Posts Tagged "animazione"

LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

Fari Fellows,

No non è un refuso quello lassù, niente missing C. 🙂 Una cosa che mi piace fare qui a New York, città perquisita da tutte le guide del mondo, è perquisire il non ancora perquisito, o perlomeno il poco-perquisito. In questa pratica, New York in sé c’entra poco. E’ un modo di procedere che conto di mantenere in qualsiasi posto finirò. La bellezza si scova soprattutto negli angoli in cui l’occhio non guarda.
Tipo.
Io molto raramente vado a nord di casa mia, a nord di Harlem. Sono proiettata verso il sud. Tutta la vita, e il lavoro e gli eventi sono dalla 72esima in giù, per non dire da Columbus Circus (59esima) in giù. A nord di casa mia si apre il quartiere di Washington Heights, colonia della comunità dominicana e portoricana. Le insegne perdono la parte bilingue e parlano solo lo spagnolo. Gli uomini sono bassetti e le donne parlano fitto fitto fra loro, come se avessero sempre grandi segreti da raccontarsi.
E’ come mettere piede in un’altra terra, pur essendo piantati a New York. Washington Heights si chiama così per via del George Washington Bridge che collega NYC al New Jersey. Il mio ponte preferito, credo di avervelo già detto. Perché non gode di quella popolarità del ponte di Brooklyn, osannato — a ragione — da tutti. Il Washington Bridge è un ponte che porta con sé tutti i mattini di tutti i pendolari che all’alba partono alla volta del Jersey, e di tutti gli abitanti del Jersey che all’alba affrontano il supertraffico per arrivare a Manhattan — mai traffico fu più traffico, believe me. E’ una struttura solida, imponente, industriale. Ci ho corso sopra una volta e fa impressione, lassù, la distesa dell’Hudson River, là sotto. Un mare più che un fiume.
Se rimanete dalla parte di Manhattan, sotto il ponte, spunta, piccolissimo, un faro rosso. Sembra uscito fuori dalle favole. Ecche ci fa un faro in miniatura, rosso rosso, alle pendici del Washington Bridge?
Eh me lo sono chiesta anch’io. Presumo che aiutasse — forse in passato — nella navigazione. L’Hudson è un fiume (mare) molto battuto da imbarcazioni di ogni sorta. Il faro avrà fatto il suo dovere, immagino.

In novembre, appena arrivata, ho cercato di avvicinarmi. Ovviamente siamo in America. Ovviamente è spuntato un cop — dal nulla, damn it! — e mi dice “You cannot take pictures!”, con quell’apertura al dialogo tipica dei cops americani… Io ho infilato il cellulare nella fondina, ho fatto la faccia da monello colto con le mani nella marmellata e l’espressione “non lo faccio più promesso”, pregustando l’istante in cui avrei riguardato le mie foto, che ovviamente contenevano l’incontenibile — sono nota come la fotocamera più veloce del West… 🙂 (Lo trovate nel Frunyc, negli scatti di novembre…).
C’è qualcosa di magico, in quel piccolo faro rosso sotto il gigante di ferro grigio. Sia perché è una presenza anacronistica e che non ti aspetteresti, sia perché nessuno mai vi dirà “Andate a vedere il faro rosso nel Fort Washington Park, all’altezza della 179esima”.

Allo stesso modo, nessuno vi dirà, se non qualcuno che ci è stato, “Andate da Bill’s Place”, al 148 W della 133esima. Cuore di Harlem. Negli anni ’20, in pieno Proibizionismo, la strada tra la 133esima, ovvero tra Lenox e la Settima, era chiamata Swingstreet. Era la via delle speakeasy, quei locali, molto spesso nei seminterrati, in cui si vendevano alcolici illegalmente. Ora attaccateci tutto quello che il vostro immaginario vi sta suggerendo: parola d’ordine, alcol camuffato nelle tazze da te, bancone dei liquori che sparisce nel nulla e spunta per magia un tavolo da biliardo… Ecco, qui a New York, ci sono tutta una serie di questi locali d’epoca che hanno mantenuto lo stile — e che il vostro Board scoprirà 😉
Bill’s Place è un posto molto rinomato tra gli intenditori di jazz perché ci vanno a suonare i grandi del genere. Questo Bill, è Bill Saxton, anche noto come The Harlem Jazz King, uno dei sassofonisti più talentuosi in da City, e in da States. Ma questa non è una speakeasy qualunque. Sapete chi è stata scoperta qui da un talent-scout, negli anni ’30? Una certa Billie, che viveva un paio di strade più in giù, e che cantava, cantava, cantava sempre… Sì, lei, Holiday, Billie Holiday…
Bill’s Place è un posto piccolissimo, in cui si ascolta il jazz duro e puro. Ironia della sorte vuole che non abbiano la licenza per gli alcolici (!) quindi se volete bere durante il concerto, dovete portarvi l’alcol da casa. Alle pareti poster di chi ha fatto grande il jazz. Duke Elligton, Dizzy Gillespie, Miles, Billie Holiday, Ray Charles. Sul palchetto, minuscolo, i jazzisti. E per un’ora e mezza, non esiste nient’altro. Solo voi, loro, e la loro straordinaria arte in-the-making — e a me è toccata la signora tromba di un talento quale Kamau Muata Adilifu…

L’ultimo piccolo che vi racconto non è proprio piccolo. E’ tutt’un quartiere. Si chiama DUMBO, e non ha niente a che fare con l’adorabile cucciolo disneyano. Ovviamente è un acronimo — lo so, era meglio credere che fosse l’adorabile cucciolo.
Down Under the Manhattan Bridge Overpass. DUMBO.
E’ la porzione di Brooklyn tra il Brooklyn Bridge e il Manhattan Bridge. Un tempo, una zona di rimesse e capannoni; oggi dentro a quelle rimesse e a quei capannoni, loft, librerie e locali trendy. In alcuni punti vi sembra di camminare dentro “C’era una volta in America” oppure “Quei bravi ragazzi” — la cinematografia che ha costruito l’italoamericanità a cui il nostro immaginario è tanto affezionato. Ci sono capitata sabato sera, con una temperatura di meno 8 gradi — New York ha freddato la primavera sul nascere, si sappia. Non ho potuto attardarmi a fare fotografie così come avrei voluto. A meno 8 gradi, l’estetica soccombe alle leggi della fisica, intimorita dalla camera iperbarica. Mi sono ripromessa di tornarci con il caldo. Quando i ragazzini, per strada, giocheranno con gli idranti, l’asfalto tremolerà sotto le ondate di caldo e il carretto delle limonate sembrerà un miraggio… Oh oh, mi sa che cinema e realtà si sono sovrapposti di nuovo…
Ora avete tre posti piccoli da visitare: il faro rosso, Bill’s Place e DUMBO — e lo vedete, it’s not my fault, fanno cinema anche detti così…

La settimana scorsa, se ricordate, avevo lanciato un Let’s Movie. Ma ho scoperto che “Una vita da zucchina”, “A Life as a Zucchini”, di Claude Barras, è arrivato in Italia ancora in dicembre. Chissà se ha raggiunto Trentoville… Era stato presentato — e adorato — al Festival di Cannes e ha vinto il Festival di Annecy (Miglior film e Premio del Pubblico) e di San Sebastián.

“Una vita da zucchina” è come “Inside Out”. Si ride, si piange. Si piange, si ride. Grande lavoro di sceneggiatura e grande lavoro di artigianato nella realizzazione. Si vorrebbe che non finisse mai — a questo proposito, se non l’avete ancora visto, rimanete in sala anche dopo i titoli di coda, mi raccomando… 😉
Il film è realizzato in stop-motion, la tecnica adottata da Kaufmann per “Anomalisa” in cui, ai disegni dell’animazione tradizionale, sono sostituiti dei pupazzi ripresi fotogramma per fotogramma — ho letto che sono stati necessari due anni di lavoro con più di cinquanta artigiani e sessanta set, costruiti o disegnati, anvedi.

Icarus, meglio note come Zucchina, vive in una soffitta mentre la madre alcolizzata si alcolizza davanti alla tv, al piano di sotto. Il bambino passa il tempo costruendo castelli con le lattine di birra vuotate della madre e facendo volare un aquilone fuori dall’abbaino.
Poi un incidente domestico, Zucchina si ritrova orfano, e viene trasferito in una casa famiglia, dove i suoi compagni hanno tutti un passato difficile come il suo, e lo stesso sguardo malinconico, dolce e spiazzante che ha lui. Gli occhi di questi bambini, per quanto siano frutto dell’artificio — e della plastilina — vi rimarranno impressi dentro anche dopo la fine del film. Sono occhi di bambini che, in qualche modo, hanno subito un danno. Chi ha i genitori drogati, chi è stata abbandonata dalla madre, chi ha il padre immigrato rinchiuso in prigione, chi ha subito violenza dal padre, chi ha visto la madre morire per mano del proprio padre… Tutte innocenze che hanno assistito a troppa esperienza nelle loro piccole vite.
E tra questi bambini “diversi” si instaura piano piano un rapporto di empatia e di fratellanza che farebbe sciogliere il cuore a Putin — qualcuno glielo faccia vedere, please! Tanti silenzi, poche parole, per un film ricchissimo e fatto di dettagli — e qui Maestro Miyazaki insegna. L’aquilone di Zucchina, ad esempio, da un lato porta il disegno di un supereroe — il papà che non c’è più— dall’altro le “pollastre”, quelle di cui il papà sempre assente “ricercava continuamente”, o almeno così gli ha detto sua madre non riferendosi proprio a dei volatili… Oppure il pupazzo tutto rattoppato di Béatrice, la piccola marocchina che ogni volta che arriva qualcuno alla casa-famiglia, esce sulla porta gridando “mamma!”, sperando sia lei, tornata a prenderla. O un ciuffo lungo portato sopra gli occhi  – come nel caso di Alice – per proteggersi, forse, dal ricordo delle “cose brutte” che le faceva il patrigno, o ancora un I-pad – l’unico regalo che Simon ha ricevuto dalla madre tossica – o un libro di Kafka per Camille, l’ultima arrivata nell’orfanotrofio dopo Zucchina, e della quale Zucchina si innamorerà perdutamente.
Quanto ci piace, leggere le storie nei dettagli. E’ così che funziona la letteratura: nel dettaglio, nel particolare, s’intravede l’universale.
E ti verrebbe voglia di adottarli tutti, questi bambini. Ma, il film insegna, la vita va diversamente, e se Zucchina e Camille alla fine trovano una casa, agli altri toccherà attendere ancora. Ma bando ai pessimismi! “La mia vita da zucchina” è un modo molto dolce e divertente per ricordare a tutti che la possibilità di ricominciare può essere dietro l’angolo: non bisogna mai smettere di avere fiducia.
Ne escono benissimo, dal film, le figure degli insegnanti, dei poliziotti, delle direttrici delle case-famiglia. Ne escono malmessi genitori e parenti. Ed è anche questo, che si apprezza. Sovvertire lo sguardo che di solito tende a mitizzare la famiglia e demonizzare le istituzioni. E vi garantisco che, nonostante la trama, i bambini “sfortunati”, i genitori infami e le zie megere, non trovate alcun tipo di sentimentalismo scontato, o pietismo, o buonismo. In più, e qui, chapeau al regista Claude Barras e al romanzo da cui il film è tratto, si ride! Si ride anche solo guardando con quale inventiva sono stati creati gli oggetti che appaiono in scena: macchine, passerotti, acconciature, vestiti. Un piccolo capolavoro di fantasia e cuore che mi ha letteralmente sciolto in una pozza di tenerezza — ebbene sì, persino il Board… 🙂
Quindi non ve lo perdete assolutamente!

Ora vi lascio al vostro lunedì italiano, e a me, ancora un po’ di notte americana.
Ho aggiornato il Frunyc, ovviamente.

Aspettavo che il WG Mat mi mandasse due righe di recensione su “Beata ignoranza”, che, a quanto sento, ha riscosso l’apprezzamento generale. Ma visto che le due righe non sono arrivate (!!), nel Maelstrom vi cuccate un articolo su una piccola notevole mostra inaugurata alla Ierimonti Gallery…Caso mai passiate dalla 57esima, a un tiro di schioppo da Columbus Circle 😉

Grazie, sempre della pazienza e saluti, stasera, luminosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)
Ecco, cuccatevelo 🙂 http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2017/03/04/faraway-so-close-opere-distanti-mai-cosi-vicine/

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 312 from NYC – commenta LA TARTARUGA ROSSA

LET’S MOVIE 312 from NYC – commenta LA TARTARUGA ROSSA

Philosophy Marathon Fellows Moviers,

Vi parlo sempre delle maratone, mezze, intere e intere + mezze (!), che questi newyorkesi amano tanto correre a Central Park. Sapevo anche di maratone cinematografiche o di serie televisive — il cosiddetto binge-watching — in certi locali, tra cui il Videology, sala di Williamsburg a metà fra la ristorazione e la cinematografia. Ma non avevo idea che declinassero il format anche per la filosofia! …Del resto, sono nella città in cui succede di tutto, vuoi che non succeda una maratona di filosofia??
E’ The Skint — sempre sia lodato — ovvero il mio spacciatore di eventi cheap & free, che mi ha informato di questo evento. “A night of philosophy and ideas. An all-night marathon of philosophical debate, performances, screenings, readings and music. From 7 pm to 7 am” alla Brooklyn Central Library.
Visto che a New York ci sono qualcosa come 87 librerie pubbliche e chissà quante private, ho pensato di cogliere l’occasione, fare un salto in zona Prospect Heights —sopra Flatbush e sotto Boerum Hill— e visitare anche quella.
Mi aspettavo un numero ristretto di partecipanti, un gathering da super nerd con la Fenomenologia di Husserl sul comodino e un sacco di OCD per la testa — altro acronimo in voga da segnare, Obsessive Compulsive Disorder. Invece arrivo in una lobby con centinaia e centinaia di partecipanti! Mi danno in mano un programma e manca poco che perda l’equilibrio — come quando ricevi una bella notizia e le gambe ti abbandonano. Nella scaletta, suddivisa in talks da mezz’ora ciascuno, un nome risplende fra la folla di pensatori invitati. Gayatri Spivak.
Ora magari a voi non dice niente, questo nome. Ma quando vincerà il Nobel, vi dirà qualcosa. E’ una delle menti più raffinate della filosofia e della critica post-colonialista dell’ultimo trentennio. Sull’essenzialismo strategico e il Soggetto Eurocentrico, banchi e banchi di studenti si sono spaccati la testa — me compresa — ma hanno capito che senza questi interpreti del nostro tempo, noi brancoleremmo nel buio dell’ignoranza più trumpiana. Ascoltare 20 minuti di Gayatri Spivak a 2 metri di distanza da Gayatri Spivak, ti fa tornare a credere all’esistenza di una forza superiore che non ha necessariamente a che fare con Dio, ma che ti conferma che “le forze del bene esistono”. Ecco, la Spivak è la Principessa Leila della filosofia post-colonialista post-modernista del secondo ‘900 — lei si definisce “filosofa etica e paradisciplinare”, il che mi sembra un gran bel modo per definirsi e ambire ad essere la nuova eroina di tutte le Guerre Stellari che dobbiamo combattere.
Curiosità: chissà come mai Noam Chomsky — uomo, bianco, americano — è diventato Noam Chomsky e tutti sappiamo chi è, mentre Gayatri Spivak — donna, non-bianca, bengalese — è nota solo agli addetti ai lavori, pur doppiando il buon Noam in termini di vette del pensiero raggiunte… A voi trarre che RAZZA e GENERE di conclusioni volete trarre…

Contemporaneamente al suo intervento, nella sala accanto, parlava un certo Marc Augé, casomai qualcuno di voi avesse dimestichezza con i non-luoghi e la loro architettura… Capirete che non avendo ancora il dono dell’ubiquità, ho dovuto scegliere da chi andare.

Insieme a loro una folla di filosofi o studiosi mai sentiti, oppure sentiti di striscio, che si interrogavano più o meno sul momento che stiamo vivendo. Trump ha scosso l’accademia giù nelle fondamenta, costringendo queste tante teste a calarsi davanti a questioni che vanno aldilà di Husserl e della Fenomenologia.
Non ho sentito molte soluzioni. Purtroppo quelle latitano. Ma ho sentito moltissime idee interessanti. E va bene così.

Per esempio una tale Anna Gotlib — corpo da camionista attorno a una mente niente male — ha tenuto uno speech sul potere che ha il linguaggio di generare e plasmare i fatti — e i fatti fanno la filosofia.  Ha inoltre posto l’accento su un fenomeno: noi non siamo persone, noi diventiamo persone attraverso e grazie al contributo degli altri. L’identità è una costruzione collettiva, quindi. Ma cosa succede se tu sei nero, ispanico, white trash, e il tuo Presidente ti dice, più o meno apertamente, che tu e la tua gente siete inferiori? Tu punti i piedi e dici “no, io non sono inferiore. Io valgo”. Be’, la Gotlib ha osservato che a lungo andare, il ripetersi di “io non sono inferiore, io valgo, io non sono inferiore, io valgo” si svuota del suo significato, e il soggetto finisce per non crederci più. Un po’ come quello che capita a un bambino trascurato da un genitore: cercherà di convincersi che merita la sua attenzione, ma alla lunga, si convincerà che no, non la merita — con tutte le conseguenze che questa conclusione comporterà sulla sua vita…
Quali sono le soluzioni? Una soluzione possibile sta nelle contro-narrazioni. Se l’Amministrazione Trump fa di tutto per scrivere la propria versione dei fatti — viali e gradinate gremiti all’insediamento a Washington (!), nessun inciucio con il Cremlino circa le elezioni (!!)— noi dobbiamo scrivere l’altra Verità, quella “contro”. La Women’s March è stata una grande contro-narrazione. E la Gotlib ha esortato tutti a non smettere di scriverne, in piccolo, in grande, in qualsiasi misura.

Intorno a mezzanotte e mezza me ne sono andata, invidiando i partecipanti che sarebbero riusciti a fare le 7 del mattino. Io avevo il cervello che fumava. Ma sono stata davvero molto grata a The Skint per avermi messo questo evento sulla strada del mio sabato sera, facendomi rimanere impressionata dal seguito della manifestazione. Tanto impressionata e grata, da chiudere un occhio persino sull’architettura della Brooklyn Library, un edificio razionalista deturpato da un portone con inserti egizi/romani/ellenici/massonici fra Stargate e Gardaland davvero poco appealing… Ho chiuso un occhio anche sulla copia della porta di Brandeburgo in cima a Prospect Park, circondata da un trionfo di colonne finto-dorico dal sapore molto Terzo Reich.
Vedere il Frunic per credere, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

And you see, tutto è stranamente molto coerente in Let’s Movie… Il film di cui vi parlo questa settimana è The Red Turtle, un’animazione dell’olandese Michaël Dudok de Wit co-prodotto dallo Studio Ghibli — casa Miyazaki, per capirci 😉

Più che un film, un racconto filosofico per immagini. Un’opera talmente raffinata che mi sento d’impiegare il termine “video arte” per definirla.
Un uomo solo, in mezzo al mare in tempesta, approda su un’isola deserta. Ecco, pensate voi, Robinson Crusoe. Tom Hanks in Castaway. Niente di tutto ciò. Proprio l’opposto. Tanto quelli erano racconti dell’ingegno umano che gabbava la natura e riusciva a salvarsi — retaggio del mito Odisseo, capace di districarsi da ogni situazione difficile, Maghe e Sirene, Proci e Ciclopi— qui l’uomo esce sconfitto. Per la prima parte del film il naufrago prova disperatamente a scappare dall’isola. Costruisce zattere che vengono sistematicamente distrutte a pochi metri dalla riva. Si ostina, fallisce, riprova, rifallisce. Il fallimento lo frustra talmente tanto da prendersela con una tartaruga rossa che ritiene responsabile dell’ennesimo naufragio. Accecato dalla rabbia, la uccide. Ma questa tartaruga, che lui considera la causa del suo male, si dimostrerà l’esatto contrario… Risulterà poi essere la fonte della sua felicità e della sua realizzazione come essere umano… Non voglio svelarvi troppo, anche perché la poesia di quest’opera va vista, ovvero, vanno visti i disegni, le magie con cui una scena trova il modo di fondersi in un’altra, una tartaruga trasformarsi in una donna, l’odio in amore…

“La tartaruga rossa” è un film filosofico che non ha bisogno di parole che spieghino, né di personaggi che parlino. Non una parola è proferita, eppure il racconto che ne esce è ricchissimo, sa di mitologico, anzi, di pre-mitologico — Upanishads, Gilmesh, ma anche le epiche mitiche disegnate dal Maestro Miyazaki: Ponyo, La Principessa Mononoke
Sembra non succedere nulla, su quest’isola deserta non-così-deserta, ma invece succede tutto quello che ci succede in una vita attraverso gli ostacoli, la solitudine, l’incontro con l’amore, l’approccio con la genitorialità, il rapporto con il figlio e il distacco dal figlio, la vecchiaia e  infine la morte. Tutto questo accompagnato da una presenza viva — respirante direi — come la Natura, mai così sovrana, eppure non priva di una logica superiore e misteriosa, per mezzo della quale gli incidenti e le avversità si sanano in modi inaspettati, solo apparentemente irrazionali.
“La tartaruga rossa” è, anche, un documentario favoloso e metaforico sulla storia dell’uomo, le avversità che deve affrontare, gli impulsi barbari che gli muovono la mano contro creature innocenti — nell’uccisione della tartaruga, impossibile non cogliere il riferimento all’albatros di Coleridge in “The Rime of the Ancient Mariner” — e le meraviglie che gli spuntano dal nulla e gli cambiano la vita. La malinconia è una musica sottile che pervade il racconto dall’inizio alla fine, come se il regista non avesse potuto lasciarla andare nemmeno per un momento, nemmeno quando il protagonista sembra contento — e di questo ringraziamo il regista, coerente fino alla fine. Non immaginatevi la storia dell’uomo che vive in pace a contatto con la natura — non è una favola filo-bioecologica, né, come dicevo, il trionfo dell’umano sul naturale. E’ piuttosto l’uomo nel mondo, in un mondo dominato dalla Natura, in cui le sue manine — le manine dell’omino Uomo — non le fanno nemmeno il solletico.
Scordatevi anche l’estetica ricca e lussureggiante di Casa Ghibli quando Miyazaki crea. I disegni di de Wit sono brulli, scarni, ridotti all’essenziale — spesso siamo ai limiti della bidimensionalità, gli alberi quasi piatti, così come la spiaggia, i promontori. Non si vuole sedurre con il dettaglio rotondeggiante, il colore sgargiante, gli occhioni liquidi dei personaggi ghibliniani. Qui i tre personaggi hanno praticamente lo stesso volto. Non sono connotati. Così come il paesaggio naturale. Tutto è semplicissimo. Se c’è qualcosa che si distingue, è il rosso della tartaruga, e dei capelli della donna. Perché lì, nell’alterità, e nell’incontro con l’altro, può accadere la tragedia dell’incomprensione tanto quanto il miracolo dell’amore…

E’ un film questo, per occhi attenti, animi delicati e stomaci forti. Ciò che mostra — il ciclo inesorabile della vita — è un argomento con cui fatichiamo a discorrere. Ed è per questo che abbiamo riempito il mondo di divinità. Morire non ci piace affatto, a noi umani. E ancora meno ci piace l’idea che tutto questo abbia un senso in se stesso e non rinvii a nient’altro che a questo — nascita, molte pene, qualche gioia, morte, stop.
Ma c’è anche lo spazio per i momenti unici. La scoperta dell’amore, la condivisione con un nuovo essere umano, la dimensione del gioco, la possibilità dell’arte come espressione personale e mezzo di comunicazione. Tutto questo rende una vita valevole di essere vissuta.
Vi prego, pertanto, coglietelo al volo, se lo vedete capitare nelle sale italiane! Era stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, quindi penso sarà distribuito. Ecco, magari non portateci bambini piccoli. Portatevi Platone, Camus, e anche quel menagramo di Schopenhauer… Ma andateci!

Prima di lasciarvi al vostro lunedì italiano, volevo condividere con voi l’incredibile notizia della mia NYC ID. Al momento sono un soggetto immigrato con la cittadinanza italiana e la carta d’identità newyorchese, il che non è affatto male come combinazione. 🙂 Sorvoliamo sul fatto che Trump ha cominciato a fare dei gran macelli con i visti, e non solo ponendo il veto ai paesi spauracchio, ma anche impedendo il rinnovo automatico a tutti gli altri. Nemmeno lui si rende conto del caos burocratico che questo comporterà, ma che ci vogliamo fare, il suo unico neurone— che certo non risiede nel cervello — è impegnato con altre priorità, tipo come fare a costruire un muro e farlo pagare al paese che vuole penalizzare costruendolo…
Non ho fatto domanda per la NYC ID solo per una questione di show-off — capirete, per una fissata con New York da una vita, conquistarne la carta d’identità è un po’ come accaparrarsi Parco della Vittoria (!) al Monopoli…  Ho fatto domanda perché la ID ti permette tutta una serie di sconti a strutture culturali, teatrali, cinematografiche che fanno gran comodo a chiunque si trovi a vivere nella città più cara del mondo. Da oggi detengo ufficialmente una membership al MET, una membership al MoMA e una in corso di approvazione al Film Forum — una delle sale storiche del cinema indipendente newyorchese.
Se avete in testa di trasferirvi qui a New York, vi basterà armarvi di un indirizzo di casa nella City, di un documento che lo provi — meglio se un conto corrente in una banca americana — una lettera di referenza della banca, il passaporto, volendo anche il certificato di nascita, poi vi presentate una prima volta, poi prenotate un secondo appuntamento online, vi ripresentate, e se tutto fila liscio, vi spediscono a casa la ID dopo due settimane…. Sì, lo so, è una trafila un po’ lunga —un mese e dieci giorni! — ma questo per dimostrarvi che anche qui c’è della burocrazia, non solo all’Anagrafe in Italia…
Nel Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88, trovate, tra gli altri, degli scatti a opere del MET che non immaginavo minimamente fossero al MET. E vi dico una cosa. Se pianificate un viaggio qui e dovete scegliere tra i mille musei del Museum Mile sulla Quinta, il MET è da METtere al primo posto. E badate, ho visitato solo l’ala Arte Moderna e Contemporanea e Sculture Italiane e Francesi… Non oso immaginare tutta la parte egizia, arte dei nativi americani, arte dell’antica Roma…

Okay Moviers, mi taccio, ho parlato troppo oggi… Nel Maelstrom vi getto un link, stavolta a Magazzino 26, al Frullato che ho preparato su “La La Land”. So che molti di voi sono andati a vederlo in questo weekend — bravi bravissimi, i miei Moviers&Anti 🙂 — quindi ho pensato che potreste avere piacere a leggere alcune idee che avevo buttato giù quando ne avevo parlato nel Lez Muvi di dicembre quando l’avevo visto qui.

Ora andate pure e moltiplicatevi…No, volevo dire, sparpagliatevi… E accettate questi saluti, socraticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

http://www.magazzino26.it/problemi-con-il-musical-al-cinema-provate-la-la-land/

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 252 – propone QUANDO C’ERA MARNIE e commenta EX MACHINA

LET’S MOVIE 252 – propone QUANDO C’ERA MARNIE e commenta EX MACHINA

QUANDO C’ERA MARNIE
di H. Yonebayashi
Giappone, 2014, ‘103
Martedì 25/Tuesday 25
19:50 / 7:50 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

 

Marnay Moviers,

Aggiungete “Sur-Seine” al nomino lassù e sapete da dove vi mando, extraordinariement, questa Movie mail. 🙂
Dunque voi fate conto di prendere un villaggio di 250 anime nella regione dell’Aube (Champagne-Ardenne), a una 90ina di chilometri da Parigi. Aggiungete un gallo, 9 artisti internazionali, un ex-priorato del ‘600 trasformato in un Centre Pour l’Art (che suona molto bene) che si chiama CAMAC, metteteci dentro un Board-in-trasferta e avete il quadro della situazione. 🙂
Qui i lampioni si spengono alle 11 la sera ― e ve l’assicuro, il coprifuoco vi cade in testa proprio sulle 23 ― c’è odore di viti, di Senna (stelladella, naturalmente), di galline e di frutta circondata da api. E spiace per i salici, ma speri che non smettano mai di piangere la bellezza verde che piangono tutto il giorno. C’è pure la sensazione, forte, di mettere il naso fuori dal cancello del Centro, e, come ho già detto a molti, d’incontrare Charles Bovary, o Rodolphe. E ho capito che questo luogo non ha tanto a che fare con la geografia, quanto con la letteratura ― quanto al cinema, due corrispettivi in cui ritrovare questi paesaggi sono senz’altro “Gemma Bovery” e “La famiglia Belier”.
​​
Naturalmente qui fanno le cose per bene, quindi ti danno anche una bici in dotazione, e la sera si esplorano i dintorni e si scoprono, nelle piane gialle di grano e verdi di betulle mai viste tanto alte in vita mia, piccoli villaggi che stanno alla Francia come certi paesi della Toscana stanno all’Italia. I cieli sono indicibili, così come la loro firma sulla Senna.
Poi ― e poi passo a parlar di cine, promesso ― ‘sti francesi sono di un’ospitalità, di una una fraternité che non avrei mai immaginato. Sono anche di quelle sagome… Ecoutez ici. Stupefatta di come ciascun parlante incontrato, dai 9 ai 90 anni, saluti con “bon jour” anche alle 10 di sera, decido di fare un sondaggio. Interrogati, i francesi rispondono: “Ah bon, c’est comme ca”, che più o meno, tradotto e interpretato, significa: “Eh be’, è così (italianella bellicapelli che sei)”.
La lapidarietà francofona mi spiazza…

Tutto questo per consigliarvi caldamente la campagna francese. In estate mi raccomando ― l’inverno l’umidità dev’essere talmente alta da far arricciare i capelli in testa all’ex Premiere dame de France Madame Carlà Brunì che naturalmente abita a Versailles. Con Lady Oscar come guardia del corpo.

Ma dove eravamo rimasti prima dei Bovary/Bovery/Belier?
Assì, certo, la visione di “Ex machina”, in una serata d’inizio agosto con molto vento che pareva di stare dentro un film di Miyazaki, all’illustre presenza della Mademoiselle la Babi Bobulova, dei Messieurs Truly Done e Scaccomatto (o Mattoscacco, non fa differenza, è double-face :-)). E devo dire che per la sottoscritta, il film è stato un piacevolissimo, quanto inaspettato, cadeau ― e sì, ora cerco di ridurre i francesismi che poi vi torna in mente la testata di Zidane e son dolori…
Inaspettato perché quando si sente parlare di science-fiction, intelligenza artificiale, il rapporto uomo-macchina, si pensa, erroneamente, che sia stato “detto tutto”. Quanto di più erroneo, errante, aberrante! E guardate un po’ la coincidenza… In una raccolta di saggi del più letterario tra gli autori di fantascienza, Ray Bradbury, ovvero “Lo Zen nell’arte della scrittura” ― che mi sono portata appresso e che consiglio a tutti tutti TUTTI, appassionati di sci-fiction, di scrittura e NON ― lo scrittore afferma: “Tutto quello che sogniamo è fiction, e tutto quello che portiamo a termine è scienza. L’intera storia dell’umanità non è altro che science fiction”. E credo cha Ray avesse proprio ragione: tutto ciò che viene previsto/immaginato/temuto dalla science-fiction, dialoga con la nostra realtà coeva, ma soprattutto futura. Come sbirciare dentro una sfera di cristallo piena di una sostanza preziosa chiamata futuro.
Ed ora il film. Immaginatevi una villa tutta vetro e acciaio disegnata da un’archi-star dei nostri giorni ― o da un Frank Lloyd Wright negli anni ‘30 ― piazzata nel bel mezzo della foresta simil Borneo. Il proprietario è un certo Nathan, genio dell’IT che ha fatto milioni a palate con Blue Book, un motore di ricerca al cui confronto Google è la macchina dei Flintstones. E come mai Caleb, un qualunquissimo nerd della Silicon Valley, viene invitato in questo paradiso dell’Information Technology da questo magnate? Presto detto. È stato selezionato per testare AVA, un robot umanoide realizzato dal Dio Creatore Nathan, per capire fino a che punto questa sua creatura-creazione, sia in effetti umanamente intelligente, sino a che livello si spinge la sua intelligenza artificiale. Come potete notare, insisto sulla sfumatura divina giacché il film porta Dio non solo nel titolo, ma anche sul tavolo, nel senso che, tra tutti gli argomenti che brillantemente vengono affrontati nel film, quello del superomismo/divismo dell’uomo è quello centrale, e quello che mi ha fatto spuntare più riflessioni in mente. Nathan è un personaggio che non si scorda, un Tipo molto contemporaneo che sintetizza in sé un po’ i nuovi dèi del 21esimo secolo ― quelli che dominano l’economia passando per lo sfruttamento della tecnologia ― Zuckerberg, Jobs, cervelloni che camminano sempre sull’orlo fra genialità pura e follia marcia, braccati costantemente dal delirio di onnipotenza, l’estasi allucinata di sedere al posto del Padre. Non scorderò Nathan, che muore per mano di un suo stesso replicante, un Dio ucciso dalla sua stessa creatura ― una bella battuta del film a questo proposito è proprio “non è strano aver inventato qualcosa che ti odia?” ―  e la creatura poi, riesce nella fuga per la sua libertà, apre un capitolo nuovo nell’epistemologia della fantascienza in rapporto all’uomo. AVA, robot talmente intelligente da fregare il Padre-padrone e fuggire nel mondo, sviluppa e sovverte il mito di Prometeo che, ricorderete tutti, per aver rubato qualche scintilla di fuoco agli Dei, s’era visto appioppare una pena di quelle assai toste ― essere legati a una roccia mentre un’aquila banchetta col tuo fegato per tutta l’eternità non dev’essere il massimo della vita.
Nel film di Alex Garland, AVA, non solo manipola e gabba il suo Dio-Creatore Nathan, superando la sua scafatissima intelligenza, ma manipola e gabba anche il candido inconsapevole Caleb, il quale, tenero, commette un unico errore: quello di cascarci come una peracotta. Caleb s’invaghisce perdutamente di questo essere non-umano ma più umano degli umani e per questo sovrumano, e soccombe al sentimento, perde lucidità ― altro argomento tirato in ballo dal film ― e fa la fine del topo.
Il film è volutamente, sapientemente ambiguo, schiva con attenzione ogni presa di posizione scontata o eticamente nazionalpopolare e mette lo spettatore davanti a grandi dilemmi filosofici, oltreché etici, primo fra tutti, come gestire la pulsione generativa-distruttiva che l’uomo sente dentro di sé e che lo spinge a creare una macchina in grado di affrancarsi da lui ― come dimostrato da AVA ― e di superarlo? Come vivere e maneggiare questo conflitto? Il film indica un paradosso drammatico relativo all’uomo: l’uomo ambisce a creare un essere a sua immagine e somiglianza che finisce per rivoltarsi a lui e a superarlo. È lui, anzi, lei, AVA, che potrebbe essere la nipotina di nonno Hall 9000, a spuntarla. Eppure AVA non ha nulla di inquietante ― punto novità per il regista. Vuole semplicemente liberarsi da una situazione di oppressione. Vuole essere libera, condurre la sua vita in pace, non vuole conquistare il mondo. Ecco “Ex Machina” propone una visione mite dell’automa. C’è un ritorno, forse, alla natura innatamente benevola, mite della creatura creata dall’uomo ― una sorta di mito del buon mostro, per fare il verso al mito del “bon sauvage” ― a guardar bene, anche il mostro imbastito dal Dr Frankenstein di Mary Shelley, è buono… E gli splendidi robot umanoidi del film ― tutte donne dotate di corpi mozzafiato ― escono pazze per necessità. Come nella drammatica, umanissima scena, in cui si vede un’androide dai lineamenti orientali che prende a pugni il vetro della stanza/bara dentro cui è rinchiusa, fino a distruggersi ― una sorta di libertà o morte.
Non ultimo, “Ex machina” propone un uso interessante del tempo, nuovo, per un film che è comunque una specie di thriller, e che, come tale, ci si aspetta corra di più. Il parametro scelto dal regista è quello del tempo della riflessione piuttosto che dell’azione: il film predilige la speculazione filosofica allo sfoggio di raggi laser ed effetti speciali, barbosissime spiegazioni su fenomeni stockastici che nessuno capirebbe. Questo slow-down temporale può non convincere tutti, potrebbe sembrare un po’ soporifero. Ma in realtà assolve allo scopo di far sedimentare domande e spuntare risposte. La velocità, se da un lato, carbura l’adrenalina, dall’altro mina l’approfondimento… Io, che di adrenalina sono drogata, sono tuttavia molto grata a Garland per aver optato verso una scelta poco battuta…
Insomma, per me il film è assolutamente promosso!

Settembre alle porte, il Mastro in teoria dovrebbe riaprire lunedì, ma non c’è modo di sapere, a oggi, con quale programmazione ci stupirà ― mannaggia Mastro!
Quindi scelgo questo film d’animazione, sapendo di far felice i patiti, soprattutto il numero 1 dei patiti, il WG Mat

QUANDO C’ERA MARNIE
di H. Yonebayashi

Siamo ancora in clima estivo, quindi se non venite il demerito non peserà sul rendimento dell’anno nuovo 🙂 Ma ci terrei a vedervi… Rientrare alla normalità dopo un periodo off equivale, in termini di gusto e risultato, a una sorsata di cicuta ― se considerate che sono rientrata poco fa da Parigi nella campagna bucolica di Marnay, e domani torno a Trentoville, capirete che davanti a me ne intravedo una damigiana, di cicuta… Quindi rendete il tutto un po’ più dolce venendo al cine, allez-y…

E per questa serata, un Malestrom musicale che non potete proprio perdervi, e dei saluti, assennatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Marnay-sur-Seine, musicalmente parlando, è questo, https://www.youtube.com/watch?v=tzrUOJ8FD_A
Scioglietevi pure, allez-vous… 🙂

QUANDO C’ERA MARNIE: Anna, una ragazzina timida e solitaria di 12 anni, vive in città con i genitori adottivi. un’estate viene mandata dalla sua famiglia in una tranquilla cittadina vicina al mare ad hokkaido. lì anna trascorre le giornate fantasticando tra le dune di sabbia fino a quando, in una vecchia casa disabitata, incontra marnie, una bambina misteriosa con cui stringe subito una forte amicizia…

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE SPECIAL – FILM-FUN-PHILARMONIC

LET’S MOVIE SPECIAL – FILM-FUN-PHILARMONIC

BIG HERO 6: ore 16:00, Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria
CHIT-CHATTING al CAFFE’ ITALIANA: ore 17:38 in poi, Viale San Francesco D’Assisi 8
A CHRISTMAS CAROL featured by Piccola Orchestra Lumière: ore 20:45, Filarmonica, Via Verdi

 

Fiamminghi Fellows,

Siccome io e Lez Muvi compiamo entrambi gli anni a dicembre, lui verso la metà del mese, io il numero perfetto, il 22, 🙂 e siccome c’è una gran voglia di vedervi, di ridere (molto), di concludere l’anno e prepararsi bene al 2015, che fa soggezione anche solo a scriverlo con quel quindicennio tondo lì, ho pensato a un’occasione per incontrarsi che: avesse del cine dentro, ma non il classico cine lezmuviano; che avesse pure un po’ di musica, e letteratura dentro; che non fosse feriale, bensì festiva, così da sbalordirvi un po’; che fosse il più incastrabile possibile nelle agende di tutti; e m’è uscito fuori il FILM-FUN-PHILARMONIC, un plan scandito in tre momenti effe-di-Fru, che vi illustro di seguito.

Domenica 21 dicembre

FILM: Alle ore 4:00 pm, visione di BIG HERO 6, film di animazione ad alto tasso cuteness & entertainment, presso il Cinema Viktor Viktoria.
FUN: Finito il film, dalle 5:42 pm circa in poi, facciamo circa 153 passi e raggiungiamo il Caffé Italiana, davanti allo Smelly Modena –Via S. Francesco D’Assisi 8. Lì possiamo festeggiare a base di quello che volete –dolce, salato, alcolico, glicemico, polemico, whatever you wish. 🙂
PHILARMONIC: Alle ore 8:45 pm, dopo il cine e il chatting, trasferimento alla Filarmonica in Via Verdi per il momento letterario-musicale gratuito con “A Christmas Carol, un racconto per voce, orchestra e spiriti” interpretato dalla Piccola Orchestra Lumière. 🙂

A me piacerebbe avervi tutti per tutti e tre i momenti effe, ma so che sarete presi in questi giorni pre-natalizi, quindi se non riuscite per le due effe del Film e della Philarmonic, basta anche solo che sposiate brevemente il FUN e passiate al Caffé per un
auguriboardlannoprossimocercadirisparmiarcicertemiseriecinematografichedai 🙂

In questo modo potrò abbassare la saracinesca anche quest’anno e partire tranquilla.
Eh già perché, per tener fede alla tradizione “Un Natale, Una Capitale”, la scelta del 2014 è caduta su Amsterdam. 🙂 Guardate, ho dovuto fare uno sforzo bellico, io anglofila, io amante del caldo, per convincermi ad affrontare una capitale olandese con tipo 4 ore di luce al giorno e della pioggia e della lingua ruvidissima… –non regge, vero? No, non regge, Board… 🙂

Pertanto la programmazione lezmuviana riprenderà regolarmente a gennaio. E vi voglio tonici, e bionici! 😉
E vi aspetto domenica!
E basta! 🙂

Let’s Movie
The Board

BIG HERO 6: Big Hero 6 è una commedia d’avventura ricca d’azione sull’enfant prodige esperto di robot Hiro Hamada, che impara a gestire le sue geniali capacità grazie a suo fratello, il brillante Tadashi e ai suoi amici: l’adrenalica Go Go Tamago, il maniaco dell’ordine Wasabi No-Ginger, la maga della chimica Honey Lemon e l’entusiasta Fred. Quando una serie di circostanze disastrose catapultano i protagonisti al centro di un pericoloso complotto che si consuma sulle strade di San Fransokyo, Hiro si rivolge al suo amico più caro, un robot di nome Baymax, e trasforma il suo gruppo di amici in una squadra altamente tecnologica, per riuscire a rivolvere il mistero.

A Christmas Carolun racconto per voce, orchestra e spiriti: Un classico di Charles Dickens, una fiaba in musica per bambini, un radiodramma per adulti.
Un concerto con il cappello a cilindro, e l’orologio che corre all’indietro, tra i natali passati e i natali futuri, a raccontare tutte le età, a dire qualcosa ad ognuna. www.ilvagabondoproduzioni.it/

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

Let’s Movie CLXXXIII

Let’s Movie CLXXXIII

Zoran, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto
Italia, Slovenia 2013, 106′

Lunedì/Monday 7
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro – RSVP at 0461 829 002
Oleotto & Battiston in sala!

E…

L’arte della felicità
di Alessandro Rak
Italia, 2013, 84′
Martedì 8/Tuesday 8
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro
Aggratis/For free

Fact-checking Fellows,

Venerdì scorso c’è stata la Notte dei Ricercatori qui a Trentoville, una ricorrenza annuale che ti fa resperare bene ― quando la speranza riempie i polmoni :-). Se avete della dimestichezza con l’evento, sapete a cosa mi riferisco. Conferenze e caffé scientifici e dibattiti e dimostrazioni ed esperimenti a cielo aperto, solo che quest’anno, a differenza degli altri anni, non in giro per la città, ma tutt’insieme appassionatamente al MUSE.
Per i non-trentini che ci seguono su questo canale ―e per i trentini non informati dei fatti― il museo, e il quartiere de “Le Albere” disegnati dal Senator Renzo Piano (e lui non decade, ih ih ih…) sono stati e sono al centro di polemiche sin da quando la prima ruspa ha azionato la prima benna nell’area ex-Michelin. Un progetto così ambizioso e PERICOLOSAMENTE mind-opening e revenue-generating poteva lasciare il trentino medio indifferente? Certochennò, Board, cheddici. Ora, il trentino medio, che probabilmente venerdì 23 è venuto a curiosare alla Notte dei Ricercatori per pura curiosità oppure, verosimilmente, per trovare il solito marcio-in-Normandia, s’è trovato immerso in una Normandia 100% profumo di pulito. Gente, gente, gente (divertente) di tutte le età, in fila per visitare il museo o agli stand dei ricercatori, lì a provare, digitare, non capire, o capire un po’ ―che spesso i ricercatori parlano la loro lingua, e se alcuni riescono bene a tradurre in profano quello che per loro è sacro, altri rimangono abbastanza nell’autismo-elitismo comunicativo dell’”I am geek, and I am sorry for you”. E poi storie d’idee pazze, storie d’idee rotte e poi aggiustate e diventate miliardarie. E poi, bosoni, fondi gravitazioniali dell’unverso, e poi la corte che il principe farebbe a Cenerentola nell’era dei big data…
E poi una piattaforma speciale dedicata al fact-checking che ve la devo proprio raccontare. Ora, non so voi, ma io non solo non avevo mai sentito di questa piattaforma, ma non sapevo nemmeno dell’esistenza del fact-checking ― ci svegliamo Board, o rimaniamo nel sonno della ragione a far compagnia a Goya??? Il fact-checking è la cosidetta verifica dei fatti, e c’è questo sito https://factchecking.civiclinks.it/it/, che ti permette di mettere in discussione la veridicità di “una notizia o una dichiarazione che credi sia falsa, imprecisa, dubbia, e se il fatto pubblicato in rete sia sbagliato”. È un cosiddetto media civico, uno strumento con cui ogni singolo web-cittadino può contribuire all’attendibilità dei fatti e all’accuratezza delle informazioni. Pensate a quanti dati ―big data, per dirla col Principe Azzurro del nuovo millennio― sono disponibili online oggi. La pratica di correggere o smentire un’informazione sbagliata, se ci pensate, è un gesto etico di responsabilità del singolo nei confronti della collettività. E non è un caso che un sito legato al fact-checking riecheggi il Talmud nello slogan “Chi salva un fatto, salva una vita intera”.
Che si sia sentita la necessità di creare un web tool per navigare e diffondere questa pratica testimonia l’esistenza di una parte di umanità sana che crede alla tutela della scrupolosità e alla cooperazione per il bene della community.
Per contrasto “Via Castellana Bandiera” testimonia l’esistenza di una parte di umanità malsana capace di lucrare su una situazione d’impasse, di sospendere qualsiasi gesto vòlto a sciogliere la situazione ma anzi, a cercare di perpetrare lo stallo.
Vi do il quadro per farvi comprendere meglio il contrasto.
Estate. Intrico di vicoli di Palermo. Due donne (coppia in crisi) procedono in una stradina molto stretta, Via Castellana Bandiera. In senso contrario arriva un’altra macchina, guidata dalla vecchia Samira, con a bordo la famiglia Calafiore. Impossibilitate a proseguire, le due macchine si bloccano, muso-contro-muso, e nessuna delle due guidatrici cede il passo. Il muso-contro-muso diventa il testa-contro-testa di Rosa e Samira. E fin qui, bene. Cioè male: le regole del vivere civile vorrebbero che una delle due facesse retromarcia e passare l’altra. Ma non è tanto il bonton del codice della strada a impensierirci ―io stessa non sono una guidatrice modello, pur essendo un modello di guidatrice ;-). Impensierisce invece la manipolazione della situazione da parte della famiglia di Samira, che organizza un giro di scommesse sul “chi cederà per prima?”.
Ma c’è altra carne al fuoco: il film è tremendamente metaforico, e varia al variare dell’occhio che lo guarda. Si determina allora una plurimia (ma esiste??) di reazioni multi-prospettiche, che abbiamo riscontrato anche nel post-proiezione tra i Moviers, e di cui si dirà in seguito.
Abbiamo queste due donne caparbie che fino all’ultimo non cedono, che non accettano compromessi, e che possono rappresentare un po’ la determinazione a portare avanti una propria posizione in un oggi orientato ai quotidiani trasformismi, al cedo-facile; ma possono rappresentare anche due silenzi pieni di storie difficili, come quelle delle due donne. Ludwig Wittgenstein diceva “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. E forse questo loro silenzio non è solo una questione di principio, ma è una scelta che dice quello che non possono o non devono dire… È una grammatica diversa, la loro. Per questo risulta difficile leggerla e comprenderla. Ma possiamo provarci…
E c’è una società umana marcia nei comportamenti e negli intenti, altroché Normandia. Vicini che si scannano, generi abominevoli. Mi sono portata a casa una scena del film, che mi ha perseguitato anche il giorno dopo. A un certo punto la famiglia si trova a tavola a mangiare. Spaghetti al nero di seppia, la ricetta è importante. Il pasto è divorato con foga animalesca, senza alcuna gioia per il cibo o l’atto condiviso. E’ uno scempio che si consuma a tavola. Un minuto, forse meno, di pura animalità. E capirete, la tenebra unta attorno alle bocche dei commensali non è semplice nero di seppia…
Tremendamente metaforico, “Via Castellana Bandiera”, già. Come i cow-boys che si sfidavano nei film di Sergio Leone ―da cui per altro la Dante riprende apertamente la geometria scenica del duello fra le due donne― non si tratta di uno scontro “piccolo”, particolare. Non è un cavallo rubato o semplice ingorgo stradale. Allora cos’è? È l’io che scontra un altro io. E il conflitto porta a uno scioglimento, che può essere, come in questo caso, hegelianamente positivo ―dopo tesi e antitesi, sintesi. La strada allargata nel finale e la macchina che scivola in un dirupo, e tutti gli abitanti del quartiere che (s)corrono verso di noi (=che siamo prospetticamente il dirupo) potrebbero alludere a una liberazione finale. Dopo il momento di massima entropia, colto attraverso la distopia dello sguardo che rimpicciolisce la strada e che riflette una mente concentrata sulla piccola disputa, dopo l’acme in cui la tensione raggiunge il parossismo, e dopo il sacrificio di uno dei due eroi (Samira), ecco che la strada piano piano si allarga, e la vita (=la gente) si fa fiume e torna a fluire.
L’effetto fisarmonica della via, che da stretta stretta si fa larga larga, e il film in generale, sono stati al centro di un micro-dibattito vivace e sanamente sconclusionato, che ha visto coinvolti tutti i Moviers presenti. L’Anarcozumi, finalmente tra noi dopo aver passato un weekend con l’ottantenne regista Montaldo e consorte (non è che la Zu passi il weekend a riempire di fagioli le cartelle della tombola eh); la Fellow Francesca-ae.f. che da sicilana di Sicilia qual è ha beneficiato di una prospettiva “insider” anche a livello di comprensione linguistica grazie alla feature incorporata “Je m’en fous des sous-titres”; il WG Mat che ha mal sopportato tutto il film, maturando un mood müller anche se il Board non ha ceduto al “fate l’amore con il rancore” ;-); and last but not least, Maria, una Movier nuova nuova baby baby, che s’è gettata da sola in Lezmuviland (e sapete quanto io vada pazza per questi gesti di coraggio estremo!): sarà la nostra Movier More, per via di un cognome che è uno scontro tra piccoli frutti italiani ed ennesime potenze inglesi. 🙂
Comunque vi riporto giù nel Movie Maelstrom il commento della regista, che offre una bella interpretazione dietro l’effetto ottico della strada: come vedrete, si discosta dalla mia, ma va bene così, le interpretazioni contano tutte, del resto il mondo è bello perché valgo ehm vario… 🙂

Anche questa settimana Let’s Movie fa la festa alla Settimana della Critica 2013 e va di doppietta.
Nel primo tempo…

Zoran, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto
Italia, Slovenia 2013, 106′

E nella ripresa….

L’arte della felicità
di Alessandro Rak
Italia, 2013, 84′

Dato che per “Zoran, il mio nipote scemo” è prevista la presenza in sala del protagonista Giuseppe Battiston e del regista Matteo Oleotto (frutto della partnership Mastro&Zu), e si prevede il sold-out, il Mastro esorta il mondo lezmuviano a prenotare! E il mondo lezmuviano prenoterà 🙂

Quanto al film d’animazione “L’Arte della felicità“, ho visto qualche fotogramma e posso dirvi che è ambientato in una Napoli dai lineamenti quasi chernobylliani, l’opposto della cartolina che riceviamo regolarmente dalle regioni del cliché, quindi assolutamente da vedere. Lo propongo anche per contribuire a smantellare la falsa idea che vede l’animation come un genere cinematografico inferiore o comunque per bambini rispetto ai lungometraggi “normali”. Dalle opere (d’arte) di Miyazaki passando per “Persepolis” e “Valzer per Bashir”, l’animation movie si dimostra un linguaggio cinematografico con una dignità espressiva pari a quella del girato classico ― e speriamo che questo tolga il müller dal mood del WG Mat 😉

Okay, ora vi aspetta un Movie-Maelstrom abbastanza volumetrico. Del resto non mi sono pervenute specifiche riguardanti limiti strutturali dello spazio, quindi io m’allargo.
Ringraziandovi dell’attenzione, e scusandomi per l’onta che vi faccio nel copiaincollarvi ben DUE riassunti (sì, sono perseguibile penalmente), vi aspetto domani e martedì e vi mando dei saluti fattualmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board


MOVIE-MAELSTROM
– “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, eccovi le parole di Emma Dante sul film:

Il luogo fisico è anche il luogo mentale del film. Abbiamo girato a Palermo, in una strada reale, via Castellana Bandiera, dove ho vissuto per molti anni, sino a poco tempo fa. Sono stati aggiunti alcuni elementi scenografici tra cui un muro che delimitava da uno dei suoi lati il budello della strada. Il muro lentamente e progressivamente si apre rendendo man mano la via più larga. I cambiamenti visti in sequenza sono impercettibili, solo progressivamente si nota in maniera plateale che la strada si è allargata. Nonostante lo spazio si apra dichiarando la possibilità di sciogliere l’ingorgo e procedere, il comportamento dei personaggi non cambia, per loro la via larga o stretta è la stessa cosa, perché l’ostacolo è nelle loro teste e il fatto di non spostarsi una questione di principio. Nella mia Palermo, tra il documentario e il sogno, ho immaginato un altrove dove rifugiarsi: un luogo intimo, familiare e rivelatore. Questo luogo, questo altrove ci è molto vicino, ci chiama in causa come testimoni oculari di una storia privata, e in fondo ci appartiene”

E ora delle considerazioni sparse che potrei intitolare “4 film in 7 giorni”, riecheggiando la coppia Verdone-Villaggio… 😉

Consiglio la visione di “Bling Ring”. Non sarà il best-of della filmografia della Coppola, non ve la racconto. Ma secondo me vale la pena, se non altro per osservare ancora una volta la vacuità della teenegeria americana alle prese con il bling-bling, e la scintillante, vuota rincorsa all’apparire a tutti i costi, emulando miti senza nulla di mit(olog)ico, come il duo Lindsey Lohan&Paris Hilton, e scordandosi completamente dell’essere, proprio e altrui. Per chi è stato a Los Angeles poi ― e chiamo a rapporto i miei Guys from L.A. e l’Anarcozumi― l’innarrivabile tresh travestito da posh immortalato nel film risulterà potentemente familiare… 😉
Voto: 7+

Sacro GRA” invece, mmm, ni, non mi ha convinto… Mi aspettavo qualcosa di meglio, sicuramente influenzata dalla vittoria del Leone d’Oro… Credevo di trovarci più poesia, o per lo meno qualcosa che lo distinguesse dal documentario classico (il Leone l’avrà vinto per qualcosa, o no??)…Invece ho trovato delle storie di vita quotidiana, di realtà difficile, o semplicemente squallida, e senz’altro commoventi nella loro piccola mediocrità, ma non poetiche…Mi piacerebbe tanto sentire l’opinione dei Moviers che l’hanno visto… All’Honorary Member Mic per esempio è piaciuto, e anche alla Zu… 🙂
Opinioni sul Baby Blog most welcome!
Voto: 6–

Mi aspettavo gran peggio con “Gli anni felici” e invece, pam, del meglio 🙂 Il film si lascia guardare, a tratti fa pure ridere, Stuart&Ramazzotti (Kim Rossi & Micaela, Rod e Eros li lasciamo a cantare eh) sono davvero bravi e il fatto che la storia raccontata sia la storia autobiografica del regista, be’ influenza non poco sulla simpatia-empatia nei confronti suoi e del film.
Voto: 6+

ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO: Paolo, quarant’anni, inaffidabile e dedito al piacere del buon vino, vive in un piccolo paesino vicino a Gorizia. Trascina le sue giornate nell’osteria del paese e si ostina in un infantile stalking ai danni dell’ex-moglie. Un giorno, inaspettatamente, si palesa suo nipote Zoran, uno strano sedicenne cresciuto sui monti della Slovenia. Paolo dovrà prendersi cura del ragazzino e ne scoprirà una dote bizzarra: è un vero fenomeno a lanciare le freccette. Questa per Paolo è l’occasione giusta per prendersi una rivincita nei confronti del mondo. Ma sarà tutto così facile?

L’ARTE DELLA FELICITA’: Due fratelli. Due continenti. Due vite. Una sola anima. Sotto un cielo plumbeo, tra i presagi apocalittici di una Napoli all’apice del suo degrado, Sergio, un tassista, riceve una notizia che lo sconvolge. Niente potrà più essere come prima. Ora Sergio si guarda allo specchio e quello che vede è un uomo di quarant’anni, che ha voltato le spalle alla musica e si è perso nel limbo della sua città. Mentre fuori imperversa la tempesta, il suo taxi comincia ad affollarsi di ricordi, di speranze, di rimpianti, di presenze. Prima o poi la pioggia smetterà di cadere ed il cielo si aprirà. E da lì verrà la fine. O tornerà la musica.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More