuro che io lo senta bene, e mi fa la grazia di un concetto che, tradotto in italiano suona più o meno così: “Guarda che lì non puoi starci, è per gli autobus, imbranata!”.
La sua grazia mi viene porta in trentino stretto, una variante di Althochdeutsch che sei anni di residenza qui mi consentono di comprendere.
Scuote visibilmente la testa di casco (!) che si porta sulle spalle, e poi dà una sonora sgasata da rettilineo al Mugello, incurante di Peppino alle prese con le scale e del pubblico in pena per lui, lì accanto.
Io rimango magnificamente annichilita — ce ne vuole per annichilirmi magnificamente, quindi complimenti al bipede sulle due ruote. E non tanto per il contenuto della grazia. Poteva pure avere ragione. Quello, tecnicamente, non è posto per pedoni, e fa niente se la corsia fosse sgombra, quello non è posto per pedoni, punto. Il codice della strada parla chiaro.
Rimango allibita per la briga che si è preso. E soprattutto per il modo. Mi chiedo. Ma tu, Yoghi della Trento centaura, rallenti APPOSTA per dare dell’imbranata a una che sarà anche un’imbranata — diciamocelo pure — ma che certo non ti ha intralciato, né ti ha dato noia, né ti ha messo i bastoni fra le ruote (anche se poi gliene sarebbe venuta una gran voglia)?
Ma cos’è questo? Il braccio duro della coscienza civica? Il cavaliere mascherato della Stradale?

L’episodio è stato seguito da un episodio analogo.
Mi piace molto andare in biblioteca. Le biblioteche hanno una sacralità che le accomuna alle chiese e alle sale del cinema. Certo, un conto è andare alla mia numero uno tra la Sesta Avenue e la 42esima, oppure alla mia numero 2, al Lincoln Center, nella bella piazza con la scultura di Calder ad accogliere i lettori. Ma dato che al momento quelle due libraries non mi sono accessibili, mi accontento di quella in Via Roma, detta anche West Point… Non è possibile infatti fare alcunché all’interno della biblioteca. Niente cibi, niente bevande, niente cellulare, niente.
Non che io abbia intenzione di trasformare la biblioteca nella sagra del fritto — voi che mi conoscete, sapete che non sono il tipo. Ma il primo giorno mi sono azzardata ad appoggiare una bottiglietta d’acqua sul tavolo, e un addetto mi è spuntato alle spalle, un falco tiratore direi, facendomi notare che avrei dovuto tenere “i liquidi” in borsa o per terra, categoricamente non sul tavolo.
Avrei tanto voluto investigare in merito ai solidi, ma ho fatto la faccia d’angelo (sterminatore) e ho annuito contrita.
Quanto al cellulare, non lo si può ovviamente usare nelle sale, e nei corridoi. L’unico posto ammesso sono le scale. C’è tanto di cartello che lo specifica — dopo la scena dell’acqua, mi guardo in giro guardinga come Lupin III.

L’altro giorno ho ricevuto una telefonata. Non era una telefonata di rabbia o lite o alcunché. Sulle scale intorno a me altre tre persone che parlavano al cellulare. Mi passa accanto una signora di mezza età — dentro un orribile paio di pantaloni fantasia che purtroppo non scorderò mai — e mi si rivolge indispettita, urlando, “Ehi abbassa la voce, dove credi di essere, guarda che siamo in una biblioteca, mica al casinò”.
“Ah davvero questo non è Montecarlo?”, mi sono lasciata sfuggire. Stavolta il magnifico annichilimento ha assunto le sembianze della battuta pronta. A volte succede.
Lei mi ha lanciato uno sguardo di fuoco e io ho pensato, adesso va e chiama Darth Vader.
La signora non era un’addetta. Al collo non aveva il cartellino degli addetti. Era una semplice utente. Anche lei, quindi, una versione de il braccio duro della coscienza civica, di cavaliera mascherata della biblioteconomia.
Ricordo di aver fatto particolare attenzione. Ero perfettamente consapevole, e rispettosa, del posto sacro in cui mi trovavo. Sapevo, dopo l’episodio dell’acqua sul tavolo che, trasgredendo, sarei potuta incappare in qualche sanzione e/o punizione corporale.
Ma mettiamo il caso che il tono della mia voce fosse stato effettivamente troppo alto — eventualità poi non così remota: chi conosce i miei decibel, sa. Tuttavia mi trovavo nell’area in cui parlare era consentito. C’erano altre persone impegnate al telefono, e non avevano considerato il mio tono troppo alto, non avevano chiamato le guardie (!).
Allora perché questa signora mi si è rivolta in modo così burbero?
Non poteva fare un cenno con la mano, o portarsi un dito alle labbra, o il classico “shhhh”?
Il bipede sulle due ruote, non poteva farmi capire in un altro modo che non era il caso che il mio corpo occupasse la corsia di autobus e taxi?
Perché i modi sono questi?

Ora, davanti a voi avete un Board parziale, assolutamente di parte, che vi riporta una lettera di de Blasio in cui New York è descritta come una “welcoming and inclusive city for all” e subito dopo vi riporta due episodi di ostilità trentina che sancisce la morte del fair play, del savoir faire, del bon ton, e di tutte le altre declinazioni delle buone maniere che riuscite a trovare.
Non pretendo che il mondo sia di parte come me. Ma semplicemente che pensi ai modi.
Sono convinta che l’eccesso di civiltà agito da mani incivili snaturi la civiltà stessa.
Se per applicare la civiltà, divento incivile, allora nego il mio intento. Divento io stesso incivile.

New York sarà anche una giungla, sarà spietata, sarà crudele, ma non mi è ancora capitato che qualcuno mi si rivolgesse così — piedipiatti a parte, ma quelli son cattivi di lavoro.
Sto parlando di “civili”.
Pertanto l’argomento della settimana su cui vi faccio meditare è questo. La civiltà incivile — il Festival dell’Economia è già lì lì per soffiarmelo come tema 2018. 🙂

Fortunatamente la settimana non è stata tutta all’insegna del rispetto selvaggio della legge (!).
Fortunatamente ci sono i miei Moviers che da un lato mi fanno arrivare profonde riflessioni sulle città e sull’imperfezione, il tema dell’ultima movie-mail — li ringrazio di cuore per i loro riscontri, siete strepitosi. E poi ci sono i Moviers che sono accorsi a vedere “Ritratto di famiglia con tempesta”, ovvero il WG Mat, il D-Bridge, l’(Andy)Candy[the] e, sorpresa delle sorprese, la Cristinacasaclima e il Date-a-Cesare-quel-che-di, la cui presenza imprevista mi ha fatto trasalire di goduria come in un film di Hitchcock. 🙂

Ryota è un padre, un figlio e un ex-marito che ancora non sa bene cosa fare della propria vita, né come farlo. Uno di quegli uomini dalle grandi premesse, dagli esiti moderati e dalle aspettative ridotte. Dopo aver vinto, molti anni prima, un premio letterario con il romanzo “La cena deserta”, finisce a lavorare come investigatore privato, faticando a sbarcare il lunario e a pagare gli alimenti alla ex moglie. Vive letteralmente in un buco di appartamento e va a trovare la madre per vedere come sta, ma anche per frugare in giro e racimolare qualche oggetto da portare al Banco dei pegni e giocarsi tutto alle corse. Ryota corrisponde all’identikit del fallito, al sognatore che non smette di sognare — il gioco d’azzardo non è che la perpetrazione dell’utopia, in fondo— che si rifiuta di andare avanti e vive immerso nella nostalgia per ciò che fu e non è più.
L’elemento che innesca il cambiamento è letteralmente meteorologico. Un tifone, annunciato in apertura, sta per abbattersi sulla città, e porterà Ryota, la madre, l’ex moglie e il piccolo Shingo sotto lo stesso tetto — quello della casa della madre — in una notte di confronto, di scontro e di ripresa.
Raccontato così, il film può anche non far gola. E in effetti, abbiamo convenuto anche con i Moviers, “Ritratto di famiglia con tempesta” non è cibo per tutti i palati. Pleonasticamente è proprio questo: il ritratto di una famiglia come tantissime altre, messo a confronto con un evento sovvertitore — la tempesta — che porta a galla non detti e sottintesi, per poi far ripartire la vita, più o meno come prima, ma con la consapevolezza che qualcosa è stato smosso, se non proprio cambiato.

Il bello della cinepresa di Kore-Eda è l’assoluta assenza di giudizio nei confronti dei suoi personaggi. Ryota, che sarebbe un bel bersaglio —immaginatevi una specie di Zeno Cosini + l’uomo senza qualità di Musil — non subisce processi da parte della mano del regista. E nemmeno la madre, vecchina tra l’adorabile, il saggio, il dritto e il rimba — diciamocelo. E nemmeno l’ex moglie, che di certo non ama il nuovo compagno, ma che lo sposerà perché le dà la sicurezza che Ryota non è stato in grado di darle. Kore-Eda osserva, ci fa osservare negli interni di queste vite che, nonostante la distanza geografica e culturale, somigliano incredibilmente a degli interni che abbiamo già visto: i nostri. I rapporti amore-e-odio tra fratelli —la sorella di Ryota, tenera e opportunista in parti uguali — le incomprensioni tra moglie e marito, la candida irresponsabilità del marito e la pianificazione wehrmachtiana della moglie. La madre che ha ingoiato milleun dispiaceri per colpa di un marito assai buonannulla che si giocava di tutto e di più, anche la raccolta di francobolli del piccolo Ryota.
L’atmosfera è intrisa di una lieve malinconia, che a tratti si fa giocosa, fin buffa, specie nei quadretti-siparietti tra la vecchina e Ryota, oppure quando Ryota esce in missione investigativa con il suo compare: Ryota è talmente inetto da non riuscire nemmeno a farla in barba al suo capo e verrà colto con le mani nel sacco.
La malinconia nasce anche dall’evidenza che certi sogni sono irrealizzabili. Ryota, per campare, deve accettare un lavoro di sceneggiatore di manga — rifiutato, anni addietro, dall’orgoglio dello scrittore premiato. La madre sa perfettamente che non potrà mai trasferirsi dal condominio in cui vive in una villetta — nessuno dei suoi due figli potrà mai permettersi di regalargliene una — né tantomeno riuscirà a entrare nel mondo, e men che meno nelle grazie, del facoltoso professore di musica che frequenta e che appartiene a un altro livello, sia economico che culturale.
I piccoli gesti e le piccole meschinità che i personaggi si rivolgono parlano la lingua universale delle famiglie. Certo opportunismo dei figli nei confronti dei genitori, certi ricatti psicologici dei genitori ai danni dei figli. E’ tutto scritto qui, in questo racconto dalle tante piccole azioni quotidiane, apparentemente insignificanti, ma verosimilmente struggenti. La scena iniziale in cui Ryota e la madre condividono una specie di granita fai da te perché il gelato costa e se lo mangiano quegli avvoltoi adolescenti dei nipoti, ti parla di certi ricordi d’infanzia, di certi stratagemmi condivisi che nascevano da una necessità e diventavano riti, momenti di intimità e condivisione.
La vecchina e Ryota sono i due personaggi centrali i cui dialoghi ti rimangono dentro.
“Hai mai conosciuto l’amore, Ryota, quello vero, quello che non ti fa pensare ad altro?”
“Mmm non so, e tu?”
“No, io non l’ho mai conosciuto, e forse è per questo che ho vissuto una vita così serena”.
Quanto c’è scritto qui dentro!
La vita senza quell’Amore trascorre quieta come un ruscello. E’ vita quella?
Domanda che il regista ci sottopone.
Oppure, altra perla della nonna, “Non ho mai capito perché gli uomini non riescono ad amare il presente. O si affannano a rincorrere quello che hanno perso o continuano a sognare l’impossibile”.
Davanti a tanta lucidità cosa possiamo fare noialtri?
Ma la vecchina sa essere anche tagliente. Sentite cosa dice al figlio… “Te lo ricordi questo mandarino? Non ha mai fatto né un fiore né un frutto, mi sembra assomigli a te…” — non ci va per il sottile, la nonnina…
A cui Ryota risponde: “Io sono uno di quei talenti che sbocciano tardi” — tipico giustificazionismo da quarantenne medio.
Non vi sembra uno scambio fra madre e figlio italiani?
E così come una madre italiana ricopre il figlio di attenzioni e cure fin quando il figlio ha di gran lunga superato gli –anta, così fa la nostra vecchina giapponese, che gli riempie il piatto tre volte, gli stira i vestiti, lo tiene a sé attraverso un gioco di ti-svelo-non-ti-svelo i tesori che potresti trovare nei cassetti e negli anfratti di questa casa…
Le madri sono delle dragonesse dalle quali i figli dipendono in maniera viscerale sino alla fine dei giorni di entrambi.

Su tutti questi personaggi incombe un cambiamento. L’ex moglie deve decidere se con il nuovo compagno le cose diventeranno serie. Ryota deve capire cosa fare da grande — soprattutto per riuscire a pagare gli alimenti del figlio. La vecchina deve convincersi che la sua vita è al capolinea e che forse avrebbe potuto vivere una vita diversa, ma che ormai è andata così. Apprezzabile l’idea del tifone che si abbatte su Tokyo — una Tokyo di periferia residenziale, lontanissima dalla metropoli tutta luci, colori, velocità e mascherine antismog che siamo abituati a immaginare — in una notte in cui sostanzialmente non cambia nulla, ma dalla quale tutti si risvegliano un po’ diversi.

Come dicevamo “Ritratto di famiglia con tempesta” non è un film per tutti. Non a tutti piace intravedere l’universale nelle pagine di una storia particolare che ti viene raccontata. Ed è questo ciò che il film ti propone. La vita di tutti i giorni in cui c’è molto ma molto di più della vita di tutti i giorni…

La settimana scorsa dicevo che il regista mi è sconosciuto. Ebbene, mi si prescriva del fosforo, please…. Ho scoperto che “Father and Son”, fu un splendido Lez Muvi che vedemmo nel 2014 — riproponeva la favola del figlio scambiato alla nascita tra due famiglie, una ricca, fredda, costruita attorno al figlio unico avviato al successo, l’altra più modesta, incasinata ma affettuosa. Ve lo riporto nel Maelstrom.
Rileggendolo, ho provato una tenerezza infinita per i miei Moviers che ora sono pure Anti!!

E questa settimana, vista la penuria cinematografica, opto per un azzardo

WONDER WOMAN
di Patty Jenkins
USA, 2017, ‘141
Lunedì 12/Monday 12
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Fermi, lo so cosa state esclamando dentro le vostre belle testoline.
“Wonder Woman??”
“Tu, Board dalle scelte giapponaute??”
Ebbene, costretta dalla penuria di programmazione cinematografica, sì, Wonder Woman.
Wonder Woman anche per vedere come Hollywood dipinge un’eroina su cui milioni di ragazzine hanno fantasticato — il suo look red, blu and gold ha forgiato l’immaginario stilistico come solo Jems e le Olograms — e su cui milioni di ragazzini hanno fantasticato — mutanda da pallavolista + corpetto burlesque, stivali taccati e armi di distruzioni di massa infilate in posti segretissimi, che dovevano fare ‘sti poveri ragazzini??
Sarà bello metterla a confronto con Batman, Superman e i supereroi che il cinema ci ha presentato. E vedere che ne esce… 😉

E anche per oggi, Moviers, è tutto.
Un’altra settimana d’esilio è passata, con pena, ansia ed esagerazione. 🙂 Ma il giorno del giudizio è vicino, Fellows! E io mi farò trovare pronta, anzi no, prontissima!
My love is a-waiting… 😉

Ringraziamenti, tanti, e saluti, stasera, missivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM“This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Recensione-pippone su “Father and Son”, Aprile 2014 – Che tenerezza infinita!!!!

Volando dal Mastro con un mantello da Bat-Board (veri entrambi, il volare e il mantello), non so se son più Movier o Bat-Board, ma diciamo che tiro l’acqua al mio mulino e mi conto come Movier :-); l’Anarcozumi stringe immediatamente un’intesa politica con un nuovo Movier che il tycoon di Trentoville, il Fellow Onassis Jr ―Donald Trump, please stop crying― ha abilmente recruitato. Ora, questo nuovo Fellow si chiama Ale (“-ssandro” o “-ssio” è un dato persosi nel bailamme generale, ma indagheremo), e si è presentato con un’andatura sostenuta ―apprezzatissima, you know― e un sonoro “Contesto!” ancora a una cinquantina di metri dall’ingresso dell’Astra. Capirete che l’intesa con l’Anarco, leader storica e maxima della frangia insurrezionalista lezmuviana, sia scoccata subito. La cine-identità del nuovo Fellow è stata oggetto di vivaci scambi d’opinione, ma alla fine s’è deciso per “Fellow Divergent” perché nella vita non ci sono straight ways, emmenomale.
Il quinto Muvier è il Fellow The Candy Andy, la cui presenza è stata appesa a un filo per tutto il giorno, ma alla fine ha superato la crisi e ce l’ha fatta ―grazie a dello scapicollo e a dello stomacovuoto che lo inseriscono nella graduatoria dei “Flashing&Fasters Fellows”. Il sesto Movier è una lei, la Fellow Vanilla, arrivata mentre scorrevano i titoli di testa, sfiorando così il pericolo massimo di perdita dell’inizio, e raccogliendo per questo coraggio bracciate di complimenti e pacche sulle spalle da quel bracciante del Board.
Ovviamente non scendo nel dettaglio della caciara che facciamo all’ingresso e all’uscita, dei discorsi cominciati da una parte e finita da tutt’altra, o lasciati a metà per far posto ad altri, che a loro volta fanno spazio ad altri, ad infinitum. E credo che i dieci buoni motivi per non perdere Lez Muvi in fondo siano sintetizzabili in quest’atmosfera di casino generale, di Moviers persi tra il bistrot dell’Astra e il bancone del Mastro e il bagno e l’ingresso e la Sala. In quell’istante di conversazioni tronche e sbotti di risate ―tante ― lì, prospera florido Let’s Movie.
Funziona così, “Father and Son”. Ci sono due famiglie. Una, padre-madre-figlioletto, vive nei quartieri alti di Tokyo. Ha un bell’appartamento all white&high-tech con vista sulla sky-line della city, tutto molto ordinatino-perfettino. Sono della Tokyo bene, insomma. Lui, Ryota, architetto yuppi tutto-lavoro zero-tempo, lei, Midori (sì esatto, come la migliore amica di Mimì Ajuara, bravi) moglie-madre devota, il figlioletto, Keita, trattato da piccolo-prinicipe versione giappo. Ryota, che poi è il vero protagonista del film, è freddo, Rottermeier, ‘na noia, assolutamente incapace d’instaurare un rapporto d’affetto con il figlio.
L’altra famiglia, padre-madre-tre-figli, vive nei sobborghi metropolitani, fa la spesa alla Lidl, e fatica ad arrivare a fine mese. Il padre però, lo sciatto e affettuosissimo Yudai, vive PER la famiglia: ricopre d’attenzione i figli, si diverte con loro: è il padre che ogni bambino vorrebbe avere.
Un giorno di novembre questi due pianeti famigliari così lontani, improvvisamente, collidono: l’ospedale in cui le due donne hanno partorito, 6 anni prima, li informa di un possibile scambio dei neonati. Dopo gli esami del caso, le famiglie scoprono di aver cresciuto il figlio biologico dell’altra famiglia.
La soluzione proposta dall’ospedale e dalla legge prevede lo scambio graduale dei figli, cominciando pian piano con i weekend. Il problema è che Keita, il figlio dello yuppi anaffetivo, si ambienta subito nella casa di Yudai, mentre Ryusei, il figlio del daddy-of-the-year, non ne vuole proprio sapere di adattarsi alla dittatura del nuovo loft in centro (pazzo!).
Il tropo dei figli scambiati nella culla è stato esplorato dalla letteratura ―penso a “I figli della Mezzanotte” di Salman Rushdie― e sicuramente anche dal cine (ma al momento non mi vengono in mente), ma è proprio impossibile non pensare “quando il cinema previene la realtà” in questi giorni, in cui dalla culla scambiata siamo passati all’utero scambiato. Ovviamente mi sto riferendo al caso verificatosi all’Ospedale Pertini di Roma la settimana scorsa, in cui l’errore umano ha determinato l’impianto di un ovulo fecondato nel grembo sbagliato, facendo esplodere un dilemma bioetico la cui risoluzione sembra praticamente impossibile.
Il dilemma che ci vien offerto in questo film è il medesimo. Conta di più il sangue oppure gli anni passati insieme? Cosa fa di un padre un padre? Il corredo genetico? Le volte in cui ti preme un cerotto sopra un ginocchio sbucciato, una carezza sulla testa? L’asettico Ryota non può che essere della scuola genetista, e quindi s’impunta per rivolere la “carne” che gli è stata ingiustamente sottratta. E in questo spietato scherzo del destino crede di trovare tutte le risposte: si spiega la mediocrità di Keita, incapace di suonare il pianoforte, privo di carattere, eccessivamente sensibile. Keita, così mediocre, così diverso da lui, NON può essere suo figlio…E allora no, rivuole quello che gli spetta ―Shylock strizza l’occhio, dalla Venezia shakespeariana…
Ryota abbozza un sorriso di trionfo (lui, così privo di sorrisi) quando il figlio naturale tira fuori tutto il suo carattere insistendo sulla domanda: “Perché devo chiamarmi così? Perché? Perché? Perché?”. Ryota vede in questa tenacia, la sua tenacia, vi ritrova la sua stessa geometria genetica. La vittoria della razza.
Ma poi qualcosa cambia dentro di lui. Quando Ryusai scappa dal loft e torna nella sua casina di periferia (pazzo x 2!), con le piastrelle scombinate e il microgiardino incasinato sul retro. Quando trova per caso delle foto che Keita gli ha scattatato a sua insaputa, ritrovando attraverso quegli scatti lo sguardo affettuoso di un bambino nei confronti del proprio padre. Quando capisce che Keita gli manca, e che le geometrie genetiche non potranno mai sostituire il teorema d’amore che si cela dietro cerotti e carezze, allora capisce cosa deve fare…
Dicevamo con il Fellow Candy Andy The che il perno attorno al quale questo film ruota è la crescita, ma non del figlio, bensì del padre. Ed è anche questo che rende il film originale, e lontano dalla solita prospettiva catto-mulinobianca.
Il percorso evolutivo paterno matura allegoricamente in una foresta artificiale, un’analogia spaziale in cui si radica il turning-point per il personaggio e il film. Il biologo forestale informa Ryota che ha impiegato 15 anni a crescere la foresta ricreando l’ecosistema naturale da zero. Ryota, stupito, ribatte: “Così tanto?”. Il biologo, con sguardo da saggio-a-bordo-fiume, risponde a tono con una stoccata retorica: “Per lei è tanto?” ―scena, questa, che ha colpito anche la Fellow Vanilla.
La famiglia è così, un’ecosistema che ha bisogno di pazienza, cure, tempo. Quantità di tempo, non qualità ―com’è di moda di dire in questi anni. Il semplice bottegaio Yudai, nella sua semplice bottega, con i suoi pochi mezzi, è stato in grado di crescere un bosco incantato, dove tutti i bambini vogliono giocare. D’altro canto il Manager Ryota, con l’attico, le regole, i giocattoli di lusso, e le poche ore sottratte al lavoro nel weekend, si trova da solo in uno spiazzo infestato da erbacce. Il film è molto giapponese in questo: è un’allegoria, ricorda una parabola, o una favola. I personaggi sono dei tipi, ma non rimangono fluttuanti in superficie: il regista dal nome impronunciabile fa un lavoro di fino e li osserva a lungo, entra dentro di loro, tutti quanti, mogli, bambini, padri. Persino i nonni, per quanto figure marginali entrano nell’analisi dell’opera, sia di persona, sia attraverso gli aneddoti raccontati dai protagonisti, tipo questo:
Ryota: “Mio padre non era tipo da far volare gli acquiloni”.
Yudai: “Tu non devi fare come tuo padre. Tu falli volare”.
Guardate quanta storia e psicologia concentrate in due battute. La mancanza dell’affetto paterno subìta dallo stesso Ryota. La coazione a ripetere che porta Ryota ad applicare lo stesso atteggiamento con il figlio. La necessità di spezzare questo circolo vizioso, e cambiare il trend.
Come ho vissuto io il film? Be’ sono stata sulle spine tutto il tempo. Tutto il tempo ad aspettare qualche svolta sanguinolenta, tipo ritorsioni violente da parte dei figli… Ryusai che assassina l’odioso Ryota, oppure Keita che si suicida ―come il figlioletto di Jude, in “Jude The Obscure” (imperdibile!). Sapete com’è, il cinema orientale ti abitua all’efferato di sorpresa! Questi mancati atti violenti hanno reso l’happy-ending, per una sacrosanta volta nella mia cine-vita, benaccetto e quasi sperato! Arrivato sulle ali delle un-po’-abusate Variazioni Goldberg di Bach in maniera tanto inattesa, il finale, mi ha fatto sospirare di sollievo.
Quanto al lato formale del film, non so se i Moviers presenti concorderanno, ma a me, queste inquadrature lentissime, della macchina da presa che parte a sinistra, e lentamente, lentissimamente avanza verso destra, quest’andatura narrativa come se l’obiettivo scrivesse questa evoluzione piuttosto che mostrarla, mi risulta una tecnica godibilissima ―ogni scena una pagina letta pian pianino. Così come certe inquadrature ben studiate. La tromba di un giroscale, un trapezio isoscele (del trapezio isoscele non ricordavo nemmeno l’esistenza); l’intrico di fili della luce (Fellow Vanilla‘s courtesy); un robottino su un tavolo. Il rigore formale della regia giapponese è una grammatica che dovrebbe essere insegnata alle elementari.
Poi non so, e qui potrei anche lavorare troppo di fantasia, ma mi sembra che il regista non valichi mai certi limiti. I personaggi sono trattati con rispetto. Anche l’ostico protagonista. Di lui viene fornito un quadro umano molto “umano”: non è trattato da “cattivo” o da nemico. Once again diceva benissimo il Fellow Candy sull’”umanizzazione dei caratteri”…e l’astensione del (pre)giudizio, aggiungo io.
Per amor di verità devo dire che all’Honorary Member Mic il film non è piaciuto per niente (e lei è una sinologa, quindi sguazza nei mari giapponauti, quindi ascoltiamo anche il suo giudizio), e anche l’Anarcozumi è rimasta tiepidina. Sarà che io ero tutta ringalluzzita dai 6 Muviers 6, sarà che la questione della paternità, quando viene trattata in termini così poco strillati e mucciniani, più per silenzi e immagini, è una tematica cui sono sensibile; sarà che un rapporto si descrive anche attraverso una foto, grafia o gramma che sia, senza ricorrere a liti furibonde fra salotto e cucina; sarà tutto questo o altro, ma io promuovo il film, e lo consiglierò a chi è disposto a osservare la storia con l’occhio dell’impotenza: siamo impotenti davanti a questioni come queste. Non possiamo fare altro che guardare, formulare delle ipotesi, cancellarle e riscriverle, e ancora cancellarle e riscriverle.

WONDER WOMAN: Prima di diventare Wonder Woman, era Diana la principessa delle Amazzoni, cresciuta su un’isola paradisiaca ben nascosta e addestrata a diventare una guerriera invincibile. Quando un pilota Americano compie un atterraggio di emergenza sulle sue sponde e racconta di un enorme conflitto scoppiato nel mondo esterno, Diana abbandona la propria casa convinta di poter porre fine alla minaccia. Combattendo al fianco dell’uomo in una guerra che metta fine a tutte le guerre, Diana scoprirà i suoi pieni poteri… e il suo vero destino.

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LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

Miconsolo Moviers

con una realtà che avrebbe dovuto farmi dormire sonni da bebé in queste settimane. Invece mi sono lasciata inquietare dalle convinzioni degli americani che credono che l’Italia nostra sia l’Italia che James Ivory dipinge nel suo cinema: la terra del dolce languire, degli infiniti pomeriggi passati a sedursi sui colli toscani, oppure quella del post-boom, la Vespa con dietro una sventola, risaie coltivate a Mangano. Un paese in cui si vive bene.
Noi tutti italiani navigati sappiamo altrettanto bene che quelle sono cartoline da un paese che non esiste più — è forse mai veramente esistito? Ma nelle mie due tappe presso le regine del Nord, Milano e Torino, la sensazione era proprio quella. La bella copia dell’Italia. E mi complimento con entrambe le Amministrazioni del posto per il lavoro sin qui svolto — per quanto mi sia imbattuta in un reportage de L’Espresso sull’operato dell’Appendino che non deve esserle piaciuto molto…
Se il Chianti avesse una versione urbana, sarebbe Milano, ora. Torino poi è il ballo di corte: camminandola, ti aspetti da un momento all’altro che l’orchestra attacchi la Marcia di Radetzky e che qualche cavaliere ti rubi dall’anonimato e ti faccia volteggiare in Piazza Vittorio Emanuele.
La realtà che avrebbe dovuto farmi dormire è Roma. Roma è sempre Roma. Ti sbatte a terra, e ti fa volare. La monnezza, ‘ebbuche, er traffico. Ma anche il buio giallo delle strane eterne, le ville nei parchi — o i parchi attorno alle ville — certa imponenza, quella storica, che non origina da un monumentalismo post, come la maggior parte del monumentalismo americano, ma dalla Storia, da un preciso momento storico. Noi ovviamente, essendo nati fra capitelli, are e colonne mozze — tra le armi più potenti che abbiamo in dotazione — diamo per scontato tutto. E’ la nostra sciagura. Forse, anche, la nostra fortuna. Se veramente ci rendessimo conto, moriremmo. Tanta bellezza tutta insieme 24 ore su 24 non si può sopportare. Come la troppa luce al Polo. La lussuria della foresta in Amazzonia.
Stecchiti da un’overdose estetica.

Roma è incasinata, rumorosa, piena di sé, esagerata, disfunzionale, esasperante. In una parola, imperfetta. New York è esattamente così. Un cervello con tante aree che non funzionano bene e che potrebbero essere curate, con non troppo sforzo da parte dei cittadini o delle istituzioni. Roma ha quella stessa componente. Il fattore “giungla”, la chiamo io, che probabilmente contraddistingue tutte le grandi metropoli e non può essere preteso dalle città medio-grandi — Milano — oppure dalle piccole virgole urbane — Trento.
Credo che l’aspetto che mi attiri sia proprio quello, alla fine — l’imperfezione — il che, per chi mi conosce, è un paradosso di portata colossal… Questo non vuol dire che alla metropoli manca l’ambizione di fare le cose in grande. Significa convivere con l’impossibilità di risolvere certe disfunzioni endemiche che la caratterizzano. Le metropoli contemporanee come NYC e Roma accettano di avere un profondo Bronx, accettano di avere Tor Bella Monaca. Ma non mette mano alle ruspe e demoliscono quartieri — mi vengono in mente le township di Soweto e Sophiatown, i quartiere popolari di Johannesburg letteralmente rasi al suolo durante l’Apartheid… Questo aspetto di clemenza urbana — che qualcuno potrà chiamare lassismo — in realtà permette anche un florilegio di culture alternative. E’ lì, in mezzo al margine, che il centro viene messo in discussione. A Trento — bene o male in tutte le città di piccole dimensioni — in cui si vuole imborghesire anche l’inimborghesibile, c’è la spinta all’Eldorado. Creare la città mitica, ordinatissima, in cui l’elemento fuori dal coro può stonare e rovinare l’armonia — gli immigrati da Piazza Dante, per fare un esempio. Da dove deriva questa pulizia urbano-etnica? Perché abbiamo così paura di tutto quello che stona? A Roma, a New York, si stona di brutto! E di stonati ce ne sono — siamo (!) — un gran bel numero. Vero, nella metro ti puoi prendere il tetano, le barriere architettoniche sono capolavori d’inespugnabilità deambulatoria, i senzatetto sono i veri residenti della città, la viabilità la lasciamo ai canali navigabili e certo non alle strade.
Vero, tantissimo fa imbestialire.
Eppure.

Non credo serva aggiungere altro a questo significativissimo “eppure”, se non che mi piacerebbe continuare il discorso sulle città insieme a voi Fellows, animi urbani, animi amanti della natura, animi con una solidità residenziale che a me, lo vedete, manca.
Certo risulta difficile intavolare discorsi se si diserta Lez Muvi, doh… E qui la strigliata la prendono tutti i Moviers tutti tranne la Vaniglia e il Nick-The-Nuts — attorno alla cui cine-identità si è scatenato un piacevole inferno, in cui il Board, naturalmente, ha sguazzato 🙂
Ora io mi rendo conto di essere un po’ Pierino còlto a gridare “Al lupo, al lupo!”: il plan era di rientrare a New York per fine maggio, invece ahimè, le maglie burocratiche statunitensi mi hanno incastrato… Quindi sono costretta a bazzicare per Trentoville ancora per un po’, in attesa…. Però questo non autorizza nessun Movier nessuno a credere che io starò qui foreva and eva! 🙁 Pertanto, anche se i film proposti non sono il massimo — del resto, QUESTA è la programmazione, e QUESTA è la fine della stagione cinematografica — cercate di farvi vedere. Per trovarsi un po’, discutere, azzuffarsi, tirar fuori l’italianità che è in noi, e di cui siamo fierissimi ambasciatori nel mondo — altroché Angelina Jolie 🙂
Avrei potuto essere molto ma molto più tragica e drammatica, molto più castellitto-mazzantini insomma, ma preferisco l’approccio “Ingmar Bergman” e creare quella sorta d’inquietudine, malessere, senso di colpa, che ogni film del Maestro lascia sui suoi spettatori… Ih ih ih… 🙂

Parlando di film che non sono proprio il massimo, ma il minimo… “La notte che mia madre ammazzò mio padre” s’inserisce nel regime dei minimi, e lì deve stare, fanalino di coda della partita IVA (!).
L’idea sarebbe stata sfiziosa: affascinante attrice di mezz’età sposata a un rinomato scrittore/sceneggiatore vuole dimostrare al marito di meritare la parte della protagonista nel suo ultimo film: una donna fredda e calcolatrice che commette omicidi manco fosse Lady Macbeth. Allora si mette d’accordo con l’ex marito e organizza il suo omicidio in una classica cena con i classici ospiti: l’ex moglie dello scrittore, la nuova squinzia del primo marito, e una star del cinema argentino giunto in villa per parlare del suo ruolo nel film.

Vi risparmio i siparietti, gli equivoci, i colpi di scena assolutamente senza colpi, le trovate cliché, le trovate gratuite, una black comedy bianca che più bianca non si può: non una goccia di cinismo, nulla d’irriverente, scioccante, dissacrante, grottesco. Il film mescola humor da “Weekend con il morto” — una brutta copia di “Weekend con il morto” — a una parodia mal riuscita: in realtà non si vuole ridicolizzare un genere o una situazione — due compiti assai ardui. Si vogliono semplicemente infilare degli equivoci e delle situazioni limite e mostrare la reazione “imprevedibile” dei personaggi. Peccato che tantissimo — quasi tutto — è telefonato oppure posticcio. E che l’imprevedibile è prevedibilissimo, se avete già visto “Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese.
Sì perché l’idea sfiziosa di cui parlavo prima non è nuova. Ho passato tutto il film a chiedermi dove avessi già visto quel plot — mi suonava troppo famigliare, troppo déjà-vu. E infatti l’ho déjà-vu proprio nel film del 2012 di Paolo Genovese. Storia di un riccone di mezza età che soffre di solitudine. Per Natale decide di ingaggiare una troupe di attori per interpretare la famiglia perfetta che ha sempre sognato. La vicenda si sviluppa su due piani: uno reale e l’altro che segue un copione, scritto dal protagonista e dato agli attori. Ma pian piano i due piani si intersecano ed il copione non viene più seguito. Solo che nel film di Genovese, godibilissimo e con una sceneggiatura forte, la realtà si inserisce nella finzione, ed ogni ruolo viene rimesso in discussione, sino alla rivelazione finale. In “La notte che mia madre ammazzò mio padre” la trama si perde più nel desiderio di stupire il pubblico che nell’effettivo stupirlo.

Grazie a mamma Wikipedia vengo a sapere che “Una famiglia perfetta” è un remake del film spagnolo “Familia”, diretto nel 1996 da Fernando León de Aranoa, spagnolo come Ines Paris, la regista di “La notte che mia madre uccise mio padre”. E’ assai improbabile che la regista non conoscesse il film di Aranoa, sia perché sono entrambi spagnoli, sia perché il film è considerato un cult, sia perché lei sarà cresciuta con i film del regista — negarlo sarebbe un po’ come dire che Verdone non conosceva Scola o Monicelli prima di girare certi suoi film storici — sia perché i punti di contatto sono effettivamente numerosi. Non c’è nulla di male, intendiamoci. L’arte è un furto continuo. Lo diceva anche T.S. Eliot — “I poeti immaturi imitano; i maturi rubano”. Ma il modo in cui lei hai preso spunto fa la differenza — “Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione”.
C’hai sempre ragione, Thomas.

All’ultimo Festival di Cannes è imperversata la polemica sul caso Netflix: possono partecipare al concorso i film che non verranno distribuiti in sala ma soltanto in rete? Ecco, “La notte che mia madre uccise mio padre” mi sembra un titolo perfetto per Netflix e NON per le sale. Un film a impatto zero come i messaggi di “Mission Impossible” che si disintegrano 10 secondi dopo averli ricevuti.
Starebbe bene fra le commedie netflixiane — commedie, NON black comedy.

E questa settimana giapponiamo,

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA
di Kore’eda Hirokazu
Giappone, 2017, ‘117
Lunedì/Monday 5
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ Dal Mastro

Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2017, mi si dice che sia l’ultimo capolavoro del Maestro Hirokazu, “fra i massimi esponenti del cinema giapponese contemporaneo”. Tranquilli, ci saranno forse forse un paio di Moviers che sanno chi sia il Maestro Hirokazu, e io non faccio parte dei due…
Si dice anche il Museo Nazionale del Cinema di Torino gli dedicò una retrospettiva completa nel 2013…
L’ignoranza che dilaga dentro e fuori di noi è grande.
Facciamo qualcosa, quindi.
Lezmuviamo 🙂

E anche per oggi è tutto. L’esilio continua, la Città manca.
Cionondimeno, vivo e scrivo 🙂

Stasera, al posto del Maelstrom, un vile riassunto — dovrò pur esprimere, in qualche modo, della stizza! 🙂
E dei saluti, stasera, leggermente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA: Fino a ieri Ryoto aveva tutto: una consorte, un figlio e un altro romanzo da scrivere dopo aver vinto un premio letterario prestigioso. Poi qualcosa è andato storto, Kyoko gli ha chiesto il divorzio, Shingo lo vede soltanto una volta al mese, il romanzo è rimasto un’intenzione. Per pagare l’assegno mensile alla ex moglie, lavora per un’agenzia investigativa, per dimenticare le indagini ordinarie gioca alle corse, alla lotteria, a qualsiasi cosa possa restituirgli quello che ha perduto. Ma la vita è più complicata di così, bugie, tradimenti, meschinità gli hanno alienato la fiducia degli affetti. Kyoto gira a vuoto e fatica a trovare il suo posto nel mondo e in quello di suo figlio. Poi una sera un ciclone si abbatte su Tokyo e sulla sua famiglia che trova riparo a casa della madre, felice di averli di nuovo tutti e tre insieme. La notte porterà consiglio e Kyoto proverà a riguadagnare la fiducia di Shingo e a ‘scommettere’ questa volta sull’amore.

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LET’S MOVIE 329 commenta FORTUNATA e propone LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE

LET’S MOVIE 329 commenta FORTUNATA e propone LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE

MET Moviers,

Il Metropolitan Museum of Art, museo dei musei di NYC, se ne sta spaparanzato in mezzo all’Upper East Side, occupando lo spazio di ben quattro isolati, tra la E 84th Street e la E 80th Street, in capo al Museum Mile, il polo museale più sportivo del mondo. I musei che comprende sono tutti assai prestigiosi, ma solo lui, quel gattone del MET, vanta la cuccia in pieno Central Park. Gli altri musei osservano dalle strade circostanti con un misto di reverenza e invidia. Il Guggenheim o il Museum of the City of New York o la Neue Galerie s’inchinano controvoglia e rosicano di brutto.
Il MET è rinomato per il piano di marketing selvaggio che porta avanti e che gli permette di sopravvivere — solo l’Ufficio Erariale americano saprà quanto diavolo di affitto deve sborsare, in quella zona di Central Park… Già vi accennai dell’iniziativa di dubbio gusto del “Museum Workout”, che combina lezione d’aerobica di prima mattina a visita alle opere.
Ebbene, durante il volo di ritorno in Italia, mi sono imbattuta in un’altra di queste machiavelliche trovate succhia-soldi.

Lo stato psicologico di me al JFK prima di prendere l’aereo, si può facilmente indovinare. La parola che sfugge alla punta delle lingue di mezzo mondo è ottundimento. Ma di bello gli aerei hanno il non-tempo e il non-spazio che ti mettono a disposizione. Credi di prendere posto in pancia a una carlinga, invece, sali dentro una sala giochi/sala relax che ti permette di fare tutto quello che vuoi e che, contemporaneamente, ti porta dal punto A al punto B. Gli aerei sono i primi multi-tasker a combustibile della storia e per questa capacità, io sono loro infinitamente grata: quando vuoi lasciare un posto, ti caricano sulle loro ali e te lo fanno abbandonare — Atreiu in groppa a Fucur. Quando non vuoi lasciare un posto, alleviano la pena con i film, gli esilaranti siparietti delle hostess e i passeggeri dormienti — i passeggeri dormienti possono essere molto teneri o molto buffi, il che, in entrambi i casi, aiuta.
Il primo maggio (!), sul volo verso Venezia per combattere l’ottundimento, ho visto “The First Monday in May, un documentario che svela il dietro le quinte del MET Gala, o MET Ball, di New York, la festa di beneficenza che inaugura la mostra di moda del museo, e che si tiene ogni anno il primo lunedì di maggio: è considerato uno degli eventi più ambiti, glam, esclusivi nel mondo del fashion — gli americani lo chiamano il “Super Bowl della moda”, fate vobis — ed è frequentato e concupito da una quantità di personaggi famosi e meno famosi dello showbiz e della New York bene.
Indovinate un po’ chi lo organizza? Anna Wintour, che oltre ad essere il diavolo in Prada, è la direttrice di Vogue USA. Il documentario racconta l’allestimento della mostra China: Through The Looking Glass e della serata di Gala 2016, che ha visto ospiti tipo Fifty Cents e Byoncé, Sarah Jessica Parker, Anne Hathaway, Cher, Robert Pattinson, Karl Lagerfeld, Jean Paul Gaultier e, madrina delle madrine, Rihanna.

Il ballo, che come dicevamo, è di beneficienza, ha raccolto 13 milioni e mezzo di dollari — 13 milioni e mezzo di dollari… Per darvi un’idea: per chi non è in lista, un biglietto per il Met Gala costa 25 mila dollari e i vestiti indossati dagli ospiti arrivano fino a 70 mila dollari a capo.
La mostra China: Through The Looking Glass, di durata trimestrale, è stata l’ottava mostra più visitata di tutti i tempi — i visitatori sono stati, in soli tre mesi, 761.000.
Embé?, fate voi, perché tutti ‘sti dati?
Perché qui siamo di fronte a un modo di trar profitto dall’arte estremamente successful. Unisco moda — mondo di grana — e cultura — mondo di fame — e cerco di aiutar l’uno con l’altro. La Wintour è un drago in tutto ciò. Da quando è entrata fra i Trustees del MET, ha raccolto qualcosa come 125 milioni di dollari per il Costume Institute, il centro all’interno del MET che si occupa di preservare le creazioni degli stilisti sin da quando la moda esiste.
Sarà anche una diavolessa, ma quanto a fund-raising, non ha eguali.
Tutti contenti insomma. Successo di pubblico e critica, Occhi adoranti per gli spettatori, celebrities con le code pavone spiegate in una corona che manco Fabrizio (!), piogge di dollari sui tetti del MET.

Qui siamo di fronte a un modo di trar profitto dall’arte anche estremamente controverso. Io non voglio sempre fare quella che rompe le uova — ho detto uova! — nel paniere. Ma devo fare i conti con un senso di sacralità che certi musei, a mio modo di vedere, dovrebbero coltivare: un museo custodisce dei tesori irripetibili. E’ come un tempio, il contenuto destinato alle generazioni di umanità che si susseguiranno in barba ai futilismi della nostra contemporaneità.
Ecco, Rihanna che canta “Bitch Better Have My Money” (!!), ballando sui tavoli della lussuosissima cena nella hall principale del museo, circondata da vip che la acclamano e si scatenano come in una delle più tamarre discoteche di Ibiza, mentre a pochi passi vivono e respirano capolavori che spaziano dal mondo egizio a quello novecentesco, ecco, mi lascia perplessa. Se da un lato è ben comprensibile la necessità di raccogliere fondi e reinventare lo spazio del museo, dall’altra non posso fare a meno di trovare un che di irrispettoso in un evento di questo tipo. Ancorché organizzato da quella che dovrebbe essere la regina dello stile e del gusto…
Le star che si presentano, si presentano con delle mise totalmente inadatte al contesto: lo chic che sarebbe auspicabile subisce una strana mutazione consonantica e si trasforma in kitsch. E il MET diventa pura passerella in fondo alla quale — ma molto molto in fondo — spunta, mingherlina, la giusta causa.
Se volete avere un’idea di cosa intendo quando parlo di “mise inadatte”, date uno sguardo a quelle di quest’anno.
Il documentario “The First Monday in May” è funzionale: se da un lato mostra la macchina da guerra del MET in fatto di allestimento mostre, dall’altro, dimostra la baracconata che un Gala, per quanto di prestigio, possa diventare. Un po’ come certi matrimoni, che dopo una certa ora finiscono sempre per proporre cori da osteria, cinture allentate, tacchi maledetti.

Come vedete me la sono presa comoda perché “Fortunata”, il film che sto per massacrare — sempre in amicizia… — mi indispone.
M’indispone pensare che l’ennesima storiella di madrecoraggio, raccontata con faciloneria, déjà-vu, pressapochismo e stereotipi venga ancora girata, prodotta e, beffa sopra danno, premiata a un Festival solitamente di palato tanto delicato come quello di Cannes. A quanto pare la holding Mazzantinì&Castellitò piace molto alla Francia. A me invece pare che la Mazzantini scriva sempre gli stessi personaggi e le stesse storie e che Castellitto le spari sempre a mille, gridando contro il cielo un cinema di nevrosi e isteria che scorda tutta la profondità verso la quale un personaggio ben scritto può dare accesso.
M’indispone vedere il cinema italiano rigirare su se stesso, e riproporre le solite trame interpretate dai soliti personaggi eroici, che dovrebbero essere degli anti-eroi ma che, per via di una sceneggiatura e una regia enfatiche e dai toni iperdrammatici, si avvicinano pericolosamente a diventare il loro contrario, allontanandoli irrimediabilmente da noi.

Ma vedete un po’ voi. Fortunata fa la parrucchiera a domicilio e i salti mortali per arrivare a fine mese. Tira su una figlia di otto anni praticamente da sola dopo essersi separata dal marito, guarda caso violento, guarda caso orco, guarda caso guardia giurata — così proponiamo un bel contrasto fra la vita pubblica e la vita privata, vai Margaret. Però Fortunata ha un sogno: aprire il proprio salone di bellezza insieme a Chicano, amico d’infanzia, tossico, bipolare, ma dal cuore tenero e dalla mamma matta — certo, vogliamo farci mancare il mi-faccio-di-brutto ma sono-un-pezzo-di-pane? Vogliamo farci mancare la matta dal passato teatrale? Of course not.
Questo salone rappresenta un po’ l’unico sbocco da una realtà fatta di trash, desolazione e delusioni varie. L’altro sbocco per Fortunata è lo psicologo della figlia, un improponibile Stefano Accorsi, che altalena interpretazioni apprezzabilissime (Loris in “Veloce come il vento”) e performance imbarazzanti come questa, per colpa anche — va detto — di un regista ghiottissimo di melodramma, come dimostra la scena in cui Accorsi sbraita la propria rabbia contro la deontologia professionale che non gli permetterebbe di zompare addosso alla madre della sua piccola paziente — ma poi, addosso, le zompa eccome. Dopo alcune banali vicissitudini che riportano a galla un banale passato di Fortunata, facendole perdere un po’ tutto — c’è anche un banale incidente della figlia con banale momento di panico collettivo — Fortunata si rialza da terra e cammina verso il suo futuro, la figlia in braccio, ciociara der dumiladiciasette. Pecché domani è nantro ggiorno e alora daje.
A parte la scontatezza del tutto, e lo strillar di toni e il scimmiottar di borgata, c’è proprio la regia che non va. Castellitto si lascia forse sedurre da certe riprese aeree del cinema sorrentiniano, e svolazza per la periferia romana, per poi entrare con la macchina da presa nel cuore di casa di Fortunata. Ma questo movimento non rispecchia alcun effettivo calarsi nella realtà del personaggio e dell’ambiente che lo circonda. La periferia romana è descritta attraverso scene-siparietto, come la messa in piega di una sposa grassona che si trasforma in un momento corale di colorato nulla. Oppure la panoramica sulla coreografia di un gruppo di ragazze cinesi messe lì solo per far esotico — Edward Said si rivolta nella tomba, la prima copia di “Orientalismo” stretta al petto…
Ma il più grosso punto dolente del film è l’ambire a proporre una visione realistica o naturalistica della periferia romana e della gente che la abita, e uscirsene con personaggi con i quali non si empatizza per niente. Nemmeno la protagonista, che risulta, come dicevamo, o troppo vittima o troppo eroica o troppo volutamente tamarra/ingenua.
Di ieri la notizia che Jasmine Trinca si è aggiudicata il premio per la miglior interpretazione nella sezione “Un certain regard”, al Festival di Cannes. Personalmente, non ho mai smesso di vederla attrice durante tutto il film: non ho visto Fortunata, ho visto un’attrice interpretare Fortunata, il che è molto diverso. Non ci si lasci ingannare dagli orpelli: canotte e minigonne, capelli crespi e zeppe, non bastano a fare un personaggio. L’attore deve esserlo, non interpretarlo. Ma magari a Cannes il metodo Stanislasky non piace molto, e quindi la resa calcata e visibilmente posticcia della Trinca è stata apprezzata…
Certo non diamo la colpa alla povera Jasmine: non è che l’ultima ad aver vestito i panni di personaggi clone plasmati dal cinema italiano — vedi Italia/Penelope Cruz di “Non ti muovere”, oppure Micaela Ramazzotti in “Tutta la vita davanti”. E poi avrà seguito alla lettera le direttive di regista e sceneggiatrice.
Film strillato, recitazione strillata. Matematico.

Naturalmente, e chiudo, la colonna sonora non poteva sottrarsi da questa big picture del prevedibile e del lacrimevole. Indovinate su quali musiche furoreggia il film? Sulla facile filosofia di Vasco Rossi — nel finale, come si conviene, perché vivere, è passato tanto tempo, vivere — e sullo struggimento di Antony and the Jhonson — a cui consiglierei di vietare l’utilizzo delle sue musiche da parte di certo cinema di dubbio gusto come questo. Il pericolo è la pauperizzazione del proprio toccante repertorio.
Un’unica consolazione. Scorderò questo filmettino con rapidità tutta ferrari, ma non scorderò che la sofferenza è stata spartita con il WG Mat, la More e l’Onassis JR. E quando la sofferenza è spartita con siffatta squadra, diventa irriverenza. Diventa ironia di gruppo. Diventa puro e semplice, impagabile FUN. 🙂

E ora lasciatemi correre via dal cine italiano e provare quello spagnolo. Grazie al Mastro, abbiamo accesso al Festival del Cinema Spagnolo dal 29 maggio all’1 giugno, e io scelgo

LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE
di Ines Paris
Spagna, 2017, ‘94
Giovedì 1 / Thursday 1
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ dal Mastro
Ingresso Euro 5,50

Un po’ di black comedy dopo tutto il pink drama del film di Castellitto ci vuole proprio.

Altro non dico, se non che l’ennesima settimana d’esilio è scivolata via. Certo abbiamo avuto il G7 più inconcludente della storia dei G7, anche perché Trump pensava alla battaglia navale quando gli hanno riportato questa incombenza. Se non altro una settimana di Trump in Europa significa una settimana di Trump in meno per NYC — ah cosa non si fa per l’amore…
E da NYC mi giungono notizie. Dicono che stia in pieno sboccio, con i locali all’aperto che si riempiono e i moonboot finalmente morti e sepolti — anche se prima o poi ritorneranno, come gli zombie…
Io intanto sogno e aspetto.

Ringrazio sempre dell’attenzione, vi spingo nel Maelstrom dove troverete Los Angeles invece che New York City, per una volta 😉 e vi mando dei saluti, oggi, museograficamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Magazzino 26 ha lanciato il tema “Angeli”. Questo è il Frullato che ho servito…Marilyn Monroe: l’angelo caduto nella Città degli Angeli

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LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

Milano Moviers,

Mi è capitato in questi giorni di andare là dove svetta il Pirellone. Un viaggio fittizio che mi porta, idealmente, là dove non sono.
Erano anni che non ci mettevo piede. E non per dell’attrito o della repulsa, ma forse per via della classifica. La classifica vede in testa Venezia e Roma. Venezia per la prima metà del cuore che abita — la seconda metà sapete chi la occupa. Roma per via delle capitali ragioni che fanno di essa la capitale. Venezia e Roma sono il nord e il sud all’interno della mia geografia affettiva. Milano è il terzo incomodo, un dente matto spuntato fra due incisivi sani. Come tale l’ho sempre trattata, ignorandone, in realtà, tutte le potenzialità. “Dopo l’Expo, ha cambiato faccia”, è il ritornello che sento da due anni a questa parte. E’ stornellato talmente tante volte da arrivare a venirmi a noia. Però devo ammettere che qualcosa è cambiato, in quella città. Non so se sia, effettivamente, per via dell’Expo, o per via di New York. New York ha cambiato tutto, tanto che potrei coniare un “Avanti NY” e un “Dopo NY”, spartendo con Cristo il sistema metrico temporale. Ora, dopo New York, Milano è una Trento grande. Ordinatissima, pulitissima, efficientissima. Mi piace tornare sulla questione della pulizia perché mi risulta davvero sorprendente. Sul pavimento della metro — le scale, le fermate, gli stessi vagoni — ci potreste allestire un déjéneur sur l’hèrbe, Manet incluso, senza temere di beccarvi lo scorbuto. In quegli stessi spazi, a NYC, lo scorbuto figurerebbe in fondo alla lista delle infezioni che maturereste.
Le strade, in centro, non sono strade. Sono i corridoi della vostra casa d’infanzia al sabato, dopo che vostra madre aveva passato lo straccio a terra e arieggiava per far asciugare. Le persone sono tuuuutte abbigliate come se casa fosse Vogue e loro fossero appena usciti dalla stanza dei trucchi magici. Le cartacce stanno tutte dentro i cestini e i passanti camminano in fila indiana, oppure per sei col resto di due, ma mai, e dico mai, spaiati, random od obliqui. E’ un gran bello spettacolo di eufonia urbana: come vedere il nuoto sincronizzato ma senza piscina e kg di ombretto waterproof. Via della Spiga mi è sembrata una specie di Giardino dei Getsemani, o un Eden prima della caduta, immune alla crisi, sorvegliato speciale da omoni in divisa con auricolare alle orecchie e sfollagente alla cintura. Non vi dico poi Torino, che mi ha accolto, dopo Milano. Torino ha aggiunto la signorilità all’ordine. Lì gli automobilisti sono disciplinatissimi, non si ode uno schiamazzo— a Torino si dice “ode”— e i pancabbestia si fanno la messaimpiega.
Qualcosa non mi torna, ho pensato. Possibile che tutto sembri uscito dalla lavatrice, che tutto sembri così pre-industrializzazione?
Possibile.
E possibile che tutto sembri così provinciale? Persino le regine di Lombardia e Piemonte, mi paiono grandi, grandissimi paesoni, ma senza che in loro scorra una goccia di metropolitan?
Possibile.
Qui la chiamano “qualità della vita”, ovvero quado un insieme di servizi, strutture, paesaggio ragionano all’unisono e ti offrono il pacchetto “più lazzi e meno scazzi”.
Ecco cosa non mi torna del concetto “qualità della vita”. Io, in questo momento storico della storia della mia esistenza, ribalto il concetto, e guardo alla “vita di qualità”. Guardo alla vita.
Non sto dicendo che a Milano e a Torino manchi. Sia mai — l’Appendino mi appenderebbe in Sala.
Dico solo che tutto quello che della qualità manca a NYC, NYC te lo restituisce in vita. Dove per “vita” non c’è il sicuro tramtram quotidiano, o il tratto di strada reso scorrevole da una deviazione ben assestata, da una buca riparata. Vita significa imbatterti in qualcosa di nuovo e imprevisto. E’ rimanere vittima privilegiata di certi ricami del caso o di qualche forza maggiore di cui ignori l’esistenza e i contorni. E’ smettere di badare alla cartaccia dentro il cestino, e incontrare uno sconosciuto per la seconda volta in mezzo a 8 milioni e mezzo di abitanti. La vita è anche disordine. Sporcarsi le mani, usare le scarpe, devastarsi di chilometri e rimettersi in piedi e ri-devastarsi di nuovo e ri-rimettersi in piedi. Uscire con meno 12, uscire con più 38. Uscire. Cercare di non giudicare, di smettere per una santa volta di guardare il mondo dall’alto della nostra estetica che consideriamo sempre al primo posto e trovare altri parametri, altre leggi, nuove.
Forse New York sballa tutti i criteri di giudizio e bisognerebbe vietarla prima dei 50 anni.
Qualcuno mi ha detto che una volta conosciuta NYC, ti mancherà per sempre. Perché lì c‘è tutto, e qualcosa, altrove, ti manca sempre.
Sono spacciata.

Dopo aver perlustrato qualche stanza del palazzo del dubbio, che mi occupa a norma di legge, è con gioia che passo a pipponare di “Laurence Anyways”, al quale sono giunti con gran trepidazione la Movier Vanilla detta Van, e un nuovo Fellow, Nicola, Nick-the-Nightsfly detto Nick-the-Nuts, che, come sapete e come sa, d’ora in avanti non avrà più possibilità di liberarsi dal giogo lezmuviano — in Lez Muvi “io non giogo più” non vale. 🙂

Mi aspettavo tanto dal nostro Dolan. Non così tanto. E partire con me e le aspettative non è un gran bel partire, lo dico sempre. Per di più questo film era fra i primi — il terzo, per la precisione. Se calcolate che il pargolo ha 27 anni, potete facilmente calcolare che aveva 23 anni quando lo girò. No so voi, ma io a 23 anni oscillavo fra un delirio di onnipotenza di livelli nietzschiani e un furor di disoccupazione tutto Manpower. Xavier Dolan girava “Laurence Anyways”. Ognuno ha i propri tempi, ma anche i propri mezzi. Lui ha avuto dalla sua la fortuna di essere nato in una famiglia cinematografica: il padre è attore e produttore. Quindi l’accesso alla cinematografia è avvenuto praticamente nella culla. Questo lo si dice non per togliergli del merito, ma soltanto per dovere di cronaca e per ribadire che gli ecosistemi in cui le piante fioriscono sono fondamentali per la loro fioritura.
“Laurence Anyways” mi ricorda un po’, per i tempi meravigliosamente dilatati e per la storia che racconta, il capolavoro di Kechiche “Vita di Adèle”. Lì le protagoniste erano due ragazze che si innamoravano, e noi assistevamo al progredire della loro vita e della loro storia. Lo stesso dicasi per Laurence e la compagna Fred, con la differenza che l’amore dei due è segnato anche da un percorso di genere che Laurence intraprende: quello che da uomo lo porta a diventare donna.
Lo so che adesso voi pensate a quel filmettino che fu “The Danish Girl”, con quel Redmayne tutto tragico e drammatico che aveva trasformato un transgender durante la sua fase di feminilizzazione in una specie di madrecoraggio da favela brasiliana. Ma “Laurence Anyways” è tutt’un altro mondo. E davvero la grandezza di una voce registica, il suo respiro profondo e ampio, ti dimostra anche la piccolezza di altre, la provincialità, la loro impossibilità di scavallare la soglia del bel prodottino con data di scadenza.
Laurence è un professore di letteratura sul punto di pubblicare il suo primo libro di poesie. Ha una ragazza, Fred, di cui è pazzamente innamorato. I due si divertono come matti adolescenti. Dolan passa la prima mezz’ora a raccontarci una storia che tutti vorremmo. Poi, un giorno, Laurence capisce che non può più continuare così. La sua vita, apparentemente perfetta, nasconde un desiderio che non può più essere represso. “Io muoio”, confessa Laurence a Fred nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno. Lo spettatore immagina malattie, leucemie. No: lui è donna, intrappolata nel corpo di un uomo. Lo shock di Fred toglie il fiato come possiamo immaginare. Ma così come Laurence non è uno qualunque, anche Fred non è una qualunque. Gli sta vicino, lo incoraggia a uscire allo scoperto. Fa quello che una compagna dovrebbe fare: lo accompagna in questo suo percorso di agnizione identitaria che comporta fatica, umiliazioni, tribolazioni di ogni tipo. O perlomeno questo lei prova a fare. Le cose purtroppo non sono così semplici. Quando Laurence si presenta a scuola vestito da donna, tutto cambia. Inizia così una nuova fase della loro vita, ma l’indice ammonitore sociale, il gelo della famiglia e le complicazioni intestine alla coppia cominciano a minare l’affiatamento tra i due. Arriveranno alla rottura, e al ricongiungimento, e alla ri-rottura, in un doloroso balletto che lo spettatore segue empaticamente grazie a una narrazione mai scontata e mai trascinata, per quanto il film duri 158 minuti e possa scoraggiare i più timorosi. In un meraviglioso coup-de-theatre dolaniano, dopo l’ennesima, verosimilmente definitiva rottura, l’epilogo coincide con il prologo: finiamo nella preistoria di Fred e Laurence. Ovvero il loro primissimo incontro. Come se Dolan volesse dirci che due esseri, quando si trovano veramente, continuano ad amarsi anche se impossibilitati a stare insieme — gli U2, con “With or without you”, cantavano proprio le anime condannate a non riuscire nell’unione e, fatalmente, nemmeno nel distacco. E il movimento della fine e dell’inizio, sostanzialmente non contano nulla perché sono due momenti che si annullano, come in una formula matematica, e annullandosi lasciano l’essenza della loro storia intatta.

La specialità dei due personaggi sta nell’energia ribelle di Fred, donna non convenzionale che tuttavia, per amore del figlio, accetterà anche la convenzionalità di un matrimonio post-Laurence, e sta in Laurence stesso, che appare come il diverso, eppure è tanto sicuro della propria scelta, tanto riconciliato con se stesso, da far affiorare piuttosto le incertezze e le contraddizioni altrui, per esempio, quando incrocia gli sguardi della giornalista che lo intervista. Sì perché Fellows, non vi o detto che questo racconto è il frutto di un’intervista a cui Laurence, scrittore/trice arrivato/a, decide di rilasciare. Un atto di reminiscenza che permette a Laurence — e, indirettamente al regista — di andare indietro con la memoria e narrare i fatti con la consapevolezza dell’a posteriori. Diabolico Dolan…

I temi che il diavolo d’un Dolan sviscera in questo suo “Via col vento” tutto personale, tutto moderno — ricordo che la storia copre un arco di tempo che spazia dai primi anni 80 fino al limitare del nuovo millennio — abbracciano questioni come la liberazione di genere — Fred e Laurence scriveranno “Liberté” sulla parete della propria camera da letto, accanto a una copia della Monnalisa, come se l’etica e l’estetica avessero rimpiazzato qualsiasi santo protettore della loro alcova — l’universo amoroso di coppia, la lotta per far emergere la propria vera identità anche a costo di devastare ogni comodissimo bozzolo che ci si è ricavati a suon di quotidianità e menzogne, ma anche il difficile rapporto fra genitori e figli. La madre di Laurence farebbe inorridire le madri iperprotettive, iper-figlio-centriche, ipermercate che abbiamo in Italia. Ci appare gelida con il figlio, ai limiti dell crudeltà, ma poi, nel corso del film capiamo che non è così. Semplicemente lascia che il figlio affronti la sua strada da adulto, che trovi il proprio vero io da solo, e lo accoglie al traguardo finale, pronta per cominciare la vita VERA con lui, vestito da donna, finalmente libero. Il padre è praticamente inesistente, come tipico del cinema dolaniano — così come tipico del cinema dolaniamo è l’approfondimento del ruolo della madre. L’unica scena, potente, che ce lo concede, lo vede imbambolato davanti al televisore, che la madre, colta da un raptus, stacca dalla presa e disintegra per terra. Come a dire “smetti di guardare il nulla e comincia a guardare il tutto che ti sei perso in questi anni”.

Oltre a essere un’opera composita contenutisticamente, “Laurence Anyways” è uno spettacolo formale. Dolan dimostra un’assoluta, incredibile padronanza dei linguaggi visivi che sceglie di adottare per raccontarci la sua storia. E’ un racconto rapsodico, che si affida molto spesso al videoclip, servendosi di una colonna sonora che spazia da Mozart ai Depeche Mode, cogliendo, attraverso di essa, lo Zeitgeist del ventennio 80-90 in cui Dolan bambino ha mosso letteralmente i primi anni di vita — classe ’89, Xavier. E perdonate se ho utilizzato “Zeitgeist”: mi ero sempre ripromessa di lasciarlo nelle mani dei critici seri, ma la musica, che da sempre ricopre un ruolo importantissimo nei film di Dolan, sa evocare la spensieratezza di un ventennio, ma anche tutta la sua superficialità pop-izzante. Il regista passa da un realismo verista a una visionarietà felliniana nel giro di un cambio di scena. Trama carrellate di primi piani di persone qualunque e le infila nella storia a due di Fred e Laurence, come se volesse imbricare l’universale nel particolare, avvicinando ignoti e noti, facendoli immaginificamente sfiorare, rimarcando quanta distanza li separi e al contempo quanta vicinanza li unisca. Si serve del rallenti per spezzare il quotidiano e una linearità narrativa da cui non vuole sentirsi legato. Dolan è un piccolo Dio che ti mostra cosa può fare con lo strumento dell’arte.
La scena che ha fatto spalancare tanti ooooh-aaaah, è senz’altro quella in cui Fred e Laurence si ritrovano dopo anni di lontananza fisica ma di vicinanza emotiva, e fuggono — letteralmente — sull’Ile Noir, un luogo per loro mitico — “avremmo sempre voluto andarci”, dice Fred, e il condizionale, in quel weekend finalmente diventa presente. In mezzo a una strada, su quest’isola chiamata “nera” ma bianchissima di ghiacci e neve, a nord di Montreal, i due camminano innamorati e liberi — la camminata degli innamorati, you know what I am talking about… E dal cielo piovono, variopinti, abiti di tutti i tipi. Abiti che richiamano i panni stesi nel vialetto in cui Laurence e Fred si baciano, all’inizio del film, e che Dolan ha cura di inquadrare molto chiaramente. Perché nel cinema del canadese nulla è mai per caso.  In questa scena, che si guadagna anche la locandina del film, il regista reifica il sentimento che coglie due anime innamorate che si ritrovano. La gioia colorata, la leggerezza, la sensazione inebriante di lasciarsi ricoprire da una pioggia di colori, e al contempo, la consapevolezza, che la sensazione è transitoria, fugace, non più lunga di una pioggia estiva. O di un weekend trascorso lontano da tutto.

Quando lo sconforto ci agguanta, ricordiamoci sempre di pensare alle infinite meraviglie che questo pischello canadese ha in serbo per noi. Le promesse dell’arte possono salvarci tanto quanto l’arte stessa.

E questa settimana vediamo un po’ di tornare al cinema italiano, sperando di non toppare con la coppia Mazzantini-Castellitto

FORTUNATA
di Sergio Castellitto
Italia, 2017, ‘103
Lunedì/Monday 22
Ore 21:00/ 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Qui mi fa un po’ impressione rivedere i film doppiati. Almeno questo è italiano, e non devo subire il supplizio del labiale fuori sync.
Sarebbe bello che Castellitto bissasse la prova “Non ti muovere”. Sarebbe brutto che bissasse “La bellezza del somaro”…

E anche per questa sera è tutto, Moviers. Un’altra settimana di esilio se n’è andata. E sono viva.
Vedete, il corpo è ostinato…
Nel Movie Maelstrom un appuntamento di Movieday, se siete liberi mercoledì e volete scegliere di vedere “Porto il velo e ascolto i Queen” dal Mastro…
Ringraziamenti sempre sentiti e saluti, stasera, longobardamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come dicevo, Movieday propone il film PORTO IL VELO E ASCOLTO I QUEEN mercoledì 24 maggio all’Astra. Se avete l’agenda libera e volete vedervi un film “out of the box”, partecipate 🙂

FORTUNATA: Fortunata racconta la storia di una giovane madre, forte e coraggiosa, con un matrimonio fallito alle spalle, che quotidianamente combatte per conquistare il suo sogno: aprire un negozio di parrucchiera sfidando il suo destino, nel tentativo di emanciparsi e conquistare la sua indipendenza e il diritto alla felicità.

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LET’S MOVIE 327 – propone LAURENCE ANYWAYS e COMMENTA PUSSY RIOTS

LET’S MOVIE 327 – propone LAURENCE ANYWAYS e COMMENTA PUSSY RIOTS

Manaturalmente Moviers,

le infrastrutture a New York sono davvero in uno stato pietoso, dove pietoso non è il nome di uno stato, ma potrebbe diventarlo — con il suo comune, la sua scuola, la sua banca e il suo fast-food. Se dovete attraversare Manhattan in verticale, cioè da sud a nord, e percorrete la Statale 9A, vi capita di essere bloccati certo dai semafori, ma anche dall’effetto domino di una galleria, l’Holland Tunnel, che non si sa bene come mai, non scorre e blocca tutto. Collega New York a il New Jersey, e un sacco di newyorkesi sono collegati al Jersey. Quindi il tunnel non fa che rispecchiare questo legame.
Allora certo potete prendere la metropolitana. Ma che non sia nel weekend. Il weekend stravolge le leggi delle direzione, i colori delle linee, le corse locali ed espresse — che più o meno sono come i regionali e gli interregionali italiani. Il weekend è l’anarchia del sistema sotterraneo metropolitano. E non c’è che da sperare nelle buona sorte. Se poi piove, be’, ci si prepari a trovare stupefacenti esemplari di bacini idrici nei sottopassaggi e nelle zone con della pendenza. Gli esperti di orografia di tutto il mondo accorrono per studiare il fenomeno, armati di stivali e fucili derattizzanti. Perché sì, i ratti sono gli autoctoni della metro. Amano il rischio, e questo permette loro di alloggiare fra i binari dei treni, incuranti dei treni, e persino dei fucili deratizzanti degli esperti di orografia di tutto il mondo. Del resto è semplice consequenzialità. Così come Neo di “Matrix” (devo specificarlo?!) schivava le pallottole, i ratti, schivano i treni.
Poi non occorre che dica della rush hour, tra le 5 e le 6 pm, quando tutta la newyorkesità si riversa, solitamente nella linea rossa — la mia. O quella verde, quando devo prendere la verde. O l’arancio, o la blu. A seconda della linea che devo prendere, quella, per magia, attira a sé i passeggeri. In questo caso, la legge è della fisica. O forse, semplicemente, di Murphy.
Stare accalcati ha i suoi vantaggi. Puoi sbirciare le conversazioni altrui su Whatsapp, Indovinare il regime alimentare di una famiglia contando i litri di succo d’arancia o Coca Cola nelle buste della spesa. Se la bottiglia è quadrata e incartata in un sacchetto di solito è Jack Daniels, e in quel caso il regime è un altro. Puoi chiederti come sia possibile che un numero inverosimile di passeggeri insospettabili giochi con la versione 2017 di Super Mario Bros o Tetris durante i loro spostamenti. Oggi i colori sono più sgargianti, le forme arrotondate, la scenografia è molto accattivantemente miyazakiana. Forse per questo anche le pensionate ci smanettano con una concentrazione da far perdere la fermata.

Gli aspetti negativi dello stare accalcati non occorre che li elenchi. L’olfatto è il senso che ha la peggio e soccombe sistematicamente sotto zaffate che, avessero un colore, li avrebbero tutti. Però anche lì, te la giochi con la fisica, o meglio, il fisico — o forse, semplicemente, con Murphy, anche lì. Puoi imbatterti nel vagone che sa di mandarino, perché qualcuno ha avuto bisogno di fare il pieno di vitamina C. I miei preferiti sono i vagoni che sanno di capelli e corpi appena docciati. Mi par di vederli, appena usciti dal bagno di casa loro, ancora fumanti, tuffarsi giù nello scarico della metropolitana e finire a profumare di Badedas tutto il treno. La maggior parte delle volte gli odori sono altri. Quelli della massa umana. Scarpe bagnate, dreadlock risalenti al secolo scorso, giacche a vento che liberano nell’aria il fritto misto catturato nel ristorante cinese la sera prima.
E poi ci sono gli odori metaforici. L’odore del sonno, quello dell’ansia. L’odore dell’indifferenza e quello della scocciatura.
Le infrastrutture arrancano e le strade sprofondano. I romani si lamentano delle buche nella capitale. I newyorkesi non si lamentano delle voragini che divorano il loro manto urbano solo perché hanno lo stoicismo e il senso pratico tatuati nel DNA. A che pro lagnarsi? Bypassarle fa risparmiare tempo e coronarie. Questo non toglie che le voragini rimangano con la bocca spalancata giorno e notte e sta a voi, evitarla con cura.
E se si vuole prendere un taxi, uno deve fare un corso lampo di tutte le microlingue del Kerala, del Bangladesh e del Senegal. I taxisti appartengono a questi ceppi non propriamente romanzi o indogermanici o autoctoni.
Poi Trump. Trump è sempre Trump, no? Non è che da gennaio a oggi sia cambiato. E’ sempre lui.
E Melania. Anche lei, naturalmente non è cambiata. Sicuramente non naturalmente per lo meno.

Ma naturalmente fallisco Fellows, in tutto questo. Marciare sulle sventure di NYC è come prendere il Cenacolo di Leonardo e accusarlo di cadere a pezzi. Cadrà anche a pezzi, ma è pur sempre il Cenacolo!
Quindi no, non ce la faccio, Vostro Onore.
Mi dichiaro colpevole di concupiscenza nei confronti della Città.
Mi si mandi pure in qualche colonia penale, magari verdissima, magari pulitissima, dove tutto sembra perfetto e nell’aria c’è uno strano sentore di occult(at)o…
😉

Questa settimana, come anticipato, abbiamo servito ART POT, il calderone in cui i Radio Days e la sottoscritta hanno rimestato cinema, musica e poesia. Ovviamente non farò la cronaca di cosa è stato, per non incappare nel principio numero 2 di Archimede secondo il quale chi si loda s’imbroda. Un foltissimo numero di Moviers & Anti hanno popolato il Social Stone, e quella è stata la soddisfazione più grande. Non farò la cronaca anche perché, se Paganini non ripete, noi invece sì, convinti come siamo del trattamento “repetita iuvant”. 🙂 Per chi non ha potuto esserci riproporremo la serata mercoledì 17 maggio alle 21:00 alla Bookique.

Venerdì sono tornata, dopo un paio d’anni, al Centro Sociale Bruno. La rassegna che la nostra Movier Lady Brown ha organizzato, prevedeva “Pussy Riot”, il documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin, 2013. E la ringrazio per averlo proposto perché io, con tutto il post-post-femminismo che ho in circolo e la fissa con il dissenso e la fascinazione per i flash mob, mi sono assolutamente persa il fenomeno delle pussy riots, che scoppiò nel 2012. Ho passato gran parte del documentario a chiedermi dove diamine fosse il mio radar post-post-femminista nel 2012, e ancora devo darmi una risposta. A volte gli accadimenti ci passano accanto, silenziosi anche se fanno rumore — come nel caso delle Pussy Riots, appunto — e solo se c’è qualcuno che ci tira per la giacchetta ci voltiamo a guardarli. Let’s Movie esiste un po’ anche per questo.

Queste Pussy Riots sono un collettivo punk-femminista politicamente impegnato nato in Russia per dare addosso al regime di Vladimir Putin e difendere democrazie e libertà. Ragazze giovani e scatenate, provenienti da ambienti diversi, che decidono, un bel giorno, d’infilarsi un passamontagna colorato, vestitini dalle tonalità acidissime, e improvvisare incursioni in luoghi simbolo, come le chiese ortodosse, la Piazza Rossa, il tetto di un carcere, ecc… La performance consiste in un pezzo punk strimpellato, cantato e ballato alla selvaggia. Solitamente il testo del pezzo è un’invettiva contro il governo e un incitamento a ribellarsi. Scopo della modalità “invasione di campo”? Attirare quanta più attenzione possibile e, in qualche modo, costringere i passanti o i presenti, a sentire cosa hanno da dire. Nel 2012, tre di queste pussy riots, hanno fatto irruzione nella chiesa ortodossa di Cristo Salvatore di Mosca, in pieno servizio religioso, e ne hanno letteralmente cantate di tutti i colori: il ritornello, per darvi l’idea, recitava “Madre Maria, Bandisci Putin!”, e altri contenuti ben più volgari.
Il documentario racconta i due anni che le tre ragazze hanno trascorso in carcere e il processo che le ha viste protagoniste.
Il film in sé non ha nulla di particolare. Fa ciò che un documentario deve fare. Documenta. E tira la giacchetta, oltreché in ballo una serie di macro questioni. Le tre, e tutto il collettivo, si definiscono “artiste”. Fin dove arriva l’arte e comincia altro?, mi chiedo. Qual è il rapporto tra arte e legalità? Ho sempre pensato che l’arte sia l’unica sovvertitrice legale dell’ordine costituito, ma non è così: talvolta, infrange la legge per manifestarsi. Pensiamo a Banksy, alla violazione di proprietà o all’“abuso” di luogo pubblico di cui si “macchia” con ogni sua opera. Oppure a Cattelan, che impicca tre bambini fantocci a un albero di un parco, o che solleva un dito medio davanti alla Borsa, che schiaccia un papa sotto un meteorite, e che inginocchia un Hitler bambino e credente. L’arte può anche armarsi di metodi non accettati dal sistema e dalla morale: questo perché, con la sua potenza ciclonica, dovrebbe scuotere entrambe. Come dice la citazione del maestro Majakovskij in testa al film, “L’arte non è lo specchio che riflette la società, ma il martello che serve per forgiarla”.
Nel caso delle Pussy Riots la questione si complica. Le loro incursioni sconvolgono ma non rimangono. Sono circoscritte alla reazione che suscitano lì per lì negli spettatori, come gli happening negli anni ’60-70. E rimarranno nella storia come eventi “disruptive”. Ma temo di non considerare queste ragazze delle artiste, le considero ribelli politiche. Ribelli politiche che scelgono una strada originale per esprimere il loro dissenso e la loro lotta per la libertà. In questo loro percorso di rivolta, sono con loro.
E il mio timore che il loro movimento si fosse spento in questi anni è stato piacevolmente smentito. Non solo continuano con le loro imboscate e le loro performance anche pericolose — provatevi voi, a sfidare il gelo russo in un vestitino di nulla, braccia e gambe nude! 🙂 — ma hanno rivolto il passamontagna anche oltreoceano, contro Trump. Vedere per credere.

Parlando di legalità, mi fa piacere citare un bell’evento che si è svolto sabato, La Giornata della Legalità, nella cui organizzazione il nostro Fellow Presidente ha avuto un ruolo quanto mai presidenziale. 🙂 La Giornata si è conclusa sul cui palco del Teatro Sociale dove classi di licei del trentiname si sono ritrovate a riflettere su un argomento come la violenza contro le donne. E per condividere le loro riflessioni hanno utilizzato il medium della performance artistica.
C’è forse un modo migliore di riflettere? 🙂
Spero che questa serata sia servita. In un mondo in cui Il 35% delle donne è destinato a subire violenze nell’arco della vita, fare tutto il fattibile possibile mi sembra il minimo.
E proporrei una mozione parlamentare per modificare due modi di dire, sbagliati come la matematica. “Chi si batte non si ama. Si mena”.

E per questa settimana, mi sciolgo davanti alla programmazione del Mastro, che per un giorno, un giorno soltanto, ci spalanca le porte del paradiso offrendoci

LAURENCE ANYWAYS
di XAVIER DOLAN
Canada 2012, ‘158
Martedì 16 maggio
21:00/9 pm
ASTRA/dal MASTRO
INGRESSO 5 EURO!

Lui, Xavier, solamente lui. Il piccolo enfant prodige regista di “ Mommy”, cucciolo di panda dall’intelligenza einsteiniana, dalla sensibilità proustiana.
Non serve che aggiunga altro. Kant scrisse del suo imperativo categorico solo dopo aver saputo di questa serata.

E anche questa seconda settimana d’esilio è trascorsa. Si sopravvive. Mi si dice che New York faccia altrettanto. Ma sopravvivere non è vivere…
🙂
Vi aspetto al cine martedì, vi ringrazio sempre della pazienza e dell’ascolto, vi lascio con un articolino nel Maelstrom e vi porgo dei saluti, stasera, ovviamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se pianificate di andare al Whitney, vedete un po’ che ve ne pare della mostra “Where We Are”.

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