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LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

Finisco Fellows

in un appartamento a Bushwick, la zona di Brooklyn immediatamente sotto Williamsburg, più o meno a sud di Flatbush Avenue. Segmentizzare Brooklyn e definire i suoi quartieri è un compito al quale persino i geometri comunali di New York City hanno rinunciato. Ogni volta che chiedo a qualcuno dove comincia Bushwick e dove finisce Bed-Stuy, oppure qui è ancora Ridgewood o siamo a Greenepoint, ottengo solo risposte vaghe “mmm dunno exactly”.
Il profilo di Bushwick somiglia molto a quello di Bed-stuy —che di secondo nome, lo ricordo, fa “Do or die”. Mi dicono che le Bushwick Houses sono gemelle delle Marcy Houses di Bed-Stuy, quelle che chiamano “public housing projects”. Da quello che mi spiegano sono le nostre case ITEA, però con molto molto spaccio, fancazzismo, microcriminalità. Mi dicono anche che lì è nato Jay-Z. Cerco di mascherare la mia bocca spalancata con del campanilismo tutto made in Sugar Hill. “Are you sure? I thought he was born in Harlem”.
Sì, sì, mi assicurano. Right there.
Quando ascolti il rap di NYC, e poi ti ritrovi in quelle strade sputate da quelle voci, e vedi certi spettacoli, capisci quello che quei testi ti riversano addosso. L’altro giorno correvo nella parte assolutamente non turistica del Bronx, tra Plimpton e Jesup Avenue. Sono passata davanti a un tratto di strada da fegati preparati. Una fila di rifiuti, lattine, sporcizia, avanzi di cibo, pantofole del 1998, cuscini gonfi con chissà quanti incubi, cerchioni di automobili orfani di pneumatici, e scheletri di biciclette senza sella né ruote. Accanto a questa striscia di macerie del nostro millennio, o meglio, in mezzo a questa striscia, delle persone. Non so se definirle senzatetto. Magari un tetto lo hanno, e passano la giornata a guardare le macchine passare — come il train-spotting di Danny Boyle — e poi tornano sotto quel tetto, a guardare le pareti. Sono uomini e donne dai contorni indefiniti. Hanno visi serissimi e tetri. Può capitare che si aprano in un sorriso, vedendo una bianca correre per quella parte di NYC che certo non conosce corridori, tantomeno bianchi. Ma sopravvivono un metro sotto il livello di povertà che noi italiani abbiamo in mente quando prendiamo le misure della povertà. E se ne stanno lì, in mezzo alla spazzatura, senza fare nulla, senza dire nulla. Da quanto? Per quanto? In quanti? Sono tutte domande a cui non trovo risposta. Non so nemmeno a chi rivolgerle, per il momento.
Correndo per quel tratto sventurato di Plimpton Avenue, mentre in cielo si staglia un sole da 30 gradi, ripenso a una conversazione con Erik, un amico newyorkese, originario del Minnesota. Gli racconto di quanto NYC mi sorprenda, spesso, per il livello di degrado in certe sue zone. Specifico che l’Italia non è da meno, che abbiamo esempi raccapriccianti in fatto di incuria e rapporto “difficoltoso” con l’immondizia. Ma che stiamo imparando, piano piano piano, a differenziare, a riciclare. E a cominciare a fare quello che in Germania e nel Nord Europa fanno da trent’anni.
“Why is it so?”. Chiedo, rimarcando che siamo nella città che dovrebbe trainare tutti nel futuro, per lo strardinario patrimonio di etnie e nazionalità che la popolano, facendo di lei il modello vivente di convivenza possibile. New York patrimonio DI umanità, come amo dire.
Concordiamo insieme su una possibile ragione.
Rage.
Rabbia. Verso un sistema che non li considera, o peggio, che li considera feccia. E che non si pone il problema di prevenire il loro disagio, ma che lo ignora, fomentandolo. Se convertiamo in potenziale elettorale questi individui, che presentano livelli diversi di degrado — fisico, psichico, fisico-psichico — avremo, come per magia, gli elettori di Trump. Quelli che distruggono tutto ciò che sta loro intorno perché altri l’hanno costruito per loro: altri che li hanno sempre collocati ai margini. Spazzatura a bordo strada. Quindi è lì, paradossalmente, che sono destinati a stare, realizzando la profezia che si autoavvera. Rottami e macerie, organico e inorganico. Un unicuum senza distinzioni.
“America is a country of angry people”, dice, più a se stesso che a me, Erik.

Scendendo dalla metro sopraelevata di Myrtle Avenue, a Bushwick, non penso alla rabbia, che non trovo negli occhi delle persone che incontro. Ma guardando verso le Bushwick Houses, quei condomini dalle dimensioni disumane che hanno dato i natali al re del rap, non posso fare a meno d’immaginare gli anfratti, i sottoscala, gli appartamenti sgangherati, e quel cuore che pulsa incandescente.
L’orizzonte, là in fondo, è rosso rabbia.

Ma non posso portare tanta serietà in un party! Specie in un party così stereotipicamente alternativo che rido solo all’idea della fauna umana che incontrerò. E quando poi la incontro, ci rido sopra una seconda volta.
Patrick è un fotografo che, nella sua carriera ne ha fotografati di tutti e di più. Mick Jagger, Ray Charles, Kate Moss, Salman Rushdie e Viggo Mortensen, per dirne alcuni. E’ un tipo di poche e strampalate parole che fatico ad afferrare. Il suo studio è casa sua, o casa sua è il suo studio. Un grosso telo grigio copre tutt’una parete, e quello è il set. Macchine fotografiche, qualche riflettore, un divano di pelle nera, una cucina a vista molto sciatta, un soppalco che nasconde un letto, l’immancabile bici parcheggiata in corridoio e il caschetto accanto alle scarpe — previdente Patrick. Al terrazzo si può accedere da una finestra del salotto, oppure passando per il corridoio esterno all’appartamento. E il terrazzo è qualcosa che tutti sognano, a New York City. Quello di Patrick è incastonato fra altre brownstones, quindi non c’è panorama o vista o alcunché. Ma fa comunque scena. Mattoni in vista, barbecue, vicini permissivi che tollerano una musica strana, fra il tribale e l’indie, valla a definire se sei capace…
Ah sì, la fauna umana è tipicamente newyorkese. Due ragazze dietro il lavandino stanno tagliando dei peperoni e delle melanzane in un modo assolutamente bbq-unfriendly. Ma chi sono io per dire come tagliare cosa a chi.
Scordo i loro nomi nell’istante in cui li pronunciano, e lo stesso avverrà per tutti quelli che incontrerò, tranne due. Anka, immigrata dalla Russia con la famiglia a 13 anni e a NYC da trenta. Fa qualcosa nell’ambito della moda e della fotografia, ma non ho capito bene cosa.
Spero di ritrovarla, ha un modo di parlare pacato e dolce. C’è Europa in lei. Ma anche nuovo mondo, e la combinazione è molto gradevole.
L’altro di cui mi ricordo il nome è June.
“Like the month?”, diciamo in coro io e Anka, quando ce lo presentano.
Sì, come il mese. Biondo berlinese, secco come un nerd, gay che più gay non si può. Dice di occuparsi di PR, ma lascia tutto sul vago.
Ho capito che esistono due tipologie di newyorkesi. Quelli arrivati, che ti scandiscono a chiare lettere il loro lavoro e per chi lavorano, e se per caso non l’hai capito ti fanno pure lo spelling. E quelli che sono ancora per strada, e stanno cercando il modo di arrivare. La strada, meglio occultarla, per ora, in una nebbia indistinta. Tanto prima o poi arriverà il momento. Sure as hell.
Io e Anka ci avviciniamo a Liv, o forse Luke, per capire cosa diamine stia facendo. All’apparenza sta piantando due assi di legno alle estremità di un tavolo, per trasformarlo in una specie di U. Liv/Luke ci assesta un abbraccio di quelli hippie: molto fumo prima, molto nonsense dopo, sguardo volante e sorriso beato nel mezzo.
Anka chiede “Does Patrick know what you are doing?”.
Liv/Luke annuisce e se la ride.
Mentre Anka va ad accertarsi che Patrick sappia davvero cosa Liv/Luke stia facendo, io gironzolo tra la folla. So già che non rimarrò molto. I due bbq accesi stanno mandando esalazioni tossiche che in nessun modo uccideranno l’outfit da Annie Hall che indosso.

Quando dico che sono italiana, noto che una delle possibili reazioni dell’interlocutore medio newyorkese è quella di dimostrare quanta conoscenza dell’Italia possiede. E via che mi si sciorinano piccoli borghi della Toscana e specialità emiliano-romagnole e angoli dispersi della Sicilia… Io, che vanto un “gravemente insufficiente” in geografia e usi&costumi dell’Italia centro-meridionale, a volte lo faccio presente “Mai messo piede in Sicilia, shame on me” — e quel “shame on me” racchiude davvero tutta la mia vergogna.
A volte faccio la spavalda e indago per vedere fino a che punto si spinge tanta conoscenza del bel paese. Di solito l’interlocutore si arena cercando di ricordare il nome del borgo e della specialità. A volte invece ti trovo il batterista di una jazz band che canta le lodi degli Autogrill italiani, come quella sera a casa di Patrick. Mister X — potrebbe essersi chiamato Joe, ma non metterei la mano sul bbq — mi racconta che quando è in tour in Europa con la band, di solito si fanno tre-quattro tappe italiane e si fermano molto lungo le autostrade. “I love the autogrill!”, esclama, reggendo insalata di cavolo nero e torta di mirtilli tutti nello stesso piatto (l’orrore senza fine). Io naturalmente scoppio a ridere perché per noi italiani, il camogli all’autogrill ti ricorda gli 883 in rotta per casa di Dio (!!), oppure camionisti solitari che tentano di soffocare in un panino la tristezza della lontananza da casa.
Ecco, mi sono resa conto di non sopportare molto quelli che se la tirano perché conoscono il Mirto sardo oppure Santa Margherita Ligure. La gara a chi ce l’ha più lungo — l’elenco di cose-viste-mangiate in Italia, maliziosi! — non sortisce alcun effetto su di me. Ma del resto quella del showing-off turistico è una pratica universale che non riguarda solo i newyorkesi, ma tutti quelli che in un viaggio vedono il modo — assai piccino — di impressionare il prossimo.
Una newyorkese dai tratti asiatici che non avrà più di 35 anni, discorre con Anka.
“I try to work less now, to do what I really like to do. And to enjoy life, d’ you know what I mean? I’ve got a house in the Catskills. Now everyone has a house in the Catskills… You grow up, you know. You don’ wan’ to mess around with the party shit anymore. And it is so fuc*ing quite up there. I really need it. I need a break from the City. To enjoy life, d’ you know what I mean?”. Accanto a lei una splendida lesbica nera con la casacca dei New York Yankees annuisce. Ha i capelli rasati ai lati, una birra in mano, sneakers ai piedi.
Le Catskills sono le montagne appena fuori New York City. Un po’ come comprarsi una seconda casa sul Bondone, immagino.
Qualche settimana fa ho abilmente rifiutato un invito ad andarci, nelle Catskills.
Non è che chiedi a Mandela di visitare Robben Island dopo 27 anni di prigionia. Capitemi. Per il momento, le uniche vette che riesco ad affrontare, sono quelle del Chrysler e dell’Empire, che mi fanno da bussola in caso mi perda nella selva oscura di Gotham City.
Saluto il padrone di casa, che prima di andarmene mi illumina su cosa serviva la U che Liv/Luke stava costruendo. Liv/Luke ha aggiunto un’asse in cima, in modo da formare una specie di cubicolo. Ha sistemato uno spargi-fumo in fondo, creando così una specie di strano sfondo misty-hazy per foto. Patrick mi dice sit down there.
I sit down there.
Scatta una foto. Chissà che fine farà.
La 35enne asiatica mi abbraccia prima che me ne vada “It was so great meeting you”.
Non ci siamo nemmeno rivolte la parola.
It was great meeting you too, Lady Catskills. Enjoy the fuc*ing quiet.

Dunque, questa settimana, a rigor di NY Film Festival, dovrei parlarvi di qualche film che ho visto durante la kermesse. Tipo l’ultimo di Woody Allen, “Wonder Wheel”, girato nella mia amata Coney Island. Uscirà a dicembre nelle sale. Stavolta Woody raggiunge la sufficienza, e si discosta da certe pellicole di dubbio gusto degli utlimi anni. Diciamo che sembra una pièce teatrale che ribalta “Blue Jasmine”, ci butta dentro un po’ di “Match Point” e aggiunge la patina nostalgica di “Café Society” lucidata dalla mano di Vittorio Storaro, che dirige una fotografia al sapor di luci color miele e azzurro. Oppure dovrei raccontarvi di “Piazza Vittorio”, lo splendido documentario che Abel Ferrara — il figlio ribelle del cinema indipendente newyorkese trapiantato in Italia — ha girato nelle piazza romana. In un’ora di documentario ha riassunto la questione dell’immigrazione a livello locale e globale, l’identità italiana “messa a rischio” dai flussi migratori, l’istinto di apertura dell’animo italiano verso l’accoglienza ma la frustrazione di convivere con situazioni al limite della decenza.
Abel ha pure mandato a fancubo il Lincoln Center nel Q&A. E detto da dentro il Lincoln Center, be’, it is no peanuts.

Invece decido di parlarvi di “Loving Vincent”, di Dorota Kobiela e di Hugh Welchman, perché è il primo film d’animazione interamente dipinto a mano. Ci hanno lavorato 125 pittori ad olio —di gomito anche— che si sono messi letteralmente a dipingere il film, fotogramma per fotogramma, pennellata su pennellata. 62.450 inquadrature, 12 dipinti a olio per ogni secondo. 80 minuti di film. Fate voi i vostri conti e ditemi se l’olio non è anche di gomito.
I due registi hanno fatto prendere vita alle tele del pittore olandese, portando in scena i protagonisti di quei quadri. Dalla tela allo schermo, insomma. Se amate l’arte di Van Gogh, e la persona di Van Gogh, tanto quanto li amo io, “Loving Vincent” è assolutamente imperdibile: materializza davanti ai vostri occhi i ritratti di personaggi che vi sono familiarissimi. Il postino Roulin, il Dottor Gachet e la figlia, i contadini, l’Arlesiana. E poi ancora i corvi, gli iris, le case dalle imposte verdi sotto un cielo altrattanto verde, le caffettiere, le bottiglie, le notti stellate… E tranquilli, non è una sviolinata all’opera dell’artista e alla sua triste fine. “Loving Vincent” è costruito come un giallo, una detective story — non un biopic.
E’ ambientato nel 1891, un anno dopo la morte di Vincent. Ve lo ricordate Roulin, il postino? Ecco, Roulin incarica il figlio Armand di consegnare una lettera che il pittore scrisse al fratello Theo prima di morire. Armand, assai riluttante, si mette in viaggio, ma ben presto scopre che, nel corso di quell’anno, anche Theo è morto. Allora deve trovare un nuovo destinatario per questa lettera… E si mette sul cammino degli ultimi giorni di Vincent a Auvers, passando per Arles e Saint-Remy-de-Provence, incontrando tutti i personaggi che hanno popolato la vita — e le tele — del pittore. E qui comincia il giallo. Chi ci assicura che Vincent si sia tolto la vita? Dopotutto il foro del proiettile nel fianco è innaturale: chi si suicida puntandosi una pistola in area fegato? E come può un paziente essere dimesso da una clinica psichiatrica come “guarito” e, nel giro di poche settimane, ripiombare nella depressione e decidere di togliersi la vita? Che rapporto aveva il dottor Gachet con Vincent? E la figlia di Gachet?
Armand infila i panni del detective e ripercorre le ultime settimane di vita del pittore, e noi con lui. In posti, per altro, che mi sono personalmente molto cari. Il mio agosto 2016 è trascorso ad Arles, dove Vincent visse il suo penultimo anno di vita. E certo non potevo farmi mancare la visita al manicomio di Saint Paul de Mausole, a Saint-Remy-de-Provence, a un’oretta di distanza.
In “Loving Vincent”, troverete tutto. Soprattutto la lotta dell’artista contro i propri demoni, la furia della creatività, che lo colse a tarda età — 28 anni — e che lo portò a dipingere più di 800 tele in dieci anni scarsi. Troverete tutte le ultime 150 tele che dipinse nel cortile di lavanda e nei dintorni di grano del manicomio. Snocciolo cifre perché nei giorni arlesiani mi sono documentata in maniera febbrile su Vincent, e lui, Vincent, mi è stato accanto in una maniera quasi fisica. Quei colori feroci, spesso inconsueti — cieli verdi, campi blu. Il giallo che ferisce gli occhi, tanto è abbacinante, i cieli vorticanti che vorticano e inghiottono. Van Gogh cammina sul filo e dalla tenebra salva degli spettacoli inquietanti e incantevoli. Così è la bellezza, talvolta. Una donna splendida con addosso un manto nero.
Centrale anche lo sguardo degli altri su di lui, l’altro per antonomasia, zimbello e bersaglio di critiche, angherie di ogni sorta. Coloro i quali lamentano il bullismo, più o meno cyber, del mondo 2.0, mitizzando il passato, forse non ricordano la lunghissima lista di artisti presi di mira nel corso dei secoli dai benpensanti. Vincent era lo straniero matto. Dylan Thomas l’inglese ubriacone. Oscar Wild il debosciato perverso. Ed è stato un sollievo che i due registi abbiano accennato giusto en passant all’orecchio tagliato e al rapporto controverso di Vincent con Gaugain, ben consci che quella è la parte di bio-letteratura che riempie le bocche delle cronache ma che rivela solo in minima parte chi fosse veramente Van Gogh. Ancora oggi Vincent viene ancora additato come quello che si è tagliato l’orecchio e che faceva il diavolo a quattro con Gaugain. Sad but true.
Questo film è un modo per conoscere di più di lui, ma anche del rapporto con il fratello. Se non l’avete fatto, procuratevi la raccolta di lettere che si scambiarano. E’ un libro prezioso. E se c’è una cosa che mi manca dell’Italia, Moviers, ve lo confido, è la mia libreria. Perché quando ti trasferisci dall’altra parte dell’oceano puoi portarti tanto, ma non tutto. I tuoi libri, rimangono dalla parte sbagliata dell’oceano. E i libri che ti hanno formato sono la tua spina dorsale. Lasciandoli, lasci un po’ di te.
Anyway, reputatevi fortunati che non abbia sottomano la mia copia delle lettere, altrimenti vi seppellirei di citazioni. 🙂
Spero di avervi convinto ad andare nelle sale a vederlo. In Italia esce solo per tre giorni, oggi, domani e dopodomani.
Vi vorrei anche parlare di “Visages/Villages”, di Agnès Varda e JR, credo il documentario più bello degli ultimi anni, ma vedo che uscirà in Italia a maggio 2018 (!), quindi c’è tempo per pipponi.

In onore di Vincent, mon amour, ho aggiunto nel Frunyc II alcune fotografie che scattai lo scorso anno ad Arles e a Saint-Remy-de-Provence. So di fare la felicità degli amanti della Provenza 🙂

E anche per oggi è tutto, Moviers. Grazie della pazienza, della resilienza, della costanza, e saluti, (in)finitamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 323 FROM NYC – commenta “MAURIZIO CATTELAN: BE RIGHT BACK” di MAURA AXELROD

LET’S MOVIE 323 FROM NYC – commenta “MAURIZIO CATTELAN: BE RIGHT BACK” di MAURA AXELROD

Minvitano Moviers

a una di quelle cene newyorkesi, in quegli appartamenti da AD — tutto di design, ma meravigliosamente funzionale e sottotono, niente eccessi, nulla di troppo. Cynthia e Ali, una coppia di architetti a dir poco adorabili. Mi fanno subito sentire a casa, appeno metto le mie scarpe architettoniche dentro dalla porta. Sì, per l’occasione ho indossato le scarpe architettoniche, quelle disegnate dal nipote di Rem Koolhaas — con le scarpe il funzionale funziona diversamente. Non sono passate inosservate, naturalmente, né dalla coppia di architetti, né dal ballerino naturalmente gay fra gli ospiti, né da una quantità di altri taxisti, gay e passanti che ho incontrato nel raggiungere il 285 Lafayette.
Nolita. A due passi due dall’Angelika Film Center e dalla Old St Patrick Cathedral di Little Italy, la chiesa della mafia anche solo cinematografica di NYC.
I newyorkesi hanno un modo molto “mild” di fare con le persone. Ti mettono a tuo agio senza farti percepire che stanno mettendoti a tuo agio, il che è il modo più azzeccato. Non conoscevo nessuno — uno di quegli inviti spuntati dal cilindro del networking. Giusto il tempo di farmi aprire dal concierge e di dirigermi all’ascensore, e lì, in ascensore, incontro tutti gli invitati. Quando arriviamo al nostro piano, siamo già tutti bell’e amiconi.
Due parole, please, lasciatemele spendere sul ballerino. La bellezza a volte può essere dolorosa. Ecco, questo è il caso. E tranquilli, non ho incolpato la natura, il fato, i geni per il fatto che fosse gay. L’ho accettato. Con cordoglio, ma l’ho accettato.
A un certo punto la padrona di casa ci invita a seguirla sul “rooftop” perché deve cucinare il pesce alla griglia, quindi, se andiamo a farle compagnia è contenta. Io ovviamente mi aspetto uno di quei tetti piatti un po’ incolti e scassati, con il barbecue ovulo-portatile in un angolo e una piscinetta del 1992 bucata nell’altro. Una sedia zoppa anche, e in lontananza, oltre campi di cemento e bidoni della spazzatura, il traffico newyorkese. Ovviamente ho fatto male i conti. Primo perché mi trovo a Nolita, e non a Bushwick (deep Brooklyn), e la skyline mozzafiato comprende il New Museum sulla Bowery e tutto l’East Village.
Il rooftop, poi, è un’altra pagina rubata da AD. Cucina a vista in acciaio, con un fuoco vivo e vegeto da far invidia a Cracco, un patio con un lungo tavolo per le giornate estive, un angolo con sedute in tek e strutture in acciaio alle quali ho immaginato delle gran tende di lino bianco ed ecru, l’estate… Distolgo lo sguardo dalla sagoma del New Museum e lo porto giù, in basso, sui terrazzi degli appartamenti sottostanti.
Il ballerino, e tutta la sua dolorosa bellezza mi si avvicinano, e mi dicono “Sai chi abitava lì?”.
Scuoto il capo, e mi preparo — ma non c’è preparazione che tenga. Lui e i due architetti sono amici da tanti anni: è come uno di famiglia, quindi conosce bene il building.
“David Bowie. He was such a nice guy”.
E me lo dice non per far sfoggio o per farlo fare al proprietario di casa. Me lo dice per farmi capire che Bowie era un vicino in gamba.
Ecco, la differenza tra New York City e Los Angeles. A Los Angeles avrebbero inserito la location sulla Map of the Stars che ti indica il tour delle ville dei vip tra Beverly Hills e Bel Air.
A New York queste cose non interessano. Non è città da paparazzi e scoop. Per questo tante celebrities si trasferiscono qui. Tra parentesi, ho passato la serata degli Oscar con René Zelwegger (=Bridget Jones) seduta al mio fianco, tranquilla come la Pasqua di oggi…
Il padrone di casa non mi avrebbe mai detto che al piano di sotto di casa sua abitava David Bowie. Semplicemente perché lo showing-off non interessa. Sono ciance. E i newyorkesi sono low-profile.
Lo stesso ballerino mi ha appena detto “Era un tipo in gamba”.
Ora, stiamo parlando di uno dei mostri sacri della musica del 21esimo secolo.
Un tipo in gamba.
Adoro NYC.

Dopo aver grigliato il pesce spada, ritorniamo giù nell’appartamento e parliamo di tutto e di più. Tra gli ospiti, due restauratori di opere d’arte moderne e contemporanee, una giornalista italiana, un immobiliarista, il ballerino, io. Finiamo ad un certo punto a parlare della Biennale al Whitney, un evento che non è passato inosservato, essendo la prima nella nuova sede by Renzo Piano. Forse ricorderete, ve ne parlai, qualche Let’s Movie fa. Vi dicevo “Tanti déjà-vu, soprattutto tante scopiazzatura in zona Arte Povera e Arte Astratta. Ma anche qualcosa di bello. Segnatevi Dana Schutz, Samara Golden”.
Dovete sapere che nei giorni scorsi è scoppiata un’enorme polemica intorno ai quadri di Dana Schutz. L’artista — bianca — è stata accusata di essersi appropriata del dolore nero nel quadro “Open Casket”, un dipinto in cui la Schutz ritrae la bara aperta con dentro il corpo di Emmett Till, un ragazzo afroamericano ucciso barbaramente e sfigurato da un bianco, nel 1955. L’artista è stata accusata di aver sfruttato il trauma nero per motivi commerciali ed è stata richiesta la rimozione del dipinto. Un’artista di colore, Hannah Black, ha addirittura inviato una lettera al Direttore del Whitney chiedendo la distruzione dell’opera. E un gruppo di attivisti neri, un paio di settimane fa, hanno bloccato la visione del quadro, mettendosi in piedi davanti all’opera.
La Shutz ha rilasciato una dichiarazione. “I intended to convey the universal horror of the murder and acknowledge the country’s lingering racism. I made this painting to engage with the loss. It was never for sale and never will be”.
La polemica qui è corsa su tutte le pagine del New York Times e del New Yorker, e, come vedete, è filtrata anche nelle cene a Nolita. L’argomento, durante la cena, è stato introdotto con la political correctness che subodoro sin da quando sono arrivata a novembre. “It is difficult to say who’s right and who’s wrong”… Al che io, che vedo nella correttezza politica il tappeto sotto cui prolifera la cancrena del razzismo, mi schiarisco la voce e spiattello quello che penso di tutta questa polemica.
“Il dolore ha un colore? No perché se allora decidiamo anche chi ha il diritto o meno di raccontare il trauma, facciamo discriminazione ideologico-creativa bella e buona. Il gran dono degli artisti è l’empatia — sentire come. Se li accuso di impadronirsi della sofferenza altrui, accuso l’essenza stessa del loro talento.
Cioè, arriviamo al punto di chiedere la distruzione dell’opera d’arte?? Chi siamo, i nazisti in pieno 1939? Entartete Kunst e i falò a Berlino alimentati con le tele delle avanguardie??”.
Lo sapete come sono quando m’infervoro…
Al tavolo è caduto il silenzio, e il tonfo è stato bello forte. Forse tirare in ballo i nazisti, in una NYC 80% ebrea, è stato un po’ fortino… Quando finisco di parlare, gli ospiti mi guardano con occhi diversi. Non sono più la bella italiana con l’architettura ai piedi. Sono un cervello con una lingua tagliente.
Mission accomplished, mi dico. E speriamo che non l’abbiano presa male…
Ebbene, siamo andati avanti a parlare fino all’una di notte… 🙂

E questo, mi rendo conto, è un Lez Muvi tutto artistico. Il mio film newyorkese della settimana è stato “Maurizio Cattelan: Be Right Back”, un documentario di Maura Axelrod sulla vita e l’opera del nostro artista forse più rappresentativo sulla scena mondiale. In Italia arriverà solo per due giorni, il 30 e il 31 maggio, quindi mi raccomando, non perdetelo.
Attraverso una serie di interviste a curatori, collezionisti e savi del mondo dell’arte, ma anche figure famigliari e affettive dello stesso Cattelan — come la sorella, l’attuale fidanzata e la ex fidanzata, Victoria Cabello — Mara Axelrod si è cimentata nell’impresa di raccontare uno degli artisti più discussi, controversi, ironici, dissacranti dei nostri tempi, mente di opere a metà strada fra l’happening, la scultura e la performance live.
So far so good. Ma c’è di più. A un certo punto capiamo che “Be Right Back” non è un semplice documentario. Uno dei protagonisti è Massimiliano Gioni, ex Direttore Artistico del MoMA PS1, e ora del New Museum — quello sulla Bowery di poco fa — e prima ancora grande amico di Cattelan.
Sentite qua. I due s’incontrano e diventano amici nel 1998, quando un giovanissimo Gioni deve intervistarlo per la rivista Flash Art. Cattelan si dimostra recalcitrante a rispondere e per ogni domanda ricicla frasi altrui. I due si divertono così tanto che l’artista, timido in pubblico ai limiti del patologico, propone a Gioni di sostituirlo in tutte le occasioni che richiederebbero la sua presenza. E quindi lo delega a rilasciare interviste, conferenze, interventi al suo posto, facendo di lui una sorta di suo alter ego/controfigura/portavoce. Cosa che Gioni ha fatto per i successivi dieci anni. E che fa ancora.
Il documentario è una sorta di mockumentary, fakeumentary, o forse fun-umentary in cui quanto viene raccontato potrebbe essere vero oppure completamente inventato. La regista ha tenuto a precisarlo, alla fine. Gioni si spaccia per Cattelan per tre quarti del girato e solo verso la fine il giochetto è svelato. In realtà non è un giochetto. E’ tutto frutto della mente ludica, lucida e geniale di Cattelan che trasforma una sua ossessione personale — quella di farsi vedere in pubblico — in un momento artistico. Io sparisco e al mio posto creo un altro da me — Gioni — che interpreta me, ma che non è me. Il gioco tra verità e finzione — centrale nell’arte e nell’interpretazione dell’arte — è portato qui all’estremo.
Ben nota è la ricerca di Cattelan verso la frammentazione dell’io e la serializzazione della propria identità — non so se avete presente tutti i pupazzi-bambini che lui crea hanno una faccia che è una specie di suo alter ego. Ma è anche famoso per la sua elusività. Cerca sempre di sfuggire e ha messo in atto, soprattutto all’inizio della sua carriera, tutta una serie di strategie di evasione che si sono dimostrate vincenti e hanno attirato l’attenzione su di lui. Il titolo del film — “Be right Back” — origina da Torno subito, il nome dal cartello che Cattelan aveva attaccato al muro della galleria d’arte che doveva ospitare una delle sue prime esposizione. Nessun opera, nessun dipinto. Solo il cartello “Torno subito”.
L’ironia, dunque, è fondamentale nelle opere cattelaniane. Ma sbaglieremo a giudicarle come dei semplici passatempi pop-artistici. I tre bambini fantoccio appesi in un parco a Milano, il papa atterrato da un meteorite (“La nona ora”), il corpo riverso di Pinocchio dentro una piscina — annegato, affogato, perso? — di “Daddy Daddy”. Una mano aperta con un solo dito, il medio, che si staglia davanti alla Borsa di Milano (L.O.V.E ), e ancora Hitler bambino inginocchiato con le mani incrociate (“Him”), i cavalli che pendono dal soffitto, Charlie con le mani inchiodate a un banco. Queste opere NON fanno ridere. Ingenerano un senso di smarrimento, come se vedessimo qualcosa di todorovianamente fantastico davanti a noi — sconosciuto. Ma anche comprensibile, in un certo senso. Questa coesistenza di comprensibile e incomprensibile — Hitler sta pregando? Chiede perdono? Trama altri misfatti davanti a un suo qualche malefico dio? — ci spiazza completamente. Ed è questo, alla fine, il senso dell’arte. Mostrarti l’immostrabile.
L’arte di Cattelan, dopo un primo istante di dubbio — ma questo ci è o ci fa? — mi parla. Sarà perché affonda le radici nell’arte concettuale e povera di un Piero Manzoni o un Kounellis. Sarà perché riesce a sovvertire il non-sovvertibile e a frugare orrori dell’inconscio collettivo — bambini impiccati agli alberi e Pinocchi affogati — la sua opera esercita un forte effetto su di me.

E qui devo dare a Guggenheim quel che di Guggenheim. Nel 2011 il museo ha realizzato “All”, una personale che sintetizza tutta l’opera dell’artista padovano. Sapete cosa hanno architettato? Hanno riprodotto tutte le opere più note e rappresentative dell’artista e le hanno appese a una struttura metallica in cima alla spirale del Guggenheim. L’effetto — anche solo guardarlo in video — è strepitoso. Tutto Cattelan lì, per aria — per altro una posizione che piace molto all’artista, che è solito appendere ogni sorta di oggetto/animale — e lo spettatore al pianterreno, con il naso in su, a guardare questa nuvola Cattelan tra meraviglioso e orroroso aleggiare sopra la sua testa… Ma dov’ero nel 2011?? Ma come ho potuto perderla??
Il Guggenheim sarà anche sopravvalutato, ma poi ti fa queste iniziative. Del Q&A post-proiezione mi è rimasta impressa l’angoscia della Direttrice: temeva un qualche errore nei calcoli degli ingegneri, e un crollo di tutta l’istallazione, edificio di Frank Llyod Wright compreso. Quindi anche il Guggenheim ogni tanto fa del bene, e io dovrei starmene zitta.
Gioni, anche lui presente, sembra una simpatica canaglia. Di quelle molto molto furbe. Aveva 24 anni quando incontrò Cattelan. E senz’altro quest’amicizia speciale ha contribuito alla sua scalata nel mondo della direzione museale. Non ha solo diretto MoMA PS1 e ora il New Museum, ma anche la Fondazione Trussardi di Milano, e collabora con ruoli direzionali anche a tutte le Biennali che vi vengono in mente. Fortuna e scaltrezza.
E un’ultima domanda. Ma perché, un documentario su Cattelan, non l’ha fatto un italiano, dico io?!?

Un altro motivo, ve lo confesso, per cui sono stata a vedere il documentario è la sala in cui si è tenuto. Ha riaperto, proprio venerdì sera, il QUAD, cinema storico del Greenwich Village, chiuso la scorsa estate per ristrutturazione. Il QUAD nacque nel 1972, e fu il primo multisala d’essai della East Coast. Una specie di Astra, ma con il Greenwich Village intorno. Ora gli interni sono molto rosso-cool e minimal. Molto nero, troppi neon e non si respira più nulla di vintage. Ma vale la pena di aggiungerlo alle sale newyorkesi con programmazione interessante. Pensate che adesso, per quindici giorni, ospitano una retrospettiva sulla nostra Lina Wertmuller… 😉
Come sempre e perennemente ho parlato troppo. E ancora devo rimandare racconti-incontri paranormali… Poi mi si chiede “perché New York?”…

Ho aggiornato il Frunyc, al solito, e nel Maelstrom vi metto un articolo che credo di non avervi mandato, lo scorso mese… Così vedete cosa fanno all’ONU per le donne 😉

Grazie, sempre, per l’ascolto e la lettura. Raccolgo incredula delle testimonianze che mi seguite e leggete con un’attenzione commovente. Keep doing it!
I saluti, stasera, sono ricettivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccolo qui, c’è pure l’Astrosamantha nostrana, impossibilitata a raggiungere NYC dalla tormenta di neve…
http://www.lavocedinewyork.com/en/un/2017/03/16/empowered-italian-women-at-the-united-nations-csw61/

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LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta SAVING BANKSY

LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta SAVING BANKSY

Frexit Fellows e MoMA Moviers,

Trump fa il matto e ormai si sa. E’ come essersi trovati in casa — una casa grande come il mondo, vedete un po’ — il figlio pestifero di qualche coppia di amici, che hanno certamente contribuito a fare di lui la peste che è, ma che ne negano ogni responsabilità. Come tutti gli americani che hanno eletto Trump e che ora si ritrovano a fare i conti con un Presidente che mette in imbarazzo il suo paese, e che, buon per noi, sta facendo di tutto per farsi cacciare dalla Casa Bianca. Qui i (tele)giornali non fanno che parlare a ciclo continuo dell’ordine esecutivo di bloccare l’ingresso negli USA ai sette paesi rei di essere mussulmani, e di quanto Trump sia furibondo dopo che la corte d’Appello di Washington ha respinto il ricorso presentato da lui attraverso il Dipartimento di Giustizia contro la decisione di revocare il Travel Ban. Il Presidente batte i piedi, inviperito, e noi tutti cantiamo vittoria — per quel po’ di vittoria che si può cantare.

Il fiume in piena di messaggi twitter che pubblica non fanno che provare quanto Fascio scorra in lui. Venerdì ha sconvolto giornalisti e be’, tutti, twittando “We must keep ‘evil’ out of our country!”. Evil? Forse Donald Duck si sente la reincarnazione dell’Uomo Tigre, che lottava contro il Male. Quando la politica utilizza termini biblici, o dell’animazione giapponese — le forze del Male contro quelle del Bene — siamo in un territorio dell’emotività, non dell’oggettività, e lì non ci sono termini di discussione. Questo, in fin dei conti, è il problema che abbiamo con lui. La sua dispotica convinzione che possa stabilire tutto sulla base delle sue idee personali, e non sulla legge. Ora Trump sta facendo questo. Sta mettendo gli artigli su ciò che non è possibilmente artigliabile in questo paese — la Costituzione. E milioni di americani potranno anche averlo votato, ma la violazione della Costituzione è un atto che non si perdona — ricordate cos’era successo a Clinton quando aveva giurato il falso, negando la relazione con la Lewinski e contravvenendo al suo giuramento… Ecco, questo per dire che io non aspetto altro che i twitter di pel di carota diventino sempre più Fasci, e le sue esternazioni sempre più imbarazzanti per tutti, partito repubblicano in testa. Confido nella speranza che Donald si tolga di mezzo da solo. A ripensarci, Trump non è solo una peste di moccioso alto un metro e novanta, ma è una peste morbo, calamità. Forse ricorderete tutti, che la peste, così come arrivava, se ne andava. Magari sarà così anche per lui, e noi dobbiamo solo aspettare il gradino del suo grattacielo in cui inciamperà.

Ma mi giungono notizie non meno inquietanti dalla Francia… Sentire la bionda Le Pen strillare “Frexit” come una cornacchia da un comizio del Front National, mi fa capire che Donald è solo una faccia del problema. Non basta solo l’idea di indire un referendum per far decidere ai francesi se uscire o no dall’Unione Europea, la biondina propone anche l’uscita dalla Nato e dall’Euro, e il ripristino del franco come moneta nazionale. Ora non facciamo gli allarmisti: per mettere in pratica tutte queste “proposte”, la Le Pen dovrebbe vincere le elezioni. E questo è poco probabile: lo sostengono tutti i sondaggi che hanno dato per certi il NO alla Brexit e la vittoria di Hillary Clinton…

Questo per dirvi che dobbiamo essere pronti anche a una prospettiva di questo genere.
Ma.
Non possiamo vedere solo nuvole là fuori! Quando ci si chiede, sì ma cosa può essere fatto, concretamente?, eccovi che vi rispondo.
Di certo avrete sentito della decisione del MoMA — di cui per altro sono diventata Membra, grazie alla NYC ID, come al MET la scorsa settimana 🙂 — di esporre, nel cuore della sua collezione, al quinto piano, i lavori di artisti provenienti dai sette paesi della black list stilata da Trump. Al fianco di ogni opera, una scritta: “This work is by an artist from a nation whose citizens are being denied entry into the United States, according to a presidential executive order issued on January 27, 2017. This is one of several such artworks from the Museum’s collection installed throughout the fifth-floor galleries to affirm the ideals of welcome and freedom as vital to this Museum, as they are to the United States”.

Ecco, gli americani potranno anche eleggere uno come Trump, ma poi fanno queste cose. E non sono cose da poco. Il MoMA è il museo di arte più importante di tutto il paese. Che si sia schierato così apertamente e che abbia attuato un’iniziativa così materialmente impattante, rivoluzionando il proprio quinto piano — quello con i pezzi forti del ‘900 — costruendo un dialogo visivo fra le opere di grandi nomi occidentali e quelle di artisti “banned” meno conosciuti, aggiunge un paragrafo nella storia della resistenza a Trump che questo paese sta scrivendo.
Lo stesso dicasi per quella coppia che ci ha accompagnato per otto meravigliosi anni e che ora si metterà a lavorare all’Obama Foundation, https://www.youtube.com/watch?v=ODVxuN6m6E8  — ma guardateli, e raffrontateli con la coppia da cartone animato horror che abbiamo ora al loro posto… Donald the Duck e Melan(chol)ia Bonton…

Parlando di arte… Il film che sono andata a vedere questa settimana, concedendomi il salasso del Cinepolis a Chelsea, la sala più cara a New York, presumo — $ 16.50 per un ingresso a un documentario, non un blockbuster in 3D — è “Saving Banksy”, di Colin Day. Racconta la storia di Brian Grief, artista e curatore, che della salvaguardia di un graffito di Banksy, ha fatto una missione di vita.

Un giorno — anzi una notte — Banksy si materializza in cima al Red Victorian Hotel di San Francisco e dipinge “Haight Street Rat”, uno dei suoi iconici topoloni con il cappello socialista e lo spirito dissacrante. Grief ha fatto staccare a sue spese il graffito dalla parete del muro, salvandolo dalle regolamentazioni pubbliche americane che stabiliscono la rimozione di ogni forma d’arte che “deturpi” lo spazio pubblico o privato. L’intenzione di Grief, una volta rimossa l’opera, non era quella di lucrarci — oggi come oggi ci sono decine di art dealers che si arricchiscono rimuovendo la street art dalla street e portandola nei salotti dei ricconi che la pagano fior fior di dollari. Lo scopo di Grief, e che Grief ancora persegue, è quella di far esporre l’opera in un museo, oppure in uno spazio gratuito in cui tutti possano beneficiarne.
Benissimo, iniziativa lodevole, what’s the problem? Be’ il problem sta nel fatto che musei e gallerie d’arte richiedono un certificato dell’artista per esporre l’opera. Ma se Banksy lo firmasse, si dichiarerebbe colpevole di violazione e lesione di proprietà privata. Quindi nessuna struttura museale si fa avanti per esporlo. Il paradosso dei paradossi è che somme da capogiro come 700.000 dollari sono state offerte a Grief da collezionisti privati. Della serie, uno non può esporre in un museo ciò che tutti vorrebbero esporre, ma un privato sì… Grief ha sempre detto no, e continua la sua avventura portando il graffito nel mondo.
Il documentario, coprodotto dallo stesso Grief, vuole essere uno strumento con cui il collezionista spiega la sua “avventura” e la sua posizione. Per farlo si serve di artisti importantissimi del panorama della street art tra cui ROA, RETNA, Herakut, Doze Green, REVOK, Risk, Mars-1, Anthony Lister and Niels “Shoe” Meulman — e guardate un po’ che poesia, iscritta nei loro nomi!
Ben Eine, uno dei maggiori street artist — nonché collaboratore di Banksy — dice questo, saggiamente, “It’s the poor street kids and the multibillionaires. We’re doing everything for nothing, and they’re walking home with Banksys for a million dollars”.

Il film non è quindi solo su Banksy, ma tratta un tema scottante come quello del comportamento nei confronti della street art. Questi artisti, ormai di fama mondiale, possono decidere di lasciare un’opera per strada, oppure di creare qualcosa in studio e venderlo. Rivendicano la libertà di scegliere, ma quello che è per strada “rimane per strada”, come dicono. Per la gente. Non per chi può permetterselo.
Non so voi cosa ne pensiate voi, ma io credo che il graffitismo sia una forma artistica da rispettare, tutelare, incentivare. Se vi capita di avere qualche minuto, googlate il nome di qualche street artist di quelli che ho nominato sopra. Sono i Michelangelo del nostro tempo! La questione, se ci pensate, è davvero controversa. Questi ragazzi infrangono la legge — i graffittari agiscono di notte, sfidando non solo la legge, ma anche le altezze, le posizioni scomode, il freddo, il tempo (devono fare tutto di fretta prima che arrivino i cops, capirete) — sono tutto quello che un borghese “bene” rifiuterebbe. E invece toh, sono disposti a sborsare milioni per averle… Del resto, come non poter NON innamorarsi delle creazioni di Banksy. Capisco la voglia del collezionista di avere l’opera per sé, ma la poetica alla base dell’arte di strada va nella direzione opposta. “What is in the street stays in the street. It is for the people”, dice sempre Ben Eine.
Se un graffito viene rimosso e costretto fra le mura domestiche di qualche tycoon, oppure dentro quelle costose di un museo — certo non tutti hanno $25 dollari per andare a farsi un giro al MoMA, che prenderà anche delle sane prese di posizione contro Trump, ma che è caro impestato — se facciamo di un graffito un quadro da salotto ne corrompiamo quella poetica, ne adulteriamo il senso.
Faceva molta impressione, ve l’assicuro, vedere la panteganona socialista di Banksy in mezzo al padiglione VIP della fiera Art Miami, che la espose per l’edizione 2012. In tutto questo, Banksy non vede un soldo. Dal proprio sito stilla perle d’ironica saggezza, tipo “Alcune persone diventano dei poliziotti perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore. Alcune diventano vandali perché vogliono far diventare il mondo un posto dall’aspetto migliore”… Oppure “A wall is a very big weapon. It’s one of the nastiest things you can hit someone with”…

Ma Banksy è tutto fuorché un burlone. La sua idea di arte, che si oppone al consumismo, all’elitismo, è una satira amarissima, che non vuole far ridere, ma che, attraverso il meccanismo del contrasto — un black block che lancia un mazzo di fiori al posto di una molotov, due cops che si baciano — innesca una riflessione sulla degenerazione dello stile di vita, delle abitudini dell’uomo contemporaneo. Banksy dovrebbe essere studiato nei licei, essere mostrato negli asili: una bambina che si alza in volo grazie a un mazzo di palloncini oppure uno squarcio di cielo in mezzo al cemento è molto più comprensibile di mille pamphlet sull’inutilità dei muri.
Se siete interessati, come me, all’opera banksyana, qui trovate una serie di suoi murales irriverenti.
E quando il documentario “Saving Banksy” arriverà in Italia — so per certo che arriverà 😉 — voi non ve lo perderete, vero??

E ora Fellows è giunta l’ora di salutarci. Nel Maelstrom getto due articoli, uno letterario per la Voce di New York — l’incontro con Paul Auster — e uno cinematografico per Magazzino 26 — che potrebbe servirvi in caso meditiate pellegrinaggi cinematografici qui a New York City…
Al solito, ho aggiornato il Frunyc, che, noto con piacere, sta suscitando grande entusiasmo… 😉
Sempre grazie e sempre saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Paul Auster’s reading and New York: Cine-città
🙂

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Let’s Movie CXXII

Let’s Movie CXXII

QUIJOTE
di Mimmo Paladino
Italia 2012, 75′
Mercoledì 30/Wednesday 30
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s
In sala: l’attore Alessandro Bergonzoni 🙂

 

Magia-magia Moviers,

Mandrache Mastrantonio si è frugato nel cine-cilindro e se n’è uscito con un evento surprise-surprise a cui noi non possiamo proprio rimanere indifferenti.

Mercoledì, alle ore 21:00/9:00 pm, il nostro mago ci propone “Quijote”, opera d’arte in forma di cinema realizzata da uno dei maggiori artisti della Transavanguardia italiana, nonché genio idolatrato dal Board ― Mimmo Paladino.

E non solo il Mastro è riuscito ad accaparrarsi una pellicola che sarà stata realizzata tipo in quattro copie (di cui una sotto il tavolo zoppo di casa Paladino e l’altra al sicuro nella cassaforte della storia dell’arte universale), ma farà comparire in sala uno degli attori che ci hanno recitato, Alessandro Bergonzoni!!

Quindi, per ragioni puramente maggggiche, “Cosmopolis” slitta a data da destinarsi e viene rimpiazzato da questo numero unico proiezione+regista. Ta dan!! 🙂

Allora, dato che l’evento è più unico che raro ― mai mi sarei aspettata che “Quijote” raggiungesse, un dì di maggio, Trentoville ― vi esorto a prenotare chiamando lo 0461-829002 per non cadere vittime della ghigliottina sold-out, che tante Movier-teste ha fatto rotolare in passato… 🙁

Come sapete la parola d’ordine, anzi magica, da recitare al telefono è “Mastrantonio” ― così il nostro Mandrache ci mette tutti vicini vicini micini…. 😉

Fellows, io non sto nella pelle… Cioè, “Quijote” di Mimmo Paladino a Trentoville…È proprio vero che a volte la realtà supera la circoscrizione…

Vi aspetto tuttissimi…E se avete qualche dubbio, vi chiedo, ma quando mai vi ricapita di trovare l’arte sciolta in cinema??

Trust Your Sim-Sala-Bim-Board… 😉

Let’s Movie
The Board

QUIJOTE: La trama del film non si discosta troppo dalla storia di Cervantes: un “hidalgo” (ovvero un signorotto) spagnolo, Don Chisciotte De la Mancha, e il suo fido assistente Sancho Panza, in un road-movie ante-litteram alla ricerca di nemici e di loro stessi, raccontano ciò che incontrano sulla loro strada e filtrano la realtà attraverso la loro cultura. Il tutto in una messa in scena molto tetrale, dove la fedele ricostruzione storica è totalmente tralasciata a favore di una ricerca dell’ immagine e dell’ interiorità.

Presentato all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Con Peppe Servillo, Lucio Dalla, Alessandor Bergonzoni, Edoardo Sanguineti.

Magnitudo/Magnitodos Moviers,

Questa cosa del terremoto mi scuote parecchio — sì, ho fatto la battuta. Tu sei lì circondato dalle tue belle cosine, l’appartamentino con il riscaldamento termoautonomo, la lavastoviglie se sei fortunato. I tulipani in un vaso, se sei fortunato. La macchina posteggiata sottocasa, con entrambi gli orecchi, sempre se sei fortunato. Tutto molto amodino, molto Legoland. Poi suddenly, from the heart of the earth, there comes the shock… E vedete un po’ l’inglese, che razza di bella lingua. Per noi lo shock è il trauma, la doccia fredda del panico. Per gli inglesi lo “shock” è la scossa — elettrica, o appunto, terremotica… Subisci quest’onda d’urto che ti risale le gambe puntando dritta al cervello dove rimarrà anche quando nelle gambe sarà tornata la calma. In un certo senso, per me, il terremoto di sabato scorso, è ancora lì, a seminare il panico nell’area di Broca, gli omini di Legoland in un fuggi fuggi generale…

È un po’ come essere posseduti, una scossa sismica, no? Io ci penso.

Passando a qualcosa di meno destruens e deciasamente più costruens….Fellows, diamo il benvenuto in Lez Muvi a Francesca, d’ora innanzi Fellow Frannie Back Home, perché dopo un esilio poco dorato in terra Busa Bel-Air, è tornata al Trent-ovil(l)e, e ha richiesto, DI SUA SPONTANEA VOLONTÀ, di poter firmare il modulo “Join Let’s Movie” ― che ricordiamo non contempla il diritto di recesso né annullamento. Io sono rimasta stupita quanto voi, ma ho passato subitissimamente la penna per la firma, sfregandomi le mani soddisfatta… One more Movier caught…eh eh…  🙂

Martedì si prospettava un Let’s Movie oh-so-quiet oh-so-still, come cantava sopraffina Bjorg dentro un film sopraffino. Arrivo per una volta con un largo anticipo di sei minuti da Mastrantonio, e fuori sulle cine-panchine mastrantoniane (sì, Mastrantonio offre pure delle cine-panchine) trovo ― in uno splendido trench sabbia incredibilmente in linea con l’ambientazione del film ― la Fellow Vaniglia in posizione relax post-arrivo pre-film. Poi il sorriso della Fellow Vaniglia seduta su una panchina mastrantoniana in un trench sabbia prima di un Let’s Movie è stato battuto 12.000.000 di Euro da Christie’s. E noi di Let’s Movie ce l’abbiamo agratis…Cioè. 😉

Mentre sono al bancone che discorro amabilmente con Mastrantonio&Milady Mastrantonio, sul film che si stava per vedere e sul pacco-contropacco che Lioret ha tirato ― pure con il contropaccotto ― al Board dieci giorni prima, mi spunta sulla destra l’altissimo, purissimo, lunghissimo Fellow Chris detto Fellow Truly Done, per via di un cognome che gli permette di portarsi appresso la coolness anywhere. 😉

 Let me remind you, Chris, that the adjective “done” ― from Middle English don, from Old English dōn, akin to Old High German tuon “to do” ― currently means “cōol-oh-so-cōol” in Letsmuvian language (Merriam-Webster Dictionary implemented by the Board). 🙂

Dovete sapere che nelle fila di Fellows (di fila) militano un numero imprecisato e transfinito di Moviers stranieri. Let’s Movie porta avanti la missione d’internazionalizzazione attraverso dipartimenti esteri sparsi per la qualunque, e accanto a questi abbiamo dei rappresentanti in loco, come il nostro Fellow Truly Done, direttamente da Manchester, Greater Manchester, United Kingdom of Great Britain, God Save the Queen ma anche no, amen. Ora, vogliamo apprezzare all together lo sforzo di un English-speaking Movier che si guarda un film d’autore in lingua straniera e senza il becco d’un sottotitolo?! Chris, you are truly ― madly, deeply ― “done”. 🙂

“Il primo uomo” è cashmere. Raffinato, duraturo, di pregio. E questo un po’ me l’aspettavo. Amelio è uno dei cineasti più “puri” che abbiamo in Italia ― puro nel senso che rimane fedele alla sua agenda creativa: cesella sempre opere in cui è in grado di unire un grande rigore formale a una grande umanità (ricordo a questo proposito “Lamerica” e anche “Le chiavi di casa”, film struggente con uno strepitoso Kim Rossi Stuart. Check it out, please).

Come vi dicevo domenica scorsa, temevo un po’ “Il primo uomo”. La trasposizione cinematografica della trasposizione di un personaggio letterario è un procedimento con alto potenziale “catastrofe” sia in termini di intento che di effettiva riuscita. Amelio ― e francamente non so come sia riuscito ― è stato in grado di tracciarsi un percorso interpretativo all’interno del romanzo di Camus. L’ha letto in modo personale, e con “personale” mi riferisco sia allo sguardo tutto suo con cui ha guardato alle vicende del testo e alla cernita che ne ha fatto per il film, sia al “personale” di se stesso medesimo, Gianni Amelio. Il protagonista del romanzo, lo scrittore Jacques Cormery, non è solo l’alter ego di Albert Camus, ma anche una figura con cui Amelio si identifica. In un’intervista rilasciata dopo l’uscita del film, Amelio ha proprio ammesso che nell’Algeri degli anni ’20 ha ritrovato le tracce della sua Calabria degli anni ’50. E questo vale anche per le figure (assenti) del padre e delle due presenze (molto presenti) della madre e della nonna, nonché del maestro elementare, che ha permesso al trio, Jacques-Albert-Gianni, di continuare gli studi. Ed è proprio questa stratificazione che porta il film a un profondissimo livello di profondità ― se guardate con attenzione alla locandina del film, troverete, sopra il titolo, l’accostamento dei due nomi “Amelio / Camus” che possiamo considerare un riconoscimento/tributo del regista alla vicinanza con lo scrittore francese.

“Il primo uomo” però non è (solo) un ritorno alle origini vissuto dal protagonista/scrittore/regista quando torna nella natia Algeri nel 1957. I ricordi di lui bambino che affiorano e si mescolano al presente, le immagini della madre (amatissima) e della nonna (cerberissima), l’infanzia e le tribolazioni di un’infanzia povera vissuta in un paese povero, tutto questo c’è, forte e chiaro e bello ― bello nel modo in cui Amelio sa trasformare una scena in un piccolo quadro a sé, con un’atmosfera tutta sua, ordinata, pulita, eppure estremente umana, come si diceva prima… Le strade cotte dal sole e gli interni casalinghi e gli occhi rugosi di una vecchia raccontano la storia più delle parole. Tutto questo, dicevamo, c’è. Ma c’è anche, e soprattutto, la politica. “Il primo uomo” investiga la prospettiva camusiana sulla questione coloniale magrebina e lo scontro tra il governo francese e il Front de Libération Nationale che sosteneva l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia (anche) attraverso atti terroristici. Il film mostra e dimostra come il colonialismo, violentando la libertà di un territorio, sia da considerarsi un atto distruttivo tout court. Tuttavia Camus aveva preso le distanze dai modi terroristi adottatti dagli indipendentisti algerini, e questo è espresso chiaramente nelle parole di Jacques ― parole che utilizzò Camus per se stesso ― “Mia madre nella sua vita ha sofferto quanto voi. E sento che lei non ha nessuna colpa, come non ce l’avete voi. Se qualcuno nella sua insensatezza usa dei mezzi che possano colpire mia madre, io considero questa cosa talmente ingiusta che sono contro di vi e sarò vostro nemico”.

Il bello del film è che mostra anche l’atra parte. Quella che supporta le ragioni degli indipendentisti, ben rappresentata dalla figura del maestro, dalla cui bocca escono un paio di “cosucce” pregne che mi sono appuntata e che vi riporto, senza commentare, giacché parlano da sole.

“È la violenza del colonialismo che giustifica la violenza della ribellione”. E sentite questa, “Si può stare dalla parte dei barbari”. Se stare o no, non so, ma certo li si possono capire… Think about it, Moviers…I will…

Ciò non toglie che il film si apra con uno statement molto preciso dello scrittore Cormery che può essere letto come una vera e propria dichiarazione di poetica dello scrittore Camus. “Il dovere di uno scrittore non è quello di schierarsi dalla parte di quelli che fanno la storia, ma di aiutare quelli che la subiscono”. E credo che non ci sia altro da aggiungere su questo.

Consiglio “Il primo uomo” alle persone che del cashmere apprezzano la ricercatezza, l’esclusività e la durevolezza nel tempo. 😉

E finalmente, canticchiando insieme a Claus “Santa Cannes is coming to town”, eccoci con il primo film presentato al Festival che arriva in città

COSMOPOLIS
di David Croeneberg

 

Tratto dall’omonimo romanzo di quel genio un po’ murgugno di Don Delillo, il film ha suscitato pareri molto contrastanti sia sulla Croisette che nelle sale. Noi Moviers abbiamo il dovere di toccare con mano, come dicevano una volta le televendite. Inoltre la Fellow Giuly Jules mostra dell’ammirazione nei confronti del partito Pro-Pattinson ― ammirazione puramente politica, che andate mai a pensare… Quindi ci cucchiamo tutti “Cosmopolis” senza fare strorie, da bravini bravini…

Prima di passare&chiudere ci tengo a ricordarvi che questa settimana ― da giovedì 31 maggio a domenica 3 giugno per la precisione ― si apre la settima edizione del Festival dell’Economia! (www.festivaleconomia.it ). Come ogni anno Let’s Movie sostiene e promuove e apprezza e premia e patrocina il festival e soprattutto il lavoro svolto dalla nostra Fellow Fausta, l’Irrequieta 1, all’interno dell’Ufficio Stampa!

Vedete Moviers, io ho la fortuna di avere intorno donne straordinarie…Una di queste è lei, Fausta, testa e gambe micidiali. Un esempio? Studia di notte per prendere la seconda laurea in storia dell’arte e qualche anno fa circumnavigò l’Elba a nuoto… Se non è essere straordinari questo… 🙂

Brava la mia Irrequieta 1! (Guess who is the 2…).

E magari il Board se avrà tempo&voglia, farà un salto da Mastrantonio anche giovedì 31 a vedere “Le quattro volte” di Michelangelo Frammartino, alle 9 pm, film proposto nella sezione “Cinema” del Festival… 🙂

Un’ultimissima news fresca fresca di Croisette…

“Michal Haneke è il vincitore del  Festival di Cannes 2012, il suo Amore’ è stato premiato con la Palma d’oro di miglior film dell’edizione numero 65 della rassegna cinematografica francese. Ma c’è anche un pezzo d’Italia sulla Croisette: Matteo Garrone con il suo ‘Reality‘ ha vinto infatti il Grand Prix de la Jurie, Gran Premio della Giuria”.

Grande Haneke ― che vi ho citato circa 18 volte… ― e soprattutto grande Garrone!! L’anno scorso palma d’oro per “Gomorra” e quest’anno Grand Prix de la Jurie… Ma chi sei?!?! 🙂

Attendiamo che l’Import-Export Mastro c’importi  i film… 😉

Ora vi lascio (davvero) in preda ai flutti del Movie-Maelstrom (vi prego dateci un occhiata), vi segnalo il solito riassuntino, al sicuro in una gabbia antisismica la-bas, ringrazio sempre i vostri occhi&orecchi che mi seguono, e vi mando dei saluti che stasera sono telluricamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Premessa. Voi sapete che il Board rifugge la cheesiness (=melassa) come la peste (di Camus e non). Ma non confondiamo cheesiness con sweetness, please, che il Board l’adora, e può essere, lui medesimo, the sweetest guy ever… 🙂

Un/a (gender privacy) Fellow smart-super-smart ci ha segnalato un video su Youtube che vi farà ridere e forse un po’ commuovere… http://www.youtube.com/watch?v=5_v7QrIW0zY  Se siete dei Moviers in procinto di chiedere la mano della vostra future Movier-moglie, guardate un po’ cosa s’è inventato ‘sto ragazzo, e prendete spunto…E ricordate… Impress is the way to success (e su questa stampo il marchio ® del Board). 🙂

COSMOPOLIS: New York è una città in subbuglio, l’era del capitalismo si avvicina alla conclusione. Eric Packer, un “golden boy” dell’alta finanza, entra in una limousine bianca. Mentre la visita del presidente degli Stati Uniti paralizza Manhattan, Eric Packer ha un’unica ossessione: farsi tagliare i capelli dal suo barbiere, che si trova dall’altra parte della città. Durante la giornata, il caos esplode e Packer osserva impotente il crollo del suo impero. Inoltre, è sicuro che qualcuno voglia assassinarlo. Quando? Dove? Saranno le 24 ore più importanti della sua vita.

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Let’s Movie XIII

Let’s Movie XIII

Cari Fellows,

Ringrazio di cuore Mat, Mic&Cap e Carmine per essere venuti a vedere “Happy Family” ? film che consigliamo a tutti gli altri Moviers (e per una volta il plurale NON è maiestatis…).
Questa settimana Let’s Movie propone:

LE MYSTERE PICASSO
di Henri-Georges Clouzot, Francia 1956 – 78′
Mercoledì, ore 21:00
Spazio Off, via Venezia 5
Ingresso: 3 euro

DEPARTURES
di Yojiro Takita, Giappone, 2010, 130’
Giovedì
Cinema Astra
Ore 21:00

Il Board è tutta in visibilio per questa programmazione collocata sull’asse franco-nipponico… L’esplorazione dello Spazio Off con una pellicola d’epoca su Picasso, e il tanto atteso DEPARTURES (premio Oscar nel 2009 come miglior film straniero, FINALMENTE distribuito anche in Italia…) mi costringono ad intimarvi la frequenza… Almeno al film di Takita, definito “un perfetto connubio di profondità e leggerezza, sofferenza e humour”…

Mi raccomando, Fellows, conto su di voi… In fondo avete superato proposte che inneggiavano all’autolesionismo (“Il nastro bianco”), proposte virginiawoolfiane (“A Single Man”),  proposte 100% bio (“Terra madre”) proposte filo-miracolari (“Lourdes”)… Genesi del cubismo e preparazione dei defunti mi sembrano argomenti più che abbordabili da voi BEN NOTI amanti del cinema ETEROGENEO…
Forza, miei Moviers… Forza…
Come sempre, i riassunti in calce.. e grazie…

Saluti cinematografici,

Let’s Movie
The Board

LE MYSTERE PICASSO: Documentario di estremo fascino sull’opera e sul lavoro di Pablo Picasso, che nelle immagini del film viene ripreso mentre dipinge e crea – in tempo reale – le sue opere. Il particolare effetto grazie al quale lo spettatore coglie quasi magicamente il formarsi della traccia pittorica di Picasso si intreccia con la descrizione del personaggio.

DEPARTURES: storia del violoncellista Daigo Kobayashi, che conseguentemente allo scioglimento della sua orchestra, si vede costretto a lasciare Tokyo e tornare, insieme alla moglie, a Yamagata, il suo paese d’origine, situato in una provincia rurale del nord del Giappone. Dovendo cercare un nuovo lavoro, Daigo, accetta un impiego in un’agenzia di pompe funebri come apprendista “nokanshi”. La preparazione del defunto in vista dell’ultimo “viaggio”, ci si presenta non come un atto consueto, bensì come un rituale che restituisce dignità alla persona che era in vita, e nello stesso tempo concede ai familiari di rimanere legati ad un ricordo che non sia contaminato o deturpato dalla bruttezza della morte.

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