LET’S MOVIE da NYC – commenta “A CIAMBRA” di JONAS CARPIGNANO

LET’S MOVIE da NYC – commenta “A CIAMBRA” di JONAS CARPIGNANO

Mitrasferisco Moviers

no no, tranquilli, non ritorno a Trentoville (!), né punto a Miami Beach — per quanto sapere di averla a 2 ore e 50 minuti di aereo è un pensiero molto ghiotto con cui solleticarsi l’immaginazione. Mi trasloco, ovvero, trasloco me medesima e tutti i miei effetti/affetti personali, sapete dove? Nel quartiere a cui guardo con la bocca bavosa e lo sguardo sognante si da quando abito a New York City.
C’è da dire che questo mi capita con parecchie zone di questa città. E mi piace l’idea di trasferirmi, prima o poi, in tutti questi quartieri e di viverli da inquilina, non solo da soggetto ambulante che li attraversa in lungo e in largo. La classifica di questi quartieri include, in testa, la santa trinità delle mete abitative newyorkesi. Inarrviabili, e non geograficamente. Finanziariamente. SoHo, Chelsea, Greenwich Village. Belli e impossibili più di qualsiasi macho con gli occhi neri e al sapor mediorientale. La santa trinità la lasciamo, per il momento, a popolare il regno dei cieli immobiliari… Seguono a ruota il l’East Village, quartiere storico in cui tutti gli artisti/aristoidi, intellettuali, veri/presunti/mancati, dimorano e operano sin dagli anni ‘60. Anche se credo che il vero Est Village, che sconfina nell’altrettanto storico Lower East Side (LES) non esista più. Chi l’ha vissuto ne racconta in termini mitici. Quando c’erano la Factory di Andy Warhol — Decker Building, al 33 di Union Square West — e Allen Ginsberg, che bazzicava Washington Square Park decantado le sue poesie e tutti i locali che ancora esistono, il Caffè Wha?, la Minetta Tavern, il Caffè Reggio. E poi Madonna, Basquiat, Keith Haring, Kerouac, Bob Dylan, William S. Burroughs, Jackson Pollock, Tennessee Williams — devo continuare?? — bazzicavano tutti il Village. Ve l’immaginate come doveva essere? Quindi capirete che vivere lì, anche solo per tributo storico, è quasi un obbligo per chiunque abbia un briciolo d’arte nel cuore. Anche lui però come la santa trinità, è abbastanza off-limits. Se una volta gli affitti dei suoi loft post-industriali raggiungevano le poche centinaia di dollari, oggi sono schizzati a cifre stratosferiche. Persino i divi non si possono più permettere Manhattan e da qualche anno preferiscono Brooklyn, anche la Brooklyn profonda di Park Slope e dintorni, complice il maggior spazio a disposizione e la privacy — tra queste Anne Hathaway, Michelle Williams, Sarah Jessica Parker, Paul Giamatti e John Turturro.

Un altro quartiere in cui spero di poter piantare le tende, un giorno, è DUMBO, Down Under the Manhattan Bridge Overpass, quel pugno di strade ai piedi del Manhattan Bridge dalla parte di Brooklyn e affaccio sull’East River. Lì tutto sa di Sergio Leone e Martin Scorsese. Abitarvi è quasi impossibile, come abitare a SoHo, ma si spera sempre, you know.

Ma veniamo a quello che, dal 2/3 febbraio, sarà il mio nuovo quartiere. UWS. Upper West Side. Altezza 111esima e Broadway, quindi sostanzialmente rimango fedele alla parte West, e alla Broadway, googlatelo pure, 545 West 111th Street :-). Ma scendo a sud di 39 strade. Questo vuol dire che sarò a quattro isolati — QUATTRO — dal mio amor di Central Park, a un isolato dall’altro parco, quello sull’Hudson, il Riverside Park — con la mia amata ciclabile — e a un isolato dal Morningside Park — una fetta di limone di parco accanto alla Columbia University. Lei, la Columbia, è a cinque isolati 🙂

L’Upper West Side è un quartiere tranquillo e vivissimo con tanti locali, tante elegantissime brownstones, tanti elegantissimi palazzi Pre-World War I. Quelli con la tenda a cupola fuori, e il portiere dentro, in livrea. Non so come, ma è in uno di quelli che mi trasferisco. O meglio, so come. Craigslist. Craigslist è la piattaforma per annunci in cui trovate di tutto. Ma proprio tutto tutto. Dal bracciolo sinistro del divano IKEA tal dei tali, al loft in cui si celebra il poliamore (!). Tutte le case statunitensi che ho avuto in vita mia, le ho trovate su Craigslist, facendo slalom fra annunci farlocchi —i cosidetti “scam”— e gli annunci spassosissimi (“condivido monolocale con doccia in cucina a giorni alterni”).
I punti a favore dell’appartamento sono tanti. Ma due sono quelli che io definisco “killer” e che mi hanno steso appena lessi l’annuncio, in Florida. Stanza con bagno e “garden on rooftop”.
Ora voi dovete uscire dal vostro mindset immobiliare italiano in cui si dà per scontato quello che scontato, a NYC, cari Moviers, non è. Condividere un appartemanto con qualcuno e avere un bagno ciascuno è considerata una grazia di categoria “San Gennaro”. Altri doni divini che noi italiani ignoriamo, sono lavatrice e l’asciugatrice nell’appartamento. Ecco, finalmente non dovrò più scendere in nessun basement, con quelle luci al neon che prima o poi illumineranno qualche omicidio.
Nel nuovo appartamento, lavatrice e asciugatrice in cucina. E poi soggiorno pieno di luce, così come la mia camera, che ha una panca sotto la finestra, da cui si vede una di quelle cisterne dell’acqua che fanno di New York City, la città delle cisterne sui tetti. Lei sarà il mio nuovo faro — stay tuned for the pics, next week. 😉
In tutto questo, pagherò la metà dell’affitto che pago ora. Pagherò meno dell’affitto che pagavo a Trentoville. E questo perché è uno dei famosi e concupitissimi “rent-stabilized”, gli appartamenti a cui la città di New York ha pensato bene di congelare l’affitto, che altrimenti schizzerebbe a cifre assurde. L’Upper West Side è un’area molto ambita, e per questo molto molto MOLTO cara.
Il mio nuovo housemate è un agente letterario in pensione che naviga, va all’opera, viaggia tre mesi all’anno — questo significa casa libera tre mesi all’anno… — e che, in sostanza, si gode la vita.
Ovviamente il punto di forza sta tutto nel punto più in alto. Il rooftop. Arredato con sedie, sdraio, BBQ — in caso abbiate voglia di una grigliata. A me ovviamente interessano le sdraio — io ho sempre voglia di tintarella. 🙂 Specie se a vista Empire State Building, Chrysler Building e scorci di Hudson…
Ora lo so che mi odiate… Ma non fatelo! Ho passato molto tempo, nelle notti insonni newyorkesi, a cercare — e questo mi fa capire che l’insonnia, più che un punto storto da raddrizzare, sia una strada spianata verso il poter fare. Quindi prima o poi il premio doveva arrivare. E no, non avevo urgenza di cambiare. Casa mia ad Harlem mi piace. E il quartiere in sé, lo sapete, occupa una parte importantissima dentro di me. Sugar Hill mi ha adottato. Mi ha dato una raccolta di poesie. E’ la collina di zucchero su cui ho mosso i primi passi newyorkesi. Non scorderò mai la sua dolcezza. Il suo retrogusto amaro, anche — “Bitter Bites from Sugar Hills” viene da lì.
Ma vedete, a NYC ci si muove perché tutto si muove attorno è te, e perché vuoi migliorarti. E’ come essere parte di un sistema solare in cui l’immobilità non è data. Allora si passano le notti a fare mille cose, e in mezzo a quelle, cercare un nuovo spazio, perché lo spazio è il petrolio di questa città. Si cerca, si trova, si parte e si comincia una fase nuova. L’idea di comprare casa e rimanere per sempre in quella casa — “per sempre”, sentite il peso specifico presuntuoso, e illusorio, di queste parole? — l’idea di possedere “il mattone”, mi rimaneva incomprensibile anche quando ero in Italia. Mi sembra un po’ contronatura, o per lo meno prima dei 60 anni. Qui ancora di più.

Come dicevo, non è piovuta dal cielo, la nuova sistemazione. Ho visitato qualcosa come una decina di stanze. Venendo a contatto con individui tra la commedia dell’arte, la bipolarità e la depressione livello crack del ‘29.
Martzia, afroamericana sovrappeso che si vede tornare a casa il figlio divorziato, lo mette a dormire su una brandina nella sua camera da letto, e affitta quella che un tempo fu la di lui stanza. Siamo sulla 97esima e Columbus Avenue, un isolato da Central Park.
“Hai accesso al bagno, certo” — moltoumana Martzia — “Ma alla cucina no…. Certo ti procuro un mini-frigo e un micro-onde da tenere in stanza… Mica posso lasciarti morire di fame, giusto?”, aggiunge, con una risata che ha del malefico.
“Ma veramente io sono una muschi&licheni, al massimo bollo — bollisco?? — delle verdure…”
“Ah ecco perché sei così magra! Io sono a dieta, ma non ce la faccio sai… Non riesco a fare a meno dei dolci…”.
E lì io comincio tutto uno spiegone sull’importanza del movimento e l’aberrazione dei cibi spazzatura.
E concludo con un “Go for it, Martzia, you can do it!”. E lei mi guarda con quegli occhi mammiferi e spenna-coinquilino che non mi avranno mai.

Poi c’è stato David, israeliano, che fece fortuna in Florida, per poi perdere tutto e tornare a NYC, amareggiato come il Lucano. Anche in questo caso, sono stata attirata dalla location: 83esima strada e Broadway. Mi presento. Dopo avermi detto cinque volte che non vuole un’inquilina che si porti uomini in camera, e dopo averlo rassicurato dieci volte che non c’è pericolo, mi mostra un tugurio buio e lugubre in cui probabilmente sono morte delle persone. Ammazzate dal buio, s’intende: emorraggia fatale di vitamina D per mancanza di sole.
Mi racconta del suo falliemento, e di come detesti NYC.
Io guardo l’orologio che non ho e cerco di andarmene. Non tanto per il tugurio. Quanto per l’amarezza. Non voglio trasformarmi anch’io in un Lucano.

Poi è toccata a Uttara, ragazza indiana adorabile, con un bilocale pulito e luminoso sull’84esima, dietro Central Park. Con il terrazzino e la scala antincendio — che, capirete, fanno la cinematografia di NYC. Tanto adorabile, Uttara, quanto picchiatella.
Pratica newyorkese è quella di trasformare il salotto di un bilocale in una camera per un secondo inquilino, per dividere l’affitto — quello che si dice un “converted”. Solo che un salotto non è esattamente una camera… Quindi i newyorkesi, che lo sanno, s’industriano con paraventi, pareti mobili, e delle idiozie simili per creare della privacy laddove la privacy non è possibile. Lei, inamorata dell’Italia, era così entusiasta all’idea di averne una portatrice sana sotto il tetto, da essere tutt’un “we can do this, and you can put the bed here, and the desk there, and we will be all fine!”, tanto che poco poco mi convinceva. Poi, dopo l’estasi iniziale di pensarmi Audrey Hepburn sulla scala antincendio a intonare “Moon River”, ho realizzato che uno può certo rinunciare a tanto, ma non a tutto, soprattutto, non alle pareti. Alle pareti, Uttara, no!
Dopo essere rinsavita, mi sono liquidata nel nulla newyorkese.

E poi lui, lo psicopatico travestito da documentarista. Anche qui, mi innamoro della location. UWS, 79esima strada. Il che vuol dire 5 isolati dal Lincoln Centre, che è un po’ la mia terza casa — la seconda è il MoMA. Michael è sui 45, alto, magro, capello disgustoso raccolto in una coda bassa. Occhialetti con bordo di alluminio da pazzo intellettualoide. La casa puzza di fumo, d’incolto e di anni di ramazza mancata, di olio di gomito risparmiato e aria fresca bandita.
La camera sarebbe anche passabile, in sé. Ha anche lo sbocco su un piccolo terrazzo — a NYC una rarità tanto quanto la lavatrice in casa. Ma davanti alla porta finestra c’è uno strato di Domopack.
“La finestra non è isolata e il vetro è troppo sottile. La mia ultima coinquilina si lamentava degli spifferi…”, e così hai spacciato il Domopack per l’ultimo degli isolanti, ebbravo Michael, il delinquente dal braccino corto aggiungo io, rigorosamente fra me e me.
Apre un armadio di quella che dovrebbe essere la MIA stanza e mi mostra circa una spanna e mezza di spazio fra i SUOI vestiti. Io soffoco una risata circense.
Lì dovrebbero stare le mie sei valigie di vestiti. Scarpe escluse.
Ora capite la risata circense.
Su una parete del salotto in cui lui avrebbe dormito — sfruttando l’idea insana di Uttara e la filosofia “converted”— campeggia, a mo’ di quadro, un’uniforme da cameriera anni ’50.
“Mi serviva per un documentario… Poi mi piaceva e non sono più riuscito a disfarmene… Credo stia bene lì, non trovi?”
Un’uniforme da cameriera anni ’50 appesa al muro del salotto non è esattamente un Van Gogh.
Il cucinino e il bagno conservano talmente tanti strati di sporco che credo Michael stia prendendo parte a un esperimento archeologico in cui si monitora la stratificazione del sudicio nel corso dei decenni.
Farà delle scoperte sensazionali, ne sono certa. Ma io non presenzierò.
Quindi capite, Fellows, trovar casa non è semplicissimo. Ma ti permette di entrare in contatto con tutta la strana umanità che popola questa città. Chissà se qualche università ha mai pensato a un corso di antropologia immobiliare nello Stato di New York.

Ma veniamo a quello per cui dovrei scrivervi… Questa settimana sono stata al Lincoln Cinema Plaza — prima che lo chiudano, sigh — a vedere “A Ciambra”, dell’italo-americano Jonas Carpignano.
Presentato a Cannes alla Semaine de la Critique nel 2015 — nel 2015! — “A Ciambra” racconta della comunità rom di Gioia Tauro, in Calabria, e lo fa attraverso la vita di uno di loro, il quattordicenne Pio. Dopo che il fratello maggiore e il padre finiscono in galera, Pio incomincia a provvedere alla numerosissima famiglia. Per farlo, conosce un solo modo: rubare. Sale sui treni e scende alla fermata successiva con i bagagli dei passeggeri — l’incubo avverato di ogni viaggiatore. A piazzare poi gli oggetti rimediati gli dà una mano Ayiva, immigrato del Burkina Faso con il quale costruisce un rapporto d’amicizia, e che gli permette di entrare anche nella comunità africana, che occupa una parte di Ciambra.
Ma a un certo punto Pio si trova davanti al dilemma della coscienza. Tradire o non tradire l’amico per fare il bene suo e della famiglia? Amicizia nel giusto o famiglia nell’errore?

“A Ciambra” è un racconto di formazione che non fa sconti a nessuno, soprattutto al protagonista che subisce il processo della crescita e accoglie, quasi fatalisticamente, quello che esso comporta: il silenzio anche quando bisognerebbe gridare — denunciare, sarebbe il verbo. Fermare un ladro che ruba al tuo migliore amico, anche se quel ladro è tuo fratello. Ma ci sono gesti giusti che non si fanno, denunce che rimangono taciute, perché la famiglia è pur sempre la famiglia, ed è più forte di tutto, anche nella comunità rom, non solo a Corleone.
“A Ciambra” cammina su un filo di lana: quello tra il documentario e il film di finzione. Gli attori sono tutti non professionisti in pieno stile neorealista, ma il film non è un documentario. E’ fiction, c’è un copione: un esempio riuscito di cinéma vérité che ricorda da vicino quello dei fratelli Dardenne. Oppure dei Taviani di “Cesare non deve morire”.
Facciamo fatica a capire Pio. Parla una lingua meticcia fra italiano, dialetto calabrese e rom che mescola tutte queste derivazioni in un pastiche molto contemporaneo. L’empatia, però, ci permette di capire i gesti che compie. I furti, gli espedienti che trova per mandare avanti la famiglia mentre il pater familias è in galera. Pio attraversa quella terra di mezzo che è l’adolescenza —in cui non sei più bambino ma non sei nemmeno un uomo — vivendo in una terrra di mezzo tra Italia e non-Italia, un luogo in cui le regole sono scritte a voce dal clan, dalla tradizione. E’ un film difficile, con un finale da romanzo verghiano, reso cinematograficamente in maniera molto efficace. Un bivio, l’infanzia da una parte, l’età adulta dall’altra, Pio in mezzo. Incedere verso l’età adulta sarà quasi scontato. E il peso di questa scelta obbligata, la nostalgia che sappiamo comporta, rimanda a quella che tutti noi abbiamo provato, lasciando andare l’infanzia per buttarci nel mondo dei grandi, dove tutto è più fosco, più complesso, più faticoso.

Per due ore siamo sprofondati nello squallore di questi condomini abbandonati e occupati illegalmente, siamo tra indumenti dozzinali e frusti, grida, polvere e sporcizia. Carpignano non censura la macchina da presa, e sa regalarci una fotografia splendida, pur nel degrado. Guarda tutto, registra tutto, ripropone tutto.
Non ci meravigliamo che il film non sia entrato nella rosa dei candidati ultimi per miglior film straniero ai prossimi Oscar. E’ un film troppo spiccatamente non americano per farcela. Con tempi allungati — direi troppo — con una lingua che rende la comprensione assai difficoltosa, persino l’italiano.
Eppure c’è un certo lato visionario, che si manifesta attraverso la figura di un cavallo, simbolo di una libertà che Pio sogna, e che si allontana da lui, man mano che il film procede. Che la sua vita procede.
Se volete un film che catturi uno spaccato sociologico dell’Italia contemporanea, “A Ciambra” è il film che fa per voi. Ma non vi aspettate di uscire dal cinema con il cuor leggero.

E anche per oggi è tutto, Fellows.
Siamo arrivati a esaurire lo spazio del Frunyc II — a cui ho aggiunto alcuni commenti, nelle ultime foto — quindi inauguriamo solennemente il Frunyc III. E per i nostagici, il Frunyc I… 🙂

I miei ringraziamenti sono qui fra le mie mani, e i mie saluti, quelli, sono locatariamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 353 FROM NYC – commenta “TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI”

LET’S MOVIE 353 FROM NYC – commenta “TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI”

Physical Physical Fellows

I wanna get physical, physical… Ve la ricordate la hit degli anni ’80? Olivia Newton John — mai avrei pensato fosse lei — che cantava in fuseux viola dentro un’improbabile disco-palestra? Ecco, questa è la prima canzone che ho sentito uscire da un pub, su Washington Avenue, Miami Beach, la sera che sono arrivata.  E ho pensato che fosse la canzone giusta. E non tanto perché a Miami sono tutti coi muscoli di Popeye di fuori, ma perché c’è comunque un certo culto del corpo, una certa californication nel modus vivendi: shorts, pants, cappellino, centrifughe multivitaminiche to-go. Eppure Miami Beach NON è Los Angeles, e South Beach nello specifico NON è Venice Beach. Sarebbe come paragonare Portofino a Ostia (con tutto il rispetto) — dove Los Angeles è Ostia.
Qualche newyorkese mi aveva messo in guardia, dicendomi che avrei trovato Miami “wacky and tacky”, stramba e cafona. Nulla di più falso — rintraccerò quei newyorkesi e li smentirò uno per uno all’ombra di un qualche grattacielo, in un mezzogiorno di fuoco. C’è da dire che io stavo su Ocean Drive, che, per mantenere il paragone con Portofino, è un po’ la Piazzetta del posto. E’ il viale principale, che dà direttamente sull’Oceano — ma no, Board, dici davvero? — ed è il cosiddetto quartiere Art Deco. Una fila di edifici dai colori pastellati che ricordano le architettture dell’Art Deco europeo, ma con delle interferenze tropicali, che forse derivano proprio dalla specificità del posto. Insomma, prendete uno stile sviluppatosi in Europa intorno al 1920, e aggiungetegli quello che una terra florida di nome e agrume di fatto poteva offrire. Il risultato è un’architettura dall’impianto europeo ma dai fronzoli presi in prestito da questa terra riglogliosa che è la Florida — fenicotteri, palme, i colori Hello Kitty ante-litteram come il rosa, il giallo, il turchese, il celeste, il lilla, il verde menta, i motivi nautici, le facciate asimmetriche, gli inserti in vetro, le finestre a oblò, bordi e angoli bombati, neon stilizzati, neon corsivi, neon in tutte le forme… Siamo molto borderline con il kitsch, lo confesso: un milligrammo di verde menta in più, di rosa pesca in più, e si potrebbe rischiare la nausesa. Ma questo, fidatevi, non succede. Si rimane meravigliosamente sul filo, e si gode di questa strana commistione, respirando un’atmosfera di anni dorati, le frange degli abiti delle flapper a balzellare a ritmo di bebop, i panama in testa agli uomini, le Caddillac bicolore parcheggiate a pochi passi, lustre e golose. E per una volta, mi sono vista uomo! Un abito di lino, un sigaro pronto in tasca, una camminata verso un whisky d’annata e una serata su un portico, mentre l’oceano, là davanti, ti porta donne incredibili…

I nomi degli hotel in fila lungo Ocean Drive rinviano esattamente a quel passato. Lo Starlite, il Cavalier, Il Barbizon, il Carlyle, il Crescent, Il Colony fanno pensare non solo a quegli anni mitici, tra speakeasy e jazz, ma anche agli anni ’80, in cui Miami e Vice facevano coppia fissa come i detective Don Johnson e Philip Michael Thomas, in un tripudio fluò, spalline assassine, manate di gel sui capelli e vite mai così pericolosamente alte sopra l’ombelico.
Ma devo ammettere che il mio primo contatto cinematografico con Miami Beach avvenne grazie a un film che ricordo con tenerezza, “Piume di struzzo”, featuring una coppia tanto improbabile quanto riuscita: Robin Williams e Jene Hackman. Il film è ambientato proprio su Ocean Drive, in un trionfo di gaytudine, musical, boa rosa e camice fiorate.

E quanto al rosa, fatemi dire. O ci fate pace, oppure siete spacciati: direi che è il colore del posto: dagli scontrini fiscali, a certe palme finte fuori il Museo del Gelato (!), alle tubature lungo case più o meno catapecchie. Tanto è rosa. Non tutto, ma tanto. Quindi se non lo sopportate, Miami Beach non fa per voi, anche perché si sbizzarrisce in tutto lo sfumabile possibile, dal cipria, al polvere, dal fucsia al lilla, dal lavanda all’amaranto, dal corallo all’aragosta, dal pervinca al viola Elisabetta II — se vi chiedete perché “Viola Elisabetta II” forse v’è sfuggita la sua mise natalizia…
Potrei continuare all’inifinito, ma ho pietà di voi.

Pink a parte, c’è un senso di ariosità e pulizia generale che credo derivi molto dal mio raffronto con la giungla New York City. Nel paradiso Miami Beach tutto sa di lindo, ordinato, al profumo di cup-cake appena sfornati: bianco-azzurro-verde fanno il tricolore della città. NYC, lo sapete, è l’apocalisse. La bolgia, l’umanità colta nel suo farsi, nel sudore che cola, nello sforzo e nel puzzo. Miami Beach è l’umanità che tira il fiato. Che si prende cura del proprio coté physical, physical. Questo essere spensierata, nel senso proprio di “priva di pensieri”, si sente tutto. Le palme svettano filiformi, il mare è un’orchestra che suona il turchese, uno strumento musicale più che un colore. I prati sono tappeti e le sequoie, esseri animati al cui cospetto sentirsi gnomi.

Per quanto riguarda la mia residenza, poi, cosa dirvi? Il Betsy non è solo un hotel super classy. E’ un luogo storico. Sia per l’architettura — ha una sezione “coloniale”, e una sezione “art deco” — sia per il ruolo di catalizzatore culturale che, mi si dice, svolge da sempre. I corridoi non sono tappezzati di nature morte o di stolidi paesaggi provenzali. Sono un inno al rock mondiale, con foto — originali! Primi piani di Mick Jagger, i Beatles, i Rolling Stones. E tu non t’immagineresti che un hotel sprofondato tra aria coloniale e natura art deco, srotoli metri e metri di corridoi intestini rockettari. Nel basement, tra le altre cose, una mostra di Val Kilmer. Sì, lui, Iceman, Jim Morrison, o come volete chiamarlo. Da quando ha scoperto di essere malato — sigh — si è dato all’arte, e il Betsy ospita le sue creazioni.
Un’ultima cosa. L’idea d’istituire la “Writer’s Room”, una stanza che gli scrittori si tramandano, come un libro o una storia, dovrebbe essere scopiazzata anche in Italia. Perché mamma PAT non pensa a mettere a disposizione un piccolo appartamentino dei tanti in suo possesso, a un artista? E’ così che si coltiva una comunità artistica internazionale.
Sulla scrivania della Writer’s Room del Betsy c’è un diario. Ogni scrittore dei più di 500 che sono passati al Betsy, ha lasciato un suo segno. E’ come ideare una genealogia creativa, puramente elettiva. Ma perché l’Italia non ci pensa??

Nota stonata numero uno.
L’ultimo giorno lo shuttle per l’aeroporto mi carica a bordo in perfetto orario e, nel più classico dei chitchatting, l’autista mi svela ciò che non sono bastati sei giorni a farmi scoprire, io che mi sento una Livingston sottratta alle esplorazioni.
“So you’ve been staying at the Betsy…”
“Yep”
“I figure you have been there”, mi chiede, accennando a una portone di legno e a una piccolo folla di persone assiepate davanti. Ha appena scoperto che no, non sono americana. Sono italiana.
“No, I’ve not, what’s that?”, chiedo io. Siamo fermi in coda, quindi ho tempo di rendermi conto che quella casa ha l’aria molto familiare. Come se l’avessi vista tantissime volte. Ma questa, cavolo, è la mia prima volta a Miami Beach…
“It’s the sylist’s house. VersacI’s!”
“You must be kidding me”, faccio io, sentendomi una cretina.
Scoppia a ridere.
Impiego non più di due secondi a maledirmi. Se prendete sei giorni a quattro passi dalla casa di Gianni Versace senza saperlo e moltiplicate il tutto, quanta idiozia fa???
“Can I get off and take a picture?”, chiedo, approfittando dell’imbottigliamento, sperando, invano, di rimediare a questa perdita. E da vicino la riconosco. Riconosco il portone in legno con la parte finale a forma di ogiva, così iberica, così medievale. E poi i gradini. E’ lì che Gianni è stato freddato, il 15 luglio del 1997.
Scoprirò poi che la casa si chiama Casuarina.
Non so se l’avrei mai riconosciuta. In tv sembra più maestosa, più grande. Dal vivo, ha l’aria di una villetta piccola piccola.
Scusami Gianni.

Nota stonata numero due.
Il ritorno a -8 gradi dopo che il tuo corpo ha impiegato dieci secondi a riambientarsi al caldo, al salso, al piscinato sul rooftop, con quell’acqua riscaldata lì, e la brezza marina al posto delle zaffate artiche della cara meschina NYC. C’è da dire che Miami Beach mi ha salvato dalla bomba polare che quest’inverno spitfire ha lasciato cadere sulla costa orientale degli USA. E mentre in Massachussets le temperature picchiavano contro i meno 28 e a NYC il fiume Hudson ghiacciava, io pendevo dalle labbra morbide e tiepide di mamma Miami. Poi naturalmente sono stata punita una volta rientrata da papà New York. Perché se fate passare un corpo per 10 giorni con una temperatura di -8 a una settimana con una temperatura a +24, e poi lo riemmergete fra i pinguini del -8, quel corpo non riconoscerà più alcun dio all’infuori dello shock termico, e svilupperà un’influenza da bisonti. Bisonti, sì. Perché dopo tutto è nelle praterie di questo paese che loro, i bisonti, brucavano l’erba dei nativi, e la mia influenza è stata un omaggio alla loro estinzione. Come vedete è nell’alluccinazione che si è conclusa l’avventura fuoriporta.

Di film, in questo Christmas break, se ne sono guardati tanti. Ma l’ultimo che mi è rimasto nella testa è “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, visto in un Lowe due isolati sopra Union Square. Film in cui è scritta tutta l’America che sta arrancando — dietro a un Presidente che la sta affondando. Quei tre manifesti fuori Ebbing, middle-of-nowhere Missouri, prima vuoti e poi pieni del dolore e della vendetta di una madre ferita, sono i sogni infranti di un paese che sembra girare a vuoto.
Presentato a Venezia dove ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura e vincitore, la settimana scorsa, di quattro Golden globe, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri esce fuori dalla testa del regista londinese Martin McDonagh — ve lo ricordate “In Bruges”? Ecco, era suo.
La figlia adolescente di Mildred viene stuprata e uccisa. La polizia del posto, invece di sbattersi a cercare il colpevole, si rigira un po’ i pollici e si diverte a giocare sul filo di lana tra razzismo e political correctness. Mildred allora cosa fa? Affita i tre tabelloni sfitti all’ingresso della città e su di essi incolpa pubblicamente lo sceriffo della città, Willoughby. Caso vuole che Willoughby sia malato di cancro, e stia vivendo gli ultimi giorni della sua vita. Sam, un altro poliziotto che all’inizio detestiamo, poi compatiamo e alla fine comprendiamo, sarà in qualche modo protagonista della vendetta di Mildred, e alla fine, suo compagno di strada… Decido di non dirvi troppo perché ci sono dei colpi di scena ben architettati che sarebbe un vero peccato rovinarvi.

E’ un film estramamente brutale nella sua essenzialità. Il dolore quado è intenso brucia tutti i fronzoli, gli orpelli prefici, fa tabula rasa. Come Mildred. Un carroarmato che prende a botte gli adolescenti compagni del figlio, dà fuoco alla centrale della polizia e trapana un dito al dentista — scena molto “Fargo”, molto Coen. E lei, Mildred, altri non è che Frances McDormand, moglie di Joel Cohen e straordinaria interprete di tanti dei film by the Bros — e by the way, se quest’anno non le arriva l’Oscar come miglior attrice protagonista, facciamo un quarant’otto.
Mildred cerca di venire a patti con il suo lutto, ma per farlo deve trovare un colpevole. Visto che la polizia, al cazzeggio con le caz*ate — a suo dire — non è stata in grado di trovarlo, allora lo trova lei, momentaneamente, nello sceriffo. Quando lo sceriffo viene a mancare, Mildred dovrà fare i conti con la sua perdita, e anche Sam, il poliziotto scemo, simbolo di un’America rozza e ignorante, che tuttavia, se destinataria di un discorso semi-serio e accorato — splendida la lettera di Willoghby a lui indirizzata — può anche capire, e forse, rinsavire.

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è un felice modo cinematografico per far capire quanti sia difficile — impossibile — giudicare gli altri. I personaggi in scena sono tutti persone, e come tali, multisfaccettati, complessi, difficili da circoscrivere dentro i facili contorni degli stereotipi. Il film sa anche irrimediabilmente di western. Un po’ per la location — il middle-of-nowhere fa sempre molto John Wyne — un po’ per il personaggio di Mildred, che sembra uno di quei cowboy fatalmente destinati al tribolare, in forma di rodìo interiore, oppure di deserti da percorrere, steppe innevate sotto cui non soccombere. Mildred è così, un cowboy che non ha più nulla da perdere, e che si aggrappa disperatamente all’idea per cui, catturando il colpevole della morte della figlia, il cerchio potrà in qualche modo chiudersi.
Quindi prendiamo e portiamo a casa un film pesante, ruvido, ma anche amaramente comico, a tratti, proprio come la vita, che nel momento in cui fa di tutto per spingerti a lasciarla, se ne esce con una buccia di banana sotto un piede di Buster Keaton, o, come nel film, un nano che t’invita a cena.
Spero non l’abbiate perso, in Italia…

E anche per stasera è tutto, Moviers. Chissà se un po’ vi sono mancata. Chissà se tutto questo regge ancora, oppure sono io che mi ostino, come il cowboy Mildred…
Anyway, consiglio di dare un’occhiata nel Frunyc II, se volete vedere un po’ com’è questa Miami Beach…. 😉 Consiglio anche di leggervi un articoletto su un bel libro di critica letteraria che mi è capitato di leggere… 😉
E poi grazie, e poi saluti, fisicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 353 DA NYC – commenta “BORG McENROE” e “LA BATTAGLIA DEI SESSI”

LET’S MOVIE 353 DA NYC – commenta “BORG McENROE” e “LA BATTAGLIA DEI SESSI”

Miami Moviers e Florida Fellows,

E’ lì che trascorrerò la prima settimana del 2018. Nello stato delle arance, dei pensionati svernanti, e dei motel con piscina d’uno squallore pop pari a quello di Las Vegas. Contrariamente a quanto state pensando — “Miami?? Maledetto d’un Board, la tintarella a gennaio!” — non vado a South Beach per la tintarella, maledetto d’un Board che sono. Mi ospitano in una residenza per scrittori: ormai avrete capito, dopo tutti questi anni di Lez Muvi, che le residenze per scrittori sono una costante della mia vita. 🙂

Sentite qua cosa si sono inventati quelli del Betsy Hotel.
Il Betsy Hotel è uno degli alberghi più iconici e posh di Miami Beach, incluso nella Traveler Gold List stilata da Condé Nast con gli hotel più luxury di tutto il mondo. Ma come possiamo distinguerci, noi del Betsy, dagli altri?, si sono chiesti quelli del Direttivo dell’hotel.
Si sono risposti ideando un programma per scrittori che valorizzasse il loro coté filantropico. E se ne sono usciti con “The Writer’s Room”: una suite riservata a uno scrittore cui viene gentilmente offerto di risiedere per una settimana, beneficiando di tutti i comfort possibili — e man, i comfort sono comfort da hotel a sei stelle. Questo per dare la possibilità allo scrittore di trascorrere una settimana in paradiso, due passi da San Pietro, e di creare in santa pace senza le seccature della vita quotidiana — gettare l’immondizia, passare lo straccio, fare ore di fila alla cassa da Trader’s Joe. In cambio, lo scrittore tiene un incontro con la comunità culturale del posto — come sarà la comunità culturale di South Beach? Infradito ai piedi, camice palmifere e mariuana nel taschino? — durante la quale l’autore presenta il proprio lavoro e risponde alle domande dei più curiosi.
La Writer’s Room è stata aperta nel 2012, e da allora ha ospitato più di 400 scrittori. Ditemi se questo non è un modo molto smart per una struttura ricettiva di costruirsi un ruolo attivo nel mondo della cultura, attirarsi le simpatie della città e dello stato, e pubblicizzare la propria immagine mecenatistica worldwide, che si sa, fa sempre molto classy.
Nelle passate settimane sono stata contattata più volte dal comparto filantropico dell’hotel: mi hanno comunicato che avrò accesso a “fitness room, rooftop pool deck, library, beach services and meditation Wednesdays” — ho fatto sapere che il mercoledì mi sembra un ottimo giorno per iniziarmi alla meditazione. E naturalmente una diaria per i pasti — e guardando le foto dell’hotel, potrei diventare una buongustaia pure io!

Ma come sono capitata davanti allo zerbino della Writer’s Room del Betsy? Be’, unite insonnia e irrequietezza a tante notti trentine e vi siete risposti da soli. Ho cercato, scritto un progetto, inviato, accettata, ancora nel 2016. In realtà il mio pianomalefico era aggiungerci anche una settimana nelle Keys, isole da mille e una notte a sud di Miami. Ma le Keys dovranno aspettare, anche perché dopo il passaggio dell’Uragano Irma, ben poco di loro è rimasto.
Ho tenuto l’opzione della camera per un anno. E a settembre mi sono detta, perché non iniziare il 2018 al caldo? Perché non suscitare un po’ di nostalgia in New York City? E così, ho confermato il soggiorno. 🙂 Del resto siete abituati, no, alle mie partenze natalizie? E questo vale anche se ora abito a NYC.
Sono molto contenta perché alla comunità culturale di South Beach, portatrice sana, e un po’ baccana, di spinelli e palme 100% acrilico, potrò leggere le poesie della mia raccolta “Bitter Bites from Sugar Hills”.

E qui devo raccontarvi una storia.
In questa storia non ci sono sparatorie né sceriffi tristi, né sventole da bar che fanno precipitare, al loro passaggio, le mascelle degli avventori. C’è solo un essere umano che chiameremo B., che un giorno ha deciso che forse era arrivata l’ora di cambiare la direzione alla sua vita, per farla andare dov’era giusto che andasse. Allora smonta baracca e burattini e si trasferisce in una grande città, piena di luci e di ombre, di palazzi svettanti e tombini profondissimi.
B. non crede di essere né meglio né peggio di nessuno. Sente solo del mare dentro. E anche del fuoco. La sua bocca ospita spesso il silenzio, ma è in grado di travestirlo con gli infiniti colori delle parole.
Nel mondo di prima, B. aveva bussato a talmente tante porte, con i manoscritti sotto al braccio, e talmente tante porte chiuse erano rimaste chiuse, che aveva cominciato a credere di non essere all’altezza, di non avere il tocco magico, e a dirsi che forse c’era una ragione per cui quelle porte rimanevano chiuse. Tanti mesi seguirono e tanto sconforto, camuffato da tinte pagliacce. Perché B. indossa la tuta di arlecchino ma sotto nasconde l’anima da Pierrot. Allora un giorno, B. arriva nella grande città di luci e ombre. Tutto è incredibilmente intenso, nella città. Gli odori, i rumori. La bellezza balla con l’orrore a tutte le ore del giorno e della notte.
B. è in estasi. La poesia sgorga dalle fogne e B. non fa che raccoglierla e metterla in un contenitore che chiamerà “Bitter Bites from Sugar Hills”.
B. non scorda il suo capo chino davanti alle porte chiuse, nel paese di origine. Ma si dice, qui sono in un altro paese. Proviamo, what the hell. E prova a bussare, il manoscritto sotto al braccio.
In quel paese, una porta si apre. Praticamente subito.
“We are delighted to tell you we are happy to publish your collection ‘Bitter Bites From Sugar Hills’. We will send you the contract”.

B. siede in metropolitana quando riceve la notizia. Fosse stato in piedi, sarebbe stramazzato al suolo — certe notizie tolgono la forza alle gambe e la spingono tutta dentro il cuore.
E’ il compleanno di B., e certo, B. può pensare che quella sia una pura coincidenza. Oppure che sia una briciola caduta dalla tovaglia degli dei. In ogni caso ora B. si sente molto strano. Ha cercato di pubblicare la sua poesia nel paese di origine per più di quattro anni. Arriva nella città delle luci e delle ombre, di palazzi e tombini, scrive una raccolta in una lingua non sua, e nel giro di due mesi, trova un editore.
B. vorrebbe tanto prendere il paese che lo ha partorito e scuoterlo da capo a piede, da nord a sud. Gridargli, “ma che diavolo stai facendo coi tuoi figli? CHE DIAVOLO STAI FACENDO?”.
Ma poi si ricorda di un libro che lesse qualche anno fa, di Irene Némirowsky, “Jezabel”. Nella tragedia classica, Jezabel è la madre crudele che appare in sogno ad Athalie, protagonista dell’omonima tragedia di Racine. Nel libro della Nemirovsky, la protagonista si chiama Gladys: è una donna bellissima, corteggiatissima — una Belen Rodriguez prima che il mondo si stufasse della sua vacuità — talmente angosciata dall’idea di invecchiare da uccidere pur di non rivelare la sua età. Gladys ha una figlia, Marie-Thérèse, che ama di un amore superficiale, pressapochista. Gladys è così concentrata sulla propria bellezza e su di sé, da disinteressarsi completamente del benessere della ragazza che, guarda caso, farà una brutta fine.

Ogni volta che B. pensa al suo paese, pensa a Gladys. Una creatura bellissima — forse la più bella del mondo, no, indiscutibilemente la più bella del mondo — che non bada ai suoi figli, che se ne infischia, e pensa solo al mantenimento della propria eterna bellezza.
La casa editrice è la Bordighera Press. Piccola, raffinata, universitaria, pubblica letteratura italo-americana dal 1989.
Il paese d’origine è l’Italia.
B. sta per Board.
Io 🙂

Non aggiungo altro perché avete capito tutto. Anche lo stato di grazia in cui il mio spirito viaggia. 🙂

I film della settimana sono due. E non chidetemi perché il tennis, uno sport che non pratico, ma a cui guardo con grande ammirazione, per l’eleganza, la potenza e quegli outfit che stanno un amore alle tenniste, persino a quella montagna mobile di nome Serena Williams.
Mi è capitato di vedere a poche ore di distanza lo splendido “Borg McEnroe” di Janus Metz e “La battaglia dei sessi”, di Jonathan Dayton e Valerie Faris, registi dell’adorato “Little Miss Sunshine”.
Il primo merita più del secondo, ma anche il secondo non se la cava male. Ho pensato di parlarvi brevemente di entrambi anche perché tendo a spalleggiare i film con tematica sportiva: sono difficilissimi da realizzare per il pericolo di scivolare nel trionfalismo, nel patetismo e nel telenovelismo — in -ismi che è bene evitare.

Presentato al Festival di Toronto e alla Festa di Roma, “Borg McEnroe” racconta la rivalità che infiammò i campi da tennis negli anni ’70 fra il campione svedese Bjon Borg e il campione americano John McEnroe. I due rappresentavano due modi diversissimi di vivere e concepire il tennis. Controllatissimo, apparentemente glaciale e impassibile lo svedese, quanto irascibile, passionale e testacalda l’americano. Non a caso all’epoca erano conosciuti come “Ice and Fire”. Il biopic ruota attorno alla storica finale di Wimbledon del 1980, con Borg a un passo dal quinto titolo, e McEnroe a dargli battaglia fino all’ultimo — 5 set dopo più un tie-break al quarto set al cardiopalma conclusosi 18-16 per l’americano.

Il film è un po’ sbilanciato nel senso che tende più a gravitare intorno alla figura di Borg e al suo nordico sanguefreddo, soggetti evidentemente più intriganti per il regista rispetto ai colpi di testa forse un po’ infantili di McEnroe. Non posso che concordare con la scelta registica. L’autocontrollo dello svedese fu il risultato di anni e anni di duro lavoro con un allenatore che gli diceva cose del tipo “Debutterai in Coppa Davis a patto che non mostrerai più una singola fottuta emozione: tutta la rabbia, la paura e il panico che potrai provare le racchiuderai in ogni colpo”… Ma la piacevole scoperta di questo film sta nella scelta di non affidarsi a immagini di ripertorio, ma di girare il match così come si disputò.
La suspance è palpabile e se non conoscete l’esito — io non lo conoscevo — be’, rimarrete col fiato sospeso fino all’ultimo rimpallo.

Con “La battaglia dei sessi” dobbiamo fare un piccolo passo temporale-logistico indietro e andare agli inizi degli anni ’70, in California. Anche qui, storia vera. Billie Jean King, tennista e campionessa in carica, combatte per ottenere la stessa retribuzione dei colleghi tennisti maschi. Per farlo, accetta e affronta la sfida lanciatale da Bobby Riggs, ex campione a riposo. Maschilista, scommettitore incallito, Riggs vuole dimostrare sul campo la superiorità degli uomini sulle donne — “nello sport, negli affari e in politica le donne sono inferiori, non c’è nulla da fare”….
Come se non bastasse, Billie Jean si trova ad affrontare una grana personale non da poco: sposata con il proprio manager, si innamora di Marilyn, una ragazza che incontra per caso in tour. Pensate essere lesbiche nei primi anni ’70 — se vi sembra dura oggi, immaginate allora, circondati da un mondo sessista e maschiocentrico.
Il 20 settembre 1973 a Houston in Texas si disputa “la battaglia dei sessi”, la partita di tennis più famosa della storia. Indovinate chi vince… 😉

La lotta condotta da Billie Jean King sul campo e fuori per ridurre la distanza economica tra uomini e donne nel mondo sportivo ci mostra una società, non poi così lontana dalla nostra, dove il sessismo era cosa data e sistematica, e veniva tranquillamente supportato da uomini che lo praticavano con una tracotanza da porci oops volevo dire proci… Se il tono del film è giocoso, leggero, quasi da commedia, la materia che tratta pesa come un macigno e sconfina nel dramma. E questo perché, allo scontro per conquistare l’uguagalianza in campo sportivo-professionale, “La battaglia dei sessi aggiunge anche la ricerca identitaria di una donna che scopre di essere lesbica in un’epoca eterofila sprofondata nell’omofobia. Mentre il tono scanzonato è appannaggio di Steve Carell, che interpreta il macho-man Riggs incarnando il linguaggio ludico della commedia attraverso sfottò e battute sessiste, la materia è tutta di Emma Stone, che, nei panni di Billy Jean, risponde al sarcasmo dell’avversario con le palle da tennista femminista.
Il film non è male, ma questo rimpallo fra ludico e serio disorienta lo spettatore come un palleggio lungo un’ora e mezza. I registi avrebbero forse dovuto fare una scelta più netta, magari più coraggiosa, e prediligere l’uno o l’altro — avrei preferito il registro comico, dissacrantemente comico per una faccenda così scottante. Tenendo il piede in due scarpe, questa volta non sono riusciti a realizzare quella fatale combinazione di riso triste che era riuscito loro con “Little Miss Sunshine”.
Tuttavia consiglio il film. Io non sapevo nulla, nulla di nulla, né di Billy Jean King né di Bobby Riggs, né della storica “Battaglia dei Sessi” del 1973. E il cine, come dico sempre, serve anche da manuale di storia, quando certa storia non si studia sui manuali.

E ora Moviers, non mi rimane che

  • ricordarvi che Lez Muvi riprenderà dopo la Florida, a metà gennaio — niente 911 o Farnesina, quindi, se non mi sentite
  • spedirvi nel Frunyc II
  • augurarvi merry Christmas, da parte mia e di New York City, che guarda a voi con infinita curiosità, e vorrebbe tanto stringervi fra le sue braccia di acciaio e vetro, e non lasciarvi più
  • augurarvi buon inzio 2018. Possa essere l’anno in cui realizzerete un vostro sogno o ne aggiungete uno nuovo alla lista — one dream more boosts energy for sure
  • rinviarvi a questa piccola poesia natalizia che mi hanno chiesto di scrivere per Italian.Poetry.org 🙂

E ringraziarvi: Let’s Movie ha compiuto otto anni. E siete ancora lì!
E mandarvi tanti saluti, stasera, floridamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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