LET’S MOVIE 435 da NYC commenta “LUCI DELLA CITTA'” di Charlie Chaplin

LET’S MOVIE 435 da NYC commenta “LUCI DELLA CITTA'” di Charlie Chaplin

Faccio fatica, Fellows,

questo weekend.
Oggi è domenica 3 maggio.
Stasera sarei dovuta essere a Palazzo Roccabruna, Trento, all’interno di Montagnalibri, la sezione letteraria del Trento Film Festival, per presentare L’istante largo — ora, per salvarlo dalla pandemia, dovrebbe uscire il 18 giugno.
Vi avrei rivisti dopo anni. Avremmo riso di gusto e di brutto, usando tutti quei muscoli che in questo momento servono solo a fare degli insulsi addominali. Ci saremmo abbracciati così forte da toglierci il fiato. Di sicuro avremmo strozzato la voce nelle nostre reciproche gole — sicuramente la mia. Sicuramente avrei cercato di sciogliere il groppo in gola che si sarebbe stretto nel momento in cui vi avrei visto. Ci saremmo lamentati del meteo — piove spesso, sul TFF. Oppure avremmo gioito per un sole inaspettato. Sembra fatto apposta, avremmo detto.
Vi avrei parlato di questo pargolo di libro, che mi ha fatto tanto penare, come tanti pargoli, ma che alla fine mi ha dato una gioia immensa. Come tutti i pargoli. Mi avreste fatto delle domande. Io avrei cercato di rispondere. Dopo saremmo andati a bere qualcosa. E lì le domande sarebbero continuate. Il tempo sarebbe volato e a me sarebbe dispiaciuto molto, dover partire alla volta di Milano l’indomani mattina, per il lancio del libro alle Messaggerie.
Ma vi avrei promesso che sarei tornata di lì a una decina di giorni. Per il tour. Torino, Venezia, Vicenza, Firenze, Bologna, Trento, Rovereto, Urbino, Trieste. Ma prima di tutto, Torino, al Salone del Libro, che avrei visto finalmente dalla parte degli autori, non dei lettori, prospettiva che ho sempre avuta ben chiara.
Allora i saluti sarebbero stati con il sorriso, non con i musi lughi.

Mercoledì ho insegnato il condizionale passato ai miei studenti dell’FIT. L’ho presentato come “the bummer of the verb tenses”. Il tempo verbale del non-realizzato, delle ripicche, (“avresti dovuto…”), delle recriminazioni (“avresti potuto…”), delle aspettative disattese (“sarei andato ma…”).
Come vedete, oggi il condizionale passato trionfa su tutto.

Contro ogni previsione o aspettativa, non mi sto strappando le vesti e non sto scrivendo il seguito di Fedra, né di alcuna altra tragedia greca.
Cosa vuoi che sia tutto questo se paragonato ai disastri causati dal Covid-19?
(Da un po’ di giorni lo chiamo così, col suo nome ufficiale. Basta nomignoli. Salvo la corona, senza nemmeno bisogno di un inno).
Porre sullo stesso piano questa mia perdita con le morti e tutto il resto mi mette a disagio. Quindi non lo faccio.
Tuttavia, la perdita rimane.

Allora ho fabbricato una stanza. Ci ho messo e ci metto dentro tutto quello che avrei dovuto sentire in merito al tour saltato/rinviato/chissà. Tutto quello che non posso permettermi di sentire ora. Perché questo deve essere il tempo della lucidità. Almeno per me. Se la perdo, finisco trascinata dentro quella stanza.
So che è lì. Prima o poi ci dovrò fare i conti. Entrare e vedere.
Adesso no.
Per questo non ho versato una lacrima, niente vesti strappate. Tutto quello che avrebbe fatto la Sara di prima. La Sara di prima sarebbe entrata, avrebbe chiuso la porta e avrebbe ingoiato la chiave.

Non so come è successa questa cosa della compartimentazione emotiva. Non sono mai stata brava a ripartire le emozioni. Tutto per me è sempre stato estrememante panico e fluido. Se dovessi raffigurare la mia interiorità, sarebbe una convoluta struttura di vasi comunicanti.
Ma in questo preciso frangente, invece, si è creato questo vaso chiuso, separato. Pienissimo o vuotissimo, non lo so ancora.
Forse quando si cresce è così? O forse è così con le emergenze? È una sorta di auto-salvazione? Sì delimita la parte che potrebbe mettere a rischio l’equilibrio del tutto? Una quarantena predisposta dall’anima per salvare se stessa e il corpo?
Oppure m’illudo e tutto questo non è positivo, non fa bene, e dovrei urlare e piangere e sfogare.
Ma qualcosa si è inceppato e non permette di farlo. Un blocco. L’anima impedita?
Mi chiedo co sa ne pensate voi.

Mi chiedo anche se le persone a cui il virus ha portato via qualcuno, qualcosa, si sentano così. Se abbiano anche loro delle stanze ben chiuse che non accedono.
Oppure se sono solo io che funziono così. Che malfunziono così.

Cerco di non condividere mai questi dettagli del mio abitato interiore, Moviers. Non perché non riponga fiducia in voi, ma perché ho sempre visto Lez Muvi come un parcogiochi, uno spazio di racconto che dovrebbe dare un po’ di ludico sollievo, offrire, se possibile, anche cibo per la mente. Non certo un angolo dove riversare il mio piccolo autobiografico interno.
E nemmeno per far giganteggiare il mio sul vostro. Io, qui, ho la parola. Sono in vantaggio. Impongo la mia presenza. Non posso imporvi anche la mia interiorità — già vi sorbite i km cinematografici.
Ma ho pensato che fosse bene dar forma fisica a certi stati psichici. Perché magari potete rispecchiarvi. E se non vi rispecchiate voi, magari potete riconoscere dei lineamenti di qualcuno che conoscete, o che amate.

Allora oggi e ieri sono state giornate faticose. Per il condizionale passato. Per il futuro semplice, che non è affatto semplice in questo momento, e che se ne sta rintanato tra le falde di un presente adiposo, che sembra non volersi spostare di un centimetro.

E’ un po’ l’assenza delle lacrime, a inquietarmi.
Credo che questo periodo abbia sbloccato i canali lacrimali anche alle personalità più granitiche. I miei di certo.
Un paio di settimane fa sono scesa all’ufficio postale dietro il mio isolato, sulla 112esima.
La vita di quartiere di una metropoli è la stessa della vita di una cittadina. La posta sottocasa, la banca, il frutta&verdura, il calzolaio — quando mi sono trasferita in questa parte di Upper West, un paio di anni fa, e ho visto il calzolaio, mi sono detta, vedi mo’ che se guardo bene trovo anche Garrone e la Maestra con la penna rossa.

Ai tempi del Covid-19, anche la posta sulla 112esima si è adeguata. Davanti agli sportellisti hanno affisso, con del nastro adesivo, uno strato di plastica trasparente molto spesso, in attesa, molto probabilmente, delle lastre di plexiglass.
Il dispositivo video e bancomat con la penna elettronica che ti permette di scegliere la tua opzione postale e poi firmare, è stato rivestito di cellophan protettivo.
Tutto modalità condom.

Era una delle prime volte che indossavo la mascherina e i guanti. Dentro l’ufficio si moriva di caldo. Sentivo il mio fiato bollente, le dita mollicce.
Alle poste americane è sempre tutto un po’ imprevedibile. Ti danno una sfilza di opzioni per la spedizione della tua lettera/pacco. Certificata, assicurata, raccomandata, prioritaria, regular tracked, non-tracked, first-class international. Io non ci capisco mai nulla, e ogni volta cerco di scegliere la via di mezzo fra prezzo e certezza che arrivi. Ti appaiono sul display del bancomat tutte queste opzioni e tu, dopo aver giurato davanti a God the Allmighty che giammai inseristi nel tuo involto materiali infiammabili, liquidi, o in alcun modo nocivi alla grande madre America, puoi ticcare la tua scelta con la penna elettronica.
Poi ti danno la possibilità di inserire il tuo indirizzo email per inviarti la ricevuta elettronica della spedizione, che contiene anche il numero di rintracciamento.
Si farà così anche in Italia adesso? Quattro anni fa, no.

Per un po’ ho armeggiato, in visibile affanno, con guanti e mascherina, il loro bravo effetto serra, e quale spedizione scegliere. Dopo aver fatto la mia scelta, ho penosamente sbagliato a digitare il mio indirizzo email per ben due volte — lattice su cellophan non è la più agevole delle combinazioni.
La sportellista, una grossa e occhialuta afroamericana di mezz’età, ha intuito la mia difficoltà, di là dalla plasica, di là dalla mascherina, e di là dai suoi occhiali mi ha mandato il più dolce dei messaggi.
“Take your time, sweetie”.
A quelle parole così gentili, così necessarie in quel momento, io ho sentito tutto il mio imbarazzo dentro sciogliersi e salirmi agli occhi. Mi sono morsa il labbro dientro la mascherina per impedire al mento di tremolare. Ho sentito gli occhi riempirsi di lacrime.
Tra fondi di bottiglia suoi, strato di plastica in mezzo, e occhi bassi miei, credo che non l’abbia notato. O forse sì, l’ha notato, ma ha fatto finta di niente.
Ho pagato, ho preso la mia ricevuta e mi sono fiondata fuori, ho calato la mascherina e respirato l’aria fresca.
Ho pianto fino in camera mia.

Da questo piccolo evento capite che le lacrime non sono un problema, spuntano per un nonnulla.
Una piccola gentilezza davanti a una grande goffaggine.
Di questi esempi potrei portarvene innumerevoli.
Per questo la stanza chiusa, e tutto ciò che ci sta dentro e le lacrime congelate mi fanno riflettere. È come avere una parte di me che non conosco e che non ho i mezzi per approcciare.
Ieri e oggi sono stati difficili perché la stanza ha continuato a chiamare.
Ho fatto fatica a resisterle.

C’è da dire che il weekend è cominciato venerdì.
E venerdì è successo un fatto assai comico.
Rincaso dal running e Bob mi indica una piccola busta, sullo scaffale all’ingresso.
Mail for you.
Quelle buste piccole che qui di solito contengono gli assegni.
E infatti, è proprio un assegno.

Emissario: United States Treasury
Luogo di emissione: Arkansas City, MO
Beneficiario: Sara Fruner, io, proprio io
Importo: $ 1.200
Causale: Economic Impact Payment
Firma: President Donald J. Trump

Trump che manda 1.200 dollari a una non-americana.
A unimmigrata.
Con un visto in precarissima fase di rinnovo.
Nell’era dell’America first.

Questo è stato persino più comico di Brad Pitt che imita Anthony Fauci al Saturday Night Live!

Per trascinarmi fuori da questo weekend, sapevo di dover scegliere un pezzo cinematografico da novanta. Sono andata sul sicuro. Solo lui, l’omino che potrebbe starvi in tasca e che vi sta sempre nel cuore — nel mio di sicuro — mai più uscito dall’immaginario di cinefili e non: Charlie Chaplin. Allora finalmente, ho visto, per la prima volta nella mia vita (SHAME!), “City Lights”, “Luci della Città”. Non so bene perché, ma ho visto tante volte “Il monello”, “Tempi moderni”, “Il grande dittatore”. Ma mai, “Luci della città”, che è considerato il suo capolavoro, e, oh boy, se lo è.

Il film è del 1931. Il sonoro stava facendo il suo ingresso nel cinema proprio alla fine degli anni ‘20, ma Chaplin era molto restio a lasciar andare il muto, con le regole della sua comicità, e quella grazia che nessun sonoro avrebbe mai potuto restituire — per osservare il passaggio fra muto e sonoro, ricordiamo quell’unico miracolo di Michel Hazanavicious, “The Artist”.
Cosa fai quando sei Charlie Chaplin e vuoi rimanere aggrappato a un mondo, ma ne senti un altro premerti alle spalle? Un altro così invadente come quello rappresentato dal suono?
Lo prendi in giro.
Allora Chaplin comincia il film come una scena memorabile, che, quanto a portata sberleffo, raggiungerà solo quello alle spese di Hitler ne “Il grande dittatore”.

Siamo a una cerimonia d’inugurazione di un monumento. Folla, funzionari comunali, personalità militari, la banda. Quando finalmente la signora di turno scopre il monumento, da sotto il velo, ecco Charlot, il tramp, il vagabondo, che se la dorme beato, accovacciato sulle ginocchia della statua seduta.
Una sintesi visiva di tenerezza, irriverenza, ironia, comicità.
Si sveglia di soprassalto e finisce con i pantaloni infilzati da una spada, sempre della statua. Lo sdegno degli astanti è proporzionale all’humour suscitato negli spettatori.
La critica del sonoro firmata dal regista arriva adesso. Tutta la pompa magna di solito espressa nei doscorsi durante le celebrazioni pubbliche è taciuta, sotituita e irrisa da una serie di pernacchiette. L’effetto è così inaspettato e spiazzante, che ho stoppato il film e controllato l’audio per vedere se ci fossero problemi.
Nessun problema, Board, that’s me, Charlie.

Se poi osservate tutti gli altri interventi sonori nel film, sono tutti a carattere disarmonico: una testata su un pianoforte, un colpo di pistola, un fischietto ingoiato per sbaglio da Charlot, che si fa sentire quando non dovrebbe, il risucchio degli spaghetti. In questa negazione del suono, Chaplin, sembra dire, nei miei film io creo la mia armonia: il resto, lo derido.

Nei titoli di apertura, “City Lights” è definita “una commedia romantica in pantomima”. E certamente lo è, ma è molto molto di più. Come sempre nei suoi film, Chaplin critica i ricchi, la società moderna, e mostra l’autenticità di sentimenti di cui sono capaci le persone semplici. Come sempre nei suoi film, la commedia strizza l’occhio al dramma. Si ride, ma spesso il riso vira nel dubbio.

La trama è presto detta. Un vagabondo vagabonda per la città, ma con la levità tipica di Charlot, non la pesantezza degli homeless del terzo millennio. Nei paraggi del porto, s’imbatte in un aristocratico lì lì per suicidarsi, la pietra intorno al collo. In una gang che basterebbe da sola a sancire il successo del film, Charlot gli salva la vita. Grato per il gesto del vagabondo, il ricco lo ospita a casa e lo tratta da amicone. Ma il giorno dopo, passata la sbronza, non si ricorda più di lui e lo caccia da casa. Da qui comincia tutt’un balletto scandito dalla stessa dinamica on-and-off: se ubriaco, il ricco si ricorda di lui e lo tratta da amicone, se sobrio, lo ripudia.
Nel frattempo Charlot incontra una giovane fioraia cieca, inguaiata economicamente, di cui si invaghisce. Cerca di aiutarla, per racimolarle i soldi dell’affitto, iscrivendosi persino a un incontro di boxe — Charlot e boxe: vi lascio immaginare cosa ne esce. Alla fine riesce a procurarsi i soldi che le permetteranno anche un intervento agli occhi. Lui finisce in galera per un anno, ma almeno riesce a dare una chance alla ragazza.
Lei la coglie e, riacquistata la vista, apre un negozio di fiori, cercando in ogni cliente, quel benfattore che l’aveva misteriosamente aiutata da cieca. Alla fine i due si trovano, in una scena rimasta nella storia del cinema.

È un po’ un mondo sottosopra, quello che ci racconta Chaplin. Anche attraverso il suo stesso personaggio. Charlot si finge ricco con la fioraia, e non disdegna i lussi a cui l’aristocratico lo inizia, e al contempo non c’azzecca con il lavoro: quando ci prova, come netturbino, sarà cacciato.
Chaplin non riduce la dinamica narrativa dentro facili equazioni ricco=cattivo, lavoratore=buono. Ma è indubbio che la volubilità dell’aristocratico, che fa il bello e il cattivo tempo con il povero Charlot, vuole mostrare un lato ben preciso dell’alta società.
Un mondo sottosopra anche nell’ambito emotivo. È come se solo i personaggi afflitti da una qualche disabilità, oppure da un’indisposizione — come per esempio l’ubriachezza — riescano a provare sentimenti genuini. La fioraia è cieca, il nobile è amico di Charlot solo da sbronzo.
 
Charlot subisce un’evoluzione durante il film. Se all’inizio è tutto sorrisi e leggerezza, e sembra giocare anche con una botola che lo risparmia ogni volta, alla fine, dopo l’anno in prigione, sembra il ritratto sconfitto di quell’uomo. Degli strilloni, quei ragazzetti che vendono giornali per strada, lo scherzano, e lui risponde stizzito — non con il sorriso sulle labra, come all’inizio. Il suo lieto vagare perde la levità, la fiducia nell’inaspettato — l’incontro di un fiore di ragazza a un angolo di strada — e diventa sconsolato errare.
Ma ecco che la vita lo sorprende di nuovo, proprio attraverso quel fiore di ragazza. Lei lo vede veramente per quello che è, e la chiusa sul viso di Charlot, ci dice che quello non è più solo il viso di Charlot, ma quello dell’umanità tutta, che sbaglia, mente, s’inguaia, si sporca, si arrabatta, ma che ogni tanto, alla fine, riesce anche a fare cose straordinarie, come ridare il mondo (gli occhi) a chi l’aveva perduto.   

Le gag sono davvero uniche. La mia preferita, a parte Charlot addormentato sulle ginocchia della statua? Charlot al bistrot con l’aristocratico…

Questa settimana vacche grasse: due video per i Moviers 🙂
Per cambiare un po’ la prospettiva, sono scesa in strada, così sentite tutto da lì. E vedete un po’ di 111esima e di Broadway. Io sono una vera regista della domenica, e così, il video dell’applauso delle 7 pm, è uscito tutto un po’ con l’effetto mal di mare.
Per farmi perdonare ne ho girato uno della lobby del Rockfall, il palazzo dove abito. L’ingresso è un vero spettacolo, almeno per me. Con i marmi, le luci gialle, i due ascensori anni ’20 divisi dall’orologio con i numeri romani, le scale strette strette, che mi fanno sempre pensare, quanti passi newyorkesi, dal 1909 a oggi!
È tutto molto New York New York.

Ecco Moviers, sono giunta alla fine. E anche questo weekend. Menomale.
Vi ringrazio sempre della fiducia, della pazienza e della clemenza.
Stasera i saluti, sono, stentatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 434 da NYC commenta “L’angelo sterminatore” di Luis Bunuel

LET’S MOVIE 434 da NYC commenta “L’angelo sterminatore” di Luis Bunuel

McEnroe, Moviers,

vanta un grosso centro sportivo a lui dedicato su Randall’s Island, dove spiccano diversi campi da tennis.
Il sabato lascio la ciclabile lungo l’Hudson, Central Park e Upper Harlem, e vado lì a correre.

È un’isola. Mi piace l’idea di lasciare l’isola di Manhattan e raggiungere un’altra isola passando per un ponte all’altezza della 103esima — quello pedonale che passa sopra la FDR Drive (Franklin Delano Roosevelt, naturalmente) e sopra l’Harlem River.
È un po’ lo stesso principio della mobilità a Venezia, quando prendi Rialto, o gli Scalzi e l’Accademia.
Island-hopping, insomma. Ma senza bisogno di barche e vaporetti.

Prima di arrivarci, se siete me, dovete spostarvi dal lato West di New York e raggiungere il lato East. Che non è tutta ‘sta distanza. Venti minuti circa, e ci siete.
Da quando sono qui sento dire che East Harlem è il quartiere più problematico di Manhattan.
Dicono tutti “edgy”.
Non ho mai la parola giusta per tradurre “edgy”. Può voler dire “all’ultimo grido” ma anche “suscettibile”.
Tipo, pronto a scattare. Coi nervi a fior di pelle.
Quando lo attraverso però, a parte un po’ più di spazzatura per terra rispetto all’Upper West, e un senso generale di fatico-a-campare, non sento tutta questa problematicità. Sarà forse che dopo un anno a West Harlem sulla 150esima, sono vaccinata — ricominciamo a restituire il figurato ai verbi, please.

Randall’s Island è un posto strano.
Prati, tantissimi prati — la misura extra-large di prati che piace tanto agli americani — vi accolgono appena mettete piede di là dal ponte. Campi da baseball, campi da calcio, aree ristoro. Piante, soprattutto lungo i due fiumi che la delimitano: se la guardi dall’alto, Randall’s è una piccola Sardegna schiacciata fra l’Harlem River e l’East River.
Hanno fatto un gran lavoro di divulgazione botanistica, disseminando lungo le stradine e i percorsi, quelle placche informative che trovate in Bondone, o in qualsiasi preparatissima montagna trentina, in cui vi si spiega che fiore è questo, che insetto è quello.
Il fatto che aggiungano anche il nome latino mi commuove da una parte, e mi fa ridere dall’altra.

Rudbeckia hirta.
Bombus impatiens.


Avete mai sentito il modo in cui gli inglesi pronunciano il latino?
E gli americani?
Ecco, adesso capite perché me la rido.
Io preferisco l’inglese.

Black-eyed susan.
Common eastern bumblebee.


Quindi sì, c’è un pochino di Bondone su Randall’s. Ma giusto quello che posso sopportare, una volta alla settimana. 😉
Per il resto, l’isola è esattamente quello che ripetono le placche informative, facendone vagamente una sorta di spot da resort vacanze.
A garden sanctuary in an urban environment.

Se alzo gli occhi davanti a me, a nord dell’isola, lo sguardo rimbalza contro una grossa tensostruttura azzurra, che collega Manhattan al Queens e al Bronx.
È uno di quei ponti molto americani, tutti fratelli del Golden Gate di San Francisco. Tutti sospesi, tutti a doppia campata, tutti coi cavi tiranti e le catenarie che dall’alto si appoggiano sul ponte raccontando una parabola che è entrata nell’immaginario collettivo.
Questo ponte avrebbe potuto benissimo prendere il posto di quello di Brooklyn sui pacchetti delle chewing-gum ai tempi della lotta Spandau Ballet vs Duran Duran.
Forse però il nome sarebbe stato un po’ scomodo. Questo ponte si chiama il Robert F. Kennedy Bridge. L’RFK.
Al fratello JFK l’aeroporto. Al fratello Bobby il ponte.
A ciascuno la propria infrastruttura.

Affinché il ponte possa gettarsi a volo d’angelo e atterarre nel Queens, è sostenuto da una serie di arcate. Ovvero, se ci passate sotto, da una fila infinita di portici giganteschi.
Mai visti portici così giganteschi. O forse sì, ma solo nei paesaggi urbani di Mario Sironi.
Se poche ore prima del vostro passaggio ha fatto brutto tempo, da queste arcate piovono giù delle gocce dalla grandezza preistorica.
Una goccia, una doccia.
Il mio divertimento, mentre passo sotto questo porticato moderno e quaternario insieme, è schivare le gocce docce che potrebbero colpirmi e farmi diventare come la terra sulla traiettoria di un grosso meteorite.

L’arte di Sironi è presente anche per la torre di mattoni rossi che svetta in mezzo all’isola. Quelle torri commerciali lisce e da industria malsana e alienante, come quelle che il pittore dipingeva così bene nelle sue desolanti periferie.
Proprio accanto a quella torre lì, c’è una cisterna dell’acqua panciuta e bianchissima, sostenuta da gambine magre magre tipo silos, che ti porta immediatamente nelle distese di mais dell’Arizona.
Il contrasto fra le due costruzioni, che stanno abbastanza vicine, il modo in cui il futurismo con derive metafisiche si affianca al profondo Sud Americano è violento, spiazzante.
Ogni volta perdo un po’ il respiro.

Mi rendo conto di essere una dei pochi runner che corre senza la mascherina.
Con quei pochi che non la portano, pratico il sorriso. Loro a volte me lo ritornano. A volte no, ma va be’. Giving first.
La mascherina è sempre una scocciatura, ma quando fate attività fisica lo è di più. A ogni modo, credo di lasciarla a casa per poter praticare il sorriso.
Per non perderlo.
La mascherina ci porta via la faccia. Gli occhi sono un bel lascito. Ma il sorriso rimane una perdita le cui ripercussioni si avvertiranno sul lungo periodo.

Continuando sotto i portici giganteschi, sulla bella ciclabile/pedonabile, si arriva al complesso aperto in onore di McEnroe.
Complimenti John, ma io ho una conoscenza assai meschina del tennis, quindi passo oltre.
Vado su su, finché Randall’s Island finisce, e un piccolissimo ponticello mi porta di là dal Bronx Kill, un fiumiciattolo dal nome di discendenza dantesca. O tarantiniana.
 
Arrivo nel Bronx, una parte di Bronx in cui non ho mai messo piede.
Passo a lato della sede del New York Post, con una quarantina di tir tutti verosimilmente in quarantena.
Continuo oltre, ed eccomi nel quartiere di Mott Haven.
Mi accoglie uno splendido graffito colorato su un muro.
Arte chiama arte. Un lavoro a maglia a forma di albero è intrecciato a una rete.
Quando la natura non c’è, la fabbrichi.
Un paradosso da cui non riesco a uscire.

Ci sono pochissime persone. Un paio, forse tre.
Un uomo pingue, con delle asticelle in mano. Una mascherina in faccia. “No fear” scritto sul cotone sopra la pancia.
Ho come la sensazione che il quartiere non abbia fine. Che se corressi miglia e miglia, troverei solo Mott Haven, Bronx.
È tutto chiuso. Portoni, finestre. Mi chiedo cosa ci sia dietro a tutte quelle saracinesche industriali.
Ho l’impressione di non voler sapere la risposta.
Faccio la strada a ritroso e rimetto piede su Randall’s Island.

Dell’isola ti rimangono impressi anche gli odori.
La primavera s’è portata con sé il suo carico aromatico. Gelsomini, certi fiori gialli di cui ignoro il nome. E poi i mughetti estivi, più grandi di quelli non estivi. C’è profumo nell’aria.
Poi da quando è in vigore la quarantena e le macchine sono tutte ferme, l’aria di New York è cristallina, fragrante.
Un’isola senza mezzi e abitazioni come Randall’s Island non fa che aumentare il cristallino, la fragranza.
 
Ma sull’isola c’è anche un depuratore. Quando ci passo accanto, vengo catapultata immediatamente a Linfano, Arco, Trento. Anche lì c’è un grosso depuratore.
L’odore è esattamente lo stesso. Liquami disinfettati.  
Cambi parte del mondo, ma il putrido depurato non cambia.
Shit happens all the time. It’s the same all over the place.

Ho detto che Randall’s è un luogo strano.
Se raggiungo il cuore dell’isola, da un vialetto bentenuto, da ciliegi in fiore e alberi che per me potrebbero essere tranquillamente dei peschi, sbuca fuori una struttura marrone.
Marrone fegato, ad essere precisi.
Il George Rosenfeld Center for Recovery.
Istituto d’igiene mentale.

Scopro che non è l’unico. Ce ne sono altri due, uno dei quali è il Manhattan Psychiatric Center, un complesso monumentale color cammello che sembra una costruzione di cartone, ma che in realtà ha qualcosa come 500 letti distribuiti su 17 piani di disagio.
L’altro, è il Kirby Forensic Psychiatric Center, dove si rinchiudono i carcerati con problemi mentali.
In mezzo al “garden sanctuary”, in mezzo alla Rudbeckia, ai bumblebees, alle mie felici e desolanti associazioni che uniscono geografia e pittura, Anni’ 20 di ‘900 e Anni ’20 di 2000, sorgono luoghi di follia e detenzione.

Ripenso ancora all’uso improprio che facciamo delle parole.
La settimana scorsa parlavo della necessità di smilitarizzarci la bocca.
Allo stesso modo, la nostra reclusione da Coronavirus non è propriamente una reclusione.
È un ritiro. Una forma di protezione.
Né la casa è una galera.

Se poi dal nord dell’isola, scendete giù giù fino al punto più a sud, trovate il Scylla Point. Punta Scilla.
Guess what? Nello stesso punto, sulla sponda opposta dell’East River, nel Queens, trovate il Charybdis Playground. Il Parcogiochi Cariddi.
Proprio come i mostri mitologici, alle due estremità dello Stretto di Messina.
Scilla e Cariddi fra Manhattan e il Queens.

Arcadia metropolitana con aree da picnic per famiglie e piccioncini. Un centro sportivo dedicato a Sir John McEnroe. Tre ospedali psichiatrici. Sironi e Arizona. Un depuratore che deturpa pulendo. Scilla e Cariddi.
Randall’s Island è uno dei luoghi più strani di New York.
Non posso fare a meno di tornarci, il sabato.

Ho creato questo Frunyc Junior dedicato a Randall’s. Poi, un giorno, vedremo di far tornare anche il Frunyc Senior.

Questa settimana avrei almeno quattro film di cui parlarvi. Ma ieri sera ho guardato una cosa assai titana nella storia del cinema. “L’angelo sterminatore” (1962) di Luis Bunuel. Se non ve ne parlassi, qualche angelo custode del cinema sterminerebbe me. Quindi ve ne parlo.

Prima però, devo fare pubblica ammenda. Poco più che ventenne, mi era capitato di guardare “Il fascino discreto della borghesia” e “Belle de jour”, due classici firmati dal regista. Entrambi con Catherine Deneuve come protagonista. Da lì, ho fatto rozzamente due più due, e ho cominciato a raccontarmi che Bunuel era francese, senza mai metterlo in discussione.
Ho dovuto aspettare ieri per capire che il quattro era un tre. Che Bunuel è spagnolo.
Bête de Board. Anzi. Burro Board.

Mi chiedo quali altri falsi mentali —degli autentici falsi storici personali — la mia psiche abbia costruito nel corso degli anni.
Vivere dovrebbe servire anche a demolire le bruttecopie di verità che, per svariate ragioni, fabbrichiamo accanto agli originali.

Alta borghesia spagnola — o messicana, visto che il film è girato in Messico, ma preferisco non aggiungere nazionalità, universalizzando. Dopo una sera all’opera, una ventina di alto-borghesi si ritrovano nella villa di uno di loro per la cena. Ma già dall’inizio c’è qualcosa di strado. Mentre la comitiva posh fa il proprio ingresso in casa, tutto il personale a servizio, camerieri, cuochi, garzoni, decide impulsivamente di lasciare la casa, senza dare spiegazioni. Rimane solo il capo maggiordomo.
In cucina si intravedono cinque o sei pecore vive che pascolano tranquillamente sotto il tavolo, e un piccolo d’orso. Vivo anche lui.
Lo spettatore comincia a intuire di essere finito in un posto strano. Molto più di Randall’s Island.

Dopo aver mangiato, il gruppo si trasferisce in una sala più piccola accanto alla sala da pranzo, dove un’ospite esegue una sonata al pianoforte.
L’ora è tarda, e qualcuno avanza un timido “S’è fatta una certa”, e fa per congedarsi. Ma senza capire perché, nessuno riesce a prendere l’iniziativa per primo e ad andarsene. Lì per lì, forse, per fare il classico balletto delle convenzioni per cui congedarsi per primi par brutto. Intrappolati in questa impasse collettiva, gli invitati finiscono per trascorrere la notte accampati nella saletta. Chi per terra, chi sui divani.
Okay, sarà stata stanchezza dei bagordi, pensano tutti, e sopra tutti, i due padroni di casa, che certo non potevano mettere alla porta gli ospiti, la sera prima, perché insomma, par brutto.

Al mattino qualcuno si appresta ad andarsene. Ci sono i figli da mandare a scuola che attendono a casa, le prove del concerto da fare. Ma forse, prima di andare, un caffè lo prendiamo… E così, tutti rimangono, di nuovo.
In casa si scopre non esserci più nulla da mangiare. Mezzogiorno è passato da un pezzo. Eppure nessuno riesce a uscire di casa. Nessuno avanza una spiegazione razionale per questa impossibilità a uscire. È come se ci fosse una forza che li tiene chiusi dentro e li obbliga a vivere il peggiore dei loro incubi.
Si esprimono tutti attraverso frasi tronche e sibilline, una serie di atti mancati da far impallidire Zeno Cosini.

Intanto la convivenza diventa pesante. Non c’è cibo. Non c’è più un goccio di vino, e nemmeno acqua. Una degli invitati avrebbe bisogno di medicinali, ma non si trovano. Penseresti, ma come, alta borghesia, un villone, e nemmeno un’aspirina? No, nemmeno un’aspirina: il gruppo è rinchiuso nel salotto, senza poter accedere ad altre stanze.
Comincia a far freddo. Gli invitati prendono a spaccare mobili e violoncelli per accendere un fuoco in mezzo alla stanza. Il degrado comincia a cogliere gli invitati, di solito tutti imbellettati e profumati. Iniziano a puzzare, a sfarsi — immaginate tenere lo stesso frac/vestito da sera per un numero non ben precisato di giorni, senza lavarvi…
Gli invitati si prendono a male parole, la padrona di casa comincia a tubare con un invitato, che è pure migliore amico del padrone di casa. Nel frattempo, per placare la sete, si prende a mazzate un muro, così da raggiungere una tubatura dell’acqua.
Per placare i morsi della fame, si sacrifica una delle pecore viste prima in cucina.

Fuori, sono accorsi la polizia e i giornali. Anche loro non si spiegano il perché di questo comportamento, ma non fanno irruzione in casa —non siamo in un poliziesco della Hollywood anni ’90, siamo in un Bunuel del Messico anni ‘60. Rimangono tutti a una distanza di sicurezza dalla casa, come se la casa fosse un luogo in cui si sta svolgendo un rituale sacro di qualche tipo. In effetti il film è ricchissimo di rimandi biblici, a partire dal titolo, e poi dalle pecore, oggetti sicraficali fin dal vangelo, e dalla vergine — c’è un’invitata che si professa tale.

All’interno si arriva al punto di massima entropia, e una delle invitate intuisce che per spezzare questo strano incantesimo che li tiene prigionieri, l’unico modo è ripetere le stesse azioni compiute la sera prima. Una specie di rito di rinascita, che permetta loro di tornare a quella normatività perduta inizialmente a causa dell’infrazione di un codice borghese: il mancato commiato a un’ora decente. Come se si fosse inceppato un meccanismo, e per farlo ripartire, bisognasse tornare indietro, e fare le cose comme il faut.

E così, ripetono paro paro, ciò che è successo la sera precedente. E lo strano incantesimo si spezza. Gli invitati escono dalla villa, finalmente liberi.
Il film però non si chiude in bellezza. L’ordine ricostituito avrà vita breve. Ritroviamo tutti quegli invitati e altre famiglie della borghesia bene in chiesa. La messa finisce, tutti fanno per uscire. Però qualcuno tentenna, uno si sofferma, l’altro indugia. Esattamente come nel post-cena alla villa.
E, immaginiamo, l’incantesimo della segregazione ricomincia.
Le ultime due scene mostrano scene di tafferugli tra l’esercito e il popolo, e una decina di pecore, che si dirigono verso la chiesa.

Profondamente ambiguo, certamente incongruo ed estremamente inquietante, “L’angelo sterminatore” è un’architettura allegorica a cui possiamo accedere da diverse porte, ma senza sapere se siamo arrivati nell’ultima stanza, quella che racchiude il significato ultimo. È come un testo sacro, la Bibbia, il Corano. La Divina Commedia, l’Ulisse di Joyce. Quei volumi cui continuiamo a ritornere per afferrane il significato, e nel frattempo, ci imbattiamo in sempre nuovi angoli.

Certo è che Bunuel ha scritto una delle critiche più feroci alla borghesia della storia. Fin dall’inizio, questi borghesi appaiono in tutta la loro ipocrisia, piccineria, bigotteria, repressione, volgarità — una volgarità sempre nascosta da un velo di pruderie e perbenismo. I loro discorsi sono vacui, superficiali, inconcludenti. Il regista trova un espediente efficacissimo per rimarcare questa loro sterilità: la ripetizione. Alcune scene sono ripetute due volte: l’ingresso in villa dei borghesi, e un brindisi. Il punto di vista è sempre lo stesso. Non c’è variazione.
Queste micro ripetizioni si riflettono poi — e l’abbiamo visto — nella macro ripetizione che tutto il gruppo deve simulare per uscire dalla casa. Come se questa classe sociale esistesse soltanto nel ri-inscenare gli stessi rituali, nel ri-recitare le stesse battute. Bunuel mostra il teatrino della borghesia attraverso le leggi sottese al teatrino stesso.

Ma il regista non si ferma lì. Inserendo noti simboli cristologici e concludendo il film in una chiesa, annovera nella critica anche la religione cattolica, un’espressione di quella stessa borghesia di cui al contempo si alimenta — file di banchi piene di pellicce e paltò di sartoria — e che avanza attraverso le medesime ritualità. A questa critica, Bunuel pare affiancare anche l’esercito, che sembra solo capace di rispondere al popolo usando la violenza.

Ne “L’angelo sterminatore” trovate una lettura molto spietata del mondo, una lettura che, inquietantemente riporta il film nel nostro preciso presente. Un mondo che non riesce a creare nulla di nuovo, ma che procede inerzialmente attraverso la meccanica ripetizione di rituali precostituiti, senza mai volersi fermare, o cambiare veramente. A un certo punto cosa può succedere — nel senso di “accadere dopo” — se non uno sterminio di massa?
Ci trovate niente di famigliare?

E quante domande ci lascia il film!
Con quale rito potremo — potremo?— ripristinare la normalità? Riusciremo a trovare alternative a questa falsa coazione a ripetere che ci riporta sempre al nostro punto di partenza invalidando qualasiasi tipo di evoluzione?
E noi, noi chi siamo? Siamo il personale di servizio che ha lasciato la villa in tempo, oppure siamo i borghesi? O forse, in ultima analisi, le pecore sacrificali?

Dopo aver guardato “L’angelo sterminatore”, mi sono resa conto di quanto il cinema della nostra modernità, a parte certi casi felici, manchi completamente di capacità allegorica. Un film del 1962 ci parla della nostra società e del Coronavirus con una chiarezza che ci fa distogliere gli occhi, tanto fa male. Possiamo dire lo stesso del cinema dei nostri tempi? Siamo drogati dallo schematismo della causa e dell’effetto. Tutto quello che non capiamo, che non sappiamo spiegare viene depennato, semplificato, reso a portata di mano. E questo è un problema dell’industria del cinema e dell’industria editoriale che danno al popolo quello che pensano il popolo voglia, ignorando che il popolo, se cominci a dargli roba di qualità, comincerà ad apprezzare la roba di qualità.

Ricordate le polemiche che scoppiarono quando, nel 2014, Roy Andersson vinse la Mostra del Cinema di Venezia con “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”? Ecco. Solo perché uno aveva scelto di imboccare la strada allegorica, discostandosi da quelle del facile causa-effetto, una valanga di polemiche. Incomprensibile! Da intellettualodi! Elitario!
Ma è la portata allegorica che fa sopravvivere un’opera d’arte nel tempo, non la facilità di fruizione.
È “L’angelo sterminatore” a parlarci ancora oggi.
“Cinquanta sfumature di grigio” parlerà da qui a sessant’anni?
Ha mai parlato??

Ecco Fellows, anche per stasera sono arrivata in fondo.
L’applauso delle 7 pm ai first responders continua. Giovedì, poi, è successo anche un gradito post-applauso.
Ho sentito salire dal basso le note famigliari di “Empire State of Mind”, di Alicia Keys featuring Jay-Zee. Mi sono riaffacciata e sì, la canzone proveniva da un appartamento del quarto piano, nella palazzina di fronte alla mia. Ho intravisto la sagoma di una persona, una donna, e l’ho applaudita, ho abbondato di thumbs-up, per mandarle tutto il mio gradimento — la canzone è uno spettacolo, oltre a essere considerata una sorta di inno di/a New York City. Così dopo un po’, lei ha tirato su la finestra, ha messo sul davanzale la sua Alexia e l’ha fatta ascoltare a tutta la 111esima Strada. Con grande apprezzamento, ne sono certa, di tutta la 111esima Strada.
Sono riuscita a registrarne una buona parte, e ve la regalo molto volentieri 🙂

Vi rigrazio dell’attenzione e delle vostre premure, e vi mando dei saluti, stasera, sportivamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 433 da NYC commenta “La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli

LET’S MOVIE 433 da NYC commenta “La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli

Militarizzare, Moviers,

il virus, non serve a un fico secco.
Sto ruminando questo boccone da giorni. Non mi va giù. Lo devo sputare fuori.
Avrete notato quanto si parli di guerra, di nemico, di trincea, prima linea.
Qui in America la rappresentazione bellica della pandemia è prediletta. E certo, alla Casa Bianca ci sta uno a cui piace molto giocare al Risiko con il mondo, in ogni settore, in ogni discorso.
Questo, tuttavia, non riguarda solo Trump e l’America. Riguarda un po’ tutti i paesi. La stampa, l’opinione pubblica.

Noi non stiamo solo vivendo ciò che stiamo vivendo, ma ce lo sentiamo raccontare e, a nostra volta, lo raccontiamo. Lo subiamo due volte e, al contempo, lo diffondiamo.
Le nostre parole, prima dei nostri droplets, contagiano.

Non dovremmo mai confondere la sensazione di sentirci abitare uno spazio nuovo, estraniante, come quello provocato dal virus, con certe esperienze che sono state vissute in passati molto più tremendi e tragici di questo.
So che in Italia, nelle scorse settimane, hanno fatto molto scalpore certe iniziative prese dalle forze dell’ordine per contrastare gli assembramenti. Soprattutto, il passaggio di camionette dei pompieri o della polizia per i centri cittadini, armate di megafoni. Ho visto quei video, quelle camionette. Ho sentito le voci passare attraverso i marchingegni anonimizzanti dei megafoni. Hanno fatto molta impressione, anche a me. Ci proiettano fuori dal nostro orticello di avanzati abitanti del terzo millennio.
Ma se ci proiettano fuori, dico io, non dobbiamo farci proiettare dentro una realtà comparativa che, pur essendo comprensibile emotivamente, è impropria, e nociva.
Dal cielo non piovono bombe. Le cantine, gli interrati non sono stati convertiti in bunker.
Quelle camionette, e quei megafoni, non sono quelli del tempo di guerra.
Noi non siamo in guerra.

Una guerra poggia su un’intenzione. Un progetto singolo o di gruppo. Il virus no. Il virus non ha un programma. E’ un fenomeno privo di finalità. Uccidendo migliaia di persone, non guadagna nulla, non annette stati, non conquista poteri. Non gode, né esulta.
Allora, cominciamo a smilitarizzarci il virus in bocca. A riportarlo a quello che è. Un fatto.

Dico questo, quando la quarantena italiana sta per terminare — quella newyorkese richiede ancora un po’ di tempo, fino al 15 maggio — perché sarebbe bene che ci mettessimo nell’ordine delle idee che, con questo fatto, noi ci si dovrà dividere il futuro.
Vogliamo condividere il futuro con un nemico o con un fatto?
Direi che è molto meglio la seconda che ho detto.

La lingua rende sopportabile il reale. Non solo. La lingua costruisce il reale. Pensate alle dittature del passato, a quelle del presente. Pensate al razzismo. Se io dico che il nero/lo straniero/l’altro sono un pericolo, una minaccia per il mio paese, io, attraverso le mie parole, fabbrico una nuova realtà. Se, insieme a me, lo fa un politico, due politici, venti politici, un partito, un capo di governo, un presidente (di Stati Uniti magari), allora quella nuova realtà si cementifica, e passa di grado. Diventa una verità.

Se io sento che siamo in guerra, che il virus è il mio temibile avversario, che io arranco in trincea, io sono pronta a mettermi in assetto bellico. A la guerre comme à la guerre. In guerra e in amore tutto è permesso. Lo dicono anche le espressioni idiomatiche, i detti più o meno popolari. E se io mi metto in questa modalità, sono pronta a fare tutto, e soprattutto, ad accettare tutto. Perché la guerra è una situazione di emergenza costante, e in una situazione di emergenza costante, tutto è permesso.
La guerra è la temporanea legalizzazione del caos.

Ricordate quando si giocava a nascondino e, a un certo punto, uno diceva “bandus” —dalle mie parti dicevamo bandus, chissà se anche in Puglia e in Valle d’Aosta. E quello voleva dire, stop, fermiamo il tempo. Per questo momento, le regole del gioco non valgono più.
Ecco, un’emergenza costante è un bandus collettivo. Con la differenza che non siamo noi, i giocatori. I players, sono quelli che stanno a Palazzo Chigi. Nello Studio Ovale. All’Eliseo o nella Cancelleria Federale. Sono loro che prendono le decisioni.
Noi siamo semplicemente degli esecutori, privati della nostra volontà singola dacché braccati da un male globale.
Oltre al sentirsi tagliati fuori, questo modo di articolare il virus ci indebolisce psicologicamente. Ci rende fragili, impotenti, ancor più di quanto già siamo.

Se cominciassimo a vedere e dire il virus come un fatto e un accadimento che succede così come nella storia dell’umanità fatti e accadimenti sono sempre successi, potremmo renderlo più neutrale — consapevolmente non dico “neutralizzarlo”.
Questo è un approccio per il lungo periodo, dato che, ormai è chiaro a tutti, il virus non sparirà con l’arrivo dell’estate, né con l’arrivo dell’autunno. Sarà una presenza regolare nella nostra società.
Regolarizziamolo, allora.

In questi giorni, sto cercando di spogliare dalla zavorra retorica tutto quello che ci passano i giornali, il web, e provo a fare un esercizio di prospettiva.
Se mi discosto da questo momento e guardo a ciò che è stato, trovo vantaggi, e certo, nuove sfide.
Il Covid-19, per quanto contagioso, insidioso e pervicace, non è la peste nera. Questo fatto, lo tengo sempre ben piantato davanti agli occhi, e mi aiuta. Infonde il sollievo di un pericolo scampato. Non lo sottovaluto né sminuisco mai.
Migliaia di persone sono morte, muoiono e moriranno. Questa è stata una tragedia, lo è e continuerà a esserlo. Ogni vita perduta è una di troppo. Così aveva detto il Commissario UE all’Immigrazione rammaricandosi per la morte dei migranti nel Mediterraneo, cinque o sei anni fa. Ho scordato il suo nome, ma non le sue parole. Valgono anche per le morti provocate dal virus.
Ma dobbiamo rassegnarci all’evidenza che non tutti saranno salvati. E’ terribile dirlo, ma non dirlo non cancella lo stato delle cose. Partendo da questo drammatico presupposto, dobbiamo iniziare ad accettare questo reale cambiato che ci aspetta. Pochi vogliono farlo o si stanno preparando in maniera seria.
Sento persone parlare di viaggi, di vacanze in terre lontane. Ho visto le code su certe tangenziali italiane che portavano al mare, nel weekend di Pasqua — fake o no, il dubbio che fossero vere, m’è rimasto. Viaggi e vacanze? Nemmeno una pandemia ci scolla dalle nostre abitudini da viziati del 21esimo secolo?

La zavorra retorica riguarda anche la Natura. Io non sono dell’opinione che la Natura si stia ribellando, che si stia vendicando dell’uomo indisciplinato e cialtrone.
La Natura è tale e quale al virus: non ha una volontà. E’ una meravigliosa macchina misteriosa. Se manomettiamo alcuni dei suoi ingranaggi, la Meravigliosa reagisce, ma non con un istinto omicida. La sua è una reazione meccanica che si adatta a dei contesti mutati: se io calo un gigantesco muro in mezzo al Mississippi, impedendo al suo corso di proseguire, il Mississippi risolverà esondando e spazzando via la Louisiana circostante. È il Mississippi che si vendica? No, sono io idiota che gli ho calato un muro in pancia.

E’ colpa della Natura se noi buchiamo l’ozono e ci riempiamo di melanomi?
E’ colpa della Natura se imbottiamo le mucche di solventi cancerogeni e quelle sviluppano encefalopatie spongiformi che le portano alla pazzia? (Quanto in fretta scordiamo il passato!).
Gli spillover sono colpa della Natura?
No.
Poi io sto di casa a Gotham City, quindi sono particolarmente solidale con il pipistrello cinese braccato dai bisturi di tutto il mondo.
Se noi continuiamo per la nostra strada — viaggi selvaggi, chianine alla brace, deforestazioni, economie spinte al massimo — noi saremo gli artefici della nostra stessa caduta.
La Natura, la guerra, non c’entrano un fico secco.
C’entriamo noi.

Allora, forse è il caso di aiutare noi stessi prendendo posizione nella prospettiva giusta. Di smetterla con il war-talk, la revenge-rhetoric, con i vittimismi, e di mettersi nell’ordine delle idee che accanto al sopravvivere c’è il cambiare. E che tutto questo aprirà a un nuovo sentire.

Il mio viaggio nel cinema italiano d’autore continua. Questa settimana mi ha portato da Mario Monicelli.
La grande guerra, I compagni, Casanova 70, Padri e figli, Speriamo che sia femmina, Il medico e lo stregone, La ragazza con la pistola, Amici miei (finalmente ho capito cos’è la Supercazzola!), Parenti serpenti. Una settimana di riso tiratissimo.

C’è da dire che uno dei film del mio cuore —lo ripeto sempre— è I soliti ignoti. Mi è capitato di vederlo spesso in passato, e l’ho sempre trovato non solo spietatamente comico — come proprio della Commedia all’Italiana— ma superbamente allegorico. A oggi, per me, nessuna scena finale eguaglia la scena finale de I soliti ignoti.
Banda di buffi ladri buoni-a-nulla che vogliono rapinare la cassaforte del monte di pietà, progettano la rapina nei minimi dettagli, il giorno del colpo fanno un buco in un muro credendolo quello giusto, il muro è quello sbagliato, si ritrovano in una cucina e, per consolarsi, si mangiano una pasta e ceci che trovano sul fuoco, e che sa molto di tarallucci e vino. Possono essere rappresentate, in termini più efficaci, la cialtroneria, la goffaggine, la buffaggine, la capacità di fare buon viso a cattivo gioco tipici degli italiani? Io penso di no.

Ma oggi vi parlo di un film che avevo sempre sentito nominare ma che non avevo mai visto — bestia che sono. La ragazza con la pistola (1968), con una suprema Monica Vitti, che in questo film mette per la prima volta il piede nel genere della commedia, e lo conquista — fino a quel momento era stata musa di Antonioni, quindi di un cinema introspettivo, letterario, direi aulico. Monicelli intravede il suo grande potenziale comico e le costruisce attorno un film in grado di metterlo in risalto. Riuscendoci alla grande.

Profonda Sicilia, anni ’60. Assunta Patanè è una giovane sedotta e abbandonata da Vincenzo Macaluso, mashculissimo ma codardissimo mashculo del paesello: per non assumersi le sue responsabilità, fugge in Scozia.
Assunta, tipica femmena tutta onore e rispetto, deve cancellare l’onta. L’unico modo previsto dalla “legge” del paesello, è uccidere l’infame. Si mette allora una pistola in borsa e parte alla volta del Regno Unito in cerca di vendetta.

Per le strade del Regno Unito, fra Bath, Brighton, Edimburgo e Londra, il film assume toni da road-movie. Assunta cerca il traditore in lungo e in largo, e nel frattempo incontra persone, incontra luoghi diversi —immaginate una sicula degli anni 60 che si ritrova in un pub scozzese, o per le strade della Swinging London…
Il caso “aiuta” Assunta. Ritrova Vincenzo all’ospedale di Bath, dove lui lavora come portantino, e dove lei si fa assumere come infermiera. Dopo averlo creduto morto, e ritrovandolo vivo, e nelle braccia di un’altra, tenta di ucciderlo, ma per farlo, ferisce l’altra.

Questo è il vero punto di svolta per Assunta: il medico suo capo, il Dr Osborne, le dà una lavata di capo di quelle colossali. Le fa capire che la violenza non è la strada, che quello è un approccio retrogrado di gestire l’emotività e l’amore, n retaggio della mentalità chiusa del paesello. Lui la introduce a un modo di vivere più moderno, libero dalle tradizioni e dalla bigotteriacon cui è cresciuta.

Assunta sboccia in una ragazza nuova, autonoma, indipendente. Si trasferisce a vivere Londra e comincia a lavorare nel mondo della pubblicità.
E ora è Vincenzo che va a cercare lei! Vuole riconquistarla — è stufo delle bottane inglesi… E qui, Fellows, assistiamo al momento di gloria dei momenti di gloria. La vendetta, piatto da servirsi freddo, senza violenza ma con intelligenza. Questa volta è Assunta che seduce Vincenzo e che lo abbandona, proprio come lui aveva fatto in Sicilia.
Le ultime risentite parole pronunciate da un Vincenzo sedotto e abbandonato, “Bottana eri, e bottana sei rimasta”, riverberano l’assoluta immobilità del suo personaggio che, nonostante il suo trasferimento oltremanica, non si è mosso di un solo centimetro dal paesello. Mentre Assunta, che in quel momento si trova su un traghetto che la condurrà fra le braccia dell’amato Dottor Osborne, ha fatto un percorso interiore — coinciso con quello geografico — che l’ha portata alla libertà, e, alla fine, all’amore.

La ragazza con la pistola non è solo un’educazione sentimentale sull’asse Mezzogiorno-Regno Unito. E’ anche un radiografia che espone le abissali differenze fra due paesi colti nello stesso momento storico. Il ’68 a Londra è minigonne, capelloni, Beatles, amore libero, un contesto cosmopolita ricco di stimoli, dove le donne possono lavorare, vivere da sole, innamorarsi oppure non innamorarsi.
Monicelli è molto bravo a contrapporre questi due mondi, ambientando le scene siciliane in un Sud che sembra sospeso nella sua antichità — le case bianchissime, le piazze deserte o piene di donne vestite di nero — e le scene d’oltremanica in una Gran Bretagna variegata, percorsa da un multiculturalismo autentico che non aveva bisogno di essere sbandierato come invece sarebbe successo nei decenni successivi.

La ragazza con la pistola è un film realista senza essere realista — tante sono le efficacissime scene oniriche e grottesche — e femminista senza essere femminista. Ci mostra la liberazione di una donna plasmata da un contesto conservatore e oppressivo, e scopre, per contrasto, lo status meschino occupato dall’uomo. Come se Monicelli dicesse, guardate uomini, quant’è ridicolo questo ometto. Guardate tutti, quant’era ridicola Assunta prima della sua evoluzione.

Non dimentichiamoci cosa succedeva nel 1968 in Italia, l’anno d’uscita del film. Il delitto d’onore era ancora in piedi. Il divorzio ben lontano. La donna, soprattutto nelle periferie —non solo nel sud— aveva il destino già scritto: casa, marito, figli, taci.
Uscire con un film del genere, era un gesto politico non da poco.
Quanto ci manchi, Mario!

Siccome magari pensate, beata te che hai Kanopy e trovi questi gioielli, sono lieta di informarvi che tutti i titoli elencati sopra sono disponibili in Youtube. Quindi, avanti! 🙂
 
Eccomi in fondo, Fellows.
Come ogni settimana, vi mando le 7 pm di New York, ormai appuntamento che va avanti da 22 giorni, aumentando d’intensità ogni sera che passa. Oggi s’è alzato persino il barrito di una di quelle trombe da stadio che fanno molto San Siro e Gialappa’s Band.

Ma l’amore per gli essentials workers spunta a tutte le ore, ovunque. Nel mio palazzo, su un tavolo della hall, qualche giorno fa è comparso questo biglietto per il nostro postino Chris e per tutti i postini che ci portano la posta — a tutte le ore del giorno e della notte, un mistero che ancora devo risolvere.
Alle finestre, sulle scale antincendio compaiono cartelli e striscioni.
La compattezza newyorkese si sente anche in queste piccole grandissime manifestazioni di gratitudine.

Vi ringrazio sempre dell’amore, che arriva tutto, e stasera, i saluti, sono pacificamente cinematografici.

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