Posts Tagged "70esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2013"

Let’s Movie CLXXXIII

Let’s Movie CLXXXIII

Zoran, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto
Italia, Slovenia 2013, 106′

Lunedì/Monday 7
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro – RSVP at 0461 829 002
Oleotto & Battiston in sala!

E…

L’arte della felicità
di Alessandro Rak
Italia, 2013, 84′
Martedì 8/Tuesday 8
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro
Aggratis/For free

Fact-checking Fellows,

Venerdì scorso c’è stata la Notte dei Ricercatori qui a Trentoville, una ricorrenza annuale che ti fa resperare bene ― quando la speranza riempie i polmoni :-). Se avete della dimestichezza con l’evento, sapete a cosa mi riferisco. Conferenze e caffé scientifici e dibattiti e dimostrazioni ed esperimenti a cielo aperto, solo che quest’anno, a differenza degli altri anni, non in giro per la città, ma tutt’insieme appassionatamente al MUSE.
Per i non-trentini che ci seguono su questo canale ―e per i trentini non informati dei fatti― il museo, e il quartiere de “Le Albere” disegnati dal Senator Renzo Piano (e lui non decade, ih ih ih…) sono stati e sono al centro di polemiche sin da quando la prima ruspa ha azionato la prima benna nell’area ex-Michelin. Un progetto così ambizioso e PERICOLOSAMENTE mind-opening e revenue-generating poteva lasciare il trentino medio indifferente? Certochennò, Board, cheddici. Ora, il trentino medio, che probabilmente venerdì 23 è venuto a curiosare alla Notte dei Ricercatori per pura curiosità oppure, verosimilmente, per trovare il solito marcio-in-Normandia, s’è trovato immerso in una Normandia 100% profumo di pulito. Gente, gente, gente (divertente) di tutte le età, in fila per visitare il museo o agli stand dei ricercatori, lì a provare, digitare, non capire, o capire un po’ ―che spesso i ricercatori parlano la loro lingua, e se alcuni riescono bene a tradurre in profano quello che per loro è sacro, altri rimangono abbastanza nell’autismo-elitismo comunicativo dell’”I am geek, and I am sorry for you”. E poi storie d’idee pazze, storie d’idee rotte e poi aggiustate e diventate miliardarie. E poi, bosoni, fondi gravitazioniali dell’unverso, e poi la corte che il principe farebbe a Cenerentola nell’era dei big data…
E poi una piattaforma speciale dedicata al fact-checking che ve la devo proprio raccontare. Ora, non so voi, ma io non solo non avevo mai sentito di questa piattaforma, ma non sapevo nemmeno dell’esistenza del fact-checking ― ci svegliamo Board, o rimaniamo nel sonno della ragione a far compagnia a Goya??? Il fact-checking è la cosidetta verifica dei fatti, e c’è questo sito https://factchecking.civiclinks.it/it/, che ti permette di mettere in discussione la veridicità di “una notizia o una dichiarazione che credi sia falsa, imprecisa, dubbia, e se il fatto pubblicato in rete sia sbagliato”. È un cosiddetto media civico, uno strumento con cui ogni singolo web-cittadino può contribuire all’attendibilità dei fatti e all’accuratezza delle informazioni. Pensate a quanti dati ―big data, per dirla col Principe Azzurro del nuovo millennio― sono disponibili online oggi. La pratica di correggere o smentire un’informazione sbagliata, se ci pensate, è un gesto etico di responsabilità del singolo nei confronti della collettività. E non è un caso che un sito legato al fact-checking riecheggi il Talmud nello slogan “Chi salva un fatto, salva una vita intera”.
Che si sia sentita la necessità di creare un web tool per navigare e diffondere questa pratica testimonia l’esistenza di una parte di umanità sana che crede alla tutela della scrupolosità e alla cooperazione per il bene della community.
Per contrasto “Via Castellana Bandiera” testimonia l’esistenza di una parte di umanità malsana capace di lucrare su una situazione d’impasse, di sospendere qualsiasi gesto vòlto a sciogliere la situazione ma anzi, a cercare di perpetrare lo stallo.
Vi do il quadro per farvi comprendere meglio il contrasto.
Estate. Intrico di vicoli di Palermo. Due donne (coppia in crisi) procedono in una stradina molto stretta, Via Castellana Bandiera. In senso contrario arriva un’altra macchina, guidata dalla vecchia Samira, con a bordo la famiglia Calafiore. Impossibilitate a proseguire, le due macchine si bloccano, muso-contro-muso, e nessuna delle due guidatrici cede il passo. Il muso-contro-muso diventa il testa-contro-testa di Rosa e Samira. E fin qui, bene. Cioè male: le regole del vivere civile vorrebbero che una delle due facesse retromarcia e passare l’altra. Ma non è tanto il bonton del codice della strada a impensierirci ―io stessa non sono una guidatrice modello, pur essendo un modello di guidatrice ;-). Impensierisce invece la manipolazione della situazione da parte della famiglia di Samira, che organizza un giro di scommesse sul “chi cederà per prima?”.
Ma c’è altra carne al fuoco: il film è tremendamente metaforico, e varia al variare dell’occhio che lo guarda. Si determina allora una plurimia (ma esiste??) di reazioni multi-prospettiche, che abbiamo riscontrato anche nel post-proiezione tra i Moviers, e di cui si dirà in seguito.
Abbiamo queste due donne caparbie che fino all’ultimo non cedono, che non accettano compromessi, e che possono rappresentare un po’ la determinazione a portare avanti una propria posizione in un oggi orientato ai quotidiani trasformismi, al cedo-facile; ma possono rappresentare anche due silenzi pieni di storie difficili, come quelle delle due donne. Ludwig Wittgenstein diceva “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. E forse questo loro silenzio non è solo una questione di principio, ma è una scelta che dice quello che non possono o non devono dire… È una grammatica diversa, la loro. Per questo risulta difficile leggerla e comprenderla. Ma possiamo provarci…
E c’è una società umana marcia nei comportamenti e negli intenti, altroché Normandia. Vicini che si scannano, generi abominevoli. Mi sono portata a casa una scena del film, che mi ha perseguitato anche il giorno dopo. A un certo punto la famiglia si trova a tavola a mangiare. Spaghetti al nero di seppia, la ricetta è importante. Il pasto è divorato con foga animalesca, senza alcuna gioia per il cibo o l’atto condiviso. E’ uno scempio che si consuma a tavola. Un minuto, forse meno, di pura animalità. E capirete, la tenebra unta attorno alle bocche dei commensali non è semplice nero di seppia…
Tremendamente metaforico, “Via Castellana Bandiera”, già. Come i cow-boys che si sfidavano nei film di Sergio Leone ―da cui per altro la Dante riprende apertamente la geometria scenica del duello fra le due donne― non si tratta di uno scontro “piccolo”, particolare. Non è un cavallo rubato o semplice ingorgo stradale. Allora cos’è? È l’io che scontra un altro io. E il conflitto porta a uno scioglimento, che può essere, come in questo caso, hegelianamente positivo ―dopo tesi e antitesi, sintesi. La strada allargata nel finale e la macchina che scivola in un dirupo, e tutti gli abitanti del quartiere che (s)corrono verso di noi (=che siamo prospetticamente il dirupo) potrebbero alludere a una liberazione finale. Dopo il momento di massima entropia, colto attraverso la distopia dello sguardo che rimpicciolisce la strada e che riflette una mente concentrata sulla piccola disputa, dopo l’acme in cui la tensione raggiunge il parossismo, e dopo il sacrificio di uno dei due eroi (Samira), ecco che la strada piano piano si allarga, e la vita (=la gente) si fa fiume e torna a fluire.
L’effetto fisarmonica della via, che da stretta stretta si fa larga larga, e il film in generale, sono stati al centro di un micro-dibattito vivace e sanamente sconclusionato, che ha visto coinvolti tutti i Moviers presenti. L’Anarcozumi, finalmente tra noi dopo aver passato un weekend con l’ottantenne regista Montaldo e consorte (non è che la Zu passi il weekend a riempire di fagioli le cartelle della tombola eh); la Fellow Francesca-ae.f. che da sicilana di Sicilia qual è ha beneficiato di una prospettiva “insider” anche a livello di comprensione linguistica grazie alla feature incorporata “Je m’en fous des sous-titres”; il WG Mat che ha mal sopportato tutto il film, maturando un mood müller anche se il Board non ha ceduto al “fate l’amore con il rancore” ;-); and last but not least, Maria, una Movier nuova nuova baby baby, che s’è gettata da sola in Lezmuviland (e sapete quanto io vada pazza per questi gesti di coraggio estremo!): sarà la nostra Movier More, per via di un cognome che è uno scontro tra piccoli frutti italiani ed ennesime potenze inglesi. 🙂
Comunque vi riporto giù nel Movie Maelstrom il commento della regista, che offre una bella interpretazione dietro l’effetto ottico della strada: come vedrete, si discosta dalla mia, ma va bene così, le interpretazioni contano tutte, del resto il mondo è bello perché valgo ehm vario… 🙂

Anche questa settimana Let’s Movie fa la festa alla Settimana della Critica 2013 e va di doppietta.
Nel primo tempo…

Zoran, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto
Italia, Slovenia 2013, 106′

E nella ripresa….

L’arte della felicità
di Alessandro Rak
Italia, 2013, 84′

Dato che per “Zoran, il mio nipote scemo” è prevista la presenza in sala del protagonista Giuseppe Battiston e del regista Matteo Oleotto (frutto della partnership Mastro&Zu), e si prevede il sold-out, il Mastro esorta il mondo lezmuviano a prenotare! E il mondo lezmuviano prenoterà 🙂

Quanto al film d’animazione “L’Arte della felicità“, ho visto qualche fotogramma e posso dirvi che è ambientato in una Napoli dai lineamenti quasi chernobylliani, l’opposto della cartolina che riceviamo regolarmente dalle regioni del cliché, quindi assolutamente da vedere. Lo propongo anche per contribuire a smantellare la falsa idea che vede l’animation come un genere cinematografico inferiore o comunque per bambini rispetto ai lungometraggi “normali”. Dalle opere (d’arte) di Miyazaki passando per “Persepolis” e “Valzer per Bashir”, l’animation movie si dimostra un linguaggio cinematografico con una dignità espressiva pari a quella del girato classico ― e speriamo che questo tolga il müller dal mood del WG Mat 😉

Okay, ora vi aspetta un Movie-Maelstrom abbastanza volumetrico. Del resto non mi sono pervenute specifiche riguardanti limiti strutturali dello spazio, quindi io m’allargo.
Ringraziandovi dell’attenzione, e scusandomi per l’onta che vi faccio nel copiaincollarvi ben DUE riassunti (sì, sono perseguibile penalmente), vi aspetto domani e martedì e vi mando dei saluti fattualmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board


MOVIE-MAELSTROM
– “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, eccovi le parole di Emma Dante sul film:

Il luogo fisico è anche il luogo mentale del film. Abbiamo girato a Palermo, in una strada reale, via Castellana Bandiera, dove ho vissuto per molti anni, sino a poco tempo fa. Sono stati aggiunti alcuni elementi scenografici tra cui un muro che delimitava da uno dei suoi lati il budello della strada. Il muro lentamente e progressivamente si apre rendendo man mano la via più larga. I cambiamenti visti in sequenza sono impercettibili, solo progressivamente si nota in maniera plateale che la strada si è allargata. Nonostante lo spazio si apra dichiarando la possibilità di sciogliere l’ingorgo e procedere, il comportamento dei personaggi non cambia, per loro la via larga o stretta è la stessa cosa, perché l’ostacolo è nelle loro teste e il fatto di non spostarsi una questione di principio. Nella mia Palermo, tra il documentario e il sogno, ho immaginato un altrove dove rifugiarsi: un luogo intimo, familiare e rivelatore. Questo luogo, questo altrove ci è molto vicino, ci chiama in causa come testimoni oculari di una storia privata, e in fondo ci appartiene”

E ora delle considerazioni sparse che potrei intitolare “4 film in 7 giorni”, riecheggiando la coppia Verdone-Villaggio… 😉

Consiglio la visione di “Bling Ring”. Non sarà il best-of della filmografia della Coppola, non ve la racconto. Ma secondo me vale la pena, se non altro per osservare ancora una volta la vacuità della teenegeria americana alle prese con il bling-bling, e la scintillante, vuota rincorsa all’apparire a tutti i costi, emulando miti senza nulla di mit(olog)ico, come il duo Lindsey Lohan&Paris Hilton, e scordandosi completamente dell’essere, proprio e altrui. Per chi è stato a Los Angeles poi ― e chiamo a rapporto i miei Guys from L.A. e l’Anarcozumi― l’innarrivabile tresh travestito da posh immortalato nel film risulterà potentemente familiare… 😉
Voto: 7+

Sacro GRA” invece, mmm, ni, non mi ha convinto… Mi aspettavo qualcosa di meglio, sicuramente influenzata dalla vittoria del Leone d’Oro… Credevo di trovarci più poesia, o per lo meno qualcosa che lo distinguesse dal documentario classico (il Leone l’avrà vinto per qualcosa, o no??)…Invece ho trovato delle storie di vita quotidiana, di realtà difficile, o semplicemente squallida, e senz’altro commoventi nella loro piccola mediocrità, ma non poetiche…Mi piacerebbe tanto sentire l’opinione dei Moviers che l’hanno visto… All’Honorary Member Mic per esempio è piaciuto, e anche alla Zu… 🙂
Opinioni sul Baby Blog most welcome!
Voto: 6–

Mi aspettavo gran peggio con “Gli anni felici” e invece, pam, del meglio 🙂 Il film si lascia guardare, a tratti fa pure ridere, Stuart&Ramazzotti (Kim Rossi & Micaela, Rod e Eros li lasciamo a cantare eh) sono davvero bravi e il fatto che la storia raccontata sia la storia autobiografica del regista, be’ influenza non poco sulla simpatia-empatia nei confronti suoi e del film.
Voto: 6+

ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO: Paolo, quarant’anni, inaffidabile e dedito al piacere del buon vino, vive in un piccolo paesino vicino a Gorizia. Trascina le sue giornate nell’osteria del paese e si ostina in un infantile stalking ai danni dell’ex-moglie. Un giorno, inaspettatamente, si palesa suo nipote Zoran, uno strano sedicenne cresciuto sui monti della Slovenia. Paolo dovrà prendersi cura del ragazzino e ne scoprirà una dote bizzarra: è un vero fenomeno a lanciare le freccette. Questa per Paolo è l’occasione giusta per prendersi una rivincita nei confronti del mondo. Ma sarà tutto così facile?

L’ARTE DELLA FELICITA’: Due fratelli. Due continenti. Due vite. Una sola anima. Sotto un cielo plumbeo, tra i presagi apocalittici di una Napoli all’apice del suo degrado, Sergio, un tassista, riceve una notizia che lo sconvolge. Niente potrà più essere come prima. Ora Sergio si guarda allo specchio e quello che vede è un uomo di quarant’anni, che ha voltato le spalle alla musica e si è perso nel limbo della sua città. Mentre fuori imperversa la tempesta, il suo taxi comincia ad affollarsi di ricordi, di speranze, di rimpianti, di presenze. Prima o poi la pioggia smetterà di cadere ed il cielo si aprirà. E da lì verrà la fine. O tornerà la musica.

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Let’s Movie CLXXXI

Let’s Movie CLXXXI

VIA CASTELLANA BANDIERA
di Emma Dante
Italia, 2013, 90’
21:15/9:15 pm
Martedì 1/Tuesday 1
Astra/Dal Mastro

Malevic Moviers,

È al “Quadrato nero” che penso quando esco dal cinema, martedì. Lo penso fra me e non lo dico, mi si prenderebbe per matta più di quanto non si faccia già 🙂
Non so se lo conoscete, “Il quadrato nero” (o “La vittoria sul sole”) di tal genio Kazimir Severinovich Malevic. E’ un quadrato nero ― facile farvelo immaginare, non c’è nemmeno bisogno che mi avvalga dell’abusata linkabilità. Questo artista non è conosciuto tanto quanto Kandinsky, Duchamp, e avanguardisti vari, per questo forse non lo conoscete. Ma credetemi quando vi dico che ha segnato una svolta nella storia dell’arte tanto quanto Fontana con i suoi sbreghi, o Picasso e le sue facce sbilenche.
Why Malevic? Perché martedì nel mio marmittone emozionale, dove tutto si mescola tracciando strane associazioni mentali, ho abbinato il film al quadro. Wong Kar-wai&Malevic, two peas in a pod, come si dice a Fregene. 🙂
A livello superficiale, livello studioaperto, l’associazione trova una facile spiegazione: “The Grandamaster” e un quadrato nero perché lo guardi e quello che vedi è il buio totale! 🙁
Fortunatamente noi perlustriamo altri gradi, non ci fermiamo al piano (Italia) uno. Dietro, anzi dentro, il Quadrato Nero di Malevic (1913) è scritto tutto il futuro dell’arte che sarebbe arrivata dopo: Rothko, Mondrian, Kounellis, Manzoni (non Alessandro, Piero): come avere sotto gli occhi un codice che contiene tutto quello che sarà. Dentro “The Grandmaster” c’è tutto (o comunque tanto) di quello che l’universo delle arti marziali contiene dal punto di vista filosofico. Il comune denominatore tra i due è la decifrabilità.
Prendete un tizio qualunque che vive nel 1914, abituato a paesaggi e nature morte, che si trova davanti un quadro completamente nero. Ora prendete una tizio qualunque che vive nel 2013 e che ha zero dimestichezza con il mondo marziale (tipo Board, per dire) e piazzatelo davanti a un’opera che parla di arti marziali ma parlando in realtà di tutt’altro… Ecco, quei due avranno la stessa reazione di spaesamento, di “ma-che-cavolo-sto-guardando?”.
“The Grandmaster” crea questo tipo di ostranenie (come diceva Sklovskj, Viktor mi pare). Sei consapevole di non guardare un semplice susseguirsi di combattimenti corpo-a-corpo ―per altro spettacolarissimi, e d’una grazia coreutica rara― ma non sai di preciso quello che stai guardando. Manca il codice. Come al tizio del 1914 davanti al quadrato nero.
Secondo il WG Mat, che non poteva proprio ignorare il richiamo “Hoooong Koooong”, la comprensione del cinema orientale, e nello specifico quello che ha per oggetto protagonista le arti marziali, necessita di una forma mentis diversa dalla nostra. E per una volta ―UNA :-)― ha ragione da vendere! Noi applichiamo delle leggi di causa-ed-effetto, siamo dominati da aspettative narrative tipicamente (imperialisticamente?) occidentali ―la storia da A a B, la causalità. Quando siamo difronte ad opere (in questo caso film) che procedono per linguaggi governati da dominanti altre rispetto alle nostre, che confidano nell’evocazione e nell’inferenza associativa più che nella deduzione logica, ci ritroviamo a correre dietro all’opera/film, sperando di acciuffarne il senso ―se non proprio tutto, almeno uno scampolo… Questa è stata la mia esperienza: alla fine sono uscita stremata ―Robin e il Mastro non hanno potuto fare a meno di notarlo… Ma sapete com’è, la bellezza struggente (di)strugge, e io accetto lo scotto e lo pago volentieri. 🙂
Anche le mie valorose Moviers sono rimaste abbastanza provate, ma non hanno dato cenni  di cedimento (gran tempra!):  la Movier Marie Thérèse l’Imperatrice ― che ho rivisto con gioia re(g)almente maxima, e che ringrazio anche per aver agito da ambasciator-non-porta-pena-bensì-liquirizie-rosse; la Movier Mailena ― ma dovrei dire Mailena in Capone, vista la sua nuova identità in cui Al non c’entra, ma il suo recente matrimonio sì :-); e la Fellow Chocolate ― che per l’occasione sol-levantina ha lasciato la boutique “Chez MART” e si è rifornita “Chez Kenzo”.
Se noi abbiamo arrancato non poco, il WG Mat, che di cinema orientale ne sa QUALCOSINA più di tutta la sala dell’Astra messa insieme, meditabondava, rigirandosi in testa quei codici verso i quali noi, famigerate boccheasciutte in fatto di cinema orientale, guardiamo con occhio sognante…
Come dicevo, la trama racconta il film di Kar-wai tanto quanto la lista della spesa di Caravaggio racconterebbe la sua pittura… Ridotta ai minimi termini: c’è lui, Ip Man, futuro maestro di Bruce Lee, che viene dal sud della Cina ed è per una certa tecnica di Kung-fu (non chiedetemi quale); c’è lei, Gong Er, figlia di un altro grande maestro di arti marziali della Cina del nord, che segue un’altra tecnica di Kung-fu (questa la so, i 64 palmi) e viene sconfitto da Ip Man. I percorsi di lui e di lei si incrociano nel paese natale di Ip Man, Foshan, all’epoca dell’invasione giapponese del 1936, incrociando scuole di Kung-fu diverse, amore, rivincita, e non aggiungo altro…. Questo è la trama, di massima. Letta? Ecco, ora aprite il dimenticatoio e gettategliela dentro. I fatti, a voler vedere, contano poco nell’economia del racconto. I veri protagonisti sono questi corpo-a-corpo esteticamente leggiadri eppure violenti, micidiali, che si fanno forieri di tutta una filosofia di vita (e morte) che porta l’atto fisico a livello gnostico. Non è le combat pour le combat, per dirla con l’estetismo. E’ il senso profondo iscritto nel Kung-fu, il cui scopo non è fare del male o vincere sull’avversario o esercitare il corpo, ma è far esercitare ed espandere la mente (ma allora anche Lez Muvie è un’arte marziale!!).
Leggo che il Kung-fu dovrebbe portare a una condizione simile allo Zen e che chi lo pratica in realtà cerca l’armonia con l’avversario, non il conflitto. Anche qui, vedete quanto è difficile, per noi, penetrare questo concetto? Noi partiamo dall’assioma gioco-di-mano-gioco-da-villano, non possiamo concepire che un combattimento sia in realtà una chiave d’accesso a una dimensione di pace. E se non capiamo questo, immaginate quanto complesso possa essere capire un’opera scritta attraverso questo linguaggio..
Dal punto di vista stilistico, “The Grandmaster” è un album ― e degli album ha la stessa forza nostalgica. Il regista blocca alcuni momenti salienti dell’epos ―perché “The Grandmaster” è epica ed epico― e li trasforma in vere e proprie fotografie ― bianco e nero, seppia, le distinguiamo immediatamente. Questa e varie altre scelte, come l’utilizzo di certi colori (il film sarebbe una seta argento, dovessi descriverlo in forma di tessuto), il senso di sospensione che si avverte, la palese citazione a Sergio Leone attraverso il tema principale e struggente della colonna sonora di “C’era un volta in America”, contribuiscono alla costruzione di un universo mélo sprofondato nella riminiscenza e nella nostalgia. C’è un che di melanconico proustiano nel film, e un gran discorso attorno al rimpianto, un tema alquanto tabù nella società occidentale: si tende a non confessare il rimpianto dacché implica un errore di giudizio e un lucido riconoscimento del medesimo (un po’ come Fonzie che non riusciva a pronunciare “Ho sbagliato”). Il film di Kar-wai muove in controtendenza e dice il non-detto; Gong Er a un certo punto confessa a Ip Man: “La mia vita è piena di rimpianti, e meno male. Una vita senza rimpianti è noiosa. Non mi vergogno a dirti che mi sarei presa cura di te. Ti ho amato”. Sentire tutto questo è doloroso per Ip Man, ma è doloroso anche nei confronti della loro storia: che avrebbe potuto andare in un certo verso, e invece ha preso un’altra direzione. C’è del dolore (tanto) nel riconoscere le occasioni perdute. Wong Kar-wai lo sa e lo scrive utilizzando immagini-dipinti d’una ricercatezza tale che a tratti sconfina forse nell’eccesso, ma che in genere testimonia la sua maniacale ricerca della perfezione scenica e fotografica ―ha dichiarato di aver pensato il film per 16 anni (16!) impiegandone poi 5 per realizzarlo… E bisognerebbe dedicare almeno un paragrafo ad ogni pensiero, ad ognuna di quelle verità filosofiche, che vengono proposti. Ma come si fa? Voi poi mi vi ribellate… Allora ne riporto solo due, e come il film, lascio a voi l’onere di interpretarle
“Perché se l’amore è come gli scacchi, allora vuol dire che un pezzo rimane fermo mentre l’altro deve necessariamente muoversi”. (paura…)
E queste sono parole di Bruce Lee, su cui per altro il film si chiude: “Un artista marziale non vive per. Semplicemente vive”.
Un certo Jean Paul Sartre strizza l’occhio, laggiù…

Quanto ci sarebbe ancora da dire?? Troppo, e noi abbiamo una piccola media impresa da mandare avanti, quindi lasciatemi prendere la macchina aziendale e impostare il navigatore su

VIA CASTELLANA BANDIERA
di Emma Dante

Il film, lo sapete, ha suscitato plausi e applausi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Ha inoltre valso la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile a Elena Cotta, ottantenne vispissima e di gran talento ― pensate affiancarle Geraldine Chaplin ed Emmanuelle Riva (quella di “Amour”) e fare una versione “geronto” delle Charlie’s Angels… Il trio Liu-Diaz-Berrymore finirebbe dritto dritto in mobilità…
Non mi pare necessario aggiungere altro per convincervi che “Via Castellana Bandiera” non è un film, quanto un imperativo categorico, and you Kant ignore it 😉 Quindi, without further ado, come dice Emenim-mon-amour**, vi lascio riflettere sul total-black maleviciano, vi ringrazio (oggi tanto tanto, sono stata un sacco philippedaverio con il total-black maleviciano), vi impongo il Movie-Maelstrom pieno di cine-goloserie, vi dispenso dal riassunto e vi saluto con dei saluti suprematisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** http://www.youtube.com/watch?v=IdS3WVYr834 …a voi trovarlo 😉 (and Mic, enjoy :-))

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dunque visto che questa settimana entra in vigore la legge “O troppo o nulla”, alias “O 1000 film da vedere o zero” a seguito del quale il decreto “Austerity” dell’estate 2013 decade ufficialmente , avrei bisogno di quintuplicare la programmazione lezmuviana! Dal 30 settembre all’8 ottobre il Mastro e lo Smelly ospitano infatti la 6a Edizione delle Giornate della Mostra, una selezione di film tratti dalla 28ª Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia.
Consultate il programma qui http://www.crushsite.it/it/notizie/avvisi-comunicati/2013/le-giornate-della-mostra-6a-edizione-la-settimana-della-critica-a-trento.html e servitevi pure! 🙂 Non escludo di scegliere qualche titolo per un prossimo Let’s Movie ― anche se il prossimo, ve lo anticipo, sarà “Sacro GRA”. 😉
Per questa settimana però mi accontento di raddoppiare la nostra programmazione lezmuviana: DEVO/DOBBIAMO vedere assolutamente “Bling Ring” di Sophia Coppola, prima che lo Smelly Modena detto anche il Marrano lo tolga…
Quindi per chi volesse servirsi doppia porzione lezumiviana (slurp), e vedersi la Coppola con me, mi troverà allo Smelly Modena, domani, lunedì 30, intorno alle 21:59… Chissà, magari qualcuno di voi è un cine-ghiotto come me e proprio proprio non può resistere alla tentazione… 😉

VIA CASTELLANA BANDIERA: Palermo, domenica pomeriggio. Due auto si trovano una di fronte all’altra; alla guida, due donne. Nessuna delle due intende cedere il passo. Da questo incontro minimo, un intero cosmo di relazioni, famiglie, sentimenti, si prepara a esplodere, testimone di un duello femminile ostinato e senza tempo per bere, mangiare o dormire, che arriva alla notte, e forse oltre. Il debutto al cinema di una firma di punta della scena teatrale europea.

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Let’s Movie CLXXIX

Let’s Movie CLXXIX

L’ARBITRO
di Paolo Zucca
Italia, 2013, 90′
Martedì 17/Tuesday 17
21:30/9:30 pm
Astra/Dal Mastro

Marcovaldi Moviers,

Che sarebbe giusto giusto bastato un filmetto dignitoso, un “Vuoti a rendere” o un “Alì ha gli occhi azzurri”, non un “Confessions” o un “Pietà”, uno mica va a scomodare i mostri (sacri) dell’ultima cinematografia vissuta, uno mica vuole la luna come berTciava la Berté. Ci facevamo andar bene anche una di quelle pellicoline non troppo pretenziose, ma che ti stuzzicano la voglia, tipo “Pollo alle prugne”, “La bicicletta verde”. Anche mediocre, via, un “Mammuth” qualunque. Tutto era talmente paradisiacamente celestialmente da trip post-mescalina che avrei accettato anche la monotematicità ozpetekiana (be’ insomma, andiamoci cauti con quella…). Ma certamente non poteva andare così. Che tutto non può essere perfetto, mai, non può esserlo per via dell’umano esistere, che si sa, è un cencio di sete rattoppate.
E lo so già da subito, lo so che tutto quello in cui m’imbatto lunedì sera dal Mastro è troppo dela serie “Eccoti nel paese dei balocchi, Board, welcome”. Lo so già da quando il Movier TT, collasssato sul divano dopo una giornata provante, trova il fegato e la forza e la follia di arrancare fuori casa, salire in macchina e dirigersi all’Astra. Lo so quando trovo il Mastro e la Lady Mastrantonio sul limitare del bancone, coordinati come un direttore e un’orchestra, e ci scambiamo delle chiacchiere, facciamo le pulci alla Mostra del Cinema di Venezia, cassiamo Caio e tifiamo tizio. Lo so quando vedo la Fellow Chocolate che voleva vedere “L’intrepido” e ha sintonizzato il desiderio sulle frequenze di Radio Lezmuvi in modo da vederlo insieme a noi, e lei, la Fellow, ha un vestito che secondo me è un Depero ―non gliel’ho detto ma appena l’ho vista ho pensato, la Chocolate si rifornisce al MART, quell’azzurro su quel verde è un Depero, sure as hell :-). Lo so quando vedo il Fellow Andy the Candy sbucare dalla porta, come il Cappellaio Matto di Alice, ma senza cappello, facendomi sopreson sorpesona perché mica me l’aveva detto che sarebbe venuto ―e io penso fra me, questa è la specialità dei Moviers, essere dei cavolo (enfatico/giammai scorbutico) di Cappellai Matti. 😉
Lo so quando il WG Mat arriva sul filo del rasoio, che non è il suo nuovo mezzo di trasporto, ma la sfida lanciata ogni volta all’orologio, che ogni volta riesce a vincere, bucando il buio della sala. Sfida raccolta anche dal Sergente Fed FFF, per il quale ormai il last-seconding è diventato disciplina prediletta –con grande stima di quell’early-bird che è divenato il Board. Lo so quando il Mastro mi concede l’onore di fare play (MAMMAMIA!!), e per me fare click col mouse su un tab non è fare click col mouse su un tab: è prendere la pellicola farla scorrere nel supporto del proiettore, e siamo esattamente nel 1920, la Guerra è finita da un po’, e io sono il garzone tuttofare del Cinematografo Astra, ho la testa fra le nuvole tutto il tempo, vesto come Charlot non per stile ma per stenti, e guardo i cinegiornali dal bugigattolo dell’Astra bisbligliando commenti al vetriolo con il bisnonno del Mastro. 🙂
Insomma, faccio play (ribadisco infinita riconoscenza al Mastro per avermi permesso di rischiararae il buio della sala con la luce dell’arte), e siamo in sei della squadra lezmuviana. Sei in un lunedì sera, con solo un giorno di tempo per organizzare l’agenda settimanale. Sei, faccio notare, è un risultato da qualificazione ai quarti, come dicono i linguisti dello sport. Quindi lo so che mi devo aspettare stormi d’uccelli neri, giusto questione di tempo.
E infatti, eccheteli lì…Sono bastati 4 minuti. Quelli che precedono i titoli di testa. Il film muore lì, prima di nascere. Si può scrivere e dire tutto in quattro minuti? Sì, risponde Gianni Amelio. In quello spazietto lì capiamo tutto del personaggio, Antonio Pane. Già il cognome basterebbe. Buono come il. Di mestiere Antonio fa tutti i mestieri: sostituisce i lavoratori che non possono presentarsi al lavoro. “A me piacciono tutti i lavori”, commenta zuccheroso all’inizio del film, mentre massaggia ―Cristo contemporaeno col Lasonil al posto dell’acqua― il piede gottoso dello strozzino che lo assolda per le prestazioni occasionali. E lo spettatore (nel 78% dei casi un CoCoPro, un precario o un poverodiavolo qualsiasi in balia di Adecco&ManPower) ha il primo violento sussulto di nausea: no, a te non possono piacere tutti i lavori, non può piacerti pulire gli stadi o poolivaporizzare il mercato del pesce, a te non può piacere vivere costantemente nella precarietà, e se tu favoleggi la precarietà, be’ allora sei proprio lontano anni luce da me, e chi ti ha creato non aveva in testa il mondo lavorativo di oggi, ma ha saccheggiato alla grossa Calvino, ha preso uno dei suoi personaggi più riusciti, il magno Marcovaldo, e ha cercato di clonarlo, non riusendoci, giacchè Marcovaldo è unico nella sua malinconia pre-fantozziana e nel suo buffo alienarsi dalla dimensione urbana in cui si trova.
La vita di Antonio cavalca il pietismo, punta alla parabola del povero cristo calpestato dal mondo che, nonostante i 43 pianta larga del mondo piantati in faccia, affronta la vita con il sorriso sulle labbra da “sempre GRATO mi fu quest’ermo colle”.
Antonio ha pure un figlio, talento del sassofono, con cui ha un rapporto da 9 in graduatoria Raffaelemorelli ―un figlio buono anche lui, con qualche attacco di panico qua e là, e quel tocco di tormentato per distinguerlo dal buono tout-cour del padre. Poi naturalmente non poteva mancare la tragedia: Antonio stringe amicizia con una ragazza depressa che fatica apparentemente a sbarcare il lunario. In circostanze funeree ―indovinate un po’ quali mai potranno essere, le circostanze funeree, con lei perennemente sull’orlo di una crisi di nervi?!― si scoprirà essere Sharon Zampetti sotto mentite spoglie (Sharon Zampetti, per chi non ne sapesse di Terza C, sta per “rampolla di ricca famiglia”).
E la nausea monta e monta: un conto è leggere il Libro Cuore quando hai 12 anni, un conto è ritrovarti davanti la versione cinematografica 2013 della piccola vedetta lombarda e del piccolo scrivano fiorentino…Ed è un gran peccato, lo si diceva anche con il Movier TT (che non mi perdonerà mai per averlo sottratto al divano per vedere questo! :-().
Viviamo un momento storico in cui il riciclo è diventato un’arte: oggi riesce chi riesce a ricollocarsi nel mondo del lavoro, ovvero, prendere quello che ha studiato e sognato di fare da giovane e cercare di pigiarlo il più possibile dentro gli schemi rigidi che il presente lavorativo ti propone/impone. La figura del rimpiazzo, del tappabuchi, è una fanta-perversione professionale che potrebbe inquietantemente trasformarsi in realtà. Investigare (e investire) cinematograficamente su questo, anche attraverso un personaggio comico, avrebbe potuto riservare felici sorprese… E invece, ciccia…
Dicevamo la settima scorsa che un film non dovrebbe permettere al mio reale di penetrare il reale della storia. Be’, io non solo ho pensato a Tokyo 2020 e pure all’ipotesi di Roma 2024, alle tasse record ottobre 2013, alla Posta che mannaggia il giorno dopo mi chiudeva troppo presto, ma sono arrivata a un certo punto in cui avevo un unico desiderio che mi martellava in testa: Antonio, diventami bastardo, please! Anche poco eh, uno sgarbo, una cartaccia buttata per terra. Qualsiasi cosa pur che ti levi dalla faccia quell’aria da Vergine addolorata di Castelpetroso.
L’intrepido del titolo ovviamente è lui Antonio Pane, eroe-antieroe dei nostri giorni perché in grado di accettare tutto quello che arriva, bello, brutto, non importa, sempre con il “sorriso sulle labbra”…Bah…Io non azzarderei facili e fuorvianti classificazioni…. Il CoCoPro che accetta clausole strozzine e poi s’inKazza è trepido o intrepido? E il talento che zittisce la propria indole e si piega alle necessità del mercato?
L’elogio del capo chino strizza l’occhio all’apologia del pugno chiuso…

Mi spiace per Albanese, che tanto ci piace, e che qui purtroppo ci dispiace troppo.
Mi spiace pure per Charlie Chaplin, immeritatamente scimmiottato in una scena gratuita e ridicola che voleva omaggiare “Tempi moderni”.
A Gianni Amelio consiglio di rivedere “Giorni e nuvole” e “Qualunquemente” per prendere visione del giano bifronte Albanese in due contesti opposti dove si parla di lavoro. E poi aggiungo, ‘Ah Gia’, ma chemmmai combinato stavolta?!?” 🙁
Speranzosi pel futuro, vediamo di riprenderci e proporre

L’ARBITRO
di Paolo Zucca

Ma da quanto tempo è che non ci si beccava con Stefano Accorsi al cine?? Escludendo i soliti ultimi baci e romanzi criminali, dico… Mmm, fatemi frugare tra i minori degni di massimorispetto…”Santa Maradona”, “Provincia meccanica”, senz’altro, e anche quello in cui lui era Dino Campana, e lei (Laura Morante) Sibilla Aleramo…”Un viaggio chiamato amore” (peccato per il titolo). E naturalmente il Maxibon, che anche quello era un po’ cine.
Il film è stato presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e io lo propongo per il bianco&nero…
No scherzo..
Lo propongo perché gli unici altri arbitri della storia del cinema che mi vengono in mente sono Lino Banfi e Lando Buzzanca, e mi piacerebbe sostituirli…
No scherzo…
Lo propongo perché di sì.
Mi sembra una motivazione sufficientemente motivante. 🙂 🙂

Alla Honorary Member Mic chiedo gentilmente di rispulciare la programmazione vicetina e cercare il film di Zucca per un altro Let’s Movie-in-Sync. Non dovesse trovarlo, approviamo qualsiasi forma di okkupazione cinematografica voglia organizzare ai danni delle sale venete… Be an A.C.A.B. Mic! 😉

E mi par d’aver detto tutto. In realtà ritornerei indietro e aggiungerei ancora qualcosina su “L’intrepido”, ma sarebbe come sparare sulla crocerossa e noi siamo contro le armi, pur non avendo nulla contro la crocerossa, quindi non possiamo proprio.
Allora riassunto inutile giù da basso, ma niente Movie Maelstrom (per farvi sviluppare una sana mancanza di), e saluti calvinisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

L’ARBITRO: L’Atletico Pabarile, la squadra più scarsa della terza categoria sarda, viene umiliata come ogni anno dal Montecrastu, la squadra guidata da Brai (Alessio di Clemente), arrogante fazendero abituato a vessare i peones dell’Atletico in quanto padrone delle campagne.
Il ritorno in paese del giovane emigrato Matzutzi (Jacopo Cullin) rivoluziona gli equilibri del campionato e l’Atletico Pabarile comincia a vincere una partita dopo l’altra, grazie alle prodezze del suo novello fuoriclasse.
Le vicende delle due squadre si alternano con l’ascesa professionale di Cruciani (Stefano Accorsi), ambizioso arbitro ai massimi livelli internazionali, nonché con la sottotrama di due cugini calciatori del Montecrastu, coinvolti in una faida legata ai codici arcaici della pastorizia.
Matzutzi riesce a fare breccia nel cuore di Miranda (Geppi Cucciari), la figlia dell’allenatore cieco Prospero (Benito Urgu), mentre l’arbitro europeo Cruciani si lascia coinvolgere in una vicenda di corruzione che lo porterà in un attimo dalle stelle alle stalle: viene infatti colto in flagrante ed esiliato per punizione negli inferi della terza categoria sarda.

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Let’s Movie CLXXVIII

Let’s Movie CLXXVIII

L’INTREPIDO
di Gianni Amelio
Italia, 2013, 104′
Lunedì 9/Monday 9
Ore 21:30/9:30 pm
Multisala Astra/Dal Mastro

Fermat(emi) Fellows,

Una precisione materialmente matematica per non dire geograficamente svizzera, esalta il Let’s Movie di martedì, per altro minacciato (no-togliete-una-sillaba) minato dai cambiamenti d’orario che hanno impedito a Fellows esimi quali la Junior, il WG Mat, Andy The Candy e il Movier TT di dirottare la loro serata in zona Smelly Modena ― i film alle 8 pm pagaiano contro ogni umana forma di calendarizzazione del leisure-time di ognuno di noi. 🙁
La precisione è quella mia e della Honorary Member Mic, che ce ne infischiamofrancamente della distanza TN-VI, ci sincronizziamo con sale, orari e whatsapp, e realizziamo il primo vero wow-wow-wow Let’s Movie In Sync della storia! Contro i gestori dei cinema vicentini ha funzionato la strategia “Scaring-Hell-Out-Of-Them” (SHOOT), e così la Mic ha potuto vedere “In Trance” al Cinema Roma di Vicenza (noto d’ora innanzi anche come il Romanino ―viste le dimensioni arrietty delle sale― da non confondersi con il Porno Roma, il nostro scandaloso di Trentoville) mentre noi Moviers lo guardavamo allo Smelly (semper lù).
Ora, perché mai la faccio tanto lunga su questo punto? La faccio tanto lunga su questo punto perché 1. Sono il Board, e considero la brevità una cripto-minaccia della società webbizzata affetta da crono-deficienza in cui viviamo (ollà, l’ho detto); 2. Quando esorto i Moviers sparsi in giro per l’Italia a vedere i film, il mio sincero augurio sarebbe che ci andassero, il mio sogno proibito che ci andassero in contemporanea con me. 🙂
Avevamo già avuto modo di affrontare il fenomeno flash-mob al tempo di “Rocky Horror Picture Show”, lo scorso ottobre, quando organizzarono quello abbastanza casalingo (checché cute) qui a Trentoville. In realtà i veri flash-mob, quelli “seri” e pianificati in grande, hanno come molla e motore la simultaneità in più punti del mondo: succedere in posti diversi, coinvolgendo gente diversa e lontana, ma resa uguale e vicina perché unita dalla stessa esperienza, e spinta dallo stesso “drive”. Questa modalità di espressione+condivisione mi affascina terribilmente, quindi l’aspirazione massima lezmuviana ― che ahivoi riflette le mie terribili fascinazioni 😮 ― tende proprio al sincronismo, attraverso il quale si realizza l’empatia dell’esperienza cinematografica. Al cinema, naturalmente. La dimensione della Sala, e non del salotto (!), è necessaria ― i cartelli sparsi per il pratoinglese lezmuviano dicono “No couch-potatoeing, please”, e i tuberi non c’entrano.
Ebbene stavolta io e la Mic ci siamo riuscite. Chissà che L’In-sync non prenda piede, inaspettatamente, miracolosamente…E non eravamo sole! Dopo aver incontrato per puro caso in zona Smelly il Non-Movier Marchese, noto cane sciolto amante del cine ma insofferente alle mailing-list ―insomma, un perfetto cinefilo cinofilo― e averlo introdotto al suo primo Let’s Movie, ecco già posizionata in penultima fila la Fellow Giuly Jules, che trovo in forma fit-for-fun dopo aver gestito con scioltezza il primo giorno di nido del mini-Movier Pablito ― e scusate se è poco. Lì accanto a lei, la sua mammy, che pur di accompagnare la figlia al cine, s’è persa la danza di OrienteOccidente (sicuramente pentendosene!) ― adesso, dopo averla vista, capisco da dove la Jules abbia preso il portamento… Stirpe giulia mica pe’ gniente. 😉
Dunque io e la Jules, e anche la Mic-in-sync, abbiamo apprezzato “In trance” ― il Marchese no, ma lui ha il palato complicato mentre noi siamo orgogliosamente di bocca buona. 🙂 Credo che ci sia piaciuto per via di una piacevole combinazione di ritmo e gioco cerebrale che ti tiene fisso alla poltrona e non ti lascia il tempo di pensare ad altro. Vedete, anche quello è un aspetto che un film non dovrebbe mai ignorare: mantenere il cervello occupato e il corpo in tensione. Perché quand’è che i film ci annoiano? 1. Quando lasciano il tempo alla mia realtà di penetrare la realtà del film, riportandomi agli impegni del giorno dopo, a Tokyo 2020, alle tasse record ottobre 2013, e alla Posta che mannaggia mi chiude presto e domani non arrivo… 2. Quando le mie sinapsi sonnecchiano invece di ballare la break. 😉
Il film di Danny Boyle ci è riuscito. Il ritmo incalzante batte sin dal primo minuto e non molla il film. E qui vediamo la scafataggine del vecchio-boyle-di-mare, che fin da Trainspotting, passando per Slumdog Millionaire e 127 ore, sa quanto sia cruciale la musica nell’influenzare lo scorrere di un film. Sin dal primo minuto si alternano suoni psico-drammatici e martellanti ― e forse sono loro che ti inchiodano lì ― come questo http://www.youtube.com/watch?v=KgyfAvpQDmA; visionari e baustelliani come il pezzo di Moby, http://www.youtube.com/watch?v=0JSVaSpD9xo, e brani seducenti e felini, come questo, che regalo al WG Mat e a Mario Il Menagramo, perché a loro “Sandman” sta gaimanamente a cuore, http://www.youtube.com/watch?v=GUuG1OMTRUg. 😉

La trama è avvincente, come si scriveva una volta nei temi d’italiano. Per quanto non originalissima: questo Simon (che è James McAvoy, che è il tipo di “Espiazione” e “L’ultimo re di Scozia” ― tra i due scegliete la Scozia ;-)) fa l’assistente di una casa d’aste, e il gambler a tempo perso. Per saldare i debiti di gioco accumulati, si unisce a una banda capeggiata dal boss Frank (che è Vincent Cassel, quello che fa discretamente impazzire la Jules e il Board, ma non più la Bellucci a quanto pare…tracciate voi eventuali collegamenti tra i due fenomeni… ;-)), e architettano il furto di un Goya d’inestimabile valore. Durante la rapina viene però colpito alla testa e quando si risveglia non ricorda nulla di nulla: l’amnesia ha cancellato pure il ricordo del luogo dove ha nascosto il quadro rubato. Quindi Frank lo manda da un’ipnoterapeuta, e qui, apriti cielo! L’ipnoterapeuta è una Rosario Dawson di una bellezza da attentato coronarico! C’è una scena in cui la si vede nude-look (e intendo proprio nude-nude-very nude), che secondo me ha fatto partire qualche valovola mitrale ai pochi uomini presenti in sala! Cioè è talmente tanta in ogni dove del suo corpo da non sapere da che parte orientare lo sguardo per abbracciarla tutta, complimenti a mamma Dawson (anche se però, chiamarla “Rosario”, signoramia)… E volete che un’ipnoterapeuta del genere lasci indifferenti Simon e Frank?? Of course not…
Tutto è complicato poi dai due binari su cui il film viaggia. Da una parte c’è il rimosso di Simon relativo al quadro da portare alla luce, e dall’altra c’è il suo rimosso sentimentale. E qui non posso svelarvi troppo altrimenti vi tolgo il godimento del film… Sappiate comunque che l’ipnoterapeuta è coinvolta… Così come in questo film è coinvolta la trama di  “Se mi lasci ti cancello” di Michel Gondry, a mio parere ben più di “Inception” di Christopher Nolan, a cui il film è biologicamente legato da un’affinità strutturale più che patente. Il film di Gondry e quello di Boyle condividono l’ipotesi dell’oblio come strumento di auto-salvazione da una situazione sentimentale che ad un certo punto si è (cor)rotta: la soluzione proposta è cancellare i ricordi, e con essi, l’amore e il dolore, dalla propria memoria. Ma non è così easy-easy….La conoscenza di noi stessi è strettamente legata al ricordo. E infatti a un certo punto del film la dottoressa lo dice: “Conoscere se stessi è ricordare se stessi. Noi siamo la somma di quello che abbiamo detto, fatto, vissuto e provato”. Se noi rimuoviamo, finiamo per agire di transfert in tranfert e per confondere verità e menzogna, reale e cerebrale ― che poi è quello che succede in “In Trance”.
I due film, quello di Gondry e Boyle, sono gemelli anche nella struttura a incastri che offrono e nella modalità non-lineare con cui alternano dimensione cerebrale e dimensione reale, e lo sconfinamento dei piani rappresentativi gli uni negli altri. Ma certo il film di Gondry è una piccola chicca di cinema d’autore (passato in sordina in Italia anche per colpa di un titolo dalle tinte demenziali che snatura la poesia di Alexander Pope da cui Gondry aveva preso in prestito il verso, “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” per il suo titolo). Il film di Boyle aspira forse a una profondità che quello di Gondry e Nolan raggiungono, e forse si compiace un po’ troppo dello psycho-puzzle che porge allo spettatore. C’è anche un certo lasciarsi prendere la mano nello splatter gratuito, come la scena “cerebrale” in cui un colpo di pistola spappola metà testa di Frank ― del resto, che Boyle sia sensibile al fascino dell’effetto speciale è ben noto (si veda “127 ore”), ma ci può stare. Quello che magari può non starci troppo è il ricorrere al solito espediente della botta in testa, della perdita della memoria, e delle conseguenze delle ossessioni sull’individuo ― l’amore come ossessione, il gioco d’azzardo, il danaro… Magari gli sceneggiatori potevano stupirci un po’ di più, ragionare più in termini gondryani o nolaniani ― l’invettiva di “Inception, così come quella di “Se mi lasci ti cancello” sono ben altre.
Ma sapete checcè? Io, nonostante questi limiti, lo promuovo. Anzi, lo promuovo proprio per questi limiti. Perché mi dimostra che le pagelle hanno tanti riquadri da compilare, e se da un lato posso scrivere “suff.” o “più che suff.” (con riferimento a coerenza/consistenza della trama, originalità, struttura) dall’altra opto per “distinto” e “più che distinto” (con riferimento a empatia con lo spettatore, tenuta ritmica, fun). E questo mi conferma che i film sono entità composite che non possono essere liquidati in un semplicistico “bello” o “brutto” ― nonostante le cripto-minacce della società webbizzata affetta da crono-deficienza in cui viviamo… 😉
Detto questo, per la programmazione di questa settimana andiamo a pescare direttamente in Laguna

L’INTREPIDO
di Gianni Amelio

Il film va guardato anche solo per la sua partecipazione alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia, che ha visto così pochi italiani in concorso. Amelio è Amelio, e Albanese Albanese. Talentuosi entrambi. Ci vado cauta perché se n’è già parlato molto in giro e mi appello al principio lezmuviano del Test-Then-Talk ―che si rifa platealmente al metodo sperimentale galileiano, l’avrete notato tutti no. 😉
Uh mi sono dilungata un pochino oggi ―OGGI!― quindi ora me la batto prima del vostro giustificatissimo “Buuu Board Buuu”… Però, fatemi la grazia di portarvi a casa i miei ringraziamenti, di accettare pure un salto nel Movie-Maelstromm per rendere omaggio all’Anarcozumi e alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia, di bruciare sul rogo il riassunto e di conservare questi saluti, che stasera sono teorematicamente cinematografici….

Let’s Movie
The Board


MOVIE-MAELSTROM
– “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Finalmente l’Anarcozumi è tornata da una 10-giorni lagunare di grandi soddisfazioni e grande busyness. Film in cui la Trentino Film Commission ha investito hanno incassato risultati da go-Zu-go-go-go: mi riferisco nello specifico ai 15 minuti di applausi (cioè 15) per l’ultimo film di Andrea Segre “La prima neve” girato sulle montagne trentine, che il nostro Mastro presto porterà in sala (spero!).
Ma la Mostra ha riservato grandi sorprese italiane! Come sapete, il Leone d’Oro è andato a Gianfranco Rosi con il docu-film sul Raccordo Anulare “Sacro Gra”, e la coppa Volpi per la miglior attrice femminile a Elena Cotta ― 82enne sprint, per insegnarci che c’è tempo ― protagonista di “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante. Speriamo che il Mastro li porti qui entrambi… E che magari aggiunga anche “Kill Your Darlings – Giovani Ribelli”, film d’esordio di John Krokidas sulla Beat Generation…Sarebbe too-good-to-be-true… 😉
Miyazaki non ha bisogno di premi e riconoscimenti ― per altro aveva già vinto il Leone d’Oro alla Carriera qualche anno fa. La poesia scritta nelle sue storie continuerà a volarci in casa attraverso i suoi film, che non sono “film”, né cartonianimati, sono macchine magiche che viaggiano tra l’onirico e il mondo. Il suo ultimo “Si alza il vento” la porta anche nel titolo, la poesia: un verso tratto da una lirica di Paul Valery. ‘Le vent se leve, il faut tenter de vivre‘, S’alza il vento, dobbiamo provare a vivere.
Ci proviamo, Hayao. Grazie.

L’INTREPIDO:  In una Milano nel pieno della crisi economica, il quarantenne disoccupato Antonio Pane sbarca il lunario come può: autista di tram, cameriere, muratore, Antonio sembra però non perdere mai la speranza, alla ricerca di una vita migliore. Fino a quando non gli accade qualcosa che metterà a dura prova il suo innato ottimismo.

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