LET’S MOVIE 329 commenta FORTUNATA e propone LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE

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MET Moviers,

Il Metropolitan Museum of Art, museo dei musei di NYC, se ne sta spaparanzato in mezzo all’Upper East Side, occupando lo spazio di ben quattro isolati, tra la E 84th Street e la E 80th Street, in capo al Museum Mile, il polo museale più sportivo del mondo. I musei che comprende sono tutti assai prestigiosi, ma solo lui, quel gattone del MET, vanta la cuccia in pieno Central Park. Gli altri musei osservano dalle strade circostanti con un misto di reverenza e invidia. Il Guggenheim o il Museum of the City of New York o la Neue Galerie s’inchinano controvoglia e rosicano di brutto.
Il MET è rinomato per il piano di marketing selvaggio che porta avanti e che gli permette di sopravvivere — solo l’Ufficio Erariale americano saprà quanto diavolo di affitto deve sborsare, in quella zona di Central Park… Già vi accennai dell’iniziativa di dubbio gusto del “Museum Workout”, che combina lezione d’aerobica di prima mattina a visita alle opere.
Ebbene, durante il volo di ritorno in Italia, mi sono imbattuta in un’altra di queste machiavelliche trovate succhia-soldi.

Lo stato psicologico di me al JFK prima di prendere l’aereo, si può facilmente indovinare. La parola che sfugge alla punta delle lingue di mezzo mondo è ottundimento. Ma di bello gli aerei hanno il non-tempo e il non-spazio che ti mettono a disposizione. Credi di prendere posto in pancia a una carlinga, invece, sali dentro una sala giochi/sala relax che ti permette di fare tutto quello che vuoi e che, contemporaneamente, ti porta dal punto A al punto B. Gli aerei sono i primi multi-tasker a combustibile della storia e per questa capacità, io sono loro infinitamente grata: quando vuoi lasciare un posto, ti caricano sulle loro ali e te lo fanno abbandonare — Atreiu in groppa a Fucur. Quando non vuoi lasciare un posto, alleviano la pena con i film, gli esilaranti siparietti delle hostess e i passeggeri dormienti — i passeggeri dormienti possono essere molto teneri o molto buffi, il che, in entrambi i casi, aiuta.
Il primo maggio (!), sul volo verso Venezia per combattere l’ottundimento, ho visto “The First Monday in May, un documentario che svela il dietro le quinte del MET Gala, o MET Ball, di New York, la festa di beneficenza che inaugura la mostra di moda del museo, e che si tiene ogni anno il primo lunedì di maggio: è considerato uno degli eventi più ambiti, glam, esclusivi nel mondo del fashion — gli americani lo chiamano il “Super Bowl della moda”, fate vobis — ed è frequentato e concupito da una quantità di personaggi famosi e meno famosi dello showbiz e della New York bene.
Indovinate un po’ chi lo organizza? Anna Wintour, che oltre ad essere il diavolo in Prada, è la direttrice di Vogue USA. Il documentario racconta l’allestimento della mostra China: Through The Looking Glass e della serata di Gala 2016, che ha visto ospiti tipo Fifty Cents e Byoncé, Sarah Jessica Parker, Anne Hathaway, Cher, Robert Pattinson, Karl Lagerfeld, Jean Paul Gaultier e, madrina delle madrine, Rihanna.

Il ballo, che come dicevamo, è di beneficienza, ha raccolto 13 milioni e mezzo di dollari — 13 milioni e mezzo di dollari… Per darvi un’idea: per chi non è in lista, un biglietto per il Met Gala costa 25 mila dollari e i vestiti indossati dagli ospiti arrivano fino a 70 mila dollari a capo.
La mostra China: Through The Looking Glass, di durata trimestrale, è stata l’ottava mostra più visitata di tutti i tempi — i visitatori sono stati, in soli tre mesi, 761.000.
Embé?, fate voi, perché tutti ‘sti dati?
Perché qui siamo di fronte a un modo di trar profitto dall’arte estremamente successful. Unisco moda — mondo di grana — e cultura — mondo di fame — e cerco di aiutar l’uno con l’altro. La Wintour è un drago in tutto ciò. Da quando è entrata fra i Trustees del MET, ha raccolto qualcosa come 125 milioni di dollari per il Costume Institute, il centro all’interno del MET che si occupa di preservare le creazioni degli stilisti sin da quando la moda esiste.
Sarà anche una diavolessa, ma quanto a fund-raising, non ha eguali.
Tutti contenti insomma. Successo di pubblico e critica, Occhi adoranti per gli spettatori, celebrities con le code pavone spiegate in una corona che manco Fabrizio (!), piogge di dollari sui tetti del MET.

Qui siamo di fronte a un modo di trar profitto dall’arte anche estremamente controverso. Io non voglio sempre fare quella che rompe le uova — ho detto uova! — nel paniere. Ma devo fare i conti con un senso di sacralità che certi musei, a mio modo di vedere, dovrebbero coltivare: un museo custodisce dei tesori irripetibili. E’ come un tempio, il contenuto destinato alle generazioni di umanità che si susseguiranno in barba ai futilismi della nostra contemporaneità.
Ecco, Rihanna che canta “Bitch Better Have My Money” (!!), ballando sui tavoli della lussuosissima cena nella hall principale del museo, circondata da vip che la acclamano e si scatenano come in una delle più tamarre discoteche di Ibiza, mentre a pochi passi vivono e respirano capolavori che spaziano dal mondo egizio a quello novecentesco, ecco, mi lascia perplessa. Se da un lato è ben comprensibile la necessità di raccogliere fondi e reinventare lo spazio del museo, dall’altra non posso fare a meno di trovare un che di irrispettoso in un evento di questo tipo. Ancorché organizzato da quella che dovrebbe essere la regina dello stile e del gusto…
Le star che si presentano, si presentano con delle mise totalmente inadatte al contesto: lo chic che sarebbe auspicabile subisce una strana mutazione consonantica e si trasforma in kitsch. E il MET diventa pura passerella in fondo alla quale — ma molto molto in fondo — spunta, mingherlina, la giusta causa.
Se volete avere un’idea di cosa intendo quando parlo di “mise inadatte”, date uno sguardo a quelle di quest’anno.
Il documentario “The First Monday in May” è funzionale: se da un lato mostra la macchina da guerra del MET in fatto di allestimento mostre, dall’altro, dimostra la baracconata che un Gala, per quanto di prestigio, possa diventare. Un po’ come certi matrimoni, che dopo una certa ora finiscono sempre per proporre cori da osteria, cinture allentate, tacchi maledetti.

Come vedete me la sono presa comoda perché “Fortunata”, il film che sto per massacrare — sempre in amicizia… — mi indispone.
M’indispone pensare che l’ennesima storiella di madrecoraggio, raccontata con faciloneria, déjà-vu, pressapochismo e stereotipi venga ancora girata, prodotta e, beffa sopra danno, premiata a un Festival solitamente di palato tanto delicato come quello di Cannes. A quanto pare la holding Mazzantinì&Castellitò piace molto alla Francia. A me invece pare che la Mazzantini scriva sempre gli stessi personaggi e le stesse storie e che Castellitto le spari sempre a mille, gridando contro il cielo un cinema di nevrosi e isteria che scorda tutta la profondità verso la quale un personaggio ben scritto può dare accesso.
M’indispone vedere il cinema italiano rigirare su se stesso, e riproporre le solite trame interpretate dai soliti personaggi eroici, che dovrebbero essere degli anti-eroi ma che, per via di una sceneggiatura e una regia enfatiche e dai toni iperdrammatici, si avvicinano pericolosamente a diventare il loro contrario, allontanandoli irrimediabilmente da noi.

Ma vedete un po’ voi. Fortunata fa la parrucchiera a domicilio e i salti mortali per arrivare a fine mese. Tira su una figlia di otto anni praticamente da sola dopo essersi separata dal marito, guarda caso violento, guarda caso orco, guarda caso guardia giurata — così proponiamo un bel contrasto fra la vita pubblica e la vita privata, vai Margaret. Però Fortunata ha un sogno: aprire il proprio salone di bellezza insieme a Chicano, amico d’infanzia, tossico, bipolare, ma dal cuore tenero e dalla mamma matta — certo, vogliamo farci mancare il mi-faccio-di-brutto ma sono-un-pezzo-di-pane? Vogliamo farci mancare la matta dal passato teatrale? Of course not.
Questo salone rappresenta un po’ l’unico sbocco da una realtà fatta di trash, desolazione e delusioni varie. L’altro sbocco per Fortunata è lo psicologo della figlia, un improponibile Stefano Accorsi, che altalena interpretazioni apprezzabilissime (Loris in “Veloce come il vento”) e performance imbarazzanti come questa, per colpa anche — va detto — di un regista ghiottissimo di melodramma, come dimostra la scena in cui Accorsi sbraita la propria rabbia contro la deontologia professionale che non gli permetterebbe di zompare addosso alla madre della sua piccola paziente — ma poi, addosso, le zompa eccome. Dopo alcune banali vicissitudini che riportano a galla un banale passato di Fortunata, facendole perdere un po’ tutto — c’è anche un banale incidente della figlia con banale momento di panico collettivo — Fortunata si rialza da terra e cammina verso il suo futuro, la figlia in braccio, ciociara der dumiladiciasette. Pecché domani è nantro ggiorno e alora daje.
A parte la scontatezza del tutto, e lo strillar di toni e il scimmiottar di borgata, c’è proprio la regia che non va. Castellitto si lascia forse sedurre da certe riprese aeree del cinema sorrentiniano, e svolazza per la periferia romana, per poi entrare con la macchina da presa nel cuore di casa di Fortunata. Ma questo movimento non rispecchia alcun effettivo calarsi nella realtà del personaggio e dell’ambiente che lo circonda. La periferia romana è descritta attraverso scene-siparietto, come la messa in piega di una sposa grassona che si trasforma in un momento corale di colorato nulla. Oppure la panoramica sulla coreografia di un gruppo di ragazze cinesi messe lì solo per far esotico — Edward Said si rivolta nella tomba, la prima copia di “Orientalismo” stretta al petto…
Ma il più grosso punto dolente del film è l’ambire a proporre una visione realistica o naturalistica della periferia romana e della gente che la abita, e uscirsene con personaggi con i quali non si empatizza per niente. Nemmeno la protagonista, che risulta, come dicevamo, o troppo vittima o troppo eroica o troppo volutamente tamarra/ingenua.
Di ieri la notizia che Jasmine Trinca si è aggiudicata il premio per la miglior interpretazione nella sezione “Un certain regard”, al Festival di Cannes. Personalmente, non ho mai smesso di vederla attrice durante tutto il film: non ho visto Fortunata, ho visto un’attrice interpretare Fortunata, il che è molto diverso. Non ci si lasci ingannare dagli orpelli: canotte e minigonne, capelli crespi e zeppe, non bastano a fare un personaggio. L’attore deve esserlo, non interpretarlo. Ma magari a Cannes il metodo Stanislasky non piace molto, e quindi la resa calcata e visibilmente posticcia della Trinca è stata apprezzata…
Certo non diamo la colpa alla povera Jasmine: non è che l’ultima ad aver vestito i panni di personaggi clone plasmati dal cinema italiano — vedi Italia/Penelope Cruz di “Non ti muovere”, oppure Micaela Ramazzotti in “Tutta la vita davanti”. E poi avrà seguito alla lettera le direttive di regista e sceneggiatrice.
Film strillato, recitazione strillata. Matematico.

Naturalmente, e chiudo, la colonna sonora non poteva sottrarsi da questa big picture del prevedibile e del lacrimevole. Indovinate su quali musiche furoreggia il film? Sulla facile filosofia di Vasco Rossi — nel finale, come si conviene, perché vivere, è passato tanto tempo, vivere — e sullo struggimento di Antony and the Jhonson — a cui consiglierei di vietare l’utilizzo delle sue musiche da parte di certo cinema di dubbio gusto come questo. Il pericolo è la pauperizzazione del proprio toccante repertorio.
Un’unica consolazione. Scorderò questo filmettino con rapidità tutta ferrari, ma non scorderò che la sofferenza è stata spartita con il WG Mat, la More e l’Onassis JR. E quando la sofferenza è spartita con siffatta squadra, diventa irriverenza. Diventa ironia di gruppo. Diventa puro e semplice, impagabile FUN. 🙂

E ora lasciatemi correre via dal cine italiano e provare quello spagnolo. Grazie al Mastro, abbiamo accesso al Festival del Cinema Spagnolo dal 29 maggio all’1 giugno, e io scelgo

LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE
di Ines Paris
Spagna, 2017, ‘94
Giovedì 1 / Thursday 1
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ dal Mastro
Ingresso Euro 5,50

Un po’ di black comedy dopo tutto il pink drama del film di Castellitto ci vuole proprio.

Altro non dico, se non che l’ennesima settimana d’esilio è scivolata via. Certo abbiamo avuto il G7 più inconcludente della storia dei G7, anche perché Trump pensava alla battaglia navale quando gli hanno riportato questa incombenza. Se non altro una settimana di Trump in Europa significa una settimana di Trump in meno per NYC — ah cosa non si fa per l’amore…
E da NYC mi giungono notizie. Dicono che stia in pieno sboccio, con i locali all’aperto che si riempiono e i moonboot finalmente morti e sepolti — anche se prima o poi ritorneranno, come gli zombie…
Io intanto sogno e aspetto.

Ringrazio sempre dell’attenzione, vi spingo nel Maelstrom dove troverete Los Angeles invece che New York City, per una volta 😉 e vi mando dei saluti, oggi, museograficamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

Milano Moviers,

Mi è capitato in questi giorni di andare là dove svetta il Pirellone. Un viaggio fittizio che mi porta, idealmente, là dove non sono.
Erano anni che non ci mettevo piede. E non per dell’attrito o della repulsa, ma forse per via della classifica. La classifica vede in testa Venezia e Roma. Venezia per la prima metà del cuore che abita — la seconda metà sapete chi la occupa. Roma per via delle capitali ragioni che fanno di essa la capitale. Venezia e Roma sono il nord e il sud all’interno della mia geografia affettiva. Milano è il terzo incomodo, un dente matto spuntato fra due incisivi sani. Come tale l’ho sempre trattata, ignorandone, in realtà, tutte le potenzialità. “Dopo l’Expo, ha cambiato faccia”, è il ritornello che sento da due anni a questa parte. E’ stornellato talmente tante volte da arrivare a venirmi a noia. Però devo ammettere che qualcosa è cambiato, in quella città. Non so se sia, effettivamente, per via dell’Expo, o per via di New York. New York ha cambiato tutto, tanto che potrei coniare un “Avanti NY” e un “Dopo NY”, spartendo con Cristo il sistema metrico temporale. Ora, dopo New York, Milano è una Trento grande. Ordinatissima, pulitissima, efficientissima. Mi piace tornare sulla questione della pulizia perché mi risulta davvero sorprendente. Sul pavimento della metro — le scale, le fermate, gli stessi vagoni — ci potreste allestire un déjéneur sur l’hèrbe, Manet incluso, senza temere di beccarvi lo scorbuto. In quegli stessi spazi, a NYC, lo scorbuto figurerebbe in fondo alla lista delle infezioni che maturereste.
Le strade, in centro, non sono strade. Sono i corridoi della vostra casa d’infanzia al sabato, dopo che vostra madre aveva passato lo straccio a terra e arieggiava per far asciugare. Le persone sono tuuuutte abbigliate come se casa fosse Vogue e loro fossero appena usciti dalla stanza dei trucchi magici. Le cartacce stanno tutte dentro i cestini e i passanti camminano in fila indiana, oppure per sei col resto di due, ma mai, e dico mai, spaiati, random od obliqui. E’ un gran bello spettacolo di eufonia urbana: come vedere il nuoto sincronizzato ma senza piscina e kg di ombretto waterproof. Via della Spiga mi è sembrata una specie di Giardino dei Getsemani, o un Eden prima della caduta, immune alla crisi, sorvegliato speciale da omoni in divisa con auricolare alle orecchie e sfollagente alla cintura. Non vi dico poi Torino, che mi ha accolto, dopo Milano. Torino ha aggiunto la signorilità all’ordine. Lì gli automobilisti sono disciplinatissimi, non si ode uno schiamazzo— a Torino si dice “ode”— e i pancabbestia si fanno la messaimpiega.
Qualcosa non mi torna, ho pensato. Possibile che tutto sembri uscito dalla lavatrice, che tutto sembri così pre-industrializzazione?
Possibile.
E possibile che tutto sembri così provinciale? Persino le regine di Lombardia e Piemonte, mi paiono grandi, grandissimi paesoni, ma senza che in loro scorra una goccia di metropolitan?
Possibile.
Qui la chiamano “qualità della vita”, ovvero quado un insieme di servizi, strutture, paesaggio ragionano all’unisono e ti offrono il pacchetto “più lazzi e meno scazzi”.
Ecco cosa non mi torna del concetto “qualità della vita”. Io, in questo momento storico della storia della mia esistenza, ribalto il concetto, e guardo alla “vita di qualità”. Guardo alla vita.
Non sto dicendo che a Milano e a Torino manchi. Sia mai — l’Appendino mi appenderebbe in Sala.
Dico solo che tutto quello che della qualità manca a NYC, NYC te lo restituisce in vita. Dove per “vita” non c’è il sicuro tramtram quotidiano, o il tratto di strada reso scorrevole da una deviazione ben assestata, da una buca riparata. Vita significa imbatterti in qualcosa di nuovo e imprevisto. E’ rimanere vittima privilegiata di certi ricami del caso o di qualche forza maggiore di cui ignori l’esistenza e i contorni. E’ smettere di badare alla cartaccia dentro il cestino, e incontrare uno sconosciuto per la seconda volta in mezzo a 8 milioni e mezzo di abitanti. La vita è anche disordine. Sporcarsi le mani, usare le scarpe, devastarsi di chilometri e rimettersi in piedi e ri-devastarsi di nuovo e ri-rimettersi in piedi. Uscire con meno 12, uscire con più 38. Uscire. Cercare di non giudicare, di smettere per una santa volta di guardare il mondo dall’alto della nostra estetica che consideriamo sempre al primo posto e trovare altri parametri, altre leggi, nuove.
Forse New York sballa tutti i criteri di giudizio e bisognerebbe vietarla prima dei 50 anni.
Qualcuno mi ha detto che una volta conosciuta NYC, ti mancherà per sempre. Perché lì c‘è tutto, e qualcosa, altrove, ti manca sempre.
Sono spacciata.

Dopo aver perlustrato qualche stanza del palazzo del dubbio, che mi occupa a norma di legge, è con gioia che passo a pipponare di “Laurence Anyways”, al quale sono giunti con gran trepidazione la Movier Vanilla detta Van, e un nuovo Fellow, Nicola, Nick-the-Nightsfly detto Nick-the-Nuts, che, come sapete e come sa, d’ora in avanti non avrà più possibilità di liberarsi dal giogo lezmuviano — in Lez Muvi “io non giogo più” non vale. 🙂

Mi aspettavo tanto dal nostro Dolan. Non così tanto. E partire con me e le aspettative non è un gran bel partire, lo dico sempre. Per di più questo film era fra i primi — il terzo, per la precisione. Se calcolate che il pargolo ha 27 anni, potete facilmente calcolare che aveva 23 anni quando lo girò. No so voi, ma io a 23 anni oscillavo fra un delirio di onnipotenza di livelli nietzschiani e un furor di disoccupazione tutto Manpower. Xavier Dolan girava “Laurence Anyways”. Ognuno ha i propri tempi, ma anche i propri mezzi. Lui ha avuto dalla sua la fortuna di essere nato in una famiglia cinematografica: il padre è attore e produttore. Quindi l’accesso alla cinematografia è avvenuto praticamente nella culla. Questo lo si dice non per togliergli del merito, ma soltanto per dovere di cronaca e per ribadire che gli ecosistemi in cui le piante fioriscono sono fondamentali per la loro fioritura.
“Laurence Anyways” mi ricorda un po’, per i tempi meravigliosamente dilatati e per la storia che racconta, il capolavoro di Kechiche “Vita di Adèle”. Lì le protagoniste erano due ragazze che si innamoravano, e noi assistevamo al progredire della loro vita e della loro storia. Lo stesso dicasi per Laurence e la compagna Fred, con la differenza che l’amore dei due è segnato anche da un percorso di genere che Laurence intraprende: quello che da uomo lo porta a diventare donna.
Lo so che adesso voi pensate a quel filmettino che fu “The Danish Girl”, con quel Redmayne tutto tragico e drammatico che aveva trasformato un transgender durante la sua fase di feminilizzazione in una specie di madrecoraggio da favela brasiliana. Ma “Laurence Anyways” è tutt’un altro mondo. E davvero la grandezza di una voce registica, il suo respiro profondo e ampio, ti dimostra anche la piccolezza di altre, la provincialità, la loro impossibilità di scavallare la soglia del bel prodottino con data di scadenza.
Laurence è un professore di letteratura sul punto di pubblicare il suo primo libro di poesie. Ha una ragazza, Fred, di cui è pazzamente innamorato. I due si divertono come matti adolescenti. Dolan passa la prima mezz’ora a raccontarci una storia che tutti vorremmo. Poi, un giorno, Laurence capisce che non può più continuare così. La sua vita, apparentemente perfetta, nasconde un desiderio che non può più essere represso. “Io muoio”, confessa Laurence a Fred nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno. Lo spettatore immagina malattie, leucemie. No: lui è donna, intrappolata nel corpo di un uomo. Lo shock di Fred toglie il fiato come possiamo immaginare. Ma così come Laurence non è uno qualunque, anche Fred non è una qualunque. Gli sta vicino, lo incoraggia a uscire allo scoperto. Fa quello che una compagna dovrebbe fare: lo accompagna in questo suo percorso di agnizione identitaria che comporta fatica, umiliazioni, tribolazioni di ogni tipo. O perlomeno questo lei prova a fare. Le cose purtroppo non sono così semplici. Quando Laurence si presenta a scuola vestito da donna, tutto cambia. Inizia così una nuova fase della loro vita, ma l’indice ammonitore sociale, il gelo della famiglia e le complicazioni intestine alla coppia cominciano a minare l’affiatamento tra i due. Arriveranno alla rottura, e al ricongiungimento, e alla ri-rottura, in un doloroso balletto che lo spettatore segue empaticamente grazie a una narrazione mai scontata e mai trascinata, per quanto il film duri 158 minuti e possa scoraggiare i più timorosi. In un meraviglioso coup-de-theatre dolaniano, dopo l’ennesima, verosimilmente definitiva rottura, l’epilogo coincide con il prologo: finiamo nella preistoria di Fred e Laurence. Ovvero il loro primissimo incontro. Come se Dolan volesse dirci che due esseri, quando si trovano veramente, continuano ad amarsi anche se impossibilitati a stare insieme — gli U2, con “With or without you”, cantavano proprio le anime condannate a non riuscire nell’unione e, fatalmente, nemmeno nel distacco. E il movimento della fine e dell’inizio, sostanzialmente non contano nulla perché sono due momenti che si annullano, come in una formula matematica, e annullandosi lasciano l’essenza della loro storia intatta.

La specialità dei due personaggi sta nell’energia ribelle di Fred, donna non convenzionale che tuttavia, per amore del figlio, accetterà anche la convenzionalità di un matrimonio post-Laurence, e sta in Laurence stesso, che appare come il diverso, eppure è tanto sicuro della propria scelta, tanto riconciliato con se stesso, da far affiorare piuttosto le incertezze e le contraddizioni altrui, per esempio, quando incrocia gli sguardi della giornalista che lo intervista. Sì perché Fellows, non vi o detto che questo racconto è il frutto di un’intervista a cui Laurence, scrittore/trice arrivato/a, decide di rilasciare. Un atto di reminiscenza che permette a Laurence — e, indirettamente al regista — di andare indietro con la memoria e narrare i fatti con la consapevolezza dell’a posteriori. Diabolico Dolan…

I temi che il diavolo d’un Dolan sviscera in questo suo “Via col vento” tutto personale, tutto moderno — ricordo che la storia copre un arco di tempo che spazia dai primi anni 80 fino al limitare del nuovo millennio — abbracciano questioni come la liberazione di genere — Fred e Laurence scriveranno “Liberté” sulla parete della propria camera da letto, accanto a una copia della Monnalisa, come se l’etica e l’estetica avessero rimpiazzato qualsiasi santo protettore della loro alcova — l’universo amoroso di coppia, la lotta per far emergere la propria vera identità anche a costo di devastare ogni comodissimo bozzolo che ci si è ricavati a suon di quotidianità e menzogne, ma anche il difficile rapporto fra genitori e figli. La madre di Laurence farebbe inorridire le madri iperprotettive, iper-figlio-centriche, ipermercate che abbiamo in Italia. Ci appare gelida con il figlio, ai limiti dell crudeltà, ma poi, nel corso del film capiamo che non è così. Semplicemente lascia che il figlio affronti la sua strada da adulto, che trovi il proprio vero io da solo, e lo accoglie al traguardo finale, pronta per cominciare la vita VERA con lui, vestito da donna, finalmente libero. Il padre è praticamente inesistente, come tipico del cinema dolaniano — così come tipico del cinema dolaniamo è l’approfondimento del ruolo della madre. L’unica scena, potente, che ce lo concede, lo vede imbambolato davanti al televisore, che la madre, colta da un raptus, stacca dalla presa e disintegra per terra. Come a dire “smetti di guardare il nulla e comincia a guardare il tutto che ti sei perso in questi anni”.

Oltre a essere un’opera composita contenutisticamente, “Laurence Anyways” è uno spettacolo formale. Dolan dimostra un’assoluta, incredibile padronanza dei linguaggi visivi che sceglie di adottare per raccontarci la sua storia. E’ un racconto rapsodico, che si affida molto spesso al videoclip, servendosi di una colonna sonora che spazia da Mozart ai Depeche Mode, cogliendo, attraverso di essa, lo Zeitgeist del ventennio 80-90 in cui Dolan bambino ha mosso letteralmente i primi anni di vita — classe ’89, Xavier. E perdonate se ho utilizzato “Zeitgeist”: mi ero sempre ripromessa di lasciarlo nelle mani dei critici seri, ma la musica, che da sempre ricopre un ruolo importantissimo nei film di Dolan, sa evocare la spensieratezza di un ventennio, ma anche tutta la sua superficialità pop-izzante. Il regista passa da un realismo verista a una visionarietà felliniana nel giro di un cambio di scena. Trama carrellate di primi piani di persone qualunque e le infila nella storia a due di Fred e Laurence, come se volesse imbricare l’universale nel particolare, avvicinando ignoti e noti, facendoli immaginificamente sfiorare, rimarcando quanta distanza li separi e al contempo quanta vicinanza li unisca. Si serve del rallenti per spezzare il quotidiano e una linearità narrativa da cui non vuole sentirsi legato. Dolan è un piccolo Dio che ti mostra cosa può fare con lo strumento dell’arte.
La scena che ha fatto spalancare tanti ooooh-aaaah, è senz’altro quella in cui Fred e Laurence si ritrovano dopo anni di lontananza fisica ma di vicinanza emotiva, e fuggono — letteralmente — sull’Ile Noir, un luogo per loro mitico — “avremmo sempre voluto andarci”, dice Fred, e il condizionale, in quel weekend finalmente diventa presente. In mezzo a una strada, su quest’isola chiamata “nera” ma bianchissima di ghiacci e neve, a nord di Montreal, i due camminano innamorati e liberi — la camminata degli innamorati, you know what I am talking about… E dal cielo piovono, variopinti, abiti di tutti i tipi. Abiti che richiamano i panni stesi nel vialetto in cui Laurence e Fred si baciano, all’inizio del film, e che Dolan ha cura di inquadrare molto chiaramente. Perché nel cinema del canadese nulla è mai per caso.  In questa scena, che si guadagna anche la locandina del film, il regista reifica il sentimento che coglie due anime innamorate che si ritrovano. La gioia colorata, la leggerezza, la sensazione inebriante di lasciarsi ricoprire da una pioggia di colori, e al contempo, la consapevolezza, che la sensazione è transitoria, fugace, non più lunga di una pioggia estiva. O di un weekend trascorso lontano da tutto.

Quando lo sconforto ci agguanta, ricordiamoci sempre di pensare alle infinite meraviglie che questo pischello canadese ha in serbo per noi. Le promesse dell’arte possono salvarci tanto quanto l’arte stessa.

E questa settimana vediamo un po’ di tornare al cinema italiano, sperando di non toppare con la coppia Mazzantini-Castellitto

FORTUNATA
di Sergio Castellitto
Italia, 2017, ‘103
Lunedì/Monday 22
Ore 21:00/ 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Qui mi fa un po’ impressione rivedere i film doppiati. Almeno questo è italiano, e non devo subire il supplizio del labiale fuori sync.
Sarebbe bello che Castellitto bissasse la prova “Non ti muovere”. Sarebbe brutto che bissasse “La bellezza del somaro”…

E anche per questa sera è tutto, Moviers. Un’altra settimana di esilio se n’è andata. E sono viva.
Vedete, il corpo è ostinato…
Nel Movie Maelstrom un appuntamento di Movieday, se siete liberi mercoledì e volete scegliere di vedere “Porto il velo e ascolto i Queen” dal Mastro…
Ringraziamenti sempre sentiti e saluti, stasera, longobardamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come dicevo, Movieday propone il film PORTO IL VELO E ASCOLTO I QUEEN mercoledì 24 maggio all’Astra. Se avete l’agenda libera e volete vedervi un film “out of the box”, partecipate 🙂

FORTUNATA: Fortunata racconta la storia di una giovane madre, forte e coraggiosa, con un matrimonio fallito alle spalle, che quotidianamente combatte per conquistare il suo sogno: aprire un negozio di parrucchiera sfidando il suo destino, nel tentativo di emanciparsi e conquistare la sua indipendenza e il diritto alla felicità.

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LET’S MOVIE 327 – propone LAURENCE ANYWAYS e COMMENTA PUSSY RIOTS

LET’S MOVIE 327 – propone LAURENCE ANYWAYS e COMMENTA PUSSY RIOTS

Manaturalmente Moviers,

le infrastrutture a New York sono davvero in uno stato pietoso, dove pietoso non è il nome di uno stato, ma potrebbe diventarlo — con il suo comune, la sua scuola, la sua banca e il suo fast-food. Se dovete attraversare Manhattan in verticale, cioè da sud a nord, e percorrete la Statale 9A, vi capita di essere bloccati certo dai semafori, ma anche dall’effetto domino di una galleria, l’Holland Tunnel, che non si sa bene come mai, non scorre e blocca tutto. Collega New York a il New Jersey, e un sacco di newyorkesi sono collegati al Jersey. Quindi il tunnel non fa che rispecchiare questo legame.
Allora certo potete prendere la metropolitana. Ma che non sia nel weekend. Il weekend stravolge le leggi delle direzione, i colori delle linee, le corse locali ed espresse — che più o meno sono come i regionali e gli interregionali italiani. Il weekend è l’anarchia del sistema sotterraneo metropolitano. E non c’è che da sperare nelle buona sorte. Se poi piove, be’, ci si prepari a trovare stupefacenti esemplari di bacini idrici nei sottopassaggi e nelle zone con della pendenza. Gli esperti di orografia di tutto il mondo accorrono per studiare il fenomeno, armati di stivali e fucili derattizzanti. Perché sì, i ratti sono gli autoctoni della metro. Amano il rischio, e questo permette loro di alloggiare fra i binari dei treni, incuranti dei treni, e persino dei fucili deratizzanti degli esperti di orografia di tutto il mondo. Del resto è semplice consequenzialità. Così come Neo di “Matrix” (devo specificarlo?!) schivava le pallottole, i ratti, schivano i treni.
Poi non occorre che dica della rush hour, tra le 5 e le 6 pm, quando tutta la newyorkesità si riversa, solitamente nella linea rossa — la mia. O quella verde, quando devo prendere la verde. O l’arancio, o la blu. A seconda della linea che devo prendere, quella, per magia, attira a sé i passeggeri. In questo caso, la legge è della fisica. O forse, semplicemente, di Murphy.
Stare accalcati ha i suoi vantaggi. Puoi sbirciare le conversazioni altrui su Whatsapp, Indovinare il regime alimentare di una famiglia contando i litri di succo d’arancia o Coca Cola nelle buste della spesa. Se la bottiglia è quadrata e incartata in un sacchetto di solito è Jack Daniels, e in quel caso il regime è un altro. Puoi chiederti come sia possibile che un numero inverosimile di passeggeri insospettabili giochi con la versione 2017 di Super Mario Bros o Tetris durante i loro spostamenti. Oggi i colori sono più sgargianti, le forme arrotondate, la scenografia è molto accattivantemente miyazakiana. Forse per questo anche le pensionate ci smanettano con una concentrazione da far perdere la fermata.

Gli aspetti negativi dello stare accalcati non occorre che li elenchi. L’olfatto è il senso che ha la peggio e soccombe sistematicamente sotto zaffate che, avessero un colore, li avrebbero tutti. Però anche lì, te la giochi con la fisica, o meglio, il fisico — o forse, semplicemente, con Murphy, anche lì. Puoi imbatterti nel vagone che sa di mandarino, perché qualcuno ha avuto bisogno di fare il pieno di vitamina C. I miei preferiti sono i vagoni che sanno di capelli e corpi appena docciati. Mi par di vederli, appena usciti dal bagno di casa loro, ancora fumanti, tuffarsi giù nello scarico della metropolitana e finire a profumare di Badedas tutto il treno. La maggior parte delle volte gli odori sono altri. Quelli della massa umana. Scarpe bagnate, dreadlock risalenti al secolo scorso, giacche a vento che liberano nell’aria il fritto misto catturato nel ristorante cinese la sera prima.
E poi ci sono gli odori metaforici. L’odore del sonno, quello dell’ansia. L’odore dell’indifferenza e quello della scocciatura.
Le infrastrutture arrancano e le strade sprofondano. I romani si lamentano delle buche nella capitale. I newyorkesi non si lamentano delle voragini che divorano il loro manto urbano solo perché hanno lo stoicismo e il senso pratico tatuati nel DNA. A che pro lagnarsi? Bypassarle fa risparmiare tempo e coronarie. Questo non toglie che le voragini rimangano con la bocca spalancata giorno e notte e sta a voi, evitarla con cura.
E se si vuole prendere un taxi, uno deve fare un corso lampo di tutte le microlingue del Kerala, del Bangladesh e del Senegal. I taxisti appartengono a questi ceppi non propriamente romanzi o indogermanici o autoctoni.
Poi Trump. Trump è sempre Trump, no? Non è che da gennaio a oggi sia cambiato. E’ sempre lui.
E Melania. Anche lei, naturalmente non è cambiata. Sicuramente non naturalmente per lo meno.

Ma naturalmente fallisco Fellows, in tutto questo. Marciare sulle sventure di NYC è come prendere il Cenacolo di Leonardo e accusarlo di cadere a pezzi. Cadrà anche a pezzi, ma è pur sempre il Cenacolo!
Quindi no, non ce la faccio, Vostro Onore.
Mi dichiaro colpevole di concupiscenza nei confronti della Città.
Mi si mandi pure in qualche colonia penale, magari verdissima, magari pulitissima, dove tutto sembra perfetto e nell’aria c’è uno strano sentore di occult(at)o…
😉

Questa settimana, come anticipato, abbiamo servito ART POT, il calderone in cui i Radio Days e la sottoscritta hanno rimestato cinema, musica e poesia. Ovviamente non farò la cronaca di cosa è stato, per non incappare nel principio numero 2 di Archimede secondo il quale chi si loda s’imbroda. Un foltissimo numero di Moviers & Anti hanno popolato il Social Stone, e quella è stata la soddisfazione più grande. Non farò la cronaca anche perché, se Paganini non ripete, noi invece sì, convinti come siamo del trattamento “repetita iuvant”. 🙂 Per chi non ha potuto esserci riproporremo la serata mercoledì 17 maggio alle 21:00 alla Bookique.

Venerdì sono tornata, dopo un paio d’anni, al Centro Sociale Bruno. La rassegna che la nostra Movier Lady Brown ha organizzato, prevedeva “Pussy Riot”, il documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin, 2013. E la ringrazio per averlo proposto perché io, con tutto il post-post-femminismo che ho in circolo e la fissa con il dissenso e la fascinazione per i flash mob, mi sono assolutamente persa il fenomeno delle pussy riots, che scoppiò nel 2012. Ho passato gran parte del documentario a chiedermi dove diamine fosse il mio radar post-post-femminista nel 2012, e ancora devo darmi una risposta. A volte gli accadimenti ci passano accanto, silenziosi anche se fanno rumore — come nel caso delle Pussy Riots, appunto — e solo se c’è qualcuno che ci tira per la giacchetta ci voltiamo a guardarli. Let’s Movie esiste un po’ anche per questo.

Queste Pussy Riots sono un collettivo punk-femminista politicamente impegnato nato in Russia per dare addosso al regime di Vladimir Putin e difendere democrazie e libertà. Ragazze giovani e scatenate, provenienti da ambienti diversi, che decidono, un bel giorno, d’infilarsi un passamontagna colorato, vestitini dalle tonalità acidissime, e improvvisare incursioni in luoghi simbolo, come le chiese ortodosse, la Piazza Rossa, il tetto di un carcere, ecc… La performance consiste in un pezzo punk strimpellato, cantato e ballato alla selvaggia. Solitamente il testo del pezzo è un’invettiva contro il governo e un incitamento a ribellarsi. Scopo della modalità “invasione di campo”? Attirare quanta più attenzione possibile e, in qualche modo, costringere i passanti o i presenti, a sentire cosa hanno da dire. Nel 2012, tre di queste pussy riots, hanno fatto irruzione nella chiesa ortodossa di Cristo Salvatore di Mosca, in pieno servizio religioso, e ne hanno letteralmente cantate di tutti i colori: il ritornello, per darvi l’idea, recitava “Madre Maria, Bandisci Putin!”, e altri contenuti ben più volgari.
Il documentario racconta i due anni che le tre ragazze hanno trascorso in carcere e il processo che le ha viste protagoniste.
Il film in sé non ha nulla di particolare. Fa ciò che un documentario deve fare. Documenta. E tira la giacchetta, oltreché in ballo una serie di macro questioni. Le tre, e tutto il collettivo, si definiscono “artiste”. Fin dove arriva l’arte e comincia altro?, mi chiedo. Qual è il rapporto tra arte e legalità? Ho sempre pensato che l’arte sia l’unica sovvertitrice legale dell’ordine costituito, ma non è così: talvolta, infrange la legge per manifestarsi. Pensiamo a Banksy, alla violazione di proprietà o all’“abuso” di luogo pubblico di cui si “macchia” con ogni sua opera. Oppure a Cattelan, che impicca tre bambini fantocci a un albero di un parco, o che solleva un dito medio davanti alla Borsa, che schiaccia un papa sotto un meteorite, e che inginocchia un Hitler bambino e credente. L’arte può anche armarsi di metodi non accettati dal sistema e dalla morale: questo perché, con la sua potenza ciclonica, dovrebbe scuotere entrambe. Come dice la citazione del maestro Majakovskij in testa al film, “L’arte non è lo specchio che riflette la società, ma il martello che serve per forgiarla”.
Nel caso delle Pussy Riots la questione si complica. Le loro incursioni sconvolgono ma non rimangono. Sono circoscritte alla reazione che suscitano lì per lì negli spettatori, come gli happening negli anni ’60-70. E rimarranno nella storia come eventi “disruptive”. Ma temo di non considerare queste ragazze delle artiste, le considero ribelli politiche. Ribelli politiche che scelgono una strada originale per esprimere il loro dissenso e la loro lotta per la libertà. In questo loro percorso di rivolta, sono con loro.
E il mio timore che il loro movimento si fosse spento in questi anni è stato piacevolmente smentito. Non solo continuano con le loro imboscate e le loro performance anche pericolose — provatevi voi, a sfidare il gelo russo in un vestitino di nulla, braccia e gambe nude! 🙂 — ma hanno rivolto il passamontagna anche oltreoceano, contro Trump. Vedere per credere.

Parlando di legalità, mi fa piacere citare un bell’evento che si è svolto sabato, La Giornata della Legalità, nella cui organizzazione il nostro Fellow Presidente ha avuto un ruolo quanto mai presidenziale. 🙂 La Giornata si è conclusa sul cui palco del Teatro Sociale dove classi di licei del trentiname si sono ritrovate a riflettere su un argomento come la violenza contro le donne. E per condividere le loro riflessioni hanno utilizzato il medium della performance artistica.
C’è forse un modo migliore di riflettere? 🙂
Spero che questa serata sia servita. In un mondo in cui Il 35% delle donne è destinato a subire violenze nell’arco della vita, fare tutto il fattibile possibile mi sembra il minimo.
E proporrei una mozione parlamentare per modificare due modi di dire, sbagliati come la matematica. “Chi si batte non si ama. Si mena”.

E per questa settimana, mi sciolgo davanti alla programmazione del Mastro, che per un giorno, un giorno soltanto, ci spalanca le porte del paradiso offrendoci

LAURENCE ANYWAYS
di XAVIER DOLAN
Canada 2012, ‘158
Martedì 16 maggio
21:00/9 pm
ASTRA/dal MASTRO
INGRESSO 5 EURO!

Lui, Xavier, solamente lui. Il piccolo enfant prodige regista di “ Mommy”, cucciolo di panda dall’intelligenza einsteiniana, dalla sensibilità proustiana.
Non serve che aggiunga altro. Kant scrisse del suo imperativo categorico solo dopo aver saputo di questa serata.

E anche questa seconda settimana d’esilio è trascorsa. Si sopravvive. Mi si dice che New York faccia altrettanto. Ma sopravvivere non è vivere…
🙂
Vi aspetto al cine martedì, vi ringrazio sempre della pazienza e dell’ascolto, vi lascio con un articolino nel Maelstrom e vi porgo dei saluti, stasera, ovviamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se pianificate di andare al Whitney, vedete un po’ che ve ne pare della mostra “Where We Are”.

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