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LET’S MOVIE 356 da NYC – commenta “COCO”

LET’S MOVIE 356 da NYC – commenta “COCO”

FIT Fellows,

lo siete, in forma — straordinaria forma — lo so. Non c’è bisogno quindi, che rimarchi l’ovvio. FIT in questo caso è il felice acronimo — per una volta felice — di Fashion Institute for Technology, ovvero l’università dove questa settimana ho iniziato a insegnare italiano 🙂 Quello che in gergo bellico, ovvero accademico, si chiama Adjunct.
L’FIT — che si pronuncia EffAiTi, quasi che questi bambinoni di americani non avessoro fatto caso alla felicità del doppio significato dell’acronimo, ma avessero semplicemente messo una lettera dietro l’altra, inconsapevoli. Perle ai porci. Dicevo, l’FIT sta a Chelsea, tra la 7ima e l’8ava Avenue, altezza della 28esima Strada. Tre edifici con annessi studentati per far dormire sonni tranquilli agli studenti. Praticamente un campus nella city. Perché a New York City non ci sono solo la Columbia e l’NYU, ma molte moltissime strutture universitarie, a cominciare dalla già citata e apprezzata New School, la Cooper Union, il Baruch College, il Mercy College, l’Hunter College, e college via.
Da quando so dell’incarico all’FIT, me ne vado in giro per NYC spinta dalla propulsione della mia coda da pavona. Lei coda e io pavona. Non vi dico poi da quando mi hanno dato il tesserino, e aperto l’account di posta. E se scrivete a [email protected], non è una mia omonima. Sono incredibilmente io! 🙂

Al Fashion Institute of Technology non insegnano solo “la moda”, ma tutte le materie che satellitano intorno ad essa. Disegno tessile, fotografia, business, grafica, progettazione giochi, legge, Health Education (?), cinese, giapponese, e tanto altro. Accanto al giapponese, al cinese, lingue che hanno a che fare con l’industria della moda — da Kenzo a Made-in-China il passo è linguisticamente breve — il francese, perché in fondo Louis Vuitton, Christian Delacroix e Yves Saint-Laurent non erano di Carate Brianza e l’italiano, perché ammettiamolo, uno dice moda, e il primo paese che gli viene in mente è Carate Brianza! Ovvero, Italia, e non solo perché in Italia Re Giorgio ci ha costruito il suo impero. Ma anche per figure di rielievo millennial tipo Chiara Ferragni — mai avrei pensato di citarla e invece, dopo le sue lecture ad Harvard e la classifica Forbes che la vede influencer numero 1 del 2017, ho dovuto rassegnarmi — e Alessandro Michele, della maison Gucci, uno degli stilisti più influenti al mondo. Quindi italiano, lingua della moda.
In più l’FIT è statale. Le famiglie degli studenti non devono svenarsi per dare un’istruzione ai figli. La retta media annuale è di 4.000 dollari. Certo non sono noccioline, ma nulla a confronto dei 60-70.000 della media privata. Il problema per gli studenti dell’FIT è vivere nella City, con gli affitti alle stelle. Per questo la maggior parte di loro pendolano da paeselli sconosciuti del Long Island o della contea di Wechester, tipo Scardale. Anche la sua statalità mi rende fiera. Forse non è tutto perduto per questo paese che mette istruzione e sanità fra i lussi che il cittadino si può pagare, non fra i diritti che gli spettano.

E poi c’è questo modo americano grandioso di dar forma alle cose. Esempio. In Italia l’Aula Computer per i Professori è l’Aula Computer per i Professori, giusto? Qui è il “Center for Excellence in Teaching” (CET, ovviamente…), dove ti senti fiero anche solo loggandoti nel sistema.
Capite la differenza?
E poi i corridoi. I corridoi sono tappezzati di bozzetti, cartamodelli, giralamoda, idee strampalatissime. Tante aule sono piene di macchine da cucire, busti e manichini. Io che sono cresciuta accademicamente in una facoltà di lingue, in cui non c’era alcun dio all’infuori del libro, ritrovarmi con laboratori in cui si colora, si taglia, si cuce, si riprende — un orlo, o una scena per un documentario — mi fa sentire come dentro una fabbrica del fare, non solo dello studiare.

Ecco, quando mi hanno dato l’incarico pensavo che avrei dovuto concentrarmi sulla microlingua usata nel settore. Impararlo, prima di insegnarlo, tutto il lessico specifico che ruota attorno alla moda, passando le notti a capire se per la fantasia “pied-de-poule” si tiene il termine francese, oppure si traduce “piede di pollo”, col rischio che esca fuori il classico “porco” da Lupin III. Invece eccomi cominciare giovedì scorso e incontrare i miei studenti. Ventenni. Persi. Silenziosi che più silenziosi non si può. Non una chiacchiera dietro quelli della prima fila. Nemmeno un whatsupp, in modo da agevolarmi un rimprovero, prima bonario, e poi via via sempre più perentorio fino ad arrivare alle minacce d’inizio secolo scorso. Zitti e immobili come la morte. Ora, io mi rendo conto che trovarsi davanti una madrelingua intenzionata a parlare italiano dal primo secondo, deve averli scioccati a livello anafilattico (!). Però di solito funziona come col bagno al lago: il primo minuto è dolore, poi ti abitui alla temperatura e diventi Michael Phelbs. Almeno con i miei studenti che imparavano l’inglese in Italia era così: trauma iniziale seguito da una lenta ma continua ripresa verso la padronanza del verbo.
Ho capito, con la mia classe del giovedì, dalle 6:30 pm alle 10:20 pm, che devo volare molto più basso. Ma talmente molto più basso da rasare l’asfalto del sapere — il ground zero dell’apprendimento. C’è anche da dire che non è esattamente la lezione più semplice del dipartimento. “The graveyard”, è soprannominata. Ahimé. Cimitero non solo per l’ora — dalle 9:45 pm in avanti gli studenti ti cadono fra le mani come d’autunno dagli alberi le foglie… Cimitero anche per la classe in sé. Niente finestre, soffitto basso, neon tossici. Certo, sono l’ultima arrivata. Non posso pretendere lezione alle 11 e classe vista Highline.
Mi ero fatta un film della mia prima lezione. Gli studenti timidini all’inizio, mai poi via via più coinvolti. Tutt’uno sfogliare di libri e appunti, mani alzate “non ho capitou”. Invece no, nessun libro sfogliato. Nessun libro, a parte il mio, con gli esercizi rigorosamente fatti, perché volete mettere, Moviers, per una volta, sapere tutte le risposte a occhi chiusi, non avere un’ombra di dubbio e andar via spediti come il vento?
Insegnare italiano è il meglio che ti possa capitare. O meglio, sapere l’italiano. Di default. Ma ve l’immaginate cos’è per uno straniero capire, interiorizzare, riformulare e pronunciare uno sputo di forma verbale come “dargliele”? Quando vi ritrovate a litigare con l’inglese, pensate a “dargliele”, e vedrete che il present perfect continuous non vi farà più dannare… Quindi, per una volta, beati NOI, che sappiamo l’italiano da madrelingui — madrilingue??
Insomma, nessun libro. Silenzio di tomba — del resto siamo in pieno graveyard — qualche timidissimo monosillabo quando leggiamo l’alfabeto. E lì capisco che mai mi diranno “non ho capitouu”, con quella O che diventa sempre U come Stanlio, a fine di parola. Non lo diranno mai perché quello è un passato prossimo, e noi siamo ancora a A come Avventura, B come bravura C come Canaglia che con me verrà in questura — e gliel’ho cantato, Fellows, ho cantato l’alfabeto, pur di tirar su quei morali millennial perennemente depressi!
Eppure nutro della tenerezza verso di loro. La mia coordinatrice mi ha spiegato che hanno praticamente tutti i giorni e tutte le sere pieni di lezione dalle 8:30 am alle 9-10 pm. In più devono studiare e lavorare ai loro progetti. E infatti li vedi per i corridoi, seduti per terra, davanti al portatile, gli occhi allucinati. L’FIT è aperto 24 ore su 24, ma per entrarci devi avere un tesserino. Se non ce l’hai, puoi anche essere Miuccia Prada in scarpe e ossa e rimani fuori. Prima di dirigermi in sede, ricontrollo la borsa dalle dieci alle venti volte: l’angoscia di dimenticare il tesserino è grande e grossa.
Quindi li devo comprendere, questi ragazzi ignari che wow, la traduzione di “Venice” in italiano è “Venezia” — e arriverà il giorno in cui capiranno che la traduzione di “Venezia” è “Venice”…

Ovviamente in tutto questo, c’è stato il mio trasloco. E ringrazio la buon’anima dell’amico Erik, che da Williamsburg, Brooklyn, era diretto in Minnesota, passando per Detroit via Chicago con la sua monovolume, e sul tragitto, si è fermato alla 150esima Broadway, ha caricato quanto più materiale boardiano possibile e l’ha scarrozzato alla 111esima. Ora faccio “La ragazza con la valigia” — ancora un po’ di spola — e dovrei finire domani. I traslochi sono dei cataclismi dai quali hai la certezza di uscire vivo, ma durante i quali ti dai sempre per spacciato.
Ho caricato le foto di casa nuova nel Frunyc III se volete favorire 🙂

Questa settimana sono andata a vedere un film di animazione della Pixar, che so essere uscito anche in Italia. “Coco” di Lee Unkrich. E mi piace già dall’inizio inizio perché il titolo depista, e le depistazioni giocano con i bambini e solleticano gli adulti. Il riflettore dovrebbe essere puntato su Miguel — lui è il piccolo protagonista del film, a lui ne accadono di ogni. Eppure, alla fine, capiamo che il vero anello di congiunzione è Coco, la sua bisnonna.
Miguel ha un sogno: diventare un musicista, come il suo idolo, Ernesto de la Cruz, un mito nazionale, una specie di Bobby Solo messicano (!). Però, sciaguratamente, non può dar seguito a questa sua vocazione: la sua famiglia ha ripudiato per sempre la musica da quando la sua trisavola Imelda venne abbandonata, insieme alla figlioletta Coco, dall’uomo che preferì seguire la fama e il successo musicale, piuttosto che restare legato alla famiglia palla al piede. Ma Miguel sente questo impulso insopprimibile verso la musica e farà di tutto per assecondarlo, persino rubare la preziosa chitarra del mitico Ernesto de la Cruz e partecipare a un talent-show… Si ritroverà, per questo, catapultato nel dia de los muertos, il giorno dei morti, quando il confine tra terra e aldilà sparisce, e affronterà un viaggio alla ricerca del suo idolo, ma anche alla scoperta del mistero che si nasconde dietro alla sua famiglia e al veto verso la musica. Un viaggio, anche, verso la verità, che può indossare panni imprevedibili — come quelli di uno scheletro buffo dimenticato dalla famiglia — e smitizzare i miti — come Ernesto de la Cruz.

“Coco” è un film che tira in ballo tanti temi, primo fra tutti, la morte e il suo tabù. Non come cessazione del tutto, ma nemmeno come passaggio in un paradisiaco Eden, la morte è rappresentata sia come parte integrante della vita, sia come continuazione di un viaggio che non finisce con la fine della vita, ma che prosegue oltre. Indispensabili, in questo “andare avanti”, i vivi, e il ricordo che conservano dei morti. E’ il ricordo che li tiene in vita dopo il trapasso, e che vieta l’oro di cadere nella tenebra dell’oblio. Perché la vera fine, dopotutto, sovviene quando nessuno si ricorda di noi. Tuttavia il regista è sufficientemente scaltro da mostrarci che i ricordi possono essere falsati, sbagliati, manipolati, storpiati e, se questo succede, be’, porte aperte al revisionismo storico! Vanno raddrizzati. I palloni gonfiati sgonfiati — come nel caso della mongolfiera Ernesto de la Cruz — e i colpevoli scagionati, come nel caso di Hector, ben più di uno strampalatissimo scheletro che perseguita Miguel… Il film omaggia Coco come il vero trait-d’union fra Miguel ed Hector. Se la figlia di Coco, l’irruente burbera Abuelita, non ha conosciuto il nonno, lei, Coco, sì. Ha conosciuto la sua vera anima, attraverso la musica — la canzone che Hector le cantava prima di partire per le sue tourné. Coco collega Hector e Miguel, e Miguel riuscirà, attraverso Coco, a salvare Hector, salvando il suo ricordo attraverso la stessa Coco, in un circolo virtuoso di memoria ripristinata.
Il film è anche un invito a “Seize the moment”, cogliere l’attimo, non rinunciare ai propri sogni. Ma questo, mai a scapito della correttezza. La fama del bell’imbusto de la Cruz, è stata costruita sulla menzogna e l’egoismo. Miguel scoprirà tutto questo, e riuscirà a dare a Cesare quel che di Cesare, restituendo a Hector la paternità dei testi delle canzoni di de la Cruz. Come dire, la storia è piena di falsi miti. Non cadiamo in trappola. Viriamo su ciò che è giusto.

Un’ultima cosa. Quando ho visto la strada arancio che collega il regno dei vivi con quello dei morti, ho pensato immediatamente ai Floating Piers di Christo a Sulzano, sul Lago d’Iseo, nel 2016. Forse perché — magari lo ricorderete — ero andata molto in fissa per l’istallazione, tanto da sfidare ressa, colonne, treni imprendibili e tutto ciò che di scoraggiante potreste nominare, pur di camminare sul percorso galleggiante nel bresciano. Non ho trovato nulla in proposito in rete, se non un articolo che ribadisce l’estraneità del regista all’opera dell’artista. Io, ripeto, vedendo la strada arancio, non ho potuto non associarla a quella di Christo. Sarebbe interessnte approfondire…
Fatevi un regalo e andate a vederlo. Sì va be’, c’è il lieto fine, ma vogliamo non volerlo proprio mai?! 🙂

E anche per stasera è tutto, Moviers. Dalla settimana prossima vi scriverò dal 545 W 111th, con il mio nuovo sole, la mia nuova vista, la mia nuova New York City.

Qui trovate un articolo su Sam Pollard, volevo dire Sam-I-love-you-Pollard… Per gradire, dopo il dolce e l’ammazzacaffè…
E qui c’è il Frunyc III aggiornato con commenti, e poi ci sono i saluti, accademicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

Finisco Fellows

in un appartamento a Bushwick, la zona di Brooklyn immediatamente sotto Williamsburg, più o meno a sud di Flatbush Avenue. Segmentizzare Brooklyn e definire i suoi quartieri è un compito al quale persino i geometri comunali di New York City hanno rinunciato. Ogni volta che chiedo a qualcuno dove comincia Bushwick e dove finisce Bed-Stuy, oppure qui è ancora Ridgewood o siamo a Greenepoint, ottengo solo risposte vaghe “mmm dunno exactly”.
Il profilo di Bushwick somiglia molto a quello di Bed-stuy —che di secondo nome, lo ricordo, fa “Do or die”. Mi dicono che le Bushwick Houses sono gemelle delle Marcy Houses di Bed-Stuy, quelle che chiamano “public housing projects”. Da quello che mi spiegano sono le nostre case ITEA, però con molto molto spaccio, fancazzismo, microcriminalità. Mi dicono anche che lì è nato Jay-Z. Cerco di mascherare la mia bocca spalancata con del campanilismo tutto made in Sugar Hill. “Are you sure? I thought he was born in Harlem”.
Sì, sì, mi assicurano. Right there.
Quando ascolti il rap di NYC, e poi ti ritrovi in quelle strade sputate da quelle voci, e vedi certi spettacoli, capisci quello che quei testi ti riversano addosso. L’altro giorno correvo nella parte assolutamente non turistica del Bronx, tra Plimpton e Jesup Avenue. Sono passata davanti a un tratto di strada da fegati preparati. Una fila di rifiuti, lattine, sporcizia, avanzi di cibo, pantofole del 1998, cuscini gonfi con chissà quanti incubi, cerchioni di automobili orfani di pneumatici, e scheletri di biciclette senza sella né ruote. Accanto a questa striscia di macerie del nostro millennio, o meglio, in mezzo a questa striscia, delle persone. Non so se definirle senzatetto. Magari un tetto lo hanno, e passano la giornata a guardare le macchine passare — come il train-spotting di Danny Boyle — e poi tornano sotto quel tetto, a guardare le pareti. Sono uomini e donne dai contorni indefiniti. Hanno visi serissimi e tetri. Può capitare che si aprano in un sorriso, vedendo una bianca correre per quella parte di NYC che certo non conosce corridori, tantomeno bianchi. Ma sopravvivono un metro sotto il livello di povertà che noi italiani abbiamo in mente quando prendiamo le misure della povertà. E se ne stanno lì, in mezzo alla spazzatura, senza fare nulla, senza dire nulla. Da quanto? Per quanto? In quanti? Sono tutte domande a cui non trovo risposta. Non so nemmeno a chi rivolgerle, per il momento.
Correndo per quel tratto sventurato di Plimpton Avenue, mentre in cielo si staglia un sole da 30 gradi, ripenso a una conversazione con Erik, un amico newyorkese, originario del Minnesota. Gli racconto di quanto NYC mi sorprenda, spesso, per il livello di degrado in certe sue zone. Specifico che l’Italia non è da meno, che abbiamo esempi raccapriccianti in fatto di incuria e rapporto “difficoltoso” con l’immondizia. Ma che stiamo imparando, piano piano piano, a differenziare, a riciclare. E a cominciare a fare quello che in Germania e nel Nord Europa fanno da trent’anni.
“Why is it so?”. Chiedo, rimarcando che siamo nella città che dovrebbe trainare tutti nel futuro, per lo strardinario patrimonio di etnie e nazionalità che la popolano, facendo di lei il modello vivente di convivenza possibile. New York patrimonio DI umanità, come amo dire.
Concordiamo insieme su una possibile ragione.
Rage.
Rabbia. Verso un sistema che non li considera, o peggio, che li considera feccia. E che non si pone il problema di prevenire il loro disagio, ma che lo ignora, fomentandolo. Se convertiamo in potenziale elettorale questi individui, che presentano livelli diversi di degrado — fisico, psichico, fisico-psichico — avremo, come per magia, gli elettori di Trump. Quelli che distruggono tutto ciò che sta loro intorno perché altri l’hanno costruito per loro: altri che li hanno sempre collocati ai margini. Spazzatura a bordo strada. Quindi è lì, paradossalmente, che sono destinati a stare, realizzando la profezia che si autoavvera. Rottami e macerie, organico e inorganico. Un unicuum senza distinzioni.
“America is a country of angry people”, dice, più a se stesso che a me, Erik.

Scendendo dalla metro sopraelevata di Myrtle Avenue, a Bushwick, non penso alla rabbia, che non trovo negli occhi delle persone che incontro. Ma guardando verso le Bushwick Houses, quei condomini dalle dimensioni disumane che hanno dato i natali al re del rap, non posso fare a meno d’immaginare gli anfratti, i sottoscala, gli appartamenti sgangherati, e quel cuore che pulsa incandescente.
L’orizzonte, là in fondo, è rosso rabbia.

Ma non posso portare tanta serietà in un party! Specie in un party così stereotipicamente alternativo che rido solo all’idea della fauna umana che incontrerò. E quando poi la incontro, ci rido sopra una seconda volta.
Patrick è un fotografo che, nella sua carriera ne ha fotografati di tutti e di più. Mick Jagger, Ray Charles, Kate Moss, Salman Rushdie e Viggo Mortensen, per dirne alcuni. E’ un tipo di poche e strampalate parole che fatico ad afferrare. Il suo studio è casa sua, o casa sua è il suo studio. Un grosso telo grigio copre tutt’una parete, e quello è il set. Macchine fotografiche, qualche riflettore, un divano di pelle nera, una cucina a vista molto sciatta, un soppalco che nasconde un letto, l’immancabile bici parcheggiata in corridoio e il caschetto accanto alle scarpe — previdente Patrick. Al terrazzo si può accedere da una finestra del salotto, oppure passando per il corridoio esterno all’appartamento. E il terrazzo è qualcosa che tutti sognano, a New York City. Quello di Patrick è incastonato fra altre brownstones, quindi non c’è panorama o vista o alcunché. Ma fa comunque scena. Mattoni in vista, barbecue, vicini permissivi che tollerano una musica strana, fra il tribale e l’indie, valla a definire se sei capace…
Ah sì, la fauna umana è tipicamente newyorkese. Due ragazze dietro il lavandino stanno tagliando dei peperoni e delle melanzane in un modo assolutamente bbq-unfriendly. Ma chi sono io per dire come tagliare cosa a chi.
Scordo i loro nomi nell’istante in cui li pronunciano, e lo stesso avverrà per tutti quelli che incontrerò, tranne due. Anka, immigrata dalla Russia con la famiglia a 13 anni e a NYC da trenta. Fa qualcosa nell’ambito della moda e della fotografia, ma non ho capito bene cosa.
Spero di ritrovarla, ha un modo di parlare pacato e dolce. C’è Europa in lei. Ma anche nuovo mondo, e la combinazione è molto gradevole.
L’altro di cui mi ricordo il nome è June.
“Like the month?”, diciamo in coro io e Anka, quando ce lo presentano.
Sì, come il mese. Biondo berlinese, secco come un nerd, gay che più gay non si può. Dice di occuparsi di PR, ma lascia tutto sul vago.
Ho capito che esistono due tipologie di newyorkesi. Quelli arrivati, che ti scandiscono a chiare lettere il loro lavoro e per chi lavorano, e se per caso non l’hai capito ti fanno pure lo spelling. E quelli che sono ancora per strada, e stanno cercando il modo di arrivare. La strada, meglio occultarla, per ora, in una nebbia indistinta. Tanto prima o poi arriverà il momento. Sure as hell.
Io e Anka ci avviciniamo a Liv, o forse Luke, per capire cosa diamine stia facendo. All’apparenza sta piantando due assi di legno alle estremità di un tavolo, per trasformarlo in una specie di U. Liv/Luke ci assesta un abbraccio di quelli hippie: molto fumo prima, molto nonsense dopo, sguardo volante e sorriso beato nel mezzo.
Anka chiede “Does Patrick know what you are doing?”.
Liv/Luke annuisce e se la ride.
Mentre Anka va ad accertarsi che Patrick sappia davvero cosa Liv/Luke stia facendo, io gironzolo tra la folla. So già che non rimarrò molto. I due bbq accesi stanno mandando esalazioni tossiche che in nessun modo uccideranno l’outfit da Annie Hall che indosso.

Quando dico che sono italiana, noto che una delle possibili reazioni dell’interlocutore medio newyorkese è quella di dimostrare quanta conoscenza dell’Italia possiede. E via che mi si sciorinano piccoli borghi della Toscana e specialità emiliano-romagnole e angoli dispersi della Sicilia… Io, che vanto un “gravemente insufficiente” in geografia e usi&costumi dell’Italia centro-meridionale, a volte lo faccio presente “Mai messo piede in Sicilia, shame on me” — e quel “shame on me” racchiude davvero tutta la mia vergogna.
A volte faccio la spavalda e indago per vedere fino a che punto si spinge tanta conoscenza del bel paese. Di solito l’interlocutore si arena cercando di ricordare il nome del borgo e della specialità. A volte invece ti trovo il batterista di una jazz band che canta le lodi degli Autogrill italiani, come quella sera a casa di Patrick. Mister X — potrebbe essersi chiamato Joe, ma non metterei la mano sul bbq — mi racconta che quando è in tour in Europa con la band, di solito si fanno tre-quattro tappe italiane e si fermano molto lungo le autostrade. “I love the autogrill!”, esclama, reggendo insalata di cavolo nero e torta di mirtilli tutti nello stesso piatto (l’orrore senza fine). Io naturalmente scoppio a ridere perché per noi italiani, il camogli all’autogrill ti ricorda gli 883 in rotta per casa di Dio (!!), oppure camionisti solitari che tentano di soffocare in un panino la tristezza della lontananza da casa.
Ecco, mi sono resa conto di non sopportare molto quelli che se la tirano perché conoscono il Mirto sardo oppure Santa Margherita Ligure. La gara a chi ce l’ha più lungo — l’elenco di cose-viste-mangiate in Italia, maliziosi! — non sortisce alcun effetto su di me. Ma del resto quella del showing-off turistico è una pratica universale che non riguarda solo i newyorkesi, ma tutti quelli che in un viaggio vedono il modo — assai piccino — di impressionare il prossimo.
Una newyorkese dai tratti asiatici che non avrà più di 35 anni, discorre con Anka.
“I try to work less now, to do what I really like to do. And to enjoy life, d’ you know what I mean? I’ve got a house in the Catskills. Now everyone has a house in the Catskills… You grow up, you know. You don’ wan’ to mess around with the party shit anymore. And it is so fuc*ing quite up there. I really need it. I need a break from the City. To enjoy life, d’ you know what I mean?”. Accanto a lei una splendida lesbica nera con la casacca dei New York Yankees annuisce. Ha i capelli rasati ai lati, una birra in mano, sneakers ai piedi.
Le Catskills sono le montagne appena fuori New York City. Un po’ come comprarsi una seconda casa sul Bondone, immagino.
Qualche settimana fa ho abilmente rifiutato un invito ad andarci, nelle Catskills.
Non è che chiedi a Mandela di visitare Robben Island dopo 27 anni di prigionia. Capitemi. Per il momento, le uniche vette che riesco ad affrontare, sono quelle del Chrysler e dell’Empire, che mi fanno da bussola in caso mi perda nella selva oscura di Gotham City.
Saluto il padrone di casa, che prima di andarmene mi illumina su cosa serviva la U che Liv/Luke stava costruendo. Liv/Luke ha aggiunto un’asse in cima, in modo da formare una specie di cubicolo. Ha sistemato uno spargi-fumo in fondo, creando così una specie di strano sfondo misty-hazy per foto. Patrick mi dice sit down there.
I sit down there.
Scatta una foto. Chissà che fine farà.
La 35enne asiatica mi abbraccia prima che me ne vada “It was so great meeting you”.
Non ci siamo nemmeno rivolte la parola.
It was great meeting you too, Lady Catskills. Enjoy the fuc*ing quiet.

Dunque, questa settimana, a rigor di NY Film Festival, dovrei parlarvi di qualche film che ho visto durante la kermesse. Tipo l’ultimo di Woody Allen, “Wonder Wheel”, girato nella mia amata Coney Island. Uscirà a dicembre nelle sale. Stavolta Woody raggiunge la sufficienza, e si discosta da certe pellicole di dubbio gusto degli utlimi anni. Diciamo che sembra una pièce teatrale che ribalta “Blue Jasmine”, ci butta dentro un po’ di “Match Point” e aggiunge la patina nostalgica di “Café Society” lucidata dalla mano di Vittorio Storaro, che dirige una fotografia al sapor di luci color miele e azzurro. Oppure dovrei raccontarvi di “Piazza Vittorio”, lo splendido documentario che Abel Ferrara — il figlio ribelle del cinema indipendente newyorkese trapiantato in Italia — ha girato nelle piazza romana. In un’ora di documentario ha riassunto la questione dell’immigrazione a livello locale e globale, l’identità italiana “messa a rischio” dai flussi migratori, l’istinto di apertura dell’animo italiano verso l’accoglienza ma la frustrazione di convivere con situazioni al limite della decenza.
Abel ha pure mandato a fancubo il Lincoln Center nel Q&A. E detto da dentro il Lincoln Center, be’, it is no peanuts.

Invece decido di parlarvi di “Loving Vincent”, di Dorota Kobiela e di Hugh Welchman, perché è il primo film d’animazione interamente dipinto a mano. Ci hanno lavorato 125 pittori ad olio —di gomito anche— che si sono messi letteralmente a dipingere il film, fotogramma per fotogramma, pennellata su pennellata. 62.450 inquadrature, 12 dipinti a olio per ogni secondo. 80 minuti di film. Fate voi i vostri conti e ditemi se l’olio non è anche di gomito.
I due registi hanno fatto prendere vita alle tele del pittore olandese, portando in scena i protagonisti di quei quadri. Dalla tela allo schermo, insomma. Se amate l’arte di Van Gogh, e la persona di Van Gogh, tanto quanto li amo io, “Loving Vincent” è assolutamente imperdibile: materializza davanti ai vostri occhi i ritratti di personaggi che vi sono familiarissimi. Il postino Roulin, il Dottor Gachet e la figlia, i contadini, l’Arlesiana. E poi ancora i corvi, gli iris, le case dalle imposte verdi sotto un cielo altrattanto verde, le caffettiere, le bottiglie, le notti stellate… E tranquilli, non è una sviolinata all’opera dell’artista e alla sua triste fine. “Loving Vincent” è costruito come un giallo, una detective story — non un biopic.
E’ ambientato nel 1891, un anno dopo la morte di Vincent. Ve lo ricordate Roulin, il postino? Ecco, Roulin incarica il figlio Armand di consegnare una lettera che il pittore scrisse al fratello Theo prima di morire. Armand, assai riluttante, si mette in viaggio, ma ben presto scopre che, nel corso di quell’anno, anche Theo è morto. Allora deve trovare un nuovo destinatario per questa lettera… E si mette sul cammino degli ultimi giorni di Vincent a Auvers, passando per Arles e Saint-Remy-de-Provence, incontrando tutti i personaggi che hanno popolato la vita — e le tele — del pittore. E qui comincia il giallo. Chi ci assicura che Vincent si sia tolto la vita? Dopotutto il foro del proiettile nel fianco è innaturale: chi si suicida puntandosi una pistola in area fegato? E come può un paziente essere dimesso da una clinica psichiatrica come “guarito” e, nel giro di poche settimane, ripiombare nella depressione e decidere di togliersi la vita? Che rapporto aveva il dottor Gachet con Vincent? E la figlia di Gachet?
Armand infila i panni del detective e ripercorre le ultime settimane di vita del pittore, e noi con lui. In posti, per altro, che mi sono personalmente molto cari. Il mio agosto 2016 è trascorso ad Arles, dove Vincent visse il suo penultimo anno di vita. E certo non potevo farmi mancare la visita al manicomio di Saint Paul de Mausole, a Saint-Remy-de-Provence, a un’oretta di distanza.
In “Loving Vincent”, troverete tutto. Soprattutto la lotta dell’artista contro i propri demoni, la furia della creatività, che lo colse a tarda età — 28 anni — e che lo portò a dipingere più di 800 tele in dieci anni scarsi. Troverete tutte le ultime 150 tele che dipinse nel cortile di lavanda e nei dintorni di grano del manicomio. Snocciolo cifre perché nei giorni arlesiani mi sono documentata in maniera febbrile su Vincent, e lui, Vincent, mi è stato accanto in una maniera quasi fisica. Quei colori feroci, spesso inconsueti — cieli verdi, campi blu. Il giallo che ferisce gli occhi, tanto è abbacinante, i cieli vorticanti che vorticano e inghiottono. Van Gogh cammina sul filo e dalla tenebra salva degli spettacoli inquietanti e incantevoli. Così è la bellezza, talvolta. Una donna splendida con addosso un manto nero.
Centrale anche lo sguardo degli altri su di lui, l’altro per antonomasia, zimbello e bersaglio di critiche, angherie di ogni sorta. Coloro i quali lamentano il bullismo, più o meno cyber, del mondo 2.0, mitizzando il passato, forse non ricordano la lunghissima lista di artisti presi di mira nel corso dei secoli dai benpensanti. Vincent era lo straniero matto. Dylan Thomas l’inglese ubriacone. Oscar Wild il debosciato perverso. Ed è stato un sollievo che i due registi abbiano accennato giusto en passant all’orecchio tagliato e al rapporto controverso di Vincent con Gaugain, ben consci che quella è la parte di bio-letteratura che riempie le bocche delle cronache ma che rivela solo in minima parte chi fosse veramente Van Gogh. Ancora oggi Vincent viene ancora additato come quello che si è tagliato l’orecchio e che faceva il diavolo a quattro con Gaugain. Sad but true.
Questo film è un modo per conoscere di più di lui, ma anche del rapporto con il fratello. Se non l’avete fatto, procuratevi la raccolta di lettere che si scambiarano. E’ un libro prezioso. E se c’è una cosa che mi manca dell’Italia, Moviers, ve lo confido, è la mia libreria. Perché quando ti trasferisci dall’altra parte dell’oceano puoi portarti tanto, ma non tutto. I tuoi libri, rimangono dalla parte sbagliata dell’oceano. E i libri che ti hanno formato sono la tua spina dorsale. Lasciandoli, lasci un po’ di te.
Anyway, reputatevi fortunati che non abbia sottomano la mia copia delle lettere, altrimenti vi seppellirei di citazioni. 🙂
Spero di avervi convinto ad andare nelle sale a vederlo. In Italia esce solo per tre giorni, oggi, domani e dopodomani.
Vi vorrei anche parlare di “Visages/Villages”, di Agnès Varda e JR, credo il documentario più bello degli ultimi anni, ma vedo che uscirà in Italia a maggio 2018 (!), quindi c’è tempo per pipponi.

In onore di Vincent, mon amour, ho aggiunto nel Frunyc II alcune fotografie che scattai lo scorso anno ad Arles e a Saint-Remy-de-Provence. So di fare la felicità degli amanti della Provenza 🙂

E anche per oggi è tutto, Moviers. Grazie della pazienza, della resilienza, della costanza, e saluti, (in)finitamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

Fari Fellows,

No non è un refuso quello lassù, niente missing C. 🙂 Una cosa che mi piace fare qui a New York, città perquisita da tutte le guide del mondo, è perquisire il non ancora perquisito, o perlomeno il poco-perquisito. In questa pratica, New York in sé c’entra poco. E’ un modo di procedere che conto di mantenere in qualsiasi posto finirò. La bellezza si scova soprattutto negli angoli in cui l’occhio non guarda.
Tipo.
Io molto raramente vado a nord di casa mia, a nord di Harlem. Sono proiettata verso il sud. Tutta la vita, e il lavoro e gli eventi sono dalla 72esima in giù, per non dire da Columbus Circus (59esima) in giù. A nord di casa mia si apre il quartiere di Washington Heights, colonia della comunità dominicana e portoricana. Le insegne perdono la parte bilingue e parlano solo lo spagnolo. Gli uomini sono bassetti e le donne parlano fitto fitto fra loro, come se avessero sempre grandi segreti da raccontarsi.
E’ come mettere piede in un’altra terra, pur essendo piantati a New York. Washington Heights si chiama così per via del George Washington Bridge che collega NYC al New Jersey. Il mio ponte preferito, credo di avervelo già detto. Perché non gode di quella popolarità del ponte di Brooklyn, osannato — a ragione — da tutti. Il Washington Bridge è un ponte che porta con sé tutti i mattini di tutti i pendolari che all’alba partono alla volta del Jersey, e di tutti gli abitanti del Jersey che all’alba affrontano il supertraffico per arrivare a Manhattan — mai traffico fu più traffico, believe me. E’ una struttura solida, imponente, industriale. Ci ho corso sopra una volta e fa impressione, lassù, la distesa dell’Hudson River, là sotto. Un mare più che un fiume.
Se rimanete dalla parte di Manhattan, sotto il ponte, spunta, piccolissimo, un faro rosso. Sembra uscito fuori dalle favole. Ecche ci fa un faro in miniatura, rosso rosso, alle pendici del Washington Bridge?
Eh me lo sono chiesta anch’io. Presumo che aiutasse — forse in passato — nella navigazione. L’Hudson è un fiume (mare) molto battuto da imbarcazioni di ogni sorta. Il faro avrà fatto il suo dovere, immagino.

In novembre, appena arrivata, ho cercato di avvicinarmi. Ovviamente siamo in America. Ovviamente è spuntato un cop — dal nulla, damn it! — e mi dice “You cannot take pictures!”, con quell’apertura al dialogo tipica dei cops americani… Io ho infilato il cellulare nella fondina, ho fatto la faccia da monello colto con le mani nella marmellata e l’espressione “non lo faccio più promesso”, pregustando l’istante in cui avrei riguardato le mie foto, che ovviamente contenevano l’incontenibile — sono nota come la fotocamera più veloce del West… 🙂 (Lo trovate nel Frunyc, negli scatti di novembre…).
C’è qualcosa di magico, in quel piccolo faro rosso sotto il gigante di ferro grigio. Sia perché è una presenza anacronistica e che non ti aspetteresti, sia perché nessuno mai vi dirà “Andate a vedere il faro rosso nel Fort Washington Park, all’altezza della 179esima”.

Allo stesso modo, nessuno vi dirà, se non qualcuno che ci è stato, “Andate da Bill’s Place”, al 148 W della 133esima. Cuore di Harlem. Negli anni ’20, in pieno Proibizionismo, la strada tra la 133esima, ovvero tra Lenox e la Settima, era chiamata Swingstreet. Era la via delle speakeasy, quei locali, molto spesso nei seminterrati, in cui si vendevano alcolici illegalmente. Ora attaccateci tutto quello che il vostro immaginario vi sta suggerendo: parola d’ordine, alcol camuffato nelle tazze da te, bancone dei liquori che sparisce nel nulla e spunta per magia un tavolo da biliardo… Ecco, qui a New York, ci sono tutta una serie di questi locali d’epoca che hanno mantenuto lo stile — e che il vostro Board scoprirà 😉
Bill’s Place è un posto molto rinomato tra gli intenditori di jazz perché ci vanno a suonare i grandi del genere. Questo Bill, è Bill Saxton, anche noto come The Harlem Jazz King, uno dei sassofonisti più talentuosi in da City, e in da States. Ma questa non è una speakeasy qualunque. Sapete chi è stata scoperta qui da un talent-scout, negli anni ’30? Una certa Billie, che viveva un paio di strade più in giù, e che cantava, cantava, cantava sempre… Sì, lei, Holiday, Billie Holiday…
Bill’s Place è un posto piccolissimo, in cui si ascolta il jazz duro e puro. Ironia della sorte vuole che non abbiano la licenza per gli alcolici (!) quindi se volete bere durante il concerto, dovete portarvi l’alcol da casa. Alle pareti poster di chi ha fatto grande il jazz. Duke Elligton, Dizzy Gillespie, Miles, Billie Holiday, Ray Charles. Sul palchetto, minuscolo, i jazzisti. E per un’ora e mezza, non esiste nient’altro. Solo voi, loro, e la loro straordinaria arte in-the-making — e a me è toccata la signora tromba di un talento quale Kamau Muata Adilifu…

L’ultimo piccolo che vi racconto non è proprio piccolo. E’ tutt’un quartiere. Si chiama DUMBO, e non ha niente a che fare con l’adorabile cucciolo disneyano. Ovviamente è un acronimo — lo so, era meglio credere che fosse l’adorabile cucciolo.
Down Under the Manhattan Bridge Overpass. DUMBO.
E’ la porzione di Brooklyn tra il Brooklyn Bridge e il Manhattan Bridge. Un tempo, una zona di rimesse e capannoni; oggi dentro a quelle rimesse e a quei capannoni, loft, librerie e locali trendy. In alcuni punti vi sembra di camminare dentro “C’era una volta in America” oppure “Quei bravi ragazzi” — la cinematografia che ha costruito l’italoamericanità a cui il nostro immaginario è tanto affezionato. Ci sono capitata sabato sera, con una temperatura di meno 8 gradi — New York ha freddato la primavera sul nascere, si sappia. Non ho potuto attardarmi a fare fotografie così come avrei voluto. A meno 8 gradi, l’estetica soccombe alle leggi della fisica, intimorita dalla camera iperbarica. Mi sono ripromessa di tornarci con il caldo. Quando i ragazzini, per strada, giocheranno con gli idranti, l’asfalto tremolerà sotto le ondate di caldo e il carretto delle limonate sembrerà un miraggio… Oh oh, mi sa che cinema e realtà si sono sovrapposti di nuovo…
Ora avete tre posti piccoli da visitare: il faro rosso, Bill’s Place e DUMBO — e lo vedete, it’s not my fault, fanno cinema anche detti così…

La settimana scorsa, se ricordate, avevo lanciato un Let’s Movie. Ma ho scoperto che “Una vita da zucchina”, “A Life as a Zucchini”, di Claude Barras, è arrivato in Italia ancora in dicembre. Chissà se ha raggiunto Trentoville… Era stato presentato — e adorato — al Festival di Cannes e ha vinto il Festival di Annecy (Miglior film e Premio del Pubblico) e di San Sebastián.

“Una vita da zucchina” è come “Inside Out”. Si ride, si piange. Si piange, si ride. Grande lavoro di sceneggiatura e grande lavoro di artigianato nella realizzazione. Si vorrebbe che non finisse mai — a questo proposito, se non l’avete ancora visto, rimanete in sala anche dopo i titoli di coda, mi raccomando… 😉
Il film è realizzato in stop-motion, la tecnica adottata da Kaufmann per “Anomalisa” in cui, ai disegni dell’animazione tradizionale, sono sostituiti dei pupazzi ripresi fotogramma per fotogramma — ho letto che sono stati necessari due anni di lavoro con più di cinquanta artigiani e sessanta set, costruiti o disegnati, anvedi.

Icarus, meglio note come Zucchina, vive in una soffitta mentre la madre alcolizzata si alcolizza davanti alla tv, al piano di sotto. Il bambino passa il tempo costruendo castelli con le lattine di birra vuotate della madre e facendo volare un aquilone fuori dall’abbaino.
Poi un incidente domestico, Zucchina si ritrova orfano, e viene trasferito in una casa famiglia, dove i suoi compagni hanno tutti un passato difficile come il suo, e lo stesso sguardo malinconico, dolce e spiazzante che ha lui. Gli occhi di questi bambini, per quanto siano frutto dell’artificio — e della plastilina — vi rimarranno impressi dentro anche dopo la fine del film. Sono occhi di bambini che, in qualche modo, hanno subito un danno. Chi ha i genitori drogati, chi è stata abbandonata dalla madre, chi ha il padre immigrato rinchiuso in prigione, chi ha subito violenza dal padre, chi ha visto la madre morire per mano del proprio padre… Tutte innocenze che hanno assistito a troppa esperienza nelle loro piccole vite.
E tra questi bambini “diversi” si instaura piano piano un rapporto di empatia e di fratellanza che farebbe sciogliere il cuore a Putin — qualcuno glielo faccia vedere, please! Tanti silenzi, poche parole, per un film ricchissimo e fatto di dettagli — e qui Maestro Miyazaki insegna. L’aquilone di Zucchina, ad esempio, da un lato porta il disegno di un supereroe — il papà che non c’è più— dall’altro le “pollastre”, quelle di cui il papà sempre assente “ricercava continuamente”, o almeno così gli ha detto sua madre non riferendosi proprio a dei volatili… Oppure il pupazzo tutto rattoppato di Béatrice, la piccola marocchina che ogni volta che arriva qualcuno alla casa-famiglia, esce sulla porta gridando “mamma!”, sperando sia lei, tornata a prenderla. O un ciuffo lungo portato sopra gli occhi  – come nel caso di Alice – per proteggersi, forse, dal ricordo delle “cose brutte” che le faceva il patrigno, o ancora un I-pad – l’unico regalo che Simon ha ricevuto dalla madre tossica – o un libro di Kafka per Camille, l’ultima arrivata nell’orfanotrofio dopo Zucchina, e della quale Zucchina si innamorerà perdutamente.
Quanto ci piace, leggere le storie nei dettagli. E’ così che funziona la letteratura: nel dettaglio, nel particolare, s’intravede l’universale.
E ti verrebbe voglia di adottarli tutti, questi bambini. Ma, il film insegna, la vita va diversamente, e se Zucchina e Camille alla fine trovano una casa, agli altri toccherà attendere ancora. Ma bando ai pessimismi! “La mia vita da zucchina” è un modo molto dolce e divertente per ricordare a tutti che la possibilità di ricominciare può essere dietro l’angolo: non bisogna mai smettere di avere fiducia.
Ne escono benissimo, dal film, le figure degli insegnanti, dei poliziotti, delle direttrici delle case-famiglia. Ne escono malmessi genitori e parenti. Ed è anche questo, che si apprezza. Sovvertire lo sguardo che di solito tende a mitizzare la famiglia e demonizzare le istituzioni. E vi garantisco che, nonostante la trama, i bambini “sfortunati”, i genitori infami e le zie megere, non trovate alcun tipo di sentimentalismo scontato, o pietismo, o buonismo. In più, e qui, chapeau al regista Claude Barras e al romanzo da cui il film è tratto, si ride! Si ride anche solo guardando con quale inventiva sono stati creati gli oggetti che appaiono in scena: macchine, passerotti, acconciature, vestiti. Un piccolo capolavoro di fantasia e cuore che mi ha letteralmente sciolto in una pozza di tenerezza — ebbene sì, persino il Board… 🙂
Quindi non ve lo perdete assolutamente!

Ora vi lascio al vostro lunedì italiano, e a me, ancora un po’ di notte americana.
Ho aggiornato il Frunyc, ovviamente.

Aspettavo che il WG Mat mi mandasse due righe di recensione su “Beata ignoranza”, che, a quanto sento, ha riscosso l’apprezzamento generale. Ma visto che le due righe non sono arrivate (!!), nel Maelstrom vi cuccate un articolo su una piccola notevole mostra inaugurata alla Ierimonti Gallery…Caso mai passiate dalla 57esima, a un tiro di schioppo da Columbus Circle 😉

Grazie, sempre della pazienza e saluti, stasera, luminosamente cinematografici.

Let’s Movie
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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)
Ecco, cuccatevelo 🙂 http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2017/03/04/faraway-so-close-opere-distanti-mai-cosi-vicine/

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LET’S MOVIE 312 from NYC – commenta LA TARTARUGA ROSSA

LET’S MOVIE 312 from NYC – commenta LA TARTARUGA ROSSA

Philosophy Marathon Fellows Moviers,

Vi parlo sempre delle maratone, mezze, intere e intere + mezze (!), che questi newyorkesi amano tanto correre a Central Park. Sapevo anche di maratone cinematografiche o di serie televisive — il cosiddetto binge-watching — in certi locali, tra cui il Videology, sala di Williamsburg a metà fra la ristorazione e la cinematografia. Ma non avevo idea che declinassero il format anche per la filosofia! …Del resto, sono nella città in cui succede di tutto, vuoi che non succeda una maratona di filosofia??
E’ The Skint — sempre sia lodato — ovvero il mio spacciatore di eventi cheap & free, che mi ha informato di questo evento. “A night of philosophy and ideas. An all-night marathon of philosophical debate, performances, screenings, readings and music. From 7 pm to 7 am” alla Brooklyn Central Library.
Visto che a New York ci sono qualcosa come 87 librerie pubbliche e chissà quante private, ho pensato di cogliere l’occasione, fare un salto in zona Prospect Heights —sopra Flatbush e sotto Boerum Hill— e visitare anche quella.
Mi aspettavo un numero ristretto di partecipanti, un gathering da super nerd con la Fenomenologia di Husserl sul comodino e un sacco di OCD per la testa — altro acronimo in voga da segnare, Obsessive Compulsive Disorder. Invece arrivo in una lobby con centinaia e centinaia di partecipanti! Mi danno in mano un programma e manca poco che perda l’equilibrio — come quando ricevi una bella notizia e le gambe ti abbandonano. Nella scaletta, suddivisa in talks da mezz’ora ciascuno, un nome risplende fra la folla di pensatori invitati. Gayatri Spivak.
Ora magari a voi non dice niente, questo nome. Ma quando vincerà il Nobel, vi dirà qualcosa. E’ una delle menti più raffinate della filosofia e della critica post-colonialista dell’ultimo trentennio. Sull’essenzialismo strategico e il Soggetto Eurocentrico, banchi e banchi di studenti si sono spaccati la testa — me compresa — ma hanno capito che senza questi interpreti del nostro tempo, noi brancoleremmo nel buio dell’ignoranza più trumpiana. Ascoltare 20 minuti di Gayatri Spivak a 2 metri di distanza da Gayatri Spivak, ti fa tornare a credere all’esistenza di una forza superiore che non ha necessariamente a che fare con Dio, ma che ti conferma che “le forze del bene esistono”. Ecco, la Spivak è la Principessa Leila della filosofia post-colonialista post-modernista del secondo ‘900 — lei si definisce “filosofa etica e paradisciplinare”, il che mi sembra un gran bel modo per definirsi e ambire ad essere la nuova eroina di tutte le Guerre Stellari che dobbiamo combattere.
Curiosità: chissà come mai Noam Chomsky — uomo, bianco, americano — è diventato Noam Chomsky e tutti sappiamo chi è, mentre Gayatri Spivak — donna, non-bianca, bengalese — è nota solo agli addetti ai lavori, pur doppiando il buon Noam in termini di vette del pensiero raggiunte… A voi trarre che RAZZA e GENERE di conclusioni volete trarre…

Contemporaneamente al suo intervento, nella sala accanto, parlava un certo Marc Augé, casomai qualcuno di voi avesse dimestichezza con i non-luoghi e la loro architettura… Capirete che non avendo ancora il dono dell’ubiquità, ho dovuto scegliere da chi andare.

Insieme a loro una folla di filosofi o studiosi mai sentiti, oppure sentiti di striscio, che si interrogavano più o meno sul momento che stiamo vivendo. Trump ha scosso l’accademia giù nelle fondamenta, costringendo queste tante teste a calarsi davanti a questioni che vanno aldilà di Husserl e della Fenomenologia.
Non ho sentito molte soluzioni. Purtroppo quelle latitano. Ma ho sentito moltissime idee interessanti. E va bene così.

Per esempio una tale Anna Gotlib — corpo da camionista attorno a una mente niente male — ha tenuto uno speech sul potere che ha il linguaggio di generare e plasmare i fatti — e i fatti fanno la filosofia.  Ha inoltre posto l’accento su un fenomeno: noi non siamo persone, noi diventiamo persone attraverso e grazie al contributo degli altri. L’identità è una costruzione collettiva, quindi. Ma cosa succede se tu sei nero, ispanico, white trash, e il tuo Presidente ti dice, più o meno apertamente, che tu e la tua gente siete inferiori? Tu punti i piedi e dici “no, io non sono inferiore. Io valgo”. Be’, la Gotlib ha osservato che a lungo andare, il ripetersi di “io non sono inferiore, io valgo, io non sono inferiore, io valgo” si svuota del suo significato, e il soggetto finisce per non crederci più. Un po’ come quello che capita a un bambino trascurato da un genitore: cercherà di convincersi che merita la sua attenzione, ma alla lunga, si convincerà che no, non la merita — con tutte le conseguenze che questa conclusione comporterà sulla sua vita…
Quali sono le soluzioni? Una soluzione possibile sta nelle contro-narrazioni. Se l’Amministrazione Trump fa di tutto per scrivere la propria versione dei fatti — viali e gradinate gremiti all’insediamento a Washington (!), nessun inciucio con il Cremlino circa le elezioni (!!)— noi dobbiamo scrivere l’altra Verità, quella “contro”. La Women’s March è stata una grande contro-narrazione. E la Gotlib ha esortato tutti a non smettere di scriverne, in piccolo, in grande, in qualsiasi misura.

Intorno a mezzanotte e mezza me ne sono andata, invidiando i partecipanti che sarebbero riusciti a fare le 7 del mattino. Io avevo il cervello che fumava. Ma sono stata davvero molto grata a The Skint per avermi messo questo evento sulla strada del mio sabato sera, facendomi rimanere impressionata dal seguito della manifestazione. Tanto impressionata e grata, da chiudere un occhio persino sull’architettura della Brooklyn Library, un edificio razionalista deturpato da un portone con inserti egizi/romani/ellenici/massonici fra Stargate e Gardaland davvero poco appealing… Ho chiuso un occhio anche sulla copia della porta di Brandeburgo in cima a Prospect Park, circondata da un trionfo di colonne finto-dorico dal sapore molto Terzo Reich.
Vedere il Frunic per credere, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

And you see, tutto è stranamente molto coerente in Let’s Movie… Il film di cui vi parlo questa settimana è The Red Turtle, un’animazione dell’olandese Michaël Dudok de Wit co-prodotto dallo Studio Ghibli — casa Miyazaki, per capirci 😉

Più che un film, un racconto filosofico per immagini. Un’opera talmente raffinata che mi sento d’impiegare il termine “video arte” per definirla.
Un uomo solo, in mezzo al mare in tempesta, approda su un’isola deserta. Ecco, pensate voi, Robinson Crusoe. Tom Hanks in Castaway. Niente di tutto ciò. Proprio l’opposto. Tanto quelli erano racconti dell’ingegno umano che gabbava la natura e riusciva a salvarsi — retaggio del mito Odisseo, capace di districarsi da ogni situazione difficile, Maghe e Sirene, Proci e Ciclopi— qui l’uomo esce sconfitto. Per la prima parte del film il naufrago prova disperatamente a scappare dall’isola. Costruisce zattere che vengono sistematicamente distrutte a pochi metri dalla riva. Si ostina, fallisce, riprova, rifallisce. Il fallimento lo frustra talmente tanto da prendersela con una tartaruga rossa che ritiene responsabile dell’ennesimo naufragio. Accecato dalla rabbia, la uccide. Ma questa tartaruga, che lui considera la causa del suo male, si dimostrerà l’esatto contrario… Risulterà poi essere la fonte della sua felicità e della sua realizzazione come essere umano… Non voglio svelarvi troppo, anche perché la poesia di quest’opera va vista, ovvero, vanno visti i disegni, le magie con cui una scena trova il modo di fondersi in un’altra, una tartaruga trasformarsi in una donna, l’odio in amore…

“La tartaruga rossa” è un film filosofico che non ha bisogno di parole che spieghino, né di personaggi che parlino. Non una parola è proferita, eppure il racconto che ne esce è ricchissimo, sa di mitologico, anzi, di pre-mitologico — Upanishads, Gilmesh, ma anche le epiche mitiche disegnate dal Maestro Miyazaki: Ponyo, La Principessa Mononoke
Sembra non succedere nulla, su quest’isola deserta non-così-deserta, ma invece succede tutto quello che ci succede in una vita attraverso gli ostacoli, la solitudine, l’incontro con l’amore, l’approccio con la genitorialità, il rapporto con il figlio e il distacco dal figlio, la vecchiaia e  infine la morte. Tutto questo accompagnato da una presenza viva — respirante direi — come la Natura, mai così sovrana, eppure non priva di una logica superiore e misteriosa, per mezzo della quale gli incidenti e le avversità si sanano in modi inaspettati, solo apparentemente irrazionali.
“La tartaruga rossa” è, anche, un documentario favoloso e metaforico sulla storia dell’uomo, le avversità che deve affrontare, gli impulsi barbari che gli muovono la mano contro creature innocenti — nell’uccisione della tartaruga, impossibile non cogliere il riferimento all’albatros di Coleridge in “The Rime of the Ancient Mariner” — e le meraviglie che gli spuntano dal nulla e gli cambiano la vita. La malinconia è una musica sottile che pervade il racconto dall’inizio alla fine, come se il regista non avesse potuto lasciarla andare nemmeno per un momento, nemmeno quando il protagonista sembra contento — e di questo ringraziamo il regista, coerente fino alla fine. Non immaginatevi la storia dell’uomo che vive in pace a contatto con la natura — non è una favola filo-bioecologica, né, come dicevo, il trionfo dell’umano sul naturale. E’ piuttosto l’uomo nel mondo, in un mondo dominato dalla Natura, in cui le sue manine — le manine dell’omino Uomo — non le fanno nemmeno il solletico.
Scordatevi anche l’estetica ricca e lussureggiante di Casa Ghibli quando Miyazaki crea. I disegni di de Wit sono brulli, scarni, ridotti all’essenziale — spesso siamo ai limiti della bidimensionalità, gli alberi quasi piatti, così come la spiaggia, i promontori. Non si vuole sedurre con il dettaglio rotondeggiante, il colore sgargiante, gli occhioni liquidi dei personaggi ghibliniani. Qui i tre personaggi hanno praticamente lo stesso volto. Non sono connotati. Così come il paesaggio naturale. Tutto è semplicissimo. Se c’è qualcosa che si distingue, è il rosso della tartaruga, e dei capelli della donna. Perché lì, nell’alterità, e nell’incontro con l’altro, può accadere la tragedia dell’incomprensione tanto quanto il miracolo dell’amore…

E’ un film questo, per occhi attenti, animi delicati e stomaci forti. Ciò che mostra — il ciclo inesorabile della vita — è un argomento con cui fatichiamo a discorrere. Ed è per questo che abbiamo riempito il mondo di divinità. Morire non ci piace affatto, a noi umani. E ancora meno ci piace l’idea che tutto questo abbia un senso in se stesso e non rinvii a nient’altro che a questo — nascita, molte pene, qualche gioia, morte, stop.
Ma c’è anche lo spazio per i momenti unici. La scoperta dell’amore, la condivisione con un nuovo essere umano, la dimensione del gioco, la possibilità dell’arte come espressione personale e mezzo di comunicazione. Tutto questo rende una vita valevole di essere vissuta.
Vi prego, pertanto, coglietelo al volo, se lo vedete capitare nelle sale italiane! Era stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, quindi penso sarà distribuito. Ecco, magari non portateci bambini piccoli. Portatevi Platone, Camus, e anche quel menagramo di Schopenhauer… Ma andateci!

Prima di lasciarvi al vostro lunedì italiano, volevo condividere con voi l’incredibile notizia della mia NYC ID. Al momento sono un soggetto immigrato con la cittadinanza italiana e la carta d’identità newyorchese, il che non è affatto male come combinazione. 🙂 Sorvoliamo sul fatto che Trump ha cominciato a fare dei gran macelli con i visti, e non solo ponendo il veto ai paesi spauracchio, ma anche impedendo il rinnovo automatico a tutti gli altri. Nemmeno lui si rende conto del caos burocratico che questo comporterà, ma che ci vogliamo fare, il suo unico neurone— che certo non risiede nel cervello — è impegnato con altre priorità, tipo come fare a costruire un muro e farlo pagare al paese che vuole penalizzare costruendolo…
Non ho fatto domanda per la NYC ID solo per una questione di show-off — capirete, per una fissata con New York da una vita, conquistarne la carta d’identità è un po’ come accaparrarsi Parco della Vittoria (!) al Monopoli…  Ho fatto domanda perché la ID ti permette tutta una serie di sconti a strutture culturali, teatrali, cinematografiche che fanno gran comodo a chiunque si trovi a vivere nella città più cara del mondo. Da oggi detengo ufficialmente una membership al MET, una membership al MoMA e una in corso di approvazione al Film Forum — una delle sale storiche del cinema indipendente newyorchese.
Se avete in testa di trasferirvi qui a New York, vi basterà armarvi di un indirizzo di casa nella City, di un documento che lo provi — meglio se un conto corrente in una banca americana — una lettera di referenza della banca, il passaporto, volendo anche il certificato di nascita, poi vi presentate una prima volta, poi prenotate un secondo appuntamento online, vi ripresentate, e se tutto fila liscio, vi spediscono a casa la ID dopo due settimane…. Sì, lo so, è una trafila un po’ lunga —un mese e dieci giorni! — ma questo per dimostrarvi che anche qui c’è della burocrazia, non solo all’Anagrafe in Italia…
Nel Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88, trovate, tra gli altri, degli scatti a opere del MET che non immaginavo minimamente fossero al MET. E vi dico una cosa. Se pianificate un viaggio qui e dovete scegliere tra i mille musei del Museum Mile sulla Quinta, il MET è da METtere al primo posto. E badate, ho visitato solo l’ala Arte Moderna e Contemporanea e Sculture Italiane e Francesi… Non oso immaginare tutta la parte egizia, arte dei nativi americani, arte dell’antica Roma…

Okay Moviers, mi taccio, ho parlato troppo oggi… Nel Maelstrom vi getto un link, stavolta a Magazzino 26, al Frullato che ho preparato su “La La Land”. So che molti di voi sono andati a vederlo in questo weekend — bravi bravissimi, i miei Moviers&Anti 🙂 — quindi ho pensato che potreste avere piacere a leggere alcune idee che avevo buttato giù quando ne avevo parlato nel Lez Muvi di dicembre quando l’avevo visto qui.

Ora andate pure e moltiplicatevi…No, volevo dire, sparpagliatevi… E accettate questi saluti, socraticamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

http://www.magazzino26.it/problemi-con-il-musical-al-cinema-provate-la-la-land/

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LET’S MOVIE 252 – propone QUANDO C’ERA MARNIE e commenta EX MACHINA

LET’S MOVIE 252 – propone QUANDO C’ERA MARNIE e commenta EX MACHINA

QUANDO C’ERA MARNIE
di H. Yonebayashi
Giappone, 2014, ‘103
Martedì 25/Tuesday 25
19:50 / 7:50 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

 

Marnay Moviers,

Aggiungete “Sur-Seine” al nomino lassù e sapete da dove vi mando, extraordinariement, questa Movie mail. 🙂
Dunque voi fate conto di prendere un villaggio di 250 anime nella regione dell’Aube (Champagne-Ardenne), a una 90ina di chilometri da Parigi. Aggiungete un gallo, 9 artisti internazionali, un ex-priorato del ‘600 trasformato in un Centre Pour l’Art (che suona molto bene) che si chiama CAMAC, metteteci dentro un Board-in-trasferta e avete il quadro della situazione. 🙂
Qui i lampioni si spengono alle 11 la sera ― e ve l’assicuro, il coprifuoco vi cade in testa proprio sulle 23 ― c’è odore di viti, di Senna (stelladella, naturalmente), di galline e di frutta circondata da api. E spiace per i salici, ma speri che non smettano mai di piangere la bellezza verde che piangono tutto il giorno. C’è pure la sensazione, forte, di mettere il naso fuori dal cancello del Centro, e, come ho già detto a molti, d’incontrare Charles Bovary, o Rodolphe. E ho capito che questo luogo non ha tanto a che fare con la geografia, quanto con la letteratura ― quanto al cinema, due corrispettivi in cui ritrovare questi paesaggi sono senz’altro “Gemma Bovery” e “La famiglia Belier”.
​​
Naturalmente qui fanno le cose per bene, quindi ti danno anche una bici in dotazione, e la sera si esplorano i dintorni e si scoprono, nelle piane gialle di grano e verdi di betulle mai viste tanto alte in vita mia, piccoli villaggi che stanno alla Francia come certi paesi della Toscana stanno all’Italia. I cieli sono indicibili, così come la loro firma sulla Senna.
Poi ― e poi passo a parlar di cine, promesso ― ‘sti francesi sono di un’ospitalità, di una una fraternité che non avrei mai immaginato. Sono anche di quelle sagome… Ecoutez ici. Stupefatta di come ciascun parlante incontrato, dai 9 ai 90 anni, saluti con “bon jour” anche alle 10 di sera, decido di fare un sondaggio. Interrogati, i francesi rispondono: “Ah bon, c’est comme ca”, che più o meno, tradotto e interpretato, significa: “Eh be’, è così (italianella bellicapelli che sei)”.
La lapidarietà francofona mi spiazza…

Tutto questo per consigliarvi caldamente la campagna francese. In estate mi raccomando ― l’inverno l’umidità dev’essere talmente alta da far arricciare i capelli in testa all’ex Premiere dame de France Madame Carlà Brunì che naturalmente abita a Versailles. Con Lady Oscar come guardia del corpo.

Ma dove eravamo rimasti prima dei Bovary/Bovery/Belier?
Assì, certo, la visione di “Ex machina”, in una serata d’inizio agosto con molto vento che pareva di stare dentro un film di Miyazaki, all’illustre presenza della Mademoiselle la Babi Bobulova, dei Messieurs Truly Done e Scaccomatto (o Mattoscacco, non fa differenza, è double-face :-)). E devo dire che per la sottoscritta, il film è stato un piacevolissimo, quanto inaspettato, cadeau ― e sì, ora cerco di ridurre i francesismi che poi vi torna in mente la testata di Zidane e son dolori…
Inaspettato perché quando si sente parlare di science-fiction, intelligenza artificiale, il rapporto uomo-macchina, si pensa, erroneamente, che sia stato “detto tutto”. Quanto di più erroneo, errante, aberrante! E guardate un po’ la coincidenza… In una raccolta di saggi del più letterario tra gli autori di fantascienza, Ray Bradbury, ovvero “Lo Zen nell’arte della scrittura” ― che mi sono portata appresso e che consiglio a tutti tutti TUTTI, appassionati di sci-fiction, di scrittura e NON ― lo scrittore afferma: “Tutto quello che sogniamo è fiction, e tutto quello che portiamo a termine è scienza. L’intera storia dell’umanità non è altro che science fiction”. E credo cha Ray avesse proprio ragione: tutto ciò che viene previsto/immaginato/temuto dalla science-fiction, dialoga con la nostra realtà coeva, ma soprattutto futura. Come sbirciare dentro una sfera di cristallo piena di una sostanza preziosa chiamata futuro.
Ed ora il film. Immaginatevi una villa tutta vetro e acciaio disegnata da un’archi-star dei nostri giorni ― o da un Frank Lloyd Wright negli anni ‘30 ― piazzata nel bel mezzo della foresta simil Borneo. Il proprietario è un certo Nathan, genio dell’IT che ha fatto milioni a palate con Blue Book, un motore di ricerca al cui confronto Google è la macchina dei Flintstones. E come mai Caleb, un qualunquissimo nerd della Silicon Valley, viene invitato in questo paradiso dell’Information Technology da questo magnate? Presto detto. È stato selezionato per testare AVA, un robot umanoide realizzato dal Dio Creatore Nathan, per capire fino a che punto questa sua creatura-creazione, sia in effetti umanamente intelligente, sino a che livello si spinge la sua intelligenza artificiale. Come potete notare, insisto sulla sfumatura divina giacché il film porta Dio non solo nel titolo, ma anche sul tavolo, nel senso che, tra tutti gli argomenti che brillantemente vengono affrontati nel film, quello del superomismo/divismo dell’uomo è quello centrale, e quello che mi ha fatto spuntare più riflessioni in mente. Nathan è un personaggio che non si scorda, un Tipo molto contemporaneo che sintetizza in sé un po’ i nuovi dèi del 21esimo secolo ― quelli che dominano l’economia passando per lo sfruttamento della tecnologia ― Zuckerberg, Jobs, cervelloni che camminano sempre sull’orlo fra genialità pura e follia marcia, braccati costantemente dal delirio di onnipotenza, l’estasi allucinata di sedere al posto del Padre. Non scorderò Nathan, che muore per mano di un suo stesso replicante, un Dio ucciso dalla sua stessa creatura ― una bella battuta del film a questo proposito è proprio “non è strano aver inventato qualcosa che ti odia?” ―  e la creatura poi, riesce nella fuga per la sua libertà, apre un capitolo nuovo nell’epistemologia della fantascienza in rapporto all’uomo. AVA, robot talmente intelligente da fregare il Padre-padrone e fuggire nel mondo, sviluppa e sovverte il mito di Prometeo che, ricorderete tutti, per aver rubato qualche scintilla di fuoco agli Dei, s’era visto appioppare una pena di quelle assai toste ― essere legati a una roccia mentre un’aquila banchetta col tuo fegato per tutta l’eternità non dev’essere il massimo della vita.
Nel film di Alex Garland, AVA, non solo manipola e gabba il suo Dio-Creatore Nathan, superando la sua scafatissima intelligenza, ma manipola e gabba anche il candido inconsapevole Caleb, il quale, tenero, commette un unico errore: quello di cascarci come una peracotta. Caleb s’invaghisce perdutamente di questo essere non-umano ma più umano degli umani e per questo sovrumano, e soccombe al sentimento, perde lucidità ― altro argomento tirato in ballo dal film ― e fa la fine del topo.
Il film è volutamente, sapientemente ambiguo, schiva con attenzione ogni presa di posizione scontata o eticamente nazionalpopolare e mette lo spettatore davanti a grandi dilemmi filosofici, oltreché etici, primo fra tutti, come gestire la pulsione generativa-distruttiva che l’uomo sente dentro di sé e che lo spinge a creare una macchina in grado di affrancarsi da lui ― come dimostrato da AVA ― e di superarlo? Come vivere e maneggiare questo conflitto? Il film indica un paradosso drammatico relativo all’uomo: l’uomo ambisce a creare un essere a sua immagine e somiglianza che finisce per rivoltarsi a lui e a superarlo. È lui, anzi, lei, AVA, che potrebbe essere la nipotina di nonno Hall 9000, a spuntarla. Eppure AVA non ha nulla di inquietante ― punto novità per il regista. Vuole semplicemente liberarsi da una situazione di oppressione. Vuole essere libera, condurre la sua vita in pace, non vuole conquistare il mondo. Ecco “Ex Machina” propone una visione mite dell’automa. C’è un ritorno, forse, alla natura innatamente benevola, mite della creatura creata dall’uomo ― una sorta di mito del buon mostro, per fare il verso al mito del “bon sauvage” ― a guardar bene, anche il mostro imbastito dal Dr Frankenstein di Mary Shelley, è buono… E gli splendidi robot umanoidi del film ― tutte donne dotate di corpi mozzafiato ― escono pazze per necessità. Come nella drammatica, umanissima scena, in cui si vede un’androide dai lineamenti orientali che prende a pugni il vetro della stanza/bara dentro cui è rinchiusa, fino a distruggersi ― una sorta di libertà o morte.
Non ultimo, “Ex machina” propone un uso interessante del tempo, nuovo, per un film che è comunque una specie di thriller, e che, come tale, ci si aspetta corra di più. Il parametro scelto dal regista è quello del tempo della riflessione piuttosto che dell’azione: il film predilige la speculazione filosofica allo sfoggio di raggi laser ed effetti speciali, barbosissime spiegazioni su fenomeni stockastici che nessuno capirebbe. Questo slow-down temporale può non convincere tutti, potrebbe sembrare un po’ soporifero. Ma in realtà assolve allo scopo di far sedimentare domande e spuntare risposte. La velocità, se da un lato, carbura l’adrenalina, dall’altro mina l’approfondimento… Io, che di adrenalina sono drogata, sono tuttavia molto grata a Garland per aver optato verso una scelta poco battuta…
Insomma, per me il film è assolutamente promosso!

Settembre alle porte, il Mastro in teoria dovrebbe riaprire lunedì, ma non c’è modo di sapere, a oggi, con quale programmazione ci stupirà ― mannaggia Mastro!
Quindi scelgo questo film d’animazione, sapendo di far felice i patiti, soprattutto il numero 1 dei patiti, il WG Mat

QUANDO C’ERA MARNIE
di H. Yonebayashi

Siamo ancora in clima estivo, quindi se non venite il demerito non peserà sul rendimento dell’anno nuovo 🙂 Ma ci terrei a vedervi… Rientrare alla normalità dopo un periodo off equivale, in termini di gusto e risultato, a una sorsata di cicuta ― se considerate che sono rientrata poco fa da Parigi nella campagna bucolica di Marnay, e domani torno a Trentoville, capirete che davanti a me ne intravedo una damigiana, di cicuta… Quindi rendete il tutto un po’ più dolce venendo al cine, allez-y…

E per questa serata, un Malestrom musicale che non potete proprio perdervi, e dei saluti, assennatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Marnay-sur-Seine, musicalmente parlando, è questo, https://www.youtube.com/watch?v=tzrUOJ8FD_A
Scioglietevi pure, allez-vous… 🙂

QUANDO C’ERA MARNIE: Anna, una ragazzina timida e solitaria di 12 anni, vive in città con i genitori adottivi. un’estate viene mandata dalla sua famiglia in una tranquilla cittadina vicina al mare ad hokkaido. lì anna trascorre le giornate fantasticando tra le dune di sabbia fino a quando, in una vecchia casa disabitata, incontra marnie, una bambina misteriosa con cui stringe subito una forte amicizia…

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