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LET’S MOVIE 401 da NYC commenta “RUBEN BRANDT, COLLECTOR” di Milroad Krstić

LET’S MOVIE 401 da NYC commenta “RUBEN BRANDT, COLLECTOR” di Milroad Krstić

Fine and Mellow, Fellows and Moviers,

è una canzone della regina Billie Holliday. Credo di avervela già menzionata per via di “mellow”, aggettivo che se la vede, nella mia personale classifica multilingue degli aggettivi preferiti, con “pestifero”, “hochmutig” e “gut-wrenching”.
Quella canzone uscì nel 1939. Justin Bieber dormiva ancora nella notte dell’inesistenza, con le sue citazioni bibliche, i suoi tatuaggi molesti. La canzone è il lamento di una donna, il cui uomo è un vero mascalzone. Di più di mascalzone. The lowest man I have ever seen, specifica Billie. L’uomo più basso mai visto — basso non nel senso di tappo, nel senso morale, il ché, concorderete, è molto peggio. Il classico gagà che la tratta d’inferno — awfully. E lei se la prende pure con l’amore e dice che ti può far fare le peggio cose, le cose che sai che sono sbagliate. Però, alla fine, quando lui comincia ad amarla, lui è so fine and mellow.

Mi viene in mente questa canzone mentre cammino nel cuore di TriBeCa.
Quando si dice TriBeCa, si pensa a Bobby De Niro e al Film Festival. Ma in realtà c’è ben altro. Se SoHo per South of Houston, e NoHo per North of Houston, TriBeCa sta per “TRIangle BElow CAnal”. Canal è una lunga arteria che traccia il sottopancia di Lower Manhattan, marcando il confine sud di Little Italy e il confine nord di China Town.
È un quartiere che ricorda quella New York post-Probizionismo e pre-Second-World-War, che porta con sé case di mattoni molto elaganti, modanature Art Deco, scarpe da jazzman vaniglia e cioccolato, e donne magrissime dentro vestiti di lamè. Però, se alzate giusto giusto la testa davanti a voi, scendendo lungo West Broadway, vi svetta davanti la Freedom Tower, ai cui piedi giace, mesto, il World Trade Center. E il presente del terzo millennio spazza via il passato del ‘900.
Percorro un tratto di Varick Street, e come faccio ogni rara volta che scendo alla fermata di Franklin Street — una fermata notevole, tutta ricoperta da simil pietruzze in simil porfido multicolor — passo davanti alla Hook&Ladder 8, la stazione dei pompieri che fu il quartier generale degli Acchiappafantasmi.
È molto sciocco, da parte mia, passarci ogni volta, anche perché non c’è molto da vedere, se non due divieti che imprigionano due ectoplasmi, stampati sull’asfalto, all’ingresso.
Eppure ogni volta mi fermo e penso a Egon e Peter, sia in versione cinematografica che cartone animato. Penso alle trappole acchiappafantasmatiche che da piccola, nell’era pre-Google, avrei voluto sapere dove si potevano comprare. E se sì, come convincere mia madre a comprarmene una, per la mia salvaguardia, ma certo anche per la sua.

Mi infilo in Moore Street, una stradina che ricorda l’Europa, con quell’unica corsia, quella pavimentazione di pietre rettangolari, e soprattutto quell’andatura da strada non-americana, obliqua. Dopo miglia e miglia di graticola statunitense, l’incastro perfetto ma ripetitivo di Streets e Avenues, finalmente, una stradina che pratica la trasversalità.
Di lì proseguo un pezzo lungo la West Broadway, apprezzando non solo i 13 gradi di una sera di febbraio, ma anche l’inspiegabile assenza di traffico. Attraverso senza badare alle macchine, e guardo il susseguirsi di ristoranti eleganti illuminati a candele, e diner retrò fasciati di acciaio con le insegne al neon rosso ciliegia.
Infine eccomi sulla Sesta Avenue, davanti al Roxy Hotel.

L’edificio deve molto alla sua posizione nel cuore di un triangolo, i cui lati sono costituiti dalla Sesta Avenue, da Church Street e da Walker Street. Personalmente amo molto questo genere di forme, quei corpi architettonici che si sviluppano per il lungo, come il Flatiron Building, che parte stretto stretto, e poi via via si apre. È come un uccello: la parte anteriore sottile per bucare l’aria, e poi il corpo più solido, per dargli stabilità — il complesso finale contiene il mistero dell’aerodinamica.
Il Roxy è un edificio del 19esimo secolo, ripreso in mano e reso molto cool all’inizio del 2000. L’insegna al neon, gli inserti luci neri, le porte a due battenti in legno e vetro: Billie Holliday potrebbe uscirvi da un momento all’altro, non fosse impegnata a cantarmi in testa.

È un mio amico italiano, in città per lavoro, che m’invita ad ascoltare un po’ di musica al Roxy. Porta l’Italia con sé perché l’invito mi arriva praticamente un’ora prima dell’inizio. Una cosa che i newyorkesi non farebbero mai, nemmeno se costretti da un machete. I programmi si organizzano con largo anticipo in modo da permettere di inserire l’evento in agenda, e, congetturo, di prepararsi psicologicamente all’evento. Tutto richiede energia e commitment a New York. Ti devi mettere nell’ordine delle idee. Anche per una cosa super fun.

Sono a zonzo in zona Midtown, e non ho nulla in programma. Accetto volentieri l’invito e scendo a TriBeCa.
Per altro. Coincidenze. Una settimana fa, scopro che il Roxy Hotel non è solo famoso per la sua allure anni ’20, ma anche perché al suo interno ospita un cinema, in cui alterna la proiezione di film d’essai e successi mainstream, oltre a organizzare incontri con registi/autori e altro guduriame simile, tra cui — tenetevi forte — la proiezione della Notte degli Oscar in diretta, domenica prossima.
Sull’onda dell’entusiasmo da scoperta dell’America, mi sono prenotata immediatamente un posto: il primo anno di vita a New York ho visto gli Oscar al Samsung 837 a Chelsea, il secondo anno al Metrograph nel Lower East Side e quest’anno toccherà al Roxy Hotel di TriBeCa. L’idea è di girare quanti più quartieri possibile con la scusa di condividere la notta che celebra il cinema. 🙂

Abbiamo già detto delle coincidenze. Però, ri-passatemi lo stupore. Di tutti i posti in cui si suona musica dal vivo a New York — si aggireranno intorno ai 4000 locali, tra sale con ingressi da $200 e scantinati con probabile, se non garantito, contagio colerico — il mio amico sceglie proprio il Roxy Hotel.
Io come sempre vedo le mani magiche maneggiare dietro la mia vita, e me la rido.

Dentro, il Roxy, è persino meglio che fuori. I tavoli del ristorante sono sparsi nella sala centrale, e alcuni di loro confluiscono anche nel bar, il Paul’s Cocktail Lounge, una specie di isola più appartata, sulla sinistra, ma sempre comunicante con il mare locale fuori. Sulla destra, c’è un palchetto, ma non è un vero e proprio palco, nulla di rialzato. C’è solo un tappeto che delimita l’area dei musicisti.
In fondo, basta davvero poco per fare un palco: non serve nemmeno l’altitudine.
Le sedie, al Roxy, esistono in esemplari limitati. Si sta seduti in poltrone e divani di pelle. Il che rende la permanenza all’interno, un momento di comodità, non solo di convivialità.

Sopra di me, e questo è ciò che rende il Roxy davvero speciale, partono tutti i piani dell’albergo. È come trovarsi in uno di quei vecchi caseggiati romani, o anche milanesi, in cui, sul cortile centrale interno, davano i quattro lati dell’edificio, con le porte dei singoli appartamenti. Il Roxy funziona esattamente così. Volendo, dai balconi superiori, gli ospiti dell’albergo, potrebbero affacciarsi e guardare cosa succede giù nel cortile, popolato da tavoli e dal palco con la musica.
Sollevo ripetutamente gli occhi durante la serata, ma nessun ospite si affaccia.
Che peccato, penso ripetutamente. Io, fossi un ospite, passerei molto tempo con le braccia conserte appoggiate sopra la balaustra, il mento appoggiato sopra di loro, a sbirciare le formiche umane di sotto.
C’è qualcosa di hitchcockiano in questo tipo di struttura. Non so dire di preciso cosa, ma c’è. “Psycho” e “La finestra sul cortile” sono entrambi presenti. Forse perché nel primo, la camera d’albergo è così indimenticabile. Forse perché nel secondo, lo sguardo del protagonista — e dello spettatore con lui — fa di lui — e di noi — voyeur privilegiati e un po’ complici.
Forse anche per via di “Vertigo”.
 
I clienti sono eterogenei, e non ho modo di sapere se siano ospiti dell’albergo, oppure semplici avventori, come io e il mio amico. Aprire l’hotel ai non-ospiti è un gesto di democrazia mosso dal tornaconto economico, naturalmente. Ascolti la musica e consumi, naturalmente. Ma non c’è un biglietto d’ingresso, almeno, al piano terra.
Ho saputo che nel piano interrato c’è il Django Jazz Club. E chissà se invece lì, l’ingresso è a carico del contibuente.
Anche i camerieri sono eterogenei. Li osservo con attenzione quasi maniacale — sarà il fantasma di Hitch che mi spinge a catturare ogni dettaglio, ogni cosa possibilmente sinistra.

La cameriera che ci accoglie — quella che qui si chiama hostess — è una di quelle bellezze diesel. Diesel non di Renzo Rosso. Diesel nel senso che impiegano un po’ di tempo ad accendere il motore del vostro apprezzamento. Ma poi quando carburano, partono e chi le ferma più.
Ha la testa rasata, i capelli di circa sei millimetri. Un po’ banalmente, la chiamo, fra me e me, Sinéad O’connor — purtroppo non ci sono molte donne famose con un taglio del genere, e il Soldato Jane non mi ha mai fatto impazzire, al contrario di “Nothing Compares to You”.
Ha un viso di una bella forma, e anche il cranio — quando hai solo sei millimetri di capelli, la forma del cranio è essenziale, e fa la differenza. Ha gli occhi molto azzurri, e un rossetto opaco molto rosso. Il contrasto mi piace molto. Sono ghiotta di palloncini rossi incastrati nei rami degli alberi, fra l’azzurro del cielo. Quindi è ovvio che occhi e labbra di questa cameriera mi facciano venire l’acquolina in bocca.
Sinéad porta un tailleur da uomo, giacca e pantaloni. Grigio scuro. Nell’insieme potrebbe considerarsi molto maschia, ma quando si muove, per andare a controllare se c’è un tavolo libero, lo fa con una grazia che solo una donna — o un gay di razza — può sfoderare.
Non abbiamo prenotato — siamo due italiani dell’ultimo minuto, dopotutto. Avverto un’impercettibile contrazione muscolare sul suo viso, ma Sinéad è una professionista e, come tutti i camerieri capi-sala professionisti, reprime e annuisce comprensiva quando rivelate, colpevoli, che non avete prenotato. Sorride un po’ — non troppo, per non illuderci e poi deluderci — e in un bisbiglio, ci offre un incoraggiante “Let me check”.
Torna in un istante. Basta il suo sorriso aperto a farci capire che sì, è tornata vittoriosa.
“This way”, ci fa strada, e ci porta a un tavolo proprio accanto al palco non-palco-ma-comunque-palco.
“Have a wonderful stay”, ci vizia.
Io mi sciolgo in ringraziamenti, ma so che non la vedrò più. Lei è stata il nostro Virgilio. Ci ha accompagnato fino a un certo punto. Ora ce la dovremo cavare da soli nella commedia divina del Roxy.

Il cameriere assegnato al nostro tavolo è gay — e non occorre nemmeno più che dica, naturalmente. Lo si capisce dalla grazia, anche per lui. E poi da un certo modo di portare i pantaloni. Troppo fascianti. E dalla cordialità con ci augura “Enjoy it, guys”, quando appoggia i bicchieri sul tavolo.
Mi chiedo se notare questi dettagli, trarre queste conclusioni, nell’Occidente americano del 2019, sia consentito, oppure se io non stia infrangendo un qualche protocollo tacito ma condiviso per cui è inopportuno — vietato? — dire che dei pantaloni troppo fascianti fanno di un essere umano di sesso maschile un potenziale gay.

Sul palco-non-palco-ma-comunque-palco prende posto la band. O meglio, un trio. Tromba, pianola, e vocalist. La vocalist arriverà più o meno alla trentina e il fatto che interpreti un paio di pezzi dell’amata regina Amy Winehouse non mi deve portare a fare dei paragoni. Certo però, il vestitino attillato di pelle nera da pinup anni ’50, le scarpe con i tacchi, i capelli lunghi e corvini, la carnagione olivastra e un qualcosa nel naso che vagamente ricorda quello di Amy, potrebbero trarmi in inganno.
Poi però quando la vedo sul palco-non-palco-ma-comunque-palco, con la pancia troppo pronunciata, le gambe troppo colonne doriche — che peccato quando la gamba prosegue la sua discesa dal ginocchio al piede senza scrivere quella virgola miracolosa che è la caviglia di una donna — e soprattutto quando la vedo camminare, traballantissima, sui tacchi a spillo — che Amy non avrebbe mai portato senza plateau anti-traballo — l’ombra di Amy se ne va, e lascia questa ragazza con un certo talento musicale, ma non certo la presenza dell’originale.

Accanto al nostro tavolo, un altro tavolo. Quattro donne, oltre i cinquanta, sicuramente non di New York. Direi Vermont. Un posto con del brutto tempo, della neve, considerati gli scarponcini che portano ai piedi, e i jeans anni ’90 che portano addosso, ma senza intenti vintage o reinterpretazioni contemporanee. Semplicemente jeans anni ’90: vita alta, lunghezza corta, tessuto sbiadito.
Continuano a scattarsi selfie, ma evidentemente non bastano. Una di loro ci chiede se siamo così gentili da far loro una foto di gruppo.
Il mio amico si alza e si presta. Ora però succede questa cosa per cui una delle quattro, si sdraia — letteralmente — in braccio alle altre tre sedute sul divano. Il risultato è una specie di hotdog senza pane sopra in cui lei interpreta il wurstel.
In quell’istante penso ai posteri, e a tutte le risate che si faranno, ripescando profili Instagram da questo decennio e vedendo come ci riducevamo.
Nell’intento di rendere la posizione ancora più “sexy”, il suo piede, anzi, il suo scarponcino, urta uno dei bicchieri da Cosmopolitan — fortunatamente vuoti — sul tavolo.
Io vedo tutta la scena al rallentì. Il bicchiere rotola sul tavolino e precipita a terra. Non va in mille pezzi, ma il gambo si spezza, e i pezzi sono più o meno tre, quattro.
Io mi sento a disagio, come ogni volta che si rompe qualcosa in un negozio, o in un luogo pubblico, immaginando quella grossa mano nera che calerà dall’alto e tra un secondo afferrerà il collo del   responsabile.
Alle quattro arzille signore, non frega nulla del bicchiere, né, men che meno, della mano nera che è calata dall’alto e ora sta vagando in cerca del responsabile.
Scoppiano addirittura a ridere.

Arriva prontamente una cameriera. Come se avesse aspettato la scena e fosse stata lì, in attesa del momento.
Questa cameriera è persino più androgina di Sinéad. Certamente più magra. Le guance incavate, gli zigomi affilati. Asiatica. Lei, per me, si chiama, subito, Nikita — ci sono molte donne famose asiatiche a cui potrei pensare per il suo nome, ma il suo fare ninja, fa di lei indiscutibilmente una Nikita. Anche lei indossa un tailleur da uomo, ma diverso da quello di Sinéad. Il suo è in una fantasia Principe di Galles un po’ anni ’80, ma le dona. E il rossetto è rosso e opaco come quello di Sinéad.
Raccoglie il resti del bicchiere e non dice nulla. Ma vedo, oltre l’espressione vitrea del suo viso, che vorrebbe trucidare quelle cinque mezzane giunte da qualche monte o pianura nel mezzo dell’America giusto per farsi scattare dei selfie e diventare l’invidia delle amiche back home, facendole schiattare quando posteranno la loro serata al Roxy Hotel di New York City.
Nikita non finge nemmeno un sorriso. È il ritratto dell’autocontrollo. Anni e anni di lavoro su se stessi per non scoppiare, e trucidare.
Dopo un po’, le mezzane se ne vanno. Una di loro, mentre si allontana dal tavolino, si calpesta la sciarpa. Una bella sciarpa.
Uno scarponcino montano che calpesta qualcosa di morbido e inerme, è l’idea che mi rimarrà di loro.

La serata scorre tranquilla. La musica è quel lounge soft di qualità che si presta sia ad essere ascoltata con piacere, che ignorata del tutto per preferire il dialogo.
Riprendo la metro a Chambers Street. E mentre ripenso a Sinéad, Nikita e alle mezzane del Vermont, mi viene in mente un’altra scena che include una donna, e la affianco a loro, idealmente, sullo scaffale che dedico alla femminilità americana.

Il fatto è successo un paio di settimane fa.
Esco dal Cinema sulla 68esima e Broadway. È tardi, è freddo, sono stanca, ho voglia dei 25 gradi che fanno di casa mia, la Bali dell’Upper West.
Non presto molta attenzione al semaforo pedonale sulla 69esima. O meglio, l’attenzione la presto, ma calcolo male i tempi. Credo di farcela ad attraversare prima che quella macchina che mi guarda con quei fari ancora sufficientemente lontani per essere troppo vicini, ma non poi così lontani, si faccia troppo pericolosamente vicina.
Allora accelero il passo nell’ultimo pezzo di strada che mi separa dalla salvezza del marciapiede. Ma mi rendo conto all’ultimo, che la macchina ha dovuto rallentare, e anche, sospetto, frenare.
In America le macchine non si possono far frenare in alcun frangente, è una violazione del codice civile, non della strada. Se succede, poi succede quello che sarebbe successo di lì a qualche istante

Fra me e me chiedo scusa al guidatore al volante della macchina, un’automobile balcana, o della Russia breznevita. Una Lada. Grigio topo. Scoprirò che si tratta di una guidatrice.
Svolta a destra imboccando la Broadway, accosta al marciapiede, si ferma, tira giù il finestrino e si mette a cantarmene tante, ma tante, ma talmente tante, e con una proprietà di turpiloquio, una profusione di abbinamenti che l’orrore suscitato in me dagli insulti e dagli improperi si dissolve in meraviglia. Come un neo-genitore davanti alla quantità impressionante di cioccolato liquido defluito dal santo sfintere del proprio neonato angelico.
Ci sono situazioni in cui l’orrore dissolve, strabiliantemente, in meraviglia.

Non ho capito ogni singola imprecazione, ma credo di aver afferrato il senso.
Crazy c*nt (la lettera mancante è la U), waddafu*k were you doin’ you fu*king bitch, molti fu*k in ogni sua declinazione possibile, dal gerundio, al sostantivo, al participio presente in funzione aggettivale.
Moltissimi.

Adesso. Io sono colpevole come l’adultera del Vangelo Secondo Giovanni, su questo non c’è dubbio. E certo non esclamo chi è senza peccato scagli la prima pietra. Anzi, mi prendo tutta la pioggia di epiteti che mi rovinano addosso e che, credetemi, picchiano duro anche loro come le pietre.
Quindi, ribadisco, sono in torto. Ma questa donna, Fellows, era una furia fuori di senno.
Io camminavo sul marciapiede, lungo la Broadway, e lei costeggiava la Broadway, procedendo all’andatura del mio passo, strillando come un’ossessa fuori dal finestrino del passeggero.
A un certo punto, dopo aver ripetuto una quantità di “sorry” che credo sfiori il limite massimo di ridondanza consentito dalla legge, e dopo aver visto che la reazione della donna era veramente eccessiva rispetto al danno morale subito, ho cominciato con il “calm down” e “easy”.
Ho appreso che quelle sono due espressioni da non dire a una furia americana fuori di senno.
Ha cominciato a urlare ancora più forte, ancora più improperi. Ringrazio la cintura di sicurezza che la teneva legata al sedile, altrimenti il suo corpo sporto sarebbe stato talmente tanto sporto da uscire fuori dal finestrino, consentendole di prendermi per la gola e far di me polpette.
Meatballs.
 
Non so come sarebbe andata a finire se sul suo percorso non fosse iniziata la fila di macchine parcheggiate lungo il marciapiede, che le impediva di camminare insieme a me, lei su ruote, io su tacchi. Probabilmente avremmo percorso così i tre isolati che mi separavano dalla mia fermata della metro, sulla 72esima.
E poi, meatballs.
Vista l’impossibilità di proseguire, ha dato gas ed è schizzata via.
E lì ho avuto la riprova che era proprio fuori di sé: gli americani medi non danno gas e non schizzano via su una macchina, a meno che non siano attori dentro la pellicola di un film.
Gli americani medi guidano più o meno come i pensionati — pensionati tedeschi, quelli italiani sono pronti al Mugello.
Quindi, ricapitolando. Io avrò anche infranto il codice civile, della strada e dell’onore del sacro suolo statunitense, ma la signora aveva qualche evidente problema di gestione della rabbia.

E questa cosa della rabbia che cova, la sento, in giro. Sottoterra nella metro, sopraterra per la strada. La sento nelle file di persone in coda, che t’inceneriscono con lo sguardo se provi anche solo a sgranchirti un piede e invadi il loro spazio d’attesa. La sento forte e chiara, rossa e fumigante, come un boccone umano nella bocca di qualche dio fuori dalla grazia di se stesso.
Era la stessa rabbia di Nikita, che ha raccolto il bicchiere rotto, al Roxy. Forse era la stessa, ma in versione dissimulata, di Sinéad, verso me e il mio amico e la nostra mancata prenotazione, perché cosa vogliono questi, non sanno che in questa città si prenota tutto?

È la stessa, in linguaggio artistico, espressa dal rapper Childish Gambino in “This Is America”. La settimana scorsa, il pezzo ha vinto il Grammy per la miglior canzone dell’anno — premiazione da lui disertata, insieme a Drake e Ariana Grande, per protesta. E se voi guardate il video — guardate il video — vedete che comincia con un ritmo caraibico-tribale, con Childish che si dimena a petto nudo, e pensate, ecco la solita canzoncina dalle profondità contenutistiche millimetriche compensate dai decimetri quadrati di pelle umana scoperta mostrati in video, che durerà il tempo di un inverno e poi si inabisserà nell’oblio internazionale. E invece, guardate cosa succede al chitarrista seduto sulla sedia al 52esimo secondo, e poi al minuto 1 e 57…

Childish Gambino sbatte in musica la superficialità della società americana — e occidentale? — accompagnandola alla violenza che non smette di dilagare, anche grazie alla facilità con cui è possibile procurarsi una pistola in questo paese e aprire il fuoco in scuole, luoghi di culto, proteste, ecc.
Il modo in cui lo fa è spiazzante e originalissimo. Inaspettato e inquietante.
This is America, reppa Childish, don’t catch you slippin’ up.
Questa è l’America, non farti beccare.
Gambino, come tanti artisti neri, è consapevolissimo che le musichette black possano fungere da macchine da soldi dentro un sistema razzista, e, al contempo, da spensierata valvola di sfogo per le vittime di quello stesso sistema. Ma è consapevolissimo anche che il prezzo psicologico è altissimo, i comportamenti, sempre più schizofrenici e bipolari, la rabbia sempre più forte — vedasi il video: Childish si accende una canna, quasi con indifferenza, ma poi fugge atterrito da un branco di bianchi…

This is America.
Billie Holliday e Childish Gambino.
 
Prima di passare al film, lasciatemi mandare tutti i miei in-bocca-al-lupo a Cuaron e al suo “Roma”, per la Notte degli Oscar 2019. Spero che faccia una strage di statuette, perché già lo dicemmo a ottobre: “Roma” è il miglior film del 2018.
Poi io tifo per “La favorita”, “La Ballata di Baster Scruggs”, “L’Isola di cani” e “Black Panther”. Quest’ultimo, recuperato la settimana scorsa, è ciò che l’Africa avrebbe potuto essere senza colonialismo, il tutto in una trama che tiene benone ed effetti speciali indubbiamente da premio Oscar.
Prevedo, ahimé, qualche statuetta a “Bohemian Rapsody”. È l’effetto isteria-euforia alla “Titanic”, che nel 1998 mandò in tilt tutto il mondo, me compresa — pretesi di ricevere in dono, dall’amore dell’epoca, la videocassetta (la videocassetta!) del film e il CD (il CD!) con la colonna sonora.
“Titanic” fece incetta di Oscar, ma lasciò Leonardo a bocca asciutta.
Personalmente, l’unico Oscar che darei a “Bohemian Rapsody”, lo darei a Freddie Mercury, quello vero. In memoriam.
Temo anche qualche premio per “A Star Is Born”. Speriamo sia solo quello per la miglior canzone, “Shallow”.

Questa settimana, sono stata all’Angelika Film Center a vedere “Ruben Brandt, Collector” dello sloveno Milorad Krstić. Presentato con successo al Festival di Locarno, questa animazione è qualcosa di unico e speciale, e la colloco con cura accanto a “Loving, Vincent”, e fra le tante animazioni che popolano il mio archivio personale.

È un tributo all’arte travestito da crime-story, thriller psicologico e action&heist movie. Il tutto scritto e illustrato con una mano d’artista — Milorad Krstić è, in primis, un pittore — e con un gusto smodato per il citazionismo, sparso su più livelli, quello immediato, quello più nascosto, e quello per intenditori alla Philippe D’Averio.
Non è un caso che la citazione che apre il film sia “Nel mio sogno ero due gatti, e stavo giocando l’uno con l’altro”, dello scrittore ungherese Frigyes Karinthy, che ho scoperto essere il primo ad aver ideato la teoria dei “sei gradi di separazione”. Il film si presenta, in effetti, come un’enciclopedia di rimandi, un organismo in cui tutto, in qualche modo, è collegato.

Ruben Brandt è uno psicologo specializzato in arteterapia.
Il film comincia dentro un suo incubo, al cui risveglio gli sentiamo dire ciò che riassume il suo problema, attorno al quale il film si sviluppa. “I personaggi delle opere d’arte continuano ad attaccarmi.”
Dal suo incubo passiamo a un rocambolesco inseguimento alla 007 in cui la cleptomane Mimì — una Valentina di Crepax incontra Margot di Lupin passando per Catwoman di Batman — sta scappando dal detective Kowalski, dopo aver rubato “il Ventaglio di Cleopatra” al Louvre.
L’inseguimento per le vie di Parigi è come correre per i musei e le gallerie della storia dell’arte, in cui vediamo opere d’arte notissime, note e “quello lo conosco”, “quello di chi era?” piovervi addosso senza darvi un attimo di tregua. Picasso, Matisse, Caravaggio, Van Gogh, Malevich, Mirò, Bosch, Brueguel, Goya, Escher e chissà quanti altri.
Mimì, insieme ad altri quattro pazienti in cura dal dottor Brandt, aiuterà il dottore a guarire dalla sua ossessione. Il piano è quello di rubare i tredici quadri che lo perseguitano nel sonno, e che è un piccolo excursus nella storia dell’arte mondiale, e nella museologia mondiale. Da Botticelli a Warhol, da Velazquez a Magritte a Hopper. Dal Louvre all’Hermitage agli Uffizi.
A dare la caccia a questa improbabile banda di ladri non c’è tanto la polizia, quanto un’altrettanto improbabile banda di gangster — italo-americani, of course — che vuole intascare la taglia appesa sopra le loro teste. Questo si traduce in un inseguimento continuo che inserisce quell’elemento “Ocean’s Eleven” di fuga a rotta di collo, ma ironica, a tratti comica.

Il film è una festa per gli occhi e per il cuore di chi ama l’arte. È evidente che il regista è legato ai dadaisti, ai surrealisti — troverete De Chirico — agli espressionisti tedeschi e russi — troverete Grosz e Dix— alla Pop Art — troverete Roy Liechtenstein oltre a Warhol. Ed è evidente che l’estetica predominante nel modo in cui i personaggi sono rappresentati è di chiara ispirazione cubista-dadaista, avvolta in’atmosfera da noir anni ’30.

Ma “Ruben Brandt, Collector” non è solo un catalogo da sfogliare, un’operazione meramente edonistica di puro piacere estetico. Va a scavare dietro gli incubi di Ruben, e a tirare fuori un passato paterno scomodo e da brivido.
Tranne il detective Kowalski, Ruben e Mimì, i personaggi sono tutti raffigurati con tre occhi, molto spesso due nasi, due profili, tre seni.
Ruben porta sempre due cravatte, una rosa e una viola, in pendant con le scarpe, una rosa e una viola. La frammentarietà del punto di vista cavalcato dalla poetica cubista sembra essere stata assurta, con l’aiuto del regista, al livello cinematografico, infrangendo un’altra barriera, ovvero quella della normo-rappresentabilità dei personaggi.
Due nasi, due teste e tre occhi, può diventare il canone.

I rimandi artistici sono talmente tanti e spaziano talmente in lungo e largo da includere anche il cinema stesso, con Hitchcock — in forma di ghiacciolo, oltre che di omaggio stilistico a “Caccia al ladro” — Eisenstein di “Ottobre”, e per me anche Lynch.

È un’animazione che si discosta dall’amato Myiazaki, specie nello stile, ma che di lui mantiene l’intrusione del lato oscuro nel giorno quotidiano.
A tratti ci si può sentire sopraffatti — too much! — e si vorrebbe rallentare il film per recuperare il nome dell’artista e abbinarlo al fotogramma appena visto e scivolato via. Ma, l’abbiamo detto, questo è anche un heist-movie, e sarebbe stato un peccato — se non uno sbaglio — sacrificare il ritmo serrato in nome della filologia. Il regista sembra dirci proprio questo, attraverso la sua opera: l’arte è tanto, tanto altro, ma anche divertimento.
Estimatori dell’arte e del bel cinema benfatto, non lasciatevelo sfuggire!

E anche per oggi, my Moviers, siete arrivati in fondo.
Vi amo per questo.

Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti sentiti e saluti, irosamente cinematografici.

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Mid-term, Moviers,

corrisponde un po’ alla fine del primo quadrimestre quando eravamo alle superiori, che coincideva con un fuoco di fila di temi e interrogazioni a gennaio e a maggio, rispettivamente prima delle due pagelle. La grande differenza tra qui (USA) e là (Italia) non sta tanto nella mancanza delle pagelle, quanto nel fatto che là sono le superiori, qui l’università. Quando andavo all’università io non facevamo esami di mezzo-corso: davamo tutto direttamente a febbraio, a giugno o a ottobre, a seconda della sessione, rimandando sempre tutto all’ultimo, come previsto dal codice dell’universitario temerario.
Qui funziona che l’università è un incrocio fra le nostre superiori e l’idea di college che gli americani hanno, e che noi abbiamo grazie a un infinito numero di film e serie televisive che ce l’hanno passata. Seminari, tesine da preparare, presentazioni orali, giudizi in crediti, sono tutti sistemi di valutazione americani che poi noi europei abbiamo mutuato di recente, credendo, probabilmente, che il loro metodo di apprendimento fosse migliore del nostro. O semplicemente perché ci lasciamo incantare da tutto quello che è esterofilo, e siamo pronti a sparare a zero su tutto quello che è di casa nostra. L’erba del vicino, si sa, è sempre più buona, ehm, verde.

Personalmente non so quale sistema sia il più valido in termini di istruzione e preparazione al mondo del lavoro. Ma insegnare in un’università americana mi permette di essere un’insider, e di guardare alla macchina accademica dall’interno, il che mi elettrizza da un lato, e mi atterrisce dall’altro.

L’organizzazione è da Wehrmacht. All’FIT abbiamo questo fantastico programma, Blackboard — di cui conosco forse il 2% — che ti semplifica la vita in maniera paradisiaca. Condividi files con gli studenti, registri presenze e assenze direttamente online — noi a Ca’ Foscari firmavamo un foglio volante — puoi impostare il metodo di raccolta voti a seconda di quanto prescritto dal tuo Syllabus (il programma di corso), ed evitarti la nevrosi tra percentuali e calcoli: fa tutto Balckboard in automatico.
In più, il famoso Center of Excellence in Teaching (CET), di cui già vi ho parlato, organizza una quantità di workshop per formarti. I workshop non durano giorni, come si tende a fare in Italia. Sono da 30 minuti. E funziona che tu ti iscrivi, ti presenti, loro ti spiegano. Poi tu provi. Se non capisci, li contatti, ti organizzano un incontro e ti rispiegano come funziona.
In uno di questi workshop ci hanno insegnato Voicethread: un programma in cui crei slideshow contenenti ogni tipo di media (immagine, video, documento) insieme a un tuo commento vocale e/o video incorporato. Chi partecipa può inserire il proprio commento — vocale o video — e si crea una specie di classe virtuale, e tu, docente, puoi persino inserire frecce, sottolinature o parole chiave sull’immagine che stai mostrando.
Non che io diventerò mai un drago di questi sistemi, s’intende, anche perché l’idea di registrare un video di me stessa in versione “teacher” mi fa rabbrividire. Ma ne riconosco il potenziale e la comodità. Per esempio alcuni docenti fanno ricorso a Voicethread quando le condizioni meteo impediscono di raggiungere il campus. Tu registri la tua brava lezione, avverti i tuoi studenti e te li ritrovi online. Tutti magari siete in pigiama e fuori si scatena l’inferno, ma la lezione, in qualche modo, la portate a casa. Ed è importante, portare a casa la lezione. I calendari degli studenti universitari americani sono intoccabili, se sposti qualcosa crolla tutto. Recuperare le lezioni è impensabile. E le nevicate sono sempre malviste anche per quello. Non si esulta come in Italia. Niente “evviva, lezione annullata!” e via tutti a giocare a palle di neve. Qui la reazione è opposta.
Ho incontrato Steven in ascensore, docente di cinese — Steven, non l’ascensore. “Always on a Wednesday, always on a Wednesday”, ripete, sconsolatissimo, riferendosi al giorno in cui abbiamo avuto le tre nevicate più toste, e in cui lui insegna. Perdere tre lezioni significa fare i salti mortali per pigiare tutto nelle lezioni rimanenti. E considerato quanto fitti sono i syllabi, pigiare è pressoché impossibile.
Pensate a tutti i balli sul mondo che ho fatto io ogni volta: io insegno il giovedì! 🙂
E c’è da dire che gli studenti non ne approfittano.
Un mercoledì, una mia pupil, Lara, che abita su per Upstate NY, dove la neve raggiunge quote da Vipiteno, mi ha scritto una mail strappalacrime, in cui mi aggiornava sulle condizioni della zona e si scusava preventivamente per la possibile assenza del giorno dopo.

Hi Professoressa Fruner,

During last nights storm we received 2 feet of snow and lost power which is still not yet restored. I have been unable to commute into work yet today due to road conditions and lack of train service and do not think that I will be able to make it into the city for class tonight.  I will let you know if this changes, but I wanted to give you advance notice and apologize. As soon as I have power and can connect to internet I will email you my homework.  May I make up the prova scritta?

La domanda significa “Posso recuperare la priva scritta?”. Ogni settimana mi tocca sottoporre una prova scritta a questi poveri malcapitati. Ed è nel loro interesse esserci e farle.
C’è da dire che Lara, Khian e Taylor sono le Tre Grazie, le golden students, le apples of my eyes — i fiori all’occhiello del corso IT112 Spring 2018.
Ma questo messaggio vi dà il polso di quanto gli studenti ci tengano a non perdere lezione.
Lo stesso è successo giovedì, con l’esame di metà semestre, l’ultima fatica prima dell’americanissimo “Spring Break”, iniziato venerdì e in vigore fino a lunedì 2 aprile.
Prendete Matthew, un bello studente con del potenziale, capelli grigio fluorescente e un istinto patente per tutto ciò che è fashion, cool, gay.
La lezione comincia alle 6:30 pm. Alle 6:18 pm, mi arriva questa email in cui, vedrete, ogni punto esclamativo trasuda puro panico.

Chiao Professoressa

My train is moving super slow but I’ll be In ASAP!! Please if you can allow me to take part of midterm I miss (if any) at the end of class it’s be appreciated!! 

Thank you

Questo è il tipico esempio in cui “chiao” non è un errore di battitura…
Certo ora sarete inclini a pensare che i miei allievi siano la crème de la crème dello studentariato americano. Ebbene no, non lo sono. Il trio delle golden girls lassopra è controbilanciato da una massa di dodici teste modellate da Mastro Ciliegia. Soprassedendo sulle lacune grammaticali generali — non è colpa loro, poveri, se il sistema scolastico americano preferisce sfornare campioni di spelling che ti scandiscono “supercalifragilisticexpialidocious” in 4 secondi, ma che non conoscono la differenza fra sostantivo e aggettivo — questi ragazzi mi sono carenti in coraggio.

Imparare una lingua straniera è questione di amore, resistenza e audacia. Buttarsi e parlare è un salto nel vuoto, che ti fa atterrare su un letto di piume: se ti butti, non sbagli mai, qualcosa impari sempre.
Sto provando a farglielo capire. Le reazioni sono spesso di una tenerezza infinita, e non so nemmeno come faccio a non sciogliermi davanti a spettacoli tanto strappacuore.
Ho detto loro che durante lo Spring Break dovranno preparare una presentazione orale. “Descrivi un membro della tua famiglia”.  Non più di 3 minuti in italiano, senza leggere. Mentre glielo spiegavo, sprizzando un entusiasmo isterico con cui speravo di contagiarli — “we will have soooo much fun, ragazzi!” — loro assumevano lo sguardo scorato e abbattuto del giorno in cui spiegai che, in italiano, “uovo” al singolare è maschile ma al plurale è femminile, lo sguardo “infierisci infierisci, e se vuoi anche un rene, prendi pure il bisturi”. Davanti a quell’avvilimento lì, mi sento personalmente responsaile per tutte le eccezioni della lingua italiana, e mi viene da prostrarmi in scuse.

Alla fine questo esame di midterm l’abbiamo fatto. La più agitata ovviamente ero io. Non so se si siano arresi davanti ai participi passati irregolari. Al fatto che quello di “scrivere” è “scritto”, non “scrivito” o “scrutto” — per quanto il secondo paia avere, al mio orecchio, qualche felice interferenza sumera. E leggere no, non fa “leggiuto”, né prendere “prenduto”.
Sembrano non temere affatto, questi studenti, la discesa verso la scure del giudizio. Vi scivolano incontro, inconscienti, o forse coscientissimi dei loro limiti. E sono onesti.
Prendiamo noi a esempio, noi studenti italiani. Chi non ha copiato durante un tema, una versione, un test? Honestly. Chi non ha sbirciato un libro sotto (il) banco, un appunto scritto su un bigliettino, magari incollato dietro un righello… O il foglio del vicino per vedere come cominciare una dimostrazione (!), o spifferato un “psss psss ehi” al vicino. Tutti l’abbiamo fatto, chi serialmente in tutte le materie — gli spudorati amanti del rischio 24×7 — chi sporadicamente — gli ostici nei confronti di certe materie. Forse agli esami all’università non succedeva così platealmente, eppur succedeva.
Ecco, i miei studenti americani, e in genere, tutti gli studenti americani, non copierebbero mai. Ma mai mai. Li ho osservati durante le prove scritte settimanali. Potrebbero facilmente dare un’occhiata a un foglio pieno di correttissimi “scritto, preso, letto, visto”. Ma non lo fanno. C’è una parte folle di me che li spingerebbe a farlo. Dai Gabrielle, butta un occhio al foglio dorato di Taylor, dai che una C- l’aguanti… Ma niente, nada.
Dove affonda tutta questa correttezza? Questo istinto etico? Perché noi italiani facciamo sempre i furbi, fin dalle elementari, anche se nessuno, obbiettivamente, ce lo insegna? Non è che nostra madre o nostro padre ti dica “Massì copia dal tema del tuo vicino di banco. Scriviti metà libro di chimica nell’interno braccio…”.
Perché noi lo facciamo e loro no?
E ampliamo l’interrogatorio. Questo atteggiamento poi si riflette nelle nostre vite da adulti? Per questo noi siamo portati alla scorciatoia, al “fregare il sistema”?
Ovviamente questa è una generalizzazione. So che voi Moviers siete tutti integerrimi, e che la vostra coscienza è linda come un bucato appena raccolto. Ma pensate a certe pulsioni della nostra indole. Non siamo forse attratti dal modo di pagare meno tasse, di saltare la fila, di evitare certe regole?

Naturalmente anche qui si commettono infrazioni e illiciti, come no. Ma certo l’accanimento con cui l’IRS (Internal Revenue Service) ti perseguita è ben più feroce e spaventoso di quello di Equitalia. Saranno i mezzi che hanno, saranno l’esperienza della CIA prestata al fisco, sarà il desiderio di rispettare ciò che Franklin Delano Roosevelt amava ripetere in merito alle tasse, “il prezzo che paghiamo per vivere in una società civile” — scolpita, per altro, sulla facciata del palazzo dell’IRS di Washington — sarà quel che sarà, ma il carcere per evasione è una realtà molto più realistica che in Italia, dove mi sembra rimanere un’ipotetica con il verbo al condizionale, specie per chi evade massicciamente.
Avrei potuto benissimo assentarmi durante l’ora dell’esame e so che non sarebbe volata una mosca. Ora pensate allo scenario di un’aula italiana con un esame in corso e il professore assente.

Questo atteggiamento si riflette anche a livello collegiale. Martedì sono stata al mio primo Faculty Meeting. Non era certo necessaria la presenza dell’ultima adjunct d’italiano arrivata in dipartimento (!), non vi partecipavano tutti i docenti di tutti i dipartimenti. Ma ci sono andata per curiosità. Ebbene la “Doctor Brown”, la Presidente dell’ateneo, ha fatto un report di tutte le spese affrontate dall’università durante l’anno accademico 2017 che manco la Gabanelli, e ha dato un aggiornamento sullo stato dell’arte di tutti i lavori in corso, dalla riparazione dell’ascensore nel Pomerantz Building, all’istallazione dei faretti LED nel Felderman Building in partnesrship con il programma “Sustainability” della Città di New York, alla competition “Vota Tiger come mascotte 2018 delle Università SUNY”. Ha illustrato la roadmap per i prossimi mesi, tutti gli obbiettivi, compresa una gala dinner il 12 giugno in cui spera di raccogliere un paio di milioni di dollari da vari donors.
Forse io non sono mai stata così addentro l’università italiana per permettermi un confronto equo, ma queste cose, obbiettivamente, si fanno? Questi meeting, i rettori italiani, li tengono?

Certo c’è poi il risvolto punitivo di tutto questo.
Mi è capitato di usare un computer nel Dipartimento d’Italiano qualche settimana fa. Accanto al computer c’è una scritta: “Non spegnere il computer quando si finisce di lavorare”. Ovviamente io cosa faccio, presa dalla fretta, dall’abitudine e dalla legge di Murphy? Anziché avviare il log-off, avvio lo spegnimento.
Sh*t.
Va be’, mi sono detta, chi vuoi che se ne accorga, lo riaccenderanno. Non è il nucleare.
Ebbene, passo in dipartimento due giorni dopo e, accanto a quel computer, un foglio, e i caratteri cubitali di delitto e castigo: “Do not shut down. Switch User!!!”
E un’aggiunta a matita: “Sara Fruner, 3/7”.
Ovvero io, mercoledì 7 marzo.
Sono corsa a casa a cucirmi una lettera scarlatta sul petto.
S di Sinner. Sara the Sinner.

Quindi vedete, la Wehrmacht fa paura. Specie se sei italiano e sei portato a combinare, involontariamente, dei guai.
Quanti ne combinerò ancora?

Su questa domanda agghiacciante passo a parlarvi di un film che ho aspettato da più di un mese. Sin da quando quel meraviglioso visionario di Wes Anderson vinse l’Orso d’Oro a Berlino con “Isle of Dogs”.

Prima però, lasciatemi dire due parole di fuoco su quello straccetto di road/Alzheimer-movie che è “Ella e John” — qui “The Leisure Seeker” — di Paolo Virzì. Immaginavo non fosse un granché. Ma la realtà ha superato, e doppiato, l’immaginazione.
I personaggi sono due macchiette che si muovono sullo schermo, senza suscitare un briciolo di (com)passione, solidarietà o semplice simpatia. A tratti sono persino fastidiosi. A quei due giganti di attori che sono Donald Sutherland ed Helen Mirren, stanno stretti i dialoghi ingessati e artificiosissimi che la sceneggiatura impone loro, e a stento portano a casa una qualche interpretazione. Dall’inizio alla fine, si ha forte la sensazione che il film sia un film, una finzione. (Lo spettatore paga per immergersi in una realtà altra per due ore. Che questa realtà sia finzione e che appaia come reale, è compito e magia del cinema. Se appare finta, cade tutto, andiamo allo stadio).
E non si vede l’ora, francamente, che i due vecchiarelli la facciano finita e ci/si liberino dalle loro fittizie esistenze.
Mi chiedo come mai Virzì abbia virato verso il lido dell’iper semplificazione, dello scontato, del manierismo — l’America o iper-tontolona o iper-trumpista. Forse credeva che, sbarcando negli USA e avventurandosi nella sua prima produzione americana, avrebbe potuto permettersi di abbassare il livello? Vuole forse seguire le orme di Muccino??
Gran peccato che un regista che ritenevo di un certo mestiere abbia fatto una fine così piccola: si stenta a credere che quel Virzì sia lo stesso che girò “Il capitale umano”, “Tutta la vita davanti”, e gli splendidi iniziali “Ovosodo” e “My Name is Tanino”.
E mi fa molta tristezza riconoscere che l’Italia abbia demolito “Call Me By Your Name” — immotivatamente feroce tanta critica piovuta sul film dall’Italia — reo, forse, di aver ricevuto quattro candidature all’Oscar e di averne vinto uno, mentre dal Lido, all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, si sia gridato “bravo!” a Virzì… Bah…
Ma del resto anche “La grande bellezza” era stato martoriato dopo la vincita dell’Oscar.
Il masochismo italiano non ha rivali.

Lasciamo gli straccetti e veniamo al cinema vero… “Isle of Dogs” di Wes Anderson, quello de “I Tenenbaum”, de “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, di “Moonrise Kingdom”, e “Grand Budapest Hotel”.
Partiamo riportando i modelli a cui si rifa in questo film. Kurosawa e Miyazaki — inginocchiamoci, please. Partiamo dicendo che Anderson ha fatto pratica con l’animazione stop-motion con “Fantastic Mister Fox”, e dimostra tutta l’esperienza acquisita in quest’avventura distopica, dispotica, empatica, comica, intrisa di politica ed estetica dal primo all’ultimo fotogramma.

Il film è ambientato in un Giappone presumibilmente del futuro — ma mi piace pensarlo atemporale — nella città di Megasaki, governata da Kobayashi, un sindaco che più che un sindaco è una specie di dittatore. Per fermare una pandemia animale, il gattofilo Kobayashi decide di far deportare tutti i cani della città — randagi, domestici, any dog whatsoever — su un’isola adibita alla raccolta dell’immondizia. Trash Island. Sei mesi dopo l’editto, Atari, piccolo pilota dodicenne nonché nipote di Kobayashi, parte alla volta dell’isola con il suo cucciolo di aeroplano — Myiazaki nell’aria — alla ricerca del suo Spots, amato cane e sua guardia del corpo, il primo ad aver ricevuto il foglio di via come modello di deportazione.
Nel suo viaggio, Atari sarà aiutato da altri cinque cani abbandonati, i fantastici cinque: Boss, King, Duke, Chief, Rex.

“Isle of Dogs” è una magnifica altalena che dindola fra orrore e umanità da cui io, personalmente, non avrei più voluto scendere. Il vero cinema — non soap-opera — è quello che ti fa sperimentare il conflitto dentro, che non ti dà nessuna risposta, ma che ti riempie la testa di domande. L’arte è così. Domande domande domande — chi dice di non capire l’arte non fa altro che capire la premessa e dirla, il passo successivo è quella di provare a darsi delle risposte. Partire con una, almeno.

Come tanti film di Anderson, è un’opera stratificata, ma credo che questo sia il film in cui lo strato politico sia il più spesso. Nell’idea di creare un’isola “Spazzatura” in cui confinare gli esseri portatori di qualche “epidemia” di sorta, gli “untori” della società, non ritroviamo solo i campi di sterminio di qualsiasi dittatura storica — dai lager ai gulag — ma inquietantemente “gli shithole countries” nominati dal pres(id)ente americano. Certo a me Trash Island, un cumulo di scarti della società, ha anche ricordato il pianeta terra inquinato e deserto di quell’intelligentissima pellicola firmata Pixar che fu “Wall-e” (2008).

“Isle of Dogs” si snoda come un viaggio, e porta in sé molto della cartoneanimatografia classica: un ragazzino puro, ma segnato dal dolore e dalla perdita, viene aiutato da un’armata Brancaleone di cani provatissimi dal confino, ma ben memori della propria indole — soccoritori, amici dell’uomo, e fedeli fino all’ultimo. Tra questi fidi si distingue Chief, un randagio ex-buono-ora-burbero che confessa di essere diventato tale dopo un raptus: un morso violento al proprio padroncino.
In questa confessione, Anderson scrive l’inconosibile che si cela dietro ogni atto violento immotivato: non a tutto possiamo trovare una ragione — non a certi atti di ferocia, non a certe malattie, o sventure casuali — questo è il fardello con cui dobbiamo convivere da esseri umani e animali.

Parallelamente al viaggio di Atari verso la ricerca dell’amato Spots — che poi scopriremo essere molto molto vicino a Chief… — lo spettatore si addentra nel regime di Kobayashi, che parla rigorosamente in giapponese, non tradotto né sottotitolato — come tutti gli altri personaggi umani del film. Il giapponese viene tradotto da un’interprete. Solo i cani parlano inglese — italiano, suppongo, per l’italia. Ebbene, questo lavoro sulla componente linguistica fa di “Isle of Dogs” una riflessione sul linguaggio, e più in generale, sulla comunicazione, che abbraccia non solo la questione della traduzione, ma anche dell’incomprensione fra le lingue, fra le specie — Atari e Spots comunicano attraverso auricolare e microfono — rimandando forse all’impossibilità di un’autentica comprensione fra creature viventi. Una specie di nuova torre di Babele che scompare solo nel momento in cui si abbandonano le parole e si lasciano parlare le emozioni. Gli occhi che si riempiono di lascrime — lacrime dall’evidente consistenza miyazakiana — siano esse di Atari o dei cani, sono gli unici segni comprensibili in una società i cui i membri non si capiscono più.

E’ certamente un film violento, questo. I cani si azzuffano, ma dalla classica zuffa in forma di nuvola, non escono tali e quali, come nei cartoni animati di un tempo. Escono sciancati, feriti, con orecchi mozzati. E il suolo porta i segni di quelle zuffe — mozziconi di orecchie, sangue. Un cuoco che prepara un vassoio di sushi è un killer omicida che fa a pezzi la propria vittima — e spero toglierà a tutti la voglia di mangiare sushi da qui all’eternità. Quella scena richiama simmetricamente la scena dell’operazione a cui si sottopone un pentito Kobayashi per donare un rene al nipote e salvarlo.

Per quanto si rida molto — è un film obbiettivamente molto molto divertente, ironico, andersonianamente sopra le righe — il finale non è da cartone animato classico. Il finale è spaventoso. Perché Spots, con compagna e cuccioli al seguito, finisce a vivere in un imprecisato sottosuolo, fisicamente oppresso sotto il proprio monumento ufficiale. E questo ci pone tanti interrogativi. E’ questo il prezzo che si paga per un atto eroico e nobile? Oppure è l’unico modo che le creature grandi hanno di sopravvivere — autorecludendosi — in una società mediatica che crea miti “giusti” con la stessa facilità con cui apre discariche e vi confina “gli esseri sbagliati”?
Quante domande mi ha lasciato questo film…
Se lo perdete, me la prendo personalmente. 🙂

E anche per oggi è tutto, Moviers –oggi chilometrica più che mai, cercherò di contenermi domenica prossima…
Frunyc III sempre aggiornato, ringraziamenti dovuti, e saluti, semestralmente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 356 da NYC – commenta “COCO”

LET’S MOVIE 356 da NYC – commenta “COCO”

FIT Fellows,

lo siete, in forma — straordinaria forma — lo so. Non c’è bisogno quindi, che rimarchi l’ovvio. FIT in questo caso è il felice acronimo — per una volta felice — di Fashion Institute for Technology, ovvero l’università dove questa settimana ho iniziato a insegnare italiano 🙂 Quello che in gergo bellico, ovvero accademico, si chiama Adjunct.
L’FIT — che si pronuncia EffAiTi, quasi che questi bambinoni di americani non avessoro fatto caso alla felicità del doppio significato dell’acronimo, ma avessero semplicemente messo una lettera dietro l’altra, inconsapevoli. Perle ai porci. Dicevo, l’FIT sta a Chelsea, tra la 7ima e l’8ava Avenue, altezza della 28esima Strada. Tre edifici con annessi studentati per far dormire sonni tranquilli agli studenti. Praticamente un campus nella city. Perché a New York City non ci sono solo la Columbia e l’NYU, ma molte moltissime strutture universitarie, a cominciare dalla già citata e apprezzata New School, la Cooper Union, il Baruch College, il Mercy College, l’Hunter College, e college via.
Da quando so dell’incarico all’FIT, me ne vado in giro per NYC spinta dalla propulsione della mia coda da pavona. Lei coda e io pavona. Non vi dico poi da quando mi hanno dato il tesserino, e aperto l’account di posta. E se scrivete a [email protected], non è una mia omonima. Sono incredibilmente io! 🙂

Al Fashion Institute of Technology non insegnano solo “la moda”, ma tutte le materie che satellitano intorno ad essa. Disegno tessile, fotografia, business, grafica, progettazione giochi, legge, Health Education (?), cinese, giapponese, e tanto altro. Accanto al giapponese, al cinese, lingue che hanno a che fare con l’industria della moda — da Kenzo a Made-in-China il passo è linguisticamente breve — il francese, perché in fondo Louis Vuitton, Christian Delacroix e Yves Saint-Laurent non erano di Carate Brianza e l’italiano, perché ammettiamolo, uno dice moda, e il primo paese che gli viene in mente è Carate Brianza! Ovvero, Italia, e non solo perché in Italia Re Giorgio ci ha costruito il suo impero. Ma anche per figure di rielievo millennial tipo Chiara Ferragni — mai avrei pensato di citarla e invece, dopo le sue lecture ad Harvard e la classifica Forbes che la vede influencer numero 1 del 2017, ho dovuto rassegnarmi — e Alessandro Michele, della maison Gucci, uno degli stilisti più influenti al mondo. Quindi italiano, lingua della moda.
In più l’FIT è statale. Le famiglie degli studenti non devono svenarsi per dare un’istruzione ai figli. La retta media annuale è di 4.000 dollari. Certo non sono noccioline, ma nulla a confronto dei 60-70.000 della media privata. Il problema per gli studenti dell’FIT è vivere nella City, con gli affitti alle stelle. Per questo la maggior parte di loro pendolano da paeselli sconosciuti del Long Island o della contea di Wechester, tipo Scardale. Anche la sua statalità mi rende fiera. Forse non è tutto perduto per questo paese che mette istruzione e sanità fra i lussi che il cittadino si può pagare, non fra i diritti che gli spettano.

E poi c’è questo modo americano grandioso di dar forma alle cose. Esempio. In Italia l’Aula Computer per i Professori è l’Aula Computer per i Professori, giusto? Qui è il “Center for Excellence in Teaching” (CET, ovviamente…), dove ti senti fiero anche solo loggandoti nel sistema.
Capite la differenza?
E poi i corridoi. I corridoi sono tappezzati di bozzetti, cartamodelli, giralamoda, idee strampalatissime. Tante aule sono piene di macchine da cucire, busti e manichini. Io che sono cresciuta accademicamente in una facoltà di lingue, in cui non c’era alcun dio all’infuori del libro, ritrovarmi con laboratori in cui si colora, si taglia, si cuce, si riprende — un orlo, o una scena per un documentario — mi fa sentire come dentro una fabbrica del fare, non solo dello studiare.

Ecco, quando mi hanno dato l’incarico pensavo che avrei dovuto concentrarmi sulla microlingua usata nel settore. Impararlo, prima di insegnarlo, tutto il lessico specifico che ruota attorno alla moda, passando le notti a capire se per la fantasia “pied-de-poule” si tiene il termine francese, oppure si traduce “piede di pollo”, col rischio che esca fuori il classico “porco” da Lupin III. Invece eccomi cominciare giovedì scorso e incontrare i miei studenti. Ventenni. Persi. Silenziosi che più silenziosi non si può. Non una chiacchiera dietro quelli della prima fila. Nemmeno un whatsupp, in modo da agevolarmi un rimprovero, prima bonario, e poi via via sempre più perentorio fino ad arrivare alle minacce d’inizio secolo scorso. Zitti e immobili come la morte. Ora, io mi rendo conto che trovarsi davanti una madrelingua intenzionata a parlare italiano dal primo secondo, deve averli scioccati a livello anafilattico (!). Però di solito funziona come col bagno al lago: il primo minuto è dolore, poi ti abitui alla temperatura e diventi Michael Phelbs. Almeno con i miei studenti che imparavano l’inglese in Italia era così: trauma iniziale seguito da una lenta ma continua ripresa verso la padronanza del verbo.
Ho capito, con la mia classe del giovedì, dalle 6:30 pm alle 10:20 pm, che devo volare molto più basso. Ma talmente molto più basso da rasare l’asfalto del sapere — il ground zero dell’apprendimento. C’è anche da dire che non è esattamente la lezione più semplice del dipartimento. “The graveyard”, è soprannominata. Ahimé. Cimitero non solo per l’ora — dalle 9:45 pm in avanti gli studenti ti cadono fra le mani come d’autunno dagli alberi le foglie… Cimitero anche per la classe in sé. Niente finestre, soffitto basso, neon tossici. Certo, sono l’ultima arrivata. Non posso pretendere lezione alle 11 e classe vista Highline.
Mi ero fatta un film della mia prima lezione. Gli studenti timidini all’inizio, mai poi via via più coinvolti. Tutt’uno sfogliare di libri e appunti, mani alzate “non ho capitou”. Invece no, nessun libro sfogliato. Nessun libro, a parte il mio, con gli esercizi rigorosamente fatti, perché volete mettere, Moviers, per una volta, sapere tutte le risposte a occhi chiusi, non avere un’ombra di dubbio e andar via spediti come il vento?
Insegnare italiano è il meglio che ti possa capitare. O meglio, sapere l’italiano. Di default. Ma ve l’immaginate cos’è per uno straniero capire, interiorizzare, riformulare e pronunciare uno sputo di forma verbale come “dargliele”? Quando vi ritrovate a litigare con l’inglese, pensate a “dargliele”, e vedrete che il present perfect continuous non vi farà più dannare… Quindi, per una volta, beati NOI, che sappiamo l’italiano da madrelingui — madrilingue??
Insomma, nessun libro. Silenzio di tomba — del resto siamo in pieno graveyard — qualche timidissimo monosillabo quando leggiamo l’alfabeto. E lì capisco che mai mi diranno “non ho capitouu”, con quella O che diventa sempre U come Stanlio, a fine di parola. Non lo diranno mai perché quello è un passato prossimo, e noi siamo ancora a A come Avventura, B come bravura C come Canaglia che con me verrà in questura — e gliel’ho cantato, Fellows, ho cantato l’alfabeto, pur di tirar su quei morali millennial perennemente depressi!
Eppure nutro della tenerezza verso di loro. La mia coordinatrice mi ha spiegato che hanno praticamente tutti i giorni e tutte le sere pieni di lezione dalle 8:30 am alle 9-10 pm. In più devono studiare e lavorare ai loro progetti. E infatti li vedi per i corridoi, seduti per terra, davanti al portatile, gli occhi allucinati. L’FIT è aperto 24 ore su 24, ma per entrarci devi avere un tesserino. Se non ce l’hai, puoi anche essere Miuccia Prada in scarpe e ossa e rimani fuori. Prima di dirigermi in sede, ricontrollo la borsa dalle dieci alle venti volte: l’angoscia di dimenticare il tesserino è grande e grossa.
Quindi li devo comprendere, questi ragazzi ignari che wow, la traduzione di “Venice” in italiano è “Venezia” — e arriverà il giorno in cui capiranno che la traduzione di “Venezia” è “Venice”…

Ovviamente in tutto questo, c’è stato il mio trasloco. E ringrazio la buon’anima dell’amico Erik, che da Williamsburg, Brooklyn, era diretto in Minnesota, passando per Detroit via Chicago con la sua monovolume, e sul tragitto, si è fermato alla 150esima Broadway, ha caricato quanto più materiale boardiano possibile e l’ha scarrozzato alla 111esima. Ora faccio “La ragazza con la valigia” — ancora un po’ di spola — e dovrei finire domani. I traslochi sono dei cataclismi dai quali hai la certezza di uscire vivo, ma durante i quali ti dai sempre per spacciato.
Ho caricato le foto di casa nuova nel Frunyc III se volete favorire 🙂

Questa settimana sono andata a vedere un film di animazione della Pixar, che so essere uscito anche in Italia. “Coco” di Lee Unkrich. E mi piace già dall’inizio inizio perché il titolo depista, e le depistazioni giocano con i bambini e solleticano gli adulti. Il riflettore dovrebbe essere puntato su Miguel — lui è il piccolo protagonista del film, a lui ne accadono di ogni. Eppure, alla fine, capiamo che il vero anello di congiunzione è Coco, la sua bisnonna.
Miguel ha un sogno: diventare un musicista, come il suo idolo, Ernesto de la Cruz, un mito nazionale, una specie di Bobby Solo messicano (!). Però, sciaguratamente, non può dar seguito a questa sua vocazione: la sua famiglia ha ripudiato per sempre la musica da quando la sua trisavola Imelda venne abbandonata, insieme alla figlioletta Coco, dall’uomo che preferì seguire la fama e il successo musicale, piuttosto che restare legato alla famiglia palla al piede. Ma Miguel sente questo impulso insopprimibile verso la musica e farà di tutto per assecondarlo, persino rubare la preziosa chitarra del mitico Ernesto de la Cruz e partecipare a un talent-show… Si ritroverà, per questo, catapultato nel dia de los muertos, il giorno dei morti, quando il confine tra terra e aldilà sparisce, e affronterà un viaggio alla ricerca del suo idolo, ma anche alla scoperta del mistero che si nasconde dietro alla sua famiglia e al veto verso la musica. Un viaggio, anche, verso la verità, che può indossare panni imprevedibili — come quelli di uno scheletro buffo dimenticato dalla famiglia — e smitizzare i miti — come Ernesto de la Cruz.

“Coco” è un film che tira in ballo tanti temi, primo fra tutti, la morte e il suo tabù. Non come cessazione del tutto, ma nemmeno come passaggio in un paradisiaco Eden, la morte è rappresentata sia come parte integrante della vita, sia come continuazione di un viaggio che non finisce con la fine della vita, ma che prosegue oltre. Indispensabili, in questo “andare avanti”, i vivi, e il ricordo che conservano dei morti. E’ il ricordo che li tiene in vita dopo il trapasso, e che vieta l’oro di cadere nella tenebra dell’oblio. Perché la vera fine, dopotutto, sovviene quando nessuno si ricorda di noi. Tuttavia il regista è sufficientemente scaltro da mostrarci che i ricordi possono essere falsati, sbagliati, manipolati, storpiati e, se questo succede, be’, porte aperte al revisionismo storico! Vanno raddrizzati. I palloni gonfiati sgonfiati — come nel caso della mongolfiera Ernesto de la Cruz — e i colpevoli scagionati, come nel caso di Hector, ben più di uno strampalatissimo scheletro che perseguita Miguel… Il film omaggia Coco come il vero trait-d’union fra Miguel ed Hector. Se la figlia di Coco, l’irruente burbera Abuelita, non ha conosciuto il nonno, lei, Coco, sì. Ha conosciuto la sua vera anima, attraverso la musica — la canzone che Hector le cantava prima di partire per le sue tourné. Coco collega Hector e Miguel, e Miguel riuscirà, attraverso Coco, a salvare Hector, salvando il suo ricordo attraverso la stessa Coco, in un circolo virtuoso di memoria ripristinata.
Il film è anche un invito a “Seize the moment”, cogliere l’attimo, non rinunciare ai propri sogni. Ma questo, mai a scapito della correttezza. La fama del bell’imbusto de la Cruz, è stata costruita sulla menzogna e l’egoismo. Miguel scoprirà tutto questo, e riuscirà a dare a Cesare quel che di Cesare, restituendo a Hector la paternità dei testi delle canzoni di de la Cruz. Come dire, la storia è piena di falsi miti. Non cadiamo in trappola. Viriamo su ciò che è giusto.

Un’ultima cosa. Quando ho visto la strada arancio che collega il regno dei vivi con quello dei morti, ho pensato immediatamente ai Floating Piers di Christo a Sulzano, sul Lago d’Iseo, nel 2016. Forse perché — magari lo ricorderete — ero andata molto in fissa per l’istallazione, tanto da sfidare ressa, colonne, treni imprendibili e tutto ciò che di scoraggiante potreste nominare, pur di camminare sul percorso galleggiante nel bresciano. Non ho trovato nulla in proposito in rete, se non un articolo che ribadisce l’estraneità del regista all’opera dell’artista. Io, ripeto, vedendo la strada arancio, non ho potuto non associarla a quella di Christo. Sarebbe interessnte approfondire…
Fatevi un regalo e andate a vederlo. Sì va be’, c’è il lieto fine, ma vogliamo non volerlo proprio mai?! 🙂

E anche per stasera è tutto, Moviers. Dalla settimana prossima vi scriverò dal 545 W 111th, con il mio nuovo sole, la mia nuova vista, la mia nuova New York City.

Qui trovate un articolo su Sam Pollard, volevo dire Sam-I-love-you-Pollard… Per gradire, dopo il dolce e l’ammazzacaffè…
E qui c’è il Frunyc III aggiornato con commenti, e poi ci sono i saluti, accademicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

Finisco Fellows

in un appartamento a Bushwick, la zona di Brooklyn immediatamente sotto Williamsburg, più o meno a sud di Flatbush Avenue. Segmentizzare Brooklyn e definire i suoi quartieri è un compito al quale persino i geometri comunali di New York City hanno rinunciato. Ogni volta che chiedo a qualcuno dove comincia Bushwick e dove finisce Bed-Stuy, oppure qui è ancora Ridgewood o siamo a Greenepoint, ottengo solo risposte vaghe “mmm dunno exactly”.
Il profilo di Bushwick somiglia molto a quello di Bed-stuy —che di secondo nome, lo ricordo, fa “Do or die”. Mi dicono che le Bushwick Houses sono gemelle delle Marcy Houses di Bed-Stuy, quelle che chiamano “public housing projects”. Da quello che mi spiegano sono le nostre case ITEA, però con molto molto spaccio, fancazzismo, microcriminalità. Mi dicono anche che lì è nato Jay-Z. Cerco di mascherare la mia bocca spalancata con del campanilismo tutto made in Sugar Hill. “Are you sure? I thought he was born in Harlem”.
Sì, sì, mi assicurano. Right there.
Quando ascolti il rap di NYC, e poi ti ritrovi in quelle strade sputate da quelle voci, e vedi certi spettacoli, capisci quello che quei testi ti riversano addosso. L’altro giorno correvo nella parte assolutamente non turistica del Bronx, tra Plimpton e Jesup Avenue. Sono passata davanti a un tratto di strada da fegati preparati. Una fila di rifiuti, lattine, sporcizia, avanzi di cibo, pantofole del 1998, cuscini gonfi con chissà quanti incubi, cerchioni di automobili orfani di pneumatici, e scheletri di biciclette senza sella né ruote. Accanto a questa striscia di macerie del nostro millennio, o meglio, in mezzo a questa striscia, delle persone. Non so se definirle senzatetto. Magari un tetto lo hanno, e passano la giornata a guardare le macchine passare — come il train-spotting di Danny Boyle — e poi tornano sotto quel tetto, a guardare le pareti. Sono uomini e donne dai contorni indefiniti. Hanno visi serissimi e tetri. Può capitare che si aprano in un sorriso, vedendo una bianca correre per quella parte di NYC che certo non conosce corridori, tantomeno bianchi. Ma sopravvivono un metro sotto il livello di povertà che noi italiani abbiamo in mente quando prendiamo le misure della povertà. E se ne stanno lì, in mezzo alla spazzatura, senza fare nulla, senza dire nulla. Da quanto? Per quanto? In quanti? Sono tutte domande a cui non trovo risposta. Non so nemmeno a chi rivolgerle, per il momento.
Correndo per quel tratto sventurato di Plimpton Avenue, mentre in cielo si staglia un sole da 30 gradi, ripenso a una conversazione con Erik, un amico newyorkese, originario del Minnesota. Gli racconto di quanto NYC mi sorprenda, spesso, per il livello di degrado in certe sue zone. Specifico che l’Italia non è da meno, che abbiamo esempi raccapriccianti in fatto di incuria e rapporto “difficoltoso” con l’immondizia. Ma che stiamo imparando, piano piano piano, a differenziare, a riciclare. E a cominciare a fare quello che in Germania e nel Nord Europa fanno da trent’anni.
“Why is it so?”. Chiedo, rimarcando che siamo nella città che dovrebbe trainare tutti nel futuro, per lo strardinario patrimonio di etnie e nazionalità che la popolano, facendo di lei il modello vivente di convivenza possibile. New York patrimonio DI umanità, come amo dire.
Concordiamo insieme su una possibile ragione.
Rage.
Rabbia. Verso un sistema che non li considera, o peggio, che li considera feccia. E che non si pone il problema di prevenire il loro disagio, ma che lo ignora, fomentandolo. Se convertiamo in potenziale elettorale questi individui, che presentano livelli diversi di degrado — fisico, psichico, fisico-psichico — avremo, come per magia, gli elettori di Trump. Quelli che distruggono tutto ciò che sta loro intorno perché altri l’hanno costruito per loro: altri che li hanno sempre collocati ai margini. Spazzatura a bordo strada. Quindi è lì, paradossalmente, che sono destinati a stare, realizzando la profezia che si autoavvera. Rottami e macerie, organico e inorganico. Un unicuum senza distinzioni.
“America is a country of angry people”, dice, più a se stesso che a me, Erik.

Scendendo dalla metro sopraelevata di Myrtle Avenue, a Bushwick, non penso alla rabbia, che non trovo negli occhi delle persone che incontro. Ma guardando verso le Bushwick Houses, quei condomini dalle dimensioni disumane che hanno dato i natali al re del rap, non posso fare a meno d’immaginare gli anfratti, i sottoscala, gli appartamenti sgangherati, e quel cuore che pulsa incandescente.
L’orizzonte, là in fondo, è rosso rabbia.

Ma non posso portare tanta serietà in un party! Specie in un party così stereotipicamente alternativo che rido solo all’idea della fauna umana che incontrerò. E quando poi la incontro, ci rido sopra una seconda volta.
Patrick è un fotografo che, nella sua carriera ne ha fotografati di tutti e di più. Mick Jagger, Ray Charles, Kate Moss, Salman Rushdie e Viggo Mortensen, per dirne alcuni. E’ un tipo di poche e strampalate parole che fatico ad afferrare. Il suo studio è casa sua, o casa sua è il suo studio. Un grosso telo grigio copre tutt’una parete, e quello è il set. Macchine fotografiche, qualche riflettore, un divano di pelle nera, una cucina a vista molto sciatta, un soppalco che nasconde un letto, l’immancabile bici parcheggiata in corridoio e il caschetto accanto alle scarpe — previdente Patrick. Al terrazzo si può accedere da una finestra del salotto, oppure passando per il corridoio esterno all’appartamento. E il terrazzo è qualcosa che tutti sognano, a New York City. Quello di Patrick è incastonato fra altre brownstones, quindi non c’è panorama o vista o alcunché. Ma fa comunque scena. Mattoni in vista, barbecue, vicini permissivi che tollerano una musica strana, fra il tribale e l’indie, valla a definire se sei capace…
Ah sì, la fauna umana è tipicamente newyorkese. Due ragazze dietro il lavandino stanno tagliando dei peperoni e delle melanzane in un modo assolutamente bbq-unfriendly. Ma chi sono io per dire come tagliare cosa a chi.
Scordo i loro nomi nell’istante in cui li pronunciano, e lo stesso avverrà per tutti quelli che incontrerò, tranne due. Anka, immigrata dalla Russia con la famiglia a 13 anni e a NYC da trenta. Fa qualcosa nell’ambito della moda e della fotografia, ma non ho capito bene cosa.
Spero di ritrovarla, ha un modo di parlare pacato e dolce. C’è Europa in lei. Ma anche nuovo mondo, e la combinazione è molto gradevole.
L’altro di cui mi ricordo il nome è June.
“Like the month?”, diciamo in coro io e Anka, quando ce lo presentano.
Sì, come il mese. Biondo berlinese, secco come un nerd, gay che più gay non si può. Dice di occuparsi di PR, ma lascia tutto sul vago.
Ho capito che esistono due tipologie di newyorkesi. Quelli arrivati, che ti scandiscono a chiare lettere il loro lavoro e per chi lavorano, e se per caso non l’hai capito ti fanno pure lo spelling. E quelli che sono ancora per strada, e stanno cercando il modo di arrivare. La strada, meglio occultarla, per ora, in una nebbia indistinta. Tanto prima o poi arriverà il momento. Sure as hell.
Io e Anka ci avviciniamo a Liv, o forse Luke, per capire cosa diamine stia facendo. All’apparenza sta piantando due assi di legno alle estremità di un tavolo, per trasformarlo in una specie di U. Liv/Luke ci assesta un abbraccio di quelli hippie: molto fumo prima, molto nonsense dopo, sguardo volante e sorriso beato nel mezzo.
Anka chiede “Does Patrick know what you are doing?”.
Liv/Luke annuisce e se la ride.
Mentre Anka va ad accertarsi che Patrick sappia davvero cosa Liv/Luke stia facendo, io gironzolo tra la folla. So già che non rimarrò molto. I due bbq accesi stanno mandando esalazioni tossiche che in nessun modo uccideranno l’outfit da Annie Hall che indosso.

Quando dico che sono italiana, noto che una delle possibili reazioni dell’interlocutore medio newyorkese è quella di dimostrare quanta conoscenza dell’Italia possiede. E via che mi si sciorinano piccoli borghi della Toscana e specialità emiliano-romagnole e angoli dispersi della Sicilia… Io, che vanto un “gravemente insufficiente” in geografia e usi&costumi dell’Italia centro-meridionale, a volte lo faccio presente “Mai messo piede in Sicilia, shame on me” — e quel “shame on me” racchiude davvero tutta la mia vergogna.
A volte faccio la spavalda e indago per vedere fino a che punto si spinge tanta conoscenza del bel paese. Di solito l’interlocutore si arena cercando di ricordare il nome del borgo e della specialità. A volte invece ti trovo il batterista di una jazz band che canta le lodi degli Autogrill italiani, come quella sera a casa di Patrick. Mister X — potrebbe essersi chiamato Joe, ma non metterei la mano sul bbq — mi racconta che quando è in tour in Europa con la band, di solito si fanno tre-quattro tappe italiane e si fermano molto lungo le autostrade. “I love the autogrill!”, esclama, reggendo insalata di cavolo nero e torta di mirtilli tutti nello stesso piatto (l’orrore senza fine). Io naturalmente scoppio a ridere perché per noi italiani, il camogli all’autogrill ti ricorda gli 883 in rotta per casa di Dio (!!), oppure camionisti solitari che tentano di soffocare in un panino la tristezza della lontananza da casa.
Ecco, mi sono resa conto di non sopportare molto quelli che se la tirano perché conoscono il Mirto sardo oppure Santa Margherita Ligure. La gara a chi ce l’ha più lungo — l’elenco di cose-viste-mangiate in Italia, maliziosi! — non sortisce alcun effetto su di me. Ma del resto quella del showing-off turistico è una pratica universale che non riguarda solo i newyorkesi, ma tutti quelli che in un viaggio vedono il modo — assai piccino — di impressionare il prossimo.
Una newyorkese dai tratti asiatici che non avrà più di 35 anni, discorre con Anka.
“I try to work less now, to do what I really like to do. And to enjoy life, d’ you know what I mean? I’ve got a house in the Catskills. Now everyone has a house in the Catskills… You grow up, you know. You don’ wan’ to mess around with the party shit anymore. And it is so fuc*ing quite up there. I really need it. I need a break from the City. To enjoy life, d’ you know what I mean?”. Accanto a lei una splendida lesbica nera con la casacca dei New York Yankees annuisce. Ha i capelli rasati ai lati, una birra in mano, sneakers ai piedi.
Le Catskills sono le montagne appena fuori New York City. Un po’ come comprarsi una seconda casa sul Bondone, immagino.
Qualche settimana fa ho abilmente rifiutato un invito ad andarci, nelle Catskills.
Non è che chiedi a Mandela di visitare Robben Island dopo 27 anni di prigionia. Capitemi. Per il momento, le uniche vette che riesco ad affrontare, sono quelle del Chrysler e dell’Empire, che mi fanno da bussola in caso mi perda nella selva oscura di Gotham City.
Saluto il padrone di casa, che prima di andarmene mi illumina su cosa serviva la U che Liv/Luke stava costruendo. Liv/Luke ha aggiunto un’asse in cima, in modo da formare una specie di cubicolo. Ha sistemato uno spargi-fumo in fondo, creando così una specie di strano sfondo misty-hazy per foto. Patrick mi dice sit down there.
I sit down there.
Scatta una foto. Chissà che fine farà.
La 35enne asiatica mi abbraccia prima che me ne vada “It was so great meeting you”.
Non ci siamo nemmeno rivolte la parola.
It was great meeting you too, Lady Catskills. Enjoy the fuc*ing quiet.

Dunque, questa settimana, a rigor di NY Film Festival, dovrei parlarvi di qualche film che ho visto durante la kermesse. Tipo l’ultimo di Woody Allen, “Wonder Wheel”, girato nella mia amata Coney Island. Uscirà a dicembre nelle sale. Stavolta Woody raggiunge la sufficienza, e si discosta da certe pellicole di dubbio gusto degli utlimi anni. Diciamo che sembra una pièce teatrale che ribalta “Blue Jasmine”, ci butta dentro un po’ di “Match Point” e aggiunge la patina nostalgica di “Café Society” lucidata dalla mano di Vittorio Storaro, che dirige una fotografia al sapor di luci color miele e azzurro. Oppure dovrei raccontarvi di “Piazza Vittorio”, lo splendido documentario che Abel Ferrara — il figlio ribelle del cinema indipendente newyorkese trapiantato in Italia — ha girato nelle piazza romana. In un’ora di documentario ha riassunto la questione dell’immigrazione a livello locale e globale, l’identità italiana “messa a rischio” dai flussi migratori, l’istinto di apertura dell’animo italiano verso l’accoglienza ma la frustrazione di convivere con situazioni al limite della decenza.
Abel ha pure mandato a fancubo il Lincoln Center nel Q&A. E detto da dentro il Lincoln Center, be’, it is no peanuts.

Invece decido di parlarvi di “Loving Vincent”, di Dorota Kobiela e di Hugh Welchman, perché è il primo film d’animazione interamente dipinto a mano. Ci hanno lavorato 125 pittori ad olio —di gomito anche— che si sono messi letteralmente a dipingere il film, fotogramma per fotogramma, pennellata su pennellata. 62.450 inquadrature, 12 dipinti a olio per ogni secondo. 80 minuti di film. Fate voi i vostri conti e ditemi se l’olio non è anche di gomito.
I due registi hanno fatto prendere vita alle tele del pittore olandese, portando in scena i protagonisti di quei quadri. Dalla tela allo schermo, insomma. Se amate l’arte di Van Gogh, e la persona di Van Gogh, tanto quanto li amo io, “Loving Vincent” è assolutamente imperdibile: materializza davanti ai vostri occhi i ritratti di personaggi che vi sono familiarissimi. Il postino Roulin, il Dottor Gachet e la figlia, i contadini, l’Arlesiana. E poi ancora i corvi, gli iris, le case dalle imposte verdi sotto un cielo altrattanto verde, le caffettiere, le bottiglie, le notti stellate… E tranquilli, non è una sviolinata all’opera dell’artista e alla sua triste fine. “Loving Vincent” è costruito come un giallo, una detective story — non un biopic.
E’ ambientato nel 1891, un anno dopo la morte di Vincent. Ve lo ricordate Roulin, il postino? Ecco, Roulin incarica il figlio Armand di consegnare una lettera che il pittore scrisse al fratello Theo prima di morire. Armand, assai riluttante, si mette in viaggio, ma ben presto scopre che, nel corso di quell’anno, anche Theo è morto. Allora deve trovare un nuovo destinatario per questa lettera… E si mette sul cammino degli ultimi giorni di Vincent a Auvers, passando per Arles e Saint-Remy-de-Provence, incontrando tutti i personaggi che hanno popolato la vita — e le tele — del pittore. E qui comincia il giallo. Chi ci assicura che Vincent si sia tolto la vita? Dopotutto il foro del proiettile nel fianco è innaturale: chi si suicida puntandosi una pistola in area fegato? E come può un paziente essere dimesso da una clinica psichiatrica come “guarito” e, nel giro di poche settimane, ripiombare nella depressione e decidere di togliersi la vita? Che rapporto aveva il dottor Gachet con Vincent? E la figlia di Gachet?
Armand infila i panni del detective e ripercorre le ultime settimane di vita del pittore, e noi con lui. In posti, per altro, che mi sono personalmente molto cari. Il mio agosto 2016 è trascorso ad Arles, dove Vincent visse il suo penultimo anno di vita. E certo non potevo farmi mancare la visita al manicomio di Saint Paul de Mausole, a Saint-Remy-de-Provence, a un’oretta di distanza.
In “Loving Vincent”, troverete tutto. Soprattutto la lotta dell’artista contro i propri demoni, la furia della creatività, che lo colse a tarda età — 28 anni — e che lo portò a dipingere più di 800 tele in dieci anni scarsi. Troverete tutte le ultime 150 tele che dipinse nel cortile di lavanda e nei dintorni di grano del manicomio. Snocciolo cifre perché nei giorni arlesiani mi sono documentata in maniera febbrile su Vincent, e lui, Vincent, mi è stato accanto in una maniera quasi fisica. Quei colori feroci, spesso inconsueti — cieli verdi, campi blu. Il giallo che ferisce gli occhi, tanto è abbacinante, i cieli vorticanti che vorticano e inghiottono. Van Gogh cammina sul filo e dalla tenebra salva degli spettacoli inquietanti e incantevoli. Così è la bellezza, talvolta. Una donna splendida con addosso un manto nero.
Centrale anche lo sguardo degli altri su di lui, l’altro per antonomasia, zimbello e bersaglio di critiche, angherie di ogni sorta. Coloro i quali lamentano il bullismo, più o meno cyber, del mondo 2.0, mitizzando il passato, forse non ricordano la lunghissima lista di artisti presi di mira nel corso dei secoli dai benpensanti. Vincent era lo straniero matto. Dylan Thomas l’inglese ubriacone. Oscar Wild il debosciato perverso. Ed è stato un sollievo che i due registi abbiano accennato giusto en passant all’orecchio tagliato e al rapporto controverso di Vincent con Gaugain, ben consci che quella è la parte di bio-letteratura che riempie le bocche delle cronache ma che rivela solo in minima parte chi fosse veramente Van Gogh. Ancora oggi Vincent viene ancora additato come quello che si è tagliato l’orecchio e che faceva il diavolo a quattro con Gaugain. Sad but true.
Questo film è un modo per conoscere di più di lui, ma anche del rapporto con il fratello. Se non l’avete fatto, procuratevi la raccolta di lettere che si scambiarano. E’ un libro prezioso. E se c’è una cosa che mi manca dell’Italia, Moviers, ve lo confido, è la mia libreria. Perché quando ti trasferisci dall’altra parte dell’oceano puoi portarti tanto, ma non tutto. I tuoi libri, rimangono dalla parte sbagliata dell’oceano. E i libri che ti hanno formato sono la tua spina dorsale. Lasciandoli, lasci un po’ di te.
Anyway, reputatevi fortunati che non abbia sottomano la mia copia delle lettere, altrimenti vi seppellirei di citazioni. 🙂
Spero di avervi convinto ad andare nelle sale a vederlo. In Italia esce solo per tre giorni, oggi, domani e dopodomani.
Vi vorrei anche parlare di “Visages/Villages”, di Agnès Varda e JR, credo il documentario più bello degli ultimi anni, ma vedo che uscirà in Italia a maggio 2018 (!), quindi c’è tempo per pipponi.

In onore di Vincent, mon amour, ho aggiunto nel Frunyc II alcune fotografie che scattai lo scorso anno ad Arles e a Saint-Remy-de-Provence. So di fare la felicità degli amanti della Provenza 🙂

E anche per oggi è tutto, Moviers. Grazie della pazienza, della resilienza, della costanza, e saluti, (in)finitamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

Fari Fellows,

No non è un refuso quello lassù, niente missing C. 🙂 Una cosa che mi piace fare qui a New York, città perquisita da tutte le guide del mondo, è perquisire il non ancora perquisito, o perlomeno il poco-perquisito. In questa pratica, New York in sé c’entra poco. E’ un modo di procedere che conto di mantenere in qualsiasi posto finirò. La bellezza si scova soprattutto negli angoli in cui l’occhio non guarda.
Tipo.
Io molto raramente vado a nord di casa mia, a nord di Harlem. Sono proiettata verso il sud. Tutta la vita, e il lavoro e gli eventi sono dalla 72esima in giù, per non dire da Columbus Circus (59esima) in giù. A nord di casa mia si apre il quartiere di Washington Heights, colonia della comunità dominicana e portoricana. Le insegne perdono la parte bilingue e parlano solo lo spagnolo. Gli uomini sono bassetti e le donne parlano fitto fitto fra loro, come se avessero sempre grandi segreti da raccontarsi.
E’ come mettere piede in un’altra terra, pur essendo piantati a New York. Washington Heights si chiama così per via del George Washington Bridge che collega NYC al New Jersey. Il mio ponte preferito, credo di avervelo già detto. Perché non gode di quella popolarità del ponte di Brooklyn, osannato — a ragione — da tutti. Il Washington Bridge è un ponte che porta con sé tutti i mattini di tutti i pendolari che all’alba partono alla volta del Jersey, e di tutti gli abitanti del Jersey che all’alba affrontano il supertraffico per arrivare a Manhattan — mai traffico fu più traffico, believe me. E’ una struttura solida, imponente, industriale. Ci ho corso sopra una volta e fa impressione, lassù, la distesa dell’Hudson River, là sotto. Un mare più che un fiume.
Se rimanete dalla parte di Manhattan, sotto il ponte, spunta, piccolissimo, un faro rosso. Sembra uscito fuori dalle favole. Ecche ci fa un faro in miniatura, rosso rosso, alle pendici del Washington Bridge?
Eh me lo sono chiesta anch’io. Presumo che aiutasse — forse in passato — nella navigazione. L’Hudson è un fiume (mare) molto battuto da imbarcazioni di ogni sorta. Il faro avrà fatto il suo dovere, immagino.

In novembre, appena arrivata, ho cercato di avvicinarmi. Ovviamente siamo in America. Ovviamente è spuntato un cop — dal nulla, damn it! — e mi dice “You cannot take pictures!”, con quell’apertura al dialogo tipica dei cops americani… Io ho infilato il cellulare nella fondina, ho fatto la faccia da monello colto con le mani nella marmellata e l’espressione “non lo faccio più promesso”, pregustando l’istante in cui avrei riguardato le mie foto, che ovviamente contenevano l’incontenibile — sono nota come la fotocamera più veloce del West… 🙂 (Lo trovate nel Frunyc, negli scatti di novembre…).
C’è qualcosa di magico, in quel piccolo faro rosso sotto il gigante di ferro grigio. Sia perché è una presenza anacronistica e che non ti aspetteresti, sia perché nessuno mai vi dirà “Andate a vedere il faro rosso nel Fort Washington Park, all’altezza della 179esima”.

Allo stesso modo, nessuno vi dirà, se non qualcuno che ci è stato, “Andate da Bill’s Place”, al 148 W della 133esima. Cuore di Harlem. Negli anni ’20, in pieno Proibizionismo, la strada tra la 133esima, ovvero tra Lenox e la Settima, era chiamata Swingstreet. Era la via delle speakeasy, quei locali, molto spesso nei seminterrati, in cui si vendevano alcolici illegalmente. Ora attaccateci tutto quello che il vostro immaginario vi sta suggerendo: parola d’ordine, alcol camuffato nelle tazze da te, bancone dei liquori che sparisce nel nulla e spunta per magia un tavolo da biliardo… Ecco, qui a New York, ci sono tutta una serie di questi locali d’epoca che hanno mantenuto lo stile — e che il vostro Board scoprirà 😉
Bill’s Place è un posto molto rinomato tra gli intenditori di jazz perché ci vanno a suonare i grandi del genere. Questo Bill, è Bill Saxton, anche noto come The Harlem Jazz King, uno dei sassofonisti più talentuosi in da City, e in da States. Ma questa non è una speakeasy qualunque. Sapete chi è stata scoperta qui da un talent-scout, negli anni ’30? Una certa Billie, che viveva un paio di strade più in giù, e che cantava, cantava, cantava sempre… Sì, lei, Holiday, Billie Holiday…
Bill’s Place è un posto piccolissimo, in cui si ascolta il jazz duro e puro. Ironia della sorte vuole che non abbiano la licenza per gli alcolici (!) quindi se volete bere durante il concerto, dovete portarvi l’alcol da casa. Alle pareti poster di chi ha fatto grande il jazz. Duke Elligton, Dizzy Gillespie, Miles, Billie Holiday, Ray Charles. Sul palchetto, minuscolo, i jazzisti. E per un’ora e mezza, non esiste nient’altro. Solo voi, loro, e la loro straordinaria arte in-the-making — e a me è toccata la signora tromba di un talento quale Kamau Muata Adilifu…

L’ultimo piccolo che vi racconto non è proprio piccolo. E’ tutt’un quartiere. Si chiama DUMBO, e non ha niente a che fare con l’adorabile cucciolo disneyano. Ovviamente è un acronimo — lo so, era meglio credere che fosse l’adorabile cucciolo.
Down Under the Manhattan Bridge Overpass. DUMBO.
E’ la porzione di Brooklyn tra il Brooklyn Bridge e il Manhattan Bridge. Un tempo, una zona di rimesse e capannoni; oggi dentro a quelle rimesse e a quei capannoni, loft, librerie e locali trendy. In alcuni punti vi sembra di camminare dentro “C’era una volta in America” oppure “Quei bravi ragazzi” — la cinematografia che ha costruito l’italoamericanità a cui il nostro immaginario è tanto affezionato. Ci sono capitata sabato sera, con una temperatura di meno 8 gradi — New York ha freddato la primavera sul nascere, si sappia. Non ho potuto attardarmi a fare fotografie così come avrei voluto. A meno 8 gradi, l’estetica soccombe alle leggi della fisica, intimorita dalla camera iperbarica. Mi sono ripromessa di tornarci con il caldo. Quando i ragazzini, per strada, giocheranno con gli idranti, l’asfalto tremolerà sotto le ondate di caldo e il carretto delle limonate sembrerà un miraggio… Oh oh, mi sa che cinema e realtà si sono sovrapposti di nuovo…
Ora avete tre posti piccoli da visitare: il faro rosso, Bill’s Place e DUMBO — e lo vedete, it’s not my fault, fanno cinema anche detti così…

La settimana scorsa, se ricordate, avevo lanciato un Let’s Movie. Ma ho scoperto che “Una vita da zucchina”, “A Life as a Zucchini”, di Claude Barras, è arrivato in Italia ancora in dicembre. Chissà se ha raggiunto Trentoville… Era stato presentato — e adorato — al Festival di Cannes e ha vinto il Festival di Annecy (Miglior film e Premio del Pubblico) e di San Sebastián.

“Una vita da zucchina” è come “Inside Out”. Si ride, si piange. Si piange, si ride. Grande lavoro di sceneggiatura e grande lavoro di artigianato nella realizzazione. Si vorrebbe che non finisse mai — a questo proposito, se non l’avete ancora visto, rimanete in sala anche dopo i titoli di coda, mi raccomando… 😉
Il film è realizzato in stop-motion, la tecnica adottata da Kaufmann per “Anomalisa” in cui, ai disegni dell’animazione tradizionale, sono sostituiti dei pupazzi ripresi fotogramma per fotogramma — ho letto che sono stati necessari due anni di lavoro con più di cinquanta artigiani e sessanta set, costruiti o disegnati, anvedi.

Icarus, meglio note come Zucchina, vive in una soffitta mentre la madre alcolizzata si alcolizza davanti alla tv, al piano di sotto. Il bambino passa il tempo costruendo castelli con le lattine di birra vuotate della madre e facendo volare un aquilone fuori dall’abbaino.
Poi un incidente domestico, Zucchina si ritrova orfano, e viene trasferito in una casa famiglia, dove i suoi compagni hanno tutti un passato difficile come il suo, e lo stesso sguardo malinconico, dolce e spiazzante che ha lui. Gli occhi di questi bambini, per quanto siano frutto dell’artificio — e della plastilina — vi rimarranno impressi dentro anche dopo la fine del film. Sono occhi di bambini che, in qualche modo, hanno subito un danno. Chi ha i genitori drogati, chi è stata abbandonata dalla madre, chi ha il padre immigrato rinchiuso in prigione, chi ha subito violenza dal padre, chi ha visto la madre morire per mano del proprio padre… Tutte innocenze che hanno assistito a troppa esperienza nelle loro piccole vite.
E tra questi bambini “diversi” si instaura piano piano un rapporto di empatia e di fratellanza che farebbe sciogliere il cuore a Putin — qualcuno glielo faccia vedere, please! Tanti silenzi, poche parole, per un film ricchissimo e fatto di dettagli — e qui Maestro Miyazaki insegna. L’aquilone di Zucchina, ad esempio, da un lato porta il disegno di un supereroe — il papà che non c’è più— dall’altro le “pollastre”, quelle di cui il papà sempre assente “ricercava continuamente”, o almeno così gli ha detto sua madre non riferendosi proprio a dei volatili… Oppure il pupazzo tutto rattoppato di Béatrice, la piccola marocchina che ogni volta che arriva qualcuno alla casa-famiglia, esce sulla porta gridando “mamma!”, sperando sia lei, tornata a prenderla. O un ciuffo lungo portato sopra gli occhi  – come nel caso di Alice – per proteggersi, forse, dal ricordo delle “cose brutte” che le faceva il patrigno, o ancora un I-pad – l’unico regalo che Simon ha ricevuto dalla madre tossica – o un libro di Kafka per Camille, l’ultima arrivata nell’orfanotrofio dopo Zucchina, e della quale Zucchina si innamorerà perdutamente.
Quanto ci piace, leggere le storie nei dettagli. E’ così che funziona la letteratura: nel dettaglio, nel particolare, s’intravede l’universale.
E ti verrebbe voglia di adottarli tutti, questi bambini. Ma, il film insegna, la vita va diversamente, e se Zucchina e Camille alla fine trovano una casa, agli altri toccherà attendere ancora. Ma bando ai pessimismi! “La mia vita da zucchina” è un modo molto dolce e divertente per ricordare a tutti che la possibilità di ricominciare può essere dietro l’angolo: non bisogna mai smettere di avere fiducia.
Ne escono benissimo, dal film, le figure degli insegnanti, dei poliziotti, delle direttrici delle case-famiglia. Ne escono malmessi genitori e parenti. Ed è anche questo, che si apprezza. Sovvertire lo sguardo che di solito tende a mitizzare la famiglia e demonizzare le istituzioni. E vi garantisco che, nonostante la trama, i bambini “sfortunati”, i genitori infami e le zie megere, non trovate alcun tipo di sentimentalismo scontato, o pietismo, o buonismo. In più, e qui, chapeau al regista Claude Barras e al romanzo da cui il film è tratto, si ride! Si ride anche solo guardando con quale inventiva sono stati creati gli oggetti che appaiono in scena: macchine, passerotti, acconciature, vestiti. Un piccolo capolavoro di fantasia e cuore che mi ha letteralmente sciolto in una pozza di tenerezza — ebbene sì, persino il Board… 🙂
Quindi non ve lo perdete assolutamente!

Ora vi lascio al vostro lunedì italiano, e a me, ancora un po’ di notte americana.
Ho aggiornato il Frunyc, ovviamente.

Aspettavo che il WG Mat mi mandasse due righe di recensione su “Beata ignoranza”, che, a quanto sento, ha riscosso l’apprezzamento generale. Ma visto che le due righe non sono arrivate (!!), nel Maelstrom vi cuccate un articolo su una piccola notevole mostra inaugurata alla Ierimonti Gallery…Caso mai passiate dalla 57esima, a un tiro di schioppo da Columbus Circle 😉

Grazie, sempre della pazienza e saluti, stasera, luminosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)
Ecco, cuccatevelo 🙂 http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2017/03/04/faraway-so-close-opere-distanti-mai-cosi-vicine/

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