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LET’S MOVIE 415 da NY commenta “WALKING ON WATER” di Andrey Paounov

LET’S MOVIE 415 da NY commenta “WALKING ON WATER” di Andrey Paounov

Musical, Moviers,

parliamo di lui, del musical.
La questione è delicata. Nel senso che io e lui non siamo mai andati molto d’accordo. Ho cercato di scavare dietro a questa mia assai immotivata respingenza. Scava, scava, scava, ma non ho trovato granché, se non forse dei resti di malessere lasciati da un atteggiamento un po’ calvinista nei confronti dell’entertainment.
Ogni forma di divertimento che trova espressione in un organismo artistico deve portare al coinvolgimento intellettuale, e lasciare delle tracce al seguito. Questo ho sempre pensato. Calvinista che sono.
Questo approccio, con il musical, non ci va molto d’accordo. Il musical sono due, tre, quattro ore di entertainment puro e totale. Senza postumi arrovellamenti, senza dibattiti grondanti materia celebrale.

E poi c’è quella cosa lì del cantare e del ballare così, di punto in bianco. Cioè. Un attore parla normale e poi d’un tratto, via, attacca a dimenarsi scatenato, e con lui, tutto il cast. For real?
Da purista del recitato, ho sempre fatto fatica ad accettare questa variazione sul palco. Sin da piccola. Sin da “Tutti insieme appassionatamente”, da “Mary Poppins”. Quando Julie Andrews, dopo aver vinto la corsa ai cavalli, attaccava con “supercalifragilistichespiralitoso” — che, per la cronaca, non si dice “supercalifragilistichespiralitoso”, ma “supercalifragilisticexpialidocious” — oppure quando si metteva a ballare coi figli Von Trapp prima di farli andare a letto, io, anche da piccola, storcevo il naso. Lo trovavo innaturale. Mi dicevo, mannò, ma questo mi rovina tutto! Questo lo devo fare io dentro la mia fantasia, con i miei colori, le mie note e i miei movimenti. Così mi rubi la parte più bella!
E questo è il motivo per cui ho dei ricordi molto poco chiari dei due film. Visti una volta, non li ho voluti rivedere più.
Categorica anche da mocciosa.

Negli anni, poi, ho flirtato con esperimenti borderline, al cinema. Tipo “Flashdance”.
“Flashdance” non è un musical, ma c’è molta danza. E c’è la storia della ragazza saldatrice, e si era mai immaginata e vista, prima, una ragazza che facesse di professione la saldatrice?? Una figlia riuscitissima di Marie Curie, una Montalcini con la fiamma ossidrica al posto del microscopio. Certo che aveva appeal sulle ragazzine! Aveva più appeal quello che la storia d’amore con il suo capofabbrica. E poi ovviamente gli scaldamuscoli, la bici da corsa, quell’atmosfera da città americana industriale — scopro ora essere Pittsburgh — da cui Alex si liberava, spiccando il volo nei cieli della danza — ah what a feeling!
Ma in “Flashdance” i protagonisti non si mettono a ballare di punto in bianco. Ballano di professione.

L’esperimento più riuscito di musical al cinema è “La La Land”. Lì ho accettato tutto, persino la gravissima goffaggine di Ryan Gosling nei panni di ballerino, perché il film in sé è un tributo alla Hollywood dei film musicali prodotti tra gli anni ‘50 e ’60, e a quell’atmosfera onirica attorno a quell’epoca, partendo dallo stesso titolo, che è sia un riferimento alla città di Los Angeles, sia all’espressione “essere nel mondo dei sogni, sulle nuvole, fuori dalla realtà”.
E poi è un capolavoro, e davanti ai capolavori, ti fai andare bene tutto.

Ma forse, in tutto questo, l’antipatia per il musical mi arrivava dal fatto che erano musical al cinema, o in televisione. Lo schermo è come l’acqua: amplifica, ma diluisce. E forse in quel passaggio, si perde qualcosa del succo contenuto in quel genere artistico. Non so di preciso.
Sta di fatto che ora sono qui. New York City è la capitale del musical, è la casa di Broadway. Non la strada, il quartiere.

Ogni volta si fa confusione. La Broadway è una strada, che sconfina Manhattan. La sconfina di un bel po’. Pensate che parte da Sleepy Hollow — la cittadina del mistero di Tim Burton! — scende giù lungo lo Stato di New York, attraversa il Bronx e North Manhattan, sfiora casa mia, prosegue giù giù, curva leggermente verso Ovest all’altezza della 49esima Strada, taglia Times Square, passa accanto alla Quinta Avenue, saluta il Flatiron Building alla sua destra, per concludere la sua corsa a Battery Park.
Quella è la strada. Ma sul rettangolo tra la 40esima e la 54esima, e la Sesta e l’Ottava Avenue, all’interno del quale spunta Times Square, sorgono qualcosa come quarantun teatri. Quel rettangolo lì è Broadway.

La zona di Times Square, sulla 42esima, cerco di evitarla il più possibile. Per via del bestiame turistico che vi pascola. Scarpe da ginnastica, buste di plastica piene di shopping da M&Ms oppure NY Gifts, smartphone perennemente davanti agli occhi. Hotdog in bocca, qualche beverone colorato nella mano libera.
Quindi la mia percezione del Theater District, è invasa da queste mandrie che non transumanzano mai.
Quando vado al MoMA, sulla 53esima, cammino la parte nord di Broadway. E quella è un’area accettabile. Passi accanto al Broadway Theater, dove danno sempre il musical “King Kong”, e ti spunta, sulla sinistra, lui, lo scimmione, e voi, per una frazione di secondo, pensate alla povera Jessica Lange, lo stuzzicadenti fra le sue dita scimmiesche. Poi il ciarpame colorato del 21esimo secolo tutt’intorno ha la meglio, ma per una frazione di secondo, siete lì, schiavi del primate più bistrattato della storia. Passate davanti al The Late Show with Stephen Colbert, che ha rimpiazzato David Letterman, con le sue lucine rosse e quell’aria newyorkese che conoscete tutti.

Non è male, la zona nord di Broadway. Il bestiame è meno insistente, si cammina decentemente e si apprezzano certi istanti in cui ti ritrovi a dire a te stesso, anche dopo tre anni di qui, wow, sono a Broadway.

Allora, siccome sono a New York City, ho l’età in cui forse è arrivata l’ora di uccidere la mocciosa categorica — ma anche solo gambizzarla va bene — accetto di andare a vedere il musical “Chicago”, allo storico Ambassador Theater.
L’Ambassador sta sulla 49esima, tra la Broadway (la strada) e l’Ottava Avenue, in un punto abbastanza in salita. Lo ricordo spesso: NYC non è piatta, per quanto l’immaginario collettivo la consideri tale —forse è una qualche deriva del terrappiattismo, che scopro essere molto in voga al momento in Italia…

Aperto nel 1921, l’Ambassador conserva ancora il sapore di quegli anni. Mattoni sporchi da Londra dickensiana, una sezione leggermente tondeggiante, l’immancabile impalcatura tra pianoterra e primo piano che lo radica nel presente dell’eterno work-in-progress newyorkese. Sopra, a proposito di “Chicago”, campeggia d’un rosso orgolioso la scritta “The longest running American musical in Broadway history”. E dentro, il teatro stilla anni ruggenti. Il palco abbracciato da platea e loggioni, in una forma circolare da Globe Theater. Il grosso lampadario di cristallo che penda dall’alto, il marmo assai dozzinale — niente travertino — delle modanature, le poltrone che hanno accolto chissà quanti sederi e la piacevole sensazione dell’usato che sa di mitico.

Il pubblico intorno a me è prevalentemente bovino; del resto, quando vieni a New York per 7 giorni 6 notti, uno spettacolo a Braodway è sempre previsto nel pacchetto. Nella fila dietro alla mia, tre amiche italiane trattano argomenti prevalentemente fisici: “No, dopo io torno in camera, non vengo… Se volete andare, voi, andate pure, io vi aspetto in albergo. Con tutto quello che abbiamo camminato oggi… Sono stanca morta… Ma voi andate pure…”
Cattle talking.

Poi “Chicago” attacca. Sulle note di “All That Jazz”, che scopro originare proprio lì, in quel musical — mi pensavo fosse una hit di qualche vaudeville…
Non vi farò qui un pippone sulla trama. Basti sapere quanto segue: è ambientato negli anni ‘20, Roxie Hart è una chorus girl che, per farsi strada nel mondo dello spettacolo, uccide il suo amante; Billy Flynn è un avvocato scaltro che farà di lei una celebrità; l’altra donna in scena è Velma Kelly, una leonessa borderline coguar, anche lei star dello showbiz, che sulle prime avrà Roxie in antipatia, ma poi le due faranno squadra e conquisteranno Broadway insieme.
Se non siete nei paraggi di New York, e il cinema non vi dispiace, guardatevi il film “Chicago” di Paul Marshall con Renée Zellwegger, Katherine Zeta-Jones e Richard Gere — per altro vinse sei Oscar nel 2002…
Se invece siete nei paraggi, e non sapete scegliere quale musical vedere— ne avete una gran quantità fra cui scegliere, tra My Fair Lady, The Phantom of the Opera, Pretty Woman, Tootsie, Wicked, To Kill a Mockingbird, The Lion King, Mean Girls, Hamilton, Aladdin, Frozen, Beetlejuice, The Book of Mormoms, Beautiful, etc. — e volete rivivere un po’ della New York al sapor di Zegfield Follies e champagne, gangsters e pupe, “Chicago” fa proprio per voi.

Non è tanto la trama. Mamma mia, è lo spettacolo.
Sono le attrici, che sono cantanti e ballerine. Dee. Con dei corpi che non si possono spiegare. Delle gambe che sono fiori: spuntano ovunque, stanno bene ovunque. Delle voci da Grammy Awards, una danza da Julliard School. E naturalmente gli attori, che no, non sono da meno, ma “Chicago” è un musical in cui le protagoniste sono due, Roxie e Velma, una giovane, una più attempata. Due facce della stessa medaglia femminile: la tramp — la monella — con la testa un po’ vuota, un corpo da urlo, grandi sogni in tasca e una realtà che nella maggior parte dei casi delude, ma che può anche riservare sorprese.
Un ritmo trascinante, una band sul palco che è parte integrante dello show e che suona come la Wiener Orchestra suona il concerto del Primo dell’Anno. Se prendo “L’opera di tre soldi” di Brecht — veneratissima! — Liza Minnelli in “New York New York”, “Bonnie e Clyde”, la natura malandrina di Louise Brooks, la navigata esperienza di Sharon Stone, shakero tutto insieme, posso servirvi il cocktail dall’alto tasso erotico che è “Chicago”.
Non c’è nulla di volgare. Ma l’atmosfera viaggia tutta sul sottilmente licenzioso. Gambe svolazzanti, balletti ammicanti, cappelli a cilindro su chiome biondissime e bastoni lucidi in mano a donne mozzafiato, abiti neri in vedo-non-vedo-ma-immagino-molto, luci gialle soffuse. Devo andare avanti?

Passano così due ore e mezza di entertainment puro, in cui è come respirare l’elio, e parlare come Paperino, oppure l’etere, e volare come Dumbo. E davvero non pensi a niente se non a come si possa ricreare tutto ciò in maniera così credibile, e allo stesso tempo così sopra le righe. E a come si possa arrivare a un livello di performance, di talento, così alto. Le risposte a queste domande ovviamente si trovano. Questi artisti escono da fior fior di accademie, e ripetono lo show over and over per chissà quante sere all’anno. Repetita iuvant. Un sacco.
Poi gli americani, una cosa hanno inventato. Il musical. Lasciamoli eccellere.

Quando lo spettacolo finisce, le luci si accendono, gli spettatori, ancora visibilmente su di giri prendono a defluire dal teatro, commentando nel frattempo how awesome the whole thing was, ti ritrovi in un attimo dentro il 21esimo secolo. I cartelloni pubblicitari elettronici sulle pareti degli edifici, i pullman che aspettano di caricare i capi di bestiame e riportarli ai rispettivi alberghi, gli Uber parcheggiati in doppiafila, in attesa di chissachì. E le Nike ai piedi della maggior parte del mondo. E gli Iphone in mano.
Basta poco poco a spezzare l’incantesimo.

Confesso che dopo le prime due ore, ho cominciato a sentire, in lontananza, il richiamo di Calvino. Non di Italo, che quello è soave. Ma di Giovanni, il riformatore con la frusta in mano. Ovvero, ho cominciato a chiedermi se fosse lecito, non pensare a nulla di nulla in maniera così spudorata. Guardare e morire e rinascere davanti a quelle creature che portano in vita questo musical sin dal 1975, senza smetterlo mai.
Mentre ero lì, fra gemiti di trombe e all that jazz, ho pensato che sì, può essere lecito, una volta ogni tanto, non pensare a nulla in maniera così spudorata. Una volta ogni tanto. E credo di non essere io, la sola a pensarlo.
Tuttavia, un fatto interessante. Il musical che ha incassato più di tutti i musical di tutti i tempi — si sono arrivati a spendere 4.000 dollari per un biglietto — è “Hamilton”, che dal 2015 a oggi è un fenomeno senza precedenti. Quando arrivai qui nel 2016, non si faceva che parlare di lui.
Alexander Hamilton è uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti: ha firmato la Dichiarazione d’indipendenza, per capirci. “Hamilton” il musical propone un cast multietnico e racconta la vita del personaggio attraverso la musica contemporanea: molte canzoni sono hip hop, rap e R&B. Una trama corposa, che attraversa la storia degli Stati Uniti, ma rappeggiando, funkeggiando.
Allora io penso che quando vedi “Hamilton”, un po’ di cervello, lo fai funzionare. Sarà per questo che dal 2015 ha incassato 63 milioni di dollari — 63 millioni di dollari — vinto il premio Pulitzer 2016 per il teatro, il Grammy 2016 per il miglior disco di un musical e ricevuto 8 Tony Awards.
Voglio credere che il cervello paghi sempre.

Questa settimana è stata specialissima per me, cinematograficamente parlando. Sono stata a vedere “Walking on Water”, di Andrey Paounov, il documentario che racconta l’avventura del land-artist Christo sul Lago d’Iseo, dove, nel 2016, costruì quel sogno arancio che fu la passerella flottante chiamata Floating Piers.
Presentato al Festival di Locarno, non vedevo l’ora che il documentario arrivasse qui a New York. E questo perché quell’istallazione ha un valore affettivo per la qui presente, che il 30 giugno 2016, prese il treno e andò a Sulzano apposta per camminare sull’acqua resa camminabile grazie al sogno di un artista.
Nel Frunyc IV trovate degli scatti di quel giorno, e qui, la prova provata del Board flottante 🙂

Ci andai da sola: la folla spaventava tutti. Spaventava anche me, naturalmente. Ma poi la razionalità dell’irrazionale ha avuto la meglio. Non sarebbe atterrata mai più, una passerella color dell’alba, sul Lago d’Iseo — I mean, il Lago d’Iseo, a parte cadaveri e tritoni, cosa ospita? 🙂 Non sarebbe atterrata mai più in nessun’altra parte del mondo. Le opere di Christo sono uniche, irripetibili e hanno durata limitata. Come quando impacchettò di cellophan il Reichstag a Berlino. Oppure quando fece scorrere 30 km di nastro e portici arancio a Central Park. O quando piazzò un trapezio di più di 7.000 barili colorati in mezzo al lago di Hyde Park, a Londra.
La differenza tra quelle opere — già di per sé geniali — e Floating Piers, è l’interattività: lo spettatore, letteralmente, camminava l’opera.
Potevo perdermi quell’esperienza?
No, non potevo, e nemmeno un milione e mezzo di altre persone avrebbero potuto — il totale di visitatori in 16 giorni di Floating Piers.
Rimango pur sempre una mocciosa categorica.  

Allora domenica scorsa, una domenica un po’ alta e un po’ bassa, come le domeniche talvolta possono essere, mi dirigo verso il Film Forum, nel Greenwich Village. Arrivando con un ritardo pericolosissimo, vedo un piccolo crocchio di persone fuori dal cinema. Non me ne curo molto, ma vedo anche il cartello che mi avvisa della fila da fare per i biglietti di “Walking on Water”.
Siccome un ritardo pericolosissimo mi alita sul collo, non ho il tempo di badare né al crocchio né al cartello. Mi precipito dentro e chiedo un biglietto al bigliettaio. Lui, una pasta di bigliettaio, mi dice che forse Christo è ancora fuori…
“Christo?? Fuori??”
“Sì, Christo, fuori”, mi sorride. “Prova a vedere se c’è ancora”.
Spalanco la porta — forse, la scardino — esco, ed è lì, lo scricciolo 84enne Christo. Lo riconosco da Sulzano. Piccolo, magrissimo, abbronzato, i capelli alla Einstein. Quand’ero sulle passerelle, in quel giugno 2016, passò in barca. La barca rallentò, lui salutò tutti, e poi sfrecciò via.
Ed eccoci qui, tre anni dopo, lui davanti a me, a New York City.

È in procinto di andarsene e sta salutando l’ultimo qualcuno che gli chiede un autografo.
Io corro verso di lui, ed esclamo, come una pazza — proprio una pazza di quelle vere, non di quelle inventate — “Christo, wait! I was in Sulzano… I walked the Piers!”
Lui si gira, e mi guarda come se avesse visto una pazza — il che non faceva una grinza. Allora mi ha sorriso, mi ha detto “Really?” e poi mi ha firmato una cartolina promozionale del documentario — che da domenica scorsa ha trasformato la mia stanza in una sede distaccata del MoMA.
Poi il suo staff se l’è portato via, come la barca tre anni fa.

Se qualcuno mi avesse detto, nel giugno 2016, che, nel maggio 2019, avrei incontrato Christo a New York City, città in cui sarei stata domiciliata, gli avrei tirato un pugno. Un pugno di quelli veri, non inventati. Perché non si scherza con i sogni.

Rientro nel cinema, dico alla pasta di bigliettaio che ce l’ho fatta —l’ho salutato prima che se ne andasse, gli ho detto che io c’ero! — il bigliettaio si spalanca in un altro sorriso, fa il gesto “you rule”, e sbotta in un “Ah doooope, I knew you’d make it!”, così sentito e sincero, come se fosse stato lui a mancare per un soffio l’artista e ad acciuffarlo all’ultimo.
Io, gasatissima da questo incontro piovuto giù dal cielo, e portata in trionfo dal bigliettaio, volo in sala, dove hanno appena schiacciato play, e mi godo il documentario.

“Walking on Water” è il making-of del progetto: 3 km di passerella che hanno connesso due sponde del lago e l’isola di Sant’Anna in mezzo al lago.
Il progetto in sé risale al 2006, quando l’amatissima moglie Jeanne-Claude, con cui Christo ha realizzato tutte le sue opere, era ancora in vita. I due lo proposero ad Argentina e Giappone, ma entrambi i paesi lo rifiutarono. Il fatto che l’Italia l’abbia accettato, mi ha scatenato quel guizzo incandescente dentro che si chiama orgoglio. Bisogna avere una dose massiccia di visionarietà per immaginare un’opera di Christo, e l’impatto che può avere sulle persone.

Il ducumentario regala vedute dall’alto di cui, se avete camminato le Piers, non avete potuto beneficiare. Inoltre, presenta tutte le difficoltà logistiche, ingegneristiche, metereologiche, burocratiche che l’artista e il suo staff hanno dovuto affrontare per realizzare il progetto. La burocrazia — siamo italiani, sappiamo di cosa stiamo parlando — soprattutto legata alla questione della sicurezza, ha minacciato di far chiudere l’opera al pubblico il terzo giorno, dopo c he i primi due hanno accolto più di 100.000 persone. Ma anche il meteo ci si è messo di mezzo. Temporali e burrasche hanno sferzato il Lago per buona parte del periodo in cui il team ha montato le passerelle, ostacolando i lavori, e accendendo molto gli animi.

Il caso ha voluto che il 23 giugno 2016, la Brexit abbia distolto molta dell’attenzione dei media dall’opera, e questo ha disteso un po’ gli animi tra le Forze dell’ordine e lo staff di Christo, che erano a un passo dal chiudere tutto l’ambaradan.
Attraverso uno stile molto discreto e non invasivo, il documentario segue questo fuscello d’uomo farsi strada fra tutti gli inghippi, le incombenze, i cerimoniali che hanno richiesto la sua presenza — memorabile la festa poshissima nella villa sull’Isola di Sant’Anna, dove gli invitati probabilmente non sapevano nulla di Christo e dei suoi lavori, ma erano lì, con i loro smart-phone di gran gusto ricoperti da gusci Louis Vuitton pronti a instagrammare tutto, e far sapere, mi hanno invitato.  

“Walking on Water” si conclude in maniera molto accattivante. Christo in mezzo al deserto, un blocchetto per terra, le sue mani a forma di cornice dentro cui fa stare il deserto. Chissà cosa sta tramando…
Consiglio a tutti il documentario, sia a quelli che hanno camminato sulla stoffa mobile delle Floating Piers, sia a quelli che non ci hanno camminato. L’arte è 1% ispirazione e 99% lavoro, dedizione, abnegazione, scazzi. Non lo si scordi.

E per oggi è tutto, Moviers — sono andata lunghissimissima oggi…
Frunyc IV sempre aggiornato e saluti, musicalmente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 401 da NYC commenta “RUBEN BRANDT, COLLECTOR” di Milroad Krstić

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Fine and Mellow, Fellows and Moviers,

è una canzone della regina Billie Holliday. Credo di avervela già menzionata per via di “mellow”, aggettivo che se la vede, nella mia personale classifica multilingue degli aggettivi preferiti, con “pestifero”, “hochmutig” e “gut-wrenching”.
Quella canzone uscì nel 1939. Justin Bieber dormiva ancora nella notte dell’inesistenza, con le sue citazioni bibliche, i suoi tatuaggi molesti. La canzone è il lamento di una donna, il cui uomo è un vero mascalzone. Di più di mascalzone. The lowest man I have ever seen, specifica Billie. L’uomo più basso mai visto — basso non nel senso di tappo, nel senso morale, il ché, concorderete, è molto peggio. Il classico gagà che la tratta d’inferno — awfully. E lei se la prende pure con l’amore e dice che ti può far fare le peggio cose, le cose che sai che sono sbagliate. Però, alla fine, quando lui comincia ad amarla, lui è so fine and mellow.

Mi viene in mente questa canzone mentre cammino nel cuore di TriBeCa.
Quando si dice TriBeCa, si pensa a Bobby De Niro e al Film Festival. Ma in realtà c’è ben altro. Se SoHo per South of Houston, e NoHo per North of Houston, TriBeCa sta per “TRIangle BElow CAnal”. Canal è una lunga arteria che traccia il sottopancia di Lower Manhattan, marcando il confine sud di Little Italy e il confine nord di China Town.
È un quartiere che ricorda quella New York post-Probizionismo e pre-Second-World-War, che porta con sé case di mattoni molto elaganti, modanature Art Deco, scarpe da jazzman vaniglia e cioccolato, e donne magrissime dentro vestiti di lamè. Però, se alzate giusto giusto la testa davanti a voi, scendendo lungo West Broadway, vi svetta davanti la Freedom Tower, ai cui piedi giace, mesto, il World Trade Center. E il presente del terzo millennio spazza via il passato del ‘900.
Percorro un tratto di Varick Street, e come faccio ogni rara volta che scendo alla fermata di Franklin Street — una fermata notevole, tutta ricoperta da simil pietruzze in simil porfido multicolor — passo davanti alla Hook&Ladder 8, la stazione dei pompieri che fu il quartier generale degli Acchiappafantasmi.
È molto sciocco, da parte mia, passarci ogni volta, anche perché non c’è molto da vedere, se non due divieti che imprigionano due ectoplasmi, stampati sull’asfalto, all’ingresso.
Eppure ogni volta mi fermo e penso a Egon e Peter, sia in versione cinematografica che cartone animato. Penso alle trappole acchiappafantasmatiche che da piccola, nell’era pre-Google, avrei voluto sapere dove si potevano comprare. E se sì, come convincere mia madre a comprarmene una, per la mia salvaguardia, ma certo anche per la sua.

Mi infilo in Moore Street, una stradina che ricorda l’Europa, con quell’unica corsia, quella pavimentazione di pietre rettangolari, e soprattutto quell’andatura da strada non-americana, obliqua. Dopo miglia e miglia di graticola statunitense, l’incastro perfetto ma ripetitivo di Streets e Avenues, finalmente, una stradina che pratica la trasversalità.
Di lì proseguo un pezzo lungo la West Broadway, apprezzando non solo i 13 gradi di una sera di febbraio, ma anche l’inspiegabile assenza di traffico. Attraverso senza badare alle macchine, e guardo il susseguirsi di ristoranti eleganti illuminati a candele, e diner retrò fasciati di acciaio con le insegne al neon rosso ciliegia.
Infine eccomi sulla Sesta Avenue, davanti al Roxy Hotel.

L’edificio deve molto alla sua posizione nel cuore di un triangolo, i cui lati sono costituiti dalla Sesta Avenue, da Church Street e da Walker Street. Personalmente amo molto questo genere di forme, quei corpi architettonici che si sviluppano per il lungo, come il Flatiron Building, che parte stretto stretto, e poi via via si apre. È come un uccello: la parte anteriore sottile per bucare l’aria, e poi il corpo più solido, per dargli stabilità — il complesso finale contiene il mistero dell’aerodinamica.
Il Roxy è un edificio del 19esimo secolo, ripreso in mano e reso molto cool all’inizio del 2000. L’insegna al neon, gli inserti luci neri, le porte a due battenti in legno e vetro: Billie Holliday potrebbe uscirvi da un momento all’altro, non fosse impegnata a cantarmi in testa.

È un mio amico italiano, in città per lavoro, che m’invita ad ascoltare un po’ di musica al Roxy. Porta l’Italia con sé perché l’invito mi arriva praticamente un’ora prima dell’inizio. Una cosa che i newyorkesi non farebbero mai, nemmeno se costretti da un machete. I programmi si organizzano con largo anticipo in modo da permettere di inserire l’evento in agenda, e, congetturo, di prepararsi psicologicamente all’evento. Tutto richiede energia e commitment a New York. Ti devi mettere nell’ordine delle idee. Anche per una cosa super fun.

Sono a zonzo in zona Midtown, e non ho nulla in programma. Accetto volentieri l’invito e scendo a TriBeCa.
Per altro. Coincidenze. Una settimana fa, scopro che il Roxy Hotel non è solo famoso per la sua allure anni ’20, ma anche perché al suo interno ospita un cinema, in cui alterna la proiezione di film d’essai e successi mainstream, oltre a organizzare incontri con registi/autori e altro guduriame simile, tra cui — tenetevi forte — la proiezione della Notte degli Oscar in diretta, domenica prossima.
Sull’onda dell’entusiasmo da scoperta dell’America, mi sono prenotata immediatamente un posto: il primo anno di vita a New York ho visto gli Oscar al Samsung 837 a Chelsea, il secondo anno al Metrograph nel Lower East Side e quest’anno toccherà al Roxy Hotel di TriBeCa. L’idea è di girare quanti più quartieri possibile con la scusa di condividere la notta che celebra il cinema. 🙂

Abbiamo già detto delle coincidenze. Però, ri-passatemi lo stupore. Di tutti i posti in cui si suona musica dal vivo a New York — si aggireranno intorno ai 4000 locali, tra sale con ingressi da $200 e scantinati con probabile, se non garantito, contagio colerico — il mio amico sceglie proprio il Roxy Hotel.
Io come sempre vedo le mani magiche maneggiare dietro la mia vita, e me la rido.

Dentro, il Roxy, è persino meglio che fuori. I tavoli del ristorante sono sparsi nella sala centrale, e alcuni di loro confluiscono anche nel bar, il Paul’s Cocktail Lounge, una specie di isola più appartata, sulla sinistra, ma sempre comunicante con il mare locale fuori. Sulla destra, c’è un palchetto, ma non è un vero e proprio palco, nulla di rialzato. C’è solo un tappeto che delimita l’area dei musicisti.
In fondo, basta davvero poco per fare un palco: non serve nemmeno l’altitudine.
Le sedie, al Roxy, esistono in esemplari limitati. Si sta seduti in poltrone e divani di pelle. Il che rende la permanenza all’interno, un momento di comodità, non solo di convivialità.

Sopra di me, e questo è ciò che rende il Roxy davvero speciale, partono tutti i piani dell’albergo. È come trovarsi in uno di quei vecchi caseggiati romani, o anche milanesi, in cui, sul cortile centrale interno, davano i quattro lati dell’edificio, con le porte dei singoli appartamenti. Il Roxy funziona esattamente così. Volendo, dai balconi superiori, gli ospiti dell’albergo, potrebbero affacciarsi e guardare cosa succede giù nel cortile, popolato da tavoli e dal palco con la musica.
Sollevo ripetutamente gli occhi durante la serata, ma nessun ospite si affaccia.
Che peccato, penso ripetutamente. Io, fossi un ospite, passerei molto tempo con le braccia conserte appoggiate sopra la balaustra, il mento appoggiato sopra di loro, a sbirciare le formiche umane di sotto.
C’è qualcosa di hitchcockiano in questo tipo di struttura. Non so dire di preciso cosa, ma c’è. “Psycho” e “La finestra sul cortile” sono entrambi presenti. Forse perché nel primo, la camera d’albergo è così indimenticabile. Forse perché nel secondo, lo sguardo del protagonista — e dello spettatore con lui — fa di lui — e di noi — voyeur privilegiati e un po’ complici.
Forse anche per via di “Vertigo”.
 
I clienti sono eterogenei, e non ho modo di sapere se siano ospiti dell’albergo, oppure semplici avventori, come io e il mio amico. Aprire l’hotel ai non-ospiti è un gesto di democrazia mosso dal tornaconto economico, naturalmente. Ascolti la musica e consumi, naturalmente. Ma non c’è un biglietto d’ingresso, almeno, al piano terra.
Ho saputo che nel piano interrato c’è il Django Jazz Club. E chissà se invece lì, l’ingresso è a carico del contibuente.
Anche i camerieri sono eterogenei. Li osservo con attenzione quasi maniacale — sarà il fantasma di Hitch che mi spinge a catturare ogni dettaglio, ogni cosa possibilmente sinistra.

La cameriera che ci accoglie — quella che qui si chiama hostess — è una di quelle bellezze diesel. Diesel non di Renzo Rosso. Diesel nel senso che impiegano un po’ di tempo ad accendere il motore del vostro apprezzamento. Ma poi quando carburano, partono e chi le ferma più.
Ha la testa rasata, i capelli di circa sei millimetri. Un po’ banalmente, la chiamo, fra me e me, Sinéad O’connor — purtroppo non ci sono molte donne famose con un taglio del genere, e il Soldato Jane non mi ha mai fatto impazzire, al contrario di “Nothing Compares to You”.
Ha un viso di una bella forma, e anche il cranio — quando hai solo sei millimetri di capelli, la forma del cranio è essenziale, e fa la differenza. Ha gli occhi molto azzurri, e un rossetto opaco molto rosso. Il contrasto mi piace molto. Sono ghiotta di palloncini rossi incastrati nei rami degli alberi, fra l’azzurro del cielo. Quindi è ovvio che occhi e labbra di questa cameriera mi facciano venire l’acquolina in bocca.
Sinéad porta un tailleur da uomo, giacca e pantaloni. Grigio scuro. Nell’insieme potrebbe considerarsi molto maschia, ma quando si muove, per andare a controllare se c’è un tavolo libero, lo fa con una grazia che solo una donna — o un gay di razza — può sfoderare.
Non abbiamo prenotato — siamo due italiani dell’ultimo minuto, dopotutto. Avverto un’impercettibile contrazione muscolare sul suo viso, ma Sinéad è una professionista e, come tutti i camerieri capi-sala professionisti, reprime e annuisce comprensiva quando rivelate, colpevoli, che non avete prenotato. Sorride un po’ — non troppo, per non illuderci e poi deluderci — e in un bisbiglio, ci offre un incoraggiante “Let me check”.
Torna in un istante. Basta il suo sorriso aperto a farci capire che sì, è tornata vittoriosa.
“This way”, ci fa strada, e ci porta a un tavolo proprio accanto al palco non-palco-ma-comunque-palco.
“Have a wonderful stay”, ci vizia.
Io mi sciolgo in ringraziamenti, ma so che non la vedrò più. Lei è stata il nostro Virgilio. Ci ha accompagnato fino a un certo punto. Ora ce la dovremo cavare da soli nella commedia divina del Roxy.

Il cameriere assegnato al nostro tavolo è gay — e non occorre nemmeno più che dica, naturalmente. Lo si capisce dalla grazia, anche per lui. E poi da un certo modo di portare i pantaloni. Troppo fascianti. E dalla cordialità con ci augura “Enjoy it, guys”, quando appoggia i bicchieri sul tavolo.
Mi chiedo se notare questi dettagli, trarre queste conclusioni, nell’Occidente americano del 2019, sia consentito, oppure se io non stia infrangendo un qualche protocollo tacito ma condiviso per cui è inopportuno — vietato? — dire che dei pantaloni troppo fascianti fanno di un essere umano di sesso maschile un potenziale gay.

Sul palco-non-palco-ma-comunque-palco prende posto la band. O meglio, un trio. Tromba, pianola, e vocalist. La vocalist arriverà più o meno alla trentina e il fatto che interpreti un paio di pezzi dell’amata regina Amy Winehouse non mi deve portare a fare dei paragoni. Certo però, il vestitino attillato di pelle nera da pinup anni ’50, le scarpe con i tacchi, i capelli lunghi e corvini, la carnagione olivastra e un qualcosa nel naso che vagamente ricorda quello di Amy, potrebbero trarmi in inganno.
Poi però quando la vedo sul palco-non-palco-ma-comunque-palco, con la pancia troppo pronunciata, le gambe troppo colonne doriche — che peccato quando la gamba prosegue la sua discesa dal ginocchio al piede senza scrivere quella virgola miracolosa che è la caviglia di una donna — e soprattutto quando la vedo camminare, traballantissima, sui tacchi a spillo — che Amy non avrebbe mai portato senza plateau anti-traballo — l’ombra di Amy se ne va, e lascia questa ragazza con un certo talento musicale, ma non certo la presenza dell’originale.

Accanto al nostro tavolo, un altro tavolo. Quattro donne, oltre i cinquanta, sicuramente non di New York. Direi Vermont. Un posto con del brutto tempo, della neve, considerati gli scarponcini che portano ai piedi, e i jeans anni ’90 che portano addosso, ma senza intenti vintage o reinterpretazioni contemporanee. Semplicemente jeans anni ’90: vita alta, lunghezza corta, tessuto sbiadito.
Continuano a scattarsi selfie, ma evidentemente non bastano. Una di loro ci chiede se siamo così gentili da far loro una foto di gruppo.
Il mio amico si alza e si presta. Ora però succede questa cosa per cui una delle quattro, si sdraia — letteralmente — in braccio alle altre tre sedute sul divano. Il risultato è una specie di hotdog senza pane sopra in cui lei interpreta il wurstel.
In quell’istante penso ai posteri, e a tutte le risate che si faranno, ripescando profili Instagram da questo decennio e vedendo come ci riducevamo.
Nell’intento di rendere la posizione ancora più “sexy”, il suo piede, anzi, il suo scarponcino, urta uno dei bicchieri da Cosmopolitan — fortunatamente vuoti — sul tavolo.
Io vedo tutta la scena al rallentì. Il bicchiere rotola sul tavolino e precipita a terra. Non va in mille pezzi, ma il gambo si spezza, e i pezzi sono più o meno tre, quattro.
Io mi sento a disagio, come ogni volta che si rompe qualcosa in un negozio, o in un luogo pubblico, immaginando quella grossa mano nera che calerà dall’alto e tra un secondo afferrerà il collo del   responsabile.
Alle quattro arzille signore, non frega nulla del bicchiere, né, men che meno, della mano nera che è calata dall’alto e ora sta vagando in cerca del responsabile.
Scoppiano addirittura a ridere.

Arriva prontamente una cameriera. Come se avesse aspettato la scena e fosse stata lì, in attesa del momento.
Questa cameriera è persino più androgina di Sinéad. Certamente più magra. Le guance incavate, gli zigomi affilati. Asiatica. Lei, per me, si chiama, subito, Nikita — ci sono molte donne famose asiatiche a cui potrei pensare per il suo nome, ma il suo fare ninja, fa di lei indiscutibilmente una Nikita. Anche lei indossa un tailleur da uomo, ma diverso da quello di Sinéad. Il suo è in una fantasia Principe di Galles un po’ anni ’80, ma le dona. E il rossetto è rosso e opaco come quello di Sinéad.
Raccoglie il resti del bicchiere e non dice nulla. Ma vedo, oltre l’espressione vitrea del suo viso, che vorrebbe trucidare quelle cinque mezzane giunte da qualche monte o pianura nel mezzo dell’America giusto per farsi scattare dei selfie e diventare l’invidia delle amiche back home, facendole schiattare quando posteranno la loro serata al Roxy Hotel di New York City.
Nikita non finge nemmeno un sorriso. È il ritratto dell’autocontrollo. Anni e anni di lavoro su se stessi per non scoppiare, e trucidare.
Dopo un po’, le mezzane se ne vanno. Una di loro, mentre si allontana dal tavolino, si calpesta la sciarpa. Una bella sciarpa.
Uno scarponcino montano che calpesta qualcosa di morbido e inerme, è l’idea che mi rimarrà di loro.

La serata scorre tranquilla. La musica è quel lounge soft di qualità che si presta sia ad essere ascoltata con piacere, che ignorata del tutto per preferire il dialogo.
Riprendo la metro a Chambers Street. E mentre ripenso a Sinéad, Nikita e alle mezzane del Vermont, mi viene in mente un’altra scena che include una donna, e la affianco a loro, idealmente, sullo scaffale che dedico alla femminilità americana.

Il fatto è successo un paio di settimane fa.
Esco dal Cinema sulla 68esima e Broadway. È tardi, è freddo, sono stanca, ho voglia dei 25 gradi che fanno di casa mia, la Bali dell’Upper West.
Non presto molta attenzione al semaforo pedonale sulla 69esima. O meglio, l’attenzione la presto, ma calcolo male i tempi. Credo di farcela ad attraversare prima che quella macchina che mi guarda con quei fari ancora sufficientemente lontani per essere troppo vicini, ma non poi così lontani, si faccia troppo pericolosamente vicina.
Allora accelero il passo nell’ultimo pezzo di strada che mi separa dalla salvezza del marciapiede. Ma mi rendo conto all’ultimo, che la macchina ha dovuto rallentare, e anche, sospetto, frenare.
In America le macchine non si possono far frenare in alcun frangente, è una violazione del codice civile, non della strada. Se succede, poi succede quello che sarebbe successo di lì a qualche istante

Fra me e me chiedo scusa al guidatore al volante della macchina, un’automobile balcana, o della Russia breznevita. Una Lada. Grigio topo. Scoprirò che si tratta di una guidatrice.
Svolta a destra imboccando la Broadway, accosta al marciapiede, si ferma, tira giù il finestrino e si mette a cantarmene tante, ma tante, ma talmente tante, e con una proprietà di turpiloquio, una profusione di abbinamenti che l’orrore suscitato in me dagli insulti e dagli improperi si dissolve in meraviglia. Come un neo-genitore davanti alla quantità impressionante di cioccolato liquido defluito dal santo sfintere del proprio neonato angelico.
Ci sono situazioni in cui l’orrore dissolve, strabiliantemente, in meraviglia.

Non ho capito ogni singola imprecazione, ma credo di aver afferrato il senso.
Crazy c*nt (la lettera mancante è la U), waddafu*k were you doin’ you fu*king bitch, molti fu*k in ogni sua declinazione possibile, dal gerundio, al sostantivo, al participio presente in funzione aggettivale.
Moltissimi.

Adesso. Io sono colpevole come l’adultera del Vangelo Secondo Giovanni, su questo non c’è dubbio. E certo non esclamo chi è senza peccato scagli la prima pietra. Anzi, mi prendo tutta la pioggia di epiteti che mi rovinano addosso e che, credetemi, picchiano duro anche loro come le pietre.
Quindi, ribadisco, sono in torto. Ma questa donna, Fellows, era una furia fuori di senno.
Io camminavo sul marciapiede, lungo la Broadway, e lei costeggiava la Broadway, procedendo all’andatura del mio passo, strillando come un’ossessa fuori dal finestrino del passeggero.
A un certo punto, dopo aver ripetuto una quantità di “sorry” che credo sfiori il limite massimo di ridondanza consentito dalla legge, e dopo aver visto che la reazione della donna era veramente eccessiva rispetto al danno morale subito, ho cominciato con il “calm down” e “easy”.
Ho appreso che quelle sono due espressioni da non dire a una furia americana fuori di senno.
Ha cominciato a urlare ancora più forte, ancora più improperi. Ringrazio la cintura di sicurezza che la teneva legata al sedile, altrimenti il suo corpo sporto sarebbe stato talmente tanto sporto da uscire fuori dal finestrino, consentendole di prendermi per la gola e far di me polpette.
Meatballs.
 
Non so come sarebbe andata a finire se sul suo percorso non fosse iniziata la fila di macchine parcheggiate lungo il marciapiede, che le impediva di camminare insieme a me, lei su ruote, io su tacchi. Probabilmente avremmo percorso così i tre isolati che mi separavano dalla mia fermata della metro, sulla 72esima.
E poi, meatballs.
Vista l’impossibilità di proseguire, ha dato gas ed è schizzata via.
E lì ho avuto la riprova che era proprio fuori di sé: gli americani medi non danno gas e non schizzano via su una macchina, a meno che non siano attori dentro la pellicola di un film.
Gli americani medi guidano più o meno come i pensionati — pensionati tedeschi, quelli italiani sono pronti al Mugello.
Quindi, ricapitolando. Io avrò anche infranto il codice civile, della strada e dell’onore del sacro suolo statunitense, ma la signora aveva qualche evidente problema di gestione della rabbia.

E questa cosa della rabbia che cova, la sento, in giro. Sottoterra nella metro, sopraterra per la strada. La sento nelle file di persone in coda, che t’inceneriscono con lo sguardo se provi anche solo a sgranchirti un piede e invadi il loro spazio d’attesa. La sento forte e chiara, rossa e fumigante, come un boccone umano nella bocca di qualche dio fuori dalla grazia di se stesso.
Era la stessa rabbia di Nikita, che ha raccolto il bicchiere rotto, al Roxy. Forse era la stessa, ma in versione dissimulata, di Sinéad, verso me e il mio amico e la nostra mancata prenotazione, perché cosa vogliono questi, non sanno che in questa città si prenota tutto?

È la stessa, in linguaggio artistico, espressa dal rapper Childish Gambino in “This Is America”. La settimana scorsa, il pezzo ha vinto il Grammy per la miglior canzone dell’anno — premiazione da lui disertata, insieme a Drake e Ariana Grande, per protesta. E se voi guardate il video — guardate il video — vedete che comincia con un ritmo caraibico-tribale, con Childish che si dimena a petto nudo, e pensate, ecco la solita canzoncina dalle profondità contenutistiche millimetriche compensate dai decimetri quadrati di pelle umana scoperta mostrati in video, che durerà il tempo di un inverno e poi si inabisserà nell’oblio internazionale. E invece, guardate cosa succede al chitarrista seduto sulla sedia al 52esimo secondo, e poi al minuto 1 e 57…

Childish Gambino sbatte in musica la superficialità della società americana — e occidentale? — accompagnandola alla violenza che non smette di dilagare, anche grazie alla facilità con cui è possibile procurarsi una pistola in questo paese e aprire il fuoco in scuole, luoghi di culto, proteste, ecc.
Il modo in cui lo fa è spiazzante e originalissimo. Inaspettato e inquietante.
This is America, reppa Childish, don’t catch you slippin’ up.
Questa è l’America, non farti beccare.
Gambino, come tanti artisti neri, è consapevolissimo che le musichette black possano fungere da macchine da soldi dentro un sistema razzista, e, al contempo, da spensierata valvola di sfogo per le vittime di quello stesso sistema. Ma è consapevolissimo anche che il prezzo psicologico è altissimo, i comportamenti, sempre più schizofrenici e bipolari, la rabbia sempre più forte — vedasi il video: Childish si accende una canna, quasi con indifferenza, ma poi fugge atterrito da un branco di bianchi…

This is America.
Billie Holliday e Childish Gambino.
 
Prima di passare al film, lasciatemi mandare tutti i miei in-bocca-al-lupo a Cuaron e al suo “Roma”, per la Notte degli Oscar 2019. Spero che faccia una strage di statuette, perché già lo dicemmo a ottobre: “Roma” è il miglior film del 2018.
Poi io tifo per “La favorita”, “La Ballata di Baster Scruggs”, “L’Isola di cani” e “Black Panther”. Quest’ultimo, recuperato la settimana scorsa, è ciò che l’Africa avrebbe potuto essere senza colonialismo, il tutto in una trama che tiene benone ed effetti speciali indubbiamente da premio Oscar.
Prevedo, ahimé, qualche statuetta a “Bohemian Rapsody”. È l’effetto isteria-euforia alla “Titanic”, che nel 1998 mandò in tilt tutto il mondo, me compresa — pretesi di ricevere in dono, dall’amore dell’epoca, la videocassetta (la videocassetta!) del film e il CD (il CD!) con la colonna sonora.
“Titanic” fece incetta di Oscar, ma lasciò Leonardo a bocca asciutta.
Personalmente, l’unico Oscar che darei a “Bohemian Rapsody”, lo darei a Freddie Mercury, quello vero. In memoriam.
Temo anche qualche premio per “A Star Is Born”. Speriamo sia solo quello per la miglior canzone, “Shallow”.

Questa settimana, sono stata all’Angelika Film Center a vedere “Ruben Brandt, Collector” dello sloveno Milorad Krstić. Presentato con successo al Festival di Locarno, questa animazione è qualcosa di unico e speciale, e la colloco con cura accanto a “Loving, Vincent”, e fra le tante animazioni che popolano il mio archivio personale.

È un tributo all’arte travestito da crime-story, thriller psicologico e action&heist movie. Il tutto scritto e illustrato con una mano d’artista — Milorad Krstić è, in primis, un pittore — e con un gusto smodato per il citazionismo, sparso su più livelli, quello immediato, quello più nascosto, e quello per intenditori alla Philippe D’Averio.
Non è un caso che la citazione che apre il film sia “Nel mio sogno ero due gatti, e stavo giocando l’uno con l’altro”, dello scrittore ungherese Frigyes Karinthy, che ho scoperto essere il primo ad aver ideato la teoria dei “sei gradi di separazione”. Il film si presenta, in effetti, come un’enciclopedia di rimandi, un organismo in cui tutto, in qualche modo, è collegato.

Ruben Brandt è uno psicologo specializzato in arteterapia.
Il film comincia dentro un suo incubo, al cui risveglio gli sentiamo dire ciò che riassume il suo problema, attorno al quale il film si sviluppa. “I personaggi delle opere d’arte continuano ad attaccarmi.”
Dal suo incubo passiamo a un rocambolesco inseguimento alla 007 in cui la cleptomane Mimì — una Valentina di Crepax incontra Margot di Lupin passando per Catwoman di Batman — sta scappando dal detective Kowalski, dopo aver rubato “il Ventaglio di Cleopatra” al Louvre.
L’inseguimento per le vie di Parigi è come correre per i musei e le gallerie della storia dell’arte, in cui vediamo opere d’arte notissime, note e “quello lo conosco”, “quello di chi era?” piovervi addosso senza darvi un attimo di tregua. Picasso, Matisse, Caravaggio, Van Gogh, Malevich, Mirò, Bosch, Brueguel, Goya, Escher e chissà quanti altri.
Mimì, insieme ad altri quattro pazienti in cura dal dottor Brandt, aiuterà il dottore a guarire dalla sua ossessione. Il piano è quello di rubare i tredici quadri che lo perseguitano nel sonno, e che è un piccolo excursus nella storia dell’arte mondiale, e nella museologia mondiale. Da Botticelli a Warhol, da Velazquez a Magritte a Hopper. Dal Louvre all’Hermitage agli Uffizi.
A dare la caccia a questa improbabile banda di ladri non c’è tanto la polizia, quanto un’altrettanto improbabile banda di gangster — italo-americani, of course — che vuole intascare la taglia appesa sopra le loro teste. Questo si traduce in un inseguimento continuo che inserisce quell’elemento “Ocean’s Eleven” di fuga a rotta di collo, ma ironica, a tratti comica.

Il film è una festa per gli occhi e per il cuore di chi ama l’arte. È evidente che il regista è legato ai dadaisti, ai surrealisti — troverete De Chirico — agli espressionisti tedeschi e russi — troverete Grosz e Dix— alla Pop Art — troverete Roy Liechtenstein oltre a Warhol. Ed è evidente che l’estetica predominante nel modo in cui i personaggi sono rappresentati è di chiara ispirazione cubista-dadaista, avvolta in’atmosfera da noir anni ’30.

Ma “Ruben Brandt, Collector” non è solo un catalogo da sfogliare, un’operazione meramente edonistica di puro piacere estetico. Va a scavare dietro gli incubi di Ruben, e a tirare fuori un passato paterno scomodo e da brivido.
Tranne il detective Kowalski, Ruben e Mimì, i personaggi sono tutti raffigurati con tre occhi, molto spesso due nasi, due profili, tre seni.
Ruben porta sempre due cravatte, una rosa e una viola, in pendant con le scarpe, una rosa e una viola. La frammentarietà del punto di vista cavalcato dalla poetica cubista sembra essere stata assurta, con l’aiuto del regista, al livello cinematografico, infrangendo un’altra barriera, ovvero quella della normo-rappresentabilità dei personaggi.
Due nasi, due teste e tre occhi, può diventare il canone.

I rimandi artistici sono talmente tanti e spaziano talmente in lungo e largo da includere anche il cinema stesso, con Hitchcock — in forma di ghiacciolo, oltre che di omaggio stilistico a “Caccia al ladro” — Eisenstein di “Ottobre”, e per me anche Lynch.

È un’animazione che si discosta dall’amato Myiazaki, specie nello stile, ma che di lui mantiene l’intrusione del lato oscuro nel giorno quotidiano.
A tratti ci si può sentire sopraffatti — too much! — e si vorrebbe rallentare il film per recuperare il nome dell’artista e abbinarlo al fotogramma appena visto e scivolato via. Ma, l’abbiamo detto, questo è anche un heist-movie, e sarebbe stato un peccato — se non uno sbaglio — sacrificare il ritmo serrato in nome della filologia. Il regista sembra dirci proprio questo, attraverso la sua opera: l’arte è tanto, tanto altro, ma anche divertimento.
Estimatori dell’arte e del bel cinema benfatto, non lasciatevelo sfuggire!

E anche per oggi, my Moviers, siete arrivati in fondo.
Vi amo per questo.

Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti sentiti e saluti, irosamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

Finisco Fellows

in un appartamento a Bushwick, la zona di Brooklyn immediatamente sotto Williamsburg, più o meno a sud di Flatbush Avenue. Segmentizzare Brooklyn e definire i suoi quartieri è un compito al quale persino i geometri comunali di New York City hanno rinunciato. Ogni volta che chiedo a qualcuno dove comincia Bushwick e dove finisce Bed-Stuy, oppure qui è ancora Ridgewood o siamo a Greenepoint, ottengo solo risposte vaghe “mmm dunno exactly”.
Il profilo di Bushwick somiglia molto a quello di Bed-stuy —che di secondo nome, lo ricordo, fa “Do or die”. Mi dicono che le Bushwick Houses sono gemelle delle Marcy Houses di Bed-Stuy, quelle che chiamano “public housing projects”. Da quello che mi spiegano sono le nostre case ITEA, però con molto molto spaccio, fancazzismo, microcriminalità. Mi dicono anche che lì è nato Jay-Z. Cerco di mascherare la mia bocca spalancata con del campanilismo tutto made in Sugar Hill. “Are you sure? I thought he was born in Harlem”.
Sì, sì, mi assicurano. Right there.
Quando ascolti il rap di NYC, e poi ti ritrovi in quelle strade sputate da quelle voci, e vedi certi spettacoli, capisci quello che quei testi ti riversano addosso. L’altro giorno correvo nella parte assolutamente non turistica del Bronx, tra Plimpton e Jesup Avenue. Sono passata davanti a un tratto di strada da fegati preparati. Una fila di rifiuti, lattine, sporcizia, avanzi di cibo, pantofole del 1998, cuscini gonfi con chissà quanti incubi, cerchioni di automobili orfani di pneumatici, e scheletri di biciclette senza sella né ruote. Accanto a questa striscia di macerie del nostro millennio, o meglio, in mezzo a questa striscia, delle persone. Non so se definirle senzatetto. Magari un tetto lo hanno, e passano la giornata a guardare le macchine passare — come il train-spotting di Danny Boyle — e poi tornano sotto quel tetto, a guardare le pareti. Sono uomini e donne dai contorni indefiniti. Hanno visi serissimi e tetri. Può capitare che si aprano in un sorriso, vedendo una bianca correre per quella parte di NYC che certo non conosce corridori, tantomeno bianchi. Ma sopravvivono un metro sotto il livello di povertà che noi italiani abbiamo in mente quando prendiamo le misure della povertà. E se ne stanno lì, in mezzo alla spazzatura, senza fare nulla, senza dire nulla. Da quanto? Per quanto? In quanti? Sono tutte domande a cui non trovo risposta. Non so nemmeno a chi rivolgerle, per il momento.
Correndo per quel tratto sventurato di Plimpton Avenue, mentre in cielo si staglia un sole da 30 gradi, ripenso a una conversazione con Erik, un amico newyorkese, originario del Minnesota. Gli racconto di quanto NYC mi sorprenda, spesso, per il livello di degrado in certe sue zone. Specifico che l’Italia non è da meno, che abbiamo esempi raccapriccianti in fatto di incuria e rapporto “difficoltoso” con l’immondizia. Ma che stiamo imparando, piano piano piano, a differenziare, a riciclare. E a cominciare a fare quello che in Germania e nel Nord Europa fanno da trent’anni.
“Why is it so?”. Chiedo, rimarcando che siamo nella città che dovrebbe trainare tutti nel futuro, per lo strardinario patrimonio di etnie e nazionalità che la popolano, facendo di lei il modello vivente di convivenza possibile. New York patrimonio DI umanità, come amo dire.
Concordiamo insieme su una possibile ragione.
Rage.
Rabbia. Verso un sistema che non li considera, o peggio, che li considera feccia. E che non si pone il problema di prevenire il loro disagio, ma che lo ignora, fomentandolo. Se convertiamo in potenziale elettorale questi individui, che presentano livelli diversi di degrado — fisico, psichico, fisico-psichico — avremo, come per magia, gli elettori di Trump. Quelli che distruggono tutto ciò che sta loro intorno perché altri l’hanno costruito per loro: altri che li hanno sempre collocati ai margini. Spazzatura a bordo strada. Quindi è lì, paradossalmente, che sono destinati a stare, realizzando la profezia che si autoavvera. Rottami e macerie, organico e inorganico. Un unicuum senza distinzioni.
“America is a country of angry people”, dice, più a se stesso che a me, Erik.

Scendendo dalla metro sopraelevata di Myrtle Avenue, a Bushwick, non penso alla rabbia, che non trovo negli occhi delle persone che incontro. Ma guardando verso le Bushwick Houses, quei condomini dalle dimensioni disumane che hanno dato i natali al re del rap, non posso fare a meno d’immaginare gli anfratti, i sottoscala, gli appartamenti sgangherati, e quel cuore che pulsa incandescente.
L’orizzonte, là in fondo, è rosso rabbia.

Ma non posso portare tanta serietà in un party! Specie in un party così stereotipicamente alternativo che rido solo all’idea della fauna umana che incontrerò. E quando poi la incontro, ci rido sopra una seconda volta.
Patrick è un fotografo che, nella sua carriera ne ha fotografati di tutti e di più. Mick Jagger, Ray Charles, Kate Moss, Salman Rushdie e Viggo Mortensen, per dirne alcuni. E’ un tipo di poche e strampalate parole che fatico ad afferrare. Il suo studio è casa sua, o casa sua è il suo studio. Un grosso telo grigio copre tutt’una parete, e quello è il set. Macchine fotografiche, qualche riflettore, un divano di pelle nera, una cucina a vista molto sciatta, un soppalco che nasconde un letto, l’immancabile bici parcheggiata in corridoio e il caschetto accanto alle scarpe — previdente Patrick. Al terrazzo si può accedere da una finestra del salotto, oppure passando per il corridoio esterno all’appartamento. E il terrazzo è qualcosa che tutti sognano, a New York City. Quello di Patrick è incastonato fra altre brownstones, quindi non c’è panorama o vista o alcunché. Ma fa comunque scena. Mattoni in vista, barbecue, vicini permissivi che tollerano una musica strana, fra il tribale e l’indie, valla a definire se sei capace…
Ah sì, la fauna umana è tipicamente newyorkese. Due ragazze dietro il lavandino stanno tagliando dei peperoni e delle melanzane in un modo assolutamente bbq-unfriendly. Ma chi sono io per dire come tagliare cosa a chi.
Scordo i loro nomi nell’istante in cui li pronunciano, e lo stesso avverrà per tutti quelli che incontrerò, tranne due. Anka, immigrata dalla Russia con la famiglia a 13 anni e a NYC da trenta. Fa qualcosa nell’ambito della moda e della fotografia, ma non ho capito bene cosa.
Spero di ritrovarla, ha un modo di parlare pacato e dolce. C’è Europa in lei. Ma anche nuovo mondo, e la combinazione è molto gradevole.
L’altro di cui mi ricordo il nome è June.
“Like the month?”, diciamo in coro io e Anka, quando ce lo presentano.
Sì, come il mese. Biondo berlinese, secco come un nerd, gay che più gay non si può. Dice di occuparsi di PR, ma lascia tutto sul vago.
Ho capito che esistono due tipologie di newyorkesi. Quelli arrivati, che ti scandiscono a chiare lettere il loro lavoro e per chi lavorano, e se per caso non l’hai capito ti fanno pure lo spelling. E quelli che sono ancora per strada, e stanno cercando il modo di arrivare. La strada, meglio occultarla, per ora, in una nebbia indistinta. Tanto prima o poi arriverà il momento. Sure as hell.
Io e Anka ci avviciniamo a Liv, o forse Luke, per capire cosa diamine stia facendo. All’apparenza sta piantando due assi di legno alle estremità di un tavolo, per trasformarlo in una specie di U. Liv/Luke ci assesta un abbraccio di quelli hippie: molto fumo prima, molto nonsense dopo, sguardo volante e sorriso beato nel mezzo.
Anka chiede “Does Patrick know what you are doing?”.
Liv/Luke annuisce e se la ride.
Mentre Anka va ad accertarsi che Patrick sappia davvero cosa Liv/Luke stia facendo, io gironzolo tra la folla. So già che non rimarrò molto. I due bbq accesi stanno mandando esalazioni tossiche che in nessun modo uccideranno l’outfit da Annie Hall che indosso.

Quando dico che sono italiana, noto che una delle possibili reazioni dell’interlocutore medio newyorkese è quella di dimostrare quanta conoscenza dell’Italia possiede. E via che mi si sciorinano piccoli borghi della Toscana e specialità emiliano-romagnole e angoli dispersi della Sicilia… Io, che vanto un “gravemente insufficiente” in geografia e usi&costumi dell’Italia centro-meridionale, a volte lo faccio presente “Mai messo piede in Sicilia, shame on me” — e quel “shame on me” racchiude davvero tutta la mia vergogna.
A volte faccio la spavalda e indago per vedere fino a che punto si spinge tanta conoscenza del bel paese. Di solito l’interlocutore si arena cercando di ricordare il nome del borgo e della specialità. A volte invece ti trovo il batterista di una jazz band che canta le lodi degli Autogrill italiani, come quella sera a casa di Patrick. Mister X — potrebbe essersi chiamato Joe, ma non metterei la mano sul bbq — mi racconta che quando è in tour in Europa con la band, di solito si fanno tre-quattro tappe italiane e si fermano molto lungo le autostrade. “I love the autogrill!”, esclama, reggendo insalata di cavolo nero e torta di mirtilli tutti nello stesso piatto (l’orrore senza fine). Io naturalmente scoppio a ridere perché per noi italiani, il camogli all’autogrill ti ricorda gli 883 in rotta per casa di Dio (!!), oppure camionisti solitari che tentano di soffocare in un panino la tristezza della lontananza da casa.
Ecco, mi sono resa conto di non sopportare molto quelli che se la tirano perché conoscono il Mirto sardo oppure Santa Margherita Ligure. La gara a chi ce l’ha più lungo — l’elenco di cose-viste-mangiate in Italia, maliziosi! — non sortisce alcun effetto su di me. Ma del resto quella del showing-off turistico è una pratica universale che non riguarda solo i newyorkesi, ma tutti quelli che in un viaggio vedono il modo — assai piccino — di impressionare il prossimo.
Una newyorkese dai tratti asiatici che non avrà più di 35 anni, discorre con Anka.
“I try to work less now, to do what I really like to do. And to enjoy life, d’ you know what I mean? I’ve got a house in the Catskills. Now everyone has a house in the Catskills… You grow up, you know. You don’ wan’ to mess around with the party shit anymore. And it is so fuc*ing quite up there. I really need it. I need a break from the City. To enjoy life, d’ you know what I mean?”. Accanto a lei una splendida lesbica nera con la casacca dei New York Yankees annuisce. Ha i capelli rasati ai lati, una birra in mano, sneakers ai piedi.
Le Catskills sono le montagne appena fuori New York City. Un po’ come comprarsi una seconda casa sul Bondone, immagino.
Qualche settimana fa ho abilmente rifiutato un invito ad andarci, nelle Catskills.
Non è che chiedi a Mandela di visitare Robben Island dopo 27 anni di prigionia. Capitemi. Per il momento, le uniche vette che riesco ad affrontare, sono quelle del Chrysler e dell’Empire, che mi fanno da bussola in caso mi perda nella selva oscura di Gotham City.
Saluto il padrone di casa, che prima di andarmene mi illumina su cosa serviva la U che Liv/Luke stava costruendo. Liv/Luke ha aggiunto un’asse in cima, in modo da formare una specie di cubicolo. Ha sistemato uno spargi-fumo in fondo, creando così una specie di strano sfondo misty-hazy per foto. Patrick mi dice sit down there.
I sit down there.
Scatta una foto. Chissà che fine farà.
La 35enne asiatica mi abbraccia prima che me ne vada “It was so great meeting you”.
Non ci siamo nemmeno rivolte la parola.
It was great meeting you too, Lady Catskills. Enjoy the fuc*ing quiet.

Dunque, questa settimana, a rigor di NY Film Festival, dovrei parlarvi di qualche film che ho visto durante la kermesse. Tipo l’ultimo di Woody Allen, “Wonder Wheel”, girato nella mia amata Coney Island. Uscirà a dicembre nelle sale. Stavolta Woody raggiunge la sufficienza, e si discosta da certe pellicole di dubbio gusto degli utlimi anni. Diciamo che sembra una pièce teatrale che ribalta “Blue Jasmine”, ci butta dentro un po’ di “Match Point” e aggiunge la patina nostalgica di “Café Society” lucidata dalla mano di Vittorio Storaro, che dirige una fotografia al sapor di luci color miele e azzurro. Oppure dovrei raccontarvi di “Piazza Vittorio”, lo splendido documentario che Abel Ferrara — il figlio ribelle del cinema indipendente newyorkese trapiantato in Italia — ha girato nelle piazza romana. In un’ora di documentario ha riassunto la questione dell’immigrazione a livello locale e globale, l’identità italiana “messa a rischio” dai flussi migratori, l’istinto di apertura dell’animo italiano verso l’accoglienza ma la frustrazione di convivere con situazioni al limite della decenza.
Abel ha pure mandato a fancubo il Lincoln Center nel Q&A. E detto da dentro il Lincoln Center, be’, it is no peanuts.

Invece decido di parlarvi di “Loving Vincent”, di Dorota Kobiela e di Hugh Welchman, perché è il primo film d’animazione interamente dipinto a mano. Ci hanno lavorato 125 pittori ad olio —di gomito anche— che si sono messi letteralmente a dipingere il film, fotogramma per fotogramma, pennellata su pennellata. 62.450 inquadrature, 12 dipinti a olio per ogni secondo. 80 minuti di film. Fate voi i vostri conti e ditemi se l’olio non è anche di gomito.
I due registi hanno fatto prendere vita alle tele del pittore olandese, portando in scena i protagonisti di quei quadri. Dalla tela allo schermo, insomma. Se amate l’arte di Van Gogh, e la persona di Van Gogh, tanto quanto li amo io, “Loving Vincent” è assolutamente imperdibile: materializza davanti ai vostri occhi i ritratti di personaggi che vi sono familiarissimi. Il postino Roulin, il Dottor Gachet e la figlia, i contadini, l’Arlesiana. E poi ancora i corvi, gli iris, le case dalle imposte verdi sotto un cielo altrattanto verde, le caffettiere, le bottiglie, le notti stellate… E tranquilli, non è una sviolinata all’opera dell’artista e alla sua triste fine. “Loving Vincent” è costruito come un giallo, una detective story — non un biopic.
E’ ambientato nel 1891, un anno dopo la morte di Vincent. Ve lo ricordate Roulin, il postino? Ecco, Roulin incarica il figlio Armand di consegnare una lettera che il pittore scrisse al fratello Theo prima di morire. Armand, assai riluttante, si mette in viaggio, ma ben presto scopre che, nel corso di quell’anno, anche Theo è morto. Allora deve trovare un nuovo destinatario per questa lettera… E si mette sul cammino degli ultimi giorni di Vincent a Auvers, passando per Arles e Saint-Remy-de-Provence, incontrando tutti i personaggi che hanno popolato la vita — e le tele — del pittore. E qui comincia il giallo. Chi ci assicura che Vincent si sia tolto la vita? Dopotutto il foro del proiettile nel fianco è innaturale: chi si suicida puntandosi una pistola in area fegato? E come può un paziente essere dimesso da una clinica psichiatrica come “guarito” e, nel giro di poche settimane, ripiombare nella depressione e decidere di togliersi la vita? Che rapporto aveva il dottor Gachet con Vincent? E la figlia di Gachet?
Armand infila i panni del detective e ripercorre le ultime settimane di vita del pittore, e noi con lui. In posti, per altro, che mi sono personalmente molto cari. Il mio agosto 2016 è trascorso ad Arles, dove Vincent visse il suo penultimo anno di vita. E certo non potevo farmi mancare la visita al manicomio di Saint Paul de Mausole, a Saint-Remy-de-Provence, a un’oretta di distanza.
In “Loving Vincent”, troverete tutto. Soprattutto la lotta dell’artista contro i propri demoni, la furia della creatività, che lo colse a tarda età — 28 anni — e che lo portò a dipingere più di 800 tele in dieci anni scarsi. Troverete tutte le ultime 150 tele che dipinse nel cortile di lavanda e nei dintorni di grano del manicomio. Snocciolo cifre perché nei giorni arlesiani mi sono documentata in maniera febbrile su Vincent, e lui, Vincent, mi è stato accanto in una maniera quasi fisica. Quei colori feroci, spesso inconsueti — cieli verdi, campi blu. Il giallo che ferisce gli occhi, tanto è abbacinante, i cieli vorticanti che vorticano e inghiottono. Van Gogh cammina sul filo e dalla tenebra salva degli spettacoli inquietanti e incantevoli. Così è la bellezza, talvolta. Una donna splendida con addosso un manto nero.
Centrale anche lo sguardo degli altri su di lui, l’altro per antonomasia, zimbello e bersaglio di critiche, angherie di ogni sorta. Coloro i quali lamentano il bullismo, più o meno cyber, del mondo 2.0, mitizzando il passato, forse non ricordano la lunghissima lista di artisti presi di mira nel corso dei secoli dai benpensanti. Vincent era lo straniero matto. Dylan Thomas l’inglese ubriacone. Oscar Wild il debosciato perverso. Ed è stato un sollievo che i due registi abbiano accennato giusto en passant all’orecchio tagliato e al rapporto controverso di Vincent con Gaugain, ben consci che quella è la parte di bio-letteratura che riempie le bocche delle cronache ma che rivela solo in minima parte chi fosse veramente Van Gogh. Ancora oggi Vincent viene ancora additato come quello che si è tagliato l’orecchio e che faceva il diavolo a quattro con Gaugain. Sad but true.
Questo film è un modo per conoscere di più di lui, ma anche del rapporto con il fratello. Se non l’avete fatto, procuratevi la raccolta di lettere che si scambiarano. E’ un libro prezioso. E se c’è una cosa che mi manca dell’Italia, Moviers, ve lo confido, è la mia libreria. Perché quando ti trasferisci dall’altra parte dell’oceano puoi portarti tanto, ma non tutto. I tuoi libri, rimangono dalla parte sbagliata dell’oceano. E i libri che ti hanno formato sono la tua spina dorsale. Lasciandoli, lasci un po’ di te.
Anyway, reputatevi fortunati che non abbia sottomano la mia copia delle lettere, altrimenti vi seppellirei di citazioni. 🙂
Spero di avervi convinto ad andare nelle sale a vederlo. In Italia esce solo per tre giorni, oggi, domani e dopodomani.
Vi vorrei anche parlare di “Visages/Villages”, di Agnès Varda e JR, credo il documentario più bello degli ultimi anni, ma vedo che uscirà in Italia a maggio 2018 (!), quindi c’è tempo per pipponi.

In onore di Vincent, mon amour, ho aggiunto nel Frunyc II alcune fotografie che scattai lo scorso anno ad Arles e a Saint-Remy-de-Provence. So di fare la felicità degli amanti della Provenza 🙂

E anche per oggi è tutto, Moviers. Grazie della pazienza, della resilienza, della costanza, e saluti, (in)finitamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 323 FROM NYC – commenta “MAURIZIO CATTELAN: BE RIGHT BACK” di MAURA AXELROD

LET’S MOVIE 323 FROM NYC – commenta “MAURIZIO CATTELAN: BE RIGHT BACK” di MAURA AXELROD

Minvitano Moviers

a una di quelle cene newyorkesi, in quegli appartamenti da AD — tutto di design, ma meravigliosamente funzionale e sottotono, niente eccessi, nulla di troppo. Cynthia e Ali, una coppia di architetti a dir poco adorabili. Mi fanno subito sentire a casa, appeno metto le mie scarpe architettoniche dentro dalla porta. Sì, per l’occasione ho indossato le scarpe architettoniche, quelle disegnate dal nipote di Rem Koolhaas — con le scarpe il funzionale funziona diversamente. Non sono passate inosservate, naturalmente, né dalla coppia di architetti, né dal ballerino naturalmente gay fra gli ospiti, né da una quantità di altri taxisti, gay e passanti che ho incontrato nel raggiungere il 285 Lafayette.
Nolita. A due passi due dall’Angelika Film Center e dalla Old St Patrick Cathedral di Little Italy, la chiesa della mafia anche solo cinematografica di NYC.
I newyorkesi hanno un modo molto “mild” di fare con le persone. Ti mettono a tuo agio senza farti percepire che stanno mettendoti a tuo agio, il che è il modo più azzeccato. Non conoscevo nessuno — uno di quegli inviti spuntati dal cilindro del networking. Giusto il tempo di farmi aprire dal concierge e di dirigermi all’ascensore, e lì, in ascensore, incontro tutti gli invitati. Quando arriviamo al nostro piano, siamo già tutti bell’e amiconi.
Due parole, please, lasciatemele spendere sul ballerino. La bellezza a volte può essere dolorosa. Ecco, questo è il caso. E tranquilli, non ho incolpato la natura, il fato, i geni per il fatto che fosse gay. L’ho accettato. Con cordoglio, ma l’ho accettato.
A un certo punto la padrona di casa ci invita a seguirla sul “rooftop” perché deve cucinare il pesce alla griglia, quindi, se andiamo a farle compagnia è contenta. Io ovviamente mi aspetto uno di quei tetti piatti un po’ incolti e scassati, con il barbecue ovulo-portatile in un angolo e una piscinetta del 1992 bucata nell’altro. Una sedia zoppa anche, e in lontananza, oltre campi di cemento e bidoni della spazzatura, il traffico newyorkese. Ovviamente ho fatto male i conti. Primo perché mi trovo a Nolita, e non a Bushwick (deep Brooklyn), e la skyline mozzafiato comprende il New Museum sulla Bowery e tutto l’East Village.
Il rooftop, poi, è un’altra pagina rubata da AD. Cucina a vista in acciaio, con un fuoco vivo e vegeto da far invidia a Cracco, un patio con un lungo tavolo per le giornate estive, un angolo con sedute in tek e strutture in acciaio alle quali ho immaginato delle gran tende di lino bianco ed ecru, l’estate… Distolgo lo sguardo dalla sagoma del New Museum e lo porto giù, in basso, sui terrazzi degli appartamenti sottostanti.
Il ballerino, e tutta la sua dolorosa bellezza mi si avvicinano, e mi dicono “Sai chi abitava lì?”.
Scuoto il capo, e mi preparo — ma non c’è preparazione che tenga. Lui e i due architetti sono amici da tanti anni: è come uno di famiglia, quindi conosce bene il building.
“David Bowie. He was such a nice guy”.
E me lo dice non per far sfoggio o per farlo fare al proprietario di casa. Me lo dice per farmi capire che Bowie era un vicino in gamba.
Ecco, la differenza tra New York City e Los Angeles. A Los Angeles avrebbero inserito la location sulla Map of the Stars che ti indica il tour delle ville dei vip tra Beverly Hills e Bel Air.
A New York queste cose non interessano. Non è città da paparazzi e scoop. Per questo tante celebrities si trasferiscono qui. Tra parentesi, ho passato la serata degli Oscar con René Zelwegger (=Bridget Jones) seduta al mio fianco, tranquilla come la Pasqua di oggi…
Il padrone di casa non mi avrebbe mai detto che al piano di sotto di casa sua abitava David Bowie. Semplicemente perché lo showing-off non interessa. Sono ciance. E i newyorkesi sono low-profile.
Lo stesso ballerino mi ha appena detto “Era un tipo in gamba”.
Ora, stiamo parlando di uno dei mostri sacri della musica del 21esimo secolo.
Un tipo in gamba.
Adoro NYC.

Dopo aver grigliato il pesce spada, ritorniamo giù nell’appartamento e parliamo di tutto e di più. Tra gli ospiti, due restauratori di opere d’arte moderne e contemporanee, una giornalista italiana, un immobiliarista, il ballerino, io. Finiamo ad un certo punto a parlare della Biennale al Whitney, un evento che non è passato inosservato, essendo la prima nella nuova sede by Renzo Piano. Forse ricorderete, ve ne parlai, qualche Let’s Movie fa. Vi dicevo “Tanti déjà-vu, soprattutto tante scopiazzatura in zona Arte Povera e Arte Astratta. Ma anche qualcosa di bello. Segnatevi Dana Schutz, Samara Golden”.
Dovete sapere che nei giorni scorsi è scoppiata un’enorme polemica intorno ai quadri di Dana Schutz. L’artista — bianca — è stata accusata di essersi appropriata del dolore nero nel quadro “Open Casket”, un dipinto in cui la Schutz ritrae la bara aperta con dentro il corpo di Emmett Till, un ragazzo afroamericano ucciso barbaramente e sfigurato da un bianco, nel 1955. L’artista è stata accusata di aver sfruttato il trauma nero per motivi commerciali ed è stata richiesta la rimozione del dipinto. Un’artista di colore, Hannah Black, ha addirittura inviato una lettera al Direttore del Whitney chiedendo la distruzione dell’opera. E un gruppo di attivisti neri, un paio di settimane fa, hanno bloccato la visione del quadro, mettendosi in piedi davanti all’opera.
La Shutz ha rilasciato una dichiarazione. “I intended to convey the universal horror of the murder and acknowledge the country’s lingering racism. I made this painting to engage with the loss. It was never for sale and never will be”.
La polemica qui è corsa su tutte le pagine del New York Times e del New Yorker, e, come vedete, è filtrata anche nelle cene a Nolita. L’argomento, durante la cena, è stato introdotto con la political correctness che subodoro sin da quando sono arrivata a novembre. “It is difficult to say who’s right and who’s wrong”… Al che io, che vedo nella correttezza politica il tappeto sotto cui prolifera la cancrena del razzismo, mi schiarisco la voce e spiattello quello che penso di tutta questa polemica.
“Il dolore ha un colore? No perché se allora decidiamo anche chi ha il diritto o meno di raccontare il trauma, facciamo discriminazione ideologico-creativa bella e buona. Il gran dono degli artisti è l’empatia — sentire come. Se li accuso di impadronirsi della sofferenza altrui, accuso l’essenza stessa del loro talento.
Cioè, arriviamo al punto di chiedere la distruzione dell’opera d’arte?? Chi siamo, i nazisti in pieno 1939? Entartete Kunst e i falò a Berlino alimentati con le tele delle avanguardie??”.
Lo sapete come sono quando m’infervoro…
Al tavolo è caduto il silenzio, e il tonfo è stato bello forte. Forse tirare in ballo i nazisti, in una NYC 80% ebrea, è stato un po’ fortino… Quando finisco di parlare, gli ospiti mi guardano con occhi diversi. Non sono più la bella italiana con l’architettura ai piedi. Sono un cervello con una lingua tagliente.
Mission accomplished, mi dico. E speriamo che non l’abbiano presa male…
Ebbene, siamo andati avanti a parlare fino all’una di notte… 🙂

E questo, mi rendo conto, è un Lez Muvi tutto artistico. Il mio film newyorkese della settimana è stato “Maurizio Cattelan: Be Right Back”, un documentario di Maura Axelrod sulla vita e l’opera del nostro artista forse più rappresentativo sulla scena mondiale. In Italia arriverà solo per due giorni, il 30 e il 31 maggio, quindi mi raccomando, non perdetelo.
Attraverso una serie di interviste a curatori, collezionisti e savi del mondo dell’arte, ma anche figure famigliari e affettive dello stesso Cattelan — come la sorella, l’attuale fidanzata e la ex fidanzata, Victoria Cabello — Mara Axelrod si è cimentata nell’impresa di raccontare uno degli artisti più discussi, controversi, ironici, dissacranti dei nostri tempi, mente di opere a metà strada fra l’happening, la scultura e la performance live.
So far so good. Ma c’è di più. A un certo punto capiamo che “Be Right Back” non è un semplice documentario. Uno dei protagonisti è Massimiliano Gioni, ex Direttore Artistico del MoMA PS1, e ora del New Museum — quello sulla Bowery di poco fa — e prima ancora grande amico di Cattelan.
Sentite qua. I due s’incontrano e diventano amici nel 1998, quando un giovanissimo Gioni deve intervistarlo per la rivista Flash Art. Cattelan si dimostra recalcitrante a rispondere e per ogni domanda ricicla frasi altrui. I due si divertono così tanto che l’artista, timido in pubblico ai limiti del patologico, propone a Gioni di sostituirlo in tutte le occasioni che richiederebbero la sua presenza. E quindi lo delega a rilasciare interviste, conferenze, interventi al suo posto, facendo di lui una sorta di suo alter ego/controfigura/portavoce. Cosa che Gioni ha fatto per i successivi dieci anni. E che fa ancora.
Il documentario è una sorta di mockumentary, fakeumentary, o forse fun-umentary in cui quanto viene raccontato potrebbe essere vero oppure completamente inventato. La regista ha tenuto a precisarlo, alla fine. Gioni si spaccia per Cattelan per tre quarti del girato e solo verso la fine il giochetto è svelato. In realtà non è un giochetto. E’ tutto frutto della mente ludica, lucida e geniale di Cattelan che trasforma una sua ossessione personale — quella di farsi vedere in pubblico — in un momento artistico. Io sparisco e al mio posto creo un altro da me — Gioni — che interpreta me, ma che non è me. Il gioco tra verità e finzione — centrale nell’arte e nell’interpretazione dell’arte — è portato qui all’estremo.
Ben nota è la ricerca di Cattelan verso la frammentazione dell’io e la serializzazione della propria identità — non so se avete presente tutti i pupazzi-bambini che lui crea hanno una faccia che è una specie di suo alter ego. Ma è anche famoso per la sua elusività. Cerca sempre di sfuggire e ha messo in atto, soprattutto all’inizio della sua carriera, tutta una serie di strategie di evasione che si sono dimostrate vincenti e hanno attirato l’attenzione su di lui. Il titolo del film — “Be right Back” — origina da Torno subito, il nome dal cartello che Cattelan aveva attaccato al muro della galleria d’arte che doveva ospitare una delle sue prime esposizione. Nessun opera, nessun dipinto. Solo il cartello “Torno subito”.
L’ironia, dunque, è fondamentale nelle opere cattelaniane. Ma sbaglieremo a giudicarle come dei semplici passatempi pop-artistici. I tre bambini fantoccio appesi in un parco a Milano, il papa atterrato da un meteorite (“La nona ora”), il corpo riverso di Pinocchio dentro una piscina — annegato, affogato, perso? — di “Daddy Daddy”. Una mano aperta con un solo dito, il medio, che si staglia davanti alla Borsa di Milano (L.O.V.E ), e ancora Hitler bambino inginocchiato con le mani incrociate (“Him”), i cavalli che pendono dal soffitto, Charlie con le mani inchiodate a un banco. Queste opere NON fanno ridere. Ingenerano un senso di smarrimento, come se vedessimo qualcosa di todorovianamente fantastico davanti a noi — sconosciuto. Ma anche comprensibile, in un certo senso. Questa coesistenza di comprensibile e incomprensibile — Hitler sta pregando? Chiede perdono? Trama altri misfatti davanti a un suo qualche malefico dio? — ci spiazza completamente. Ed è questo, alla fine, il senso dell’arte. Mostrarti l’immostrabile.
L’arte di Cattelan, dopo un primo istante di dubbio — ma questo ci è o ci fa? — mi parla. Sarà perché affonda le radici nell’arte concettuale e povera di un Piero Manzoni o un Kounellis. Sarà perché riesce a sovvertire il non-sovvertibile e a frugare orrori dell’inconscio collettivo — bambini impiccati agli alberi e Pinocchi affogati — la sua opera esercita un forte effetto su di me.

E qui devo dare a Guggenheim quel che di Guggenheim. Nel 2011 il museo ha realizzato “All”, una personale che sintetizza tutta l’opera dell’artista padovano. Sapete cosa hanno architettato? Hanno riprodotto tutte le opere più note e rappresentative dell’artista e le hanno appese a una struttura metallica in cima alla spirale del Guggenheim. L’effetto — anche solo guardarlo in video — è strepitoso. Tutto Cattelan lì, per aria — per altro una posizione che piace molto all’artista, che è solito appendere ogni sorta di oggetto/animale — e lo spettatore al pianterreno, con il naso in su, a guardare questa nuvola Cattelan tra meraviglioso e orroroso aleggiare sopra la sua testa… Ma dov’ero nel 2011?? Ma come ho potuto perderla??
Il Guggenheim sarà anche sopravvalutato, ma poi ti fa queste iniziative. Del Q&A post-proiezione mi è rimasta impressa l’angoscia della Direttrice: temeva un qualche errore nei calcoli degli ingegneri, e un crollo di tutta l’istallazione, edificio di Frank Llyod Wright compreso. Quindi anche il Guggenheim ogni tanto fa del bene, e io dovrei starmene zitta.
Gioni, anche lui presente, sembra una simpatica canaglia. Di quelle molto molto furbe. Aveva 24 anni quando incontrò Cattelan. E senz’altro quest’amicizia speciale ha contribuito alla sua scalata nel mondo della direzione museale. Non ha solo diretto MoMA PS1 e ora il New Museum, ma anche la Fondazione Trussardi di Milano, e collabora con ruoli direzionali anche a tutte le Biennali che vi vengono in mente. Fortuna e scaltrezza.
E un’ultima domanda. Ma perché, un documentario su Cattelan, non l’ha fatto un italiano, dico io?!?

Un altro motivo, ve lo confesso, per cui sono stata a vedere il documentario è la sala in cui si è tenuto. Ha riaperto, proprio venerdì sera, il QUAD, cinema storico del Greenwich Village, chiuso la scorsa estate per ristrutturazione. Il QUAD nacque nel 1972, e fu il primo multisala d’essai della East Coast. Una specie di Astra, ma con il Greenwich Village intorno. Ora gli interni sono molto rosso-cool e minimal. Molto nero, troppi neon e non si respira più nulla di vintage. Ma vale la pena di aggiungerlo alle sale newyorkesi con programmazione interessante. Pensate che adesso, per quindici giorni, ospitano una retrospettiva sulla nostra Lina Wertmuller… 😉
Come sempre e perennemente ho parlato troppo. E ancora devo rimandare racconti-incontri paranormali… Poi mi si chiede “perché New York?”…

Ho aggiornato il Frunyc, al solito, e nel Maelstrom vi metto un articolo che credo di non avervi mandato, lo scorso mese… Così vedete cosa fanno all’ONU per le donne 😉

Grazie, sempre, per l’ascolto e la lettura. Raccolgo incredula delle testimonianze che mi seguite e leggete con un’attenzione commovente. Keep doing it!
I saluti, stasera, sono ricettivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccolo qui, c’è pure l’Astrosamantha nostrana, impossibilitata a raggiungere NYC dalla tormenta di neve…
http://www.lavocedinewyork.com/en/un/2017/03/16/empowered-italian-women-at-the-united-nations-csw61/

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LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta SAVING BANKSY

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Frexit Fellows e MoMA Moviers,

Trump fa il matto e ormai si sa. E’ come essersi trovati in casa — una casa grande come il mondo, vedete un po’ — il figlio pestifero di qualche coppia di amici, che hanno certamente contribuito a fare di lui la peste che è, ma che ne negano ogni responsabilità. Come tutti gli americani che hanno eletto Trump e che ora si ritrovano a fare i conti con un Presidente che mette in imbarazzo il suo paese, e che, buon per noi, sta facendo di tutto per farsi cacciare dalla Casa Bianca. Qui i (tele)giornali non fanno che parlare a ciclo continuo dell’ordine esecutivo di bloccare l’ingresso negli USA ai sette paesi rei di essere mussulmani, e di quanto Trump sia furibondo dopo che la corte d’Appello di Washington ha respinto il ricorso presentato da lui attraverso il Dipartimento di Giustizia contro la decisione di revocare il Travel Ban. Il Presidente batte i piedi, inviperito, e noi tutti cantiamo vittoria — per quel po’ di vittoria che si può cantare.

Il fiume in piena di messaggi twitter che pubblica non fanno che provare quanto Fascio scorra in lui. Venerdì ha sconvolto giornalisti e be’, tutti, twittando “We must keep ‘evil’ out of our country!”. Evil? Forse Donald Duck si sente la reincarnazione dell’Uomo Tigre, che lottava contro il Male. Quando la politica utilizza termini biblici, o dell’animazione giapponese — le forze del Male contro quelle del Bene — siamo in un territorio dell’emotività, non dell’oggettività, e lì non ci sono termini di discussione. Questo, in fin dei conti, è il problema che abbiamo con lui. La sua dispotica convinzione che possa stabilire tutto sulla base delle sue idee personali, e non sulla legge. Ora Trump sta facendo questo. Sta mettendo gli artigli su ciò che non è possibilmente artigliabile in questo paese — la Costituzione. E milioni di americani potranno anche averlo votato, ma la violazione della Costituzione è un atto che non si perdona — ricordate cos’era successo a Clinton quando aveva giurato il falso, negando la relazione con la Lewinski e contravvenendo al suo giuramento… Ecco, questo per dire che io non aspetto altro che i twitter di pel di carota diventino sempre più Fasci, e le sue esternazioni sempre più imbarazzanti per tutti, partito repubblicano in testa. Confido nella speranza che Donald si tolga di mezzo da solo. A ripensarci, Trump non è solo una peste di moccioso alto un metro e novanta, ma è una peste morbo, calamità. Forse ricorderete tutti, che la peste, così come arrivava, se ne andava. Magari sarà così anche per lui, e noi dobbiamo solo aspettare il gradino del suo grattacielo in cui inciamperà.

Ma mi giungono notizie non meno inquietanti dalla Francia… Sentire la bionda Le Pen strillare “Frexit” come una cornacchia da un comizio del Front National, mi fa capire che Donald è solo una faccia del problema. Non basta solo l’idea di indire un referendum per far decidere ai francesi se uscire o no dall’Unione Europea, la biondina propone anche l’uscita dalla Nato e dall’Euro, e il ripristino del franco come moneta nazionale. Ora non facciamo gli allarmisti: per mettere in pratica tutte queste “proposte”, la Le Pen dovrebbe vincere le elezioni. E questo è poco probabile: lo sostengono tutti i sondaggi che hanno dato per certi il NO alla Brexit e la vittoria di Hillary Clinton…

Questo per dirvi che dobbiamo essere pronti anche a una prospettiva di questo genere.
Ma.
Non possiamo vedere solo nuvole là fuori! Quando ci si chiede, sì ma cosa può essere fatto, concretamente?, eccovi che vi rispondo.
Di certo avrete sentito della decisione del MoMA — di cui per altro sono diventata Membra, grazie alla NYC ID, come al MET la scorsa settimana 🙂 — di esporre, nel cuore della sua collezione, al quinto piano, i lavori di artisti provenienti dai sette paesi della black list stilata da Trump. Al fianco di ogni opera, una scritta: “This work is by an artist from a nation whose citizens are being denied entry into the United States, according to a presidential executive order issued on January 27, 2017. This is one of several such artworks from the Museum’s collection installed throughout the fifth-floor galleries to affirm the ideals of welcome and freedom as vital to this Museum, as they are to the United States”.

Ecco, gli americani potranno anche eleggere uno come Trump, ma poi fanno queste cose. E non sono cose da poco. Il MoMA è il museo di arte più importante di tutto il paese. Che si sia schierato così apertamente e che abbia attuato un’iniziativa così materialmente impattante, rivoluzionando il proprio quinto piano — quello con i pezzi forti del ‘900 — costruendo un dialogo visivo fra le opere di grandi nomi occidentali e quelle di artisti “banned” meno conosciuti, aggiunge un paragrafo nella storia della resistenza a Trump che questo paese sta scrivendo.
Lo stesso dicasi per quella coppia che ci ha accompagnato per otto meravigliosi anni e che ora si metterà a lavorare all’Obama Foundation, https://www.youtube.com/watch?v=ODVxuN6m6E8  — ma guardateli, e raffrontateli con la coppia da cartone animato horror che abbiamo ora al loro posto… Donald the Duck e Melan(chol)ia Bonton…

Parlando di arte… Il film che sono andata a vedere questa settimana, concedendomi il salasso del Cinepolis a Chelsea, la sala più cara a New York, presumo — $ 16.50 per un ingresso a un documentario, non un blockbuster in 3D — è “Saving Banksy”, di Colin Day. Racconta la storia di Brian Grief, artista e curatore, che della salvaguardia di un graffito di Banksy, ha fatto una missione di vita.

Un giorno — anzi una notte — Banksy si materializza in cima al Red Victorian Hotel di San Francisco e dipinge “Haight Street Rat”, uno dei suoi iconici topoloni con il cappello socialista e lo spirito dissacrante. Grief ha fatto staccare a sue spese il graffito dalla parete del muro, salvandolo dalle regolamentazioni pubbliche americane che stabiliscono la rimozione di ogni forma d’arte che “deturpi” lo spazio pubblico o privato. L’intenzione di Grief, una volta rimossa l’opera, non era quella di lucrarci — oggi come oggi ci sono decine di art dealers che si arricchiscono rimuovendo la street art dalla street e portandola nei salotti dei ricconi che la pagano fior fior di dollari. Lo scopo di Grief, e che Grief ancora persegue, è quella di far esporre l’opera in un museo, oppure in uno spazio gratuito in cui tutti possano beneficiarne.
Benissimo, iniziativa lodevole, what’s the problem? Be’ il problem sta nel fatto che musei e gallerie d’arte richiedono un certificato dell’artista per esporre l’opera. Ma se Banksy lo firmasse, si dichiarerebbe colpevole di violazione e lesione di proprietà privata. Quindi nessuna struttura museale si fa avanti per esporlo. Il paradosso dei paradossi è che somme da capogiro come 700.000 dollari sono state offerte a Grief da collezionisti privati. Della serie, uno non può esporre in un museo ciò che tutti vorrebbero esporre, ma un privato sì… Grief ha sempre detto no, e continua la sua avventura portando il graffito nel mondo.
Il documentario, coprodotto dallo stesso Grief, vuole essere uno strumento con cui il collezionista spiega la sua “avventura” e la sua posizione. Per farlo si serve di artisti importantissimi del panorama della street art tra cui ROA, RETNA, Herakut, Doze Green, REVOK, Risk, Mars-1, Anthony Lister and Niels “Shoe” Meulman — e guardate un po’ che poesia, iscritta nei loro nomi!
Ben Eine, uno dei maggiori street artist — nonché collaboratore di Banksy — dice questo, saggiamente, “It’s the poor street kids and the multibillionaires. We’re doing everything for nothing, and they’re walking home with Banksys for a million dollars”.

Il film non è quindi solo su Banksy, ma tratta un tema scottante come quello del comportamento nei confronti della street art. Questi artisti, ormai di fama mondiale, possono decidere di lasciare un’opera per strada, oppure di creare qualcosa in studio e venderlo. Rivendicano la libertà di scegliere, ma quello che è per strada “rimane per strada”, come dicono. Per la gente. Non per chi può permetterselo.
Non so voi cosa ne pensiate voi, ma io credo che il graffitismo sia una forma artistica da rispettare, tutelare, incentivare. Se vi capita di avere qualche minuto, googlate il nome di qualche street artist di quelli che ho nominato sopra. Sono i Michelangelo del nostro tempo! La questione, se ci pensate, è davvero controversa. Questi ragazzi infrangono la legge — i graffittari agiscono di notte, sfidando non solo la legge, ma anche le altezze, le posizioni scomode, il freddo, il tempo (devono fare tutto di fretta prima che arrivino i cops, capirete) — sono tutto quello che un borghese “bene” rifiuterebbe. E invece toh, sono disposti a sborsare milioni per averle… Del resto, come non poter NON innamorarsi delle creazioni di Banksy. Capisco la voglia del collezionista di avere l’opera per sé, ma la poetica alla base dell’arte di strada va nella direzione opposta. “What is in the street stays in the street. It is for the people”, dice sempre Ben Eine.
Se un graffito viene rimosso e costretto fra le mura domestiche di qualche tycoon, oppure dentro quelle costose di un museo — certo non tutti hanno $25 dollari per andare a farsi un giro al MoMA, che prenderà anche delle sane prese di posizione contro Trump, ma che è caro impestato — se facciamo di un graffito un quadro da salotto ne corrompiamo quella poetica, ne adulteriamo il senso.
Faceva molta impressione, ve l’assicuro, vedere la panteganona socialista di Banksy in mezzo al padiglione VIP della fiera Art Miami, che la espose per l’edizione 2012. In tutto questo, Banksy non vede un soldo. Dal proprio sito stilla perle d’ironica saggezza, tipo “Alcune persone diventano dei poliziotti perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore. Alcune diventano vandali perché vogliono far diventare il mondo un posto dall’aspetto migliore”… Oppure “A wall is a very big weapon. It’s one of the nastiest things you can hit someone with”…

Ma Banksy è tutto fuorché un burlone. La sua idea di arte, che si oppone al consumismo, all’elitismo, è una satira amarissima, che non vuole far ridere, ma che, attraverso il meccanismo del contrasto — un black block che lancia un mazzo di fiori al posto di una molotov, due cops che si baciano — innesca una riflessione sulla degenerazione dello stile di vita, delle abitudini dell’uomo contemporaneo. Banksy dovrebbe essere studiato nei licei, essere mostrato negli asili: una bambina che si alza in volo grazie a un mazzo di palloncini oppure uno squarcio di cielo in mezzo al cemento è molto più comprensibile di mille pamphlet sull’inutilità dei muri.
Se siete interessati, come me, all’opera banksyana, qui trovate una serie di suoi murales irriverenti.
E quando il documentario “Saving Banksy” arriverà in Italia — so per certo che arriverà 😉 — voi non ve lo perderete, vero??

E ora Fellows è giunta l’ora di salutarci. Nel Maelstrom getto due articoli, uno letterario per la Voce di New York — l’incontro con Paul Auster — e uno cinematografico per Magazzino 26 — che potrebbe servirvi in caso meditiate pellegrinaggi cinematografici qui a New York City…
Al solito, ho aggiornato il Frunyc, che, noto con piacere, sta suscitando grande entusiasmo… 😉
Sempre grazie e sempre saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Paul Auster’s reading and New York: Cine-città
🙂

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