LET’S MOVIE 417 – Special OPEN ROADS 2019 – “RICORDI?” di Valerio Mieli – Intervista al regista!

LET’S MOVIE 417 – Special OPEN ROADS 2019 – “RICORDI?” di Valerio Mieli – Intervista al regista!

Giovedì si è aperta qui a New York “Open Roads”, la rassegna cinematografica che ogni giugno porta al Lincoln Center una rosa di film italiani che ha profumato le sale in Italia nell’ultimo anno.
Noi di Let’s Movie abbiamo avuto la fortuna d’incontrare e intervistare Valerio Mieli, in occasione della première americana di “Ricordi?”, opera seconda del regista romano, uscita nove anni dopo il gioiello “Dieci inverni”.

“Ricordi?” segue un lui e una lei (Luca Marinelli, Linda Caridi) — sapientemente lasciati senza nome — attraverso le fasi della loro storia d’amore: l’innamoramento, l’idillio, il distacco, la rottura, il riavvicinamento. Ma non lo fa attraverso una narrazione dei fatti lineare, ma attraverso la strada sconnessa dei ricordi, e la lente deformante della memoria. Il film è, dunque, un ordito d’immagini assemblate per associazioni sensoriali, non per nessi logici. La grammatica scelta da Mieli è quella del flashback e del flashforward, dell’imbricazione e dell’overlapping di ricordi, ora dolorosi, ora dolcissimi, attraverso i quali scopriamo la storia dei due personaggi dai rispettivi punti di vista, che sono diversi, parziali, specifici, ma che, insieme, costituiscono l’universo della loro storia.
Già in “Dieci inverni”, Mieli aveva sperimentato — con riconosciuto successo — la dimensione di coppia su arco temporale di dieci anni. Con “Ricordi?”, passa a un livello successivo: è come guardare dentro un microscopio puntato su un vetrino sopra il quale giace l’atto del ricordare. L’osservazione del suo funzionamento, e il recupero di un passato che non è mai parso così presente, s’intrecciano indissolubilmente alla poesia della resa grafica, grazie a riprese di fine ricercatezza estetica che coprono lo spettro dell’emotivo umano: l’amore, il trauma, la tenerezza, la perdita, la leggerezza, il dolore.
Narratori-spettatori di se stessi e della loro storia, i due personaggi rievocano in continuazione il proprio passato, facendolo emergere costantemente nel presente.
“È finita nell’istante in cui è cominciata”, commenta lui, con spietata lucidità, quando i due sono in procinto di lasciarsi.

I confini fra passato e presente si sfaldano, e la memoria cambia i connotati dei ricordi, li lavora a seconda del momento in cui essa si attiva. Il film registra queste manipolazioni attraverso il linguaggio verbale —con battute che ritornano, che si scordano, che si confondono o che riaffiorano diverse, tronche, imperfette, perché noi crediamo di ricordare, ma in realtà ritocchiamo — e attraverso il linguaggio cromatico. I colori seguono le stagioni emotive che vivono i due personaggi, ed è come se la cinepresa scegliesse, di conseguenza, lenti più o meno colorate. Nel periodo dell’idillio d’amore, la palette è quella dei gialli e degli arancioni caldi, dell’amaranto della casa in cui i due vanno a convivere — casa in cui lui aveva abitato da bambino — del verde brillante dei prati estivi e del cotto di un pavimento lavato dalla luce pomeridiana, su cui loro due flottano sdraiati a pancia in su, beati — un mare d’amore. Un berretto arancio smarrito e poi ritrovato è un delizioso agente della poetica cromatica e della dinamica mnemonica che pervadono tutto il film. 
Di contro, quando la macchina da presa cattura frammenti traumatici, li coglie tingendoli della tonalità con cui tingeremmo le schegge dolorose che tornano a pungere, di tanto in tanto, le carni della nostra quotidianità. Così i ricordi d’infanzia di lui, che crede di aver vissuto un’infanzia segnata da fatti drammatici —genitori litigiosi, una madre spesso zombie, amicizie e cotte superficiali— oppure dai ricordi della separazione da lei, sono lividi, freddi, quel grigio esistenziale che ci si attacca addosso quando qualcuno ha spento il sorriso dal mondo.

Opera di struggente levità e raro, mai stucchevole lirismo, “Ricordi?” ha i tratti luminosi di quei visi malinconici che racchiudono in sé le leggi del sentire e del patire, del penare e del guarire. Quindi non solo una storia d’amore scritta con l’alfabeto della rimembranza, ma anche una riflessione filosofica su come funziona quel complesso, inaffidabile e meraviglioso marchingegno che è la memoria.

Di seguito la lunga intervista che Valerio, ci ha generosamente, pazientemente, concesso al Walter Reade Theater del Lincoln Center, venerdì 7 giugno.

Sono passati nove anni da “Dieci inverni” —anni in cui ci sei mancato e in cui ti abbiamo aspettato. Mi chiedevo se i due protagonisti di questo film non siano una sorta di Camilla e Silvestro che provano la via dell’amore invece di quella dell’amicizia —o amore incompiuto che dir si voglia— dei due ragazzi di “Dieci inverni”. Parlaci di queste due coppie.

Sono due storie complementari per certi versi, ma raccontate in modi diversi. “Dieci inverni” è un doppio romanzo di formazione, in cui i protagonisti corrono paralleli e si toccano solo una volta l’anno, provano a vedere se s’incastrano, però non s’incastrano, e passano all’anno dopo, finché il fiume della vita non li leviga fino ad arrivare al punto in cui, invece, s’incastrano. È un doppio percorso di formazione che fanno indipendentemente l’uno dall’altro. Invece “Ricordi?” è un percorso che i due personaggi fanno insieme sin dalla prima scena, crescendo nell’evoluzione dell’uno sull’altro. Diventano quello che sono nel corso del film perché s’influenzano: lui cambia la visione del mondo di lei e lei cambia la visione del mondo di lui. Questa è la cosa complementare ma anche opposta. I personaggi sono un po’ invertiti rispetto a Silvestro e Camilla. In “Ricordi?” il personaggio più tormentato è il personaggio maschile, mentre in “Dieci inverni” era quello femminile. Sicuramente nei due personaggi maschili ci sono due aspetti di me. Nei due personaggi femminili, pure, però c’è anche un fantasma di persone che ho conosciuto e soprattutto che ho immaginato.

“Ricordi?” è il film della memoria, e se lo porta scritto in fronte. A mio parere il film va oltre Proust — anche se c’è la scena del profumo che mi pare omaggiare la petite madeleine, oltreché Süskind e il suo Grenouille. Va oltre perché prende l’idea bergsoniana di tempo interiore e personale e la traduce in una storia amorosa di ricordi per immagini. Come hai realizzato questa traduzione, nella quale, a quanto vedo, il montaggio ha un gran ruolo?

L’ambizione — ambiziosa! — era proprio quella. Vediamo se quello che la letteratura ha fatto nell’ultimo secolo — ovvero non raccontare la storia del mondo ma l’esperienza del mondo dal punto di vista personale — vediamo se riusciamo a farla al cinema ma non con gli strumenti della letteratura come per esempio la voce fuori campo, ma con gli strumenti che ha il cinema. E quindi raccontare il nostro spazio mentale più che il mondo esterno. Nel film non c’è un piano della realtà: c’è lo spazio mentale di lui e lo spazio mentale di lei. Spesso ci scordiamo che la maggior parte di quello che viviamo non sta difronte a noi ma sta nella nostra testa. Siamo invasi di immagini mentali. La speranza era: cerchiamo di raccontare, non uno ma due mondi privati, che poi non sono più cosi privati, perché si influenzano. Quando metti accanto una visione del mondo tormentata e cupa e una visione del mondo felice — a maggior ragione se si crea un legame forte, un innamoramento — queste due visioni scolorano l’una sull’altra, e non sono più private, ma comunicano.

Proprio a questo proposito, mi è piaciuto notare come le memorie dei due si contaminino a vicenda, si modifichino, come in una sorta di scambio — d’impatto la scena di lei che apre il freezer e vede se stessa congelata al posto del cane che lui aveva congelato da ragazzo… Parlaci un po’ di questo particolare ingranaggio della memoria che esplori tanto bene nel film.

L’idea in sé del film — me lo sono appuntato su un foglietto giallo, una notte — era “raccontare una storia d’amore senza mai uscire dai ricordi di lui e di lei”, seguita, in sostanza dalla descrizione della prima scena, ovvero del loro primo incontro, che vediamo con colori e atmosfere diverse a seconda dei caratteri dei personaggi. Ciò che m’interessa della memoria è che, in realtà, è un modo per amplificare la differenza di percezione. Tutti percepiamo ogni situazione in un modo diverso, ma questo si nota ancora di più a distanza di tempo: se ripensi a un primo incontro dopo dieci anni, il modo in cui te lo ricordi è largamente influenzato da come stai, dall’eventualità che tu sia ancora innamorato di quella persona, che tu lo sia stato o che tu non lo sia più. Cambia completamente, in un modo che non somiglia per niente al modo in cui siamo abituati a vederla. Accade quella strana cosa per cui emergono solo alcuni elementi salienti; viene fuori un colore, un suono, un rumore, un aspetto del viso, un’emozione. Quindi questa era la mia speranza. E mi sono anche chiesto se questo meccanismo non si possa utilizzare di più, in generale, nel cinema, non solo quando si parla strettamente di ricordi, ma cercare un linguaggio più intimo, che racconti direttamente, come la letteratura scriveva dal punto di vista personale, di flusso di coscienza; cercare di farlo anche al cinema. Senza che si noti troppo.
Per esempio, nel film i colori cambiano costantemente, anche in una stessa scena. Per esempio all’inizio della scena in cui lei gli telefona tra fili di bucato steso, si vedono tutti i panni colorati e poi, via via che prosegue nella telefonata, i panni scolorano. Però è una cosa che volevo si percepisse, ma che non si notasse troppo — tipo “Uh, guarda i panni cambiano colore!”.
Oppure la casa in cui abitano loro è molto grande, ma in realtà abbiamo ricostruito due case diverse — una è grande un terzo dell’altra. Ma anche lì, non volevo che fosse una cosa troppo visibile. Volevo che desse quella sensazione di casa grande, cupa, quando lui ci abitava da piccolo con i genitori, e poi di una casa luminosa, piccina, quando ci abitano loro due. Ogni scena ha un gioco tecnico che cerca di rendere la fenomologia del ricordo, cioè tutte le occasioni in cui il ricordo è importante nella nostra vita. Per esempio quando vai via di casa e rivedi tutti gli episodi salienti di quella casa, che magari avevi messo via da qualche parte. E quindi cresci anche in questo, nel rivedere le coses brutte, e diventa un luogo che ti fa apparire anche dei fantasmi. Oppure i profumi. Oppure ricordarti di essere stato in un posto con un persona invece di un altro. È una cosa molto tipica che ci succede sempre. E tutto il film unisce un micro-tema, e ogni scena è un piccolo cortometraggio.

C’è anche una bella evoluzione dei personaggi, come se i due fossero due forze, due corpi che, incontrandosi — incrociandosi— si scambiassero una parte di reciproca energia. Così lui assorbe da lei positività, solarità, mentre lei, malinconia, o forse soltanto, maturità. Quanto “Mieli-pensiero” c’è in loro due, e nell’analisi di questo fenomeno?

Il film è una anche un romanzo di formazione, a suo modo, ma che evolve in una visione del mondo, più che nella loro vita quotidiana, di cui noi sappiamo abbastanza poco. Però raccontiamo un cambiamento della visione del mondo. In un certo senso anche una guarigione, soprattutto nel caso di lui. Forse “guarigione” non è la parola esatta… Un imparare che il mondo non è necessariamente come noi lo percepiamo: se noi lo percepiamo così, non vuol dire che sia così. La visione del tempo che ha lui, per esempio — “il presente non esiste”, ecc — è una visione del tempo più occidentale, da Sant’Agostino in avanti. Mentre la visione del tempo che ha lei è più orientale, buddista: l’unica cosa che esiste è il presente; il passato o il futuro, chissà. La realtà è ciò che è qui, adesso. La visione di lei è senz’altro più piacevole —fa vivere meglio. E lui impara che si può vivere meglio. E succede che questa diversa visione del mondo al presente ha anche un effetto retroattivo sui ricordi, e lui comincia a dubitare, a chiedersi “forse io non ho avuto un’infanzia così triste, forse sono stato anche felice in questa casa, forse i miei genitori non erano così brutti e cattivi…” e questo è un meccanismo psicologico tipico, perché noi tendiamo a selezionare, e ad amplificare, certi aspetti, che definiscono la nostra idea di com’è stata la nostra infanzia: se siamo convinti che la nostra sia stata un’infanzia infelice, selezioniamo quei quattro o cinque ricordi, diamo loro certi colori, e tutto il resto scompare. E questo è forse il vero tema del film, quello che mi stava più a cuore: la ricerca della felicità che passa attraverso la scoperta di altri punti di vista, e l’incontro con qualcun altro che ci dice “guarda che se facevi pipì in piscina non diventava rossa, era una leggenda metropolitana”, e tu ti dici “ma come? Per me è stato traumatizzante!”, e questo vale anche per tante altre cose che mi sono costruito in negativo. Ecco, se c’è un messaggio nel film, forse è questo.

E questo mi porta a un’altra riflessione sul passato e sul presente… Potrebbe essere che tutto sia un unicuum: il passato filtra nel presente e il presente stesso non esiste? Mi chiedevo se questo tuo raccontare questo tipo di visione fosse una sorta di presa di posizione contro una contemporaneità che è spinta verso la celebrazione dell’in real time, dell’immanenza —vedi Instagram, facebook… Mi chiedevo se il tuo film fosse anche questo…

Sì, probabilmente sì. Io, per esempio, non sono molto social… Quindi inconsciamente direi di sì.

Te lo domando perché si vede in te chiarissima la fascinazione verso un passato che non è passato, ma che trapela nel presente. Come se fosse tutto un brodo mesozoico, quello in cui viviamo…

Sì, è un po’ tutto un brodo mesozoico! Infatti nel discorso in cui i due protagonisti fanno su “il passato non esiste, esiste solo il presente”, probabilmente la sintesi è proprio quell’idea di tempo che dici tu, ovvero l’idea che non esistano un presente e un passato, perché ora siamo qui, ma contemporaneamente siamo in tutte le cose che abbiamo nella nostra testa. Ed è proprio per questo che il montaggio che abbiamo scelto doveva essere proprio quel tipo di montaggio.

E quello che hai fatto con “Ricordi?” è un po’ aver scritto la diacronia della memoria, che non è diacronica (!) Ne hai disvelato il meccanismo sincronico, e l’hai portato sullo schermo — un’operazione che ha del meta… Questo mi ha fatto venire in mente Michel Gondry, con “L’arte del sogno”, ed “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, quel genere di opere in cui non c’è solo il desiderio di raccontare una storia, ma anche di investigare, attraverso lo strumento del cinema, un argomento complesso e profondo come appunto, in questo caso, la memoria e il suo funzionamento. Non so quanto questo sia conscio, inconscio, se ci sia una volontà, un disegno logico, o se sia soltanto una mia interpretazione…

C’è senz’altro una volontà a monte. Sono cose che mi stanno molto a cuore nella mia vita privata e che mi hanno spinto a studiare filosofia, per altro anche qui a New York, alla Columbia, con degli approcci completamente diversi all’epoca… Ma ora capisco che cercavo la stessa cosa. E con questo film è come se fossi arrivato a un punto —certo non definitivo. E mi ha emozionato tornare a New York, perché nell’anno in cui ho studiato qui, studiavo filosofia ma pensavo che volevo studiare cinema, fare cinema, ma non ne sapevo nulla. E allo stesso tempo studiavo cose di filosofia che erano lontanissime dal cinema, dal raccontare storie, ma i temi erano sempre quelli, tra cui cose di logica e matematica apparentemente lontane — lo statuto ontologico delle immagini mentali, per esempio — e in quale modo potessero trovare un legame con le questioni più calde, di tipo esistenziale, emotivo, amoroso, che mi stavano a cuore. Quindi il film è un po’ un far rientrare tutto insieme.

Ho citato Proust, Bergson, Gondry… Ci sono influenze che mi vuoi dire a cui ti senti legato?

Mi sento molto legato a Truffaut, e al cinema degli anni ‘60-70, soprattutto in quegli autori che hanno cercato di trovare un equilibrio fra il raccontare una storia tenendosi gli spettatori, e il fare una ricerca. E secondo me Truffaut ha questa caratteristica. Non è né Godard né Antonioni — con tutto il rispetto e l’amore per loro — ma non è nemmeno il cinema d’intrattenimento. Quella via di mezzo che, per me, è la strada che mi tocca di più.
Truffaut è anche un modello di vita: scegliere di fare sempre progetti diversi, perseguendo la propria ricerca e mantenedo la leggerezza, senza mai rinunciare alla profondità.

Ora manca il terzo film per chiudere la trilogia! Hai già in mente qualcosa, ma senza farci aspettare altri nove anni?

Ho in mente un sacco di progetti — negli anni ne ho accumulati decine! Vorrei avvicinarmi ancora di più a quello che voglio. La storia d’amore, se ci penso, è un modo per raccontare altre cose, anche perché cos’è l’amore, a livello più alto, se non l’incontro di due mondi privati? Un incontro particolarmente archetipico, che può essere tra due estranei che diventano molto intimi, ma anche una persona che incontra un qualcosa, oppure un rapporto con un figlio, con un amico. Quindi andare ancora più chiaramente su temi che mi stanno a cuore, in particolare su quelli dell’identità personale: chi siamo, chi vogliamo essere, quali sono le scelte che ci definiscono. Questa è la direzione verso cui sto andando.

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LET’S MOVIE 416 da NYC commenta “LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO” di Dennis Arcand

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Millennial, Moviers,

l’avevo sempre assocciato ai bimbiminkia. Lo confesso. Quella categoria di gioventù nata post millennium bug — che poi non c’è stato — che galleggia in una cultura molto molto after pop, oppure iper pop, che snocciola anglicismi per dimostrare God knows what, acronimi, emoticon, e che soprattutto vive attaccata ai social networks.
Condivido —e confesso— il fitto uso di anglicismi e una spiccata simpatia per le emoticon. Ma grazie a God, questo non fa di me una Millennial. Io mi fermo prima dei social networks, prima di Facebook dalla curiosità morbosa, prima di Instagram, la malattia che t’impesta anche solo pronunciandola. Appartengo alla generazione X. O alla generazione 1.000 Euro. Quelli nati post Baby Boom, tra il 1960 e il 1980. Quelli targati Beverly Hills 90210, solo perché Melrose Place lo davano troppo tardi.

Insomma, nel mio immaginario, il Millennial è un mocciosetto con un sacco di brand tatuati addosso, sulla pelle, ma soprattutto sui vestiti, vestiti che mescola con finta casualità. Come se precipitasse ogni mattina dentro un armadio e ne uscisse conciato come Fedez.
Ma in realtà nulla è random, o totalmente random. Questa è forse la prima generazione del pianeta terra che ha accesso a una mole di conoscenza in tempo reale che le generazioni precedenti non osavano sognare nemmeno nei loro sogni più startrek. Questo li rende molto consapevoli. Non consapevoli di sé stessi — questo proprio no, sono pur sempre dei girini umani — ma consapevoli di ciò che li circonda nel raggio di un paio di metri, a partire da una maglietta, un paio di scarpe. Cresciuti con un supporto tecnologico in mano sin dal loro anno zero, sanno tantissimi nomi — una quantità spropositata di nomi — ma nella maggior parte dei casi, non sanno cosa ci sia dietro, a quei nomi. Ragionano a keyword e buzzword e hotword perché è molto più semplice distillare la realtà dentro una parola, che smazzarsi l’oceano di implicazioni che quella goccia nasconde.
Allora me li sono sempre immaginati un po’ così, questi Millennial.
Fino a mercoledì.

Mercoledì ho participato, per il secondo anno, all’Adjunct Summer Institute. Una giornata che l’FIT organizza apposta per i suoi Adjunct, ovvero i professori che non detengono una cattedra, ma che vengono assunti di semestre in semestre a seconda delle necessità. Dato che le cattedre sono pochissime e ambitissime, la maggior parte dei Professori in America sono Adjunct — il 67% all’FIT, per la precisione.
Essere Adjunct ti espone al precariato e all’incertezza, ma anche alla possibilità di lavorare per più università, conoscere realtà accademiche diverse, studenti diversi. Non è poi la fine del mondo.
Il fatto è che in Italia c’è la fissa del posto fisso. Il tempo indeterminato ti autodetermina. Qui funziona in un altro modo. O impari a convivere con questa precarietà — che poi, in fin dei conti, è una caratteristica esistenziale più che una condizione lavorativa — oppure…oppure alzi i tacchi e prenoti l’aereo.

Dato che l’FIT appoggia il citato 67% del proprio peso sulle spalle degli Adjunct Professor, vede di trattarli bene, o per lo meno, meglio di altri atenei che li sottopagano alla stregua dei braccianti del Verga, il Giovanni.
Allora l’FIT, ogni fine maggio, organizza questa giornata per (in)formarci in merito a un argomento “caldo” nella pedagogia contemporanea. Lo scorso anno era toccata all’uso della realtà virtuale nell’insegnamento. Quest’anno è toccato alla neurodiversità — “Understanding Neurodiversity and Universal Design: Classroom Strategies That Work!”, per essere precisi. 
Cos’è la neurodiversità?
La neurodiversità  spiega lo sviluppo neurologico atipico come una normale variazione del cervello umano, una forma alternativa della biologia umana. Non come un handicap o una malattia. Il focus si sposta dalla disabilità alla variazione. Alla diversità, appunto.
All’interno della neurodiversità vengono fatte rientrare condizioni come la dislessia, l’autismo e il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (che qui chiamano ADHD).

Voi dite. Benissimo, ma cosa c’entra questo con l’insegnamento? Eh, c’entra un sacco perché molti studenti che si dichiarano portatori di queste condizioni, hanno diritto a una serie di agevolazioni durante i corsi, come per esempio un note-taker che prende gli appunti per lui, maggior tempo per svolgere compiti o lavori a casa, o durante all’esame finale.
Questo vedere nell’atipicità neurologica di un soggetto una fonte di diversità che non è necessariamente positiva o negativa, desiderabile o indesiderabile, ha portato recentemente al cosiddetto “Universal Design”, un approccio psico-pedagogico vòlto a valorizzare le diversità, e a promuovere la costruzione di percorsi formativi accessibili al maggior numero possibile di soggetti fin dall’inizio, senza bisogno di adattamenti postumi.
Forse avrete sentito parlare di “Barrier-free Design”, “Design for all”, “Inclusive design”, che sono tutti sinonimi per “Universal Design”.
Un esempio pratico. Vi sarà capitato, per tagliare qualcosa, di impugnare le Fiskar, quelle forbici con l’anello destro più largo rispetto al sinistro. L’anello più largo agevola l’uso a tutti, non solo a chi ha problemi motori alle dita.
Questo trend sta trasformando il modo di pensare le diversità individuali: è un orientamento di inclusione, dove le diversità vengono intese non come uno svantaggio ma come individualità da valorizzare. E si applica al design e all’architettura, non solo all’insegnamento.

Tutto questo malloppo d’informazioni, ce lo ha propinato un brillante Justin Freedman, Assistant Professor nel dipartiemento di Interdisciplinary and Inclusive Education della Glassboro University, nonché ex studente affetto da AHDH, che si è presentato reggendo un sinking ear, una di quelle inutili spirali colorate di plastica che andavano molto di moda negli anni ‘90. L’ha tenuta in mano tutto il tempo. E mi è sfuggito il perché.

Nell’ambito dell’insegnamento, tutto quel malloppo di cui sopra si traduce nel tentativo di non far pesare al portatore di diversità il suo essere portatore di diversità. Perché altrimenti si sentirà sempre discriminato: Justin ci ha fatto notare che la maggior parte degli studenti affetti da qualche disabilità non lo rivelano per vergogna e timore di essere trattati in maniera diversa, e di attirare l’attenzione su di sé.
E come si fa?, abbiamo chiesto un po’ tutti in coro a Justin. Come si fa a far pesare meno la diversità?

Justin ci ha detto che si fa aumentando la flessibilità, ed universalizzandola.
Per esempio, invece che accordare più giorni per un compito a casa solo allo studente neurologicamente diverso, perché non assegnare più giorni a tutti gli studenti? Invece che concedere due ore di tempo per un esame, e due ore e mezza per uno studente neurologicamente diverso, perché non concedere due ore e mezza a tutti gli studenti?
Sono piccoli accorgimenti, ma che, a dire di Justin, funzionano.

Durante tutto il suo speech, io vivo un conflitto violento.
Il lato cinico di me mi fa guardare al concetto di “Neurodiversità” come all’ennesima trovata (nuro)linguistica del politically correct. L’estremo tentativo di esorcizzare la paura di un termine con un altro termine — quando invece l’attenzione andrebbe spostata sulla paura, che non dovrebbe esserci a priori, e allora, invece, andiamo ad analizzare perché c’è quella paura, e facciamo in modo di neutralizzarla.
Poi c’è il lato ottimista in me. Quello che capisce la necessità di dire “diversamente abile” in luogo di “disabile”. E, in certa misura, “operatore ecologico” anziché “spazzino”.
L’avanzamento sociale passa anche per il rispetto che si conclama e realizza attraverso la sofisticazione linguistica.

Ma in questo caso, il mio dilemma non è tanto attorno alle parole, quanto attorno al metodo. Cioè. Aboliamo le deadline? Basta scadenze? Torniamo al 30 politico?

Ed è proprio in quel momento, mentre mi sto arrovellando seduta al mio tavolo — ci saranno una decina di tavoli rotondi stile Camelot — che Justin apre il Q&A.
Tra la selva di mani che svettano in sala, eccone una svettare più alta e slanciata di tutte, da un tavolo laggiù, sulla destra. La mano brandita in aria sta sopra un cappello di paglia nocciola, a tesa larghissima. Non alla Huckleberry Finn, ma quei cappelli che indossereste risalendo il Nilo a bordo di una crociera per due, oppure camminando su una copertina di una località di mare chiamata Vanity Fair.
Sotto la tesa del cappello spunta un viso afroamericano che difficilmente supera i 25 anni. Una perfezione di stampo Naomi. Ma più esile, e forse, più alta. L’avevo intravista quando è entrata in sala. Un metro e ottanta, centimetro più centimetro meno, a cui vi prego di aggiungerne altri 12 in forma di tacchi sottilissimi, montati su un paio di decolleté leopardate che, avesse 25 anni in più, farebbero di lei una coguar da manuale, ma che invece, con i sue 25 anni netti, fanno di lei uno schianto nero.
Camicetta bianca, pantaloni aderenti, ma non volgari, e leggermente sopra la caviglia, sì da mostrarla, la caviglia. Sa benissimo che nascondere quello snodo celeste sarebbe come gettare un drappo sulla Santa Teresa del Bernini.
Sotto il cappello, i capelli neri, fluenti, le arrivano fino all’avanbraccio. Se non avessi l’empirica certezza di trovarmi all’Ottavo piano del Dubrinsky Bulding, FIT, potrei dire di essere capitata in quella località di mare che si stende, patinata, dietro il cartello “Vanity Fair”.

Justin le dà la parola.
Lo schianto attende l’arrivo del microfono. E io sono pronta a vedere uscir fuori dalle sue labbra tutti gli animali del giardino dell’Eden. E raggi di sole, e rivi d’acqua dolce, e correnti oceaniche che si trovano solo ventimila leghe sotto i mari.
Purtroppo la realtà raramente combacia con il libro della Genesi, o con Jules Verne.
Esordisce con “I am a Millennial”. E già lì, perde un po’ del suo fascino. Forse perché lo dice con un tono fiero, come se indossasse quel dato di fatto come un visone — legittimo, ma fastidioso. O forse perché penso subito ai bimbiminkia. Justin Bieber, Selena Gomez. Kendall Jenner.
“Io sono cresciuta con questo”, alza il suo Iphone, e fa di lui una maracas.

Lo schianto nero ci spiega, con una velocità da Intel Pentium, che lei, lo scorso anno, ha passato un semestre d’inferno, a fare la cerbera con gli studenti — lei non ha detto “cerbera”, ha detto “bitch”, ma io ripulisco. Tutto il tempo ha controllare scadenze, a cercare di andare incontro agli studenti, ma tenendo comunque il polso da professoressa. Risultato? Disastro. Tutti frustrati. Lei, gli studenti, tutti.
Allora quest’anno si è detta, adesso cambio musica. E ne ha messa su una molto simile a quella che piace tanto a Justin, e cha canta 100% flessibilità. E qui prende a mimare un botta e risposta con uno studente immaginario: non hai preparato la tesina? Ecche problema c’è? Me la porti la settimana prossima.
Mezz’ora in più all’esame finale? Non c’è nemmeno bisogno di chiederla: ve ne do un’ora, in più, a tutti.
Risultato? Valutazioni degli studenti altissime. Allievi soddisfatti, lei soddisfatta. Tutti vissero felici e studenti.

Nel suo modo di porsi molto “you think I am pretty but in fact I am pretty bad ass so you’d better not fu*k around with me bitch”, c’è molta di quella saccenza, di quella tracotanza millennial che noi generazione X così mal sopportiamo. Perché noi, in genere, siamo cresciuti con l’idea che la cresta alzata potevano permettersela solo quelli non toccati dalla Lehman Brothers.
Ma lo schianto nero, con tutta la sua irritante spavalderia, ha sollevato un punto importante. Dolente.
Allora, per praticare l’Universal Design, e per non mangiarci il fegato appresso a studenti che fanno morire nonni e zii un imprecisato numero di volte sperando di ottenere una proroga per la consegna di una tesina — come se noi non conoscessimo i segreti del pluromicidio famigliare — lasciamo loro la più totale libertà. Freedom 2.0.

È così che si insegna nel 2019?

Io credo che un po’ di disciplina, a questa generazione di Millennial, vada insegnata. Ma non tanto per romper loro le scatole. Ma per prepararli a ciò che li aspetta là fuori.
Tuttavia, non mi piace fare la cerbera. Volevo dire la bitch.
Allora ho scovato questo sistema 100% psicologico per cui se gli studenti se ne escono con una scusa tipica da studenti — decessi, catastrofi, malattie, ogni sorta di calamità naturale — io agisco sulla loro pische tenera tenera, e lavoro sul senso di colpa. In maniera molto sottile e indiretta, si capisce. 😉

Per esempio, se uno studente mi scrive che purtroppo perderà la lezione della presentazione orale perché deve accompagnare il padre dal radiologo e il radiologo sta nel Queens e loro abitano a Staten Island, quindi proprio non ce la fa con i tempi, io dico, oh mi dispiace, spero che tuo padre non stia troppo male. Il fatto è che io tengo moltissimo alle presentazioni orali: è il modo che avete di dimostrarmi la vostra passione per la lingua… Accompagna pure tuo padre, e buone radiografie. Quanto alla presentazione orale, ti consento, in via eccezionale, di presentarla la settimana prossima.
In questo modo, il povero pulcino è costretto a fare la presentazione e a presentarla da solo — senza il supporto psicologico del mal comune, mezzo gaudio che si respira in classe quando assegni un compito di questo tipo. Non può più giocarsi nessuna storia bislacca — perché una passa, ma due, no, my buddy, no way.
E si maledice per quell’idiozia sulle radiografie nel Queens.
Quando ci provano una volta, non ci riprovano una seconda volta. Ci rimettono loro. E lo capiscono.
Ma se io adottassi il metodo dello schianto nero, “Sei assente per la presentazione? È lo stesso, non importa”, probabilmente farei un piacere allo studente nel qui e ora, ma un disservizio sul lungo periodo. E un torto.

Poi ci sono altri tipi di Millennial. Quelli secchionissimi. I nerd, o che si credono tali. Quelli con la scriminatura a destra, e i capelli leccati da una parte, come usava per i bambini prodigio negli anni ’50.
Sono stata al Grolier Club, ieri, al Simposio sul bicentenario dalla nascita di Walt Whitman, il famoso poeta di “Leaves of Grass”. Un simposio di quelli di razza, con tanto di panelist fatti arrivare da tutti gli angoli dell’America, e persino da Serbia e Austria. Un simposio accompagnato persino da una mostra di preziosi memorabilia, e che corona un mese di festeggiamenti per il poeta americano per antonomasia, nato a New York, vissuto a Brooklyn e follemente innamorato di Manhattan.
Ebbene, tra i panelist, spicca questo ragazzotto con quella scriminatura a destra lì, e i capelli leccati, e quell’aria da so-tutto-e-di-più che irriterebbe Madre Teresa. Persino il suo nome sa da primo della classe. Blake Bronson-Bartlett — cosa speravano, i genitori, con quelle tre B in fila? Di eguagliare Pier Paolo Pasolini? A volte i genitori sarebbero da rinchiudere e i figli, da mandare in affido.

Insomma, questo Blake, dell’Università dell’Iowa, investe i suoi venti minuti di talk — che equivalgono a venti minuti di nostra attenzione — per parlarci dell’importanza della matita nella carriera poetica di Walt Whitman. Non scherzo, tutto documentato: “Graphite’s Dirty Truth: The Pencil in Whitman’s New York Poetry”.
Il suo discorso verteva su un punto scontato: Whitman, poeta del movimento, del walk-through-the-city, ha trovato nella matita portatile un’alleata preziosissima che gli ha permesso di annotare, cammin facendo, tutte le annotazioni per cui è tanto famoso. Cosa che non sarebbe stata possibile se fosse rimasto legato a inchiostro, penna e calamaio della sua scrivania.

Cioè, tu, Blake, passi sette anni della tua vita per conquistarti un PhD, e tutto quello che riesci a spremere fuori dalle tue meningi ricoperte di capelli leccati è il ruolo della grafite negli scritti di un poeta??
Ecco, i Millennial nel mondo dell’accademia possono essere questo. Nel caso dello schianto nero, problemi risolti attraverso la strada più breve, e spalleggiati, in questo, dall’esistenza di un ecosistema pedagogico in cui gli studenti sono molto più temuti dei professori, e in cui la political correctness sta confinando un paese in una prigione linguistica. Oppure i nuovi scholars, le nuove menti che dovrebbero trovare sempre nuove strade per leggere la letteratura, e che invece credono di trovare dell’originalità in un astuccio pieno di grafite.

Forse ogni generazione ha le sue croci da portare. Noi ne abbiamo avute molte. Mani Pulite, Berlusconi, “Non è la Rai”, il ciuffo fonato. Ora ci tocca portare i Millennials. Che non sono cattivi o molesti. Solo, si spacciano per grandi visionari perché ragionano in termini di start-up, ma poi, a guardar bene, non vedono al di là del loro smart-phone.

Questa settimana sono andata al Quad a vedere “La caduta dell’Impero americano”, l’ultima fatica del canadese Dennis Arcand, quello de “Le invasioni barbariche”, e de “Il declino dell’impero americano”, che, con questo film, chiude la trilogia dando il colpo di grazia all’Occidente.

Tutto gira attorno a Pierre-Paul, un 36enne fattorino, con un PhD in filosofia nel cassetto.
Durante una consegna si ritrova coinvolto in una rapina che finisce nel sangue, ma senza nessun testimone. Pierre-Paul si ritrova con il malloppo a pochi passi da lui: due borsoni pieni di contanti.
Dopo qualche esitazione, l’irreprensibile, fedina-penale-impeccabile Pierre-Paul, decide di prendere le borse. E questo non è che il primo pezzo del domino che, una volta spostato, farà crollare tutti gli altri pezzi del domino, portando a una nuova inaspettata riconfigurazione degli elementi in gioco, il tutto tra il criminale, il comico e il surreale.
Ora Pierre-Paul è tecnicamente ricco, ma praticamente ancora povero: deve trovare un esperto di riciclaggio per poter depositare il danaro all’estero, e spenderlo. Si affida quindi a Sylvan, riciclatore navigato e appena uscito di galera. Ma nessun film che si rispetti è tale se non c’è una femme, Aspasia, prima fatale — escort d’alto bordo — e poi amoreuse — inevitabile l’innamoramento con Pierre-Paul.

Ma mentre Aspasia e Sylvan hanno i piedi ben radicati per terra e ragionano in termini pratici, Pierre-Paul si ritrova spesso a filosofeggiare sulla propria condizione di burattino nelle mani di una società occidentale sempre più sfruttatrice e iniqua. Una società in cui un fattorino guadagna di più di un docente universitario, e in cui la vera intelligenza non è riconosciuta, ma è spesso bistratta. In una società del genere, il candide Pierre-Paul decide di giocare anche lui con quelle carte, rovesciandole, e creando un sistema che freghi il Sistema e che gli permetta di far trionfare i valori in cui crede: Pierre-Paul dà una mano come volontario in un centro per senzatetto, e durante il corso del film è colto a dare l’elemosina ai tanti homeless che vivono a Montreal, oppure a servire loro pasti caldi. Quel denaro lo trasforma in una sorta di Robin Hood, che gli farà trovare, a fine film, una sorta di equilibrio. 

“La Caduta dell’Impero Americano” è un fuoco di fila di citazioni filosofiche — Sartre, Heidegger, Wittgenstein, Socrate, solo per citarne alcuni — di dialoghi raffinati e una trama di colpi bassi alla società occidentale che fanno di Dennis Arcand, Dennis Arcand. Ma c’è anche altro. I personaggi sono scritti molto bene. Sono rotondi, complessi: spiccano, quindi, l’assenza del buono e del cattivo, e la presenza delle figure che stanno nel mezzo, con i loro pregi, i loro limiti.
È una commedia molto divertente, ma anche un heist movie (heist=rapina) sui generis in cui la rapina non è che un pretesto per sparare a zero contro la società capitalistica che ha visto nell’America il terreno ideale su cui prosperare. Ma ci sono anche i sentimenti, c’è l’attualità, e c’è quel gusto di sopra-le-righe che è tipico della mano di Arcand.
Bellissima la scena iniziale. Pierre-Paul seduto in una tavola calda con quella che, di lì a poco, diventerà la sua ex. Pierre-Paul spiega alla ragazza che il suo problema è l’intelligenza. Che i veri intelligenti sono quelli che ce l’hanno più dura. Perché anche i grandi scrittori, o scienziati, o filosofi, non erano troppo intelligenti. “Tutti gli uomini potenti sono degli stupidi è per questo che sono riusciti a salire al potere”, dice Pierre-Paul, serissimo, e il suo monologo, pur buffissimo, è, allo stesso tempo, d’una rara amarezza.
Se avete occasione, andate a vederlo. Riderete e penserete. Una ricetta che amiamo molto, da Monicelli in avanti.

E anche per oggi, Moviers, s’è pipponato a sufficienza.

Googlephoto oggi fa degli strani capricci, e non mi permette di aggiornare il Frunyc IV 🙁 Allora rimanete sintonizzati per la prossima settimana: troverete le foto della Italy Run 2019 di oggi, 5 miglia a Central Park, e il vostro Board arrivato al 775esimo posto su 8.063 partecipanti: 12esima tra le 565 donne sue coetanee 😉

Ringraziamenti di cuore, e saluti, stasera, generazionalmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 415 da NY commenta “WALKING ON WATER” di Andrey Paounov

LET’S MOVIE 415 da NY commenta “WALKING ON WATER” di Andrey Paounov

Musical, Moviers,

parliamo di lui, del musical.
La questione è delicata. Nel senso che io e lui non siamo mai andati molto d’accordo. Ho cercato di scavare dietro a questa mia assai immotivata respingenza. Scava, scava, scava, ma non ho trovato granché, se non forse dei resti di malessere lasciati da un atteggiamento un po’ calvinista nei confronti dell’entertainment.
Ogni forma di divertimento che trova espressione in un organismo artistico deve portare al coinvolgimento intellettuale, e lasciare delle tracce al seguito. Questo ho sempre pensato. Calvinista che sono.
Questo approccio, con il musical, non ci va molto d’accordo. Il musical sono due, tre, quattro ore di entertainment puro e totale. Senza postumi arrovellamenti, senza dibattiti grondanti materia celebrale.

E poi c’è quella cosa lì del cantare e del ballare così, di punto in bianco. Cioè. Un attore parla normale e poi d’un tratto, via, attacca a dimenarsi scatenato, e con lui, tutto il cast. For real?
Da purista del recitato, ho sempre fatto fatica ad accettare questa variazione sul palco. Sin da piccola. Sin da “Tutti insieme appassionatamente”, da “Mary Poppins”. Quando Julie Andrews, dopo aver vinto la corsa ai cavalli, attaccava con “supercalifragilistichespiralitoso” — che, per la cronaca, non si dice “supercalifragilistichespiralitoso”, ma “supercalifragilisticexpialidocious” — oppure quando si metteva a ballare coi figli Von Trapp prima di farli andare a letto, io, anche da piccola, storcevo il naso. Lo trovavo innaturale. Mi dicevo, mannò, ma questo mi rovina tutto! Questo lo devo fare io dentro la mia fantasia, con i miei colori, le mie note e i miei movimenti. Così mi rubi la parte più bella!
E questo è il motivo per cui ho dei ricordi molto poco chiari dei due film. Visti una volta, non li ho voluti rivedere più.
Categorica anche da mocciosa.

Negli anni, poi, ho flirtato con esperimenti borderline, al cinema. Tipo “Flashdance”.
“Flashdance” non è un musical, ma c’è molta danza. E c’è la storia della ragazza saldatrice, e si era mai immaginata e vista, prima, una ragazza che facesse di professione la saldatrice?? Una figlia riuscitissima di Marie Curie, una Montalcini con la fiamma ossidrica al posto del microscopio. Certo che aveva appeal sulle ragazzine! Aveva più appeal quello che la storia d’amore con il suo capofabbrica. E poi ovviamente gli scaldamuscoli, la bici da corsa, quell’atmosfera da città americana industriale — scopro ora essere Pittsburgh — da cui Alex si liberava, spiccando il volo nei cieli della danza — ah what a feeling!
Ma in “Flashdance” i protagonisti non si mettono a ballare di punto in bianco. Ballano di professione.

L’esperimento più riuscito di musical al cinema è “La La Land”. Lì ho accettato tutto, persino la gravissima goffaggine di Ryan Gosling nei panni di ballerino, perché il film in sé è un tributo alla Hollywood dei film musicali prodotti tra gli anni ‘50 e ’60, e a quell’atmosfera onirica attorno a quell’epoca, partendo dallo stesso titolo, che è sia un riferimento alla città di Los Angeles, sia all’espressione “essere nel mondo dei sogni, sulle nuvole, fuori dalla realtà”.
E poi è un capolavoro, e davanti ai capolavori, ti fai andare bene tutto.

Ma forse, in tutto questo, l’antipatia per il musical mi arrivava dal fatto che erano musical al cinema, o in televisione. Lo schermo è come l’acqua: amplifica, ma diluisce. E forse in quel passaggio, si perde qualcosa del succo contenuto in quel genere artistico. Non so di preciso.
Sta di fatto che ora sono qui. New York City è la capitale del musical, è la casa di Broadway. Non la strada, il quartiere.

Ogni volta si fa confusione. La Broadway è una strada, che sconfina Manhattan. La sconfina di un bel po’. Pensate che parte da Sleepy Hollow — la cittadina del mistero di Tim Burton! — scende giù lungo lo Stato di New York, attraversa il Bronx e North Manhattan, sfiora casa mia, prosegue giù giù, curva leggermente verso Ovest all’altezza della 49esima Strada, taglia Times Square, passa accanto alla Quinta Avenue, saluta il Flatiron Building alla sua destra, per concludere la sua corsa a Battery Park.
Quella è la strada. Ma sul rettangolo tra la 40esima e la 54esima, e la Sesta e l’Ottava Avenue, all’interno del quale spunta Times Square, sorgono qualcosa come quarantun teatri. Quel rettangolo lì è Broadway.

La zona di Times Square, sulla 42esima, cerco di evitarla il più possibile. Per via del bestiame turistico che vi pascola. Scarpe da ginnastica, buste di plastica piene di shopping da M&Ms oppure NY Gifts, smartphone perennemente davanti agli occhi. Hotdog in bocca, qualche beverone colorato nella mano libera.
Quindi la mia percezione del Theater District, è invasa da queste mandrie che non transumanzano mai.
Quando vado al MoMA, sulla 53esima, cammino la parte nord di Broadway. E quella è un’area accettabile. Passi accanto al Broadway Theater, dove danno sempre il musical “King Kong”, e ti spunta, sulla sinistra, lui, lo scimmione, e voi, per una frazione di secondo, pensate alla povera Jessica Lange, lo stuzzicadenti fra le sue dita scimmiesche. Poi il ciarpame colorato del 21esimo secolo tutt’intorno ha la meglio, ma per una frazione di secondo, siete lì, schiavi del primate più bistrattato della storia. Passate davanti al The Late Show with Stephen Colbert, che ha rimpiazzato David Letterman, con le sue lucine rosse e quell’aria newyorkese che conoscete tutti.

Non è male, la zona nord di Broadway. Il bestiame è meno insistente, si cammina decentemente e si apprezzano certi istanti in cui ti ritrovi a dire a te stesso, anche dopo tre anni di qui, wow, sono a Broadway.

Allora, siccome sono a New York City, ho l’età in cui forse è arrivata l’ora di uccidere la mocciosa categorica — ma anche solo gambizzarla va bene — accetto di andare a vedere il musical “Chicago”, allo storico Ambassador Theater.
L’Ambassador sta sulla 49esima, tra la Broadway (la strada) e l’Ottava Avenue, in un punto abbastanza in salita. Lo ricordo spesso: NYC non è piatta, per quanto l’immaginario collettivo la consideri tale —forse è una qualche deriva del terrappiattismo, che scopro essere molto in voga al momento in Italia…

Aperto nel 1921, l’Ambassador conserva ancora il sapore di quegli anni. Mattoni sporchi da Londra dickensiana, una sezione leggermente tondeggiante, l’immancabile impalcatura tra pianoterra e primo piano che lo radica nel presente dell’eterno work-in-progress newyorkese. Sopra, a proposito di “Chicago”, campeggia d’un rosso orgolioso la scritta “The longest running American musical in Broadway history”. E dentro, il teatro stilla anni ruggenti. Il palco abbracciato da platea e loggioni, in una forma circolare da Globe Theater. Il grosso lampadario di cristallo che penda dall’alto, il marmo assai dozzinale — niente travertino — delle modanature, le poltrone che hanno accolto chissà quanti sederi e la piacevole sensazione dell’usato che sa di mitico.

Il pubblico intorno a me è prevalentemente bovino; del resto, quando vieni a New York per 7 giorni 6 notti, uno spettacolo a Braodway è sempre previsto nel pacchetto. Nella fila dietro alla mia, tre amiche italiane trattano argomenti prevalentemente fisici: “No, dopo io torno in camera, non vengo… Se volete andare, voi, andate pure, io vi aspetto in albergo. Con tutto quello che abbiamo camminato oggi… Sono stanca morta… Ma voi andate pure…”
Cattle talking.

Poi “Chicago” attacca. Sulle note di “All That Jazz”, che scopro originare proprio lì, in quel musical — mi pensavo fosse una hit di qualche vaudeville…
Non vi farò qui un pippone sulla trama. Basti sapere quanto segue: è ambientato negli anni ‘20, Roxie Hart è una chorus girl che, per farsi strada nel mondo dello spettacolo, uccide il suo amante; Billy Flynn è un avvocato scaltro che farà di lei una celebrità; l’altra donna in scena è Velma Kelly, una leonessa borderline coguar, anche lei star dello showbiz, che sulle prime avrà Roxie in antipatia, ma poi le due faranno squadra e conquisteranno Broadway insieme.
Se non siete nei paraggi di New York, e il cinema non vi dispiace, guardatevi il film “Chicago” di Paul Marshall con Renée Zellwegger, Katherine Zeta-Jones e Richard Gere — per altro vinse sei Oscar nel 2002…
Se invece siete nei paraggi, e non sapete scegliere quale musical vedere— ne avete una gran quantità fra cui scegliere, tra My Fair Lady, The Phantom of the Opera, Pretty Woman, Tootsie, Wicked, To Kill a Mockingbird, The Lion King, Mean Girls, Hamilton, Aladdin, Frozen, Beetlejuice, The Book of Mormoms, Beautiful, etc. — e volete rivivere un po’ della New York al sapor di Zegfield Follies e champagne, gangsters e pupe, “Chicago” fa proprio per voi.

Non è tanto la trama. Mamma mia, è lo spettacolo.
Sono le attrici, che sono cantanti e ballerine. Dee. Con dei corpi che non si possono spiegare. Delle gambe che sono fiori: spuntano ovunque, stanno bene ovunque. Delle voci da Grammy Awards, una danza da Julliard School. E naturalmente gli attori, che no, non sono da meno, ma “Chicago” è un musical in cui le protagoniste sono due, Roxie e Velma, una giovane, una più attempata. Due facce della stessa medaglia femminile: la tramp — la monella — con la testa un po’ vuota, un corpo da urlo, grandi sogni in tasca e una realtà che nella maggior parte dei casi delude, ma che può anche riservare sorprese.
Un ritmo trascinante, una band sul palco che è parte integrante dello show e che suona come la Wiener Orchestra suona il concerto del Primo dell’Anno. Se prendo “L’opera di tre soldi” di Brecht — veneratissima! — Liza Minnelli in “New York New York”, “Bonnie e Clyde”, la natura malandrina di Louise Brooks, la navigata esperienza di Sharon Stone, shakero tutto insieme, posso servirvi il cocktail dall’alto tasso erotico che è “Chicago”.
Non c’è nulla di volgare. Ma l’atmosfera viaggia tutta sul sottilmente licenzioso. Gambe svolazzanti, balletti ammicanti, cappelli a cilindro su chiome biondissime e bastoni lucidi in mano a donne mozzafiato, abiti neri in vedo-non-vedo-ma-immagino-molto, luci gialle soffuse. Devo andare avanti?

Passano così due ore e mezza di entertainment puro, in cui è come respirare l’elio, e parlare come Paperino, oppure l’etere, e volare come Dumbo. E davvero non pensi a niente se non a come si possa ricreare tutto ciò in maniera così credibile, e allo stesso tempo così sopra le righe. E a come si possa arrivare a un livello di performance, di talento, così alto. Le risposte a queste domande ovviamente si trovano. Questi artisti escono da fior fior di accademie, e ripetono lo show over and over per chissà quante sere all’anno. Repetita iuvant. Un sacco.
Poi gli americani, una cosa hanno inventato. Il musical. Lasciamoli eccellere.

Quando lo spettacolo finisce, le luci si accendono, gli spettatori, ancora visibilmente su di giri prendono a defluire dal teatro, commentando nel frattempo how awesome the whole thing was, ti ritrovi in un attimo dentro il 21esimo secolo. I cartelloni pubblicitari elettronici sulle pareti degli edifici, i pullman che aspettano di caricare i capi di bestiame e riportarli ai rispettivi alberghi, gli Uber parcheggiati in doppiafila, in attesa di chissachì. E le Nike ai piedi della maggior parte del mondo. E gli Iphone in mano.
Basta poco poco a spezzare l’incantesimo.

Confesso che dopo le prime due ore, ho cominciato a sentire, in lontananza, il richiamo di Calvino. Non di Italo, che quello è soave. Ma di Giovanni, il riformatore con la frusta in mano. Ovvero, ho cominciato a chiedermi se fosse lecito, non pensare a nulla di nulla in maniera così spudorata. Guardare e morire e rinascere davanti a quelle creature che portano in vita questo musical sin dal 1975, senza smetterlo mai.
Mentre ero lì, fra gemiti di trombe e all that jazz, ho pensato che sì, può essere lecito, una volta ogni tanto, non pensare a nulla in maniera così spudorata. Una volta ogni tanto. E credo di non essere io, la sola a pensarlo.
Tuttavia, un fatto interessante. Il musical che ha incassato più di tutti i musical di tutti i tempi — si sono arrivati a spendere 4.000 dollari per un biglietto — è “Hamilton”, che dal 2015 a oggi è un fenomeno senza precedenti. Quando arrivai qui nel 2016, non si faceva che parlare di lui.
Alexander Hamilton è uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti: ha firmato la Dichiarazione d’indipendenza, per capirci. “Hamilton” il musical propone un cast multietnico e racconta la vita del personaggio attraverso la musica contemporanea: molte canzoni sono hip hop, rap e R&B. Una trama corposa, che attraversa la storia degli Stati Uniti, ma rappeggiando, funkeggiando.
Allora io penso che quando vedi “Hamilton”, un po’ di cervello, lo fai funzionare. Sarà per questo che dal 2015 ha incassato 63 milioni di dollari — 63 millioni di dollari — vinto il premio Pulitzer 2016 per il teatro, il Grammy 2016 per il miglior disco di un musical e ricevuto 8 Tony Awards.
Voglio credere che il cervello paghi sempre.

Questa settimana è stata specialissima per me, cinematograficamente parlando. Sono stata a vedere “Walking on Water”, di Andrey Paounov, il documentario che racconta l’avventura del land-artist Christo sul Lago d’Iseo, dove, nel 2016, costruì quel sogno arancio che fu la passerella flottante chiamata Floating Piers.
Presentato al Festival di Locarno, non vedevo l’ora che il documentario arrivasse qui a New York. E questo perché quell’istallazione ha un valore affettivo per la qui presente, che il 30 giugno 2016, prese il treno e andò a Sulzano apposta per camminare sull’acqua resa camminabile grazie al sogno di un artista.
Nel Frunyc IV trovate degli scatti di quel giorno, e qui, la prova provata del Board flottante 🙂

Ci andai da sola: la folla spaventava tutti. Spaventava anche me, naturalmente. Ma poi la razionalità dell’irrazionale ha avuto la meglio. Non sarebbe atterrata mai più, una passerella color dell’alba, sul Lago d’Iseo — I mean, il Lago d’Iseo, a parte cadaveri e tritoni, cosa ospita? 🙂 Non sarebbe atterrata mai più in nessun’altra parte del mondo. Le opere di Christo sono uniche, irripetibili e hanno durata limitata. Come quando impacchettò di cellophan il Reichstag a Berlino. Oppure quando fece scorrere 30 km di nastro e portici arancio a Central Park. O quando piazzò un trapezio di più di 7.000 barili colorati in mezzo al lago di Hyde Park, a Londra.
La differenza tra quelle opere — già di per sé geniali — e Floating Piers, è l’interattività: lo spettatore, letteralmente, camminava l’opera.
Potevo perdermi quell’esperienza?
No, non potevo, e nemmeno un milione e mezzo di altre persone avrebbero potuto — il totale di visitatori in 16 giorni di Floating Piers.
Rimango pur sempre una mocciosa categorica.  

Allora domenica scorsa, una domenica un po’ alta e un po’ bassa, come le domeniche talvolta possono essere, mi dirigo verso il Film Forum, nel Greenwich Village. Arrivando con un ritardo pericolosissimo, vedo un piccolo crocchio di persone fuori dal cinema. Non me ne curo molto, ma vedo anche il cartello che mi avvisa della fila da fare per i biglietti di “Walking on Water”.
Siccome un ritardo pericolosissimo mi alita sul collo, non ho il tempo di badare né al crocchio né al cartello. Mi precipito dentro e chiedo un biglietto al bigliettaio. Lui, una pasta di bigliettaio, mi dice che forse Christo è ancora fuori…
“Christo?? Fuori??”
“Sì, Christo, fuori”, mi sorride. “Prova a vedere se c’è ancora”.
Spalanco la porta — forse, la scardino — esco, ed è lì, lo scricciolo 84enne Christo. Lo riconosco da Sulzano. Piccolo, magrissimo, abbronzato, i capelli alla Einstein. Quand’ero sulle passerelle, in quel giugno 2016, passò in barca. La barca rallentò, lui salutò tutti, e poi sfrecciò via.
Ed eccoci qui, tre anni dopo, lui davanti a me, a New York City.

È in procinto di andarsene e sta salutando l’ultimo qualcuno che gli chiede un autografo.
Io corro verso di lui, ed esclamo, come una pazza — proprio una pazza di quelle vere, non di quelle inventate — “Christo, wait! I was in Sulzano… I walked the Piers!”
Lui si gira, e mi guarda come se avesse visto una pazza — il che non faceva una grinza. Allora mi ha sorriso, mi ha detto “Really?” e poi mi ha firmato una cartolina promozionale del documentario — che da domenica scorsa ha trasformato la mia stanza in una sede distaccata del MoMA.
Poi il suo staff se l’è portato via, come la barca tre anni fa.

Se qualcuno mi avesse detto, nel giugno 2016, che, nel maggio 2019, avrei incontrato Christo a New York City, città in cui sarei stata domiciliata, gli avrei tirato un pugno. Un pugno di quelli veri, non inventati. Perché non si scherza con i sogni.

Rientro nel cinema, dico alla pasta di bigliettaio che ce l’ho fatta —l’ho salutato prima che se ne andasse, gli ho detto che io c’ero! — il bigliettaio si spalanca in un altro sorriso, fa il gesto “you rule”, e sbotta in un “Ah doooope, I knew you’d make it!”, così sentito e sincero, come se fosse stato lui a mancare per un soffio l’artista e ad acciuffarlo all’ultimo.
Io, gasatissima da questo incontro piovuto giù dal cielo, e portata in trionfo dal bigliettaio, volo in sala, dove hanno appena schiacciato play, e mi godo il documentario.

“Walking on Water” è il making-of del progetto: 3 km di passerella che hanno connesso due sponde del lago e l’isola di Sant’Anna in mezzo al lago.
Il progetto in sé risale al 2006, quando l’amatissima moglie Jeanne-Claude, con cui Christo ha realizzato tutte le sue opere, era ancora in vita. I due lo proposero ad Argentina e Giappone, ma entrambi i paesi lo rifiutarono. Il fatto che l’Italia l’abbia accettato, mi ha scatenato quel guizzo incandescente dentro che si chiama orgoglio. Bisogna avere una dose massiccia di visionarietà per immaginare un’opera di Christo, e l’impatto che può avere sulle persone.

Il ducumentario regala vedute dall’alto di cui, se avete camminato le Piers, non avete potuto beneficiare. Inoltre, presenta tutte le difficoltà logistiche, ingegneristiche, metereologiche, burocratiche che l’artista e il suo staff hanno dovuto affrontare per realizzare il progetto. La burocrazia — siamo italiani, sappiamo di cosa stiamo parlando — soprattutto legata alla questione della sicurezza, ha minacciato di far chiudere l’opera al pubblico il terzo giorno, dopo c he i primi due hanno accolto più di 100.000 persone. Ma anche il meteo ci si è messo di mezzo. Temporali e burrasche hanno sferzato il Lago per buona parte del periodo in cui il team ha montato le passerelle, ostacolando i lavori, e accendendo molto gli animi.

Il caso ha voluto che il 23 giugno 2016, la Brexit abbia distolto molta dell’attenzione dei media dall’opera, e questo ha disteso un po’ gli animi tra le Forze dell’ordine e lo staff di Christo, che erano a un passo dal chiudere tutto l’ambaradan.
Attraverso uno stile molto discreto e non invasivo, il documentario segue questo fuscello d’uomo farsi strada fra tutti gli inghippi, le incombenze, i cerimoniali che hanno richiesto la sua presenza — memorabile la festa poshissima nella villa sull’Isola di Sant’Anna, dove gli invitati probabilmente non sapevano nulla di Christo e dei suoi lavori, ma erano lì, con i loro smart-phone di gran gusto ricoperti da gusci Louis Vuitton pronti a instagrammare tutto, e far sapere, mi hanno invitato.  

“Walking on Water” si conclude in maniera molto accattivante. Christo in mezzo al deserto, un blocchetto per terra, le sue mani a forma di cornice dentro cui fa stare il deserto. Chissà cosa sta tramando…
Consiglio a tutti il documentario, sia a quelli che hanno camminato sulla stoffa mobile delle Floating Piers, sia a quelli che non ci hanno camminato. L’arte è 1% ispirazione e 99% lavoro, dedizione, abnegazione, scazzi. Non lo si scordi.

E per oggi è tutto, Moviers — sono andata lunghissimissima oggi…
Frunyc IV sempre aggiornato e saluti, musicalmente cinematografici.

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